Catastrofismo climatico: basta con le “gretinate”!

Il populismo rossoverde imperversa, e si sa chi saranno i primi ad andarci di mezzo

Il populismo climatico, lo abbiamo ben visto, va per la maggiore. Le manifestazioni “a tema” anche. Specie quando hanno il gradito effetto collaterale di permettere di bigiare la scuola. Del resto la 16enne svedese Greta Thunberg, icona del momento (?), è semplicemente una ragazzina che bigia le lezioni per andare in giro per il mondo (chi paga?) a raccontare cose su cui non ha alcuna preparazione: non è mica una scienziata. Dietro di lei, a sfruttarla strumentalizzandone anche la malattia, una potente macchina propagandistica e finanziaria. E gli interessi che questa potente macchina serve, stiamone pur certi, non sono quelli dell’aria pulita.  Se questi sono gli esempi che si vogliono dare ai giovani…

Da notare poi che, da quando è iniziata la protesta sul presunto surriscaldamento, fa un freddo cane.

Politica a scuola

E di certo nella scuola ticinese c’è chi simili esempi li dà eccome. Lo scorso marzo è circolata una lettera sottoscritta da 40 docenti dei licei  di Mendrisio, di Lugano 1 e di Bellinzona in cui, con toni esaltati, i firmatari esortavano i colleghi a non ostacolare la partecipazione allo “sciopero studentesco mondiale per il clima”.

Un esempio davvero clamoroso di politica a scuola. Ma a tal proposito naturalmente il DECS targato P$ non ha avuto nulla da dire. Chiaro: si tratta di politica del partito “giusto”. Si fosse trattato di uno sciopero contro l’asservimento della Svizzera all’UE (tanto per fare un esempio), vogliamo proprio vedere se un appello ad agevolare la partecipazione degli allievi, ad opera di un nutrito gruppo di insegnanti, non avrebbe suscitato pesanti reazioni; dal Dipartimento in primis, ma anche dai moralisti a senso unico che sono soliti infesciare le pagine di “spazio aperto” dei giornali.

Certo che, se il tema dell’ambiente nelle scuole si pensa di affrontarlo con simile isterismo ideologico, butta proprio male!

Le emergenze in Ticino

Adesso c’è chi pretenderebbe che il Ticino dichiarasse l’emergenza climatica. Quale beneficio potrebbe portare a livello globale – perché il clima è evidentemente un fenomeno globale – una simile pensata, non è dato di sapere.

Chi sono primi bersagli del populismo climatico, invece, l’ha capito anche il Gigi di Viganello. E quindi diciamolo forte e chiaro: “basta con le gretinate”!

E’ evidente che di vessare ancora di più gli automobilisti o i proprietari di una casetta con riscaldamento a nafta tramite ulteriori tasse, balzelli e divieti non se ne parla nemmeno. Tanto più che ci becchiamo comunque tutto l’inquinamento in arrivo dalla Lombardia.
In Ticino c’è semmai un’emergenza occupazionale, provocata dalla devastante libera circolazione delle persone voluta anche dai compagni rossoverdi. Da questa emergenza, ecco che i citati compagni, che ne sono corresponsabili, cercano di distogliere l’attenzione tramite il populismo climatico a buon mercato. 
E mentre distolgono l’attenzione dalla vera emergenza, la gauche-caviar climaticamente corrette la peggiora ancora di più. I sinistrati vogliono infatti lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, che porterà all’abolizione delle misure accompagnatorie ed all’applicazione in Svizzera della direttiva europea sulla cittadinanza. E ci obbligherà pure a pagare la disoccupazione ai frontalieri. Una vera catastrofe per il mercato del lavoro ticinese. Peggio di così…
Due piccioni con una fava

Comunque, prendere due piccioni con una fava è possibile. Basta far saltare la libera circolazione e chiudere le frontiere. In questo modo si migliorerebbe sia la situazione occupazionale che quella ambientale.Perché i manifestanti climaticamente korretti non avanzano anche questa richiesta?

Lorenzo Quadri

Perché solo noi accettiamo tutte le porcate di Bruxelles?

 Quadri porta a Berna i privilegi del Lussemburgo, che non paga i ristorni dei frontalieri

Il Lussemburgo è arrivato a Berna. O meglio, il trattamento di favore di cui gode il Lussemburgo.

Il Granducato, per i frontalieri che lavorano sul proprio territorio, non paga ristorni. Né alla Francia, e neppure alla Germania. Si limita a concedere qualche spicciolo al Belgio. In Svizzera, come ben sappiamo, la situazione è ben diversa. Soprattutto in Ticino. A portare (come annunciato) sotto le cupole federali i privilegi del Lussemburgo, il deputato leghista Lorenzo Quadri con un recente atto parlamentare.

Come si spiega il trattamento di favore di cui gode il Lussemburgo?

Sarebbe bello averla, una spiegazione… Il Lussemburgo è membro fondatore dell’UE; eppure per i frontalieri che lavorano sul suo territorio non versa ristorni. Le proteste dei vicini, in particolare delle zone di frontiera francese, vengono ignorate. Senza contare che il Granducato rimane un paradiso fiscale. Il Lussemburgo non corrisponde ristorni in quanto applica alla lettera la direttiva OCSE in base alla quale il reddito viene tassato nello Stato in cui viene conseguito. La Svizzera invece paga, in particolare all’Italia, ristorni elevatissimi (38.8% delle imposte alla fonte dei frontalieri). La maggioranza PLR-PPD-PSS del Consiglio di Stato ogni fine giugno effettua il versamento, che ormai ha raggiunto quota 84 milioni di Fr. Questo malgrado il Belpaese nei nostri confronti sia inadempiente su tutto, non si sogni di ratificare il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri e addirittura mantenga la Svizzera iscritta sulle sue liste nere illegali.

Sì, ma com’è possibile che il Lussemburgo non paghi ristorni, mentre la Svizzera, ed il Ticino in particolare, ne versi di elevatissimi?

E’ quello che mi piacerebbe sapere. Attendo con curiosità le arrampicate sui vetri con cui il Consiglio federale tenterà di giustificare l’ingiustificabile. A pensar male, si potrebbe immaginare che giochi un ruolo il fatto che l’attuale presidente della commissione UE Juncker sia stato per quasi due decenni, prima di trasferirsi a Bruxelles, premier del Lussemburgo. Anche lasciando da parte le congetture, un dato di fatto è a questo punto innegabile: i politici lussemburghesi hanno saputo difendere gli interessi del proprio paese molto meglio di quelli svizzeri, pavidi ed arrendevoli. Il caso del piccolo Granducato è importante anche al di là del tema contingente dei ristorni.

In che senso?

Nel senso che sbugiarda senza appello la tesi, da anni reiterata come un mantra dal Consiglio federale, dalla partitocrazia PLR-PPD-PSS e dalla stampa di regime, che davanti ad ogni pretesa dell’UE dobbiamo capitolare.  Questo perché siamo piccoli. E quindi dobbiamo accettare tutte le porcate in arrivo da Bruxelles. Il Lussemburgo è poco più grande del Canton Ticino, eppure riesce a farsi valere. Il caso del Granducato è significativo. Fa apparire tutta l’incapacità di una maggioranza politica che continua a cedere e a svendere la Svizzera. Eppure fare diversamente sarebbe possibile. Il Granducato lo dimostra.

Cosa si aspetta da questa vicenda?

Mi aspetto che il Consiglio di Stato ne tragga le dovute conclusioni. Il mese prossimo, come ogni anno, dovrà decidere il versamento dei ristorni al Belpaese. Si parla di 84 milioni di Fr, non di noccioline. Oltre a tutti gli argomenti già noti a favore del blocco dei ristorni, che non sto a ripetere, ecco che arriva quest’altro elemento: il Lussemburgo non paga nulla, mentre il Ticino, per colpa della Confederazione, versa cifre spropositate, e questo da oltre quattro decenni. Davanti a tale evidenza, non capirei come la maggioranza PLR-PPD-PSS in Consiglio di Stato potrebbe ancora pagare i ristorni – servilismo nei confronti dei rispettivi partiti nazionali? – e contemporaneamente mettere fuori la faccia davanti ai ticinesi. Bloccare il pagamento dei ristorni è oltretutto l’unico sistema per ottenere finalmente la rinegoziazione della vetusta convezione del 1974.

E’ vero che il Lussemburgo avrebbe già ottenuto delle deroghe sulla (futura) regola UE secondo la quale a dover pagare la disoccupazione ai frontalieri sarà il paese in cui hanno lavorato, e non più quello di residenza?

Sembra di sì, ed è evidente che al proposito mi attendo delle spiegazioni chiare dal Consiglio federale, perché la situazione è scandalosa. Il nuovo regime UE danneggerebbe pesantemente il Ticino. Mentre in Lussemburgo i politici difendono i propri interessi e a quanto pare ottengono deroghe, a Berna si preoccupano solo di far digerire ai cittadini l’ennesima calata di braghe. Invece di opporsi alla nuova regola, si preparano già ad applicarla, per non dispiacere ai padroni di Bruxelles. E questo malgrado non ci sia alcun obbligo, da parte nostra, di recepire il (probabile) nuovo Diktat sulla disoccupazione dei frontalieri. Proprio come non c’era alcun obbligo di versare la marchetta da 1.3 miliardi all’UE.

MDD

 

Briciole ai disoccupati anziani pensando di tenerci buoni?

Le prese per i fondelli del Consiglio federale: dopo i milioni per chi assume asilanti…

E’ solo un trucchetto dei camerieri dell’UE per tentare di contrastare l’iniziativa popolare contro la libera circolazione delle persone in vista della votazione

Certo che le prese per i fondelli ad opera dei camerieri dell’UE in Consiglio federale non finiscono mai!

Costoro, come ben sappiamo, vorrebbero far lavorare i finti rifugiati in assistenza, ovvero quasi il 90% degli asilanti presenti in Svizzera, pagando ben 12mila Fr all’anno alle aziende disposte ad assumerli. Un vero schiaffo ai disoccupati svizzeri. Altro che “Prima i nostri”:  il governicchio federale fa passare i finti rifugiati davanti ai senza lavoro elvetici, e ne finanzia l’assunzione con soldi pubblici.

A parte il fatto che, trattandosi di persone non integrabili, le assunzioni di asilanti sono destinate a fallire miseramente, l’operazione viene giustificata dichiarando che “non è corretto che i rifugiati stiano in assistenza”. Signori, ma chi pensate di prendere per i fondelli? Certo che non è corretto che gli asilanti stiano in assistenza. Ma la soluzione non è certo quella di spendere una barcata di soldi pubblici per farli lavorare al posto degli svizzeri. La soluzione sta nel rimandare i finti rifugiati al natìo paesello! Avanti con i rimpatri!

Nuova ipocrisia

E’ poi chiaro che il tentativo, da parte del Consiglio federale, di fingere preoccupazione per lo stato sociale elvetico munto come una mucca Milka dai migranti economici, fa ridere i polli. E’ l’ennesima dimostrazione di ipocrisia. Infatti questi politicanti, naturalmente con l’appoggio del solito triciclo PLR-PPD-P$$, sono poi gli stessi che vogliono lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE. A seguito di tale trattato coloniale, la Confederazione dovrà applicare la direttiva sulla cittadinanza dell’Unione europea (la storiella secondo cui tale direttiva sarebbe una “linea rossa invalicabile” è, evidentemente, una fregnaccia). E la direttiva sulla cittadinanza sancirà l’assalto alla diligenza dello Stato sociale svizzero da parte di immigrati in arrivo da tutta l’UE. In più, impedirà pure l’espulsione degli stranieri che delinquono o che abusano di prestazioni sociali.

Lavarsi la coscienza?

Alla gattata dei megasussidi per l’assunzione di asilanti, il Consiglio federale tenta di mettere una pezza con le rendite ponte per i senza lavoro ultrasessantenni che hanno esaurito il diritto alle indennità di disoccupazione.

Se qualcuno pensa di potersi lavare la coscienza con simili trucchetti, forse ha fatto male i conti. Spesso e volentieri, almeno alle nostre latitudini, questi lavoratori “in là con gli anni” sono stati lasciati a casa perché soppiantanti da frontalieri, “grazie” alla devastante libera circolazione delle persone voluta proprio dalla partitocrazia PLR-PPD-P$$ in generale, e dal Consiglio federale in particolare.

Il problema, dunque, è a libera circolazione. Però, invece di intervenire a questo livello (non sia mai!) i politicanti ricorrono ai mezzucci come le rendite ponte per i disoccupati ultrasessantenni. Ma stiamo scherzando?

In vista della votazione

L’operazione è dunque truffaldina. E’ stata concepita come tentativo di contrastare l’iniziativa popolare per l’abolizione della libera circolazione delle persone, in vista della votazione popolare.

Ricapitolando: in questo sfigatissimo Cantone, il mercato del lavoro  è stato devastato dall’invasione da sud. Ed i grandi scienziati bernesi pensano di rimediare con un’elemosina ai disoccupati ultrasessantenni? E tutte le altre categorie? Ed i giovani ormai costretti ad emigrare, come i nostri bisnonni, perché gli spalancatori di frontiere ci hanno distrutto il futuro?

Intanto però…

Una cosa però è interessante. Per la prima volta il Consiglio federale mette direttamente in relazione disoccupazione e libera circolazione. Quindi, ammette il fenomeno del soppiantamento di lavoratori svizzeri – non solo anziani, ma di ogni età – ad opera di manodopera estera a basso costo.

Ma come: non erano tutte balle populiste? Ma come: non erano “solo percezioni”? Ma come: immigrazione non era uguale a ricchezza? E invece adesso si scopre che è uguale a ricchezza solo per chi immigra; mentre per i cittadini elvetici immigrazione è uguale a POVERTA’.

Lorenzo Quadri

 

 

“Grazie, ma vi prendiamo lo stesso a pesci in faccia”

Calata di braghe sul Diktat disarmista, ecco il messaggio di Bruxelles agli svizzerotti

 

Ringraziamo il triciclo PLR-PPD-P$$!

Qui ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere! I funzionarietti della fallita ma sempre più arrogante UE non hanno perso tempo. La scorsa domenica, la maggioranza dei votanti elvetici, con l’unica eccezione dei ticinesi – il nostro Cantone è ormai rimasto l’ultimo baluardodella Svizzera – ha calato le braghe davanti al Diktat disarmista di Bruxelles. In altre parole, la maggioranza si è bevuta le fregnacce del triciclo PLR-PPD-P$$. Quello che non lascia trascorrere un giorno senza svendere la Svizzera. E tutto per reggere la coda alle lobby economiche, dominate dai manager stranieri delle multinazionali, ai quali del nostro paese non gliene potrebbe fregare di meno. Certo che, se i nostri (?) politicanti sono succubi di simili lobby e di simili personaggi…

Sempre la scorsa domenica, è stata approvata anche la RFFA, ossia la “riforma fiscosociale federale”. Anche questa riforma è stata resa necessaria da una calata di braghe davanti all’UE, sul tema degli statuti fiscali speciali delle imprese che realizzano la maggior parte dei propri utili all’estero. Statuti che Bruxelles non accetta più. Per lo meno, in questo caso, è stata trovata una soluzione che permette all’AVS di incassare 2 miliardi all’anno, e che porterà beneficio fiscale alle Piccole e medie imprese svizzere.

La dichiarazione dell’UE

Cosa accomuna  i due temi votati la scorsa domenica? Che il risultato di entrambe le consultazioni dovrebbe risultare gradito agli eurobalivi (quello sul Diktat disarmista solo a loro; quello sulla RFFA è accettabile anche per noi). E come esprimono questi parassiti blu stellati il proprio gradimento? Con dichiarazioni del seguente tenore: “siamo soddisfatti ma non facciamo passi indietro sull’accordo quadro”.E l’iscrizione della Svizzera sulla lista grigia dei paradisi fiscali, che sarebbe dovuta decadere in automatico con l’approvazione della RFFA? Naturalmente non è cambiato nulla! Perché, sfottono i balivi di Bruxelles, la cancellazione “dipende dai paesi membri”. Siamo a posto!

Liste “multicolor”

E’ forse il caso di ricordare che il Belpaese mantiene iscritta la Svizzera su una delle sue liste “multicolor” da quasi un ventennio a causa del segreto bancario. Che però non esiste più da anni in conseguenza dell’ennesima calata di braghe. Ringraziamo a tal proposito l’ex ministra del 5% Widmer Puffo che ha sfasciato la piazza finanziaria ticinese generando migliaia di disoccupati. E al proposito, ça va sans dire, $inistrati e $indakalisti vari non hanno nulla da dire. Loro pensano solo ai dipendenti dello Stato e del Parastato: vedi Officine FFS.

Il segreto bancario non c’è più. Però la Svizzera rimane sulla lista dei “cattivi”. E noi, da fessi patentati, continuiamo a versare i ristorni. 84 milioni all’anno. Quando il Lussemburgo, a Francia e Germania, versa ZERO.

Ma quali “negoziazioni”?

Il desolante copione si ripete sempre uguale. Gli svizzerotti si chinano a 90 gradi. E l’unico risultato che ottengono è quello di accrescere l’arroganza dei funzionarietti dell’UE. I quali prendono atto del voto di domenica ed immediatamente insistono per la firma dello sconcio accordo quadro istituzionale, escludendo nuove trattative.

Che sarebbe andata a finire così, del resto, era chiaro anche il Gigi di Viganello. E’ inutile che la partitocrazia calabraghista, per prendere per i fondelli la gente, continui a ripetere la storiella delle nuove negoziazioni. Sull’accordo quadro non ci sarà nessuna ulteriore trattativa. L’orrido trattato coloniale può essere solo o approvato o respinto così com’è, nella sua versione nota da vari mesi. In politica non esiste il “Sì, ma”. Esistono solo il Sì ed il No. Il triciclo PLR-PPD-P$$ ha detto Sì.  La fanfaluca delle nuove negoziazioni è solo un diversivo; una scusa per prendere tempo nell’imminenza delle elezioni federali.

La partitocrazia ha già calato le braghe ad altezza caviglia. Ma fino alle elezioni di ottobre è costretta – per non rischiare di venire penalizzata dalle urne – a menare il can per l’aia.

Peccato che a sbugiardare la truffa provvedano proprio i funzionarietti di Bruxelles, reiterando che non ci saranno nuove trattative. Questi loschi personaggi non intendono concedere nulla alla Svizzera. Vogliono solo comandare in casa nostra. Per questo non bisogna aprire nessuno spiraglio. Ed invece i politicanti del triciclo spalancano porte e portoni!

Tanto per chiarire

A chi non l’avesse ancora capito, ricordiamo cosa comporterà lo sconcio accordo quadro istituzionale voluto dalla partitocrazia e dal ministro degli esteri PLR KrankenCassis:

  • Ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE.
  • Giudici stranieri (quelli della Corte europea di giustizia).
  • Direttiva UE sulla cittadinanza, quindi a) esplosione dell’immigrazione nel nostro Stato sociale, e nümm a pagum: e poi hanno ancora il coraggio di venirci a dire che non ci sono soldi per l’AVS? E b) non si espelle più nessun delinquente straniero se questo è cittadino UE.
  • Fine delle misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone.
  • Obbligo di versare periodicamente contributi di coesione miliardari, senza poter emettere un cip.
  • Invasione di TIR UE da 60 tonnellate e fine del divieto di transito notturno.
  • Liberalizzazione della rete ferroviaria elvetica.
  • Fine delle banche cantonali con garanzia dello Stato.
  • Eccetera eccetera.

A tutto questo, la partitocrazia  PLR-PPD-P$$ dice Sì. Ma avanti così, continuate a votare per il triciclo…

Lorenzo Quadri

No ai regali ai frontalieri

Salario minimo: le misure perequative sono obbligatorie. Altrimenti sarà un autogol

Ohibò, ecco che torna il tormentone del salario minimo, da troppo tempo sul tavolo dei politicanti cantonali.

Per quanto ci concerne, un primo punto fermo è il seguente: di fare regali ai frontalieri non se ne parla nemmeno. Oltretutto, ciò non farebbe che aggravare il già tragico assalto da sud al mercato del lavoro ticinese. Senza contare che i minimi salariali sono facilmente aggirabili. Non solo i vicini dello stivale sono più furbi che belli, ma nel Belpaese il lavoro nero non è nemmeno considerato reato. Vedi la dichiarazione “storica” dell’allora premier Silvio Berlusconi: “sotto il 20% non è lavoro nero” (ed il Berlusca, contrariamente a certi suoi successori, per lo meno quando parlava di lavoro sapeva di cosa parlava).

Il trucchetto più semplice (ma ce ne sono molti altri) per aggirare i minimi salariali: frontalieri assunti e pagati al 50% – in genere da “imprenditori” tricolore che hanno trovato in Ticino “ul signur indurmentàa” – che però nella realtà lavorano al 100%.

Non ci va bene che…

Ricordiamo l’ovvia circostanza che il costo della vita al di qua ed al di là del confine è talmente differente che, a parità di salario, il ticinese residente in Ticino tira la cinghia, mentre il frontaliere fa la bella vita. Ora, non ci sta bene che, in casa nostra, il lavoratore ticinese faccia fatica a tirare a fine mese, mentre un straniero che risiede all’estero, e che svolge lo stesso identico lavoro, se la spassi invece da nababbo. Tanto più che sempre più spesso il frontaliere, grazie alla devastante libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$$, sostituisce un ticinese. E altrettanto spesso fa in modo di non lasciare sul suolo cantonale nemmeno un franchetto. Ciliegina sulla torta: basta farsi un giro nei gruppi social dei permessi G per vedere quanto astio nutra la categoria nei confronti della Svizzera e degli svizzeri. Invece di ringraziare per la pagnotta, troppi – non tutti, ovviamente; e ci mancherebbe – sputano nel piatto dove mangiano, e ci fanno pure la scarpetta.

Il punto di partenza

Quando si parla di salario minimo, il punto di partenza non può essere un salario uguale per tutti, ticinesi e frontalieri. I criteri devono essere 1) il costo del dipendente per il datore di lavoro, per il quale assumere un frontaliere non deve risultare più conveniente che assumere un residente e 2) il tenore di vita dei lavoratori al di qua ed al di là della ramina, che dovrebbe essere analogo per la stessa prestazione.

Occorrono dunque dei meccanismi di perequazione.

Il datore di lavoro paga un “tot” a tutti, ma il frontaliere, in considerazione del costo della vita inferiore in Italia, dovrà ricevere un “tot meno qualcosa”. Questo “qualcosa” andrà a  confluire in un apposito fondo, destinato a sostenere il ricollocamento dei disoccupati ticinesi (altro che finanziare con sussidi stellari chi assume finti rifugiati, come farnetica il Consiglio federale).

Salari per settore

Occorrerà quindi essere creativi. In caso contrario l’esercizio andrà a finire a schifìo. Si farà l’ennesima cappellata a danno dei ticinesi.

E servono anche, come ha già sottolineato la Lega, misure accompagnatorie a sostegno delle aziende ticinesi che avrebbero difficoltà nel pagare il salario minimo.

Attenzione in particolare a quei salariati che già adesso ricevono stipendi di poco superiori al salario minimo, perché rischiano di vederseli ritoccare al ribasso.

Inoltre un salario minimo uguale per tutti non ha senso: i salari minimi vanno stabiliti in base alle professioni.

Ed infine, per decidere con cognizione di causa, occorre anche sapere quanti ticinesi trarranno beneficio dal salario minimo. Perché c’è come il sospetto che…

Grazie, balivi!

E’ il caso di ricordare che, grazie ai balivi di Bruxelles davanti ai quali la partitocrazia PLR-PPD-P$$ cala sistematicamente le braghe ad altezza caviglia, ci verranno imposte nuove regole che avvantaggeranno i frontalieri a scapito dei ticinesi. Ad esempio l’accesso alle prestazioni di disoccupazione con parificazione ai residenti. Ciò rende ancora più evidente la necessità di non fare regali ai frontalieri: ci pensano già gli eurofunzionaretti non eletti da nessuno (del resto, nessuno li eleggerebbe), la cui missione è quella di promuovere l’immigrazione e di demolire le sovranità nazionali.

La farsa

Non ci vuole il mago Otelma per prevedere che qualsiasi misura perequativa che dovesse essere adottata in Ticino per evitare regali ai permessi G – ammesso e non concesso che ne verranno adottate, perché con la partitocrazia che ci ritroviamo… – verrà tacciata di “inaccettabile” dai vicini a sud, i quali andranno a strillare a Bruxelles la propria indignazione. Seguirà istantanea calata di braghe del triciclo PLR-PPD-P$$. Del resto, il citato triciclo brama lo sconcio accordo quadro istituzionale, tra le cui perniciose conseguenze c’è pure l’azzeramento di tutte le (scarne) misure a tutela del mercato del lavoro ticinese attualmente in essere.

La situazione è chiara: chi vuole lo sconcio accordo quadro istituzionale non vuole la protezione del mercato del lavoro ticinese dagli sfracelli della libera circolazione delle persone. Tentare di far credere che non sia così, significa prendere la gente per scema.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Diktat disarmista: Ticino ultimo baluardo della Svizzera

Il nostro Cantone è stato l’unico a difendere i valori elvetici; triciclo ancora perdente

 

Nella votazione della scorsa domenica sulla direttiva con cui i funzionarietti di Bruxelles vogliono disarmare i cittadini svizzeri, il Ticino è stato l’unico Cantone ad aver votato un chiaro No, con una percentuale di No superiore addirittura del 20% alla media nazionale. Ha così dimostrato di essere l’ultimo baluardo della Svizzera.

La maggioranza dei votanti ticinesi, onore al merito, non si è lasciata infinocchiare dai ricatti e dalle fake news della partitocrazia PLR-PPD-P$$ ed ha respinto l’ennesimo tentativo dell’UE di dettarci legge. Questo indubbiamente grazie anche al lavoro della Lega e del Mattino.

Alle nostre latitudini, dunque, il triciclo esce di nuovo sconfitto dalle urne.Il voto sulle armi è stato, in buona parte, anche un voto contro l’Unione europea ed i suoi camerieri nostrani.

Di che riflettere

I ticinesi hanno capito qual era la posta in gioco domenica. Non certo il numero di colpi che può contenere un caricatore o altre amenità del genere, bensì la nostra sovranità e la nostra indipendenza.
I ticinesi hanno capito che accettare l’ennesima imposizione di Bruxelles avrebbe significato accondiscendere alla rottamazione delle nostre leggi, delle nostre tradizioni, della nostra volontà popolare, e tutto questo per cosa? Solo per rincorrere una “classe politica” (?) da troppo tempo abituata chinarsi a 90 gradi davanti ad ogni “cip” in arrivo da Bruxelles. In altri paesi, anche più piccoli del nostro, le cose funzionano diversamente; sicché c’è davvero da meditare su come si sono ridotti i partiti cosiddetti “storici”. Ormai conoscono solo i verbi “svendere”, “cedere”, “capitolare”, “genuflettersi” ed i vari sinonimi più o meno chic. Fossero state così anche le generazioni precedenti, il nostro Paese non esisterebbe più da un pezzo.

I ticinesi hanno altresì capito che la storiella di “Schengen in pericolo” era solo una panzana per ricattare gli elettori. Schengen non è mai stato in pericolo, e soprattutto non è una vacca sacra, anzi. Ci sono Stati membri dell’UE che ne hanno sospeso l’applicazione da mesi, se non da anni. E di certo non l’hanno fatto per autolesionismo.

Conosciamo i nostri polli

Domenica, i votanti del nostro Cantone sono rimasti da soli a difendere la sovranità e l’indipendenza della Svizzera. Evidentemente in Ticino  la maggioranza della popolazione ha capito di che pasta è fatta l’Unione europea; sa da tempo quali sono le sue intenzioni, tutt’altro che amichevoli. L’UE non vuole andare d’accordo con noi, non vuole trattare alla pari. Vuole comandare in casa nostra. Ed è il Ticino a trovarsi confrontato con l’invasione da sud, non solo di frontalieri, ma anche di delinquenti, come dimostra (tanto per fare un esempio) l’epidemia di assalti ai bancomat. Invasione che ci viene impedito di arginare a causa  di accordi internazionali scellerati… con l’UE: vedi libera circolazione, vedi il tanto magnificato Schengen.

O ci svegliamo, oppure…

Il No al Diktat disarmista fa onore al nostro Cantone. Ma, purtroppo, fa anche riflettere. E molto. Specie in vista delle prossime votazioni su temi della massima importanza per i rapporti tra Svizzera ed Unione europea. Ad esempio lo sconcio accordo quadro istituzionale voluto dalla solita partitocrazia PLR-PPD-PS che, se approvato, trasformerebbe il nostro paese in una colonia di Bruxelles.

O i cittadini elvetici si rendono conto che qui c’è una maggioranza politica triciclata che – in nome di trattati commerciali clamorosamente sopravvalutati a scopo di lavaggio del cervello, e in realtà vantaggiosi solo per pochi – è disposta a sacrificare il futuro della Svizzera come Stato sovrano ed indipendente, oppure ci aspettano tempi assai grami.

Visto poi che le elezioni federali si avvicinano, sarà bene ricordare che a Berna solo gli esponenti ticinesi di Lega ed Udc (ovvero: Roberta Pantani, Lorenzo Quadri, Marco Chiesa) hanno votato contro il Diktat disarmista dell’UE. I due consiglieri nazionali PPD si sono astenuti (?). Tutti gli altri…

Amaro risveglio

Adesso che purtroppo la direttiva UE sulle armi è stata approvata perché tutti i Cantoni tranne il Ticino hanno calato le braghe, quanti hanno creduto alle favolette della partitocrazia secondo cui, capitolando davanti al nuovo Diktat UE, non sarebbe cambiato niente, avranno modo di ricredersi.  Specie quando, tra qualche annetto, arriveranno gli inasprimenti già programmati. Che naturalmente, grazie ai politicanti calabraghisti del triciclo, dovremo accettare senza un cip. Chi si è bevuto le panzane della casta, presto aprirà gli occhi. Ma sarà troppo tardi.

Lorenzo Quadri

 

Verdi liberali allo sbando: “niente più AVS ai ricchi”

Continuano a regalare miliardi all’estero, e poi se ne escono con simili bestialità

 

Ah beh, nel festival delle boiate partorite nottetempo dai politicanti, magari dopo aver mangiato pesante, questa ancora mancava all’appello!

I giovani “verdi liberali” hanno infatti pensato bene di fare il proprio verso sull’AVS. Come sappiamo la partitocrazia da tempo strilla alle casse vuote del Primo pilastro. E cosa propone? Ma di riempirle a spese degli svizzerotti, of course!

Ed ecco dunque la geniale ricetta dei giovani “verdi liberali” per l’AVS:

  • Portare l’età di pensionamento a 67 anni
  • Non versare più l’AVS ai ricchi (ovviamente senza spiegare chi sarebbero in concreto i ricchi).

Gli “utili idioti” del P$

Ohibò, sempre meglio! Questi sedicenti “verdi liberali”, in realtà utili idioti del P$$ – mai una volta che abbiano votato diversamente dai compagni – adesso vogliono far saltare il principio fondante dell’AVS. Ossia, che tutti la ricevono. Ovviamente i ricchi hanno pagato negli anni molti più contributi. Quindi ricevono una piccola parte di quanto hanno versato. Su questo principio di solidarietà si basa il Primo pilastro. Da quando esiste.
Naturalmente, i multimilionari sono liberi di rinunciare alla rendita, e c’è chi lo fa. Ma questo è un altro discorso.

Invece, secondo i verdeggianti grandi statisti, i “ricchi” (dove si collocherebbe, tra l’altro, l’asticella della ricchezza?) dovrebbero pagare tanto e ricevere zero. Praticamente un esproprio proletario. Verdi liberali? No, Verdi bolscevichi!
Questi illiberali verdi-anguria (verdi fuori, rossi dentro, e “liberali” da nessuna parte, come peraltro dimostra questa nuova “cagata pazzesca” sull’AVS) vogliono far saltare un altro caposaldo della Svizzera. Inutile poi aggiungere che sono sempre in prima fila nel calare le braghe davanti ad ogni cip in arrivo dall’UE. Penosi.

Tagliare sui regali all’estero

L’AVS non si risana togliendo le rendite a chi ha contribuito ad una fetta importante dei finanziamenti. L’AVS si risana tagliando drasticamente sui miliardi che ogni anno vengono regalati all’estero, e su quelli che vengono sperperati per i finti rifugiati.

Ma naturalmente i Verdi liberali – utili idioti del P$ – sono i primi a volere più aiuti all’estero, più migranti economici, ed erano anche in “pole position” nel sostenere il versamento della marchetta da 1.3 miliardi all’UE. Soldi che avrebbero dovuto confluire nelle casse dell’AVS.

E poi questi verdi liberal-bolscevichi hanno il coraggio di blaterare che bisogna togliere le rendite AVS a chi se le è profumatamente pagate?

Non sono ecologisti

I verdi liberali, con questa nuova boiata, hanno dimostrato di non essere liberali. Ed oltretutto non sono neppure ecologisti. Già, perché gli unici veri paladini dell’ambiente erano i promotori dell’iniziativa Ecopop. I soli che hanno avuto il coraggio di dichiarare apertamente che i problemi ambientali della Svizzera sono dovuti all’immigrazione scriteriata ed all’esplosione dei frontalieri (che arrivano tutti i giorni uno per macchina).

Se in questo Paese consumiamo troppe risorse (?) non è perché siamo degli scriteriati inquinatori. E’ semplicemente perché siamo qui in troppi.

Gli “ecopoppisti” sono (erano?), dunque, gli unici veri ecologisti. Gli altri sono semplicemente dei ro$$i spalancatori di frontiere che sciacquano la bocca con il populismo climatico. Gente capace  solo di inventarsi nuove tasse, nuovibalzelli, enuovemisure persecutorie nei confronti dei cittadini. Automobilisti e proprietari di una casetta in primis.

Lorenzo Quadri

 

Il patetico circo della CORSI

Il triciclo PLR-PPD-P$$ si azzanna per spartirsi delle cadreghe che non contano un tubo

Si è consumato ieri, come da copione,  il grottesco circo con cui il solito triciclo PLR-PPD-P$$ si è spartito le cadreghe dell’inutile CORSI. La CORSI, ovvero la Società cooperativa per la radiotelevisione svizzera di lingua italiana, non serve proprio ad un tubo: è semplicemente una riserva di poltrone su cui i partiti piazzano i propri soldatini, senza che questi ultimi abbiano uno straccio di competenza in campo di media, e men che meno di media elettronici. L’unica competenza richiesta è la tessera del partito giusto.

Cadregopoli

L’ambientino del pomeriggio di ieri è stato ben descritto dal Corriere del Ticino online (organo PLR), da cui citiamo il seguente, significativo passaggio: “A poche ore dal rinnovo quadriennale delle cariche del Consiglio regionale e del Consiglio del pubblico, all’entrata degli studi RSI a Besso lo scambio di schedetra soci andava per la maggiore. Interi plichi di fogli passavano di mano in mano (particolarmente attivo il PLR)e fino all’ultimo i capi scuderia sono andati alla ricerca di soci a cui consegnare la seconda tessera già firmata, dal momento che ogni membro ne può rappresentare un altro”. 

Mentre sull’edizione cartacea si leggeva: “I partiti si spartiranno in larga misura le sedie (…)”.

Prendiamo atto che il PLR si è ancora distinto come partito delle cadreghe. E se lo dice perfino il “suo” quotidiano, ossia il Corriere, c’è da crederci…

Davvero allucinante la dichiarazione del PPD Gigio Pedrazzini, presidente della CORSI per esclusivi meriti partitici (evidentemente, il fatto che il figlio sia stato assunto alla RSI non ha alcun nesso con il ruolo paterno): “Noi uno strumento della politica? Una fake news”.Proprio vero che il ridicolo non uccide, sennò sai le stragi!

La CORSI è infatti esattamente uno strumento della partitocrazia cadregara nella sua peggiore manifestazione.  In più è tutta sbilanciata “à gauche”: oltre ai kompagni dichiarati, se c’è un PLR si tratta di un radikalchic, se c’è un PPD è un uregiatto di $inistra.

Documento indecente

Ieri nel circense carrozzone della CORSI sono dunque entrati, tra gli altri,  Pelin Kandemir, Nadia Ghisolfi, Giovanna Masoni, Laura Riget…: ad ulteriore conferma (anche pensando alla “fauna” già presente) che tutto l’esercizio altro non è che una gretta spartizione di seggiole tra politicanti che di radiotelevisione ne capiscono ancora meno del Gigi di Viganello.

Indecente il documento programmatico “discusso ma non votato” (avanti con prese per i fondelli!) con cui la CORSI, e quindi la partitocrazia, sogna di allungare ulteriormente i tentacoli sulla RSI. Ciò all’insegna, è ovvio, della propaganda di regime.

La Lega non ci sta

L’indignazione pelosa ed isterica sulla trasmissione “politicamente scorretto”, dunque, aveva il solo scopo di lanciare l’assalto alla diligenza ad opera dei soldatini del triciclo PLR-PPD-P$$.

Un’operazione ancora più deprimente se si pensa che la CORSI conta – e sempre conterà – meno del due di briscola. Ma forse qualcuno s’illude di essere “importante” solo perché ha potuto poggiare le ciapett su uno strapuntino di detta Cooperativa, e quindi non se ne è ancora accorto.

Da anni la Lega si è chiamata fuori da questo pietoso circo, dimissionando da tutti gli organi della CORSI. Perché non abbiamo alcuna intenzione di fungere da foglia di fico.

Promesse da marinaio

Intanto, tutte le promesse fatte prima della votazione sulla “criminale” iniziativa No Billag sono state miseramente rottamate. Il fronte del  “No critico”, ovvero la maggioranza dei cittadini, è stato preso per i fondelli senza vergogna. Ma di questo, nessun politicante si preoccupa più. L’importante è aggiudicarsi uno sgabello. Anche se non conta un tubo, sempre di sgabello si tratta, che diamine!

Lorenzo Quadri

Si gioca il tutto per tutto

Aeroporto di Lugano: 51 milioni sono tanti, certo. Ma l’indotto c’è. Altrove invece…

 

Sull’aeroporto di Lugano-Agno comincerà una nuova battaglia, l’ennesima. Il Municipio ha pronto il messaggio con il piano di rilancio, per un investimento totale, nei prossimi 5 anni, di circa 50 milioni.

La battaglia non sarà solo comunale. Verrà combattuta anche a Palazzo delle Orsoline, dal momento che il Cantone prevede di aumentare la propria partecipazione nell’azionariato dello scalo, portandola dall’attuale 12.5% al 40%. Anche a Bellinzona ci sarà un apposito messaggio governativo con possibilità di referendum.

I contenuti del piano di rilancio sono stati presentati, per sommi capi, sui giornali di venerdì. Non stiamo a ripeterli. Ci limitiamo ad alcune semplici considerazioni.

  • Non ha senso iniettare soldi pubblici a ripetizione per tenere artificialmente in vita l’aeroporto. L’obiettivo cui mira il piano di rilancio è infatti quello di rendere l’aeroporto in grado, sul medio termine, di stare in piedi con le proprie gambe (o di volare con le proprie ali). Per questo, limitarsi a coprire i deficit di gestione corrente è inutile. Servono invece degli investimenti nell’infrastruttura. Così che l’aeroporto possa aumentare la redditività. Non solo con il ripristino del collegamento su Ginevra, ma anche con altri collegamenti, internazionali e stagionali, con l’aviazione generale (in particolare con gli hangar), con i ricavi da attività collaterali (ad esempio i commerci), con la crescita della scuola di volo Avilù, eccetera.
  • Per la LASA (Lugano Airport SA) lavorano attualmente 77 persone. E’ evidente che, in caso di njet al piano di rilancio, questi 77 lavoratori – parecchi dei quali sulla cinquantina e difficili da ricollocare – rimarrebbero a casa. Non solo. L’Università di San Gallo, nel suo studio sull’impatto dell’aeroporto, ha quantificato gli impieghi generati da attività che gravitano attorno all’aeroporto. Nell’anno di riferimento 2017 lo studio indica 530 impieghi diretti, 280 indiretti e 855 indotti, per un totale di 1665 posti di lavoro che generano un valore aggiunto di 195 milioni. Anche immaginando che si tratti di cifre ottimistiche, è comunque certo che in gioco ci sono oltre mille impieghi. Quindi l’aeroporto non è un giocattolo tenuto in vita per manie di grandezza, come ciancia qualcuno a $inistra.
  • Curiosamente, ma tu guarda i casi della vita, quelli del “giocattolo inutile” sono poi gli stessi esponenti della gauche-caviar che strillavano come ossessi ai tempi della “criminale” iniziativa No Billag, perché bisognava “salvare” la RSI. La RSI è un piano occupazionale pagato a peso d’oro che serve a diffondere propaganda di regime e a fare campagna elettorale a supporto della casta e contro gli odiati “populisti e sovranisti”.Quindi, se vogliamo parlare di “giocattoli inutili tenuti in vita artificialmente”, prima di guardare ad Agno cominciamo a guardare a Comano.
  • Ancora più ridicolo: in prima fila a scagliarsi contro il rilancio dell’aeroporto, i verdi-anguria (verdi fuori, ro$$i dentro) ed i compagni dell’MPS. Ovvero, quelli che volevano cantonalizzare le Officine FFS “per salvare i posti di lavoro”. Proprio questi $inistrati vogliono ora azzerare i posti di lavoro dell’aeroporto. Coerenza, kompagni, coerenza! Oppure per la gauche-caviar ci sono lavoratori degni di protezione ed altri che invece sono foffa?
  • Non è vero che AlpTransit rende inutile l’aeroporto, visto che il target è diverso. Infatti l’apertura del tunnel di base non ha fatto diminuire i passeggeri dei voli su Zurigo. E, anche con AlpTransit, per andare e tornare da Ginevra in treno ci vogliono almeno 10 ore. Senza contare che il livello del servizio sulla linea ferroviaria del Gottardo è precipitato, ed i ritardi con coincidenze saltate diventano sempre più frequenti.
  • Non è vero che gli scali lombardi rendono inutile l’aeroporto di Agno. Al contrario: questi ultimi dovranno in futuro rinunciare ad una serie di attività (in particolare nei voli a corto raggio e nell’aviazione generale). E a trarne profitto potrebbe essere proprio l’aeroporto luganese.
  • 51 milioni da qui al 2024 per risanare l’aeroporto sono tanti soldi, e su questo non ci piove. Intanto però per il LAC di milioni ne sono stati spesi oltre 200, mentre la cultura costa al contribuente luganese 17 milioni all’anno (20 milioni di spese contro 3 milioni di ricavi); e non a tempo determinato e poi si autofinanzia, ma da qui all’eternità. Una cifra a cui bisogna ancora aggiungere i costi del LAC come edificio. Ma naturalmente su questo a $inistra nessuno ha mai avuto nulla da eccepire, anzi… Tre anni di spesa culturale fanno l’equivalente del piano di risanamento dell’aeroporto. Quanto al nuovo stadio con annessi e connessi, gli uccellini cinguettano che l’operazione rischia di trasformarsi in un bagno di sangue per il contribuente luganese. Quindi, 51 milioni sono certamente tanti; ma la cifra va inquadrata in un contesto.
  • Si può anche legittimamente essere contrari all’aeroporto e auspicarne la dismissione; nel dibattito politico sul tema se ne sentiranno di tutti i colori. Ma tentare di far credere che la chiusura sarebbe indolore è una clamorosa fake news, o fregnaccia che dir si voglia.

Lorenzo Quadri

La verde contro il 1° agosto

Anche sotto le cupole federali, la gauche-caviar precipita sempre più in basso

 

Proprio vero che alle scempiaggini della gauche-caviar non c’è limite! L’ultima sortita di una consigliera nazionale dei Verdi, tale Aline Trede (BE) è davvero da incorniciare. Siamo (quasi) al livello delle esternazioni della kompagna Addolorata Marra, che in occasione di un 1° agosto ebbe a dichiarare che “la Svizzera non esiste”. Qui siamo ancora in tema di 1° agosto: ricorrenza nei cui confronti i $inistrati dimostrano di covare un astio particolare. Non per niente sono sempre schierati contro la Svizzera e contro gli svizzeri.

Ma cosa si è inventata la verde Trede? Ha pensato bene di presentare un’interpellanza al Consiglio federale chiedendo nientemeno che l’abolizione della Festa nazionale. La quale, secondo l’illuminata signora, andrebbe rimpiazzata –  in altra data e meglio il 16 marzo – con una festività per commemorare l’introduzione in Svizzera del diritto di voto alle donne.

Bel servizio alla causa femminile

E’ manifesto che la verde politicante, in cerca di facile visibilità mediatica, ha perso la testa. E soprattutto: se pensa di migliorare la posizione della donna, e la stima di cui godono le donne in politica, con simili boutade idiote, forse è meglio che se ne stia a casa.

Per fortuna, il Consiglio federale ha avuto la decenza di rispondere alla Frau Trede che la sua proposta di abolire il 1° agosto è una “cagata pazzesca” (cit. Fantozzi). Ci sarebbe mancato altro. Ma che a Berna sotto le cupole federali siedano parlamentari come la buona Trede, deve fare riflettere sulla qualità dei soldatini della gauche-caviar, di cui i verdi elvetici – che sono come le angurie: verdi fuori, ro$$i dentro – fanno parte a pieno titolo. A maggior ragione se si pensa che un’altra grande statista, sempre consigliera nazionale per i Verdi, tale Irene Kälin, ha dichiarato che “L’islam deve diventare religione ufficiale in Svizzera”.

Populismo climatico

Adesso, pompato alla grande dalla stampa di regime, ed in particolare dalla Pravda di Comano, il populismo climatico va di moda (passerà, come tutte le mode).

Perché la TV di Stato regge la coda al populismo climatico? Elementare, Watson: per fare campagna elettorale ai ro$$overdi in vista delle elezioni federali di ottobre.

Ebbene, chi vota a sostegno del populismo climatico sappia che vota per chi vuole abolire il primo agosto, per chi vuole l’islam religione ufficiale, per chi vuole l’adesione della Svizzera all’UE, per chi vuole lo sconcio accordo quadro istituzionale, per chi vuole le frontiere spalancate, per chi vuole sempre più tasse e balzelli… altro che ambiente, altro che clima!

Lorenzo Quadri

 

Sempre più servi dei giudici stranieri. Grazie, triciclo!

In altri Paesi democrazia e sovranità nazionale vengono prese molto più sul serio

Di recente, sul portale italiano informazionecorretta.com, è stato pubblicato un articolo intitolato “perché Israele è più democratico dei paesi dell’Unione europea”.

L’autore è Manfred Gerstenfeld, un intellettuale di origine israeliana, nato a Vienna ed insignito di vari premi contro l’antisemitismo. Tra le varie considerazioni contenute nel testo, che chi è interessato può leggere online, una salta subito all’occhio (e non solo perché si trova all’inizio dell’articolo, e più precisamente alla quinta riga). E’ questa: La Corte Suprema (israeliana) è la più alta autorità giudiziaria. Non esiste un tribunale straniero che può intervenire per sindacarne le decisioni”.

In Israele…

Quindi:in Israele non ci sono giudici stranieri.Proprio quei giudici stranieri con cui, in tempi recenti, la partitocrazia eurolecchina PLR-PPD-P$$ si è sciacquata la bocca ad oltranza. Il triciclo vuole a tutti i costi i giudici stranieri, ed in particolare quelli della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), poiché essi sono fonte di sudditanza. Questo l’avevano capito già ai tempi del patto del Grütli. E la partitocrazia vuole una Svizzera suddita. Non una Svizzera libera ed indipendente.

Il colmo è che la stessa Unione europea non aderisce alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, né riconosce l’omonima Corte, in quanto tribunale “straniero”. Riconosce solo la “sua” Corte europea di giustizia.

La vergogna sulla sharia

E’ poi evidente che la Svizzera, per garantire il rispetto dei diritti umani sul proprio territorio, non ha alcun bisogno dei giudici della CEDU i quali, invece di fare il proprio lavoro, fanno i politicanti spalancatori di frontiere e perfino i rottamatori dei diritti dell’uomo.

Basti pensare che nel 2003 la CEDU in una sentenza decise senza mezzi termini che la sharia è contraria ai diritti umani, e quindi non può avere posto in Europa. Oggi invece il sacro dogma del multikulti impone l’islamizzazione e l’africanizzazione dell’Europa. Ed allora ecco che i soldatini della CEDU fanno il salto della quaglia e tentano di sdoganare una sorta di “diritto alla sharia” dei musulmani che vivono nel Vecchio Continente. La relativa sentenza è d’inizio anno, ed è semplicemente vergognosa. Invece di difendere i diritti umani, i legulei politicanti della CEDU promuovono la sharia, che – per loro stessa ammissione precedente –  è contraria ai diritti umani.

Naturalmente, su questa obbrobriosa performance della CEDU, alle nostre latitudini nessuno ha fatto un cip. Né la partitocrazia, e nemmeno la stampa di regime. Chissà come mai, eh? Questa si chiama manipolazione dell’informazione a scopi politici. Altro che “stampa indipendente”.

CEDU, föö di ball!

Già una simile, perniciosa sentenza avrebbe meritato l’uscita per direttissima della Svizzera dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo; e dunque dalla giurisdizione dell’omonima corte di GIUDICI STRANIERI. Questo proprio perché la Svizzera, a differenza dei legulei  della CEDU, i diritti fondamentali dei cittadini li difende; non li demolisce per accontentare gli islamisti.

Senza dimenticare, poi, che la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo contiene pure la geniale trovata secondo cui i terroristi islamici condannati (!) non possono venire espulsi se a casa loro si troverebbero in pericolo. Ma questa Convenzione ed il relativo tribunale difendono i diritti… di chi? Dei cittadini onesti o dei terroristi?

Sottomessi ai tribunali degli avversari

Invece, non solo la Svizzera rimane sottomessa agli azzeccagarbugli della CEDU, ma il triciclo PLR-PPD-P$$ vorrebbe asservirla pure ad altri giudici stranieri: quelli della Corte europea di giustizia. Ciò avverrebbe tramite lo sconcio accordo quadro con l’UE. Se infatti lo scandaloso trattato coloniale venisse firmato, a decidere sulle controversie tra Svizzera e DisUnione europea non sarebbe affatto la “corte arbitrale” composta da rappresentanti di ambo le parti di cui blatera l’italosvizzero KrankenCassis. Questo tribunale farlocco, infatti, conterebbe meno del due picche. A decidere sulle controversie tra Berna e Bruxelles in campo di applicazione del diritto UE – perché evidentemente è questo il punto centrale – sarebbe invece la Corte europea di giustizia. Ossia un’emanazione dell’UE. La Svizzera quindi si sottometterebbe alla giurisdizione dei giudici STRANIERI della controparte, e questo su dispute fondamentali!Ma si può essere più imbesuiti di così?

Povera Svizzera!

Morale della favola. In Israele di giudici stranieri non ce ne sono proprio. Da noi invece continuano ad imperversare. Non solo: malgrado le cappellate monumentali che costoro mettono a segno, di giudici stranieri il triciclo ne vuole sempre di più. Povera Svizzera!

Lorenzo Quadri

Politica d’asilo targata PLR: Sì alle vacanze in patria

Il Consiglio federale vuole permettere ai sedicenti profughi di recarsi nel paese d’origine

 

E’ evidente che i finti rifugiati che rientrano al natìo paesello per le vacanze o per festeggiamenti vari non sono affatto in pericolo di vita a casa loro: quindi devono perdere lo statuto di profugo

Come volevasi dimostrare, Svizzera sempre più Paese del Bengodi per i finti rifugiati con lo smartphone!

Di recente si è saputo (?) che l’84% dei migranti economici in arrivo dalla Somalia sono a carico dell’assistenza. Ma come: non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista?  Il “bello” (si fa per dire) è che la percentuale astronomica mica vale solo per i finti rifugiati somali. La si ritrova in tutte le etnie. A partire dagli eritrei, che sono il gruppo più rappresentato tra gli asilanti in Svizzera. Peccato che siano tutti finti rifugiati che non scappano da nessuna guerra. E che poi tornino al natìo paesello a trascorrere le “vacanze” (vacanze da cosa, visto che sono  mantenuti?) perché “lì è più bello”.

Però questi vacanzieri, invece di venire rimpatriati rimangono qui, a carico nostro. Ohibò, cosa stanno facendo i due consiglieri federali competenti per il dossier “asilo”, ovvero i due esponenti liblab KrankenCassis e Keller Sutter (KKS)?

Risultato: il numero degli eritrei in assistenza è cresciuto del 2200% (sic!) nel giro di soli otto anni. E nümm a pagum. Poi però la partitocrazia ci viene a raccontare che non ci sono soldi per l’AVS. (Ma come: secondo gli spalancatori di frontiere, gli immigrati mica avrebbero dovuto pagare le pensioni agli svizzeri? Invece l’immigrazione incontrollata continua, gli stranieri sono sempre più numerosi, eppure le casse dell’AVS sono sempre più vuote? Ohibò, siamo forse davanti all’ennesima balla di fra’ Luca dell’establishment multikulti?).

 La notizia si spande

Intanto la notizia degli asilanti somali (praticamente) tutti a carico del contribuente svizzerotto ha fatto ben presto il giro del mondo, venendo riportata da vari portali internazionali. Bella pubblicità, non c’è che dire! Di fatto, un invito a tutti i migranti economici a venire nella Confederella e ad attaccarsi alla mammella della nostra socialità. Così tra l’altro la buona KKS ed i suoi burocrati potranno riempire i nuovi centri per finti rifugiati che si ostinano a voler costruire. E, soprattutto, il business ro$$o dell’asilo potrà continuare a prosperare, per la gioia delle tante associazioni contigue al P$ che ci marciano.

 La cappellata epica

Visto che le disgrazie non vengono mai sole, a pochi giorni dalla (non) notizia – perché lo sapevamo già da un pezzo – che l’84% dei finti rifugiati, e non solo somali, è a carico dell’assistenza, ecco che il Consiglio federale, e meglio il Dipartimento di Giustizia della PLR Keller Sutter, si produce in un’altra “cagata pazzesca” (cit. Fantozzi) di proporzioni epiche.

Facciamo un passo indietro. In dicembre, in uno dei sempre più rari sussulti d’orgoglio, il Parlamento federale ha deciso che i finti rifugiati non devono poter rientrare nel paese d’origine. Il perché è ovvio: se hai ottenuto lo statuto di rifugiato, vuol dire che in casa tua rischi le penne. Ma se davvero al tuo paese sei in pericolo di vita, non ci torni a trascorrere le vacanze!

E adesso, cosa ti va a combinare il Dipartimento di giustizia retto dalla ministra liblab? Tramite ordinanza, aggira la decisione del parlamento e comincia ad inventarsi eccezioni su eccezioni al divieto di viaggi in patria per i rifugiati.

 Motivi gravi?

Secondo i ro$$i burocrati bernesi, per motivi gravi gli asilanti devono poter rientrare al paese d’origine senza dover temere di perdere lo statuto di rifugiato in Svizzera. Quali sono i motivi gravi? Non certo la villeggiatura, assicura il governicchio federale, ma per esempio, decesso o grave malattia di un congiunto. Ma anche, udite udite, un matrimonio di un parente o la nascita di un bambino. E l’assenza può durare fino ad un mese. Signori, qui qualcuno si è bevuto il cervello!E’ chiaro che il Dipartimento di Giustizia PLR intende autorizzare i finti rifugiati a fare trenta giorni di vacanza nel paese d’origine. Ci aspettiamo, evidentemente, una pletora di certificati medici farlocchi redatti da affidabilissimi dottori africani, di nonni che muoiono e rinascono per quindici volte, e soprattutto di parti e  matrimoni a go-go!

E con quale faccia di tolla i burocrati bernesi buonisti-coglionisti pretendono di farci credere che ritornare al natìo paesello e starci per un mese per partecipare ad una festa di matrimonio non sarebbe una vacanza, bensì un grave motivo familiare? Davvero a Berna ci sono dei burocrati e dei politicanti IMBESUITI al punto da credere  che qualcuno metterebbe sul serio in pericolo la propria vita per andare ad un party?

E’ evidente che il rifugiato che torna in patria per una festa di matrimonio, e già che è lì ci rimane per un mese intero, non corre alcun pericolo in casa propria. Sicché deve perdere lo statuto di profugo seduta stante! Föö di ball!

Se questa è la nuova (?) politica d’asilo targata PLR, siamo a posto!

La tattica del salame

Inoltre, non serve essere il mago Otelma per prevedere come andrà a finire. Riempiendosi la bocca con i “motivi umanitari” ed a suon di ricatti morali, il triciclo politikamente korretto estenderà ben presto, con la tattica del salame (una fetta alla volta) il diritto dei finti rifugiati di tornare nel paese d’origine per ogni e qualsiasi motivo, anche il più futile, continuando però a farsi mantenere in Svizzera.

Risultato: i migranti economici, ancora una volta, se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi. Quelli che non hanno soldi per i loro anziani, ma per tutti gli approfittatori in arrivo dai quattro angoli del globo sì. Ridono a crepapelle anche i $inistrati che, col business ro$$o dell’asilo, si fanno gli attributi di platino.

Lorenzo Quadri

 

Nazionalità dei delinquenti: se servono i diritti popolari…

Il pensiero unico politikamente korretto censura le informazioni sgradite alla casta

Ohibò! Il governo cantonale zurighese condivide, almeno in parte, un’iniziativa popolare lanciata dalla locale sezione dell’Udc affinché nei comunicati stampa della polizia la nazionalità dei delinquenti venga sempre indicata.

Per contro, l’esecutivo non ci sta a citare anche, nel caso si tratti di cittadini svizzeri, se questi hanno un passato migratorio; ossia, se si tratta di beneficiari di quelle naturalizzazioni faciliche tanto piacciano al triciclo PLR-PPD-P$$ ed alla stampa di regime. Male!

Censura di regime

Questa vicenda è emblematica. Il fatto che, per ottenere un’informazione che dovrebbe essere ovvia e scontata, occorra scomodare addirittura i diritti popolari, la dice lunga sulla censura ormai imposta dal pensiero unico politikamente korretto. Le verità scomode, quelle che mettono in imbarazz, tremend imbarazz, la partitocrazia multikulti e spalancatrice di frontiere, vanno infatti silenziate. Una delle verità più scomode è proprio quella sui delinquenti stranieri.

I conti non tornano

Per anni infatti si è cercato di nascondere, sminuire, imboscare a suon di ipocrite accuse di razzismo e fascismo, un dato di fatto evidente: nelle lussuose carceri svizzere oltre il 70% dei detenuti è straniero. Una percentuale che è clamorosamente più alta della media europea, che non raggiunge il 16%.

In Ticino, all’Hotel Stampa, spesso e volentieri il tasso di galeotti d’importazione supera l’80%.

La Svizzera ha, è vero, una percentuale di stranieri spropositatamente elevata: il 25%. Se la – chiamiamola così – propensione a delinquere degli immigrati fosse uguale a quella degli svizzeri, i carcerati stranieri dovrebbero essere però il 25%. Il fatto che siano il triplodimostra che gli stranieri presenti in Svizzera hanno una propensione al crimine tripla rispetto ai cittadini elvetici. E, dato il nostro sistema buonista-coglionista, prima di finire in prigione bisogna averla già combinata bella grossa.

Con l’accordo quadro…

Ecco dunque confermato che il triciclo PLR-PPD-P$$ ci ha riempiti di delinquenza d’importazione. Non solo: con lo sconcio accordo quadro istituzionale, sempre lo stesso triciclo vuole impedire l’espulsione dei delinquenti con passaporto di uno Stato UE; alla faccia della volontà popolare. Detto accordo ci imporrà infatti di applicare la direttiva europea sulla cittadinanza. Di modo che quanto deciso dai cittadini elvetici verrà, ancora una volta, cancellato dalla partitocrazia.

Passato migratorio: non si dice!

Il triciclo PLR-PPD-P$$ ha spalancato le porte ai delinquenti stranieri; ma naturalmente non vuole sentirlo dire. Infatti per ottenere l’indicazione, sui comunicati di polizia, della nazionalità dei delinquenti, serve addirittura – come detto – un’iniziativa popolare.

Non è finita. La casta non vuole che si indichi se un delinquente ha passato migratorio. Ovvero, non vuole che la gente sappia se un malvivente è naturalizzato. Il perché è fin troppo evidente. Già le cifre ufficiali della criminalità straniera sono inquietanti. Se a queste percentuali si aggiungessero anche quelle dei naturalizzati di fresco…

Ma come: le naturalizzazioni facili di stranieri non integrati non erano solo una balla della Lega populista e razzista? Se davvero fossero una balla, di neo-svizzeri che delinquono non ce ne dovrebbe essere nemmeno uno. Invece, evidentemente, le cose non stanno così.

“Trasparenza” a senso unico

Inutile dire che l’opposizione più isterica alla divulgazione della nazionalità dei delinquenti viene dai $inistrati.

Quelli che si sciacquano la bocca con la “trasparenza”, ma naturalmente solo quando questa fa comodo a loro. Sulle informazioni per loro imbarazzanti, invece, i sinistrati pretendono la censura di stampo sovietico.

La questione del passato migratorio dei criminali non è una fissa dei soliti populisti e razzisti. E’ un tema importante. Perché ne abbiamo piene le scuffie di vedere omessa la nazionalità di criminali stranieri nella comunicazione, e ne abbiamo altrettanto piene le scuffie di trovare sbandierato ai quattro venti, e con la massima goduria, che un determinato delinquente sarebbe cittadino svizzero, quando in realtà si tratta di un naturalizzato con l’inchiostro ancora bagnato sul passaporto. Vero, stampa di regime?

Già che ci siamo, rilanciamo aggiungendo che non sarebbe male aggiungere anche l’appartenenza religiosa dei delinquenti. Tanto per far ulteriormente sbroccare l’establishment multikulti, politikamente korretto ed islamofilo.

Lorenzo Quadri

Basta con le menate: di notte le frontiere vanno CHIUSE!

Ennesimo colpo con esplosione ad un bancomat a Stabio: aspettiamo che ci scappi il morto?

E ricordiamoci che, se i valichi sono spalancati 24 ore su 24, la colpa è del tanto magnificato accordo di Schengen!

Lo scorso sabato, alle quattro del mattino, i soliti malviventi, evidentemente entrati in Ticino dal Belpaese, ancora una volta hanno fatto saltare per aria un bancomat della Raiffeisen. I vicini raccontano di aver sentito un botto assordante e di aver visto del fumo come quello di un fungo atomico. Si vede che i delinquenti non hanno lesinato sugli esplosivi.

Self service per delinquenti

Anche il Gigi di Viganello ha capito che questa foffa è entrata in Svizzera attraverso un valico incustodito. Chiaro: le frontiere sono da tempo spalancate, e le zone di confine ticinesi (non solo nel Mendrisiotto!) sono diventate un vero e proprio self service per delinquenti! I quali attraversano i valichi con ingenti quantitativi di esplosivo. Quindi non proprio delle sostanze innocue. Non osiamo immaginare cosa accadrebbe nel caso di una manipolazione errata. Siamo di fronte ad un pericolo pubblico, ma naturalmente gli spalancatori di frontiere ro$$overdi – quelli che (tanto per dirne una) blaterano sulle microplastiche – tacciono omertosi.

E’ chiaro che dobbiamo chiudere le frontiere.  E che nessuno venga a raccontarci la fregnaccia che i delinquenti entrerebbero comunque dal confine verde. Dal confine verde non si entra in macchina con un carico di esplosivo; e ancora meno si scappa in auto con la refurtiva!

Decisione già presa

Come ben sappiamo, a Berna le Camere federali, in un (sempre più raro) sprazzo di lucidità, hanno deciso che i valichi secondari vanno chiusi di notte, approvando la mozione Pantani.  Ma cosa hanno fatto i burocrati bernesi? Si sono inventati la chiusura farlocca di soli tre valichi, ed oltretutto in prova per sei mesi. In altre parole: hanno disatteso sfacciatamente la decisione del parlamento. Il quale ha stabilito la chiusura notturna di tutti i valichi secondari. E in modo definitivo; non per sei mesi.

Poi cosa è successo? Terminato il periodo di prova, i camerieri dell’UE del Consiglio federale si sono presi altri sei mesi di tempo raccontando che occorreva stilare una valutazione dell’esperienza. In realtà non stavano valutando proprio un bel niente. La decisione era presa fin dall’inizio: la chiusura notturna dava fastidio ai vicini a sud, e dunque andava rottamata. Ecco così arrivare la storiella secondo cui la chiusura non servirebbe. E noi dovremmo bercela? Qui qualcuno è caduto dal seggiolone da piccolo!

La fregnaccia dell’inutilità

Del resto, a raccontare che le chiusure notturne “non servono”, sono gli stessi strapagati funzionari euroturbo che hanno tacciato di inutilità anche la richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio o del rinnovo di un permesso B o G. Quando invece tale richiesta ha impedito a centinaia di delinquenti pericolosi di stabilirsi in Ticino (senza contare quelli che, sapendo del casellario, hanno rinunciato a chiedere un permesso). Quindi: “inutile” in burocratese significa “sgradito ai vicini a sud”.

La Lega torna alla carica

E’ dunque chiaro che adesso la Lega torna alla carica: come diciamo da anni, di notte le frontiere devono essere chiuse (anzi: dovrebbero esserlo anche di giorno). Non solo tre, ma tutte! Se poi i vicini a Sud non sono contenti, tanto peggio per loro. Il gruppo parlamentare leghista in Gran Consiglio ha presentato già ad inizio settimana una proposta di risoluzione cantonale all’indirizzo del Consiglio federale. Evidentemente anche i rappresentanti della Lega a Berna torneranno a pretendere il rispetto di quanto è già stato deciso dal Parlamento.

Politica Xerox

Inutile dire che come al solito c’è chi, nella partitocrazia, ha pensato bene di saltare sul carro (politica Xerox). Vedi i deputati uregiatti del Mendrisiotto: anche loro, ma guarda un po’, adesso chiedono la chiusura notturna dei valichi. Peccato che il PPD, assieme al PLR ed al P$$ (solita formazione triciclata) da settimane vada in giro a strillare che gli svizzerotti devono lasciarsi disarmare dai funzionarietti di Bruxelles perché “bisogna salvare Schengen”. A parte il fatto che, come abbiamo ripetuto ormai fino alla nausea, non è affatto vero che in caso di rifiuto del Diktat disarmista di Bruxelles la Svizzera verrebbe espulsa da Schengen; è forse il caso di ricordare agli amici uregiatti che è proprio per colpa di Schengen che dobbiamo tenere le frontiere spalancate.Ma allora, cari politicanti della partitocrazia, decidetevi: le frontiere le volete aperte o chiuse? La risposta la sappiamo. Il triciclo vuole le frontiere spalancate, giorno e notte: “bisogna salvare Schengen!”. Le dichiarazioni in senso contrario sono solo fumo negli occhi con cui lorsignori pensano di prendere la gente per il “lato B” in prossimità degli appuntamenti elettorali. Ma, come recita il noto slogan: “non siamo mica scemi”!

Lorenzo Quadri

 

Non è compito della città trovare casa ai molinari!

Lugano: “autogestiti” föö di ball! E se vorranno un altro spazio, se lo cercheranno da sé

 

Non c’è scritto da nessuna parte che l’autogestione deve rimanere a Lugano. Anzi…

Alla buon’ora! Dopo quasi due decenni, il Consiglio comunale di Lugano – con l’opposizione della solita $inistra – ha deciso che i cosiddetti autogestiti dovranno sloggiare dall’ex macello. Il progetto di riqualifica della struttura, da anni in condizioni deplorevoli, non prevede infatti la presenza dell’autogestione. Del resto, ci mancherebbe solo che si investissero oltre 26 milioni nella riqualifica dell’ex macello – questo il costo stimato del progetto – per lasciarci dentro i molinari.

Ovviamente, come già detto e scritto, lo sfratto non avverrà in tempi brevi. Ci vorranno ancora anni. Ma la via è segnata. Altrettanto ovvio è che:

  • non sta alla città di Lugano fare da agenzia immobiliare per i molinari; e
  • non c’è scritto da nessuna parte che la cosiddetta autogestione debba rimanere a Lugano.

Di conseguenza, se vorranno un’altra sede, gli “autogestiti” se la dovranno andare a cercare sul mercato. Non sarà la città a cercarla per loro;  men che meno sarà il solito sfigato contribuente a pagare un affitto al loro posto. Se il Gigi di Viganello riceve la disdetta per il suo appartamento, quello nuovo non glielo trova il vecchio padrone di casa. E neppure  glielo finanzia.

La reazione

Ovviamente, qualche giorno dopo la votazione in Consiglio comunale, è arrivata la scomposta reazione degli occupanti dell’ex macello, tramite allucinata presa di posizione dell’assemblea del CSOA (ma cosa si fumano questi?). I sedicenti autogestiti, come previsto, annunciano di non voler sloggiare; poi si lanciano in una sequela di ridicoli improperi: “città marcia ed ipocrita”; “arraffoni, papponi, razzisti, fascisti” ed avanti col solito ritornello. E nel mezzo hanno pure la tolla di blaterare di condivisione, di diversità e di alterità. Certo, come no!

Lorsignori sono dei tali sostenitori della diversità da non tollerare nessuna posizione diversa dalla loro: gli altri sono tutti fascisti e razzisti. Sono così “aperti” che hanno blindato gli spazi da loro occupati piazzando recinti e lucchetti che fanno impallidire le barriere di Orban e Trump. E poi accusano gli altri di essere “escludenti”. Sono così “tolleranti” da organizzare manifestazioni con insulti e sputi.

Sarebbe poi interessante sapere quanto è costato in totale, al solito sfigato contribuente, un ventennio di autogestione, tra interventi di polizia, dispositivi di sicurezza per manifestazioni non autorizzate, vandalismi alla proprietà pubblica e privata, eccetera.

Convenzione farlocca

Da notare che la famosa convenzione per l’utilizzo dell’ex macello da parte del CSOA è farlocca: da un lato gli occupanti non ne hanno  mai rispettato le condizioni. Dall’altro, hanno peso possesso di molti più spazi di quelli a loro assegnanti. Di conseguenza, questo accordo è carta straccia.

Quanto poi alla storiella che senza i molinari l’ex macello sarebbe stato demolito (?): trattasi di una semplice fregnaccia inventata dai $inistrati per giustificare gli amichetti.

Dialogare non serve

Visto che i molinari rifiutano il dialogo con il municipio, non c’è alcuna necessità di cercarlo. Semplicemente, quando sarà il momento, lorsignori verranno fatti sloggiare, volenti o nolenti. Del resto, visto che, a loro parere, Lugano sarebbe una città “marcia ed ipocrita”, cosa ci rimangono a fare? Föö di ball!

E se magari gli “autogestiti” immaginano di mobilitare le folle scendendo in strada, hanno fatto male i conti. Basta chiudere le frontiere per evitare a foffa da centro sociale d’oltreramina di arrivare a loro supporto, ed i molinari rimarranno in quattro gatti. Quattro gatti dai quali evidentemente la città non si fa ricattare. E ci mancherebbe!

Lorenzo Quadri

 

Diktat UE sulle armi: in gioco c’è la nostra indipendenza

C’è ancora qualche ora di tempo per mandare “affan” gli eurobalivi! Ogni voto conta!

 

Ci sono ormai ancora solo poche ore di tempo per votare NO al Diktat disarmista dell’UE. Il fronte dei favorevoli all’ennesima genuflessione davanti a Bruxelles si è prodotto in un quantitativo di panzane che ha ben pochi precedenti.

Tentare di sdoganare la tesi farlocca che “accettando la direttiva disarmista per noi non cambierebbe niente” vuol dire prendere la gente per fessa. Non solo con un sì la maggioranza della popolazione verrebbe privata del diritto di possedere armi normalmente in commercio, ma un sì equivarrebbe ad una rottamazione delle nostre leggi, delle nostre tradizioni, delle nostre libertà  e della nostra volontà popolare. E tutto questo per cosa? Per, ancora una volta, sottomettersi agli ordini di Bruxelles.

Solo il primo passo

E’ allarmante che rappresentanti ticinesi alle Camere federali non capiscano, o fingano di non capire, che la posta in gioco non è il numero di colpi che può contenere un caricatore, bensì l’indipendenza della Svizzera ed i nostri diritti popolari, che adesso il triciclo PLR-PPD-P$$ pretende di accantonare ogni volta che a Bruxelles qualcuno solleva un sopracciglio.

E’ poi non solo evidente, ma apertamente dichiarato, che la direttiva disarmista sul cui recepimento voteremo il 19 maggio è solo il primo passo. Ogni 5 anni ci saranno inasprimenti. Con l’obiettivo di arrivare al disarmo totale del cittadini onesti, che la totalitaria UE considera nemici. Una concezione dei rapporti tra cittadino e Stato che è diametralmente opposta, e dunque inconciliabile, a quella vigente in Svizzera, basata sulla fiducia reciproca. E le maggioranze politiche vogliono ora gettare alle ortiche anche questo valore svizzero per compiacere i loro padroni di Bruxelles. La svendita del Paese continua!

Giravolte indecorose

E’ infatti manifesto che l’attuale diritto svizzero delle armi non rappresenta alcun problema. A nessuno – ad eccezione dei compagni rossoverdi – verrebbe in mente di stravolgerlo se non ci fosse una pretesa europea in questo senso. Nel  febbraio 2011 i cittadini respinsero un’iniziativa di sinistra che proponeva limitazioni meno incisive di quelle attualmente sul tavolo. I partiti del cosiddetto centro si opposero a tale iniziativa. Ma oggi, tra i manutengoli del Diktat disarmista di Bruxelles, troviamo gli stessi parlamentari federali che 8 anni fa erano in prima fila nel comitato per la tutela dello statu quo. Come si spiega questa indecorosa giravolta? Semplice: perché adesso è l’UE a pretendere; e allora, secondo certi partiti e certi politici, “bisogna genuflettersi”! Ma a che livelli siamo scesi?

Ricatti ridicoli

Quanto alla minaccia dell’espulsione della Svizzera da Schengen/Dublino: è semplicemente ridicola. La permanenza del nostro Paese nello spazio Schengen non è una questione giuridica, bensì politica. Nessuno a Bruxelles ha interesse ad “epurarci”. Ne conseguirebbe infatti la rinuncia ai contributi elvetici, che ammontano a svariate decine di milioni di Fr annui, e alle informazioni che la Svizzera fornisce al sistema. A parte questo, l’importanza della banca dati Schengen è ampiamente (e strumentalmente) sopravvalutata: un po’ come, all’indomani dell’approvazione popolare dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, venne agitato lo spauracchio dell’esclusione della Svizzera dai programmi Erasmus plus, presentata come una catastrofe per il mondo universitario. Salvo poi accorgersi che questi programmi costano uno sproposito all’ente pubblico e sono frequentati da quattro gatti.

Va pure ricordato che la Svizzera aderisce a Schengen dal 2008; prima del 2008, il paese non viveva solo di pastorizia, come vorrebbero ora farci credere alcuni ambienti economici che per un franco svenderebbero la nonna, per cui figuriamoci la nazione. Nel 2008 c’erano più turisti di oggi, e non si formavano code chilometriche in dogana “causa visti”. Senza dimenticare che sono proprio gli accordi di Schengen a prescrivere le frontiere spalancate, con risultati deleteri per la sicurezza delle zone di confine (vedi l’epidemia di esplosioni ai bancomat).

Dublino in pericolo

Quando all’accordo di Dublino, quello che permette i famosi rinvii degli asilanti: esso è effettivamente minacciato, ma non certo da un eventuale rifiuto dei cittadini elvetici di farsi disarmare dai burocrati di Bruxelles, bensì dalle istanze europee a sostegno dell’immigrazione clandestina, che adesso viene ipocritamente definita “globale”. Le minacce all’accordo di Dublino vengono dall’UE e dal patto ONU sulla migrazione. Patto sostenuto proprio dalle stesse forze politiche che adesso si sciacquano la bocca con la fanfaluca di “Schengen/Dublino a rischio” nel goffo tentativo di giustificare l’ennesima capitolazione. Insomma, un coacervo di contraddizioni.

Votiamo un NO convinto alla direttiva UE sulle armi. Schengen non è in pericolo. La nostra indipedenza sì! C’è ancora qualche ora di tempo: sfruttiamola! Ogni scheda conta!

Lorenzo Quadri

Gli asilanti vanno rimpatriati

Consiglio federale allo sbando: finanziare chi assume finti rifugiati? Col piffero!

 

Da Berna è arrivato l’ennesimo schiaffone agli svizzeri senza lavoro, ticinesi “in primis”

Ma bene, i camerieri dell’UE in Consiglio federale continuano con le prodezze. Sicché diventa ora effettiva la geniale pensata dei megasussidi per favorire l’assunzione di finti rifugiati.

Quasi il 90% degli asilanti presenti in Svizzera – in altre parole: praticamente tutti – sono infatti a carico dell’assistenza. Questo vale, con piccole variazioni, per la totalità delle etnie. A cominciare da quella più rappresentata: gli eritrei. I quali sono tutti finti rifugiati. Ed infatti tornano in vacanza nel paese d’origine perché “lì è più bello”. Lampante dimostrazione che al paese d’origine non sono affatto in pericolo.

E allora qual è la bella pensata del governicchio federale? Foraggiare in grande stile chi assume finti rifugiati. Ben 12mila franchetti pubblici all’anno per 300 casi, per un totale di 11.4 milioni di Fr. Le assunzioni più sussidiate del sistema solare, ed a beneficiarne sono degli asilanti. Questo il progetto pilota (?) presentato nei giorni scorsi dal Consiglio federale.

A questo punto, alcune considerazioni “nascono spontanee”.

Cinque punti

Punto primo: sull’idoneità lavorativa degli asilanti sussiste più di un dubbio. Questi giovanotti africani con lo smartphone, oltre a non essere integrati, non sono nemmeno integrabili. Previsione del Mago Otelma: le assunzioni “a peso d’oro” andranno in palta nel giro di breve di tempo. I soldi spesi a tale scopo risulteranno spesi per niente.

Punto secondo:nel rispetto della decenza, del buonsenso, ma anche della Costituzione, deve valere la preferenza indigena: prima i nostri! Visto che i posti di lavoro non si moltiplicano come i pani ed i pesci del racconto biblico, l’assunzione di finti rifugiati va a scapito di quella di altri senza lavoro. In particolare di cittadini svizzeri lasciati a casa per assumere stranieri a basso costo. Si parla di sostituzione. E questa sostituzione dovrebbe ora venire finanziata con soldi pubblici? Ma anche no!

Punto terzo. E’ inaccettabile che quasi il 90% dei finti rifugiati sia in assistenza, e questo è evidente. Ma ciò non vuole affatto dire che costoro debbano lavorare al posto degli svizzeri e con soldi pubblici! Vuole invece dire che bisogna procedere con i rimpatri. Ovvero: i migranti economici in assistenza vanno rimandati a casa loro. La Svizzera, grazie alla casta spalancatrice di frontiere, è diventata il paese del Bengodi per tutti, tranne che per gli svizzeri (i quali però sono costretti a finanziare il Bengodi degli altri). Il deleterio andazzo deve finire. Anche perché è fondamentale ridurre l’attrattività del nostro paese per i migranti economici. Ma i consiglieri federali PLR Keller Sutter (KKS) ed Ignazio KrankenCassis, invece di rendere efficienti i rimpatri, si preoccupano di far lavorare i finti rifugiati a spese nostre. Sono le assunzioni degli svizzeri senza lavoro, giovani e meno giovani, che l’ente pubblico deve promuovere; non quelle degli asilanti!

Punto quarto. Gli 11.4 milioni sono il budget del progetto pilota. La stessa denominazione di “progetto pilota” è una presa per i fondelli. Anche il Gigi di Viganello ha capito che al progetto pilota farà seguito il solito studio FARLOCCO dal quale emergerà che l’iniziativa è una figata pazzesca, e quindi bisogna continuare e generalizzare. Quindi: quante centinaia di milioni di franchetti intendono farci spendere i politicanti del Consiglio federale per (tentare di) far lavorare i finti rifugiati a scapito dei cittadini svizzeri?

Punto quinto. E’ chiaro come il sole che, con il pretesto “populista” degli asilanti che devono lavorare invece di essere a carico dell’assistenza, si vuole semplicemente fare in modo che i migranti economici restino in Svizzera; quando invece bisogna rimandarli al natìo paesello. Ma, ancora una volta, la partitocrazia rifiuta di fare i compiti. A partire dai suoi esponenti nel governicchio federale. Perché, secondo la casta multikulti, “devono entrare e devono restare tutti”. A spese, naturalmente, degli svizzerotti “chiusi e gretti”.

Lorenzo Quadri

$inistra: indignazione pelosa

Il polverone sollevato per la trasmissione RSI “Politicamente scorretto” è ridicolo

L’establishment si strappa le vesti per due ragazze in tutina, mentre la propaganda politica di parte spacciata per “informazione” va bene. Ah già, ma trattandosi di propaganda di $inistra, pro-UE, pro-immigrazione e pro-populismo climatico, ovvio che la casta politikamente korretta non abbia nulla da dire…

 Certo che questa $inistra con la morale a senso unico è uno spettacolo! Qualche kompagno e kompagna ro$$overde in manco di visibilità, e pure in manco di meglio da fare, ha pensato ben di scatenare una shitstorm (=tempesta di cacca) sulla trasmissione “politicamente scorretto” della RSI. Quale la colpa del programma? Aver ideato uno sketch in cui il neo ministro della sanità, l’uregiatto Raffaele De Rosa, ospite della trasmissione, ed il conduttore Casolini dovevano indicare con una bacchetta sul corpo di due avvenenti ragazze in tutina alcune parti dell’anatomia umana. Dove si trova il muscolo sartorio? E il gemello? E così via… E questo ha scatenato l’ira funesta dei puritani e soprattutto delle puritane della gauche-caviar, che si sono messi a strillare sui media e sui social.

Come se il problema della RSI fosse uno show “trash” (simile a quelli mandati in onda sulle TV private del Belpaese, che però almeno non siamo tenuti a foraggiare) mentre invece la propaganda politica di parte spacciata per “informazione” va bene. Ah già, ma trattandosi di propaganda di sinistra, pro-UE, pro-immigrazione e pro-populismo climatico, ovvio che i compagni non abbiano nulla da obiettare, anzi…
Che poi a lamentarsi per il sessismo della trasmissione siano proprio quelli e quelle che stendono il tappeto rosso agli islamisti (perché “devono entrare tutti”, perché “non bisogna discriminare”, ed avanti con le amenità…) e quindi al diffondersi di un’incultura sessista e misogina – oltre che antisemita, cristianofoba, omofoba, ecc – è davvero il massimo.
I benpensanti signori e le benpensanti signore si lamentano per le ragazze in tutina; grazie alla loro politica spalancatrice di frontiere e multikulti, tra un po’ le donne non potranno più indossare né tutine né minigonne, ma solo palandrane. A Parigi un autista di bus islamista ha impedito a due ragazze in minigonna di salire. Ma naturalmente al proposito i sedicenti paladini dei diritti e delle libertà delle donne non hanno nulla da dire.

Ciliegina sulla torta: una deputata verde ha pure gratificato Casolini della qualifica di “viscido leccaculo”. Fosse stato un politico leghista a definire in modo analogo uno dei vari giornalai ro$$i che hanno colonizzato la Pravda di Comano, e che rispondono assai meglio a tale descrizione rispetto al povero Casolini, non osiamo immaginare la cagnara che i $inistrati della “correttezza nel confronto politico” avrebbero scatenato. Ma, ancora una volta, da quelle parti la morale è a senso unico.

“Mancanza di rispetto”

Inevitabilmente (?), il caso “tutine e bacchetta” ha subito suscitato le reazioni della casta politically correct. Il presidente della CORSI, l’uregiatto Gigio Pedrazzini, è corso a deplorare l’accaduto, idem l’inutile Consiglio del pubblico, organo colonizzato sempre dalla solita area politica e che conta meno del due di briscola. L’illustre Consiglio è riuscito a produrre in tempi brevissimi un torrenziale comunicato che polverizza tutti i record di logorrea e pedanteria. Questi consessi da tre e una cicca si scaldano tanto per una trasmissione d’intrattenimento, ma non fanno un cip per la continua propaganda politica di parte, finanziata col canone più caro d’Europa, che la RSI ci propina ogni giorno: perché la condividono, ovviamente. Questa sì che è mancanza di rispetto nei confronti del pubblico (pagante). Altro che gli isterismi sulle parti anatomiche indicate con la bacchetta!

Vertici pavidi

Degna di nota anche la pusillanimità degli strapagati vertici della Pravda di Comano che, al primo cip proveniente dalla $inistruccia esagitata, hanno calato le braghe ad altezza caviglia, scaricando in malo modo trasmissione e conduttore (Casolini è stato pure costretto a scusarsi e ad autofustigarsi sulla pubblica piazza). E questi sarebbero dei manager? Ossignùr!

Lorenzo Quadri

 

No ad aggravi per i frontalieri? Allora rinunciate ai ristorni

Salvini: “auspichiamo una soluzione rapida”. Ma le condizioni sono piuttosto bizzarre…

 

Se c’era bisogno di un’ulteriore conferma che l’accordo sui frontalieri non si farà mai, eccola servita. Venerdì a Milano il buon Matteo Salvini, vicepremier del Belpaese, dopo aver lodato l’ottima collaborazione con la Svizzera, ha dichiarato che “auspica una rapida conclusione del nuovo accordo fiscale” per poi però aggiungere subito che “i frontalieri non devono essere penalizzati”.

Vabbè che sono dichiarazioni da campagna elettorale per le elezioni europee, vabbè che i voti dei frontalieri contano, vabbè lisciare la Svizzera con elogi vari che fanno piacere ma non portano soldi in cassa; però se si pensa che in questo modo il nuovo – ormai sempre meno nuovo – accordo fiscale compia dei passi avanti, auguri!

Privilegiati fiscali

Già il concetto di “penalizzazione dei frontalieri” è sballato. Bisogna infatti tenere ben presente che allo stato attuale i frontalieri sono dei privilegiati fiscali.Quindi non si può parlare di penalizzazione. E’ proprio il contrario. Ad essere discriminati sono gli italiani che lavorano in patria. Aumentare il carico fiscale sui frontalieri, dunque, non significherebbe in alcun modo “penalizzare”. Significherebbe portare maggiore equità.

Questa situazione, evidente e comprensibile a tutti, non viene però recepita Oltreconfine. Da nessun governo, di nessun colore. Da anni ed anni. E’ ovvio che si tratta di un tabù interpartitico.

Il soldino e il panino

La Vicina Penisola, per bocca del Ministro dell’Interno, dichiara di voler concludere rapidamente l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, ma senza aggravi per questi ultimi. Come pretendere il soldino ed il panino. Questo non significa che quanto auspicato dal Belpaese sia impossibile. Se l’Italia non vuole tassare di più i frontalieri, allora che rinunci ad una parte consistente dei ristorni.Ancora meglio, che rinunci ai ristorni nella loro totalità.

Perché, se non lo si fosse ancora capito, sono 45 anni che il Ticino paga in base ad un accordo vetusto e superato. Non stiamo parlando di due spiccioli. I ristorni sono lievitati alla bella cifra di 84 milioni all’anno: ringraziamo l’invasione da sud voluta dalla partitocrazia.

L’emorragia

Il Ticino continua subire questa vera e propria emorragia di soldi provocata:

  • dal menefreghismo dei camerieri dell’UE in Consiglio federale, la cui unica preoccupazione è quella di non avere “difficoltà” con i paesi vicini e ancora meno con Bruxelles. Sull’altare di questo obiettivo, il Ticino viene sacrificato senza pudore: vedi la rottamazione della chiusura notturna dei valichi secondari, vedi i sordidi tentativi dei burocrati federali di sabotare anche la richiesta del casellario giudiziale, eccetera; e
  • Dagli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$$ in Consiglio di Stato i quali, succubi dei Diktat dei partiti nazionali, non hanno il coraggio di bloccare i ristorni.

Intanto il Lussemburgo…

Le ultime dichiarazioni del buon Salvini, dunque, non fanno che confermare la necessità di bloccare finalmente i ristorni. Giugno è vicino!

Anche perché ne abbiamo piene le scuffie di inviare annualmente 84 milioni al di là della ramina mentre il Lussemburgo, Stato fondatore dell’UE e ben più piccolo della Svizzera, a Francia e Germania non versa un copeco. Senza che nessuno – in particolare: senza che nessun eurobalivo – ci trovi da ridire!

Lorenzo Quadri

Ecco i grandi problemi del P$: i costumi da ginnastica!

Se le inventano tutte pur di non difendere i lavoratori e le lavoratrici ticinesi

 

Finalmente, grazie ad una pregevole e profonda interrogazione al governicchio presentata dalle deputate P$ Gina La Mantia e Tatiana Lurati, siamo in chiaro su quale sia la priorità dei $ocialisti (oltre naturalmente alle frontiere spalancate, al libero accesso a migranti di ogni ordine e grado, all’adesione all’UE, all’accoglienza di finti rifugiati, alle prestazioni sociali a go-go a stranieri furbetti, alle naturalizzazioni facili, all’islamizzazione della Svizzera, all’abolizione dell’esercito, alla rottamazione dei diritti popolari, alla sottomissione del paese ai giudici stranieri, al sabotaggio delle espulsioni dei delinquenti stranieri terroristi islamici compresi, ai moralismi a senso unico, alla scuola ro$$a, eccetera eccetera): l’abbigliamento sportivo femminile. 

Vade retro, “costumi sessualizzanti”!

Sicché, ecco le due granconsigliere di cui sopra scagliarsi tramite atto parlamentare contro il costume sgambato prescritto dall’Associazione cantonale ticinese di ginnastica per le discipline attrezzistiche, accusato di essere “discriminatorio e sessualizzante” oltre che “un ostacolo alle pari opportunità”. A noi che non siamo intellettualini rossi, bensì beceri leghisti, il nesso tra costume da ginnastica e pari opportunità sfugge. Così come pure ci sfugge la competenza del governicchio su un argomento del genere. Ci è invece chiaro che in casa P$, pur di non difendere i lavoratori e le lavoratrici ticinesi, si lanciano anche le fatwe contro le tenute da ginnastica, in quanto ennesimo frutto di una “società maschilista e patriarcale”. Insomma, roba da far tremar le vene ai polsi!

Le compagne sognano un luminoso futuro in cui le ragazze potranno graziosamente volteggiare alle parallele coperte da un burqa del peso di 15 kg, in modo da evitare qualsiasi sospetto di “sessualizzazione”. Curiosamente, lo zelo censorio delle due punte di diamante del P$ non si estende alle tenute sportive maschili, sulle quali – proprio in nome della “parità” – ci potrebbe essere altrettanto da dire.

Diversità?

Pur nella nostra conclamata ignoranza in storia dell’abbigliamento, siamo in grado di osservare che in Europa, se fino al XIII secolo i vestiti di uomini e donne erano sostanzialmente uguali (le stesse tuniche a forma di sacco che avrebbero fatto la gioia delle due interroganti) da circa 700 anni l’abbigliamento femminile sottolinea alcune parti anatomiche, e quello maschile ne sottolinea invece altre. Ma come: queste compagne che inneggiano al “valore della diversità” vorrebbero adesso negare le diversità stabilite da Madre Natura?

Come gli islamisti

L’aspetto inquietante è che da parte del P$  presunto difensore delle donne si sentono i medesimi ragionamenti degli estremisti islamici: no alla sessualizzazione (?) del corpo femminile e dunque – logica conseguenza – nascondiamo tutto sotto un pastrano integrale che copra dalla testa ai piedi. Le autocertificate paladine della condizione femminile vanno giulive a sposare la visione islamista: sessualizzazione = scandalo = bisogna coprirsi = chi non si copre è una svergognata. Certo che se è così che certe kompagne pensano di promuovere le pari opportunità, auguri!

Quadro preoccupante

L’interrogazione delle due deputate $ocialiste non è solo ridicola, ma è anche allarmante. E se a questa aggiungiamo la penosa cagnara sollevata, sempre dalle signore della gauche-caviar, contro il programma “politicamente scorretto” causa ragazze in tutine da ginnastica e la bacchetta per indicare le parti anatomiche, ne esce un quadro assai preoccupante della $inistruccia cantonticinese e dei suoi isterismi censori che farebbero impallidire il più intransigente calvinista dei tempi andati.

Il bello è che a sciacquarsi la bocca con il rispetto delle donne sono poi quelli e quelle che vogliono fare entrare tutti i migranti economici misogini e sessisti (oltre che razzisti, antisemiti, cristianofobi, omofobi) mettendo in pericolo in prima linea proprio le donne. E sull’ “innominabile” funzionario abusatore P$, e sui suoi superiori P$ che hanno messo a tacere le denunce nei suoi confronti, naturalmente, silenzio tombale. Ma forse, secondo le kompagne, sotto sotto la colpa era delle ragazzine abusate che indossavano vestiti “sessualizzanti”.

Non stiamo nella pelle

Attendiamo con curiosità di leggere la risposta del governicchio ad un atto parlamentare tanto pregnante, che ben evidenzia come il P$ elevi il livello del dibattito politico cantonticinese. Ovviamente, in nome della “trasparenza” tanto evocata a $inistra, vogliamo anche sapere quanto sarà costata, al solito sfigato (e sessista) contribuente, la risposta ai fondamentali quesiti sollevati dalle due statiste.

Lorenzo Quadri