“Mamma li turchi”! Scuole di Erdogan: vietarle subito!

Partitocrazia multikulti, sveglia! Ankara vuole diffondere l’integralismo in Svizzera

Sempre meglio! In Francia l’integralismo islamico guadagna posizioni e mette a segno nuovi sanguinosi attentati. L’ultimo è avvenuto sabato scorso a Parigi ad opera di un 21enne ceceno, armato di coltello, pare radicalizzatosi sul web. L’uomo è stato abbattuto dalla polizia.

Il presidente Macron ha annunciato misure contro la radicalizzazione, ponendo l’accento sui finanziamenti esteri (in particolare da paesi come Turchia, Arabia Saudita, Qatar) che foraggiano moschee e “centri culturali” da cui si diffonde l’estremismo islamico. A predicarlo sono imam provenienti dalle nazioni citate. I quali, ça va sans dire, non parlano la lingua locale, non conoscono la realtà occidentale (e men che meno ne conoscono i diritti fondamentali ed i valori). E, soprattutto, alle loro platee non predicano l’integrazione. Predicano di colpire gli infedeli.

Radicalismo islamico

In contemporanea, dai domenicali di Oltralpe apprendiamo che il governo turco avrebbe intenzione di fondare delle scuole turche in Svizzera. Le scuole, frequentabili nel fine settimana, offrirebbero ai bambini ed ai ragazzi tra i 6 ed i 17 anni di età corsi di “lingua e cultura”. Non ci vuole una mente contorta  per immaginare che l’obiettivo dell’operazione è, semplicemente, quello di diffondere l’estremismo islamico in Svizzera. Evidentemente non basta finanziare le moschee ed i centri culturali musulmani. Adesso si fa un passo in più. Avanti con il lavaggio del cervello ai giovani in età scolare (più facili da indottrinare)! E magari, per loro tramite, anche alle rispettive famiglie!

E il bello è che il governo turco dice di volersi avvicinare all’UE. Ma col piffero! La Turchia è un paese che di “europeo” non ha proprio nulla. Non per nulla è il nemico storico dell’Occidente cristiano (vedi la nota espressione: “mamma li turchi!”).

Ankara tu?

Con la nuove storiella delle scuole turche, Ankara evidentemente fa leva sul conclamato buonismo-coglionismo degli svizzerotti fessi. Si attende che, in nome del politikamente korretto, del “dobbiamo aprici”, del fallimentare multikulti, i politicanti elvetici come al solito caleranno le braghe, ed autorizzeranno pure le scuole turche. E mica vorremmo impedire ad  immigrati in arrivo da “altre culture”, incompatibili con la nostra, di diffonderle da noi! E’ becero populismo e razzismo!

CAG, ma vai a CAG!

C’è da sperare che le autorità cantonali avranno il buon senso di respingere eventuali richieste di insediamento di scuole turche in Svizzera. E senza tante pippe mentali. Ma non facciamoci troppe illusioni. E qui torniamo a quanto scritto sopra. In Francia, ma anche in molte altre parti del mondo, ci si rende conto che, per mettere i bastoni tra le ruote ai radicalizzatori islamici, occorre chiudere i rubinetti dei finanziamenti esteri alle  moschee. E da noi invece cosa succede? Succede che i tamberla della Commissione degli affari giuridici (CAG) del Consiglio degli Stati, praticamente all’unanimità, decidono che la Svizzera non devevietare i finanziamenti esteri alle moschee e ai centri culturali islamici. “Sa po’ mia”!E se poi qualcuno ci accusa di i-i-i-islamofobia?

Hai capito quali sono le preoccupazioni di questa Commissione di interdetti? Evitare, costi quel che costi, le accuse di islamofobia e di discriminazione! Chissenefrega se poi l’estremismo islamico dilaga, se la sicurezza pubblica è in pericolo, se la Svizzera diventa il paese del Bengodi per jihadisti!

Quale futuro?

Vari paesi vanno nella direzione di proibire i finanziamenti esteri alle moschee. Da noi si tollera che governi stranieri finanzino imam e moschee che ci portano in casa il cancro dell’integralismo islamico. Prossimamente autorizzeremo anche le scuole turche perché “non si può discriminare”. Ora, la scuola forgia il futuro della società. Che razza di futuro stanno preparando i bambela del politikamente korretto per la Svizzera? In Belgio è nato un partito islamico con l’obiettivo di introdurre la Sharia nel paese. Qualcuno pensa forse che una cosa del genere non succederà presto anche da noi? Tanto più che, stante il regime di immigrazione scriteriata e di naturalizzazioni facili imposto dalla partitocrazia, l’elettorato di neo-svizzeri non integrati e non integrabili al futuro partito islamico non mancherà di certo. Avanti così!

Lorenzo Quadri

 

Sempre più stranieri assunti alla faccia degli svizzeri

Ecco cosa succede a continuare a votare per la partitocrazia spalancatrice di frontiere

 

Lo dice l’Ufficio federale di statistica. “Immigrazione uguale ricchezza”? Certo, ma solo per chi immigra!

Niente di nuovo sotto il sole (e neppure sotto i rovesci temporaleschi): certe notizie che non piacciono alla casta vengono fatte passare il più possibile sotto silenzio. O mascherate (leggi: taroccate) ad arte. E’ il caso dell’ultima indagine su lavoratori stranieri e svizzeri nel nostro paese, pubblicata di recente dall’Ufficio federale di statistica (UST).

Cosa ci dicono i nuovi dati dell’UST? Ci dicono che in Svizzera la crescita dei lavoratori stranieri è il triplodi quella dei lavoratori elvetici. In altre parole: a fine marzo del 2018, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il numero di svizzeri assunti è aumentato dello 0.6%, mentre quello degli stranieri dell’1.7%. Quasi tre volte tanto, appunto.

In Ticino stiamo peggio

Da notare che le statistiche dell’UST si riferiscono a tutta la Svizzera. La situazione ticinese è ben peggiore. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone, il numero dei nuovi impieghi creati annualmente in Ticino è praticamente uguale, quando non addirittura inferiore, a quello dei nuovi permessi G rilasciati! Traduzione: si creano posti di lavoro solo per frontalieri.

E cosa accade sul fronte della disoccupazione? I dati ufficiali taroccati “pro saccoccia spalancatori di frontiere” indicano, sempre tra il marzo del 2017 e quello del 2018, una crescita dello 0,1%. Cifra che, come ormai sappiamo, non dice granché. Perché non tutti i senza lavoro rientrano nelle statistiche sulla disoccupazione. In particolare, chi è in assistenza non vi figura più. E sappiamo che l’assistenza in Ticino inanella sempre nuovi record.

Povertà

Lo stesso accade, ma tu guarda i casi della vita, per la povertà.

In Svizzera, secondo l’Ufficio federale di statistica, è povero il 7.5% della popolazione, mentre in questo sfigatissimo Cantone siamo al 17%. Le persone a rischio povertà sono in Svizzera il 14.7%; in Ticino si raggiunge un inquietante 31.4%. Ovvero, praticamente un terzo della popolazione ticinese è a rischio di povertà. La percentuale cresce a ritmo accelerato: nel 2013 infatti eravamo al 24.4%.

Ma come: immigrazione non doveva essere uguale a ricchezza? L’immigrazione è esplosa ed i Ticinesi sono sempre più poveri. Vuoi vedere che si intendeva dire: “immigrazione uguale ricchezza, ma solo per gli immigrati”?

Il quadro è chiaro

Numero dei lavoratori stranieri in Svizzera che cresce del TRIPLO rispetto a quello dei lavoratori con passaporto rosso, mentre la disoccupazione aumenta per i cittadini elvetici. Il quadro dunque è chiaro. In questo Paese (s)governato da camerieri di Bruxelles ci si continua ad “aprire”, terrorizzati dall’idea di venire accusati di “razzismo”. Ci si ostina a far entrare tutti quando in Svizzera c’è già il 25%  di popolazione straniera. E il conto è salato. In Ticino addirittura lavorano più stranieri che ticinesi. In nessun’altra parte del mondo la classe politica (uella) tollererebbe una situazione del genere. In Giappone gli stranieri sono il 2% e nessuno ci trova  da ridire.

Chi è responsabile?

Se il nostro mercato del lavoro è nella palta, la responsabilità principale la porta la devastante libera circolazione delle persone e chi l’ha voluta. Ovvero, partitocrazia PLR-PPD-P$$, stampa di regime, padronato, sindacati, intellettualini e compagnia cantante.

La Lega al contrario si batte da quasi vent’anni contro la libera circolazione. Già alla fine dello scorso millennio (!) il nostro Movimento ne aveva previsto con esattezza le conseguenze. Invece i politicanti del triciclo blateravano di ticinesi che avrebbero trovato lavoro a Milano! I $indakati dal canto loro strillavano che gli ammonimenti leghisti erano solo becero populismo; intanto si fregavano le mani pensando ai nuovi affiliati frontalieri e alle relative quote.

Da due decenni…

La Lega ha sempre combattuto, fin dall’inizio, la libera circolazione.  Se il “maledetto voto” del 9 febbraio non viene applicato, se la preferenza indigena è stata rottamata, la colpa è della partitocrazia PLR-PPD-P$$. Non certo della Lega che in Ticino è partito di maggioranza RELATIVA. Mentre la maggioranza ASSOLUTA ce l’ha il triciclo; sia in governo che in parlamento. Questa maggioranza ha sempre voluto spalancare le frontiere. Continua a volerlo. E quindi rottama le votazioni popolari a sostegno della preferenza indigena.

Ma è inutile continuare a votare per la partitocrazia euroturbo e succube delle rispettive dirigenze nazionali che del Ticino se ne sbattono, e poi lamentarsi perché “non si fa nulla” per tutelare il mercato del lavoro ticinese dall’invasione da sud. La Lega fa; il triciclo euroturbo affossa. Ricordatevene alle prossime elezioni. Nel frattempo, tutti a firmare l’iniziativa popolare contro la libera circolazione!

Lorenzo Quadri

Come volevasi dimostrare: il casellario va alla grande!

Ma gli esponenti del triciclo in CdS sono pronti a calare le braghe con il Belpaese

 

La misura decisa tre anni fa dal ministro leghista Norman Gobbi ha permesso di evitare l’arrivo in Ticino di 201 delinquenti pericolosi, tra cui anche MAFIOSI! Per non parlare dell’aspetto deterrente! Per cui: casellario “forever”! Anzi, reintroduciamo anche la richiesta del certificato dei carichi pendenti!

Ma chi l’avrebbe mai detto! La richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio o del rinnovo di permessi per frontalieri (G) o per dimoranti (B) funziona alla grande. Alla faccia della partitocrazia spalancatrice di frontiere.

La nuova prassi venne introdotta tre anni fa dal Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi e, in questo lasso di tempo, ha permesso di individuare 201 criminali. 201 delinquenti pericolosi che, senza il casellario, si sarebbero trasferiti allegramente in questo sfigatissimo Cantone! E chissà cosa avrebbero combinato!

Le cifre sono state pubblicate venerdì sul Corriere del Ticino. Il numero di personaggi potenzialmente pericolosi bloccati tramite casellario è aumentato costantemente col passar del tempo. Nell’ultimo anno i permessi negati sono stati in media 6.8 al mese.

Ma naturalmente questi dati rappresentano solo la punta dell’iceberg.C’è infatti una cifra fondamentale, che non sapremo mai. Quella degli aspiranti dimoranti e frontalieri con la fedina penale sporca che, sapendo del casellario, hanno rinunciato a chiedere un permesso per trasferirsi in Ticino! E questa cifra, poco ma sicuro, è nettamente superiore ai 201 casi colti “con le mani nel sacco”.

Ancora una volta, quindi, una misura voluta dalla Lega si dimostra efficaceper tutelare la sicurezza di un Cantone, il nostro, devastato dalla criminalità straniera. Infatti fino all’80% degli ospiti dell’Hotel Stampa non ha il passaporto rosso.

Malgrado la richiesta di presentare il casellario giudiziale risponda ad evidenti logiche di buonsenso, ai vicini a sud non va giù. Ed infatti continuano a starnazzare. Forse perché sanno che con gli svizzerotti basta fare la voce un po’ grossa che subito arriva la calata di braghe?

Anche mafiosi

I 201 delinquenti bloccati dal casellario non sono dei ladri di ciliegie. Tra loro ci sono infatti persone condannate per rapina, sequestro di persona, traffico di droga, e addirittura criminalità organizzata. Hai capito? Anche i mafiosi! La partitocrazia politikamente korretta, a partire dalla $inistruccia al caviale, si riempie la bocca con la lotta alle infiltrazioni mafiose, che va potenziata e blablabla. Però vuole rottamare il casellario giudiziale, che è la misura più semplice ed economica per combattere queste infiltrazioni! Ma sa po’?

Triciclo, vergogna!

E il colmo è che il triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato – Vitta, Beltra e Bertoli – è  pronto a svendere la sicurezza dei ticinesi e a rottamare il casellario. Questo per invogliare il Belpaese a ratificare il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Una marchetta in piena regola. Ma del tutto inutile, visto che tale ratifica non ci sarà mai.

A pretendere la marchetta, i consiglieri federali della partitocrazia. A costoro, in realtà, dell’accordo sui frontalieri non gliene frega un tubo. Però sono terrorizzati dall’idea di rampogne da parte degli eurobalivi a seguito dei piagnistei italici contro il casellario. Ma come: il Belpaese non ha giustamente fatto vincere le elezioni agli antieuropeisti? Però i politicanti d’oltreramina vanno a frignare a Bruxelles per ogni cip? Un minimo di coerenza, PF!

I burocrati bernesi…

La richiesta del casellario giudiziale ha impedito ed impedisce a centinaia di delinquenti pericolosi, mafiosi compresi, di stabilirsi da noi. Però squallidi personaggi della burocrazia bernese (sempre più simile a quella di Roma) come l’ex segretario di Stato Jacques de Watteville, già tirapiedi dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, andavano in giro a dire che non serviva ad un tubo. Addirittura, il citato signore (simpatico come un cactus nelle mutande) ha avuto la faccia di tolla di insistere con la deputazione ticinese a Berna affinché facesse pressing sul CdS per togliere l’ “inutile misura che ci causa problemi nei rapporti internazionali”. La deputazione ha almeno avuto il buonsenso di mandarlo a Baggio a suonare l’organo.

Casellario “per sempre”

Visto che le cifre certificano la – peraltro evidente senza bisogno di tanti studi – efficacia del casellario, è evidente che questo va mantenuto in vigore definitivamente. Nei secoli dei secoli.Tanto più che di nuovi accordi fiscali con il Belpaese non ce ne saranno mai. Anzi, varrebbe la pena ripristinare anche la richiesta dell’estratto dei carichi penali pendenti. Così da proteggerci ancora meglio contro l’insediamento in Ticino di delinquenti stranieri a seguito della devastante libera circolazione delle persone.

E i valichi secondari?

A proposito di sicurezza: che fine ha fatto la chiusura notturna dei valichi secondari? Dispersa nelle nebbie bernesi?

Avviso ai naviganti: che nessuno si sogni di venderci la fola che la misura sarebbe “inutile”: è la stessa fregnaccia che i burocrati bernesi hanno tentato di rifilarci anche a proposito del casellario. E non ce la beviamo.

E che nessuno si sogni di proporre alternative deliranti alla chiusura notturna. Quali ad esempio lasciare i valichi aperti ma potenziare l’illuminazione (?). Ve la diamo noi l’illuminazione! Basta con le prese per i fondelli!

Lorenzo Quadri

 

 

Eccone un altro che pretende di comandare in casa nostra

Como, il sindaco sbrocca contro le dogane svizzere chiuse il lunedì di Pentecoste

 

Ah beh, questa ci mancava! Improvvisamente il sindaco di Como, Mario Landriscina, in carica da meno di un anno, si accorge che in Svizzera il lunedì di Pentecoste è festa. Di conseguenza le dogane sono chiuse. Nel Belpaese invece è un giorno lavorativo. Quindi i TIR circolano. E, si lamenta il sindaco di Como, non potendo attraversare il confine, i camion creano colonne e problemi di viabilità dalle sue parti. Il che sarebbe “inaccettabile”. “Non possiamo essere da soli ad affrontare una questione tra due Stati – inveisce il sindaco comasco -. Loro (gli svizzerotti) possono chiudere la dogana, ma le ricadute non possono essere solo nostre. Se noi facessimo altrettanto? Non possiamo accettare soluzione che vadano a discapito dei residenti”. 

Ohibò. Il lunedì di Pentecoste festivo non ce lo siamo mica inventati nel 2018. Negli anni scorsi a Como la situazione l’hanno sempre gestita senza fare una piega. Come mai? I sindaci precedenti erano più bravi di quello attuale?

La tolla di certuni…

Certo che la “lamiera” di taluni politicanti italici non conosce davvero limiti! Inaccettabile che gli svizzerotti chiudano le dogane il lunedì di Pentecoste? Ma va là!

Adesso le elenchiamo noi al sindaco di Como un paio di cosette “inaccettabili”.

  • Tutti i santi giorni entrano in Ticino 65’500 frontalieri uno per macchina, più migliaia di padroncini e distaccati che intasano le nostre strade ed autostrade ed impestano la nostra aria, oltre a generare dumping salariale e a soppiantare i lavoratori ticinesi. Inaccettabile.
  • Ogni giorno il Ticino viene attraversato da svariate migliaia di TIR UE in transito parassitario (grazie kompagno Moritz “Implenia” Leuenberger, che ci hai svenduti a Bruxelles trasformandoci in un corridoio di transito a basso costo!). Inaccettabile.
  • Il frontalierato del crimine imperversa nel Mendrisiotto e non solo. Inaccettabile.

Quindi: chiudiamo le frontiere! 
E noi dovremmo versare i ristorni?

E’ poi evidente che il signor di Sindaco di Como non ha alcuna voce in capitolo sulle nostre festività. Che tra l’altro non sono state introdotte oggi. Trattasi infatti di festività cristiane che ad un sindaco eletto in una coalizione di “destra”, come è quello di Como, dovrebbero pur essere note. A meno che oltreconfine si siano  già convertiti all’integralismo multikulti.  Sicché, per dirla con un’espressione utilizzata in modo “bipartisan” sia al di qua che al di là della ramina: vadaviaiciapp! Di certo non apriamo le dogane ai TIR UE nei giorni festivi per fare un favore ai vicini a sud.
E, prima di blaterare contro la Svizzera ed il Ticino, si ricordi, il signor Sindaco, quanti dei suoi concittadini ed elettori hanno la pagnotta sul tavolo solo grazie al nostro Cantone.

E noi a questi politicanti dovremmo pure versare i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri? Che poi li usano per toppare i loro buchi di gestione corrente? Ma blocchiamo tutto subito! Sveglia CdS!

Ironia della sorte

Proprio in questi giorni la stampa di Como sta riferendo sui disservizi viari in città. Ad esempio, una via chiusa a causa di un grosso buco apertosi misteriosamente nella carreggiata. Mentre in un’altra strada sono state effettuate asfaltature non annunciate. Ecco, magari si potrebbe cominciare a risolvere questi, di problemi di viabilità, prima di inveire sulle festività elvetiche. Anche perché le chance di successo di simili intemerate sono pari a zero. Gli ordini da Como proprio non li prendiamo. Né adesso né mai. E’ chiaro il messaggio, o ci vuole un disegno?

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Partitocrazia in governicchio Il festival delle figure di palta

Ristorni dei frontalieri: il triciclo PLR-PPD-P$ si arrampica sui vetri per non decidere

Come volevasi dimostrare, i rappresentanti della partitocrazia PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato non ne vogliono sapere di difendere gli interessi dei ticinesi. Ed infatti sui ristorni preparano l’ennesima calata di braghe.

Nuova dimostrazione che il triciclo è succube dei rispettivi partiti federali (che di quello che succede in questo sfigatissimo Cantone se ne impipano). Del resto, da una partitocrazia che affossa la preferenza indigena votata due volte dal popolo, e che si illude di scaricarsi delle proprie responsabilità invocando il trito mantra del “sa po’ mia”, cosa ci si poteva attendere?

Il triciclo (assieme a tutta la casta) ha voluto la devastante libera circolazione delle persone. E quando si tratta di rimediare al disastro fatto? Forse che recita il mea culpa? Forse che cerca di trovare delle soluzioni? Ma col piffero! Si nasconde dietro la foglia di fico del “Sa po’ mia”, affossa le proposte altrui e rottama le votazioni popolari!

Nemmeno sul minimo…

Sui ristorni, l’impostazione non cambia. Sul tavolo, come noto, c’è la proposta di Zali, appoggiata da Gobbi, di vincolare parte di questo “tesoretto” – che ricordiamo ammonta ormai ad oltre  80 milioni di Fr all’anno, e scusate se sono pochi– alla realizzazione, da parte del Belpaese, di opere di interesse transfrontaliero. Così come previsto dalla Convenzione del 1974. Il pagamento verrebbe effettuato, per ovvi motivi, solo a realizzazione avvenuta. Una proposta, lo abbiamo già scritto, assolutamente sensata. Addirittura minimalista. Un “compromesso svizzero”. Eppure, la partitocrazia non ne vuol sapere. E, pur di non dare ragione all’odiata Lega, si arrampica sui vetri per non decidere. Non decide perché sa bene che un No alla proposta leghista costituirebbe un clamoroso autogol, oltre che una figura marrone di proporzioni epiche. Ma bene!

Nulla di fatto

L’ammucchiata antileghista in Consiglio di Stato è così arrivata a tirare in ballo anche la visita del governatore della Lombardia Attilio Fontana. L’evento mondano si è tenuto venerdì. Ovviamente non ha portato nulla di nuovo. Lo si sapeva fin dall’inizio. Ma, quando si è a caccia di pretesti, tutto fa brodo. Oltretutto si tratta dell’ennesima dimostrazione di incoerenza. Il triciclo ha sempre rifiutato qualsiasi intervento cantonale nella questione dei ristorni con la scusa che si tratta di competenza nazionale: quindi di Berna da un lato e Roma dall’altro. Una versione che tra l’altro è stata appena sconfessata dal Consiglio federale.

E adesso per non decidere – e quindi per non dare ragione all’odiata Lega – ci si attacca all’incontro con Fontana? Che è governatore della Lombardia, mica presidente del Consiglio! Proprio vero che al ridicolo non c’è fine.

Nessuna sorpresa

In un passato ormai sepolto (2014) il PLR aveva lanciato una petizione per la disdetta della Convenzione del 1974; oggi evidentemente la musica è cambiata (sarà perché l’attuale presidente dell’ex partitone di lavoro fa il funzionario della Confederella?) ed il partito si è adagiato sull’integralismo calabraghista. E, in duetto con i kompagni, blatera di trattative con l’Italia. Come se con il Belpaese gli svizzerotti non avessero già trattato ad oltranza, prendendola regolarmente in quel posto! Non ci sono quindi dubbi sul fatto che PLR e PS, anche per accontentare i rispettivi partiti nazionali, vogliano a tutti i costi regalare anche quest’anno 80 milioni di ristorni Belpaese. Delude invece la posizione del Beltraministro PPD, visto che il suo partito ha comunque mostrato delle timide aperture verso l’idea di vincolare i ristorni all’esecuzione di opere di interesse comune transfrontaliero. Opere che, pur essendo state promesse da lungo tempo, giacciono imboscate nei cassetti! Oppure non funzionano: vedi il trenino dei puffi Stabio-Arcisate, titolare del record mondiale dei ritardi. Intanto però i vicini a sud investono nella costruzione di una nuova strada per agevolare l’invasione del Ticino da frontalieri e padroncini in arrivo uno per macchina. Per quella i soldi ce li hanno.

La fregnaccia delle “trattative”

I tapini della partitocrazia, come detto, ancora farneticano di trattative con il Belpaese sul nuovo accordo fiscale sui frontalieri. Ed intanto il presidente del Consiglio regionale della Lombardia ha già scritto ai presidenti di Camera e Senato chiedendo di NON ratificare il nuovo accordo! Il quale ormai è morto, sepolto e mummificato.

Cosa deve ancora succedere perché la partitocrazia si decida a bloccare i ristorni? Ma teniamoci questi soldi e piantiamola di farci prendere per i fondelli! Sveglia!

Lorenzo Quadri

 

 

La SECO fa un altro regalo ai frontalieri: chiudiamola!

Disoccupazione: i balivi tagliano le indennità agli svizzeri, mentre ai permessi G…

I balivi della SECO (Segreteria di Stato per l’economia) ne hanno combinata un’altra. Chiaro: limitarsi a taroccare le statistiche sulla disoccupazione e sul frontalierato per fare il lavaggio del cervello agli svizzerotti, con l’intento di convincerli che con la devastante libera circolazione delle persone va tutto a meraviglia, non basta.  Fare l’organo di propaganda politica pro-frontiere spalancate è riduttivo per dei burocrati che costano al contribuente la bellezza di 100 milioni all’anno!

Così ecco arrivare l’ultima geniale trovata, di cui ha dato notizia il sindacato OCST. La SECO, annuncia il sindacato, ha comunicato di voler estendere anche ai frontalieri il diritto al “guadagno intermedio”, ossia “una delle principali prestazioni garantite ai lavoratori residenti in Svizzera dalla Legge sull’Assicurazione Disoccupazione (LADI)”.

“Il guadagno intermedio –spiega il sindacato – è un ammortizzatore sociale all’avanguardia che garantisce al lavoratore una sicurezza economica e contrattuale molto importante. I lavoratori svizzeri (e residenti in genere) lo conoscono bene, mentre tra i frontalieri fino ad oggi era un perfetto ignoto”.

“In sintesi –prosegue l’OCST – i lavoratori frontalieri che subiranno una riduzione della percentuale di lavoro presso la stessa azienda avranno diritto ad un’indennità (con il computo del “guadagno intermedio” appunto) che andrà a colmare in parte il salario perduto”.

Regalo immotivato

Al di là dei tecnicismi, il quadro è chiaro. I tamberla della SECO intendono fare l’ennesimo regalo ai frontalieri. Senza uno straccio di motivo plausibile. E a danno delle casse della disoccupazione svizzera. Ricordiamo che i balivi bernesi in tempi recenti di regalo ingiustificato ai frontalieri ne hanno già fatto uno, e bello grosso.  Ovvero la possibilità di beneficiare delle deduzioni fiscali di cui dispongono i residenti. Adesso, con il guadagno intermedio, ne arriva un altro. Che schifezza.

A Berna bisogna fare pulizia con la ramazza! A casa subito, e senza guadagno intermedio, i burocrati ed i politicanti svenduti che invece degli interessi degli svizzeri  fanno quelli dei frontalieri!

A sud ridono

Intanto,  al di là della ramina, se la ridono a bocca larga. Il Belpaese continua a prenderci per i fondelli alla grande. In particolare proprio sulla questione del frontalierato: vedi il famoso nuovo accordo fiscale, ormai morto e defunto. E gli svizzerotti, fessi come non mai, non solo non reagiscono tramite blocco ristorni (Consiglio di Stato) o disdetta della Convenzione del 1974 (Consiglio federale). Ma addirittura si inventano nuovi regali ai frontalieri! Grazie SECO! Ma è possibile fare peggio di così? E noi ci aspettiamo – la nostra partitocrazia si aspetta – che i tamberla bernesi, schiavi delle “aperture”, prendano decisioni nell’interesse del Ticino? Ma significa essere caduti dal seggiolone da piccoli!

Iniziative indecenti

I regali ai frontalieri in ambito della disoccupazione sono particolarmente indecenti se si pensa che, con l’ultima modifica della legge federale, che la Lega ha combattuto, dal 2012 sono stati introdotti pesanti tagli alle indennità dei residenti. Lo scopo dell’esercizio era, ovviamente, quello di risparmiare sulla pelle dei disoccupati svizzeri. Però i soldi per i regali ai  frontalieri ci sono? SECO, vergogna!

Oltretutto la novità si presterà ad ogni sorta di raggiri. Vedi diminuzioni simulate dell’orario di lavoro – magari ad opera di imprenditori italici – per far poi compensare lo stipendio dalla disoccupazione. Ma figuriamoci se a Berna ci arrivano. Questi pensano di vivere nel Paese del Mulino Bianco. Non hanno la più pallida idea di cosa voglia dire avere a che fare con l’Italia.

Grazie PLR!

Visto che la SECO è inquadrata nel Dipartimento del PLR Johann “Leider” Ammann, ringraziamo, ancora una volta,  l’ex partitone ed i suoi politicantiche continuano ad avvantaggiare i frontalieri a scapito degli svizzeri.Ma avanti così, continuate a votare liblab…

E’ evidente che sull’ultima alzata d’ingegno della SECO verrà presentato un atto parlamentare a Berna (domani comincia la sessione delle Camere federali).

 

 

Per i ticinesi: un tubo!

E cosa fa invece la SECO targata liblab, quella che fa i regali ai frontalieri, per sostenere i disoccupati ticinesi? Un tubo! Anzi: sabota qualsiasi tentativo di arginare l’invasione da sud, perché “bisogna aprirsi”! E giù fregnacce sul presunto “diritto superiore”!

E’ ora di darci un taglio a queste sconce prese per i fondelli. Via la libera circolazione (tutti a firmare l’iniziativa!) e CHIUDIAMO LA SECO.Così il contribuente  risparmia 100 milioni di Fr all’anno da reinvestire per promuovere l’occupazione degli SVIZZERI.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Volete il salario minimo? Applicate “Prima i nostri”!

Intanto il PPDog pensa di schivare l’oliva producendosi in esercizi di politica-Xerox

 

Ma guarda un po’, dopo mesi in cui era calato il silenzio, adesso si torna a parlare di salario minimo in Ticino. Il problema però  non è solo di fissazione della cifra. Quindi la questione non viene risolta mercanteggiando sui 18.75 o sui 19.25 Fr all’ora. Come detto più volte, il difetto sta nel manico. E, chi l’avrebbe mai detto, è legato all’invasione da sud!

Se infatti ticinesi e frontalieri ricevono lo stesso salario, il differenziale tra il costo della vita al di qua ed al di là della ramina fa sì che il ticinese tiri la cinghia, mentre il frontaliere si faccia gli attributi d’oro. Quindi il salario minimo si trasforma nell’ennesimo regalo ai frontalieri (dopo l’ultima geniale pensata dei tamberla della SECO sul guadagno intermedio). Per i residenti, invece, un salario di 19 Fr all’ora è troppo misero.

Politica Xerox

Per i ticinesi, saremmo favorevoli ad un salario minimo anche più alto delle cifre in discussione. Ma la conseguenza, in regime di devastante libera circolazione delle persone, sarebbe quella di fomentare ulteriormente l’assunzione di frontalieri a basso costo. Serve quindi una compensazione: al datore di lavoro il dipendente ticinese e frontaliere deve costare uguale. Però la differenza tra il costo della vita al di qua ed al di là della ramina deve venire in qualche modo compensata. Il potere d’acquisto di frontalieri e ticinesi che guadagnano la stessa cifra deve dunque diventare analogo. Questo vuol dire, semplicemente, che una parte della paga versata al frontaliere deve venire incamerata e trattenuta in Ticino. Ora, queste cose è un po’ che le diciamo. E nei giorni scorsi, ma guarda un po’, ecco che gli uregiatti se ne escono con le loro elucubrazioni. E ripetono le stesse cose più volte apparse su queste colonne! Nuovo esempio di politica-Xerox!

Senza preferenza indigena…

Tuttavia i PPDog dimenticano la parte più importante. Il meccanismo perequativo di cui sopra, che costituirebbe la quadratura del cerchio, si schianterebbe immediatamente contro il muro dei “sa po’ mia”. Quel muro che la partitocrazia – PPD compreso! – non perde occasione per alzare, con l’obiettivo di bloccare ogni iniziativa a tutela del mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone in regime di devastante libera circolazione.  Regime voluto proprio dal triciclo PLR-PPD-P$, e da tutto il resto dell’élite spalancatrice di frontiere. Quindi, a che gioco stiamo giocando?

Ripetiamo: affinché il salario minimo abbia un senso ed una sostenibilità, occorre introdurlo di pari passo con la preferenza indigena votata dal popolo ma  rottamata dalla partitocrazia.Alternative non ce ne sono. E’ quindi inutile prodursi in autoerotismi cerebrali su “compensazioni” che sono destinate non diventare mai realtà: la prima ad opporsi sarebbe proprio la partitocrazia, sciorinando la solita fregnaccia della presunta “incompatibilità con il diritto superiore”!

C’è un solo modo per dare una chance al salario minimo: resuscitare la preferenza indigena. Il triciclo ha quindi ora un’ultima opportunità per tornare sui propri passi ed applicare quel “Prima i nostri” che i ticinesi hanno votato per ben due volte. Se non lo farà, anche il salario minimo è destinato ad andare in palta. E si saprà chi sono i becchini: i soldatini della partitocrazia cameriera dell’UE. In primis proprio i $inistrati che, per il loro marketing elettorale, si riempiono la bocca con i salari minimi.

Via la libera circolazione

Se poi in un futuro (si spera) prossimo, grazie all’iniziativa popolare attualmente in fase di raccolta firme, la devastante libera circolazione delle persone verrà disdetta, si potrà tornare a parlare di salari minimi. Ma senza preferenza indigena no, visto che le perequazioni tra ticinesi e frontalieri sono destinate a rimanere nel mondo delle teorie.

Lorenzo Quadri

I costi mostruosi della delinquenza!

E’  il colmo! Apprendiamo dal portale Tio che il processo a Michele Egli, l’assassino della maestra di Stabio Nadia Arcudi (sua cognata) è costato finora la bellezza di quasi 180mila Franchetti!Di cui oltre 70mila solo per la perizia psichiatrica, che qualcuno tra l’altro considera una ciofeca!

Come se non bastasse, sembra che Egli sia intenzionato a presentare ricorso contro la condanna a 20 anni che gli è stata inflitta! Il che significa: ulteriori spese! E chi le paga queste spese? Poco ma sicuro che la massima parte della mostruosa fattura resterà sul groppone dello Stato, ovvero del solito sfigato contribuente!

Uella, qui abbiamo come l’impressione che ci sia gente che nelle vicende di cronaca nera ci “tetta dentro” alla grande, vedi appunto le perizie psichiatriche da 70mila Fr, per non parlare della “ricorsite” cronica! Così gli avvocati difensori, magari nominati d’ufficio, fatturano ore su ore! Piatto ricco, mi ci ficco! Ecco cosa succede in un Cantone pieno zeppo di legulei che “fortissimamente vogliono”  farsi gli zebedej d’oro! E nümm a pagum!

Criminali stranieri
Intanto il Cantone (ovvero il contribuente ticinese) paga oltre 5 milioni all’anno di spese di assistenza giudiziaria. Quanti di questi soldoni vanno a beneficio di delinquenti stranieri, in considerazione del fatto che fino all’80% degli ospiti dell’hotel Stampa non ha il passaporto rosso?? Grazie, libera circolazione!

E il colmo è che i delinquenti stranieri nemmeno vengono espulsi,alla faccia della volontà popolare!

Si dà il caso che prima della votazione sull’iniziativa d’attuazione (febbraio 2016) dell’espulsione dei delinquenti stranieri, i camerieri dell’UE in Consiglio federale promisero che, con la nuova legge sugli stranieri, ci sarebbero state 4000 espulsioni all’anno. Invece, col piffero! I dati ufficiali indicano che nell’anno di disgrazia 2017 le espulsioni effettuate sono state circa 400. Un decimo di quanto promesso!Ennesima presa per i fondelli! Ma su questo torneremo la prossima settimana…

Lorenzo Quadri

SSR: il canone a 200 Fr aspetta al varco!

 

E’ evidente che a Comano non hanno imparato un tubo dall’iniziativa “No Billag” e si sono rimangiati tutte le promesse fatte

Il direttore generale della SSR Gilles Marchand durante l’assemblea dell’inutile e stralottizzata CORSI ha annunciato fantomatici “piani R”. R come “Riforma”.

Staremo a vedere in concreto di che “Riforma” si tratterà. Che l’elefantesca TV di Stato vada ridimensionata ed il canone ridotto, è evidente. Ma c’è anche un’altra evidenza. Ossia che, almeno a Comano, dopo il voto sull’iniziativa “No Billag” non è cambiato un tubo.

Prima della votazione, gli alti papaveri dell’emittente di regime, pur di ottenere un No alla “criminale” iniziativa, si sono profusi in ogni sorta di promesse. Molti ci sono cascati ed hanno votato il famigerato “no critico” al “No Billag”. Ed è accaduto proprio quello che avevamo previsto. Il “no critico” è stato trasformato in un “sì acritico”. Passata la festa, gabbato lo santo! Infatti a Comano si va avanti con la tendenziosità di sempre. La propaganda di regime prosegue, lo sbilanciamento a $inistra pure. A pontificare vengono invitati i soliti amici degli amici, dagli onnipresenti esponenti del clan di Lumino all’economista di corte, candidato P$ “in pectore” al Consiglio degli Stati.

Nei sovradimensionati uffici dirigenziali della Pravda di Comano con le poltrone in pelle umana, qualcuno evidentemente sta facendo il furbetto. E finge di dimenticarsi che in Ticino, se si sommano i Sì al No Billag (50mila, il 35% dei votanti) ed i “No critici” (impossibili da quantificare ma certamente tanti), si arriva ad una robusta maggioranza. E questa maggioranza non può venire di nuovo presa a pesci in faccia. Perché, se qualcuno pensa che l’iniziativa popolare per il canone a 200 Fr sia musica del passato, ha fatto male i conti. Le continue provocazioni – sia da parte dell’emittente che non ha imparato nulla dalla votazione del 4 marzo, che dalla ministra “di riferimento” ossia la Doris uregiatta, che vuole un TV per migranti – non fanno che accelerare i tempi. E il Mago Otelma prevede che un’iniziativa popolare per portare il canone a 200 Fr all’anno farebbe man bassa di voti. Per cui: Achtung!

Lorenzo Quadri

 

 

La Società di pubblica inutilità e lo scempio del salmo svizzero

L’allegra combriccola sta “infesciando” gli indirizzi di posta elettronica dei Comuni

 

La Società di pubblica (in)utilità (SSUP) di questi tempi sta “infesciando” gli indirizzi di posta elettronica di vari Comuni. La società in questione è quell’organizzazione che, non avendo di meglio da fare, pretende di cambiare il nostro inno nazionale e di trasformarlo nell’ennesima ciofeca multikulti. Così, tanto per dare una mano alla casta spalancatrice di frontiere nella “sacra missione” della cancellazione della nostra identità.

La comunicazione ai municipi della Società di pubblica (in)utilità, come si sarà immaginato, riguarda proprio l’inno nazionale. L’allegro gruppetto invita le autorità locali a far cantare, in occasione del primo agosto, il salmo svizzero attuale, con però l’aggiunta di nuova strofa che fa così:

“Croce bianca: unità, campo rosso: libertà, simboli di pace e d’equità.

Forti se aiutiamo i deboli, servi della libertà, liberi.

Siamo aperti al mondo, siamo aperti al sogno:

la bandiera svizzera, segno della nostra libertà.”

 

Non ci vuole una grande fantasia per accorgersi che si tratta dell’ennesima truffa. Il tentativo di contrabbandare il solito mantra delle “aperture” perfino nell’inno nazionale è evidente.

“Arrivare dalla popolazione”?

La società di pubblica (in)utilità si premura di spiegare che: “Negli scorsi due anni alcuni rappresentanti dei comuni ci hanno chiesto se fosse possibile cantare il nuovo testo proposto prima della sua approvazione ufficiale. Sì, si può. Infatti, l’inno attuale è stato cantato per decenni in parallelo al vecchio inno (“Ci chiami o Patria”). Inoltre è dal 1894 che il Consiglio federale continua sottolineare che un inno deve arrivare dalla popolazione e non può essere dettato dall’alto”.

A parte che la storiella dei Comuni che avrebbero contattato la Società è una pietosa fregnaccia: è assai più probabile che i demolitori del salmo svizzero non se li sia filati nessuno. La storiella della nuova strofa che “arriverebbe dalla popolazione” la raccontate a qualcun altro. Popolazione un piffero: questo è l’ennesimo parto (aborto) dell’establishment internazionalista e multikulti.

Ed infatti nel Comitato di  sostegno (uella!) al nuovo inno troviamo tra gli altri: Manuele Bertoli (P$), Fulvio Caccia (PPD), Franco Cavalli (P$), Luigi Pedrazzini (PPD), Fabio Pedrina (P$) e Fulvio Pelli (PLR).

Segnatevi bene questi politicanti – ed i relativi partiti d’appartenenza. La partitocrazia del triciclo PLR-PPD-P$$, dopo aver spalancato le frontiere all’invasione, vorrebbe pure gettare nel water il salmo svizzero. Quello nuovo non deve parlare di Svizzera e men che meno deve citare Dio! Bisogna inneggiare al multikulti, all’integrazione, ai migranti, alle “aperture”!

Interessante poi notare che nell’era del “sa po’ mia!” – limitare l’immigrazione? “sa po’ mia!”; tutelare il mercato del lavoro ticinese dall’invasione da sud? “sa po’ mia!”; applicare la preferenza indigena? “sa po’ mia!” – si scopre che contribuire alla demolizione dell’identità svizzera rottamando perfino l’inno nazionale, invece,  “sa po’”! Che schifo, $ignori. Che schifo!

Avviso ai naviganti

C’è da sperare che, almeno in Ticino, nessuna autorità comunale sarà tanto stolta da aderire all’invito della Società di pubblica (in)utilità a  manomettere il salmo svizzero, ciò che equivarrebbe a prendere a pesci in faccia i propri concittadini.

Se però il prossimo Primo agosto le cose dovessero andare diversamente, poco ma sicuro che sul Mattinopubblicheremo i Comuni, con relativi sindaci, presi a tal punto dalla smania di “aperture” e multikulturalità da non arretrare nemmeno davanti allo stupro dell’inno nazionale.  Tutte informazioni utili in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Lorenzo Quadri

L’abrogazione della LIA e lo strano risveglio dei sindacati

Prima affossano il 9 febbraio, poi denunciano l’inutilità della “preferenza indigena light” 

Come era ampiamente previsto la LIA, Legge sulle imprese artigiane, va verso l’abrogazione. Il Consiglio di Stato ha infatti licenziato il Messaggio in questo senso al Gran Consiglio. La LIA andrà anche verso l’abrogazione, ma il problema che vi sta a monte, ossia la concorrenza sleale da parte di padroncini e distaccati in arrivo da Oltreconfine grazie alla devastante libera circolazione delle persone, sicuramente no. Infatti l’invasione da sud prosegue. Se si abroga la LIA non si può andare allo sbaraglio senza nulla. Occorre dunque proporre delle alternative. Perché le promesse di potenziamento dei controlli non bastano. Oltretutto i controlli servono solo a punire le violazioni quando sono già avvenute. Ed in genere delle sanzioni degli svizzerotti (“che tanto sono fessi e non si accorgono di niente”) al di là della ramina se ne fanno un baffo.

“Sa po’ fa nagott”: per colpa di chi?

Il ritiro della LIA, così come pure l’affossamento della preferenza indigena da parte del triciclo PLR-PPD-P$ con la  solita scusa del “sa po’ mia”, confermano che, a seguito della devastante libera circolazione delle persone, qualsiasi tentativo per tutelare il mercato del lavoro ticinese è destinato a naufragare per colpa degli spalancatori di frontiere. I quali senza vergogna reiterano il ritornello del “sa po’ fa nagott”. E per colpa di chi “sa po’ fa nagott”? Chi ci ha trasformati, contro il volere dei ticinesi, in una colonia di Bruxelles?

I casi della vita

Per una curiosa coincidenza, il giorno stesso in cui il Consiglio di Stato ha licenziato il messaggio per il ritiro della LIA, i $inistrati del $indakato UNIA hanno denunciato tramite veemente comunicato stampa (uella) che le misure per attuare la “preferenza indigena light”, che entreranno in vigore il prossimo primo luglio, non servono ad un tubo. La “preferenza indigena light” è poi il tristemente famoso compromesso-ciofeca che azzera il 9 febbraio. E’ il colmo! Prima i kompagnuzzi di UNIA salgono sulle barricate CONTRO la preferenza indigena perché loro lucrano sugli affiliati frontalieri: per cui più ce n’è meglio è. E adesso saltano fuori a dire che le misure, da loro volute, per NON applicare il “maledetto voto” del 9 febbraio sono inutili. Ma che bella scoperta!

E non solo le misure sono già di per sé inutili. Ma le percentuali di disoccupazione per settore che farebbero scattare l’obbligo d’annuncio agli Uffici regionali di collocamento (URC) dei posti vacanti sono calcolate su scala nazionale. Dunque, non tengono minimamente conto della situazione ticinese.  Se questa non è una presa per i fondelli! Come diceva la nota canzone? “Svegliati è primavera!”. Che le cose stessero così l’aveva già capito fin da subito anche il Gigi di Viganello. E i $indakalisti con l’Audi A6, quelli che dovrebbero essere esperti del mercato del lavoro, adesso scendono dal pero?

Il tornaconto

Se i $indakalisti di UNIA volevano delle misure efficaci a tutela del mercato del lavoro ticinese avrebbero dovuto sostenere il 9 febbraio e “Prima i nostri”. Invece erano in prima fila nell’opera di demolizione della volontà popolare sgradita. Assieme al triciclo PLR-PPD-P$$ e a tutto l’establishment al gran completo. E strillavano, i kompagnuzzi di UNIA, al razzismo e al fascismo. Tutto per motivi di tornaconto pro saccoccia. Per i sindacati più frontalieri ci sono meglio è, visto che anche i frontalieri pagano le loro brave quote. Se i sindacati volessero difendere il lavoro dei ticinesi, sosterrebbero e firmerebbero l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone. Ma naturalmente non solo i sindakalisti rossi si guardano bene dal farlo, ma addirittura il partito da essi controllato, ossia il P$$, si agita come sui carboni ardenti perché vuole assolutamente lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE. Piccolo dettaglio: nella denegata ipotesi in cui detto osceno trattato (che faremo tutto quanto in nostro potere per affossare) dovesse entrare in vigore, le prime vittime sarebbero proprio le famigerate misure accompagnatorie con cui a $inistra amano riempirsi la bocca. In altre parole: accordo quadro istituzionale uguale ROTTAMAZIONE delle misure accompagnatorie.

Domanda da un milione

Per quanto tempo andrà avanti questi presa per i fondelli? O si spalancano le frontiere o si tutela il mercato del lavoro ticinese. Le due operazioni sono in contraddizione. Non possono convivere sotto lo stesso tetto.

Lorenzo Quadri

 

Per rifilarci i finti rifugiati si inventano l’algoritmo

Basta fregnacce! I migranti “ammessi provvisoriamente” vanno rimpatriati quanto prima

E ti pareva! Gli scienziati della SEM, Segreteria di Stato della Migrazione, se ne escono con l’ennesima “ca*ata pazzesca” (citazione da Fantozzi, riferito alla Corazzata Potemkin).

Trattasi dell’algoritmo farlocco per stabilire come spalmare i finti rifugiati nei vari Cantoni, in base alla possibilità che costoro avrebbero di trovare lavoro. Il fantozziano algoritmo, realizzato dal Politecnico di Zurigo in collaborazione con l’università di Stanford (uella!) era già stato annunciato in gennaio. Adesso la SEM comunica che ci sarà una sperimentazione: come quella che vorrebbe fare il kompagno Bertoli con la “scuola rossa”?

“Prima gli altri”

Ma da dove salta fuori la storiella degli algoritmi? I fulmini di guerra della SEM, ma guarda un po’, si sono accorti che i finti rifugiati “ammessi provvisoriamente” non lavorano. Ed infatti, tanto per fare un esempio, il numero degli eritrei in assistenza presenti in Svizzera nel giro di otto anni è cresciuto del 2282%!

Ancora una volta il Dipartimento Sommaruga, invece di preoccuparsi dei cittadini elvetici che non trovano lavoro, si premura di collocare i finti rifugiati. Ciò che ovviamente avviene a scapito dei residenti. Come sempre: prima gli altri, mentre gli svizzerotti vengono trattati come l’ultima ruota del carro!

Rimpatriare

Altro che gli algoritmi per trovare un impiego ai migranti ammessi provvisoriamente. Questi giovanotti non vanno collocati: vanno rimandati a casa loro. E senza tanti algoritmi! A maggior ragione se sono in assistenza. Il solito sfigato contribuente elvetico ne ha piene le scuffie di venire costretto dalla casta spalancatrice di frontiere a mantenere tutti con i soldi delle sue imposte, e di sentirsi poi dire che però lui deve tirare la cinghia, pagare più tasse e balzelli, andare in pensione a 70 anni, e avanti con le amenità! In Svizzera ci sono soldi per tutti tranne che per gli svizzeri?

Sostenere gli svizzeri

La ministra del “devono entrare tutti” Sommaruga ed i suoi kompagni che sul business rosso dell’asilo ci lucrano, faranno bene a rendersi conto che gli sforzi di collocamento si fanno a sostegno dei cittadini elvetici che non hanno un lavoro. I finti rifugiati ammessi provvisoriamente vanno invece rimandati nel paese d’origine. L’ammissione provvisoria deve essere, come dice il nome, provvisoria. Oggi invece ammissione provvisoria è uguale ad ammissione definitiva! Questa è la distorsione che va corretta. Ma naturalmente la kompagna Sommaruga non ci pensa proprio. Tenta invece di convincere gli svizzerotti, a suon di lavaggi del cervello politikamente korrettissimi, che il problema è l’integrazione professionale dei finti rifugiati. Come scontato, si fa leva sul fatto che costoro non devono restare in assistenza, bensì mantenersi lavorando. Trattasi di presa per i fondelli, perché la questione è di tutt’altra natura, ossia che costoro non devono rimanere in Svizzera!

Accordi di riammissione

Quindi, invece di studiare algoritmi con l’unico obiettivo di far rimanere in Svizzera chi invece se ne deve andare, occorre portare a casa accordi di riammissione con i paesi di provenienza dei  finti rifugiati. Stati ai quali tra l’altro continuiamo a versare fior di aiuti allo sviluppo, ovviamente senza condizionarli alla sottoscrizione degli accordi di cui sopra. Guai a solo menzionare una simile eventualità! E’ razzismo e fascismo! Ed intanto il ministro degli esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis è in giro per il paese a fare il prezzemolino ad ogni tipo di evento-sagra-fiera-festival, magari a connotazione elettorale pro-PLR, e che non c’entra un tubo con la politica estera.

Scarica-barile

L’algoritmo è poi l’ennesima trovata del piffero per scaricarsi della responsabilità. Per non mettere fuori la faccia davanti ai Cantoni che si cuccheranno degli ulteriori collocamenti che nessuno vuole. Così i burocrati federali potranno dire che non è colpa loro: ha deciso l’algoritmo! Adesso la politica si fa con gli algoritmi.

Non ci vogliono invece algoritmi per capire come andrà a finire. Dopo che l’Ungheria ha costruito il suo muro sul confine (bene!) i finti rifugiati entrano in Svizzera principalmente da sud, quindi dal Belpaese. La maggioranza dei finti rifugiati con lo smartphone (giovanotti che non scappano da nessuna guerra e che hanno i soldi per pagare i passatori) che sbarcano sulle coste sicule parla un po’ di francese e di italiano. In Eritrea l’italiano è pure una delle lingue ufficiali. Ed essendo la lingua un fattore determinante di collocabilità professionale, indovinate un po’ quali Cantoni si cuccheranno più finti rifugiati grazie all’algoritmo farlocco? E questo, va da sé, accadrà in barba alla situazione occupazionale sul territorio, che tanto viene imbellettata tramite le solite statistiche taroccate della SECO.

Grazie kompagna Sommaruga! Altro che “Prima i nostri”: in Ticino, grazie a voi del triciclo spalancatore di frontiere, già adesso i frontalieri vengono prima dei ticinesi. Presto verranno prima anche i finti rifugiati collocati con gli algoritmi.

Lorenzo Quadri

Sgravi fiscali per il ceto medio? Impossibili senza raccolta firme

In parlamento la partitocrazia non li voterà mai: è succube del tassa e spendi

Sono passati vent’anni (quasi) esatti da quando la Lega dei Ticinesi lanciò l’iniziativa popolare “per un’esenzione della imposizione delle successioni e delle donazioni, più sociale”. L’iniziativa, dal titolo un po’ ostico, venne infatti pubblicata sul Foglio ufficiale dell’11 maggio del 1998, ed approvata in votazione popolare il 6 febbraio del 2000. Grazie ad essa, e quindi grazie alla Lega, non si pagano più le imposte di successione tra coniugi e tra genitori e figli.

“Le nostre iniziative –scriveva il Nano sulla prima pagina del Mattino del 6 febbraio del 2000, giorno della votazione popolare – non sono fatte per i ricchi, come affermano i socialisti, ma per tutti! Per chi non riesce più a tirare alla fine del mese, oppresso da uno Stato che, compreso l’affitto, gli succhia il 64% del reddito; per chi ha una piccola azienda artigianale in buone condizioni ma si vede rapinare dallo Stato metà degli utili conseguiti; per chi eredita una casa e deve venderla per pagare un’imposta di successione che quasi tutti i cantoni hanno abolito!”.

Dopo due decenni…

La votazione popolare benedì, come detto, l’iniziativa leghista. Nel frattempo sono passati quasi due decenni, durante i quali abbiamo assistito all’introduzione di nuove tasse e balzelli (pensiamo ad esempio a quelli sul rüt) e all’incremento di quelli già esistenti. A ciò si aggiunge che i premi di cassa malati, di fatto una forma di imposizione confiscatoria, sono esplosi. Le piccole aziende artigianali, dal canto loro, non devono confrontarsi solo con le “rapine di Stato” ma anche con la concorrenza sleale di  padroncini e distaccati in arrivo dal Belpaese. Un problema, anzi un dramma, che nel febbraio del 2000 era ancora al di là da venire. Come al di là da venire era l’invasione di frontalieri. Quanto ai proprietari di un’abitazione, si sono appena visti appioppare le stime immobiliari gonfiate per fare cassetta.

Fermi al palo

Di sgravi fiscali per il ceto medio, dunque, ce n’è bisogno eccome. Ma da quindici anni questo sfigatissimo Cantone è fermo al palo. Parlare di sgravi fiscali a Palazzo delle Orsoline è diventato tabù. Si dirà che è appena stata approvata (per un soffio) la riform(ett)a fiscale e sociale. Ma quella è “solo” un cerotto per sventare il pericolo di fuga dei maggiori contribuenti dall’ “inferno fiscale” ticinese. Non è una vera riforma. La grande maggioranza dei contribuenti, ed in particolare il ceto medio ed i tartassatissimi single, non ne beneficerà.

Centro?

Il recente affossamento in Gran Consiglio dell’iniziativa parlamentare generica di Iris  Canonica (2001) che chiedeva una tassazione più equa per le persone singole lo dimostra: la partitocrazia non ha alcuna intenzione di varare degli sgravi fiscali per tutti. Non solo la $inistra notoriamente partito delle tasse. Ma anche il PLR e il PPD. Le iniziative parlamentari recentemente presentate da LaDestra sono destinate a venire asfaltate. Il perché è semplice: il cosiddetto “centro” della politica si è spostato a $inistra. PLR e PPD sono diventati dei partiti delle tasse. L’ala liberale dell’ex partitone è praticamente estinta e tra un po’ sarà dichiarata specie protetta dal WWF; mentre il PPD è in mano ad un paio di deputati-sindacalisti in costante smania di visibilità mediatica.

Altro che raccontare che il Gran Consiglio si sarebbe spostato a destra. E’ vero che la $inistra “conclamata” si è indebolita. Ma  i partiti di centro sono diventati di $inistra: il tripudio della $inistra mascherata! Chiaro che poi il P$ si ritrova a fare le assemblee plenarie in una cabina telefonica: c’è stata invasione di campo da parte delle forze “ex borghesi”.

Raccolta firme

Per gli sgravi fiscali per il ceto medio ed i single, la strada possibile è una sola. Quella dei primi anni duemila. Quella, cioè, delle iniziative popolari. E’ illusorio immaginare di trovare in parlamento una maggioranza favorevole ad una fiscalità più leggera. E, se anche per delirio d’ipotesi la si dovesse trovare, i $inistrati lancerebbero il referendum all’istante: mica si vorrà togliere risorse all’ente pubblico che poi mancano quando si tratta di mantenere stranieri in assistenza! E, quando viene lanciato un referendum, sono i promotori ad avere in mano il boccino. Molto meglio dunque scendere in campo per primi e lanciare una o più iniziative popolari che chiedano, finalmente, sgravi fiscali per tutti, ed in particolare per il ceto e per le persone singole. L’attesa è stata fin troppo lunga.

Lorenzo Quadri

Strage sventata alla Commercio Ecco che arrivano gli sciacalli

Come previsto: i $inistrati approfittano dell’onda emotiva per la loro politichetta

La scorsa domenica il Mattino è stato facile profeta scrivendo che, molto presto, sarebbe cominciato lo sciacallaggio ro$$o sulla “mancata strage” alla Commercio di Bellinzona. Così infatti è stato. In base al principio, molto da vicina Penisola, del “piatto ricco, mi ci ficco” le interrogazioni della gauche-caviar sul succulento tema sono fioccate. Nel segno del più smaccato populismo di $inistra. Gli interroganti perseguono due obiettivi manifesti:

1) farsi campagna elettorale mettendo fuori la faccia sui giornali e sui portali online. Mancano undici mesi alle elezioni ed occorre muoversi per tempo. Inutile dire che troppi deputati tuttologi sproloquiano su cose di cui non hanno la più pallida idea. Improvvisamente in Gran Consiglio sono diventati tutti esperti di armi e di balistica.

2) Fare propaganda politica contro le armi al domicilio dei cittadini onesti (tutti criminali!) contro i tiratori, contro gli stand di tiro, contro l’esercito, contro… Insomma i soliti ribolliti cavalli di battaglia dei $inistrati. Cavalli ormai ridotti a ronzini.

Il gioco è semplice

Il gioco condotto da P$ e dintorni è semplice: approfittare della “mancata strage”, una notizia senz’altro scioccante alle nostre latitudini, per sbraitare con la maggior enfasi drammatica possibile, facendo leva sulla “pancia”, le proprie politichette disarmiste e demolitrici delle tradizioni elvetiche. Così come si conviene per quello che è ormai diventato a tutti gli effetti il partito degli stranieri. Un partito contro la Svizzera e gli Svizzeri (vedi la dichiarazione del 1° agosto della kompagna Addolorata Marra di Botrugno, consigliera nazionale P$$: “la Svizzera non esiste”).

Poco ma sicuro che, se fosse stata l’odiata “destra” a comportarsi in questo modo, e a prodursi in simili esercizi di sciacallaggio, i kompagnuzzi con la morale a senso unico sarebbero già in cattedra a puntare il dito contro i “populisti che approfittano delle disgrazie altrui per fare politica di partito”. Adesso invece…

Obiettivo chiaro

Ecco quindi i nostri prodi sollevare con la massima goduria quesiti su quesiti (domande retoriche ovviamente) sul 19enne aspirante sparatore e sulle armi che pare avesse in casa. Alcune domande possono essere legittime. Altre molto meno. Perché è chiarissimo dove vogliano andare a parare; in un caso viene anche detto esplicitamente. C’è infatti in ballo l’accettazione del famoso Diktat UE che vuole disarmare i cittadini onesti con la scusa, ridicola, di combattere il terrorismo islamico (anche l’ultimo attentato commesso a Parigi è stato compiuto col coltello, altro che armi di fuoco). Quale migliore occasione allora di una mancata sparatoria in una scuola, con tutta la carica emotiva che porta con sé, per ribadire che gli eurobalivi hanno ragione, che diamine? I cittadini svizzeri vanno disarmati! Bisogna calare le braghe davanti a Bruxelles! Alla faccia delle nostre leggi e delle nostre tradizioni. E alla faccia anche dell’esito delle votazioni popolari sgradite (febbraio 2011). Specificità elvetiche? “Modello svizzero”? Non sia mai! Dobbiamo diventare uguali ai paesi eurofalliti!

Uno sgarbo?

Da notare che, tanto per restare in tema disarmista, nei giorni scorsi la Repubblica Ceca ha pensato bene di contestare la deroga alla direttiva UE che i funzionarietti dell’Unione europea hanno graziosamente concesso alla Svizzera (chi vorrà tenere a casa l’arma dopo il servizio militare potrà farlo, ma dovrà tuttavia fare parte di una società di tiro o dimostrare di praticarlo con regolarità). Uno sgarbo alla Svizzera? Non necessariamente. La deroga infatti è ampiamente insufficiente. Se dovesse saltare per colpa della Corte di giustizia europea, vorrà dire che sarà più facile raccogliere le firme per il referendum contro il Diktat UE nel caso in cui esso – e di sicuro andrà a finire così – dovesse venire accettato dalla partitocrazia federale.

I camerieri dell’UE in Consiglio federale minacciano che, in caso di rifiuto della direttiva disarmista, gli accordi di Schengen sarebbero a rischio? E allora? Prima di tutto, che il respingimento del Diktat di Bruxelles porterebbe all’esclusione della Svizzera da Schengen è solo un’ipotesi. Non una certezza. Punto secondo: se questa ipotesi si dovesse verificare, avremmo solo da guadagnarci!

Lorenzo Quadri

 

 

La panna montata sul caso “Deadpool”

La polizia ha lavorato bene: e se ci fosse stato un pericolo?

 

Mentre nel posteggio del Foxtown una donna in burqa ha potuto recitare tranquillamente le preghiere della sera in barba  al divieto di dissimulazione del viso (ed inoltre: provateci voi ad andare in un paese islamico a pregare per strada un Dio che non sia  Allah, e vedrete cosa vi succede)   fa discutere il pressoché contemporaneo ed “energico” intervento della polizia a Lugano nei confronti di un cosplayer vestito da Deadpool (personaggio dei fumetti Marvel) e del suo accompagnatore. Il travestimento da Deadpool prevede anche una maschera integrale e comprende pistole (finte) e spade. La polizia ha fatto bene ad allertarsi perché, con quello che accade nel mondo, ed a pochi giorni dalla sventata strage alla Commercio di Bellinzona, il livello di allarme deve essere alto. Il giovane travestito da Deadpool non solo aveva il volto coperto ma girava pure con delle armi. Finte, certo, ma ottime imitazioni di armi vere. Dunque, bisognava partire dal presupposto che il soggetto potesse effettivamente essere pericoloso. Anche perché, specie di questi tempi, ci vuole già tutta per uscire di casa ed andarsene a spasso con addosso una simile bardatura quando non è carnevale. Applicare la legge con buonsenso significa riconoscere il potenziale pericolo. Non certo ignorarlo partendo dal presupposto di avere a che fare con dei burloni. Ci si fosse comportati nei confronti dell’aspirante attentatore della Commercio con la nonchalance che alcuni avrebbero preteso nel caso “Deadpool”, magari oggi un numero imprecisato di famiglie starebbe piangendo i propri figli morti. Quello che a giusta ragione può essere considerato il manifesto popolare del buonsenso dei nostri vecchi recita: “meglio diventare rossi prima che bianchi dopo”. Quindi meglio fermare e circondare Deadpool con modalità “da film” (anche perché non ce n’erano altre) e poi accorgersi che si trattava solo di un cosplayer, e magari diventare rossi, che ignorare le segnalazioni e scoprire in seguito che, oops, le imitazioni di armi non erano delle imitazioni, che sotto la maschera da personaggio Marvel c’era un pericoloso psicopatico o un terrorista islamico che ha aperto il fuoco sulla folla provocando morti e feriti. Allora sì che ci sarebbe stato di che diventare bianchi… dopo. Quando è troppo tardi. Perché se per il fermo energico rivelatosi, ma solo a posteriori, immotivato, ci si può scusare e riderci sopra, i morti non tornano in vita con le scuse, nemmeno se fatte in cinese.

E non osiamo immaginare lo tsunami che si sarebbe abbattuto sulle forze dell’ordine se non avessero dato seguito alla segnalazione che per le vie di Lugano girava un uomo completamente mascherato ed armato (che le armi erano finte non era evidente al primo colpo d’occhio) se fosse davvero accaduto qualcosa di brutto. E chissà quanto strillerebbero quelli che adesso sbraitano per l’intervento spropositato e blablabla. In Francia un’operatrice dell’ambulanza ha ricevuto una chiamata da una neo mamma che diceva di essere in pericolo di vita. Non l’ha presa sul serio, ha risposto “tutti dobbiamo morire prima o poi” e ha attaccato il telefono. La giovane è morta davvero di emorragia interna. Scandalo ed ira generali per lo scellerato comportamento dell’operatrice. Con “Deadpool” sarebbe potuta  accadere la stessa cosa. La polizia non deve essere sfottuta per l’intervento perché a posteriori si è scoperto che “era solo un cosplayer”. A parlare col senno di poi sono buoni tutti. La polizia va invece ringraziata per aver svolto il proprio lavoro con solerzia ed efficacia. Stato di polizia, clima di paura, eccetera? Chi ha voluto spalancare le frontiere e far entrare tutti può solo tacere.

Lorenzo Quadri

 

Il PLR insiste: versate i ristorni al Belpaese!

Vedremo presto con quali scuse il triciclo in CdS continuerà a pagare senza condizioni

Ma chi l’avrebbe mai detto! I ristorni dei frontalieri continuano a tenere banco. Del resto da qualche anno ciò è consuetudine nelle settimane precedenti la data del versamento, cioè fine giugno. Visto poi che il prossimo sarà l’ultimo 30 giugno prima delle elezioni cantonali…

Si discute di ristorni, ma poi non se ne viene mai ad una e si va avanti a pagare “come se niente fudesse”. E la cifra continua a lievitare, di pari passo con l’aumento del numero dei frontalieri. Ormai il tesoretto che ogni anno varca la ramina ha raggiunto quota ottanta milioni.

E il terzo?

Come mai non se ne viene a una? Semplice, perché in Consiglio di Stato non si trova un terzo “ministro” che si unisca ai due leghisti in modo da costituire una maggioranza per bloccare i ristorni. E’ bene ricordarlo: in Consiglio di Stato, ed ovviamente anche in Gran Consiglio, la Lega è partito di maggioranza relativa.Questo significa che la maggioranza assoluta ce l’ha il triciclo  PLR-PPD-P$$. Il quale affossa tutte le proposte che non sono all’insegna delle braghe calate ad altezza caviglia davanti a Berna e a Bruxelles. Le sezioni ticinesi dei partiti storici sono telecomandate dai partiti federali, i quali degli interessi di questo sfigatissimo Cantone se ne impipano in grande stile. Quanto accaduto con “Prima i nostri” insegna.

Proposta minimalista

La scorsa settimana il Consigliere di Stato leghista Claudio Zali, con l’appoggio del collega Gobbi, ha presentato una proposta che prevede di versare i ristorni al Belpaese solo come remunerazione di opere di interesse comune (italo-svizzero) dopo che sono state realizzate. Del resto i ristorni dovrebbero servire proprio a finanziare questo genere di investimenti. Invece finiscono a tappare i buchi di gestione corrente dei comuni italici beneficiari. La proposta leghista  non solo è perfettamente ragionevole ma, come scritto la scorsa settimana, è addirittura minimalista:i ristorni andrebbero bloccati integralmente e senza tante storie. Sarebbe quindi uno scandalo se la proposta dei due leghisti non ottenesse una maggioranza in CdS.

“Trattative in corso”?

Nei giorni scorsi anche la commissione della gestione del Gran Consiglio ha fatto il suo verso sui ristorni. Ha approvato una mozione PPD che chiede al governo di avviare delle trattative con il Belpaese affinché “la quota parte delle imposte alla fonte venga utilizzata per il finanziamento di servizi ed infrastrutture in favore della mobilità transfrontaliera”.Qui siamo ancora al di sotto (ben al di sotto) del minimalismo: se manca il coraggio per compiere anche questo minuscolo passettino, tanto vale chiudere baracca subito. Eppure a qualcuno manca: non parliamo del solito P$, ma addirittura all’ex partitone. Il rapporto di minoranza contrario alla mozione, ossia il rapporto che chiede che i ticinesotti continuino a pagare al Belpaese gli 80 milioni annui senza motivo e senza fare un cip, è redatto dal deputato liblab Matteo Quadranti e sottoscritto appunto da P$ e PLR.

Addirittura, stando a quanto riportato sui media, in tale documento si legge che il tema sarebbe “superato dalle negoziazioni in corso tra Svizzera ed Italia sul nuovo accordo fiscale”. Cosa, cosa? Ma è un rapporto commissionale del PLR o il copione di un film di Alvaro Vitali?

Anche i paracarri hanno capito che il nuovo accordo sulla fiscalità non verrà mai sottoscritto dalla vicina Repubblica, che le “trattative” sono una semplice presa per i fondelli che si protrae da anni; ed il giulivo tandem PLR-P$ ci viene a parlare di “negoziazioni in corso”?

Inoltre: il PLR non era quello che, in un passato remoto (2014)  ed ormai dimenticato, aveva lanciato una petizione per la disdetta della famigerata Convenzione del 1974, quella che prevede i ristorni?
Evidentemente nel frattempo il vento è cambiato (non sarà mica perché l’attuale presidente PLR di lavoro fa il funzionario della Confederella?) e la parola d’ordine è diventata: giù le braghe davanti a Berna, a Roma e a Bruxelles!

Attendiamo i pretesti

Aspettiamo adesso di vedere con quale acrobatica arrampicata sui vetri il Beltraministro uregiatto rifiuterà la proposta dei ministri leghisti  sul versamento dei ristorni, dopo che la Commissione della gestione ha approvato una mozione del suo partito che va nella stessa direzione.

Ah già: si racconterà la solita fregnaccia che “avviare delle trattative” sui ristorni non significa bloccarli, che le prove di forza (?) sono sbagliate, che “sa po’ mia”, che “e se la Doris telefona, poi cosa le racconto” e avanti così!

Il Ticino avrebbe a disposizione un mezzo efficacissimo per farsi valere ed invece, grazie alla partitocrazia, si è ridotto a zimbello dei vicini a sud.

Lorenzo Quadri

Il divieto di Burqa vale anche per il “volpecittà”

La rete giustamente reagisce alla foto della donna velata nel parcheggio del Foxtown

 

Ha suscitato parecchio clamore in rete la pubblicazione della foto di due donne, presumibilmente madre e figlia, che nel parcheggio del Foxtown a Mendrisio recitavano la preghiera della sera. La più anziana indossava un burqa, mentre suo marito aspettava in macchina. La foto è stata trasmessa da un lettore al portale LiberaTV.

E’ forse il caso di ricordare che il divieto di Burqa è stato plebiscitato dal popolo ticinese. E quindi va fatto rispettare. Vale anche al “volpecittà” e non si possono fare eccezioni per il tornaconto del suo “patron” (che di sostegni dalla politica ne ha già ricevuti a sufficienza). Anche perché c’è come il vago sospetto che, quando si tratta di multare un’auto con targhe rossoblù per posteggio scaduto, si assista a ben altra solerzia.

Visto poi che in vari paesi islamici un cristiano (o un credente di qualsiasi fede diversa) non si può certo mettere a pregare in un posteggio pena l’arresto o peggio, non si vede perché i soliti svizzerotti fessi dovrebbero tollerare tutto in nome delle aperture, dello scellerato multikulti, del terrore di vedersi additare come “razzisti ed islamofobi”. Con l’Islam e le sue manifestazioni non ci si può permettere di transigere. Il disegno di conquista è evidente. La conquista si fa per gradi ed i principali alleati sono proprio i buonisti-coglionisti politikamente korretti. Quelli che guai ad imporre a chi arriva da “altre culture” – ma forse sarebbe meglio dire da altre inculture – il rispetto delle nostre regole! Al contrario, siamo noi che dobbiamo calare le braghe davanti alle pretese altrui. Non è così che funzionano le cose. Come i turisti  svizzeri che si recano in Arabia Saudita si adeguano alle regole del posto, lo stesso devono fare i visitatori arabi che vengono da noi.

C’è chi lecca

Visto poi che a quanto sembra la vettura della famigliola con donna in burqa aveva targhe della Vicina Penisola, non si può nemmeno venire a tirare in ballo interessi turistici dato che si tratta di turismo da outlet: l’unica ricaduta sul territorio è semmai quella a beneficio del Foxtown.

Naturalmente i politicanti dei partiti storici, specie se vicini al patron del “volpecittà”, sono corsi a dire che certo, il divieto di burqa votato dal popolo va fatto rispettare “ma con buon senso”. Buonsenso secondo costoro vuol dire non applicare la leggese ciò lede in qualche modo gli interessi del potente di turno. Ma bene! Alla stessa stregua chiediamo allora che – ad esempio –  venga applicato con “buonsenso”, ovvero NON venga applicato, il bidone Via Sicura ed altre norme che servono a criminalizzare gli automobilisti nell’ambito di un disegno politikamente korretto  (e Via Sicura, diversamente dalla legge antiburqa, mica è stata votata dal popolo). Perché allora, già che ci siamo, non applicare “con buonsenso” tutto il codice penale?

Sì al buonsenso, ma…

Certamente ci vuole “buonsenso” anche nell’applicazione della norma antiburqa. Solo che “buonsenso” nel caso concreto significa semplicemente che la polizia non circonda con il mitra spianato la donna che prega in burqa ed il di lei marito, ma con cortese fermezza li informa che in Ticino vige il divieto di dissimulazione del viso, e sempre con cortese fermezza emette la relativa contravvenzione. Così come farebbe, o dovrebbe fare, con qualsiasi altra infrazione paragonabile. Del resto il burqa è vietato anche alla Mecca; sicché la richiesta di toglierlo non può certo cogliere di sorpresa alcun/a musulmano/a.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

Fine del Giornale del Popolo: la solidarietà pelosa della casta

Quanti dei politicanti che lanciano appelli per il GdP sono mai stati suoi abbonati?

 

Intanto gli altri due quotidiani, mentre si profondono in lacrime di coccodrillo per la “perdita”, ridono sotto i baffi ed organizzano le operazioni di sciacallaggio

La chiusura del Giornale del Popolo è certamente una pessima notizia, anche per la pluralità dell’informazione. Mancherà una voce del mondo cattolico (anche se, per quel che riguarda il GdP, l’impressione è che, con l’ultima dirigenza, questa voce si sia sempre più adagiata sul “pensiero unico”).

A ciò si aggiunge il dramma che sta vivendo chi perderà il lavoro. Che non sono solo i giornalisti, ma tutte le figure professionali e tecniche che ruotano attorno ad una pubblicazione cartacea.

Le difficoltà economiche del Giornale del Popolo erano note. Non ci si aspettava però una chiusura dall’oggi al domani. E pare incredibile che la Curia – tenendo anche conto del considerevole patrimonio immobiliare di cui dispone – non trovi i mezzi necessari per un’ “exit” meno traumatica per i collaboratori del giornale.

Non siamo in grado di valutare quanto obbligata fosse effettivamente, per il GdP, la fine della collaborazione con il Corriere del Ticino. Ma una cosa è chiara anche al Gigi di Viganello: non si può pensare di essere “autonomi” ed “indipendenti” senza i soldi.

Solidarietà pelosa

E’ invece stucchevole la gara di solidarietà di politicanti e sedicenti (autocertificati) “VIP”. E’ un esempio clamoroso di solidarietà pelosa fatta per metter fuori la faccia e per salvare le apparenze. Dopo la macchina da guerra messa in piedi per sostenere l’emittente di regime prima della votazione sul “No Billag”, la casta non poteva certo restare in silenzio davanti alla chiusura di un quotidiano con 92 anni di storia alle spalle: avrebbe rimediato una figura marrone di proporzioni epiche.

Vedere però certi soggetti che si riempiono la bocca con la “pluralità dell’informazione”, è uno spettacolo semplicemente penoso: è tutta gente che sogna, nell’informazione, la dittatura del “pensiero unico”: frontiere spalancate, multikulti, islamofilia,… Tutta gente che se (tanto per fare un esempio) dovesse chiudere il Mattino, stapperebbe lo champagne. Altro che “pluralità”! “Pluralità” solo per chi diffonde le loro ideologie!

Pagante per l’immagine?

E soprattutto: quanti tra gli improvvisati amici del GdP sono abbonati al quotidiano? Quanti lo leggono o lo comprano in edicola? Quanti saranno disposti a sostenerlo in modo concreto (soldoni) e non solo con vani proclami che servono unicamente al marketing (elettorale) di chi li fa, ma nulla portano ai destinatari?

Le difficoltà del quotidiano della Curia erano note da tempo. Ma solo adesso che i buoi sono fuori dalla stalla politicanti e compagnia cantante scendono dal pero con le “azioni di sostegno” (che siano, va da sé, il più evidenti e pro saccoccia possibile). Non sarà che  si tratta di politicanti in campagna elettorale permanente –  la maggior parte dei quali mai è stata abbonata al GdP, perché del quotidiano in questione non gliene frega un tubo –  ma che evidentemente pensano che mettere fuori la faccia in questo momento sia pagante per la propria immagine?

Lacrime di coccodrillo

Addirittura grottesche le lacrime di coccodrillo dei vertici degli altri due quotidiani, che, mentre simulano disperazione per l’ “irreparabile perdita”, ridono sotto i baffi ed organizzano le operazioni di sciacallaggio per contendersi a suon di offerte speciali i lettori del GdP rimasti orfani. Piatto ricco mi ci ficco! Mors tua vita mea!

In nome della pluralità

Essendo appurato che una larga maggioranza degli svizzeri vuole un canone radiotv “in nome della pluralità dell’informazione” (?), ci si chieda allora se non è il caso di 1) abbassarlo e 2) toglierne una parte alla monopolista SSR per ridistribuirla alla stampa scritta e magari anche all’ATS. Ricordiamoci che i media cartacei  soffrono per colpa dell’emittente di regime che, non accontentandosi di incassare il canone più caro d’Europa, si mette pure a razziare il mercato pubblicitario. Naturalmente con il pieno sostegno della ministra “competente”: ovvero la Doris uregiatta (l’amica della Susanna “un milione all’anno” Ruoff, direttrice della Posta).

E’ chiaro che dell’eventuale ridistribuzione del canone Billag dovrebbe beneficiare TUTTA la stampa scritta. Non solo quella che piace (regge la coda) all’establishment multikulti e spalancatore di frontiere. Anche quella che gli rema contro. Altrimenti è troppo facile, oltre che ipocrita.

Se la volontà della politica è quella di utilizzare denaro pubblico per la “pluralità dell’informazione” allora occorre sostenere anche i media cartacei. Invece la casta, come ben si è visto, supporta solo la sua emittente di regime –  che è poi la prima a devastare la tanto decantata “pluralità” – e concede graziosamente le briciole alle radioTV private per tenerle a cuccia. L’ennesima presa per i fondelli. O si sostiene tutti o non si sostiene nessuno.

E gli altri?

Ultima considerazione.  I ticinesi che perdono il lavoro sono tanti, purtroppo. La causa spesso e volentieri è sempre la stessa: la devastante libera circolazione delle persone voluta dalla partitocrazia. Oppure scelte scellerate in materia di piazza finanziaria, fatte sempre dalla partitocrazia. Però per questi ticinesi che vengono lasciati a casa, la casta non fa un cip! Anzi, sentiamo addirittura esponenti dell’ex partitone “de facto” dichiarare che i ticinesi che non trovano un impiego sono dei lazzaroni e non valgono una mazza. Anche qui: due pesi e due misure.

Rinnoviamo la solidarietà a tutti i collaboratori del GdP che perderanno lavoro e che stanno sicuramente vivendo dei giorni bruttissimi; ma anche a tutti gli altri ticinesi che si trovano nella medesima situazione, nel completo disinteresse di politicanti e stampa di regime. Perché non ci sono disoccupati di serie A e disoccupati di serie B. E ricordiamoci che la casta, per i licenziati della piazza finanziaria, di manifestazioni di sostegno non ne ha mai organizzata mezza!

Lorenzo Quadri

 

Salario minimo? Solo se c’è anche la preferenza indigena

Altrimenti è un regalo ai frontalieri con spinta al ribasso sui salari dei ticinesi

Si ritorna a parlare del famoso salario minimo, attualmente al vaglio della Commissione della gestione del Gran Consiglio. Era un po’ che il tema non teneva più banco. Al punto da chiedersi dove fosse sparito… Adesso si sta disquisendo sull’ammontare del salario minimo orario, se 18 Fr, 19 o così via. Al di là di questi mercanteggiamenti, il problema di fondo è un altro, e di soluzioni non se ne vedono arrivare.

Il salario minimo di cui si discute è troppo basso per i ticinesi mentre costituisce un regalo ingiustificato ai frontalieri. La disparità di trattamento è sfacciata: non si può trattare allo stesso modo ciò che uguale non è. E la differenza tra il costo della vita al di qua e al di là della ramina è abissale. A ciò si aggiunge che in ogni caso le disposizioni sul salario minimo sono facili da aggirare: vedi il trucchetto dell’assunzione ufficiale, e quindi dello stipendio, al 50%, ma con tempo lavorativo reale al 100%. I vicini a sud sono maestri in questi stratagemmi.

Il reddito disponibile

Invece che sul salario, occorrerebbe lavorare sul reddito disponibile. Onde evitare il soppiantamento di ticinesi con frontalieri provocato dalla devastante libera circolazione delle persone, frontalieri e ticinesi non solo dovrebbero costare uguale al datore di lavoro, ma entrambi, con il salario che ottengono, dovrebbero disporre dello stesso tenore di vita. Altrimenti sotterfugi e fregature ci saranno sempre; ed i lavoratori ticinesi ne usciranno sempre perdenti.

Le difficoltà

La quadratura del cerchio risulta però assai ostica. E’ evidente che qualsiasi proposta che preveda – ad esempio – che  una parte della paga versata al lavoratore frontaliere venga trattenuta in Ticino, e questo per parificare il suo tenore di vita a quello del lavoratore residente, e reinvestita nella promozione dell’occupazione dei ticinesi, si scontrerebbe con il consueto muro di scandalizzati “sa po’ mia!” da parte della partitocrazia triciclata cameriera dell’UE.

D’altra parte prevedere un salario minimo, anche più elevato di quello di cui si sta discutendo, ma solo per i residenti, sarebbe bello ma non funziona in regime di libera circolazione delle persone. Costituirebbe infatti  un ulteriore incentivo a datori di lavoro con “poca sensibilità sociale” (magari  pseudoimprenditori d’oltreramina) ad assumere solo frontalieri.

I becchini

E’ un bel po’ che lo diciamo. Il salario minimo DEVE andare di pari passo con la preferenza indigena. Altrimenti l’operazione si trasforma in un regalo ingiustificato ai frontalieri. Un regalo che, oltretutto, non farà che peggiorare l’invasione da sud, il soppiantamento dei lavoratori ticinesi, i trucchetti per aggirare le disposizioni salariali, e l’appiattimento delle paghe dei ticinesi verso il salario minimo. In altre parole: niente preferenza indigena? Niente salario minimo. Perché non sta in piedi. L’equazione è semplice. Quelli che non vogliono “Prima i nostri”,ed in particolare i $inistrati ed i $indakati ro$$i che lucrano sul frontalierato, sono i becchini del salario minimo. Questo deve essere chiaro a tutti.

L’ultima possibilità

Ecco dunque – se la vogliamo girare in positivo – che la discussione sul salario minimo fornisce alla partitocrazia un’ultima possibilità: il triciclo retroceda dalla vergognosa decisione di non applicare “Prima i nostri” ed introduca finalmente la preferenza indigena plebiscitata per ben due volte dai Ticinesi. Se questa opportunità non verrà colta, si saprà chi ringraziare.

Poiché  come detto i salari minimi hanno un senso solo se c’è anche la preferenza indigena, invitiamotutti  quelli che hanno a cuore gli stipendi equi a  firmare e far firmare l’iniziativa popolare contro la devastante libera circolazione delle persone.

Lorenzo Quadri

 

Qui ci vuole un bel repulisti

Bellinzona, processo agli islamisti Nicolas Blancho & Co: sceneggiate inaccettabili

E’ evidente che qui urgono pulizie di primavera. Nei giorni scorsi si è tenuto al Tribunale penale federale di Bellinzona il processo a tre membri dell’associazione estremista denominata Consiglio centrale islamico svizzero (CCIS). I tre islamisti a processo sono il solito Nicolas Blancho, tale Naim Cherni e Qaasim Illi. Quest’ultimo è il marito di Nora Illi, la donna “velata” più volte giunta in Ticino per inscenare le sue stolte provocazioni contro il divieto di burqa votato dal popolo.

Ebbene, si dà il caso che i tre galantuomini, accusati di sostenere al-Qaida e per i quali il ministero pubblico della Confederazione ha chiesto due anni di carcere, siano stati accolti al loro arrivo a Bellinzona da un gruppo di bambela che gridava “Allah Akbar” ed inneggiava alla “libertà di stampa”. Che tolla! Gli integralismi islamici si appellano alla libertà di stampa – e alle altre libertà costituzionali – per diffondere un’ideologia che queste libertà le vuole distruggere. Il giochetto è evidente. Peccato che la partitocrazia multikulti ancora non se ne sia accorta! Si sveglierà, forse, quando sarà troppo tardi.

Bene, c’è da sperare che le forze dell’ordine abbiano identificato i componenti del “gruppo di sostegno” ai tre islamisti. Perché qui c’è un po’ di gente che va sbattuta fuori a calci dalla Svizzera! Ma per direttissima! Sempre che, ovviamente, la gauche-caviar non abbia già provveduto a naturalizzare tutti!

E le brutte sorprese non sono finite poiché, stando ai portali online, la Corte avrebbe sospeso l’annuncio della sentenza nei confronti del terzetto di radicalizzatori dal 25 maggio (data prevista) al 15 giugno. E questo, udite udite, per rispetto del Ramadan!

Qui qualcuno si è davvero bevuto il cervello! Da quando in qua il Ramadan è una festività svizzera? Da quando in qua i nostri tribunali devono attenersi al Ramadan? Quale sarà il prossimo passo, l’applicazione della sharia in Svizzera! Avanti con l’islamizzazione, che andremo molto lontani!

Se non si tratta di una bufala (o “fake news” come si usa dire ora), e per il momento di smentite non ne sono arrivate, è evidente che l’allucinante decisione del Tribunale penale federale di rinviare la comunicazione della sentenza “causa Ramadan” non è tollerabile. La questione non può chiudersi a tarallucci e vino. I politicanti federali devono andare fino in fondo. Certe scelte, da parte di organi che rappresentano le nostre istituzioni, non siamo disposti ad accettarle.

Lorenzo Quadri