Multikulti allo sbaraglio E da noi non è meglio…

Francia: algerina non dà la mano ai funzionari che la stavano naturalizzando

 

Evviva il multikulti (si fa per dire, ovviamente!).  E’ notizia di questi giorni che la Francia ha negato la naturalizzazione ad una donna algerina. Costei si era rifiutata di stringere la mano ai funzionari maschi che le stavano conferendo la cittadinanza. Ci sarebbe anche mancato che le cose fossero andate diversamente. La domanda da porsi è come la signora in questione, che evidentemente l’ “integrazione” nemmeno sa dove stia di casa, sia potuta arrivare ad un passo dall’ottenimento del passaporto di un paese UE. Se inoltre la donna fosse stata più furba – molti suoi correligionari lo sono – e per quell’unica occasione avesse fatto uno strappo alla regola e avesse dato la mano agli uomini, oggi l’UE si ritroverebbe con un’estremista islamica in più dotata di passaporto comunitario. Con tutte le conseguenze del caso.

Dalle nostre parti…

Inutile dire che se la vicenda si fosse verificata alle nostre latitudini, qualcuno – i soliti noti – si sarebbe immediatamente erto a difesa dell’aspirante cittadina elvetica. Perché si sa che da certe $inistre parti, ogni straniero ha diritto alla naturalizzazione, e “il solo fatto che presenti richiesta dimostra che è sufficientemente integrato”(la bestialità testé riportata non è frutto di fantasia: è stata pronunciata negli anni scorsi davanti al Gran Consiglio ticinese da un deputato P$).

Del resto, in una scuola della Svizzera interna, la direttrice gauche-caviar ha tollerato che degli alunni musulmani non dessero la mano all’insegnante, in quanto donna.

Che bella prospettiva!

I politikamente korretti e moralisti a senso unico, a suon di denigrazioni personali e di accuse di “razzismo e fascismo” a chi osa pensarla diversamente da loro, vogliono creare una società con regole differenziate. Ovvero: si fanno delle eccezioni alle nostre leggi per gli immigrati in arrivo “da altre culture”. Guai ad imporre ai migranti (spesso e volentieri migranti economici) di adeguarsi! Ognuno deve potersi fare i propri comodi in casa nostra. E arriverà il giorno in cui le regole altrui avranno il sopravvento sulle nostre.

In Belgio è stato creato il partito islamico, con il preciso obiettivo di introdurre la sharia nel paese. Anche da noi prima o poi vedranno la luce formazioni analoghe. Le quali, grazie alle naturalizzazioni facili volute dalla partitocrazia multikulti, potranno fin da subito contare su un importante zoccolo duro di elettori neo-svizzeri non integrati. L’immigrazione scriteriata e la natalità faranno il resto.

Ecco il bel futuro che ci stanno preparando i politikamente koretti. E intanto le femministe $inistrate si indignano per il divieto di burqa, e sdoganano perfino l’oppressione della donna in nome del sacro dogma del multikulti e del “devono entrare tutti”.

Lorenzo Quadri

Economia ticinese in crescita… ma per chi?

Proseguono le indagini farlocche per puntellare la devastante  libera circolazione

Proprio vero che l’establishment spalancatore di frontiere non sa più che fetecchiate inventarsi per fare il lavaggio del cervello al popolazzo e convincerlo che la devastante libera circolazione delle persone è una figata pazzesca, e quindi va mantenuta a tutti i costi!

Ultima tra le varie ricerche e studi farlocchi realizzati per far credere che “tout va bien, Madame la Marquise” (vedi le prodezze di SECO, IRE e compagnia cantante): l’indagine dell’Ustat (Ufficio cantonale di statistica) secondo cui l’economia ticinese sarebbe la più dinamica della Svizzera.Nientepopodimeno! E a cosa sarebbe dovuto cotanto favoloso dinamismo? Evidentemente – questo è il messaggio, nemmeno troppo subliminale, che si vuole trasmettere –  è dovuto ai “favolosi” accordi bilaterali, alla “sacra ed intoccabile” libera circolazione, all’ “immigrazione che porta ricchezza”! Certo, come no!

Chi ci guadagna?

Peccato che questi tentativi propagandistici travestiti da studi scientifici non se li beva più nemmeno il Gigi di Viganello.

In base a quali cifre si racconta che il Ticino  godrebbe di una spettacolare crescita economica – e quindi chi sostiene che invece dalle nostre parti esista un grave problema occupazionale causato in primis dall’invasione da sud è un becero populista e razzista?

Sostanzialmente in base a due dati: il numero di nuove aziende presenti sul territorio è aumentato del 17.1% tra il 2011 ed il 2015, mentre i nuovi posti di lavoro creati sono cresciuti del 7.1%.

Chissà perché, c’è come il vago sospetto che queste percentuali non dicano tutto. Alcune domandine nascono infatti spontanee: ma queste nuove aziende create, a chi fanno capo? Si tratta di società ticinesi o di ditte-foffa importate da Oltreramina che assumono solo frontalieri, e poi magari dopo breve tempo chiudono i battenti, lasciando indietro stipendi non pagati e una scia di “puff” con fornitori ed enti pubblici?

E poi: quante di queste nuove aziende sono ancora operative? E quante fanno capo sempre agli stessi furbetti dell’italico quartierino che aprono e chiudono società a tempo di record perché hanno trovato in questo sfigatissimo Cantone “ul signur indurmentàa”?

Quanto ai posti di lavoro. Si dà il caso che da anni ormai in Ticino il numero di nuovi impieghi creati sia uguale a quello dei nuovi permessi G.Questo vuol dire che ad approfittare della presunta “crescita” non sono i ticinesi, bensì i frontalieri! Sono loro che vengono assunti (magari da aziende gestite da connazionali): ed infatti, ma guarda un po’, le cifre ticinesi su assistenza e precariato polverizzano un record dopo l’altro.Sarebbe questa la spettacolare “crescita” dell’economia ticinese? Crescita per chi? Pori nümm!

Lorenzo Quadri

Il lavaggio del cervello per ingerlarci l’accordo quadro

Altro che firmare nuovi trattati con Bruxelles: bisogna disdire quelli attuali!

 

Come volevasi dimostrare il neo-ministro degli Esteri KrankenCassis, doppio passaporto fino a “cinque minuti” prima dell’elezione in Consiglio federale, insiste con la ciofeca dell’accordo quadro istituzionale con l’UE. Il quale accordo comporta che, negli ambiti da esso regolati, in casa nostra comandano i balivi di Bruxelles. Non i cittadini svizzeri. Il meccanismo è ben visibile con i fallimentari accordi di Schengen e con la direttiva UE per disarmare i cittadini onesti. Con il pretesto che questa direttiva fa parte dell’acquis Schengen, tale ciofeca viene imposta anche alla Svizzera, in quanto Stato firmatario. E questo malgrado sia contraria alle  nostre leggi, alle nostre tradizioni ed alla nostra volontà popolare. Non si capisce come mai, però, la Repubblica Ceca – che è un Paese membro UE – possa invece tranquillamente rifiutare le modifiche al proprio diritto sulle armi che i balivi UE vorrebbero imporre. Sono solo gli svizzerotti fessi a venire “minacciati” con la disdetta degli accordi di Schengen nel caso di rifiuto del nuovo Diktat UE?  Minaccia per modo di dire, dato che la fine del regime-Schengen sarebbe per noi una benedizione; ma questo è un altro discorso.

L’interesse della Svizzera…

Il buon KrankenCassis è stato membro della Pro Tell, associazione che si batte per un diritto liberale delle armi, per accattarsi qualche voto parlamentare. Ne è però uscito dopo un battito di ciglia per poi schierarsi sul fronte opposto.

il neo ministro degli esteri non ha difeso in alcun modo l’autonomia degli Svizzeri dagli eurobalivi che pretendono di imporci il loro diritto delle armi. La stessa cosa accadrà, poco ma sicuro, nell’ambito dello sconcio accordo quadro istituzionale. Di cui il ministro degli Esteri continua, tra l’altro, a parlare. Chiaro tentativo di lavaggio del cervello. Secondo l’ultima versione, le trattative a livello tecnico con Bruxelles si potrebbero concludere entro l’estate. Ma anche no! E questa sarebbe una bella notizia? E’ inutile che KrankenCassis continui ad imbonirci con la storiella che si sottoscriveranno solo accordi nell’interesse della Svizzera. L’interesse della Svizzera imporrebbe di non sottoscrivere nessun nuovo accordo con l’UE, ed anzi disdirne qualcuno degli esistenti.Vedi libera circolazione delle persone, vedi Schengen, tanto per citare un paio di esempi. E’ chiaro che KrankenCassis l’accordo quadro lo vuole eccome, proprio come il suo predecessore Burkhaltèèèr. E questo in barba agli interessi della Svizzera. La musica non è affatto cambiata. Faremo bene a rendercene conto.

Il piazzista tedesco

E’ poi evidente che l’UE vuole imporre l’accordo quadro alla Svizzera per comandare in casa nostra. Nei giorni scorsi è giunto a Berna il presidente tedesco, tale Frank-Walter Steinmeier, SD, uno che nemmeno in Germania sanno chi sia. Il quale ha pensato bene di venire a raccontare agli svizzerotti immonde fetecchiate del tipo: “L’Unione europea non è un nemico della Svizzera”. Di sicuro non è un amico. E’ un’entità che si fa gli affari propri a scapito nostro. E quindi, se continua a ripeterci che dobbiamo firmare l’accordo quadro istituzionale, è perché ciò rientra nel suo interesse; non certo nel nostro.

Cominciamo inoltre ad essere stufi di vedere che qualsiasi politicante straniero in visita nel nostro paese – compresi quelli, come il $inistrato Steinmeier, che nemmeno a casa loro contano un tubo – si crede nella posizione di calarci lezioni su come ci dobbiamo comportare con l’UE. Ma stiamo scherzando?

Starsene a casa

Oltretutto l’alto papavero germanico parla pure a vanvera. O meglio: il ghost writer pagato dal contribuente tedesco che gli prepara gli interventi scrive a vanvera. Infatti nello stesso discorso il kompagno “Frank-Walter” è riuscito ad elogiare la democrazia svizzera e a fare propaganda per l’accordo quadro. Il quale però con la democrazia non c’entra un tubo.  A volerlo fortissimamente è la casta,  con l’intenzione di togliere potere al popolazzo becero che “vota sbagliato”.  Il tedesco, dunque, ci racconta tutto e il contrario di tutto.

Altro che dare cene di gala in onore di Steinmeier. Lo sconosciuto signore avrebbe dovuto essere imbarcato sul primo volo in partenza per Berlino.

L’europeista Cassis si metta l’anima in pace: non vogliamo nessuno accordo quadro con l’UE, non vogliamo nessun Diktat di Bruxelles sulle armi, e qualsiasi piazzista europeo che avesse una mezza idea di arrivare da noi per tentare di sbolognarceli, è cordialmente invitato a starsene a casa propria.

Lorenzo Quadri

“La scuola che (non) verrà”: la parola passa ai cittadini

Le firme contro la “riforma rossa” ci sono: ma i raccoglitori insultati e minacciati

Il referendum contro la riforma-Bertoli “La scuola che (speriamo non) verrà” dovrebbe essere riuscito. La conferma ufficiale non c’è ancora, ma il numero di firme raccolte mette al riparo da brutte sorprese.

La riuscita del referendum è senz’altro è una bella notizia: il popolo ticinese si potrà esprimere su un tema di grande importanza politica e finanziaria.

Il disastro dietro l’angolo

Importanza politicaperché, è ovvio, dal futuro della scuola, della formazione scolastica, dipende il futuro della nostra società. E serve a poco riempirsi la bocca con slogan sui ticinesi che “devono essere i migliori” quando poi si pongono le basi per far sì che i “migliori” siano  gli altri. Grazie alla devastante libera circolazione voluta dalla partitocrazia, quella che poi ti va ad appoggiare “La scuola che (speriamo non) verrà”, sul mercato del lavoro i giovani ticinesi sono esposti ad una concorrenza vieppiù agguerrita. Sempre più ticinesi, e non solo giovani, dovranno fare fagotto ed emigrare oltregottardo per avere un futuro. Questo è quanto ha voluto il triciclo PLR-PPD-P$ con la libera circolazione delle persone. E davanti a questa realtà, proprio il triciclo ci viene a cianciare di “democrazie della riuscita”  e di conseguenti livellamenti verso il basso?

Se la società è selettiva –  lo è sempre di più e sappiamo grazie a chi – la scuola non può andare nella direzione diametralmente opposta, perché il disastro è dietro l’angolo.

La “scuola rossa” ticinese sarebbe poi agli antipodi di quel che accade nella maggioranza degli altri Cantoni: e allora una qualche domandina su chi sta toppando bisognerebbe magari porsela.

Ideologia?

Naturalmente si dirà, anzi Bertoli lo sta già dicendo, che il referendum contro “La scuola che verrà” è “ideologico” visto che proviene da “destra” (Udc, Lega e dintorni). Chiaro: per la gauche-caviar tutto quello che arriva dalla parte “sbagliata” non è mai la risposta ad un problema reale; sono solo pippe mentali in nome di un’ “ideologia”, intesa come sinonimo politikamente korretto di “fissazione da rimbambiti”. Ma bravi!  E la scuola rossa proposta dal DECS – da cui i partiti cosiddetti di centro si sono fatti infinocchiare –, forse che non è ideologica?

La scuola è di tutti

Il passato recente (votazione sulla civica) ha confermato che non necessariamente il popolo ticinese condivide le posizioni sulla scuola della $inistra al caviale. Quest’ultima considera la scuola pubblica come proprio territorio esclusivo. Ma si dimentica che essa è, come dice il nome, pubblica. Quindi di tutti i cittadini. Compresi quelli che ro$$i non sono.

Proprio perché la scuola è di tutti, è importante che alla votazione sulla “scuola che verrà” partecipino tutti. Non avere figli, o non averne più in età scolastica, non è un motivo per chiamarsi fuori. Anzi, a maggior ragione chi dovrà pagare il costo esorbitante della scuola rossa (6.7 milioni per la sperimentazione triennale e almeno 35 milioni all’anno per il progetto “a regime”) senza (più) avere figli che la frequentano, ha un legittimo interesse a che i soldi delle sue imposte vengano utilizzati bene, visto che ce li mette senza un ritorno diretto. E spendere 35 milioni in più ogni anno per abbassare il livello di preparazione dei giovani ticinesi in nome dell’ideologia egualitarista rossa e della non-selezione non è un buon utilizzo del denaro pubblico. Non è perché con la riforma-Bertoli si spenderebbe di più per la scuola che questo implica automaticamente un suo miglioramento.

La pillola lieviterà

Oltretutto la cifra di 35 milioni all’anno è pure destinata a lievitare dal momento che le conseguenze della “scuola che (speriamo non) verrà” sull’edilizia scolastica comunale sono ancora sconosciute e tutte da valutare. L’importanza finanziariadel tema è tale che già da sola basterebbe a giustificarne la messa in votazione popolare. Del resto se in Ticino esistesse il referendum finanziario obbligatorio in vigore in 18 Cantoni, la chiamata alle urne avverrebbe in automatico.

Raccoglitori minacciati

La raccolta delle firme per questo referendum non è stata semplice. Alcuni raccoglitori sono stati insultati e minacciati dai soldatini della $inistra partito dell’odio. Chiaro: i $inistrati pensano di essere gli unici a poter lanciare dei referendum. Guai se i detestati “nemici” osano fare la stessa cosa; a maggior ragione contro una riforma rossa. Morale, legalità, diritti popolari: per i kompagnuzzi valgono solo a senso unico. Cioè quando fa comodo a loro. Del resto, da un’area politica che pretendeva di rifare il “maledetto voto” del 9 febbraio poiché l’esito non le era gradito, ci si può forse attendere che rispetti i diritti popolari? Ma va là!

Del resto il buon Bertoli ha tacciato di “mente contorta” i promotori del referendum contro la sua riforma scolastica. Non risulta che abbia riservato analoghe amabilità a chi ha referendato la riformetta fisco-sociale.

I docenti ci sono

Altro dato degno di nota: parecchi docenti hanno contribuito alla riuscita della raccolta di firme contro “La scuola che verrà”. Lo hanno fatto da dietro le quinte, comprensibilmente preoccupati per possibili ritorsioni. Però lo hanno fatto. A dimostrazione che  – contrariamente a quanto raccontano i vertici del DECS – l’accettanza della riforma da parte del corpo insegnante è, per usare un eufemismo, piuttosto scarsina.

Lorenzo Quadri

 

Svizzera corridoio a basso costo per TIR UE in transito

Se l’Austria alza le tariffe al Brennero, i camion si riverseranno in massa da noi?

Ma guarda un po’, a quanto pare gli amici austriaci ci stanno preparando un bel regalino! Vienna infatti intende “scoraggiare” i transiti di TIR dal Brennero. Questo perché tali transiti sono aumentati notevolmente. Nei primi due mesi del 2018 è infatti stata registrata una crescita di ben 58mila passaggi e l’Austria intende correre ai ripari. Come? Aumentando i pedaggi ed imponendo un limite quantitativo: al massimo 300 “bisonti” all’ora nel mese di maggio.

Gli eurobalivi hanno già comunicato che introdurre il tetto massimo di 300 camion all’ora “sa po’ mia”. Vedremo però se a Vienna si lasceranno impressionare da Diktat di questo tipo e caleranno le braghe, come farebbero a Berna nel giro di pochi secondi, o se invece…

Ringraziamo Moritz Leuenberger

Per contro, gli eurobalivi non hanno apparentemente nulla da eccepire a proposito dell’aumento del pedaggio al Brennero. Il che ha suscitato preoccupazione sotto le cupole federali. Preoccupazione giustificata. Infatti, in caso di importante rincaro del Brennero, passare attraverso la Svizzera diventerebbe particolarmente conveniente per il traffico parassitario nord-sud e sud-nord. C’è dunque da temere un travaso in massa di bisonti UE dall’Austria  verso il nostro Paese? La SRF (poco sospetta di antieuropeismo) ha i titolato: “una valanga di camion minaccia la Svizzera”. Se la minaccia si concretizzerà o meno, lo si vedrà a breve termine. Il rischio comunque non è astratto. Usare la Svizzera come corridoio di transito costa poco. E per questo possiamo ringraziare il compagno rossoverde Moritz “Implenia” Leuenberger. Costui, quando era ministro dei trasporti, nelle trattative con l’UE ha calato le braghe sull’ammontare della tassa sul traffico pesante (TTPCP) per l’attraversamento della Svizzera da Chiasso a Basilea, facendosi di fatto imporre la tariffa da Bruxelles. In base all’accordo sui trasporti terrestri con l’UE, il valore medio ponderato della TTPCP non può infatti superare i 325 franchi per un viaggio da confine a confine (distanza di riferimento Basilea‒Chiasso, 300 km).

Peccato che inizialmente la Svizzera volesse 620 Fr, mentre l’UE ne proponeva 320. Inutile dire che la cifra effettiva è stata quella decisa dagli eurobalivi. Ennesimo esempio di cosa portano a casa i negoziatori bernesi nelle trattative con l’UE. Sicché, se oltre alla devastante libera circolazione delle persone salta anche l’accordo sui trasporti terrestri, di certo non ci strappiamo i capelli; anzi.

Se la prendono con gli automobilisti

Le prodezze dell’ex ministro dei trasporti rossoverde Leuenberger che ha svenduto il paese, però, i kompagni si guardano bene dal ricordarle. Specie quando discettano sull’inquinamento dell’aria. Macché: gli ambientalisti “elvetici” (elvetici, spesso e volentieri, per modo dire) si preoccupano in prima linea di penalizzare gli automobilisti. Naturalmente solo quelli residenti. Vedi il maldestro tentativo dei giorni scorsi di agganciarsi allo “slow up day” (manifestazione di promozione della mobilità lenta), che si tiene una volta all’anno, per riesumare le domeniche senz’auto (ideologia anni Settanta) da però introdurre ogni mese.

E i 65’500 frontalieri e le svariate migliaia di padroncini che entrano quotidianamente in Ticino uno per macchina? Forse che non inquinano? Ah no, a quel proposito nulla da dire. Citus mutus. Guai ad ostacolare l’invasione da sud! La libera circolazione delle persone non si tocca, le frontiere spalancate nemmeno. Insomma, Verdi sì, ma come le angurie: rossi dentro. E quindi: frontiere spalancate über Alles!

Lorenzo Quadri

 

Scuola ro$$a e referendum: sono davvero tutte frottole?

Bertoli sbrocca contro il “Mattino bugiardo”. Ma è lui che non la racconta giusta…

 

Al direttore del DECS compagno Manuele “Bisogna rifare la votazione del 9 febbraio” Bertoli, non è piaciuto l’ultimo articolo che il sottoscritto ha osato pubblicare sul Mattino a proposito della riforma “La scuola che (speriamo non) verrà”. Niente di strano, trattandosi di uno scritto contro la riforma medesima ed a sostegno del referendum. Il fatto che il Consigliere di Stato si produca in lunghi botta e risposta sulla “scuola rossa” – lo ha fatto anche con interlocutori come il Prof. Zambelloni, peraltro assai più qualificato del sottoscritto in materia di scuola e pedagogia – denota un certo nervosismo. Forse che l’asfaltatura rimediata in autunno con la votazione sull’insegnamento della civica ha insegnato che in Ticino la scuola pubblica non è appannaggio di una determinata area politica, che può fare e disfare a piacimento senza che nessuno abbia a metterci il becco?

Tutte balle di fra’ Luca?

Secondo il direttore del DECS, sono frottole che la “scuola rossa” non è sostenuta dai docenti, sono frottole che la riforma è ideologica, sono frottole che il tandem PLR-PPD si è fatto infinocchiare, sono frottole che il rapporto che verrà stilato dopo i tre anni di sperimentazione sarà “compiacente” (eufemismo). Insomma: tutte balle di fra’ Luca! La scuola rossa è una figata pazzesca e qualsiasi argomento contrario non può che essere una perfida menzogna partorita da “menti contorte”!

Vediamo di rimettere il campanile – o il minareto, per rimanere su un edificio più gradito al partito del ministro socialista – centro del villaggio.

Risulta infatti che:
– l’86% di docenti non ha risposto al sondaggio sulla “scuola rossa”, evidentemente in segno di dissenso (perché se gli insegnanti fossero stati d’accordo con la proposta del capodipartimento l’avrebbero senz’altro comunicato; e dire di no ad un sondaggio online significa farsi sgamare subito);
– l’89% di quelli che hanno risposto alle 103 domande (perché non 1030 già che c’eravamo?) hanno detto di essere contrari alla sperimentazione nella loro sede.
– Alla consultazione scritta hanno partecipato 10 sedi di scuola media su 35.
Davanti a queste cifre, è un po’ avventuroso parlare di riforma sostenuta dai docenti. Consenso, per me, è un’altra cosa. Ma probabilmente, in quanto membro del comitato referendario, ho la “mente contorta” (ringrazio il direttore del DECS per la calzante definizione).

La logica della siepe

Che la riforma-Bertoli sia improntata all’egualitarismo ideologico (stessi risultati per tutti) di sinistra, non è l’ennesima fantasia dei soliti populisti e razzisti con la mente contorta. A parte che lo hanno ribadito specialisti del calibro del già citato prof. Zambelloni intervistato dal portale Ticinolive (intervista che vale la pena leggere), l’andazzo emerge dai documenti ufficiali sulla “scuola che (speriamo non) verrà”. Lì – tra un mare di incredibili contorsionismi – si legge che la differenziazione pedagogica serve proprio a “promuovere il passaggio da una democrazia delle possibilità verso una democrazia della riuscita”. Se questo non è egualitarismo e conseguente livellamento verso il basso (la logica della siepe: per portare tutti gli arbusti alla stessa altezza, la siepe si abbassa sempre di più)…

Studi farlocchi

Quanto alle verifiche taroccate, per farsi dire quello che si vuole sentire, il CdS Bertoli ci scuserà, ma non siamo proprio nati ieri: le statistiche farlocche della SECO e dell’IRE su disoccupazione ed effetti del frontalierato in Ticino sono un esempio illuminante di come funziona il meccanismo. Basta attribuire al verificatore il mandato “giusto”, con gli indicatori “giusti”, ed il gioco è fatto. Se poi il verificatore dovesse per disgrazia anche essere legato a filo doppio con il Dipartimento…
Si ribadisce anche che i partiti cosiddetti borghesi – a cominciare dal PLR che ha retto il DECS per oltre un secolo ed ora si trova ridotto al ruolo di ancella – si sono fatti, platealmente, infinocchiare. Questo è un merito del capodipartimento. Il PLR ha proposto un modello alternativo destinato ad ingloriosa asfaltatura, ciò che non farà che rafforzare la “scuola rossa” proposta da Bertoli e dai vertici, parimenti ro$$i, del DECS.
Senza dimenticare che la “scuola che (speriamo non) verrà” costerà 35 milioni all’anno (come la riforma fisco-sociale la quale però, secondo la maggioranza del partito di Bertoli, provocherebbe apocalissi finanziarie nei conti pubblici, mentre per la scuola rossa i soldi ci sono). La sperimentazione triennale, dal canto suo, di milioni ne costerebbe 6.7.

Visto che il referendum contro la riforma-Bertoli pare essere riuscito – manca ancora la conferma ufficiale, ma il numero di firme raccolto dovrebbe mettere al riparo i promotori da sgradite sorprese – il popolo ticinese avrà la possibilità di dire la sua su un tema di grande importanza, sia politica che finanziaria.

Lorenzo Quadri

 

Cassa malati: ridateci le franchigie sulla sostanza

Cantone, i soldi ci sono: finiamola di penalizzare i proprietari di una casetta

 

Ah beh, questa ci mancava. Visto che i premi di cassa malati, per ovvi motivi, fanno sempre notizia, di recente la stampa d’Oltralpe ha pensato bene di dare visibilità alla boutade della direttrice della cassa malati CSS, tale Philomena (notare il “Ph”) Colatrella. Dall’alto del suo megastipendio, la signora Colatrella (patrizia di Corticiasca o di Gurtnellen?) si è accorta, bontà sua, che per i cittadini “la soglia del dolore per quanto riguarda la sopportabilità economica dei premi di cassa malati è ormai stata raggiunta”.  Ohibò, e chi sono quelli che si sono fatti gli attributi di platino tempestati di diamanti grazie all’esplosione dei costi dell’assicurazione malattia? Forse i manager cassamalatari come la Philomena?

Ecco allora arrivare la Frau Colatrella che annuncia urbis et orbis la sua ricetta per abbassare i premi: portare la franchigia minima – minima! Non la massima! – a 10mila Fr. Corbezzoli! Subito un Nobel per l’economia! Perché non a 100mila Fr, già che ci siamo?

Certo che se la grande maggioranza dei cittadini si deve pagare per intero le cure mediche di tasca propria, chiaro che i premi di cassa malati si abbassano. Ma a questo punto la domanda è: per quale motivo bisognerebbe continuare a pagare un premio? La franchigia minima a 10mila Fr equivale praticamente a regalare il premio ai cassamalatari. Per tanto così, aboliamo direttamente l’assicurazione malattia obbligatoria.

Chi se la beve?

E’ chiaro che, come in tutti gli ambiti, anche in quello dell’assicurazione malattia la responsabilità individuale è importante.  Non bisogna andare dal medico per niente, ovvio. Ma non andarci quando c’è bisogno fa solo peggiorare lo stato di salute e di conseguenza aumentare i costi. E la soluzione Colatrella. con la franchigia di 10mila Fr, obbliga di fatto il ceto medio a non andare dal medico. Diciamo quello medio perché per quello basso ci si inventerebbe qualche forma sussidio (naturalmente pagata dal contribuente).

Ma far schizzare verso l’alto la franchigia minima per abbassare i premi è una soluzione efficace? Non ce la beviamo! Non solo si penalizza chi ha bisogno di cure; ma – poco ma sicuro – nel giro di qualche anno i premi ritornano al livello iniziale. Così i cittadini restano cornuti e mazziati.

Utili BNS

La Lega ha a più riprese sostenuto la cassa malati pubblica, sia federale (sappiamo come è andata a finire) che cantonale (in questo caso la partitocrazia ha addirittura impedito ai ticinesi di votare sull’iniziativa popolare della Lega). Il tema delle casse malati pubbliche intercantonali va ripreso. In Romandia a tal proposito i governi cantonali sono “sul pezzo”. Da noi invece…
Visto poi che la Confederazione fa utili miliardari, e addirittura la Banca nazionale nel 2017 ha realizzato 54,4 miliardi di fr (sic!) di utili (più del doppio rispetto al 2016), cominciamo ad usare un po’ di questi soldoni per abbassare i premi di cassa malati. E inoltre, anche risparmiando sugli stipendi dei troppi super manager cassamalatari come la Signora Colatrella i costi della salute un po’ si abbassano. Va poi da sé che gli 1.3 miliardi di Fr di contributo coesione che i camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno promesso in regalo a Bruxelles, devono rimanere in Svizzera. E vanno  destinati a diminuire i costi dell’assicurazione malattia ai cittadini.

I proprietari di casetta

Ricordiamo inoltre che anche in Ticino i conti vanno meglio: vedi il tesoretto da oltre 114 milioni di Fr scoperto nel Consuntivo cantonale 2017. E allora si potrebbe cominciare col rendere retroattiva qualche misura di risparmio sui sussidi per la riduzione del premio di cassa malati. In particolare, si potrebbe ripristinare la franchigia sulla sostanza. Prima dell’introduzione del nuovo sistema di calcolo dei sussidi di cassa malati (inizio 2012) tale franchigia ammontava a 150mila Fr per le persone singole e a 200mila per le famiglie. La sua eliminazione ha penalizzato pesantemente i proprietari di una casetta o appartamento, i quali si sono visti falciare di netto gli aiuti per il pagamento dei premi di assicurazione malattia. Come se non bastasse, qualche anno dopo, grazie al DFE targato PLR, sempre gli stessi proprietari di una casetta o di un appartamento sono stati ulteriormente spremuti tramite le stime immobiliari gonfiate per fare cassetta.

Fare marcia indietro

E’ tempo di fare retromarcia, e al proposito è bene ricordare che già nel febbraio 2012 la Lega – primi firmatari Amanda Rückert e Daniele Caverzasio – aveva presentato in Gran Consiglio un’iniziativa parlamentare per la reintroduzione delle franchigie sulla sostanza per i sussidi di cassa malati. Il Consiglio di Stato ha preso posizione – con calma – sulla proposta con il Messaggio governativo 7105, che risale al luglio 2015. Naturalmente il governo si produce in una lunga sequenza di pippe mentali per giungere alla conclusione che reintrodurre le franchigie “sa po’ mia”!

Il Messaggio risulta a tutt’oggi inevaso. E’ forse ora, visto che sono passati ormai quasi tre anni, che il Gran consiglio lo evada. E che lo evada nel senso dell’iniziativa Rückert-Caverzasio. Ossia, reintrodurre le franchigie sulla sostanza, rimediando così al danno fatto sei anni fa con la loro eliminazione. Perché i soldi ci sono.

Lorenzo Quadri

 

 

Leuthard senza vergogna: vuole la SSR per migranti

“No critici” al No Billag presi per i fondelli alla grande: tutto come prima? Peggio!

La proposta di nuova concessione alla TV di Stato contraddice clamorosamente tutte le promesse fatte prima della votazione popolare sull’iniziativa contro il canone. Chi si è fatto infinocchiare dai  blabla dell’emittente di regime e della Doris uregiatta è servito! Ben gli sta!

Proprio come avevamo previsto: passata la festa, gabbato lo santo! Prima del 4 marzo scorso, data della votazione sulla “criminale” iniziativa No Billag, l’emittente di regime si è prodotta  in ogni sorta di promessa di emendarsi. Non ha risparmiato i toni catastrofisti e lacrimosi. Purtroppo molti cittadini ci sono cascati ed hanno votato il famoso “No critico” all’iniziativa per l’abolizione del canone. Ovvero: voto No, ma a patto che voi (emittente di regime) cambiate finalmente rotta. Così come avete promesso di fare.

Adesso vediamo in quale considerazione vengono tenuti i tanti cittadini che hanno votato “No critico” al No Billag: Cornuti e mazziati!

La radioTV di Stato – che, con i soldi del canone, il “servizietto”  lo fa all’establishment multikulti e spalancatore di frontiere; altro che servizio pubblico – ha dunque preso per i fondelli i cittadini. Lo stesso ha fatto la ministra delle telecomunicazioni: ovvero la Doris uregiatta (quella che, tanto per dirne una, regge la coda ad oltranza alla direttrice della Posta Susanne “un milione all’anno” Ruoff).

Aprire gli occhi

Ed infatti la proposta di nuova concessione alla SSR per il periodo 2019 – 2022, appena approdata alla commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale (ma la concessione la decidono i sette camerieri dell’UE, il parlamento può al massimo fare delle proposte) è un’autentica presa per i fondelli. La clamorosa e svergognata smentita di tutte le promesse fatte prima del 4 marzo e a cui, malauguratamente, in tanti hanno abboccato. Adesso i “No critici” al No  Billag dovranno giocoforza aprire gli occhi. Ma purtroppo è tardi.

Tutto dimenticato

Tanto per cominciare. Nella nuova concessione alla SSR, non si accenna neppure a “fare con meno”, a “ridimensionarsi”, così come promesso in tutte le salse prima della votazione sul canone. Colpo di spugna! Tasto Reset! Al contrario, la TV di Stato viene invitata a dilagare nel settore online,facendo in questo modo concorrenza sleale (dopata con i soldi del canone) agli operatori privati. Chiaro: la casta vuole controllare e manipolare, con i soldi del canone più caro d’Europa, anche le informazioni in rete. (Del resto, le web news sono un settore in crescita. Il TG della Pravda di Comano invece, ormai ridotto a bollettino parrocchiale del P$, non se lo fila più nessuno). Espandersi vuol dire costare di più. Chi paga? Il cittadino, con il canone più caro d’Europa!

Intrattenimento?

Non ancora contenti, la Doris ed i suoi reggicoda continuano a montare la panna sull’intrattenimento SSR. Un segmento che andrebbe semmai stralciato dal servizio pubblico. Perché proporre quiz cretini, magari con concorrenti frontalieri, e serie ribollite, non è servizio pubblico. E non può essere fatto pagare a tutti i cittadini, compresi quelli che non guardano la TV. Forse qualcuno crede ancora di essere negli anni 50. Con il moltiplicarsi dei canali, delle TV tematiche, con  internet, la rivoluzione digitale, Youtube, Netflix e chi più ne ha più ne metta, chi ha ancora bisogno della televisione di Stato per farsi propinare l’intrattenimento… di Stato? E’ evidente che questo settore non ha alcun futuro. E’ un morto che cammina. O piuttosto: è un piano occupazionale per far lavorare amici, parenti, raccomandati ed immanicati vari.

TV per migranti

L’intrattenimento dovrebbe semmai limitarsi a quel che attiene alla promozione delle tradizioni e delle particolarità del nostro Paese. Ma la direzione che si vuole ufficialmente prendere è proprio quella opposta. E qui arriva la magistrale (?) prestazione della Doris uregiatta: incaricare esplicitamente la SSR (che non aspettava altro) di fare la radiotelevisione per migranti. Con la missione di reggere la coda all’immigrazione scriteriata. Di praticare il lavaggio del cervello agli svizzerotti “chiusi e gretti” affinché facciano entrare tutti. Lo sconcio proposito è contenuto nell’articolo 14 della nuova concessione: “La popolazione “con passato migratorio” (nuovo eufemismo per dire: gli stranieri) in Svizzera aumenta sempre di più (grazie a chi?, ndr) e la SSR deve considerare questa realtà nella sua offerta, promuovere l’integrazione e la comprensione reciproca”e avanti con le trite fregnacce politikamente korrette. Il disegno è chiaro: usare i soldi del canone più caro d’Europa per fare politica multikulti, pro – frontiere spalancate, pro – immigrazione scriteriata, pro – islamizzazione della Svizzera. Ed inserirlo a chiare lettere nella concessione. Già adesso la SSR, invece di informazione di servizio pubblico, produce e diffonde propaganda politica per il  “devono entrare tutti”. Immaginiamo il giorno in cui dovesse venire incaricata ufficialmente di farla, tale propaganda. Questa bella pensata della Doris e dei suoi reggicoda giustificherebbe già da sola l’azzeramento del canone.

Vogliono sempre più soldi!

E le sconcezze non sono finite. Altro che plafonare le entrate della SSR come era stato promesso prima della votazione sul No Billag. Con la nuova concessione, e segnatamente con l’articolo 40, si fa proprio il contrario.  La disposizione recita infatti: “La SSR può far valere al massimo (!) ogni quattro anni nuove necessità finanziarie(…) restano riservate situazioni straordinarie”.

Senza vergogna! La casta vuole dare sempre più soldi (soldi nostri) all’emittente di regime. Vuole permetterle di dilagare nell’online, vuole gonfiarla sempre di più a scapito della pluralità dell’informazione e quindi a danno della democrazia, vuole incaricarla esplicitamente di fare il lavaggio del cervello alla popolazione a sostegno del multikulti, del “devono entrare tutti” e dell’islamizzazione della Svizzera. Davanti ad un simile schifo, la risposta può essere una sola: lanciare subito l’iniziativa per abbassare il canone a 200 Fr! Perché dal No Billag, e le dimostrazioni fioccano a cadenza quotidiana, i capoccioni dell’emittente di regime (e l’élite spalancatrice di frontiere che la controlla) non hanno imparato assolutamente nulla. Non solo, rimangiandosi senza alcuna decenza tutte le promesse fatte, vanno avanti come prima; vorrebbero fare addirittura di peggio!

Lorenzo Quadri

 

Sempre meglio! Finti rifugiati vendono i permessi sui social

Il tedesco “Der Spiegel” denuncia lo scandalo. Poco ma sicuro che anche in Svizzera…

Nelle scorse settimane, si è appreso della decisione della Segreteria di Stato della Migrazione (SEM) di rivedere lo status di circa 3200 finti rifugiati eritrei. Ciò avviene a seguito di una sentenza del Tribunale amministrativo federale (TAF) dell’agosto dello scorso anno. Il tribunale ha certificato che gli eritrei, ma guarda un po’, non corrono il rischio di subire trattamenti “disumani” in patria. Ah beh, dopo averne mangiate cinquanta fette, anche al TAF si accorgono che era polenta! E’ chiaro che i finti rifugiati eritrei, mantenuti in Svizzera, non sono perseguitati in patria, visto che tanti di loro ci ritornano per le vacanze, perché “lì è più bello”.

Non si è però  capito come mai la SEM voglia rivedere lo statuto di soli 3200 migranti economici eritrei, quando in Svizzera ce ne sono circa 9400: e tutti gli altri?

Niente accordi di riammissione

Nei giorni scorsi anche il console onorario svizzero in Eritrea, Toni Locher, ha dichiarato alla stampa d’Oltralpe che il 99% degli eritrei presenti in Svizzera sono migranti economici. Eppure, secondo la kompagna Sommaruga ed accoliti, “devono entrare tutti”, e devono pure restare. Già, perché i 3200 finti rifugiati eritrei di cui si starebbe rivedendo lo statuto, ammesso e non concesso che si giunga ad un suo ritiro, non è mica sicuro che lascerebbero la Svizzera. Questo perché l’Eritrea non ha sottoscritto alcun accordo di riammissione con la Confederella, ed accetta solo rientri su base volontaria (si può immaginare quanti siano: si contano sulle dita di una mano).  Intanto il ministro degli esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis è in giro per la Svizzera a fare il prezzemolino ad ogni sorta di sagre e sfilate che non c’entrano un tubo con il suo lavoro.

I gruppi su facebook

E dalla Germania è arrivata una nuova puntata della saga dei finti rifugiati. Lo “Spiegel” Online ha infatti pubblicato un interessante approfondimento che racconta come dei migranti economici che hanno ottenuto uno statuto di rifugiato in caso di rientro (definitivo o temporaneo) al loro paese vendono i documenti d’identità rilasciati dallo Stato tedesco. Questo vuol dire che ad arrivare in Germania con questi documenti è poi un’altra persona, sotto mentite spoglie. Fantascienza? Non tanto, perché il commercio è fiorente. Come spiega lo  Spiegel, ci sono degli appositi gruppi su facebook (non a caso i finti rifugiati hanno tutti lo smartphone). E il periodico tedesco racconta anche un caso concreto, di un asilante siriano che ha deciso di rimpatriare e per fargli raggiungere la destinazione i passatori gli hanno chiesto di cedere a loro i suoi documenti.

Altri migranti invece, che sono intenzionati a rientrare in Germania, vendono i loro permessi in patria. Poi annunciano al consolato tedesco di averli persi, e ne chiedono la sostituzione.

Il colmo è che le autorità germaniche sono a conoscenza del traffico illecito: lo Spiegel cita un’analisi confidenziale della polizia federale, dove si legge che: “sui social media sono offerti in vendita soprattutto documenti d’asilo tedeschi”.

Arrivano terroristi islamici

Il pericolo di questa pratica è evidente. Non solo immigrazione illegale, ma anche molto peggio. Chi arriva in Occidente con i documenti di un’altra persona? “Solo” clandestini o anche e soprattutto terroristi? Chi gestisce i gruppi facebook dove si organizza la compravendita? Forse affiliati alla jihad? L’aspetto più inquietante è che il sistema, per quanto incredibile possa sembrare,  funziona. Come afferma allo Spiegel un alto funzionario: “Se si riesce a riprendere completamente l’identità di un’altra persona, vale a dire se si possiedono tutti i suoi documenti rilevanti, solo di rado si viene scoperti”. Allegria!

Chissà perché, c’è come il vago sospetto che non siano solo i documenti d’asilo tedeschi ad essere oggetto di mercimonio. Poco ma sicuro che lo sono anche quelli svizzeri! Vuoi vedere che i finti rifugiati accolti dalla Confederella che tornano al loro paese per le vacanze  ne approfittano anche per portare a termine operazioni di compravendita di permessi come quelle denunciate dallo Spiegel?

Da Berna, naturalmente, giunge il consueto silenzio assordante.

Lorenzo Quadri

Il triciclo tradisce ancora: Schengen “über Alles”!

Armi dei cittadini onesti: la calata di braghe davanti all’UE è ormai cosa fatta

Sul fronte delle armi detenute in Svizzera dai cittadini onesti, la partitocrazia PLR-PPD-P$$ cameriera dell’UE prepara l’ennesima calata di braghe davanti ai Diktat di Bruxelles.

Il tema è noto. Gli eurobalivi dicono di voler combattere il terrorismo islamico (evitando accuratamente, va da sé, di pronunciare quell’imbarazzante aggettivo: “islamico”). E allora cosa fanno? Propongono agli Stati membri di chiudere le frontiere? Appoggiano chi, come il premier ungherese recentemente riconfermato Viktor Orban, dice “basta” all’immigrazione musulmana? Varano misure affinché i jihadisti presenti in Europa vengano espulsi senza tante balle?  Proibiscono i finanziamenti esteri alle moschee ed ai “centri culturali” musulmani? Mettono fuori legge i movimenti islamisti? Certo che no! Anzi, davanti a simili proposte, strillano isterici al razzismo e all’islamofobia. I balivi UE pretendono di combattere il terrorismo islamico disarmando i cittadini onesti. Roba da far ridere i polli, non fosse che  Carnevale è passato da un pezzo. Il colmo è che gli stessi balivi, in virtù dei fallimentari accordi di Schengen (quelli che ci costano 200 milioni di Fr all’anno per obbligarci a NON controllare i nostri confini), pretendono di imporre le loro cappellate anche agli svizzerotti. Presso i quali si trova una serie di particolarità (il famoso modello svizzero) che tra gli Stati eurofalliti non esiste. Come l’arma al domicilio dei militi anche dopo il proscioglimento dall’esercito, il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato e la democrazia diretta.

Come la Corazzata Potëmkin

Le nuove direttive UE sulle armi sono, per citare la Corazzata Potëmkin di fantozziana memoria, una ca_ata pazzesta. Sono del tutto inutili nella lotta al terrorismo islamico.  Inoltre sono ben lungi dall’essere elvetico-compatibili. Quindi, un consiglio federale degno di questo nome, avrebbe dovuto rimandarle al mittente accompagnate da una sonora pernacchia. E magari con la seguente postilla: “cari balivi, non comandate in casa nostra. Non siamo una vostra colonia. Le nostre leggi ce le facciamo noi”.

Ma quale “applicazione pragmatica”?

Invece, e come da copione, succede proprio il contrario. Davanti alle pretese in arrivo dall’UE, il Consiglio federale ha immediatamente abbassato le braghe ad altezza caviglia. La ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, si è sciacquata la bocca con la storiella dell’ “applicazione pragmatica” del Diktat disarmista di Bruxelles. La fregnaccia dell’ “applicazione pragmatica” è simile in tutto e per tutto a quella dell’applicazione “dinamica” del diritto comunitario. In realtà significa applicazione e basta. Cieca obbedienza. Risultato: Bruxelles comanda in casa nostra. Alla faccia delle nostre leggi, delle nostre tradizioni e della nostra volontà popolare. Sì, perché restrizioni al diritto svizzero delle armi sono già state respinte in votazione popolare nel 2011. Sommaruga ed i $inistrati (quelli che nel programma di partito hanno l’adesione all’UE) volevano disarmare gli svizzeri. Il popolo ha detto njet. E adesso, nella migliore (?) tradizione della gauche-caviar spalancatrice di frontiere, lor$ignori vogliono far rientrare dalla finestra ciò che i votanti hanno sbattuto fuori dalla porta. L’aiuto dei balivi di Bruxelles è, per costoro, una benedizione. Pensando di essere convincenti, i Giuda della democrazia aggiungono il sordido  ricatto:  “guardate che se diciamo di no alla direttiva disarmista, salta la partecipazione della Svizzera a Schengen”.E questa dovrebbe essere una minaccia? Uscire da Schengen, per noi, sarebbe una benedizione.

Come se non bastasse, il “ricattino” è frutto dell’ennesima balla di fra’ Luca. Non esiste alcuna “clausola ghigliottina”. La Svizzera sarebbe espulsa da Schengen (uhhh, che pagüüüraaaa!) solo se venisse avviata una procedura in tal senso. Non esiste alcun automatismo. Ma davvero qualcuno è disposto a credere che a Bruxelles ci sia qualcuno interessato a far uscire la Svizzera da Schengen, ciò che porterebbe al ripristino dei controlli sistematici sui nostri confini? Per credere ad una storiella del genere, bisogna essere caduti dal seggiolone da piccoli!

Partitocrazia, vergogna!

Decisamente vergognoso l’atteggiamento dei partiti sedicenti borghesi. Liblab ed uregiatti sono pronti a gettare nel water, senza alcuna remora, non solo il diritto svizzero delle armi, ma la nostra sovranità ed i nostri diritti popolari, blaterando che “bisogna salvare (?) gli accordi di Schengen”. Intanto Stati membri dell’UE, come la Repubblica Ceca, hanno già detto chiaro e tondo che loro delle direttive UE se ne fanno un baffo, e quindi non applicheranno le nuove regole disarmiste che penalizzano solo i cittadini onesti e non certo i terroristi islamici. Nessuno ha fatto un cip. E allora perché la Confederella, che non fa parte della DisUnione europa, dovrebbe (come al solito) calare le braghe? Proprio vero che al peggio non c’è mai fine.

Due fatti  sono evidenti:

  • Non c’è uno straccio di ragione oggettiva per cambiare il diritto svizzero delle armi togliendole ai cittadini onesti. Le attuali regole vanno benissimo. Non causano alcun problema (non siamo gli USA delle sparatorie nelle scuole) e sono state approvate dal popolo.
  • Con la tattica del salame, una fetta alla volta, Berna si genuflette ad ogni pretesa di Bruxelles. Permette agli eurobalivi di dilagare in casa nostra. Contro la volontà popolare; del resto, l’élite spalancatrice di frontiere vuole ridurre gli svizzeri al silenzio. Questo trend pernicioso va assolutamente fermato.

Referendum

Visto che non ci vuole una grande fantasia per prevedere che la partitocrazia PLR-PPD-P$$, cameriera dell’UE, in parlamento approverà le boiate partorite dalla Simonetta&Co – ed infatti la Commissione della politica di sicurezza del Consiglio nazionale ha già approvato l’entrata in materia sul messaggio governativo per la ripresa delle direttive europee sulle armi con 15 voti contro 9 – resta solo il referendum.  

Lorenzo Quadri

E “Leider” Ammann viene a parlarci di proporzioni?

Grazie spalancatori di frontiere! In Ticino la maggioranza dei lavoratori è straniera

Intanto povertà ed assistenza continuano a crescere, nel totale menefreghismo del triciclo PLR-PPD-P$ preoccupato solo di non mettere a rischio la “sacra” (?) libera circolazione

Certo che siamo proprio messi bene! Di recente si è saputo che in Ticino il tasso di povertà è oltre il  doppio rispetto al resto del Paese. In Svizzera è del 7.5%; da noi è superiore al 17%.  Le persone a rischio di povertà nel nostro Cantone sono un terzo della popolazione. Fino al 2013 erano meno del 25%. La media nazionale delle persone a rischio di povertà è del 14.7%. Ossia meno della metà rispetto al Ticino!

Peggioramento rapido e continuo

Il peggioramento è quindi continuo. E pure rapido. Altro che continuare a blaterare di miglioramento della situazione, di economia in ripresa. Il tutto naturalmente corredato da statistiche della SECO taroccate ad arte. “Ad arte”, nel senso che sono state taroccate scegliendo gli indicatori in modo da farsi dire che, con la devastante libera circolazione delle persone, va tutto bene. Intanto, le cose vanno così bene che in Ticino si è registrato l’ennesimo record dei casi d’assistenza. Rispetto a gennaio dell’anno scorso, ce n’erano  272 in più. I beneficiari sono dunque passati da 7.834 a  8.106.

Aspettiamo ovviamente di sapere quanti sono cittadini svizzeri e quanti sono invece stranieri.

I nuovi impieghi

E’ chiaro che, con 65’500 frontalieri che soppiantano i residenti sul mercato del lavoro, si genera precariato e povertà. I frontalieri attivi nel terziario, dove non ce ne dovrebbe essere nemmeno uno perché non c’è alcuna lacuna di manodopera residente, sono quadruplicati in pochi anni. E continuano ad aumentare. Il numero di nuovi frontalieri ed il quantitativo di posti di lavoro creati indica chiaramente che il soppiantamento è una realtà (altro che “percezione”). Se così non fosse, il numero di posti di lavoro annualmente creati in Ticino dovrebbe essere nettamente superiore a quello dei nuovi frontalieri. Invece la situazione è ben diversa. Le due cifre sono sostanzialmente equivalenti. Ciò significa: tutti i nuovi posti vengono occupati da frontalieri.

Ma quali proporzioni?

E’ evidente che si tratta di un’invasione. Però il ministro dell’economia PLR Johann “Leider” Ammann viene a raccontarci che gli svizzerotti si devono scordare qualsiasi preferenza indigena sul mercato del lavoro in casa propria. “Non basta essere svizzeri per lavorare” ha infatti dichiarato il Consigliere federale liblab davanti ad un’entusiasta platea targata PLR in una serata organizzata dal club dei mille dell’ex partitone! I lavoratori stranieri vanno bene, dice Leider Ammann, è solo una questione di “proporzione”.

Proporzione che però,  grazie all’invasione da sud voluta dalla partitocrazia (Leider Ammann compreso), è andata completamente a ramengo. In Ticino un terzo della forza lavoro è rappresentata da  frontalieri. In totale, i lavoratori stranieri sono la maggioranza. E’ chiaro che di proporzione non ce n’è proprio. Nessun Paese accetterebbe una situazione così aberrante. Nessuno tranne la Confederella. Ristabilire delle proporzioni sensate è proprio l’obiettivo degli  “spregevoli razzisti e xenofobi” quotidianamente infamati dall’establishment spalancatore di frontiere e dalla stampa di regime. Per raggiungere tale obiettivo, occorre far saltare la libera circolazione.

Invece “Leider” Ammann va nella direzione opposta. Non vuole nessuna limitazione dell’immigrazione. E poi ha ancora il coraggio di venirci a parlare di proporzioni?

Povertà va a braccetto con dumping salariale al cui proposito, grazie alle frontiere spalancate, gli esempi si sprecano. Nei giorni scorsi una ditta di Chiasso cercava un impiegato a tempo pieno, con esperienza, per 2300 Fr al mese. Grado d’occupazione: 100%! Avanti così!

Migranti economici

Ovviamente c’è anche l’altra faccia della medaglia. In Svizzera non arriva solo chi lavora, magari a scapito dei residenti ed a salario inferiore. Immigra anche chi non lavora. Così ci ritroviamo in casa sempre  più stranieri a carico dello Stato sociale. Che, evidentemente, vanno a farcire la statistica della povertà.

Ma come: immigrazione non era uguale a ricchezza? Sì, ma solo per chi immigra e per chi gestisce il business delle frontiere spalancate. Negli USA, il vituperato Trump ha parlato chiarissimo: negli States entra solo chi porta un arricchimento al paese. Da noi invece entrano tutti. I risultati si vedono.

Mancano dati

Naturalmente, ma tu guarda i casi della vita, le statistiche della povertà e dell’assistenza pubblicate dalla stampa non riferiscono alcune informazioni che pure sarebbe interessante avere. Ad esempio: tra le persone in assistenza, tra quelle classificate come povere e tra quelle indicate come “a rischio di povertà”, quanti sono gli svizzeri e quanti gli stranieri? E gli stranieri: che tipo di permesso hanno? Da quanto tempo risiedono in Svizzera?

Non ci vuole il Mago Otelma per prevedere che, disponendo di questi dati, si scoprirebbe che col piffero “immigrazione uguale ricchezza”!

Lorenzo Quadri

 

Stravolgere la scuola pubblica? i ticinesi devono poter decidere

Firmate il referendum contro la riforma ideologica targata P$ che farà solo disastri

La scuola è sicuramente un argomento importante. A maggior ragione quando si parla di una riforma scolastica di ampia portata e gravida di conseguenze per il livello dell’insegnamento nella scuola dell’obbligo – e quindi per tutta la società. Una riforma che, oltretutto, verrà a costare una barcata di soldi pubblici: 35 milioni di Fr all’anno. Ci mancherebbe, quindi, che i ticinesi non potessero dire la loro sulla riforma-Bertoli “La scuola (rossa) che (speriamo non) verrà”.

I sinistrati non ci stanno

Affinché il popolo ticinese possa decidere – quello stesso popolo che rischia di doversi poi smazzare i danni fatti dalla scuola $ocialista – è stato lanciato il referendum, attualmente in fase di raccolta firme. Però i sinistrati, ma guarda un po’, non ci stanno. Chiaro: loro possono referendare la riformetta fisco-sociale mignon. Ma che nessun “becero populista” osi mettere i bastoni tra le ruote al loro ministro, il kompagno Manuele “bisogna rifare il voto del 9 febbraio” Bertoli, che vuole buttare all’aria la scuola pubblica ticinese presentando poi il conto al solito sfigato contribuente.  Come dichiarato dallo stesso Bertoli, “i referendisti hanno la mente contorta”. Non risulta che il Consigliere di Stato P$ abbia gratificato con analoghi apprezzamenti i suoi compagni di partito che hanno referendato la riformetta fisco-sociale.

Se ci fosse il referendum obbligatorio…

Da notare che se in Ticino esistesse, come esiste in 18 Cantoni, il referendum finanziario obbligatorio, la scuola rossa verrebbe posta automaticamente in votazione popolare. Ma visto che la partitocrazia PLR-PPD-P$ non vuole il referendum finanziario obbligatorio –  perché meno il popolazzo vota meglio è, dato che poi “vota sbagliato” –  bisogna raccogliere le firme.

Se una questione tutto sommato secondaria per l’ordinamento scolastico come l’insegnamento della civica (due ore di lezione al mese) ha provocato mesi di pubbliche discussioni – con tanto di accuse di nazismo da parte di qualche maestrino gauche-caviar all’indirizzo dei promotori dell’insegnamento della civica – ci mancherebbe anche che non si potesse discutere e votaresulla scuola rossa che verrà.

I docenti non la vogliono

La quale è una riforma calata dall’alto dal DECS. I docenti a larga maggioranza non la condividono. Idem i direttori degli istituti scolastici. Idem i genitori. Tra il negativo e l’inesistente: questo è stato il responso delle cerchie direttamente coinvolte alla consultazione indetta dal Dipartimento Bertoli. La partecipazione è stata irrisoria. Ed evidentemente, in questo caso, non si può certo dire che “chi tace acconsente”. E’ semmai vero il contrario. In effetti, ed in particolare tramite sondaggi online, dissentire significa farsi “beccare” subito: perché credere all’anonimato di simili inchieste via web significa credere a Babbo Natale.

Partitocrazia boccalona

Ad abboccare all’amo sono stati invece i soldatini della partitocrazia in Gran Consiglio.Costoro hanno dato il via libera  alla sperimentazione triennale (ma la scuola media non dura quattro anni?) della scuola rossa. Sperimentazione su cavie umane: gli allievi delle sedi prescelte. Costo: 6.7 milioni di franchetti (e scusate se è poco). Come se qualcuno potesse seriamente credere che, alla fine della “fase sperimentale”, il preannunciato rapporto farlocconon darà il nulla osta alla riforma-Bertoli. Il “modello alternativo”  del PLR, di cui i boccaloni dell’ex partitone menano gran vanto (congratulazioni), otterrà l’unico risultato di fare da foglia di fico alla scuola rossa. Perché evidentemente i vertici $ocialisti del DECS diranno: “abbiamo sperimentato (a spese del solito sfigato contribuente) anche l’alternativa liblab. E non funziona. Ergo: l’unica soluzione è proprio La scuola che verrà”. Sicché il PLR, che per oltre un secolo ha condotto la politica scolastica ticinese, si è ormai ridotto a fare da stampella alla scuola ideologica $ocialista. Ma contenti i liblab…

Costi nascosti

E c’è anche un altro aspetto che viene taciuto.

La riforma-Bertoli è pensata soprattutto per la scuola media. Avrà però conseguenze importanti anche per le scuole comunali (elementari e asilo). Non solo a livello di insegnamento, ma anche per quanto attiene all’edilizia scolastica. Per inventarsi i laboratori (?) e le lezioni a classi dimezzate, ci vogliono anche le aule. Se non ci sono, bisogna costruirle. Quindi ingrandire le scuole. Chi paga? Il contribuente!E questi costi non sono inclusi nei 35 milioni annui necessari ad implementare (uella) “La scuola (rossa) che verrà”. Sono spese ulteriori di cui i contribuenti dovranno farsi carico.

Di questi temi bisogna discutere. I cittadini devono poter decidere. Sicché, firmate il referendum contro la scuola ro$$a!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

“Commissione federale contro il razzismo”: da smantellare!

In Svizzera il razzismo è un non-problema. Serve alla casta per i suoi ricatti morali

Al suo posto creiamo una Commissione federale contro la sostituzione di ticinesi con frontalieri

E ti pareva! Come ogni anno l’inutile Commissione federale contro il razzismo ha prodotto il suo rapportino. Naturalmente pagato con i nostri soldi. E la stampa di regime monta la panna, a cominciare da quella di sedicente servizio pubblico (ormai ridotto ad una barzelletta). Con titoli farlocchi del tipo: “Xenofobia diffusa in Svizzera, sale l’ostilità antimusulmana”. L’ha messo l’ATS (Agenzia telegrafica svizzera) sul suo articolo. Il quale viene poi utilizzato (copia-incolla) dalla maggior parte dei media.

Giappone:  2% di stranieri

Eh già: la Svizzera, dove oltre un quarto della popolazione è straniera (e se si aggiungono i beneficiari di naturalizzazioni facili chissà dove andiamo a parare) sarebbe un paese razzista! Questa fregnaccia radikalchic / gauche caviar sarebbe ora di mandarla direttamente dove merita: ossia al macero.

La Svizzera è razzista? E il Giappone, che ha solo il 2% di popolazione straniera (ecco un grande paese, carico di cultura e di storia millennaria, da cui prendere esempio!) cosa sarebbe allora? C’è, in più, una piccola differenza. Col Giappone nessuno osa fare cip. Agli svizzerotti, invece, tutti si credono in diritto di venire a fare la morale con ipocrite accuse di razzismo. Nei mesi scorsi, in sprezzo del ridicolo, si è permesso di farlo perfino una dittatura come il Venezuela. E naturalmente i nostri governanti federali da tre ed una cicca non fanno un cip. Chiaro: questi camerieri di Bruxelles hanno tutto l’interesse a far credere agli svizzerotti di essere razzisti e xenofobi. Sperano infatti che questi, per evitare l’infamante accusa, continuino a far entrare tutti. E, soprattutto, che continuano a votare gli spalancatori di frontiere. I multikulti. Quelli con le idee “giuste”. Ossa il triciclo PLR-PPD-P$$.

Cifre irrisorie

La Commissione federale contro il razzismo va abolita. Non solo perché tenerla in piedi sono soldi buttati, ma perché già il solo fatto che esista una Commissione federale sul razzismo serve solo a far credere ai boccaloni che in Svizzera esista un problema di razzismo. Così non è. E non lo confermano solo i numeri della popolazione straniera nel nostro Paese (vedi sopra). Perfino le cifre indicate nel suo rapporto dalla stessa Commissione contro il razzismo certificano la sua inutilità. Ad esempio, la tanto declamata ostilità antimusulmana. Di cosa stiamo parlando? Risposta: di 54 casi! Un numero assolutamente irrisorio! E su questi numeri da barzelletta, ci inventiamo le commissioni federali? Allora sarebbe molto più urgente creare una commissione federale contro la sostituzione di lavoratori svizzeri con frontalieri, ad esempio.Ma evidentemente nessuno si sogna di farlo. Men che meno tra i camerieri bernesi dell’UE.

Si lamentano anche i finti rifugiati?

Particolarmente interessante apprendere che ci sarebbe stato un “aumento di cittadini eritrei vittime di discriminazioni razziali che si sono rivolti ad un consultorio ( ben (?) 24)”. A parte che anche in questo caso la cifra, 24, fa ridere i polli. Qui veramente qualcuno ha perso la bussola. Questi signori eritrei sono finti rifugiati (vedi la sentenza del Tribunale amministrativo federale). Sono in Svizzera senza averne diritto, e quasi tutti mantenuti con i nostri soldi. E poi hanno ancora il coraggio di lanciare accuse di discriminazione razziale? Se in Svizzera si sentono discriminati, non hanno che da ritornare stabilmente nel loro paese, invece di limitarsi a trascorrervi per le ferie (naturalmente con i soldi degli svizzerotti fessi) perché “lì è più bello”.

E il razzismo contro gli svizzeri?

Sarebbe inoltre interessante sapere quanti dei casi di razzismo e di discriminazione registrati  dal rapporto annuale 2017 sono da attribuire a stranieri. E quanti sono i casi di razzismo nei confronti degli svizzeri. Perché, grazie alla scellerata politica del “devono entrare tutti”, ci siamo riempiti di migranti, provenienti da “altre culture”, che sono razzisti, sessisti, antisemiti, eccetera. Quanto scommettiamo che, proprio come la criminalità, anche il razzismo in Svizzera è in gran parte d’importazione?

E come la mettiamo col razzismo nei confronti degli Svizzeri?

E ancora: pubblicare annunci di lavoro solo per frontalieri, non è forse una discriminazione intollerabile nei confronti degli svizzeri?Ma al proposito, ça va sans dire, nessuna Commissione federale del piffero fa un cip.

Islamofobi?

Quanto all’ostilità verso l’Islam: visto che l’Islam è ostile verso l’Occidente, è incompatibile con i nostri diritti  fondamentali, con le nostre leggi, con le nostre tradizioni, con la nostra cultura (cristiana da 1500 anni), cosa dovremmo fare? Stendere  tappeti rossi? Rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera, come sognano i $inistrati? L’Islam non fa parte della Svizzera. I paesi del blocco Visegrad – stati membri UE! – senza farsi tante paturnie politikamente korrette, hanno detto chiaro e tondo di non volere altri migranti musulmani. Prendere esempio.

Lorenzo Quadri

Tagliarsi gli attributi per farla alla moglie?

Riforma fiscale e sociale: un No costerebbe più di un Sì. E le misure per le famiglie…

 

L’appuntamento con le urne sulla cosiddetta “riforma fiscale e sociale” si avvicina. L’oggetto in votazione, al di là della definizione magniloquente, è in realtà un ritocco. Una riforma, nel senso vero (e non gonfiato) del termine, dovrebbe avere ben altro respiro. Ed interessare anche il ceto medio e le persone singole. La sconsolante realtà è che in Ticino sul fronte fiscale siamo fermi al palo da tre lustri. La riformetta in votazione a fine mese non stravolge questo dato di fatto.

Le ragioni del ritocco sottoposto al giudizio popolare sono state ripetute un’infinità di volte in queste settimane. Il Ticino, a seguito di lunghi anni di politica del “tassa e spendi”, è ridotto ad “inferno fiscale”. I paragoni intercantonali sono impietosi. Siamo sul fondo della graduatoria della competitività fiscale. E’ chiaro che questa situazione deve preoccupare. Specie  quando si ha una “piramide” come la nostra: pochi, quando non pochissimi grossi contribuenti generano una fetta importante del gettito. Prevenire la fuga di questi importanti contribuenti non è un’opzione: è un imperativo. Perché, se partono, a venire chiamato alla cassa per metterci una pezza sarà  il solito ceto medio. E, va da sé, ci saranno ulteriori tagli sociali.

La riforma fiscale e sociale serve dunque ad impedire che i maggiori contribuenti lascino l’inferno fiscale ticinese per trasferirsi… almeno in un purgatorio. Perché il conto di questa emigrazione sarebbe ben più alto di quello della riforma. E lo pagherebbero il ceto medio (con aggravi fiscali) e le fasce più deboli (con tagli).

Presentare poi, come fanno i contrari, le misure fiscali della riformetta come proposte inaudite e scandalose è una mistificazione pacchiana. In Ticino questi provvedimenti sono già stati approvati dal popolo. I votanti del nostro Cantone hanno infatti sostenuto la riforma III delle imprese.

La parte sociale

Alla parte fiscale è stata legata, indissolubilmente, quella sociale, incentrata sulla conciliabilità famiglia – lavoro. E proprio quell’area politica, la sinistra, che con questa conciliabilità si sciacqua ogni giorno la bocca, adesso la vuole affossare. E la vuole affossare perché solo al sentire le parole “sgravi fiscali” – non solo alle aziende o ai ricchi,  ma a chicchessia! – diventa cianotica. Un atteggiamento ideologico all’insegna del “tagliarsi gli attributi per farla alla moglie”.

Adesso i compagni “massimalisti” tentano di imbrogliare i cittadini con argomenti populisti. Vorrebbero far credere che, se la parte fiscale della riformetta viene bocciata in votazione popolare, quella sociale entrerà in vigore lo stesso. Non sarà così. E’ stato detto mille volte ed in mille salse che le misure fiscali e quelle sociali sono due facce della stessa medaglia. Questo è il patto politico; non segreto ma dichiarato ad oltranza. “Pacta sunt servanda”: non è forse lo slogan che i contrari alla riformetta fisco-sociale amano ripetere in altri ambiti, ad esempio a proposito del futuro del Cardiocentro? Oppure a sinistra anche il principio del “Pacta sunt servanda” si applica a senso unico, solo quando fa comodo? E qualcuno crede veramente che il Gran consiglio non farà se del caso retromarcia sulle misure sociali nel caso la contropartita fiscale dovesse venire respinta il 29 aprile? Lo stesso parlamento che rottama le votazioni popolari (vedi “Prima i nostri”) dovrebbe avere remore nel compiere un passo già annunciato ai quattro venti?

Chi sfrutta il ceto medio?

Patetico poi il tentativo, da parte della sinistra “massimalista”, di spacciarsi per paladina fiscale del ceto medio, al grido di: “gli sgravi alle aziende li pagherete voi”. Va da sé che i compagni si guardano bene dal dire quanto costerebbe invece, al ceto medio e basso, la bocciatura della riforma. Chi si è sempre messo per traverso a qualsiasi alleggerimento fiscale al ceto medio, ed anzi si è sempre impegnato a mungerlo ad oltranza, adesso non s’illuda di potersi improvvisare suo difensore e di venire creduto. La riformetta fisco-sociale ha un costo, stimato in circa 38 milioni? Un njet costerebbe ben di più. E, se vogliamo parlare di costi:  i 35 milioni all’anno  – quindi una cifra sostanzialmente equivalente – per “La scuola (rossa) che (si spera non) verrà”, che tanto piace al partito delle tasse ed anti-sgravi, chi ce li metterebbe, nel caso in cui detta riforma ideologica dovesse diventare realtà? Pioverebbero dal cielo, o li verserebbe il contribuente?

La riformetta fiscale e sociale non entusiasma, ma va sostenuta perché:

  • rifiutarla sarebbe peggio.
  • Non si può avere il soldino ed il panino. Le misure sociali non entrano in vigore senza la controparte fiscale.

Lorenzo Quadri

Il telefonino di Balzaretti lo riconsegniamo al venditore

“Gli accordi con l’UE sono come un cellulare, bisogna scaricare gli aggiornamenti”

 

Improvvido paragone del Segretario di Stato per spiegare perché gli svizzerotti dovrebbero sistematicamente calare le braghe davanti ai Diktat di Bruxelles

Mentre KrankenCassis è in giro per la Svizzera a fare il prezzemolino ad eventi che col suo mandato c’entrano come i cavoli a merenda (ministro degli Esteri o ministro dell’Aperitivo?) di politica estera parla il suo subito-sotto Roberto Balzaretti, il Segretario di Stato già segnalatosi per le posizioni accondiscendenti (eufemismo) nei confronti dei balivi dei Bruxelles, con i quali sarebbe però chiamato a trattare – e quindi a litigare.

Balzaretti venne nominato capo di gabinetto dalla kompagna Calmy-Rey nel 2004, che poi nel 2008 lo promosse a segretario generale del DFAE. Qualcuno immagina forse che Calmy-Rey, Consigliera federale del P$$ che ha nel suo programma l’adesione della Svizzera all’UE, avrebbe fatto avanzare un funzionario non euroturbo? Ma bisogna credere a Babbo Natale!

Ricordiamo poi che Balzaretti, designato nel 2012 ambasciatore e capo della Missione della Svizzera a Bruxelles, fu colui che in tale veste nel 2015 davanti all’europarlamento dichiarò che la Svizzera sarebbe stata disposta a sottomettersi alla giurisdizione della Corte europea di giustiziasul proseguimento dei bilaterali dopo il “maledetto voto” del 9 febbraio. Aggiungendo: “non so quale altro paese non membro dell’UE sarebbe stato disposto a un tale passo”.Appunto: nessuno. Chi abbia autorizzato Balzaretti a prodursi in simili affermazioni, non l’ha ancora capito nessuno.

Ancora la “diplomazia pubblica”?

Adesso il Segretario di Stato parla di “diplomazia che per la prima volta nella storia gioca a carte scoperte”. A parte che questa presunta “prima” sembra semmai  una ribollita, visto che già l’ex “patrona” di Balzaretti, Calmy-Rey, la menava con la “diplomazia pubblica”. Non si è ben capito quali vantaggi si pensa di ottenere con la “diplomazia a carte scoperte” quando tutti gli altri attori le loro carte le tengono ben coperte, e un qualche motivo ci sarà. E’ l’ennesima gattata degli svizzerotti per farsi infinocchiare? Oppure risponde alle conclamate smanie di visibilità del nuovo ministro degli Esteri? Certo è che non promette nulla di buono. Come nulla di buono promette il paragone “tecnologico” fatto da Balzaretti in un’intervista pubblicata da Avenir Suisse. A proposito: Avenir Suisse è quel “think tank” (serbatoio di pensiero) che vorrebbe sabotare i diritti di iniziativa e di referendum perché il popolazzo becero troppo spesso mette i bastoni tra le ruote all’élite spalancatrice di frontiere. Poi la partitocrazia triciclata – vedi 9 febbraio – deve arrampicarsi sui vetri e fare figure marroni per cancellare l’esito delle votazioni.

Dice Balzaretti che la ripresa dinamica, cioè automatica, del diritto UE, è come un telefonino: “se non si scaricano gli aggiornamenti prima o poi non funziona più”. Ah ecco! E dove starebbe la novità in questo discorso? E’ sempre la solita fregnaccia ripetuta ormai in mille salse: bisogna inginocchiarsi davanti ai balivi UE perché “è ineluttabile” altrimenti “non funziona più  niente”. 

Il telefonino lo scegliamo noi

Visto che questa storiella dello “svizzerotti, dovete calare le braghe davanti a Bruxelles  e permettere ai balivi UE di comandare in casa vostra, altrimenti sarà l’apocalisse” la sentiamo da almeno due decenni, il buon Balzaretti ed il suo capo comprenderanno che ci ha disintegrato i santissimi. Tanto più che non è vero niente. Chi decide di ribellarsi ai Diktat della fallita UE ci guadagna soltanto. Dopo il voto sulla Brexit – quel voto che, secondo l’establishment, avrebbe dovuto trasformare la Gran Bretagna nel Burundi – l’economia inglese vola. Sicché il telefonino di Balzaretti lo riportiamo immediatamente all’imbonitore che l’ha venduto e ci scegliamo noi il modello che vogliamo, con le app che vogliamo e con gli aggiornamenti che vogliamo. E magari anche con la funzione “reset”.

Il vino è sempre lo stesso

Queste nuove sortite del responsabile delle negoziazioni con l’UE confermano, per l’ennesima volta, che non c’è stato alcun “tasto reset”. Come ha detto Blocher, con Cassis  il vino è sempre lo stesso (quello del Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr”).  Al massimo è cambiata la bottiglia. Altro che tasto reset: qui ci vorrebbe il tasto eject. Ma  purtroppo non esiste nemmeno quello.

Lorenzo Quadri

Hai rubato? Il Cantone ti assume

Una funzionaria del DSS era stata in precedenza licenziata per malversazioni 

La donna venne assunta al DSS nel 2005, quindi ai tempi di Pesenti – ma le “seconde possibilità” lo Stato come datore di lavoro le deve offrire a chi si trova disoccupato senza colpa, o a chi il lavoro ce l’aveva, ma se l’è bruciato commettendo reati?

Certo che al DSS “g’ha pisàa adoss l’urocc”! Prima, dai documenti della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Argo1, è emersa la vicenda delle prestazioni assistenziali calcolate non correttamente. Pare che siano stati versati 132mila franchetti in eccesso. Ci piacerebbe proprio sapere a chi sono andati: magari a qualche beneficiario “non patrizio” che, grazie alla libera circolazione, ha trovato in Ticino “ul signur indurmentàa”? E come intende il Beltradipartimento recuperare questo danaro pubblico?

Poi, ad un paio di giorni di distanza, la notizia dell’assunzione, sempre da parte del DSS, di una ex bancaria licenziata per malversazioni  (a seguito di un accordo economico con i clienti danneggiati, la banca non aveva sporto denuncia, sicché il casellario della donna risultava immacolato).

Va detto che la signora è stata assunta nel 2005, quando alla guida del DSS c’era ancora Patrizia Pesenti (PS).Quindi il Beltrasereno non c’entra.

Due interrogazioni

La vicenda, come scontato, ha portato a degli atti parlamentari. E meglio a due interrogazioni: una dell’Udc Lara Filippini e cofirmatari, l’altra del leghista Massimiliano Robbiani. Il che ha suscitato l’ira funesta del deputato di Montagnaviva Germano Mattei, già noto per le exploit omofobe e legafobiche su facebook. Mattei (sempre via social) ha accusato Filippini e Robbiani di essere “inumani” e si è detto “disgustato”.

Ah ecco. Si può interpellare il CdS sul sesso degli angeli, ma guai a chiedersi come mai, con tutti i ticinesi senza lavoro che ci sono, l’ente pubblico dovrebbe fare da “Croce Rossa” assumendo chi ha commesso malversazioni e scartando altri candidati onesti.

“Inumani”?

Ora, a parte che il DSS tratta dati sensibili, non è perché si chiama Dipartimento sanità e socialità che deve trasformarsi in un centro di reinserimento professionale di chi è stato licenziato per aver commesso non un errore, ma dei reati penali. C’è poi motivo di ritenere che il DSS al momento dell’assunzione non fosse al corrente dei precedenti della signora, altrimenti si spera che si sarebbe orientato su un altro candidato. Se la diretta interessata ha taciuto, si pone un problema di fiducia. Ma la domanda è: prima di procedere all’assunzione, non è stata chiesta alcuna referenza al precedente datore di lavoro? Come mai? E’ prassi corrente assumere “alla cieca” basandosi solo su scartoffie?

Se invece l’assunzione fosse avvenuta con cognizione di causa – cosa che appare incredibile, ma non si sa mai – allora c’è un problemino d’impostazione di fondo. Chi vuole aiutare l’ente pubblico, con i soldi del contribuente, in veste di (importante) datore di lavoro? I tanti ticinesi onesti e capaci che non trovano un impiego (alla faccia delle statistiche farlocche della SECO), o qualcuno che il lavoro ce l’aveva, ma se l’è bruciato delinquendo?
Si fosse trattato di un leghista…

Perché parlare di “sbagli” non sta in piedi. La signora non ha involontariamente commesso un errore nello svolgimento delle proprie mansioni. Ha commesso un reato. C’è una bella differenza.
E’ legittimo che questi temi vengano sollevati. Anche con un atto parlamentare.
Inutile dire che se l’assunzione fosse avvenuta in un dipartimento a conduzione leghista, e se magari la funzionaria in questione fosse stata vicina all’odiato Movimento, chi adesso invoca l’ “umanità” (?) avrebbe già scatenato la shitstorm (=tempesta di cacca) a fini politico-partitici. Con tanto di nomi e fotografie sui giornali. Solita morale a due velocità.

Lorenzo Quadri

 

Rapporti Svizzera-Italia: “Svegliati è primavera”

Accordo sui frontalieri: dopo la cinquantesima fetta, a Berna si accorgono che…

 

Per la serie: dopo averne mangiate cinquanta fette si accorse che era polenta! Improvvisamente, in una soleggiata mattina di aprile, il Segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali Jörg Gasser viene fulminato da un’illuminazione quasi mistica ed in tono solenne dichiara: “C’è preoccupazione per la ratifica da parte italiana del nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri. C’è il rischio (?) che su alcuni temi dovremo riaprire le discussioni”.

Ma chi l’avrebbe mai detto! Allora è vero che i bernesi ci mettono un po’ a capire le cose! Meglio tardi che mai verrebbe da dire, senonché il buon Gasser, forse sorpreso dall’audacia della sua sconvolgente affermazione, corregge il tiro ed aggiunge: “ma la road map non dovrebbe essere messa in discussione”. Infine, la scoperta della vita a proposito del njet italico che blocca alle banche svizzere l’accesso alla piazza finanziaria del Belpaese: “Abbiamo soddisfatto tutte le richieste in materia di regolamentazione finanziaria e siamo conformi agli standard internazionali– commenta costernato il Segretario di Stato -. Non c’è motivo per cui le banche svizzere non debbano potere fornire servizi cross border (uella)  anche in Italia”.Accipicchia!

Qui viene in mente la nota canzone di Venditti: “Gasser, svegliati è primavera!”.

Traduzione

La road map, caro Jörg, non verrà messa in discussione per un semplice motivo: perché non c’è più l’oggetto su cui discutere, gli italici l’hanno già rottamata da un pezzo!

Per gli altri temi, vediamo di tradurre le affermazioni di Gasser in modo un po’ più aderente alla realtà:

– Il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri, per quanto interessante anche per il Belpaese, è morto e sepolto: facciamocene una ragione. Logica conseguenza: disdire (Confederazione) l’accordo attuale del 1974 e soprattutto (CdS) BLOCCARE I RISTORNI.
– Accesso alla piazza finanziaria italiana: la Svizzera come al solito ha calato le braghe su tutto ed in tempo di record. Ciononostante, i vicini a sud non fanno la propria parte e ci discriminano.In altre parole: svizzerotti fessi infinocchiati per l’ennesima volta. Però continuiamo a versare i ristorni? Fessi al quadrato! (Vedi punto precedente).
– Con tolla inaudita e sfacciata malafede, politicanti italici in fregola di visibilità mediatica continuano imperterriti ad accusarci di “discriminare” i frontalieri. Ultimo in ordine di tempo: un $inistrato del Consiglio regionale della Lombardia, tale Angelo Orsenigo (Angelo chi?).  L’aspetto inquietante è che, dalle sedi istituzionali elvetiche, nessuno fa partire il meritato “vaffa”. Magari accompagnato dall’immediata chiusura notturna (e perché non anche diurna?) dei valichi secondari.
– Se davvero “discriminassimo” i frontalieri, magari applicando la preferenza indigena votata non una ma due volte dal popolo ticinese (9 febbraio e “Prima i nostri”), il nostro mercato del lavoro non si troverebbe immerso a bagnomaria nella cacca, pardon nelle deiezioni, come invece è ora. Ma la partitocrazia PLR-PPD-P$ non ne vuole sapere. E se poi i padroni UE ci sgridano?

Certo che se a non aver ancora capito come funzionano i rapporti tra Svizzera e vicina Repubblica non è l’ultimo contabile mezzemaniche di Palazzo federale, ma uno che fa il Segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali, e quindi proprio così tamberla non dovrebbe essere, non siamo messi tanto bene!

Poi ci chiediamo come mai gli svizzerotti vengono sempre fatti su davanti e di dietro.

Lorenzo Quadri

Tre stranieri accusati di tentato omicidio

 Lugano, accoltellamento al Quartiere Maghetti: “immigrazione uguale ricchezza”!

Avanti così! “Immigrazione uguale ricchezza”! Per l’ormai tristemente famoso accoltellamento al Quartiere Maghetti in pieno centro Lugano, avvenuto lo scorso 21 ottobre, tre  uomini sono accusati di tentato omicidio intenzionale. E chi sono i tre modelli di virtù? Si tratta, ma guarda un po’, di  stranieri poco più che ventenni: un cubano di 25 anni, un 23enne boliviano ed un 22enne serbo naturalizzato svizzero. Gli uccellini momò cinguettano che la naturalizzazione di quest’ultimo sia avvenuta malgrado la sua fedina penale non fosse esattamente immacolata. Va da sé che al proposito vogliamo vederci chiaro, perché se i cinguettii risultassero confermati…

Tutti “casi isolati”?

Ma come: i giovani stranieri che delinquono non erano tutta una balla della Lega populista e razzista? Non si trattava solo di “casi isolati”?

Da notare che uno dei tre indagati, il serbo naturalizzato, era stato inizialmente indicato come “cittadino svizzero”. Certo, come no! Ecco come si fa a taroccare le statistiche della criminalità d’importazione. Le quali, anche dopo le taroccature, rimangono comunque allarmanti. Fino all’80% degli ospiti dell’Hotel Stampa, infatti, non ha il passaporto rosso.

E’ anche il caso di ricordare che l’accoltellamento al Maghetti  si è consumato nell’ambito di un regolamento di conti tra gang di stranieri, tra cui anche un gruppo di albanesi residenti in Italia.

Che questa feccia  d’importazione arrivi a Lugano a per risolvere le proprie vertenze a coltellate, non ci sta bene proprio per niente. E’ evidente che le persone straniere residenti in Svizzera implicate nella vicenda vanno espulse senza tante storie. Inoltre, aspettiamo sempre di sapere se tra gli imputati ci sono beneficiari di prestazioni sociali pagate dal solito sfigato contribuente: quello che, oltre a mantenere delinquenti stranieri, per tutto ringraziamento si vede portare il Bronx in casa da questi figuri. Grazie spalancatori di frontiere! Grazie multikulti!

Speriamo  che la condanna nei confronti di questi ennesimi delinquenti stranieri che scorrazzano per il Ticino sia esemplare. Ma siamo anche stufi degli interventi “a posteriori”, dopo che i reati sono stati commessi. Puntiamo invece sulla prevenzione: fare repulisti dei criminali stranieri già presenti su suolo elvetico, evitare che ne entrino altri e introdurre controlli sistematici in dogana.

Lorenzo Quadri

 

Cassa malati: la presa in giro

Dalle franchigie a 10mila ai freni automatici, si moltiplicano gli slogan inconcludenti

 Beh questa ci mancava. Adesso anche i cassamalatari fingono di accorgersi che i premi di assicurazione malattia sono diventati insostenibili. Forse qualcuno tra questi signori comincia a rendersi conto che, avanti di questo passo, il sistema grazie al quale si fanno gli zebedej di platino rischia davvero di saltare, a vantaggio di una cassa unica e pubblica.

Il “modello Philomena”

Sicché nei giorni scorsi ci siamo dovuti sorbire la pensata da premio Nobel per l’economia di tale Philomena (sic) Colatrella (patrizia di Gurtnellen o di Corticiasca?) direttrice della cassa malati CSS. Cosa propone la Philomena? Di portare la franchigia minima (!) a 10mila Fr, per far abbassare i premi. Questo sì che è un vero colpo di genio! E perché non portarla direttamente a 50mila Fr, così i premi scendono ancora di più? Anzi, a questo punto, già che ci siamo aboliamo direttamente la cassa malati obbligatoria, così il problema dei premi viene risolto alla radice. Se infatti i primi 10mila Fr di cure ce li dobbiamo pagare di tasca nostra, per cosa li paghiamo i premi? Per regalarli ai cassamalatari?

La logica conseguenza del “modello Philomena” è che alla fine si curano solo i ricchi, perché chi non si può permettere di pagare la maxifranchigia ad un certo punto rinuncerà ad andare dal medico. Chiaro che non bisogna andare dal dottore per niente, ma non andarci quando invece ce ne sarebbe bisogno, porta – logicamente – ad un peggioramento del quadro clinico; e quindi ad un aumento dei costi. E col “modello Philomena” è evidente che non sarà solo il ceto basso a non potersi pagare le cure, ma anche quello medio: una famiglia di quattro persone si espone potenzialmente ad una spesa sanitaria di 40mila Fr all’anno, da coprire di tasca propria!

Simili proposte ancora una volta colpiscono solo l’anello più debole del sistema sanitario: ossia i cittadini, e non tutti gli altri. In particolare non i cassamalatari. Perché mica penseremo che la signora Colatrella di Corticiasca presenti delle pensate che vanno contro gli interessi di chi le paga il salario da supermanager. Un po’ troppo facile!

Freni nebulosi

Come troppo facile ci pare la proposta dei delegati uregiatti (a livello nazionale) di introdurre  “un freno automatico alle spese sanitarie”. Ohibò, e cosa vuol dire in concreto? Che si smette  di curare la gente una volta raggiunto il tetto massimo di spesa? Che gli assicuratori malattia non coprono più i costi una volta raggiunto il limite massimo? Franchigie a 10mila Fr (modello “Philomena”)? Accesso alle cure solo a chi se le può pagare di tasca propria o con apposite assicurazioni complementari da pagare a parte, e chi non se le può permettere si attacca al tram (medicina per ricchi)? E le casse pubbliche intercantonali, che fine hanno fatto? Quella annunciata dal PPD è un’iniziativa concreta o il solito marketing politico? E perché non usare una parte della paccata di miliardi di utili della Banca nazionale per abbassare i costi della salute a carico dei cittadini?
E ancora: perché invece di continuare a spendere miliardi in inutili aiuti all’estero ed in regali agli eurobalivi (vedi i famosi 1.3 miliardi di coesione) non usiamo questi soldi per abbassare i premi di cassa malati agli svizzeri?

Il “vago sospetto” è che avanti di questo passo la soluzione non si troverà mai. Troppe le lobby in campo interessate alla mungitura del cittadino. La certezza è invece che la soluzione non ce la troveranno i cassamalatari, ossia le Philomene di turno. Visto che costoro sono parte – e parte determinante – del problema.

Lorenzo Quadri

 

Riformetta fisco-sociale: Sì per non rischiare il peggio

Un “No” il 29 aprile potrebbe costare caro al Ticino. A pagare sarebbe il ceto medio

 

Il Ticino in campo di fiscalità è fermo al palo da 15 anni. Un’eternità, dati i ritmi di trasformazione della nostra società. In 15 anni è cambiato il mondo. Altri Cantoni sono stati assai più dinamici (non ci voleva poi tanto). I risultati si vedono: la concorrenzialità fiscale del Ticino è ormai un lontano ricordo. Il nostro Cantone è infatti al 22° posto della graduatoria nazionale per quel che riguarda l’imposizione della sostanza, ed al 18° per quella del capitale.

Se qualcuno leva le tende…

In generale, la struttura del gettito ticinese è particolarmente fragile. Nel senso che pochi grossi contribuenti pagano una fetta importante del gettito. Conseguenza: se qualcuno di questi “pochi e grossi” leva le tende, nelle casse pubbliche mancano tanti soldoni. E quando mancano le entrate, ci sono solo due opzioni. O si taglia la spesa (cosa che però il triciclo PLR-PPD-P$ si è dimostrato incapace di fare) o si aumentano le imposte.

Il che nel caso concreto significa mettere le mani nelle  sempre più esauste tasche del già tartassato ceto medio. In tempi recenti, grazie in particolare ai ministri delle finanze liblab, lo si è già fatto. Vedi le stime immobiliari dopate per mungere meglio i proprietari di una casetta o appartamento; vedi lo sciagurato moltiplicatore cantonale.

A proposito

L’incapacità dimostrata dal “triciclo” di contenere la spesa pubblica rende tra l’altro quasi un “must” l’introduzione del referendum finanziario obbligatorio, che peraltro già esiste e funziona in 18 Cantoni. I cittadini sanno infatti essere più oculati dei politicanti nell’utilizzo dei soldi pubblici. Ben lo dimostra, ad esempio, l’asfaltatura del credito da 3.5 milioni per la partecipazione del Ticino ad Expo2015 (un semplice regalo all’Italia, sventato dalla Lega che lanciò il referendum).

PLR e PPD ostaggio della $inistra

L’abbiamo già scritto: la riforma fisco-sociale su cui saremo chiamati a votare non è nemmeno una “riforma”. E’ al massimo un ritocco. Dall’ammucchiata PLR-PPD-P$ non ci si può aspettare altro. Come diceva Don Abbondio: il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare. Niente di strano: in casa PLR i liberali sono messi peggio dei panda, e a presiedere quello che dovrebbe essere il “partito dell’economia” c’è un funzionario della Confederella; il PPD, dal canto suo, è in balia di un paio di deputati-sindacalisti in fregola di visibilità. Con dei simili partiti “borghesi”, qualcuno si aspetta forse che da Palazzo delle Orsoline possano uscire degli sgravi fiscali degni di questo nome? Cioè delle misure che considerino il ceto medio e le persone singole? Ma è come credere a Babbo Natale e al coniglio di Pasqua.

Già solo il termine “sgravi fiscali” sembra essere diventato un tabù linguistico. Si preferisce parlare pudicamente di “riforme”. Intanto il “tassa e spendi” imperversa. E le forze cosiddette di “centro” sono  ostaggio dei $inistrati. I quali, ad ogni minimo ritocco verso il basso dell’imposizione fiscale, strillano istericamente ai presunti “regali ai ricchi”. Chiaro: i kompagni vogliono il maggior numero possibile di poveri. Ne importano a go-go anche dall’estero (i migranti economici che “devono entrare tutti”). Così il business rosso del sociale si gonfia come una mongolfiera, e svariati menatorrone della gauche-caviar ci tettano dentro.

Gettito a rischio

Peccato che se i tanto odiati “ricchi” sloggiano dal Ticino, il conto lo paga poi il ceto medio. Il quale, peraltro, non dispone di alcuna garanzia per il futuro. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone voluta dalla partitocrazia PLR-PPD-P$ e al conseguente sfacelo del mercato del lavoro ticinese, chi oggi fa parte del ceto medio nel giro di poco tempo potrebbe facilmente ritrovarsi in quello basso: e quindi non essere  più in grado di pagare le imposte.

E’ pertanto evidente che il gettito fiscale ticinese è a rischio: la riforma – in realtà una “riformetta mignon” – su cui andremo a votare il 29 aprile serve a metterlo un po’ “in sicurezza”. Va dunque sostenuta, alla faccia del populismo di $inistra. Affossarla significherebbe esporsi al rischio di importanti perdite fiscali, che all’ente pubblico costerebbero assai più della riforma fisco-sociale. Il prezzo di quest’ultima è stimato in 22 milioni di Fr per il Cantone e 16 per i Comuni. Più o meno quello che dovremmo pagare per la riforma-Bertoli “La scuola ro$$a che verrà”, che mira a sabotare la scuola pubblica ticinese nel segno dell’egualitarismo e del livellamento verso il basso. Ergo, basta far saltare la perniciosa scuola ro$$a – firmate il referendum! – e i costi della riformetta fisco-sociale  sono già coperti.

Legame indissolubile

I provvedimenti fiscali – che come detto costituiscono un intervento minimalista per scongiurare il peggio, altro che “riforma” – sono accompagnati da una parte sociale. Si tratta di due facce della stessa medaglia: senza l’aspetto fiscale, non entrano in vigore nemmeno le misure sociali. Questo deve essere chiarissimo a tutti. I $inistrati vorrebbero far credere il contrario: che le misure sociali potrebbero vedere la luce anche da sole. Ma questa è una balla di proporzioni epiche.

La parte sociale avremo modo di approfondirla nelle prossime settimane. Essa è incentrata sulla conciliabilità famiglia-lavoro. Un obiettivo importante di molti enti pubblici. Anche della città di Lugano, che infatti l’ha inserito nelle proprie Linee di sviluppo.

Il colmo

Sarebbe dunque il colmo che ad affossare delle misure per la conciliabilità famiglia-lavoro fossero nientemeno che i kompagnuzzi: proprio loro, che sono soliti riempirsene la bocca ogni due per tre! Ah già: ma la coerenza della gauche-caviar spalancatrice di frontiere è questa. Anche la conciliabilità famiglia-lavoro (come la legalità, come la morale, come i diritti popolari,…) vale solo a senso unico.

Lorenzo Quadri