Immigrati clandestini a go-go! 12mila nei primi 5 mesi del 2017

Ma come: il “caos asilo” non era solo una balla della Lega populista e razzista?

Da tempo gli spalancatori di frontiere vengono a raccontarci che non c’è alcun caos asilo, che sono tutte balle della Lega populista e razzista. Intanto però i numeri raccontano una storia un po’ diversa.

Tanto per dirne una: tra gennaio e maggio del 2017 (un anno definito come tranquillo, ed oltretutto in una stagione, quella invernale e primaverile, che non è la più gettonata dai finti rifugiati) 12mila migranti sono entrati clandestinamente in Svizzera. 12mila clandestini in cinque mesi. Evidentemente si tratta solo di quelli che sono stati individuati; altri non sono stati intercettati perché, con le frontiere a colabrodo…

Nello stesso periodo dell’anno precedente, i migranti illegali fermati sono stati 7000. Quindi dal 2016 al 2017  c’è stato quasi un raddoppio. Però naturalmente questi dati vengono “silenziati”: chissà come mai?

Top ten

Da dove provengono i 12mila clandestini? Le 10 nazioni più rappresentate sono: Guinea con 1750 clandestini; Gambia con 1188 clandestini; Nigeria con 955 clandestini; Costa d’Avorio, 859; Somalia 644; Marocco 451; Eritrea 373; Senegal 329; Afghanistan 304; Pakistan 292. Questo tanto per avere una piccola panoramica.

Jihadisti

Naturalmente, tra i finti rifugiati ci sono pure gli estremisti islamici. E sono sempre più numerosi, a quanto pare. Ed infatti, ma guarda un po’, di recente si è saputo che, sempre nell’anno di grazia 2017,  i servizi d’informazione della Confederella hanno esaminato quasi 6500 dossier di asilanti, in quanto potenzialmente pericolosi. Un nuovo record, l’ennesimo, visto che l’anno prima erano  stati passati al setaccio “solo” 5200 incarti. I servizi informativi hanno pure raccomandato di non concedere l’asilo a 38 finti rifugiati individuati come un pericolo: un numero che è quasi triplicato (!) rispetto a quello dell’anno precedente (14 casi).

La presa per i fondelli

Intanto, come sappiamo, invece di preoccuparsi di combattere l’islamismo, la Confederazione emana piani antiradicalizzazione che non servono ad un tubo. Mentre respinge (perché non sono politikamente korrette) le misure che sarebbero invece efficaci. E naturalmente fa in modo che sempre più finti rifugiati possano rimanere in Svizzera:  tanto il conto lo paga il solito sfigato contribuente. Vedi ad esempio il caso degli asilanti eritrei in assistenza, che sono aumentati del 2282% in otto anni. Plateale, al proposito, la presa per i fondelli attuata tramite gli “ammessi provvisoriamente”. Costoro sono infatti migranti che non hanno diritto all’asilo. Andrebbero dunque rimandati indietro; però questo non è momentaneamente possibile (ad esempio perché l’aeroporto del paese d’origine è distrutto causa conflitto armato). Vengono quindi ammessi provvisoriamente nell’attesa di rinvio alla prima occasione (al più tardi alla fine della guerra). Ma questa figura degli ammessi provvisoriamente creata durante il quadriennio di Blocher in Consiglio federale, è stata in seguito pervertita (ma chi l’avrebbe mai detto…)  in qualcosa di assai diverso. “Grazie” naturalmente, anche ai legulei del tribunale federale amministrativo, le ammissioni provvisorie diventano definitive. Sicché, invece di partire non appena possibile, questi migranti rimangono in Svizzera a carico del contribuente. E adesso gli spalancatori di frontiere tentano di sdoganare l’ennesima truffa. Ovvero: con la scusa che questi finti rifugiati sarebbero destinati (?) a rimanere in Svizzera a lungo (non lo sono! Sono gli spalancatori di frontiere che li vogliono far restare!) ci si inventa la storiella che “bisogna integrarli” nel mondo del lavoro. Il che naturalmente può avvenire solo a scapito degli svizzeri. Hai capito i signori del “devono entrare tutti”? Non solo niente preferenza indigena, quindi “prima i cittadini UE”, ma addirittura prima gli asilanti. Gli svizzerotti? Ultima ruota del carro!

Incentivi ad arrivare qui

Cari politikamente korretti, non è così che funziona. Gli ammessi provvisoriamente non vanno affatto integrati. L’ammissione provvisoria deve tornare ad essere quello che dice il nome. Provvisoria, appunto. Invece adesso la si è resa definitiva.

Oltretutto,  un simile andazzo non fa che incoraggiare i clandestini ad arrivare in Svizzera con l’aspettativa di venire in un modo o nell’altro regolarizzati.

La stessa cosa vale ovviamente per la bella pensata del Canton Ginevra (e ti pareva) che, col programma Papyrus (uella) vorrebbe regolarizzare oltre 3000 clandestini invece di espellerli. Con iniziative di questo tipo la Svizzera diventa sempre più attrattiva per i finti rifugiati, tra i quali come noto si intrufolano pure i jihadisti. Se ne intrufolano sempre più, stando alle cifre (vedi sopra).

E se si pensa che di sicuro, diversamente dai governanti di altri paesi dello spazio Schengen, i camerieri dell’UE in Consiglio federale non si sognano di chiudere le frontiere, ben si capisce che siamo messi male. La prospettiva infatti è: attrattività sempre maggiore per i migranti economici, seguaci dell’Isis inclusi, e frontiere spalancate. Fate un po’ voi.

Lorenzo Quadri

 

Nuova boiata targata P$ (=Partito degli Stranieri)

I giovani $ocialisti vogliono abolire le feste cristiane (per introdurre quelle musulmane)

 

Nuova perla dei kompagnuzzi della JuSo, ossia i giovani $ocialisti, in questo caso della sezione del Canton Zurigo. Costoro propongono  di abolire le feste religiose cristiane: naturalmente in funzione del multikulti e dell’islamofilia di cui sono impregnati fino al midollo.

E’ sempre la solita (mefitica) zuppa. I migranti economici musulmani e i cittadini svizzeri cristiani, secondo questi JuSo del piffero, vanno messi sullo stesso piano. In nome del fallimentare multikulti e delle frontiere spalancate, che hanno portato in Europa i terroristi islamici, giovani del P$ (Partito degli Stranieri) pretendono di cancellare 1500 anni di identità cristiana. Distruggere le nostre radici per annullare la Svizzera: il disegno dei $inistrati è fin troppo chiaro. Curiosamente il P$ è poi lo stesso partito che da un lato vuole abolire le feste religiose cristiane, dall’altro vuole però rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera. Ultimo  passo dei kompagni in questa direzione: il tentativo di estendere a livello nazionale l’assistenza spirituale islamica ai finti rifugiati, introdotta in via sperimentale nel centro asilanti di Zurigo. Naturalmente con imam formati a nostre spese. Avanti con l’islamizzazione della Svizzera, e oltretutto – tanto per aggiungere la beffa al danno – pagata da noi!

 I lavoratori ringraziano

Sicuramente i lavoratori saranno entusiasti di sapere che i giovani $ocialisti vogliano cancellargli in blocco un bel po’ di giorni liberi: una proposta che nemmeno i più retrivi padroni delle ferriere avrebbero osato avanzare arriva oggi da quell’area che, in un passato molto  (ma molto) lontano, praticamente etrusco, difendeva i lavoratori. Adesso invece difende gli immigrati che non lavorano. A partire dai finti rifugiati e dai clandestini che la gauche-caviar  brama di regolarizzare in massa (“devono entrare tutti e devono restare tutti”). Così si creano clienti per il business della socialità ro$$a.

Del resto, non c’è nemmeno da stupirsi troppo: questi giovani (?) $inistrati della JuSo mica lavorano, ed inoltre per i kompagnuzzi, l’hanno ormai capito anche i paracarri, il multikulti ha la priorità assoluta su tutto. Se i socialisti di alcuni decenni orsono, quelli che si sono battuti per migliorare le condizioni dei lavoratori svizzeri, potessero sentire le bestialità in cui si producono i loro rappresentanti attuali, che i lavoratori li espongono alla devastante libera circolazione e li spremono come limoni per mantenere con i loro soldi frotte di finti rifugiati, jihadisti compresi, e per porre le condizioni per farne arrivare in Svizzera sempre di più, sai le scosse telluriche nei cimiteri. Quale sarà la prossima proposta dei giovani socialisti? L’abolizione del Primo maggio? Non sia mai che gli immigrati nel nostro stato sociale, che sono qui per farsi mantenere dagli svizzerotti fessi, si sentano offesi da una festa che celebra il lavoro ed i lavoratori.

E la sharia, dove la lasciamo?

Adesso sappiamo dunque che gli esagitati della JuSo vogliono abolire le feste cristiane per demolire la nostra identità e per fare spazio alle feste musulmane: perché mica si pretenderà che i migranti in arrivo da “altre culture” rinuncino alle loro, di feste! Sarebbe becero razzismo!

Strano che, già che c’erano, i kompagnuzzi non abbiano chiesto di introdurre anche la sharia in Svizzera. Già vogliono i giudici e le leggi degli eurobalivi (vedi lo sconcio accordo quadro istituzionale): perché non andare fino in fondo?

Sovversivi?

Qualcuno ha definito questi JuSo come “sovversivi”. In realtà con una simile etichetta gli si fa solo un favore. “Sovversivi”: è così che infatti questi $inistrati di belle speranze (?) vorrebbero essere percepiti. In realtà, sono semplicemente dei babbei che sparano castronerie a raffica. Basti pensare che la presidente nazionale della JuSo, la “diversamente nordica” Tamara Funiciello, è riuscita a proporre di sostituire il salmo svizzero con l’Internazionale. A dimostrazione di quanto l’abbondante signora “non patrizia” sia “integrata”. Ormai i kompagni, per avere uno straccio di visibilità, sono costretti a ripiegare sulle boiate a buon mercato. Costoro, comunque, non “sovvertono” proprio un bel niente, perché nell’establishment ci campano.
Stupisce anzi che questi $ocialisti del “devono entrare tutti” e del “tutti devono comandare in casa nostra”, in occasione della recente festa della donna non abbiano lanciato un’iniziativa “un giorno in burqa”: tanto per abituare le donne svizzere al futuro che stanno preparando per loro.

Lorenzo Quadri

 

 

Il “triciclo” PLR-PPD-P$ fa un altro regalo agli islamisti

In Consiglio nazionale la partitocrazia approva i finanziamenti esteri alle moschee

Ennesima cappellata del triciclo PLR-PPD-P$$ che nell’ultima sessione del Consiglio nazionale è riuscito a respingere di misura, per 95 voti a 91 e 7 astensioni, una mozione (del deputato Udc vallesano Jean-Luc Addor) che chiedeva di vietare alle moschee di ricevere finanziamenti da Stati sospettati di appoggiare il terrorismo e/o che non garantiscono i diritti umani.

Tutti gli esperti di islamismo concordano sul fatto che una misura efficace – forse la più efficace – per combatterlo consiste nel chiudere i rubinetti dei finanziamenti stranieri a moschee e centri culturali islamici. Tali finanziamenti provengono infatti da Stati o organizzazioni che pagano per promuovere la diffusione dell’estremismo e della jihad nel nostro Paese. Però la maggioranza della partitocrazia non ne vuole sapere di intervenire: l’è tüt a posct!

Altro che cianciare di “non discriminazione”

Ancora meno ne vuole sapere, ça va sans dire, la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. La quale continua a cianciare di “non discriminazione”. Brava kompagna Simonetta, avanti così. Continua a trattare gli islamisti come se fossero gente pacifica intenzionata ad integrarsi, mentre è proprio il contrario. Quando anche la Svizzera comincerà ad essere insanguinata dagli attentati dei terroristi islamici – ed è solo questione di tempo – ai parenti delle vittime, a orfani/e, vedove/i, ai genitori che hanno perso i figli, eccetera, andrai a raccontare che non hai fatto un tubo per combattere l’islamismo perché la priorità non è la sicurezza della Svizzera e di chi ci vive (svizzeri o stranieri che siano)! No! La priorità è “non discriminare” gli estremisti islamici! Perché “bisogna aprirsi”!

Tra l’altro, spesso e volentieri le vittime dei terroristi islamici sono proprio i musulmani moderati o non osservanti e desiderosi di integrarsi e di vivere come occidentali, a cui i jihadisti vogliono far scontare il “tradimento”.

La ministra del “devono entrare tutti” ed il suo partito spalancatore di frontiere ed islamofilo non hanno ancora capito, o forse non sono in grado di capire, che la sicurezza del paese non riguarda solo i beceri populisti e razzisti. Riguarda tutte le persone che ci vivono onestamente, indipendentemente dalla nazionalità.

Assistenza facile

Inutile dire che la kompagna Sommaruga e gli isterici ed intolleranti soldatini del fallimentare multikulti fremono d’orrore alla sola idea di dare un giro di vite all’ “assistenza facile” ai migranti economici. Quella che permette agli islamisti di vivere con i soldi del solito sfigato contribuente. Così da avere, grazie a questo “reddito di cittadinanza”, tutto il proprio tempo a disposizione per radicalizzare seguaci. Un esempio tra i tanti: il famoso imam (?) predicatore d’odio di Bienne. Quello che invocava la distruzione di ebrei, cristiani, induisti, russi e sciiti. Per la cronaca, costui nel corso degli anni è riuscito a stuccare allo stato sociale svizzerotto ben 600mila franchetti, e scusate se sono pochi. Quanti anni deve lavorare un ticinese medio per guadagnarli?

Non fanno un tubo

La triste realtà è che i camerieri di bernesi di Bruxelles non stanno facendo nulla per combattere il dilagare dell’islamismo in Svizzera. Come da collaudata tradizione, si limitano a riempirsi la bocca con gli “stiamo facendo”, pensando così di far fesso il popolazzo. Il tanto decantato piano anti-radicalizzazione è il consueto, stucchevole esercizio-alibi che consiste nello scaricare compiti sui Comuni e sui Cantoni, nell’illusione di lavarsi la coscienza. Il tutto, naturalmente senza metterci un ghello. Perché i soldi servono a mantenere i finti rifugiati. Tra i quali, ma guarda un po’, abbondano gli estremisti islamici. Non a caso è notizia recente che si sono moltiplicati i dossier di migranti economici esaminati dai servizi d’informazione, e sono triplicati gli asilanti che l’ “intelligence” ha raccomandato di non accogliere in quanto pericolosi.

A proposito di soldi: gli oltre tre miliardi di entrate “extra” che la Confederella si è ritrovata nei forzieri nell’anno di grazia 2017, come si pensa di utilizzarli? Regali all’UE? Prestazioni a migranti economici? Costi di Schengen?

Anche il Gigi di Viganello è in grado di rendersi conto che non è bocciando tutte le misure che sarebbero efficaci per combattere l’islamismo e difendendo istericamente la sciagurata politica delle frontiere spalancate che si mette la Svizzera al riparto dai jihadisti. E men che meno con piani farlocchi contro la radicalizzazione, che fanno ridere i polli.

Rimane sul tavolo

In ogni caso, la questione dei finanziamenti esteri alle moschee ed ai centri culturali islamici è tutt’altro che chiusa, in barba alla deleteria decisione presa dalla maggioranza del Nazionale (grazie partitocrazia per esserti di nuovo schierata contro gli svizzeri!). Infatti, nei mesi scorsi lo stesso Consiglio nazionale ha deciso proprio il contrario, approvando una mia mozione con contenuto analogo a quella appena respinta.

Il tema dei finanziamenti alle moschee quindi rimane sul tavolo della politica; assieme a quello della totale inaffidabilità della partitocrazia quando si tratta di difendere gli interessi fondamentali del Paese (e non i propri affarucci di cadrega; perché, quando si tratta di quelli, l’impegno del triciclo è massimo).

Lorenzo Quadri

 

Mauro Dell’Ambrogio la fa (di nuovo) fuori dal vaso

L’alto funzionario della Confederella entra a gamba tesa su temi di politica cantonale

 

“Ufelée fa ul tò mestée“, recita un saggio proverbio. Proverbio evidentemente sconosciuto al pensionando Segretario di Stato per la Formazione, la ricerca e l’innovazione Mauro Dell’Ambrogio. Il quale si presta spesso e volentieri a fare il tuttologo per il bollettino parrocchiale del PLR, Opinione liberale (più redattori che lettori). Forse un gesto di gratitudine per l’ex partitone che gli ha fornito un numero sterminato di cadreghe nella pubblica amministrazione, tra cui spicca quella occupata attualmente?

A gamba tesa

Nell’ultimo intervento il buon Dell’Ambrogio, tra le cui doti non è mai figurata la modestia, entra a gamba tesa, e con posizioni del piffero, su questioni che riguardano la politica cantonale. Il che, da parte di un alto burocrate della Confederella, è assai fuori luogo (al limite, della violazione del codice di condotta, se non oltre).

Naturalmente lo spalancatore di frontiere Dell’Ambrogio prende posizione contro tutti i tentativi di difendere il mercato del lavoro ticinese dall’invasione da sud, provocata dalla devastante libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$.

La tesi di fondo

La LIA (Legge sulle imprese artigianali) è il prodotto di un’infelice stagione legislativa”, sentenzia dall’alto della sua onniscienza il Segretario di Stato PLR. A parte che in Gran Consiglio la LIA l’hanno votata anche i suoi liblab, dal primo all’ultimo, la teoria “ambrosiana” (di Dell’Ambrogio) è chiara: mentre i vicini a sud fanno in modo che le aziende ticinesi non  battano un chiodo su suolo italico, i ticinesotti non devono osare difendersi. Chissenefrega se artigiani e piccole imprese ticinesi falliscono, chissenefrega dei licenziamenti, chissenefrega dell’impennata dell’assistenza, chissenefrega della perdita di gettito fiscale: l’importante è che le frontiere restino spalancate, che tutti i furbetti del quartierino d’Oltreconfine possano entrare a farsi i propri porci comodi in questo sfigatissimo Cantone, a danno dell’economia locale ed i suoi abitanti.  Così i burocrati dell’establishment come Dell’Ambrogio – quelli con il lauto stipendio ed i il posto di lavoro garantito a vita – sono contenti.

La LIA potrà essere mantenuta o abrogata. In caso di abrogazione, bisognerà però rendere subito operativa un’alternativa che difenda gli artigiani e le PMI ticinesi dalla concorrenza sleale da sud, senza i difetti della LIA.

Frontalieri e boiate

Ancora meglio (si fa per dire)  le elucubrazioni di Dell’Ambrogio a proposito dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri. “L’accordo del 1974 non era poi male (…) lo si è voluto rinegoziare per far tartassare in Italia, con aliquote italiane, i così puniti frontalieri. A toglierci di mezzo dall’imbarazzo di ratificare un accordo vantaggioso solo per il pozzo romano senza fondo (…)”.

Domanda da un milione: ma è possibile che un Segretario di Stato scriva simili boiate? Evidentemente sì, visto che Dell’Ambrogio l’ha fatto.

  • L’accordo del 1974 sulla fiscalità dei frontalieri era un pizzo all’Italia affinché quest’ultima riconoscesse il segreto bancario svizzero. Il che era nell’interesse generale del paese. Ma il conto l’ha pagato solo il Ticino. Quindi, il Ticino ha pagato per tutti. E continua a pagare anche adesso che il motivo che stava alla base dell’accordo ha smesso di esistere da un pezzo. E questa, secondo il Segretario di Stato, sarebbe una situazione “non male”? Ma stiamo scherzando?
  • Tassare i frontalieri come i cittadini italiani che lavorano nel Belpaese, secondo Dell’Ambrogio, sarebbe “tartassare”. E’ il colmo. I frontalieri sono attualmente dei privilegiati fiscali, un privilegio pesante e che non ha uno straccio di giustificazione. Che essi vengano tassati come i lavoratori italiani che vivono in Italia è una elementare esigenza di equità. Altro che tartassare! Ah già, ma il PLR, partito di Dell’Ambrogio, sta dalla parte dei frontalieri, come si è visto nel dibattito parlamentare su “Prima i nostri”…
  • Il nuovo accordo fiscale sui frontalieri (che mai vedrà la luce) è stato negoziato dal Consiglio federale. Ossia dal datore di lavoro di Dell’Ambrogio. Abbiamo quindi un funzionario che si permette di impallinare il suo governo. Fosse stato un leghista…
  • Nel 2014 il PLR di Dell’Ambrogio promosse un’iniziativa cantonale per la disdetta dell’accordo fiscale sui frontalieri che tanto piace al Signor Segretario di Stato.

Strumentalizzare la ricerca

E stendiamo un velo pietoso sulle recenti dichiarazioni di Dell’Ambrogio secondo cui la devastante libera circolazione delle persone va mantenuta perché in caso contrario sarebbero a rischio le collaborazioni con l’UE per la ricerca. Forse qualcuno non si è accorto che, specie dopo la  Brexit, le università  più prestigiose saranno tutte al di fuori dell’UE. E che quindi è con altri che bisogna collaborare. Abusare della ricerca nel maldestro tentativo di giustificare la scellerata politica del “devono entrare tutti” è alquanto squallido.

Lorenzo Quadri

 

Il Consiglio di Stato ha una fifa blu del voto popolare

“Fake news” a go-go per dire No al referendum finanziario obbligatorio. Ma la realtà…

 

Il Consiglio di Stato si qualifica a pieno titolo per il campionato intergalattico di arrampicate acrobatiche sugli specchi con una prestazione “da incorniciare” (si fa per dire): la presa di posizione contro l’iniziativa popolare per introdurre in Ticino il referendum finanziario obbligatorio. L’iniziativa, che ha raccolto ben 12.300 firme, chiede che le spese cantonali che superano un “tot” vengano obbligatoriamente sottoposte a votazione popolare. La Lega figura tra i promotori.

In 18 Cantoni…

La proposta è così balzana ed astrusa? Certo che no: il referendum finanziario obbligatorio esiste infatti in ben 18 Cantoni. E funziona benissimo. Nessuno di questi Cantoni è andato in rovina. Nessuno è caduto vittima dell’immobilismo. Tutti hanno debiti pro-capite nettamente inferiori a quello ticinese.

Oggi in Ticino vige il referendum facoltativo. Che comporta la raccolta di 7000 firme in 45 giorni. Obbiettivo raggiungibile? Certo. Ma solo da chi è in grado di mettere in piedi la macchina organizzativa necessaria e, soprattutto, può permettersi di pagare i raccoglitori di firme. Oppure, come fanno i sindacati ro$$i, di mandare i propri funzionari (pagati dai lavoratori) a caccia di firme invece che a lavorare. Perché, volenti o nolenti, è così che funzionano le cose. Di conseguenza, non si possono lanciare referendum su tutto. E così, la maggior parte delle volte, la partitocrazia spopola indisturbata.

Fregnacce e “fake news”

La presa di posizione governativa contro il referendum finanziario obbligatorio è un florilegio di fregnacce e fake news. Esempio:

  • “Il referendum finanziario facoltativo con raccolta delle firme non rappresenta un ostacolo istituzionale”. Provate voi a raccogliere 7000 firme in 45 giorni, poi ne riparliamo.
  • Si moltiplicherebbero le votazioni su temi incontestati, si genererebbero costi amministrativi importanti”. Votazioni e costi non si moltiplicano, basta accorpare le chiamate alle urne nelle date già fissate per le consultazioni federali. Semmai si allunga un po’ la scheda di voto, causa l’aggiunta di nuovi oggetti. Il maggior costo in carta ed inchiostro non dovrebbe portare il Cantone alla bancarotta.
  • “Si banalizza il voto popolare”. Qui siamo alla presa per i fondelli “hard”: chiamare i cittadini a decidere sulle spese pubbliche importanti significherebbe “banalizzare”?
  • L’introduzione del referendum finanziario obbligatorio rischia di rallentare la realizzazione degli investimenti”. Infatti nei 18 Cantoni dove esso è in vigore non si investe un centesimo, tutto è bloccato e le infrastrutture sono ferme all’Ottocento. Come no!

Paura del popolo

E’ evidente anche al Gigi di Viganello che gli autoerotismi cerebrali di cui sopra servono solo a nascondere, male, il vero motivo per cui il governo – e la casta che già bocciò in parlamento una proposta analoga nel 2015 – non vuole il referendum finanziario obbligatorio. Perché ha paura del voto popolare. Il nuovo strumento democratico darebbe infatti più potere al popolazzo: quello che “vota sbagliato”. L’establishment, invece, vuole togliere potere al popolo. Inoltre: con lo spauracchio della chiamata alle urne, i politicanti dovrebbero pensarci due volte prima di spendere  e spandere i soldi del contribuente. Esempio concreto: se la Lega non si fosse data la pena di raccogliere le “maledette” 7000 firme e di far votare i ticinesi, il triciclo PLR-PPD-P$ avrebbe sperperato 3.5 milioni dei nostri franchetti per la partecipazione ticinese ad Expo2015: ovvero per un regalo al Belpaese senza ricaduta alcuna per il nostro territorio.

E poi: se il referendum finanziario obbligatorio fosse la ciofeca che il CdS tenta, male, di far credere, non si spiega come mai esso sia in vigore in 18 Cantoni. Nessuno dei quali si sogna di rottamarlo.

Vedremo se il Gran Consiglio, quando dovrà prendere posizione sull’iniziativa Pro-referendum finanziario, si dimostrerà altrettanto pavido dell’Esecutivo.

Ma soprattutto, vedremo cosa decideranno i ticinesi sul tema.

Lorenzo Quadri

Chiusura dei valichi secondari: ormai è trascorso un anno!

Qualche cameriere bernese dell’UE sta forse facendo melina sperando nel dimenticatoio?

Ricorre prossimamente il primo anniversario  della chiusura notturna dei tre valichi secondari con il Belpaese. Era infatti il primo aprile 2017 la data scelta dalla Confederazione per chiudere  “in prova” per sei mesi, dalle 23 alle 5, le dogane di Pedrinate, Novazzano-Marcetto e Ponte Cremenaga. A decidere la chiusura notturna erano state le Camere federali, sostenendo una mozione della deputata leghista Roberta Pantani.

Come sappiamo, l’annuncio del provvedimento provocò reazioni isteriche dei politicanti d’Oltreconfine in perenne fregola di visibilità mediatica (quelli che, pur di apparire in video, venderebbero anche la nonna). Costoro si misero infatti a starnazzare senza ritegno (chiaro: più decibel = più visibilità) contro i ticinesi “razzisti”. Naturalmente dimenticandosi di rilevare che la chiusura notturna serviva per fermare i malviventi che entrano in Ticino a delinquere dall’Italia. Non è mai stata una misura contro i cittadini onesti.

Ma di questo, evidentemente, ai politicanti del Belpaese non importava un tubo, visto che l’obiettivo era protestare per mettersi in mostra. Impipandosene, va da sé, di un “piccolo” dettaglio: senza il Ticino almeno 300mila italiani della fascia di confine (frontalieri, padroncini e le loro famiglie) non avrebbero la pagnotta sul tavolo.

Un passo nella direzione giusta

Sta di fatto che, almeno questa volta, gli strilli italici non hanno sortito alcun effetto: forse perché il direttore del Dipartimento federale delle finanze, da cui le dogane dipendono, è l’UDC Ueli Maurer. Fosse stata la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, c’è ragione di credere che le cose sarebbero andate diversamente.

I sei mesi di prova sono partiti, la sperimentazione è stata eseguita e la misura ha dimostrato di funzionare, aumentando la sicurezza (effettiva e percepita) degli abitanti della fascia ticinese di confine. Certo, non sarà la panacea. Ma si tratta, evidentemente, di un passo nella direzione giusta. Senza dimenticare che la decisione federale era quella di chiudere di notte tutti i valichi secondari con il Belpaese, non solo tre: è chiaro che  l’applicazione completa e corretta del provvedimento avrebbe portato anche maggiori risultati.

Cosa aspettiamo?

I sei mesi di sperimentazione sono giunti a conclusione lo scorso ottobre. Da allora sono trascorsi altri sei mesi. Però tutto tace. Citus mutus! E il Consiglio federale pensa di poter prendere i ticinesi per i fondelli dicendo che deve “valutare l’esito” del periodo di prova.

Punto primo: non veniteci a raccontare la fanfaluca che ci vogliono sei mesi per “valutare”.

Punto secondo: la necessità di una valutazione se l’è inventata il Consiglio federale. La decisione parlamentare dice di chiudere, non di sperimentare.

Per cui, cosa stiamo aspettando? E’ passato un anno giusto dalla chiusura in prova. E’ dunque tempo di mettere in vigore la chiusura definitiva, di tutti i valichi secondari e non solo di tre.

O magari qualcuno a Berna la sta tirando per le lunghe nella speranza che tutto finisca in dimenticatoio? Non è così che funziona.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Schengen: la lezione tedesca

Il ministro degli interni Seehofer: “i confini nazionali devono essere sorvegliati”

 

Il nuovo ministro degli interni tedesco Horst Seehofer (CSU) comincia a starci molto simpatico. Dopo aver detto, giustamente, che l’islam non fa parte della Germania (affermazione che ha fatto rizzare i capelli in testa alla Cancelliera spalancatrice di frontiere e multikulti “Anghela” Merkel) il ministro ha dichiarato che i fallimentari accordi di Schengen vanno sospesi. Questo perché la sicurezza dei confini esterni dello spazio Schengen è ben lungi dall’essere data e, in ogni caso, la difesa delle frontiere nazionali è importante.

Evidentemente il buon Seehofer se ne impipa delle smentite all’insegna del  politikamente korretto con cui  l’ “Anghela” replica alle sue dichiarazioni, e prosegue dritto per la propria strada.

I nostri camerieri dell’UE…

Inutile dire che noi, con i camerieri dell’UE che ci ritroviamo in Consiglio federale, la sospensione di Schengen ce la possiamo scordare. Anzi: di recente il Consiglio federale ha commissionato uno dei suoi studi farlocchi proprio su questi trattati; con l’obiettivo di farsi dire che uscire da Schengen “sa po’ mia”: perché avrebbe costi spropositati. Naturalmente sono le solite balle di fra’ Luca! Un po’ come quelle che ci raccontavano 25 anni fa prima della votazione sull’adesione allo SEE.

Se poi vogliamo restare nel campo delle spese spropositate, allora è semmai il caso di parlare di quanto ci costa restare nello spazio Schengen. Chissà come mai, su questo spinoso tema il silenzio dei camerieri bernesi dell’UE è a dir poco assordante. Infatti il costo di Schengen che grava sugli svizzerotti rimane avvolto nel più fitto mistero. Ma di certo è vicino, se non superiore, ai 200 milioni di franchetti all’anno. Questo quando ci avevano promesso che non ne avremmo pagati più di sette o otto!

Certo che pagare un conto, peraltro salatissimo, per accordi che riducono la nostra sicurezza e sovranità e che spalancano le porte ai criminali stranieri, è davvero il massimo.

Ciliegina sulla torta: grazie all’ultima balorda decisione della partitocrazia alle Camere federali, la fattura di Schengen è destinata a lievitare di altri 21 milioni annui. Naturalmente senza che ciò porti ad un qualsivoglia beneficio concreto per la nostra sicurezza. E nümm a pagum.

Lorenzo Quadri

 

 

 

KrankenCassis: chi pensa di prendere per i fondelli?

Boutade del ministro degli Esteri: “l’accordo quadro è solo una questione procedurale”

 Nuova boutade del ministro degli Esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis (PLR) sul tormentone dello sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE.

Alla faccia dell’ormai famoso “tasto reset”, non si è capito dove starebbe la differenza tra la politica dell’euroturbo Didier “Dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr (già caduto nell’oblio) e quella di KrankenCassis. A parte qualche piccola operazione cosmetica a livello di terminologia, la sostanza non cambia. La zuppa è sempre la stessa; ed è filo-UE. Ben lo dimostra la nomina a responsabile delle negoziazioni con Bruxelles dell’euroturbo Balzaretti.

A proposito: stiamo sempre aspettando la revoca ufficiale della scandalosa promessa, fatta dai camerieri dell’UE in Consiglio federale, di regalare a Bruxelles 1.3 miliardi di Fr (soldi pubblici nostri). Naturalmente senza alcun motivo e senza uno straccio di controprestazione. E malgrado gli eurobalivi non abbiano alcuna remora a ricattarci.

Nemmeno si è ben capito quando il neo-ministro lavori, visto che è sempre in giro per la Svizzera a partecipare ad eventi mondani e/o autopromozionali (chissà il chilometraggio sul jet del Consiglio federale e le relative emissioni). Ma probabilmente si tratta di “buongoverno” PLR.

Il futuro della Svizzera

L’ultima boutade è stata prodotta a Losanna davanti ad una platea di rappresentanti del mondo economico. Il buon Cassis ha tentato così di sdoganare lo sconcio accordo quadro istituzionale con Bruxelles: “è una mera questione procedurale”. O Cassis, ma chi credi prendere per il lato B? “Mera questione procedurale” una cippa!

L’accordo quadro che tanto piace al ministro liblab ed ai suoi colleghi camerieri dell’UE ci trasformerebbe a tutti gli effetti in una colonia degli eurofalliti. Di servi costretti ad applicare, in casa nostra, i Diktat altrui. Alla faccia dei nostri diritti popolari e della nostra sovranità. “La Svizzera avrà l’obbligo di riprendere man mano il diritto comunitario. L’evoluzione della legislazione nell’ambito coperto dall’accordo quadro non sarebbe più nelle mani del parlamento e del popolo svizzero. Vogliamo davvero rinunciare ai nostri diritti democratici?”. Questa frase non l’ha scritta il Mattino populista e razzista. L’ha scritta di recente nella Südostschweiz Livio Zanolari. Che non è proprio l’ultimo arrivato, essendo stato portavoce del Dipartimento federale affari esteri e capo servizio informazione del Dipartimento Giustizia e polizia.

Altro che “mera questione procedurale”, caro KrankenCassis! Qui si decide il futuro della nostra sovranità, della nostra democrazia e dei nostri diritti popolari. Si decide il futuro della Svizzera!

Firmate l’iniziativa

E’ evidente – ripetiamo per l’ennesima volta – che di sottoscrivere l’accordo quadro internazionale non se ne parla nemmeno. Bisogna, al contrario, far saltare la devastante libera circolazione delle persone. Quindi, tutti a firmare l’apposita iniziativa popolare!

Gli unici che devono tacere…

Sempre nello stesso evento losannese, il ministro degli Esteri ha invitato i rappresenti dell’economia ad intervenire nel dibattito sui rapporti con l’UE. Come se non lo stessero già facendo ad oltranza e da anni! La posizione delle lobby economiche è nota: globalizzazione, frontiere spalancate, soppiantamento della manodopera indigena con stranieri a basso costo così i profitti aumentano, rottamazione dei diritti popolari (deve comandare la casta), lecchinaggio all’UE.

Gli unici che l’italo-svizzero consigliere federale non invita ad esprimersi sui rapporti con Bruxelles sono i cittadini elvetici. Il motivo è chiaro: il popolazzo ha smesso di votare secondo i diktat dell’establishment, quindi va messo a tacere.

Morale della favola: altro che “tasto reset”. Per Cassis ci vorrebbe il “tasto eject” (dal Consiglio federale). Ma purtroppo nessuno dei due pulsanti esiste nella realtà.

Lorenzo Quadri

 

Meglio contorti che boccaloni

La scuola che (non) verrà, Bertoli sbrocca contro i referendisti: “menti contorte”

 

Al direttore del DECS kompagno Manuele Bertoli non è andata giù che “menti contorte” (definizione sua) di Udc-LaDestra e Lega (e anche qualche Plr) abbiano lanciato il referendum contro la “sua” riforma del sistema scolastico ticiense, ovvero la famigerata “La scuola (rossa) che verrà”. Quella che vuole sostituire la parità di partenza degli allievi con la parità di arrivo. Evidentemente per qualcuno le politikamente korrettissime “pari opportunità” (parità di partenza, appunto) ancora non bastano. E’ giunto il momento del passo successivo: la parità di risultato. Il che giocoforza significa: livellamento verso il basso.

Due osservazioni

Si può poi anche sostenere, come ha fatto Bertoli, che i referendisti hanno la mente contorta. Non siamo così suscettibili da offenderci per questo. Ma due osservazioni ci stanno tutte:

  • meglio contorti che boccaloni, come hanno invece dimostrato di essere PLR e PPD. Perché per credere
  1. che i vertici del DECS abbiano davvero la volontà di valutare oggettivamente delle alternative alla scuola (rossa) che verrà; e
  2. che far partire la sperimentazione (su cavie umane!) non significhi dare il via alla riforma tout-court (ed ovviamente nella versione Bertoli)

bisogna aver vinto il campionato europeo di credulità.

  • Difficile trovare qualcosa di più “contorto” delle pippe mentali con cui il Dipartimento motiva “La scuola che verrà”, di cui riportiamo un estratto sotto.

Anche sostenere, come fa il direttore del DECS, che solo perché la riforma rossa è costosa, essa comporterà automaticamente un miglioramento della scuola ticinese, è assai poco convincente.

Democrazia a senso unico?

Vista la posta in gioco – ossia tanti (ma tanti) soldi pubblici e la preparazione con cui i nostri giovani si affacceranno al mercato del lavoro ticinese sfasciato dalla libera circolazione (grazie partitocrazia!) – ci mancherebbe anche che non fosse legittimo lanciare il referendum affinché siano i cittadini a votare.

Intanto però i soldatini del P$ hanno già cominciato ad agitarsi: se il referendum riuscirà, a decidere sulla riforma scolastica  rossa sarà – orrore (ovvove)! – il popolazzo “che vota sbagliato” e non gli specialisti gauche-caviar di ingegneria pedagogica.

Ma complimenti! Hai capito i kompagni? Il popolo non deve decidere. Decide la casta. Gli unici referendum legittimi sono quelli dei sinistrati. Allora lì va bene a che ad esprimersi non siano degli esperti. Ecco perché i $ocialisti non volevano l’insegnamento della civica: loro sono per la democrazia a senso unico (come la morale, come la legalità, come…).

Va poi ricordato che nel caso concreto i professionisti della scuola sono tutt’altro che compatti dietro la riforma-Bertoli. Perché se qualcuno immagina che essa sia sostenuta dalla maggioranza dei docenti e dei direttori di istituto, forse ha sbagliato i conti. L’86% degli insegnanti non si è nemmeno espresso, tanto per dirne una.

Egualitarismo

Che l’egualitarismo spinto di stampo rosso di cui è imbevuta la riforma sia un bene per la scuola ticinese (e quindi per la società) è tutto da dimostrare. Se la società è selettiva, la scuola non può essere tutto il contrario. La selezione è necessaria anche nelle aule. Non si può incanalare tutti gli alunni verso gli studi superiori, magari per gonfiare l’ego dei genitori. Perché il risultato è: licei usati come parcheggio con curricula che poi sfociano  o in “dispersioni formative” (cioè giovani che abbandonano gli studi e sono in giro a sbalzo) o in lauree “facili” senza sbocchi. Senza sbocchi anche perché la partitocrazia, P$ in primis, ha voluto e vuole l’invasione di frontalieri. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone, i frontalieri stanno colonizzando a ritmo serrato gli uffici del terziario dove dovrebbero lavorare i ticinesi. Se la libera circolazione non salta, sarà sempre peggio.

Sarebbe invece opportuno puntare di più sull’apprendistato, che non è una formazione di serie B, ma un percorso formativo ammirato a livello internazionale, come ama ripetere il ministro dell’Economia Johann “Leider” Ammann (quindi non un becero leghista populista e razzista). Come del resto accade in Svizzera tedesca. Del resto, assomigliare sempre più alla Svizzera tedesca è il nostro destino visto che per trovare lavoro i giovani ticinesi dovranno giocoforza emigrare oltralpe a causa dell’invasione da sud. Di nuovo: grazie, partitocrazia!

Il precedente

Comprensibile il fastidio di Bertoli nei confronti del referendum contro la scuola (rossa) che verrà. La  votazione sull’insegnamento della civica, da cui il direttore del DECS ed i suoi giannizzeri sono usciti asfaltati, ha segnato un precedente. La scuola ticinese non è proprietà esclusiva della $inistra. Anche un comitato etichettato come “di destra” può riuscire a far valere le proprie ragioni in una votazione popolare.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Il livellamento verso il basso nella scuola ro$$a

 

Dal documento “La scuola che verrà” – e poi ad avere la “mente contorta” sarebbero i promotori del referendum??

 

Da pagina 23

Qualità dell’insegnamento e risultati ottenuti dagli allievi restano punti fermi, ai quali nessuno intende rinunciare. Bisogna tuttavia raggiungere una “giusta eguaglianza” nella distribuzione del bene finale, applicando una “giusta diseguaglianza” nell’impiego dei mezzi strumentali. Tradotto nei termini delle proposte formulate dal progetto di riforma, la diversificazione delle strategie d’insegnamento, dell’approccio e delle pratiche didattiche è funzionale all’ottenimento di un’eguaglianza dei risultati (dove per eguaglianza si intendono i migliori risultati possibili per ognuno), il che equivale a produrre equità. In altre parole si potrebbe pensare che la Scuola che verrà tollera, anzi promuove delle diseguaglianze di trattamento in quanto pienamente compatibili con la promozione di una scuola equa: attraverso la differenziazione si intende perseguire una giusta eguaglianza nella distribuzione del bene finale (i risultati scolastici) che si combina con una giusta diseguaglianza nella distribuzione dei beni strumentali messi in campo (ottenuta attraverso la differenziazione).

 

Pagina 24

La pedagogia differenziata cerca di adattare metodi e percorsi alla realtà degli allievi. Essenziale diventa la rilevazione e l’osservazione di questa realtà e dei vari processi che sono messi in gioco, per poi cercare di adattare le situazioni di insegnamento o apprendimento. I termini “differenziazione” o “pedagogia differenziata” sono di fatto riferiti a una diversificazione delle pratiche didattiche che inizia con una prassi di osservazione diagnostica e prosegue con un adeguamento delle forme di insegnamento. Differenziare implica quindi per definizione di non accordare a tutti la stessa attenzione, lo stesso tempo o la stessa energia. In questo modo è possibile promuovere il passaggio da una “democrazia delle possibilità” verso una “democrazia della riuscita”.

 

 

 

Schengen: un flop completo e anche pagato a peso d’oro

La fattura dei fallimentari accordi continua a lievitare, mentre la nostra sovranità…

 

Un paio di settimane fa, i camerieri dell’UE in Consiglio federale ci hanno sbolognato l’ennesimo studio farlocco, commissionato a scopo di propaganda politica. Quello su quanto costerebbe alla Svizzera uscire dai fallimentari accordi di Schengen.

Naturalmente lo studio eseguito per reggere la coda all’élite spalancatrice di frontiere sostiene che l’operazione “Swissexit” da Schengen avrebbe costi terrificanti: qualcosa come 10 miliardi. Ohibò. E’ più facile credere a Babbo Natale che a ricerche del genere. A maggior ragione se effettuate – come nel caso concreto – dalla stessa agenzia, Ecoplan, già nota per aver realizzato un’altra indagine taroccata sugli accordi bilaterali. I quali, ça va sans dire, risultavano essere una figata pazzesca.

Gonfiati come rane

Lo studio Ecoplan non solo spara cifre assurde sui costi dell’uscita della Svizzera da Schengen, ma non dice un tubo su quello che ci costa rimanerci. Intanto però il carrozzone degli sviluppi dell’acquis  Schengen continua a gonfiarsi come una rana. A danno della nostra sicurezza; perché la storiella che spalancando le frontiere e rinunciando ai controlli sistematici in entrata si aumenti la sicurezza, la andate a raccontare a qualcun altro. Ma a scapito anche della nostra sovranità, che viene smontata pezzo per pezzo. Chiaro: per ogni nuovo settore che viene fagocitato da Schengen, noi svizzerotti diventiamo semplici esecutori di ordini altrui. La democrazia viene smantellata con la tattica del salame (una fetta alla volta).  Ringraziamo la partitocrazia internazionalista e spalancatrice di frontiere!

21 milioni in più

Come c’era da attendersi, di recente in Consiglio nazionale il triciclo PLR-PPD-P$ ha approvato l’ennesimo sviluppo dei fallimentari accordi di Schengen. La Svizzera pagherà dunque 21 milioni all’anno in più al fondo per la sicurezza interna… in cambio di nulla. Perché non c’è uno straccio di nuovo compito concreto in materia di protezione dei confini dell’area Schengen che andremmo a finanziare. 21 milioni all’anno di spesa in più e nemmeno un finto rifugiato con lo smartphone in meno! Stesso discorso per i delinquenti che si muovono liberamente nello spazio Schengen.

E i valichi chiusi di notte?

A proposito: che fine ha fatto la famosa chiusura notturna dei valichi secondari, decisa dalla Camere federali e poi imboscata nel nulla dopo il periodo di prova, magari per fare l’ennesimo favore ai vicini a sud? (Evidentemente i camerieri dell’UE incadregati in Consiglio federale non hanno ancora capito che il Belpaese li mena per il naso da anni).

E non pensate di venirci a raccontare la fregnaccia che chiudere le frontiere non serve ad aumentare la sicurezza, perché vi ridiamo in faccia.

I frontalieri del furto con scasso, che razziano con bella regolarità il Mendrisiotto ma anche il resto del Cantone, entrano a commettere reati in macchina, passando per i valichi incustoditi. Se li si chiude, non possono più entrare. Perché di certo le automobili non sono in grado di attraversare la frontiera verde. Sicché i valichi secondari con il Belpaese bisognerebbe inchiavardarli non solo di notte, ma anche di giorno.

Avanti con lo Swissexit

Morale della favola: “grazie” a Schengen paghiamo un prezzo stratosferico, sempre più stratosferico, per non poter controllare le nostre frontiere, per “aiutare l’Italia” (concetto ripetuto ad oltranza dalla kompagna Sommaruga in Consiglio nazionale) e anche per farci dettare gli ordini da Bruxelles, gettando nel water la nostra sovranità ed indipendenza.
Quanto ci costano ora gli accordi di Schengen? Prima della votazione sul tema (2005) avevano promesso: al massimo 8 milioni all’anno. Nel frattempo siamo già probabilmente in zona 200 milioni. Adesso ne aggiungiamo altri 21… Ed è evidente che l’escalation è destinata a continuare.

Fuori subito da Schengen! In attesa, va da sé, di uscire anche dalla devastante libera circolazione delle persone. Firmate l’apposita iniziativa popolare, se non l’avete ancora fatto!

Lorenzo Quadri

 

Ma quanti kompagni ci sono nella diplomazia elvetica?

Il tasto reset andrebbe subito pigiato su chi rappresenta la Svizzera all’estero. Invece…

Tim Guldimann è un ex diplomatico (l’ultima carica da lui ricoperta è quella di ambasciatore svizzero a Berlino) nonché consigliere nazionale P$, malgrado viva nella capitale germanica. Si tratta del primo svizzero all’estero eletto in Consiglio nazionale. E ha sempre detto che a trasferirsi in Svizzera non ci pensa proprio.  Degna di nota la contraddizione con la linea del P$: nel senso che Guldimann dice di rappresentare gli svizzeri all’estero, mentre il suo partito da anni ormai rappresenta solo gli stranieri in Svizzera. Secondo i kompagni, infatti, prima vengono gli immigrati poi, semmai, come ultima ruota del carro, i cittadini elvetici (“chiusi e gretti”).

Nelle scorse settimane il buon Guldimann, che ovviamente alle nostre latitudini è sconosciuto ai più, ha rassegnato le dimissioni dal parlamento. A questo punto il lettore potrebbe  giustamente dire: ecchissenefrega! C’è però un particolare.

Rifiutano la milizia

Assieme alle dimissioni il kompagno ex diplomatico ha inviato a tutti i deputati uno scritto in cui giustifica la propria decisione, dicendo in sostanza che da Berlino non è in grado di mantenere sufficienti contatti con la sua base elettorale nel Canton Zurigo. Il che ci può anche stare. Poi però arriva la frasetta: “il parlamento come impiego a tempo parziale è un’illusione alimentata dalla nostra cultura di milizia”. E qui casca l’asino. Hai capito i kompagnuzzi? Mettono in dubbio il sistema di milizia, che è un’importante specificità svizzera. Perché loro vogliono fare i parlamentari di professione, andando così a creare quella casta di privilegiati ed inamovibili cadregari che vediamo, ad esempio, appena al di là della ramina. Questi sono i loro modelli!

Quanti tesserati P$ nella diplomazia?

Dalla gauche-caviar ci aspettiamo da tempo solo il peggio, ma qui c’è un’aggravante nella misura in cui stiamo parlando di un ex diplomatico da vari decenni è iscritto al P$. A rappresentare la Svizzera all’estero nelle sedi istituzionali si mandano esponenti di un partito che rifiuta i valori elvetici come ad esempio la milizia, che vuole l’adesione all’UE, l’abolizione dell’esercito, il riconoscimento dell’Islam come religione ufficiale e avanti con le nefandezze? Poi ci chiediamo come mai le trattative (?) internazionali vanno sempre a finire in calate di braghe da parte rossocrociata?

Sarebbe interessante sapere quanti tesserati P$ sono tuttora attivi nelle rappresentanze svizzere all’estero. Perché c’è come il vago sospetto che la risposta potrebbe spiegare varie cose. Il tasto reset andrebbe quindi pigiato, tanto per cominciare, sulla diplomazia elvetica. Invece il neo ministro degli esteri italosvizzero ha pensato bene di nominare come negoziatore capo con l’UE il buon Roberto Balzaretti, già distintosi nel recente passato per le inaccettabili posizioni eurolecchine.

Ulteriore perla: il posto di Guldimann verrà preso da un invasato ex presidente della JuSo (gli esagitati giovani socialisti attualmente presieduti dalla diversamente nordica Tamara Funiciello, quella che si fa fotografare in topless quando il buonsenso imporrebbe tutt’altro).

Più burocrati

Non è finita. Giovedì primo marzo il consiglio nazionale ha respinto a maggioranza una mozione del kompagno Matthias Aebischer già giornalista della SSR ed oggi consigliere nazionale P$ (com’era già la fanfaluca dei contrari al No Billag? Non è vero che le redazioni della TV di Stato sono colonizzate dalla $inistra, sono tutte balle della Lega populista e razzista?).

Il buon Aebischer pretendeva che a tutti i deputati venisse assegnato un assistente parlamentare impiegato all’80%. Naturalmente pagato dal solito sfigato contribuente, con contratto di lavoro sottoscritto dall’amministrazione federale. Il che significa 246 funzionari della Confederella in più (gli assistenti parlamentari) a cui si aggiunge il lavoro burocratico per gestire questi nuovi impiegati statali.

Inutile dire che la proposta è stata appoggiata dal P$ compatto. Il partito $ocialista conferma dunque di voler smontare con la tattica del salame (anche perché è l’unica via percorribile) il sistema di milizia svizzero, per creare una casta di deputati professionisti in stile vicina  Penisola. I quali poi fanno di tutto e di più per rimanere attaccati alla cadrega e per dotarsi di sempre nuovi privilegi (altro che la “Rimborsopoli” del Consiglio di Stato e del cancelliere), creandosi una riserva protetta a proprio uso e consumo.

E poi magari questi $inistri rottamatori della Svizzera hanno ancora la tolla di riempiersi la bocca, naturalmente solo quando gli fa comodo, con i valori elvetici? Quei valori che hanno dimostrato in ogni modo possibile ed immaginabile di voler azzerare (perché bisogna essere aperti, multikulti ed eurocompatibili)?

Lorenzo Quadri

 

Svizzera sempre più paese del Bengodi per gli islamisti

Radicalismo: il Consiglio degli Stati non vuole mettere fuori legge l’associazione “Lies”

Come volevasi dimostrare, Svizzera sempre più paese del Bengodi per islamisti grazie al politikamente korretto. Il Consiglio degli Stati, ma chi l’avrebbe mai detto, di recente ha rifiutato di dichiarare fuori legge l’associazione “Lies!”, quella che distribuisce gratis il Corano con l’intento di radicalizzare. L’associazione è fortemente indiziata di reclutare jiahdisti. Ed infatti in Germania (paese UE, manifestamente Stato di diritto) è stata vietata senza tante storie. Emanare lo stesso divieto in Svizzera dovrebbe essere semplicemente scontato. Invece, una cippa! Si trovano scuse per temporeggiare, rimandare, cincischiare. Mentre gli islamisti fanno proselitismo, la Confederella sta a guardare. Il famoso Piano nazionale contro l’estremismo è solo il solito esercizietto federale di scarica barile. Berna assegna nuovi compiti ai Cantoni ed ai Comuni, ma senza attribuire i mezzi finanziari necessari a svolgerli. La foglia di fico è il politikamente korrettissimo principio di prossimità (?). Il piano in questione è un flop annunciato.

Intanto, nulla succede sui fronti dove sarebbe invece fondamentale intervenire. Ad esempio, su quello dell’ “assistenza facile” ai migranti economici. Lo stato sociale elvetico è diventato un self service a cui gli ultimi arrivati attingono in scioltezza. Così i radicalizzatori islamici, magari giunti qui come finti rifugiati (grazie, spalancatori di frontiere!) possono dedicare tranquillamente le proprie giornate al reclutamento di seguaci. Senza doversi preoccupare di lavorare: tanto a mantenere questa foffa ci pensa il solito sfigato contribuente. L’immigrazione fuori controllo fa galoppare lo stato sociale svizzero verso l’infinanziabilità. Però l’assistenza facile ai migranti economici non si tocca.

In Germania…

E nemmeno, come abbiamo visto, si mette fuori legge l’associazione “Lies!”. Il Consiglio federale blatera che “la distribuzione di Corani non è illegale, il divieto sarebbe incompatibile con la garanzia dei diritti fondamentali (uella)”: ovvero: “sa po’ mia!”. Ma chi vogliamo prendere per i fondelli con la fregnaccia dell’ “incompatibilità con i diritti fondamentali”? Il divieto è stato introdotto in Germania. Vogliamo forse sostenere che la Germania starebbe violando i diritti fondamentali? Ancora una volta, essi (o le leggi superiori) vengono impiegati come semplice pretesto politico per far entrare nel nostro Paese, e far restare, tutta la foffa.

 Nuovo record

Ed infatti, ma tu guarda i casi della vita, proprio nei giorni scorsi si è saputo che nel 2017 i servizi d’informazione della Confederella hanno esaminato quasi 6500 dossier di asilanti che potrebbero rappresentare un pericolo pubblico. Un nuovo record, l’ennesimo, visto che l’anno prima gli incarti erano 5200. Ma come: non arrivava solo brava gente in fuga dalla guerra, come amano ripeterci i kompagnuzzi del “devono entrare tutti”? I servizi segreti hanno pure raccomandato di non concedere l’asilo a 38 finti rifugiati individuati come pericolosi: un numero che è quasi triplicato (!) rispetto a quello dell’anno precedente (14 casi).

Il messaggio trasmesso dall’impennata numerica di cui sopra è chiaro: la Svizzera diventa sempre più attrattiva per gli islamisti. Rendiamo grazie al buonismo-coglionismo imperante tra i politicanti della partitocrazia triciclata e tra i legulei dei tribunali. Evidentemente le notizie a proposito della pacchia elvetica  si diffondono rapidamente tra i finti rifugiati ma veri jihadisti (i quali, grazie agli smartphone ultimo modello, sono sempre connessi ed aggiornati, o “up to date” come si dice oggi). Tutti in Svizzera paese del Bengodi!

Njet a tutto

E cosa fanno i camerieri dell’UE  in Consiglio federale per sventare il crescente pericolo di terrorismo alle nostre latitudini? Respingono tutte le proposte utili a combattere i jihadisti, in quanto non in linea con le sciagurate aperture multikulti. No all’espulsione sistematica dei seguaci dell’Isis, no al divieto di distribuzione gratuita del Corano, no alla messa al bando dell’associazione “Lies!”, no al divieto di finanziamenti esteri a moschee e centri culturali (?) musulmani, no al giro di vite sull’assistenza facile ai migranti economici. E no, ça va sans dire, alla sospensione di Schengen e alla chiusura delle frontiere, che altri Paesi praticano invece in abbondanza. No a tutto!

Per contro, si corre a calare le braghe davanti ai Diktat dell’UE che mirano a disarmare i cittadini onesti col pretesto della lotta al terrorismo islamico, malgrado tali imposizioni siano contrari alle nostre tradizioni, alle nostre leggi, alla volontà popolare. Diktat di cui peraltro i terroristi islamici si fanno un baffo, dal momento che mica si servono (quando se ne servono) di armi dichiarate legalmente. Ma che bella prospettiva!

Lorenzo Quadri

 

Quadri: “Politica sempre più lontana dai cittadini”

Potenziamento della legittima difesa: il pavido “njet” del Consiglio nazionale

 

Lorenzo Quadri, nei giorni scorsi il Consiglio nazionale ha bocciato per 117 voti a 70 la sua iniziativa parlamentare che chiedeva di potenziare il diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito nella propria abitazione. Di cosa si trattava?

La mia iniziativa parlamentare chiedeva di aggiungere all’articolo 16 del codice penale un nuovo capoverso tre, in base al quale chi, aggredito in casa propria, eccede nella legittima difesa, è di principio scusabile, a meno che un tribunale non dimostri il contrario. Questo significa che non è chi si è difeso da un’aggressione in casa, ed ha ecceduto nel difendersi, che deve dimostrare di aver agito per “scusabile eccitazione o sbigottimento”, come recita l’attuale capoverso 2 dell’articolo 16. Nel caso di chi viene aggredito in casa propria, l’eccitazione sarebbe scusabile e lo sbigottimento presunto. In termini giuridici si parla di “inversione dell’onere della prova”. In altri termini: non starebbe più alla vittima di un’aggressione al proprio domicilio di dimostrare di essere nel giusto, poiché si parte dal presupposto che un suo eventuale eccesso nel difendersi fosse scusabile. Toccherebbe invece al ministero pubblico, qualora ritenesse necessario attivarsi, dimostrare che un eventuale eccesso di legittima difesa non era invece scusabile.

Perché concentrarsi sulla legittima difesa in casa?
Perché la casa è il luogo dove chiunque ha il diritto di sentirsi al sicuro. Per questo necessita di una protezione accresciuta. Anche a scopo deterrente, per scoraggiare i rapinatori.

L’intenzione è quella di riesumare il “Far West”?

Certamente no. Non si tratta certo di autorizzare a sparare contro qualsiasi cosa si muova. Ciò che proponevo, era un sostegno a chi è stato aggredito in casa propria ed ha difeso sé stesso e/o i propri familiari.

Ma difendere i cittadini non è compito della polizia?

Sì, ma la polizia non può essere sul posto nel momento in cui si consuma un’aggressione. Può intervenire solo dopo. Quando magari è troppo tardi. Per questo esiste la legittima difesa, che è un diritto naturale, riconosciuto nel nostro ordinamento giuridico. Il problema è che si sta facendo di tutto per criminalizzare il cittadino che di questo diritto fa uso. Respingendo la mia iniziativa, la partitocrazia del triciclo PLR-PPD-P$ ha ribadito il seguente messaggio: chi è aggredito nella propria abitazione è meglio che rinunci a difendersi, altrimenti finisce lui sul banco degli imputati. Un messaggio pericoloso e sbagliato, oltre che un invito a nozze per i delinquenti.

Ma in Svizzera c’è un problema reale di aggressioni in casa?
Al momento non c’è un’emergenza, almeno non nella misura che esiste in paesi a noi confinanti. Questo non vuol dire che il problema sia fittizio. Proprio mentre la maggioranza parlamentare respingeva la mia iniziativa, si stava svolgendo il processo all’autore della strage di Rupperswil. Che è stata commessa nell’abitazione delle vittime. Magari se queste (o una di loro) avesse potuto esercitare il diritto alla legittima difesa, le cose sarebbero andate diversamente. Ho visto inoltre che il sito online del Corriere del Ticino, dando la notizia della bocciatura della mia iniziativa parlamentare, ha allegato un sondaggio online, da cui emerge che l’80% dei partecipanti (quindi una maggioranza schiacciante) non si sente tutelato dall’attuale diritto alla legittima difesa. Da un altro sondaggio effettuato dal sito online di 20 Minuten emerge invece che il 54% dei partecipanti ritiene che tutti dovrebbero avere un’arma in casa per difendersi. Sono solo dei sondaggi online senza pretesa di scientificità, ma il senso è chiaro. Ancora una volta, l’ennesima, la partitocrazia è schierata contro la volontà popolare.

La sua iniziativa era, come ha sostenuto qualcuno, un invito ad armarsi?

La mia iniziativa parlava solo di legittima difesa. Non tematizzava il diritto a possedere delle armi. Personalmente sono favorevole a che i cittadini abbiano un’arma in casa per potersi difendere in caso di necessità. Ma non era questo il tema dell’iniziativa.

Pensa che in futuro la situazione sia destinata a peggiorare?

Se la libera circolazione e gli accordi di Schengen resteranno in vigore, di sicuro. La Svizzera sarà sempre più presa di mira dalla criminalità violenta d’importazione. Inoltre, a seguito della frammentazione della società, in futuro sempre più persone anziane vivranno da sole, diventando così un facile bersaglio per delinquenti senza scrupoli.

E’ deluso della decisione del Nazionale?

Che la sinistra disarmista e spalancatrice di frontiere non sarebbe stata d’accordo con la proposta, mi era chiaro fin dall’inizio. L’area rossoverde vuole che i cittadini onesti siano incapaci di difendersi, mentre è sempre preoccupata di accrescere i diritti dei delinquenti, specie se “provenienti da altre culture”, rispettivamente di trovar loro delle scusanti. Mi sarei aspettato però un maggior sostegno dal centro. Che i partiti cosiddetti borghesi non abbiano nemmeno il coraggio di sostenere una modifica modesta come quella che ho proposto, è deludente. Senza contare che nel PLR ci sono addirittura deputati che hanno firmato l’iniziativa ma poi hanno votato contro; probabilmente in nome del “buongoverno”.

MDD

Non possiamo stare senza una difesa dall’invasione

LIA: abrogazione o no, di tornare al Far West non se ne parla proprio, vero “triciclo”?

 

Intanto attendiamo i sindacati al varco dell’iniziativa contro la devastante libera circolazione delle persone

Prosegue la telenovela della LIA, la Legge sulle imprese artigianali.

La LIA venne plebiscitata in Gran Consiglio tre anni fa (era il marzo del 2015)  da tutte le forze politiche. Che naturalmente tentarono anche di saltare sul carro, attribuendosi meriti che non avevano. Perché l’iniziativa di creare una legge per tutelare gli artigiani e le piccole imprese ticinesi dalla concorrenza sleale d’Oltreramina venne dal Consigliere di Stato leghista Claudio Zali. Niente di strano: se aspettiamo che la partitocrazia spalancatrice di frontiere, che ha messo nella palta questo Cantone con la devastante libera circolazione delle persone, faccia qualcosa per rimediare, aspettiamo un pezzo. Basta vedere quel che è successo con Prima i nostri e, in precedenza, con il 9 febbraio.

Hai capito il triciclo PLR-PPD-P$? Prima fa il disastro. Poi, non ancora contento, si arrampica sui vetri per non frenarlo, a suon di “sa po’ fa nagott”.

Becchini delle misure accompagnatorie

E che dire dei $inistrati? Costoro fortissimamente vogliono la libera circolazione delle persone senza alcun limite. La difendono a suon di campagne d’odio contro chi non ci sta (perché gli svizzerotti, “chiusi e gretti”, devono “aprirsi”; perché “devono entrare tutti”). Poi si riempiono la bocca con le misure accompagnatorie (cerotti sulla gamba di legno: se si trattasse di provvedimenti efficaci, sarebbe già scattato il muro di gomma dei “sa po’ mia”). E adesso queste misure accompagnatorie le vorrebbero però gettare nel water in nome dell’asservimento all’UE. Il P$ è infatti accanito supporter dello sconcio accordo quadro istituzionale, quello che ci trasformerebbe a tutti gli effetti in una colonia dell’UE, mandando a ramengo la nostra autonomia e la nostra democrazia. Si guardano però bene dal dire, i kompagnuzzi, che la diretta conseguenza della sottoscrizione dello scellerato accordo sarebbe proprio la fine delle misure accompagnatorie.

“Io non c’ero…”

Tornando alla LIA. Al momento della votazione parlamentare, tutti hanno tentato di saltare sul carro. Ma quando sono cominciati a sorgere dei problemi, si è assistito al consueto, e vigliacco, fuggi-fuggi generale. All’insegna dell’ “io non c’ero, e se c’ero dormivo”!

Addirittura il PPD prima ha votato a piene mani la legge (con una sola opposizione) e poi, quando il governo ha comunicato l’intenzione di ritirarla, si è messo a sbraitare pretendendo rimborsi. Facendosi peraltro bacchettare dal suo ex deputato ed ex municipale di Bellinzona Filippo Gianoni.

Il fronte contro l’abrogazione

Adesso si aggiunge una nuova puntata. Spunta infatti il fronte contro l’abrogazione della LIA. L’Unione delle Associazioni dell’Edilizia nei giorni scorsi ha lanciato un appello, tramite conferenza stampa, affinché la legge rimanda al suo posto. “Ha tantissimi aspetti positivi e solo alcune criticità – ha dichiarato il presidente dell’UAE Piergiorgio Rossi –. Va quindi corretta e non snaturata”. Traduzione: non gettiamo il bambino assieme all’acqua sporca.

Anche i sindacalisti di UNIA e OCST presenti alla conferenza hanno sostenuto questa posizione. Lo hanno fatto descrivendo con toni accorati il degrado sul mercato del lavoro ticinese: “c’è un imbarbarimento; i sindacati passano ore in procura per reati di natura penale come l’usura e la tratta di esseri umani che coinvolgono il mondo del lavoro”. Peccato che ci “si” dimentichi  di citare un fatto essenziale (ma tu guarda i vuoti di memoria che brutti scherzi che giocano). Non si dice infatti che la causa del degrado e dell’imbarbarimento è la devastante libera circolazione delle persone. E chi l’ha voluta? Risposta: i sindacati, assieme al padronato e alla partitocrazia! E allora, signori sindacalisti, chi pensate di prendere in giro con le vostre lacrime di coccodrillo? Visto che ormai anche i paracarri hanno capito che nella realtà ticinese frontiere spalancate e tutela dei lavoratori fanno a botte, scegliete da che parte stare. O fate gli spalancatori di frontiere e di conseguenza gli affossatori del mercato del lavoro ticinese, oppure fate i difensori dei lavoratori. Entrambe le cose assieme non è possibile; è una contraddizione in termini. Aspettiamo dunque al varco  i sindacati sull’iniziativa contro la libera circolazione.

Due certezze

Quale sarà il destino della LIA non sappiamo. Due cose però sono certe:

  • Se il gran consiglio deciderà di abrogare la LIA, bisognerà inventare subito un altro sistema per difendere l’artigianato e le PMI ticinesi dall’invasione di padroncini e distaccati in arrivo dalla vicina Penisola. Un sistema che non crei difficoltà agli operatori locali, ma metta i bastoni tra le ruote a quelli esteri. Protezionismo? Sì, e ce ne vantiamo. Del resto, i vicini a sud hanno poco da starnazzare, dal momento che fanno esattamente la stessa cosa.
  • In Consiglio di Stato, solo gli esponenti della Lega si preoccupano di tutelare il paese dalla devastante libera circolazione delle persone: vedi LIA, vedi casellario giudiziale, eccetera. Gli altri? Stendiamo un velo, anzi un burqa pietoso…

Lorenzo Quadri

 

 

 

Ristorni dei frontalieri: quando scenderemo dal pero?

Il Consiglio di Stato abbia finalmente il coraggio di saltare il fosso

Il nuovo accordo con l’Italia è stato spazzato via dalle elezioni. E quello in vigore da oltre 40 anni non ha più ragione di esistere. Intendiamo continuare a regalare soldi al Belpaese all’infinito? 

Ormai è evidente che il nuovo accordo con il Belpaese sulla fiscalità dei frontalieri non vedrà mai la luce. Malgrado se ne favoleggi da anni e malgrado i ministri svizzerotti, con i relativi tirapiedi, si siano fatti prendere per i fondelli dalla controparte per un lasso di tempo tale da meritare il guinness dei primati.

Dopo le elezioni di due settimane fa, l’Italia ci metterà mesi a formare un nuovo governo – se mai ci riuscirà. E inoltre, visti i rapporti di forza, non ci vuole il Mago Otelma per prevedere che  eventuali governi che verranno formati non avranno certo vita lunga.

E’ evidente che, in una simile situazione di precarietà, la priorità di tutte le forze politiche italiane sarà: non scontentare nessuno! Ed in particolare non scontentare i frontalieri con aggravi fiscali.  Del resto si è già visto che Oltreconfine chiunque faccia un passo verso le richieste elvetiche viene poi esposto al ridicolo come succube degli svizzerotti. Anche Attilio Fontana, neo-governatore della Lombardia, ha dichiarato che bisogna fare tabula rasa del nuovo accordo: e la voce della Lombardia, a Roma conta.

Del fatto che tra frontalieri, padroncini, distaccati ed i loro familiari ci siano a occhio e croce 400mila cittadini lombardi che hanno la pagnotta sul tavolo grazie al Ticino, nessuno al di là del confine si preoccupa. Tanto si sa che gli svizzerotti non osano far valere la propria posizione di forza per paura di venire additati come razzisti dai petulanti politicanti d’oltreconfine.

Resta il fatto che l’attuale accordo sulla fiscalità dei frontalieri, penalizzante per il Ticino, da anni non ha più ragione di essere. Perché, come sappiamo, esso era il prezzo da pagare ai vicini a sud affinché accettassero il segreto bancario. E in ogni caso dal 1974, data della sottoscrizione dell’accordo, ad oggi, è cambiato il mondo. L’accordo va quindi disdetto. Non solo perché i suoi presupposti non sono più dati. Ma anche perché i ristorni non vengono utilizzati in modo conforme dagli italici beneficiari, cosa che i diretti interessati ammettono candidamente. Inoltre, niente dura per sempre, men che meno i trattati internazionali.

E’ il turno del Ticino

La disdetta dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri comporterebbe anche la decadenza della convenzione di doppia imposizione tra Svizzera e Italia? Prima di tutto, questa è un’ipotesi formulata da alcuni. Non una certezza. Ognuno la racconta come vuole. In ogni caso, se anche fosse, la convenzione contro la doppia imposizione è nell’interesse di entrambe le parti e nulla vieta di rinegoziarla.

Il Consiglio federale dovrebbe dunque disdire l’accordo sui frontalieri. E’ chiaro che non lo farà mai, perché l’obiettivo di Berna non è certo farsi valere con il Belpaese, bensì andare d’accordo servendosi dell’unica strategia conosciuta ai camerieri dell’UE: quella della calata di braghe. E allora il Consiglio di stato deve finalmente fare la sua parte e bloccare il versamento dei ristorni. Questa volta gli esponenti della partitocrazia in Consiglio federale non potranno nemmeno tentare il ricattto con la storiella che una simile “azione sconsiderata” (uhhh, che pagüüüraaa!) metterebbe in pericolo l’imminente conclusione dell’accordo con l’Italia, perché questo accordo è stato spazzato via dalle elezioni.

E’ ora di rendersi conto che è il Ticino a fare da valvola di sfogo per la crisi occupazionale lombarda e non certo il contrario. L’invasione è da sud verso nord e non nel senso inverso. E poi: qualcuno  è così pollo da credere che, se fosse l’Italia a dover versare dei ristorni al Ticino, non avrebbe già trovato da un pezzo la scusa per smettere di pagarli? Ecco, allora vediamo finalmente di scendere dal pero. Giugno, termine per il versamento dei ristorni dei frontalieri, si avvicina.

Lorenzo Quadri

Dal triciclo ancora pesci in faccia per gli svizzeri

Il Consiglio degli Stati vuole imporci le leggi degli eurobalivi ed i giudici stranieri!

Prosegue a ritmo serrato la rottamazione dei diritti del popolo svizzero ad opera della partitocrazia PLR-PPD-P$$: certo che se gli elettori continuano a votare certe forze politiche che poi li fregano davanti e di dietro…

E ti pareva: il Consiglio degli Stati ha deciso di respingere senza controprogetto per 36 voti contro 6 l’iniziativa “Per l’autodeterminazione” ovvero l’iniziativa popolare che si oppone ai giudici stranieri e soprattutto alle leggi straniere. Non si tratta certo di una sorpresa, visto il voto nella Commissione affari giuridici (CAG) della Camera alta, che ha asfaltato l’iniziativa con 12 No contro un solo Sì. Quando si dice: le decisioni che fanno CAG…

Chi osa contrastare…

Sicché ancora una volta i politicanti del triciclo PLR-PPD-P$, naturalmente con la fattiva collaborazione della ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, attentano alla democrazia elvetica. La casta spalancatrice di frontiere, rottamatrice della Svizzera e sguattera dell’UE non perde occasione per prendere a pesci in faccia i cittadini che, facendo uso dei propri diritti, osano opporsi ai suoi disegni antisvizzeri. Coloro che osano contrastare la casta vengono dunque, ancora una volta, pitturati come dei delinquenti; dei beceri populisti e razzisti che osano attentare ai diritti umani! Perché durante il dibattito agli Stati si sono pure sentite fregnacce di questo calibro.

CEDU? Ma anche no

Questi camerieri di Bruxelles, non hanno capito da che parte sorge il sole. Tanto per cominciare, la Svizzera non ha alcun bisogno di diktat internazionali e dei giudici stranieri per tutelare i diritti umani in casa propria. Lo ha fatto prima e meglio di tanti altri. Per cui, il tentativo di criminalizzare l’iniziativa per l’autodeterminazione sostenendo che indebolirebbe l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) in Svizzera, fa ridere i polli. Per tutelare i diritti umani, il diritto svizzero ed in particolare la Costituzione bastano. A cosa serve, allora, la tanto slinguazzata CEDU? Serve sostanzialmente ai legulei dei tribunali come pretesto per non espellere delinquenti stranieri, facendosi beffe delle decisioni popolari. A beneficiare della CEDU ci sono anche i terroristi islamici. Che, grazie ad essa, ottengono di rimanere in Svizzera facendo valere che al loro paese potrebbero trovarsi in pericolo. Un argomento che in genere viene portato in tribunale servendosi di avvocati d’ufficio pagati dal solito sfigato contribuente. Quindi, che si abbia la decenza di risparmiarci la panzana che un indebolimento dell’applicazione della CEDU in Svizzera avrebbe chissà quali catastrofiche conseguenze. Perché sono balle di fra’ Luca.

Fregnacce “economiche”

Anche sostenere, come è stato fatto, che sostenere l’iniziativa per l’autodeterminazione – e quindi dare la priorità alla Costituzione svizzera rispetto ai Diktat di Bruxelles – “danneggerebbe la piazza economica svizzera” (uella) equivale a prendere i cittadini per scemi. La precedenza della Costituzione sul diritto internazionale è stata un indiscusso dato di fatto fino a pochi anni fa. Tentare di fare terrorismo di Stato raccontando che il ritorno ad una situazione antecedente che funzionava benissimo sarebbe un pericolo, fa ridere i polli. Oltretutto, sono sempre le solite fregnacce: anche della preferenza indigena, che è stata in vigore dalla notte dei tempi fino al 2004, si è detto peste e corna. Forse che 14 anni fa la Svizzera era immersa nel Medioevo? Ma certo che no!

Inoltre: a starnazzare istericamente al presunto pericolo per l’economia sono le stesse organizzazioni economiche dell’establishment che vogliono le frontiere spalancate per poter assumere stranieri a basso costo lasciando a casa gli svizzeri. E che vogliono pure sabotare i diritti popolari, per impedire ai cittadini di difendersi. Queste associazioni del menga, sempre contro la Svizzera e contro gli svizzeri e a favore della globalizzazione, possono andare a Baggio a suonare l’organo!

Diritti popolari in pericolo

Il colmo è che, mentre i camerieri della partitocrazia si inginocchiano davanti all’UE per permetterle di comandare a casa nostra, trasformandoci così in una colonia a tutti gli effetti, in tutto il resto del mondo avviene proprio il contrario. In Germania le massime autorità giudiziarie hanno stabilito che la Costituzione tedesca ha la priorità sul diritto internazionale. La Gran Bretagna, a seguito della Brexit, si appresta a cestinare le leggi degli eurobalivi: rimarranno in vigore solo quelle esplicitamente approvate dal parlamento inglese.

Invece da noi i calatori di braghe compulsivi rifiutano l’iniziativa per l’autodeterminazione, vogliono lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, la ripresa automatica delle leggi di Bruxelles ed i giudici stranieri. E sabotano la volontà dei cittadini. Gli esempi al proposito si sprecano: 9 febbraio non applicato, Prima i nostri non applicato, delinquenti stranieri non espulsi. Il njet all’iniziativa contro i giudici stranieri è un njet ai diritti popolari, un njet alla democrazia e un  njet alla Svizzera. La partitocrazia del triciclo PLR-PPD-P$$  ancora una volta è schierata compatta contro i cittadini. Ma è possibile essere così mal rappresentati? Alle prossime elezioni, dire a questi signori senatori di andare a chiedere i voti a Bruxelles, a “Grappino” Juncker e compagnia cantante, visto che sono a Berna a fare i loro interessi e non certo quelli della gente svizzera.

Lorenzo Quadri

 

Il triciclo PLR-PPD-P$$ vota contro la nostra sicurezza!

La partitocrazia ha bocciato una mozione contro i finanziamenti esteri alle moschee

Il triciclo PLR-PPD-P$$ in Consiglio nazionale si è prodotto nell’ennesima cappellata. E’ infatti riuscito a bocciare, seppur a stretta maggioranza (95 a 91 e 7 astensioni) una mozione (dell’Udc vallesano Jean-Luc Addor) che chiedeva di vietare alle moschee in Svizzera di ricevere finanziamenti da Stati sospettati di appoggiare il terrorismo e/o che non garantiscono i diritti umani.

Complimenti alla partitocrazia triciclata, che a maggioranza si schiera dalla parte delle frontiere spalancate, del fallimentare multikulti e dell’islamizzazione della Svizzera!

I jihadisti se la ridono

Gli estremisti islamici infatti, davanti ad una simile decisione parlamentare all’insegna del buonismo-coglionismo e del politikamente korretto, se la ridono a bocca larga. Chiunque si sia confrontato col problema del radicalismo islamico dilagante sa bene che i radicalizzatori, spesso e volentieri, sono foraggiati da Stati o organizzazioni straniere che hanno tutto l’interesse a diffondere la jihad in Occidente; Svizzera evidentemente compresa. Chiudendo i rubinetti dei finanziamenti, si mettono i bastoni tra le ruote a simili operazioni!

E invece, per l’ennesima volta, la partitocrazia si rifiuta di proposito di combattere l’estremismo islamico in Svizzera nascondendosi dietro le solite pippe mentali sulla “non discriminazione”. Avanti così, che andremo molto lontani! Se qualche “nipotino/a di Einstein” pensa di combattere l’Isis con la “non discriminazione” ed il politikamente korretto, è meglio che si dia all’ippica.

Non solo non si chiudono i rubinetti alle moschee ed ai centri culturali (?) musulmani  che vengono foraggiati per radicalizzare in Svizzera. Non si vietano nemmeno le associazioni islamiste: vedi la famigerata “Lies”, quella che distribuisce gratuitamente i Corani. In Germania (Germania! Non Ungheria!) è proibita da tempo. Da noi invece i camerieri dell’UE blaterano che “sa po’ mia”, che “manca la base legale”, che “sarebbe discriminatorio”. Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Nulla si muove

Inutile dire che anche sul fronte delle “prestazioni sociali facili” ai migranti economici predicatori d’odio nulla si muove. Costoro continuano a venire mantenuti ad oltranza dagli svizzerotti fessi. Così, grazie al “vitalizio” pagato dal solito sfigato contribuente, hanno a disposizione tutto il santo giorno per reclutare seguaci. Vedi il famigerato imam di Bienne, che predicava la distruzione di cristiani ed ebrei. Costui, nel corso degli anni, è riuscito a mungere allo stato sociale rossocrociato la bella somma di 600mila franchetti!

Gli esperti di islam hanno a più riprese ammonito: l’assistenza facile è un micidiale attrattore di imam predicatori d’odio. La Svizzera dunque – assieme ad un paio di paesi nordici – sta rischiando grosso. Ma forse che succede qualcosa?  Nemmeno per sogno! La maggioranza dei politicanti del triciclo PLR-PPD-P$ (a partire, è chiaro, dalla ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga)  va avanti “come se niente fudesse”! Accoglienza scriteriata e frontiere spalancate über Alles! Chissenefrega della nostra sicurezza! E poi, mica si vorrà darla vinta ai beceri populisti e razzisti? Ma piuttosto chi schiacciamo i gioielli di famiglia sotto un rullo compressore!

Resta sul tavolo

Unica nota positiva:  il tema del divieto dei finanziamenti esteri a moschee e centri culturali islamici è ancora sul tavolo. Infatti una mozione di chi scrive, dal contenuto analogo a quella di Addor, nei mesi scorsi è invece stata approvata a (sempre risicata) maggioranza. Sicché, la battaglia prosegue.

Lorenzo Quadri

 

Abolire le festività religiose in Svizzera? Ma col piffero!

Nel nome del multikulti e dell’islamizzazione, la $inistruccia ha perso la trebisonda

Beh, questa proprio ci mancava! Lo scorso fine settimana i kompagnuzzi della JuSo (gioventù (?) socialista), sezione di Zurigo,  hanno pensato bene di deliziare il paese con l’ultima di una lunga serie di boiate: la proposta di abolire le festività religiose in Svizzera, naturalmente in nome del fallimentare multikulti!

E’ chiaro: secondo questi esagitati della JuSo, noi dovremmo cancellare le nostre radici e la nostra identità per fare spazio ad “altre culture”. Ed in particolare, per permettere l’islamizzazione della Svizzera, che è poi l’obiettivo dei $ocialisti. Infatti il P$ (Partito degli Stranieri) vorrebbe rendere l’islam religione ufficiale nel nostro Paese. Inutile ricordare che tra gli obiettivi (?) della gauche caviar troviamo pure l’adesione della Svizzera alla fallita UE e la sottoscrizione dello sconcio accordo quadro istituzionale (quello che tra l’altro porterebbe alla rottamazione delle misure accompagnatorie alla libera circolazione, che tanto piacciono ai kompagnuzzi). Insomma, si va sempre nella stessa direzione: in casa nostra comandano gli altri, dai balivi di Bruxelles agli immigrati in arrivo da “altre culture”!

Che i $inistrati abbiano poi la decenza di non tentare di spacciare le loro fregnacce islamofile sull’abolizione delle nostre feste cristiane come una conseguenza della laicità dello Stato. Perché un conto è lo Stato laico, tutt’altra cosa sono le nostre radici e la nostra identità, che vanno protette e promosse (la gauche-caviar, invece, vorrebbe farne tabula rasa).

Fa poi ridere i polli che gli esagitati della JuSo zurighese vogliano l’abolizione delle feste cristiane, però evidentemente sono favorevoli al burqa. Chiaro: i simboli e le usanze cristiane vanno cancellate; ma che gli svizzeri “chiusi e gretti” non si sognino di imporre alcunché ai migranti economici! Costoro devono poter vivere da noi come se fossero al loro paese d’origine, ma percependo le abbondanti prestazioni sociali pagate dagli svizzerotti fessi!

I lavoratori residenti nel nostro Paese, di tutte le nazionalità e religioni, apprenderanno inoltre con sommo piacere che i giovani del P$ vorrebbero cancellargli di botto un bel pacchetto di giorni festivi. Dove non era arrivato nemmeno il padronato più oltranzista, arrivano i $inistrati!  Ma chiaro: questi “giovani” della JuSo mica lavorano; per cui per loro il problema dei giorni festivi non si pone.

Certo che, se questi soggetti sono il futuro del P$, auguri!

Lorenzo Quadri

Ve li diamo noi i “pricing”!

Vignetta elettronica: la partitocrazia si prepara a fregare gli automobilisti

 

Con la tattica del salame (una fetta alla volta) il Consiglio federale e la partitocrazia tentano di sdoganare la famosa vignetta autostradale elettronica. Magari puntando sulle “benedizioni” profferite dagli automobilisti nelle scorse settimane, quando tutti abbiamo dovuto procedere all’ingrata operazione di staccare dal parabrezza il contrassegno del 2017 per incollare quello del 2018.

La Doris uregiatta è infatti ansiosa (?) di introdurre il contrassegno autostradale elettronico. Tant’è che esso figura perfino nel programma di legislatura del Consiglio federale (uella). Pensavamo che un programma di legislatura contenesse dei temi un po’ più importanti. Prende quindi ulteriormente corpo il sospetto  già espresso a più riprese. Ossia, che l’eventuale vignetta elettronica altro non sia che il primo passo per arrivare ad obiettivi ben più deleteri e – questi sì – “strategici” (la “strategia” è quella della persecuzione dell’automobilista): ad esempio, l’introduzione di boiate quali il road pricing o il mobility pricing.

Pedaggi

Il road pricing è un pedaggio che viene fatto pagare a chi si reca in auto nel centro città. Esso sarebbe perfettamente in linea con la deleteria ideologia del Piano viario PVP, ossia “buttare fuori le auto dal centro”. Poi se il risultato è la desertificazione dei centri cittadini, la colpa potrà sempre essere imputata ad altri fattori, come la “crisi” (coperchio per ogni pentola), il commercio online, la deriva dei continenti e lo scioglimento dei  ghiacciai.

Mobility pricing significa invece sostanzialmente far pagare di più chi si sposta negli orari di punta. Anche sui mezzi pubblici. Come se il cittadino fosse così tamberla da fare apposta a spostarsi quando è più scomodo farlo, se disponesse di alternative. Si dà invece il caso che la maggior parte della gente non abbia la possibilità di scegliere liberamente gli orari lavorativi o scolastici a seconda delle condizioni di viabilità.

Tutto questo per cosa?

Sul tema della vignetta elettronica il Consiglio federale, su richiesta della maggioranza della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, ha di recente allestito un nuovo rapporto informativo. Ed il documento non fuga certo i sospetti di cui sopra. Anzi.  In effetti, vi si ribadisce che il contrassegno da incollare funziona, e che  la vignetta elettronica non sarebbe comunque una vera digitalizzazione bensì una via di mezzo (quindi in sostanza una tecnologia già vecchia). Inoltre, il cambio di sistema necessiterebbe di investimenti importanti e comporterebbe costi amministrativi e di gestione. Tutto questo per cosa? Per risparmiare agli automobilisti il fastidio di staccare la vecchia vignetta dal parabrezza una volta all’anno? Poco credibile.

Non è il primo passo?

Il Dipartimento Doris si premura di puntualizzare che la vignetta elettronica non è il primo passo verso il road pricing; ma quando mai: esso infatti necessiterebbe di decisioni politiche e blablabla. Poi però arriva l’escamotage acrobatico: visto che si cambia sistema, bisogna essere aperti (e dàgli col “dobbiamo aprirci”!) ad un’eventuale evoluzione. A quale evoluzione ci si riferisca, l’ha capito anche quello che mena il gesso: al road pricing, appunto. E, visto che non si vedono altri motivi plausibili per passare alla vignetta elettronica, è evidente che l’ “eventuale evoluzione” verrebbe promossa in ogni modo: è diventata tecnicamente fattibile, per cui perché rinunciare all’ennesima penalizzazione degli automobilisti viziosi, che fa tanto politikamente korretto?

Per contro, i camerieri dell’UE in Consiglio federale (Doris in prima linea) hanno già comunicato a più riprese che di introdurre pedaggi per conducenti stranieri sul modello tedesco non se ne parla nemmeno. Eppure è l’unico ambito in cui la vignetta elettronica potrebbe essere di qualche utilità.

Il santo non vale la candela

Quindi, per quale motivo dovremmo passare alla vignetta elettronica esponendoci al rischio molto concreto (praticamente una certezza) che la partitocrazia ci appioppi il road pricing in un futuro nemmeno tanto lontano?

Senza contare che la vignetta elettronica potrebbe anche venire utilizzata per creare il Grande fratello a danno degli automobilisti.  Grazie ai sistemi di rilevamento del contrassegno si potrà infatti sapere chi si trova dove, e quando. Privacy addio!

Inoltre:  chi lo garantisce che – alla faccia della volontà popolare – i nuovi marchingegni non verrebbero utilizzati come pretesti per aumentare il costo del pedaggio autostradale?

Tutto questo per cosa? Per risparmiarsi la fatica di scollare la vignetta dal parabrezza a fine gennaio una volta all’anno? Il santo non vale candela.

Unico beneficio

L’unico beneficio reale del  contrassegno elettronico è che sarebbe legato  alla targa e non al veicolo. Questo risolverebbe il problema di chi ha le targhe trasferibili ed oggi deve comprare due vignette. Il che è certamente una stortura del sistema. Ma, se ci fosse la volontà di risolverla, si sarebbe trovato da un pezzo il sistema per farlo.

Per non sbagliare…

Morale della favola: a scanso di brutte sorprese (fin troppo prevedibili) ci teniamo la vecchia vignetta. Che sarà anche poco trendy ma funziona da oltre trent’anni. Magari ricordando che avrebbe dovuto essere abolita con l’introduzione dell’IVA (1995) ma “naturalmente” così non è stato. Perché, quando si introduce un nuovo balzello, è matematico che non verrà  più tolto, ma anzi potrà solo crescere. Ed infatti nel 2013 la Doris ha tentato, anche allora a suon di ricatti, di portare il prezzo della vignetta a 100 Fr, venendo però asfaltata dalle urne.

Lorenzo Quadri

 

Centro Asilanti a Balerna: una fretta molto sospetta

La kompagna Simonetta Sommaruga sta forse preparando il terreno in vista… di che cosa?

 

Evviva! Ringraziamo in coro a cappella la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, che di recente ha gratificato il Ticino di un nuovo, meraviglioso regalo, di cui non si poteva fare a meno. Ossia l’annuncio che la realizzazione di  220 ulteriori posti per finti rifugiati nella futura struttura situata a cavallo tra Balerna e Novazzano dovrà essere anticipata. Pare che i comuni interessati non siano nemmeno stati consultati.

Il nuovo centro asilanti, dotato di 350 posti, avrebbe dovuto aprire nel 2023. Adesso però la SEM (Segreteria di Stato della Migrazione, quindi Dipartimento Sommaruga) pigia sull’acceleratore e vuole un’apertura parziale nel 2019.  Ci sarebbe urgenza di disporre di 220 posti extra già l’anno prossimo. Quindi già dal 2019 ci saranno in zona 350 posti per migranti economici con lo smartphone (visto che quelli di Chiasso resteranno in esercizio fino a quando la nuova struttura non sarà ultimata). Il che naturalmente comporterà tutta una serie di problemi, che vanno dalla sicurezza (sia interna al centro che soprattutto esterna, del territorio e della popolazione) alla scolarizzazione degli asilanti minorenni. Problemi e, va da sé, costi.

Perché questa urgenza?

Ma come: qui i conti non tornano. Non si capisce infatti da dove nascerebbe l’urgenza di anticipare di ben quattro anni la messa a disposizione di nuovi alloggi per migranti economici. Da anni il Dipartimento Sommaruga ripete che “le richieste d’asilo sono in calo”, che non c’è alcuna emergenza, che sono tutte balle della Lega populista e razzista. E invece adesso improvvisamente si scopre che servono 220 posti in più in tempo record. Come mai?

Non sarà che la nuova legge sull’asilo, che la Lega ha avversato, quella che prevede gli avvocati gratis (cioè pagati dal solito sfigato contribuente) per i migranti economici, oltre che le espropriazioni facili per creare nuovi centri per sedicenti profughi, sta aumentando alla grande l’attrattività della Svizzera per i giovanotti africani con lo smartphone? Inoltre il Dipartimento Sommaruga vorrebbe addirittura inventarsi l’imam per asilanti finanziato dal contribuente, operazione che persegue un doppio scopo: 1) diventare sempre più attrattivi per i finti rifugiati e 2) istituzionalizzare l’islam in Svizzera. E quindi, ancora una volta, bisogna fare spazio per i nuovi arrivati, che per la Simonetta ed accoliti “devono entrare tutti”?

Dublino ciurla nel manico?

Oppure, ipotesi più inquietante. Gli Accordi di Dublino, ossia quelli che permettono agli Stati firmatari (Svizzera compresa) di rinviare i migranti nel primo paese dove hanno depositato una domanda d’asilo, ciurlano nel manico. Gli eurobalivi vorrebbero infatti rottamarli. Le conseguenze per la Svizzera sarebbero assai negative: dovrebbe tenersi ancora più finti rifugiati. A maggior ragione se le frontiere, in ottemperanza ai fallimentari accordi di Schengen, resteranno spalancate. E poco ma sicuro che i camerieri dell’UE in Consiglio federale intendono continuare a sottomettere il Paese ai Diktat Schengen: hanno appena commissionato ad Ecoplan lo studio farlocco per farsi dire che uscire da Schengen costerebbe uno sproposito (?).

Il Dipartimento Simonetta sta forse facendo spazio ad un numero maggiore di migranti economici in vista della fine o dell’azzoppamento dei rinvii Dublino? E naturalmente lo spazio lo si fa in casa dei ticinesotti…

Kompagna Sommaruga, te la diamo noi la messa in funzione anticipata del nuovo centro per finti rifugiati di Balerna, segno evidente che la Sezione della Migrazione si  aspetta il “caos asilo” in tempi brevi. Altro che aumentare i posti d’accoglienza in Svizzera. Chiudere le frontiere e costruire una bella barriera sul confine, come quella dell’Ungheria!

Lorenzo Quadri