Stop naturalizzazioni facili! Sei in assistenza? Aspetti!

Introdurre anche in Ticino l’attesa di 10 anni per chi è carico dello stato sociale

 

Sei un cittadino straniero che ha beneficiato di prestazioni assistenziali e vuoi naturalizzarti? Frena Ugo! Questo in sostanza il messaggio, giustissimo e doveroso, lanciato dal Gran Consiglio del Canton Argovia. Il Legislativo argoviese ha di recente confermato in seconda lettura, a larga maggioranza (86 voti contro 50) un giro di vite sulle naturalizzazioni facili: l’aspirante cittadino elvetico che è stato a carico dell’assistenza dovrà aspettare 10 anni – e non più solo 3 – per ottenere il passaporto rosso. Inutile dire che i $inistrati, da bravi naturalizzatori seriali, non solo hanno votato contro, ma hanno pure lanciato il referendum.

Regola federale

Secondo la nuova Ordinanza federale sulla cittadinanza svizzera (Ocit) non può essere naturalizzato “chi nei tre anni immediatamente precedenti la domanda o durante la procedura di naturalizzazione percepisce prestazioni dell’aiuto sociale”poiché “non soddisfa l’esigenza della partecipazione alla vita economica (…) salvo che le prestazioni dell’aiuto sociale siano state interamente restituite”.I Cantoni possono però scegliere di prolungare il termine dei tre anni senza assistenza fino a dieci anni. Così hanno fatto i Grigioni, e così hanno deciso di fare gli argoviesi, referendum permettendo.

Nei Grigioni

Il Canton Grigioni, che non ci risulta essere governato da beceri populisti e razzisti, è noto per le sue regolamentazioni restrittive in materia di assistenza. I furbetti in arrivo da paesi stranieri vicini e lontani che vogliono mettersi a carico del contribuente, nei Grigioni hanno vita dura. Per questo si assiste ad una migrazione verso il Ticino dove naturalmente, ben consigliati dalle solite associazioni contigue al P$, i furbetti riescono senza soverchio sforzo ad attaccarsi alla mammella dello Stato sociale.

Non sorprende dunque che proprio il Grigioni abbia deciso di portare da tre a dieci il numero di anni senza assistenza necessari per acquisire il passaporto svizzero.

In Ticino invece siamo fermi al minimo di tre anni. Al proposito è pendente, dallo scorso dicembre, un’iniziativa parlamentare generica presentata dall’allora deputato leghista Nicholas Marioli che chiede di salire a 10 anni.

Il referendum

Nel Canton Argovia, la regola dei 10 anni è stata approvata a larga maggioranza dal parlamento. Il referendum lanciato dai kompagni, con buona probabilità, si trasformerà in una débâcle. Certamente anche i $inistrati ne sono consapevoli. Ma lo lanciano comunque per farsi belli con i loro (futuri) elettori. Ovvero gli stranieri non integrati che mirano a diventare cittadini elvetici per il proprio tornaconto.

In Ticino, per contro, il Mago Otelma prevede che la partitocrazia respingerà schifata l’iniziativa Marioli e resterà attaccata alle naturalizzazioni facili come una cozza allo soglio.

Ridare valore al passaporto

Sul fatto che anche il Ticino debba adottare la regola grigionese ed argoviese non ci piove. Le naturalizzazioni facili hanno  ridotto il passaporto rosso ad un semplice pezzo di carta. Non solo “devono entrare tutti”, ma gli Svizzeri, in casa propria, non devono più  godere di alcun privilegio né priorità. Vanno parificati agli ultimi arrivati. Anzi, onde evitare infamanti (?) accuse di razzismo, agli ultimi arrivati diamo pure la precedenza. Questo andazzo deve finire. E’ urgente rivalutare il passaporto rosso. Esso deve tornare ad essere un premio per chi ha dimostrato di meritarlo. Altro che distribuirlo a piene mani a chiunque ne faccia richiesta!

Non ci sono scuse

Del resto, l’opposizione contro l’innalzamento del periodo senza assistenza da tre a dieci anni non ha proprio alcuna giustificazione plausibile. Passando alla regola dei dieci anni, il candidato alla naturalizzazione che è stato a carico del contribuente semplicemente dovrebbe attendere un po’ di più per ottenere la cittadinanza elvetica.  Ma mica verrebbe espulso. In tali casi, l’aumento del periodo attesa può essere un problema solo per chi è a caccia di neosvizzeri di dubbia integrazione per rimpolparsi il corpo elettorale. E per chi vuole le naturalizzazioni di massa per taroccare le statistiche sulla popolazione straniera.

Nomi e cognomi

Come detto, non ci vuole molta fantasia per immaginare che, nel Gran Consiglio ticinese, la partitocrazia multikulti boccerà l’iniziativa Marioli. Anche  solo per il fatto che viene dall’odiata Lega. Ma quelli che voteranno contro dovranno mettere fuori la faccia. Ed ovviamente il Mattino ne pubblicherà nomi e cognomi.

Lorenzo Quadri

Delinquenti stranieri: il triciclo boicotta le espulsioni

L’accordo quadro rottamerà la volontà dei cittadini. Ma la partitocrazia se ne impipa

Quando si dice prendere per i fondelli la gente. I camerieri dell’UE in Consiglio federale, i soldatini della partitocrazia PLR-PPD-P$$ nonché quelli delle associazioni economiche, bramano di sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale con Bruxelles. Abbiamo letto di recente le esagitate esternazioni della direttrice di Economiesuisse Monika Rühl al proposito.

Economiesuisse, come sappiamo, è un’associazione controllata dai manager stranieri delle multinazionali. A costoro della sovranità, dell’indipendenza e dei diritti popolari della Svizzera non gliene potrebbe fregare di meno. E detta associazione schiaccia poi gli ordini al PLR nazionale, che a sua volta li schiaccia alla sezioni cantonali.

Ebbene, la buona Monika (con la “k”) pretende che la Svizzera dica subito Sì, naturalmente senza condizioni, allo sconcio accordo quadro. Giù le braghe, permettiamo ai balivi di Bruxelles di dettarci legge, e questo per andare ad ulteriormente ingrassare le tasche già rigonfie di qualche borsone, a scapito di tutto il resto della popolazione elvetica!

PLR: “accordo della ragione”

Del resto, non è certo un caso che il PLR, telecomandato da Economiesuisse, si sia fiondato ad approvare il trattato capestro con l’UE, definendolo addirittura “l’accordo della ragione”. Nientemeno! Qui si sta svendendo la Svizzera, ed i liblab, sempre più asserviti a Bruxelles, cianciano di “accordo della ragione”. Con il loro Consigliere federale (ex) doppiopassaporto KrankenCassis che addirittura pretendeva di far credere al popolazzo che i giudici stranieri fossero una “fake news”. O mente di proposito, oppure non conosce i dossier del suo dipartimento.

La direttiva sulla cittadinanza

Come noto, lo sconcio accordo quadro, se approvato, porterebbe con sé una lunga serie di sciagure. Tra queste, l’obbligo di applicare la direttiva UE sulla cittadinanza. Tale direttiva impedirebbe alla Svizzera di espellere i delinquenti stranieri, se questi sono dei cittadini comunitari. Alla faccia della volontà popolare.

Per prendere per i fondelli la gente, i politicanti del triciclo fingono di considerare la direttiva in questione una linea rossa invalicabile. Chiaramente, questa fregnaccia non se la beve nessuno. E’ ovvio che, nella deleteria ipotesi in cui l’accodo quadro dovesse venire sottoscritto, Bruxelles pretenderà dagli svizzerotti l’applicazione della direttiva UE sulla cittadinanza. E i politicanti del triciclo si posizioneranno all’istante a 90 gradi.

Lo stesso accadrà, sia detto per inciso, per quel che riguarda il pagamento delle indennità di disoccupazione ai frontalieri, che Bruxelles progetta di rifilare al paese di ultimo impiego e non principalmente a quello di residenza, come accade ora.  La questione è temporaneamente sparita dai radar, dal momento che gli organi della “vecchia” UE (quelli della legislatura appena conclusa) non hanno trovato un accordo. Poco ma sicuro che tornerà alla ribalta a breve. Ed il Mago Otelma prevede l’ennesima calata di braghe rossocrociate ad altezza caviglia.

I legulei dei tribunali

Tra i legulei che la partitocrazia PLR-PPD-P$$ ha piazzato nei tribunali, ce ne sono di quelli che già ritengono che la devastante libera circolazione delle persone prevalga sulla decisione dei cittadini svizzeri di espellere i delinquenti stranieri. Questi tamberla praticamente applicano in anticipo, di propria iniziativa, la direttiva UE sulla cittadinanza! Altro che giudici: questi sono dei politicanti spalancatori di frontiere!

Nei mesi scorsi fece infatti scalpore la sentenza del tribunale distrettuale zurighese che annullò l’espulsione di un giovane picchiatore tedesco, proprio argomentando che la misura sarebbe incompatibile con la libera circolazione. Poi il Tribunale federale ha sentenziato, in questo come in un altro paio di casi, che le cose stanno diversamente.

Quanto durerà

Tutto a posto? Mica tanto.  Perché la domanda è a sapere: quanto durerà? Il gruppo Udc alle camere federali, di cui fa parte anche la Lega, ha presentato un’iniziativa parlamentare affinché si chiarisca, senza se né ma, che l’espulsione dei delinquenti stranieri vale per tutti, cittadini UE compresi. Perché così sta scritto nel codice penale, e così sta scritto nella Costituzione. Dunque, non ci può essere direttiva di Bruxelles che tenga. Ebbene: come prevedibile, la partitocrazia triciclata la scorsa settimana ha respinto compatta  l’iniziativa. Motivo: “ma il TF in recenti sentenze ha stabilito che la libera circolazione non impedisce le espulsioni, quindi l’iniziativa è inutile”.

$ignori, ma ci siete o ci fate? Oggi, allo stato attuale, la libera circolazione non impedisce le espulsioni. Se però un domani dovesse entrare in vigore lo sconcio accordo quadro, e quindi la direttiva europea sulla cittadinanza, i cittadini UE che delinquono non potranno piùessere espulsi! Per questo, altro che inutile! L’iniziativa era indispensabile. Ma evidentemente la partitocrazia NON VUOLE l’espulsione dei delinquenti stranieri. Malgrado sia stata decisa dal popolo. Questa è la realtà!

Il bluff del “rigore”

Ed infatti, il triciclo ha introdotto, come ben sappiamo, la clausola di rigore, che permette al giudice “in casi estremi” di rinunciare all’espulsione di uno straniero che delinque. Prima della votazione popolare sull’iniziativa d’attuazione, la casta aveva assicurato che i casi di rigore sarebbero stati una rara eccezione, al massimo il 2-3% del totale. Ed invece, ma tu guarda i casi della vita, sono il 30%! E’ quindi evidente che la partitocrazia ed i suoi legulei stanno di nuovo prendendo il popolo svizzero per il lato B.

Lorenzo Quadri

Giovani farmacisti: per il CF La discriminazione è OK!

Come prevedibile, per il governo bernese “l’è tüt a posct”. Ma non finisce qui!

 

Primo gennaio 2018: questa data ha segnato un cambiamento epocale per i giovani farmacisti svizzeri. Ad inizio dello scorso anno è entrata infatti in vigore la modifica della Legge federale sulle professioni mediche. E questa modifica li svantaggia in modo importante.

Infatti, i titolari di un diploma federale di farmacista che prima del 1° gennaio 2018 erano in possesso di un’autorizzazione cantonale al libero esercizio della professione, rimangono autorizzati ad esercitarla come attività economica privata sotto la propria responsabilità. Senza bisogno di titoli federali di perfezionamento. E questo in tutta la Svizzera.

La musica cambia per i farmacisti che hanno conseguito il diploma dopo il 1° gennaio 2018. Questi  si dividono infatti in due categorie. Quelli che sono iscritti alla formazione post-grade, che diventa presupposto per esercitare un’attività privata sotto la propria responsabilità, e quelli che non sono iscritti.

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare un paio di mesi fa su queste colonne, la formazione post-grade ha un costo alquanto elevato: per la sola iscrizione occorrono circa 25mila Fr. Durante la formazione, inoltre, il giovane farmacista può svolgere un’attività lavorativa al massimo al 50-70%, e supplire il responsabile sanitario per non più di due mezze giornate alla settimana. Di conseguenza, risulta poco attrattivo per il datore di lavoro, ovvero per il titolare di una farmacia.

Assistenti “a vita”

I giovani farmacisti che invece, per un motivo o per l’altro, non seguono la formazione post-grade, potranno esercitare “unicamente come collaboratori, sotto la diretta sorveglianza del responsabile sanitario, senza la possibilità di assumere supplenze” (vedi al proposito la circolare del 22 dicembre 2017 dell’Ufficio del farmacista cantonale ticinese).

Ciò significa nel concreto che questi farmacisti, pur avendo svolto un’onerosa formazione universitaria, saranno destinati a rimanere degli assistenti di farmacia “a vita”. Del resto, anche la differenza salariale tra le due categorie è limitata a poche centinaia di franchi al mese. Dei laureati verrebbero de facto parificati a collaboratori che hanno svolto un apprendistato.

Questa situazione è particolarmente pericolosa in Ticino. Infatti, farmacisti della fascia italiana di confine potrebbero senz’altro reputare interessante fare gli assistenti di farmacia – anche se “con laurea” – alle paghe previste nel nostro Cantone per questa attività. Per i giovani ticinesi, invece, le cose stanno diversamente.

Di conseguenza, anche le assistenti di farmacia, che in Ticino sono circa 800, sono a rischio. La figura professionale potrebbe infatti sparire, sostituita da quella del farmacista diplomato ma senza formazione post-grade; magari in arrivo dalla vicina Penisola.

“Tüt a posct”?

La questione è stata sollevata un paio di mesi fa dal sottoscritto tramite interpellanza al Consiglio federale. In particolare, si chiedeva se il governo fosse intenzionato ad introdurre dei correttivi alla nuova Legge sulle professioni mediche, onde evitare la discriminazione dei giovani farmacisti. La presa di posizione governativa è arrivata in questi giorni. Naturalmente il ritornello è  il solito: “l’è tüt a posct”. A mente del CF, le nuove disposizioni in vigore da inizio dello scorso anno sono inattaccabili perché “servono a garantire la qualità”. Che scavare un abisso tra chi era in possesso del libero esercizio il primo gennaio 2018 e chi invece non l’aveva “crei qualità”, è tutto da verificare. La “qualità” la devono dimostrare solo i giovani farmacisti? E questo significa forse che i farmacisti meno giovani non sono “qualitativi”?

Teoria e pratica

Anche per quanto attiene le assistenti di farmacia, che sono a loro volta minacciate dalle  nuove regole, la risposta governativa è deludente. Il tema viene liquidato con la seguente considerazione: siccome le competenze ed i ruoli professionali dei farmacisti sono diversi da quelli delle assistenti di farmacia, il problema non si pone.

E invece il problema si pone eccome. Perché la teoria è una cosa, la realtà un’altra.

Nella pratica quotidiana, capita che le assistenti di farmacia svolgano dei compiti che vanno oltre a quelli che sarebbero di loro stretta spettanza. Creare dei farmacisti di “serie B” che si distinguono dalle assistenti di farmacia solo sulla carta, mentre alla prova dei fatti il confine diventa alquanto “flou”, implica poi che le distinzioni tra le due categorie debbano essere rigorosamente osservate – e fatte osservare.

Conseguenze negative per tutti

Un’applicazione talebana delle regole avrà conseguenze negative per tutti. Anche per i farmacisti, che non potranno permettersi di sgarrare – neanche di poco – dall’obbligo di presenziare in negozio (sia di giorno che negli eventuali turni di notte), da quello di controllare le ricette sul momento, eccetera. Il farmacista titolare, o il collaboratore o supplente con libero esercizio, dovrà sempre essere presente al banco per servire la clientela.

Se un farmacista diplomato ma senza post-grade non potrà consegnare farmaci se non sotto la tutela di un superiore, cosa potranno ancora fare le assistenti di farmacia, che hanno seguito un apprendistato? La conseguenza di un’applicazione rigida delle nuove norme sarà che le assistenti finiranno a svolgere lavori di ordinazioni e di magazzino, oppure verranno relegate ad un apposito banco per cosmetici; ma non potranno più dispensare né manipolare medicamenti.

Visto poi che il governo insiste nel sottolineare la differenza di ruolo e di compiti tra assistente e farmacista “senza post-grade”, questa differenza dovrebbe, quale logica conseguenza, essere resa evidente anche al cliente. Ad esempio tramite camici di colore diverso, come accade in altri paesi, dove il  bianco è riservato al farmacista. Il ruolo delle assistenti risulterebbe di conseguenza assai ridimensionato rispetto alla prassi attuale. E, con esso, le loro possibilità di impiego.

Non sarebbe meglio…?

Invece di prodursi in sovraregolamentazioni talebane, che poi a cascata si ripercuotono negativamente su varie figure professionali, forse sarebbe meglio permettere ai giovani farmacisti laureati di mettere a frutto sia le proprie competenze che i soldi, anche pubblici, che hanno speso nella formazione.

C’è poi da chiedersi se le nuove regole restrittive vengono applicate in modo uniforme in tutta la Svizzera, o se invece ci sono Cantoni che hanno previsto delle deroghe (ciò che non avviene in Ticino).

Insomma, la questione non si chiude qui. Altri atti parlamentari sul tema seguiranno. A Berna, certo. Ma magari anche a Bellinzona.

Lorenzo Quadri

Grazie ai buonisti-coglionisti manteniamo tutta la foffa!

Lo studio-shock: in Svizzera la metà dei jihadisti è a carico dello Stato sociale

 

Ma come: non erano tutte balle della Lega populista e razzista? Ed invece, ma tu guarda i casi della vita, adesso da uno studio dell’Alta scuola di scienze applicate di Zurigo (ZHAW) si scopre che in Svizzera il 40% dei jihadisti beneficia di prestazioni sociali di vario genere (in primis assistenza), tra cui anche aiuti per i finti rifugiati. I risultati dello studio sono stati pubblicati di recente.

Ecco dunque la conferma che tra i troppi migranti economici che arrivano nel nostro Paese  e si mettono a carico del solito sfigato contribuente, ci sono pure dei jihadisti, oltre che dei delinquenti comuni.

Da tempo gli esperti ammoniscono che, a livello internazionale, la facilità d’accesso degli immigrati agli aiuti sociali – specie se particolarmente generosi… – costituisce un fattore di rischio per quanto attiene all’arrivo nei singoli Paesi europei di miliziani dell’Isis e di analoghe associazioni criminali.

Gli Stati dall’ “aiuto sociale facile” agli stranieri, tra i quali figura la Svizzera, diventano particolarmente attrattivi come meta e residenza per jihadisti. Costoro, mantenuti dall’ente pubblico, non hanno bisogno di lavorare. Quindi possono dedicare tutto il proprio tempo alla radicalizzazione ed al reclutamento. Detto in altri termini: grazie all’assistenza facile, la Svizzera diventa il paese del Bengodi per estremisti islamici. Con tutti gli evidenti rischi che ne derivano per la sicurezza interna.

Con le mani in mano

Il problema è noto da tempo. Ma naturalmente non si interviene. Come di consueto i camerieri dell’UE in Consiglio federale ed i funzionari ro$$i del dipartimento ex Simonetta, oggi Keller Sutter (ma il passaggio da una direttrice P$ ad una dell’ex partitone non si nota affatto) vanno avanti “come se niente fudesse”. Quale pretesto, recitano il solito mantra della “non discriminazione”. Chiaro: i jihadisti sono stranieri “in arrivo da altre culture”: e come tali devono essere accolti, mantenuti, coccolati. E magari perfino naturalizzati. Così oltretutto spariscono pure dalle statistiche degli stranieri!

La  partitocrazia multikulti PLR-PPD-P$$ non è certo messa meglio dei suoi rappresentanti nel governicchio federale. Basti pensare che solo la scorsa settimana in consiglio nazionale il tandem composto da  $inistrati ed ex partitone è riuscito ad ottenere l’affossamento, per appena due voti di scarto, di un’iniziativa parlamentare che chiedeva l’espulsione certa e sistematica dei terroristi islamici.

I Qatar Papers

A ciò si aggiunge che il Consiglio federale e la partitocrazia triciclata rifiutano ostinatamente di vietare i finanziamenti esteri alle moschee ed ai centri culturali islamici. Eppure è accertato che questi finanziamenti servono a promuovere la radicalizzazione dei musulmani presenti nel nostro Paese. Illuminanti al proposito (ma sono solo un esempio) le rivelazioni contenute nei Qatar Papers. Questi documenti testimoniano della valanga di milioni che il Qatar, per il tramite di un’apposita ONG, invia in Europa – Svizzera compresa, Ticino compreso, Lugano compresa – per finanziare le attività di gruppi islamisti.

Cosa aspettiamo?

Signori, cosa aspettiamo per darci una svegliata? Adesso lo dice anche lo studio dell’alta scuola di scienze applicate di Zurigo (non il Mattino populista e razzista) che quasi la metà dei jihadisti è carico dello Stato sociale. Quindi a nostro carico. Qualcuno pensa davvero di poterla metter via senza prete, o senza imam tanto per restare in tema? Ma col fischio!

I soldi per i terroristi ci sono

E’ il colmo. I soldi per mantenere i terroristi islamici ci sono. Poi però ai ticinesi in difficoltà lo Stato dice che devono tirare la cinghia? Poi però la partitocrazia blatera che l’AVS sarebbe sull’orlo del baratro finanziario? Ma andate a Baggio a suonare l’organo! Diciamo finalmente “basta” alle prestazioni sociali ai jihadisti! Non abbiamo nessuna intenzione di continuare ad essere il Paese del Bengodi per gli estremisti islamici. Questa foffa va espulsa dalla Svizzera, senza tanti se né ma! Föö di ball!Altro che mantenerla!

Ed infatti chi scrive nei giorni scorsi ha inoltrato una mozione con cui si chiede di darci un taglio all’assistenza sociale facile per migranti economici, che fa sì che la metà dei jihadisti delinqua mantenuta dal contribuente.

La mozione

Vedremo con quali arrampicate sui vetri i camerieri dell’UE in Consiglio federale tenteranno per l’ennesima volta di spacciare la disastrosa tesi che… “sa po’ fa nagott”! E intanto gli islamisti se la ridono a bocca larga e si preparano ad arrivare in massa nella Confederella a farsi mantenere con i soldi del solito sfigato contribuente. Tanti gli svizzerotti “sono fessi e non si accorgono di niente”!

Lorenzo Quadri

L’Olanda difende i propri confini. La Svizzera invece…

Il Parlamento chiede all’UE di reintrodurre i visti per gli albanesi: “la mafia dilaga”

Ma allora è proprio vero che tutti gli altri “possono” difendere i propri confini, compresi gli Stati membri dell’UE, mentre gli unici che non possono (“sa po’ mia!”) mai fare un tubo sono i soliti svizzerotti. Che (grazie al cielo; anzi, grazie al popolo sovrano, perché se fosse dipeso dai politicanti del triciclo…) nemmeno sono nell’UE.

Fatto sta che l’Olanda – mica l’Ungheria, la Polonia, o qualche altro paese del blocco Visegrad – ha deciso che per gli albanesi bisogna reintrodurre l’obbligo di visto Schengen. Al proposito è stato pubblicato nei giorni scorsi un interessante articolo sul portale “tempi.it”.

Esente dal 2010

L’Albania è esente dal regime dei visti per i paesi che non fanno parte dall’area Schengen dal dicembre del 2010. Ciò significa che da oltre otto anni i cittadini albanesi possono recarsi in qualsiasi Stato Schengen, Confederella compresa, e soggiornarvi fino a 90 giorni sull’arco di sei mesi, solo dichiarando la destinazione e dimostrando di essere in grado di mantenersi per la durata della permanenza. Apperò!

Piccola parentesi

Al proposito, una piccola parentesi. In occasione della recente votazione sulla direttiva disarmista dell’UE, la partitocrazia con le braghe sempre calate andava in giro a blaterare che, in caso di Njet al Diktat degli eurobalivi, gli svizzerotti sarebbe stati sbattuti fuori con infamia da Schengen. E quindi nuovamente sottoposti agli obblighi di visto.

Uhhh, che pagüüüraaa! E qualcuno ha davvero creduto che la DisUnione europea, che da oltre otto anni esenta dall’obbligo di visto gli albanesi, l’avrebbe imposto agli svizzerotti? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Mafia in crescita

Tornando agli albanesi. Come mai all’Olanda è venuto in mente di chiedere ai funzionarietti di Bruxelles di bloccarne il libero accesso allo spazio Schengen? Risposta: per ragioni di sicurezza. Per combattere la criminalità albanese che nel paese dei tulipani – e verosimilmente non solo lì – sta proliferando.

Nel testo della mozione approvata dal parlamento olandese si legge infatti: “L’assemblea (….) rileva che c’è stato un sostanziale incremento delle attività criminali della mafia albanese in Olanda,e che queste organizzazioni criminali stanno approfittando della possibilità di viaggiare attraverso l’Europa senza visto, ed in tal modo stanno espandendo il loro network di traffici”.  

Migranti illegali

Durante il dibattito in aula, sempre stando a quanto riferisce “tempi.it”, si è ancora rincarata la dose. La prima firmataria della mozione ha rilevato che in Olanda vivono sei volte più albanesi di quelli che sono ufficialmente registrati (sic!), e che secondo la polizia di Rotterdam la mafia abanese è l’organizzazione criminale più violenta degli ultimi anni.

Nella lettera alla Commissione europea, il rappresentante permanente dell’Olanda aggiunge un ulteriore elemento: “il crescente numero di migranti illegalidall’Albania, per lo più giovani maschi”.

Vota anche la sinistra

Nel Legislativo olandese, la richiesta di reintroduzione dell’obbligo di visto Schengen per i cittadini albanesi è stata approvata a larga maggioranza: 105 voti su 150. Hanno detto Sì esponenti di ogni corrente politica, dalla destra alla sinistra. Già, anche la sinistra. Dalle nostre parti, una proposta di questo tipo sarebbe stata approvata solo da Lega e Udc. La partitocrazia triciclata multikulti, per contro, avrebbe strillato allo scandalo, con i tremebondi camerieri dell’UE in Consiglio federale ad opporsi con tutte le proprie forze: e se poi qualcuno ci accusasse di r-r-r-razzismo??

Fosse successo da noi…

Inutile dire che a starnazzare più di tutti sarebbero stati i $inistrati. In Olanda i kompagni hanno firmato. In Danimarca, la sinistra ha vinto le elezioni grazie alla linea dura in materia di immigrazione. La gauche-caviar rossocrociata (rossocrociata per modo di dire, vista l’alta concentrazione di doppipassaporti tre le fila dei suoi politicanti), invece, nemmeno con un mitra puntato alla schiena approverebbe una qualsivoglia misura contro la delinquenza d’importazione. Impedire a chicchessia di immigrare nel nostro Paese? Ma non sia mai! “Devono entrare e devono restare tutti!”. La $inistra “sedicente elvetica” è spalancatrice di frontiere, sovranofoba, xenofila, islamofila ed antisvizzera. E, per portare avanti simili deleterie posizioni, utilizza pure lo specchietto per le allodole del populismo climatico. Risultato: chi vota per il populismo climatico vota per le frontiere spalancate e per l’islamizzazione della Svizzera.

Atto parlamentare a Berna

Poiché anche il nostro Paese fa parte dello spazio Schengen, è evidente che il tema della reintroduzione del visto per i cittadini albanesi tocca anche noi.

Evidentemente, la Lega non ha perso tempo nel chiedere a Berna che il Consiglio federale appoggi la richiesta olandese di reintroduzione dei visti per gli albanesi. Ma c’è anche una domandina aggiuntiva: non è forse il caso di prendere misure analoghe anche per i cittadini di alcuni altri Paesi non membri UE e non firmatari di Schengen, che però sono esentati dall’obbligo di visto (si tratta di ben 62 Stati sparsi per il mondo)?

Lorenzo Quadri

 

 

Ma guarda un po’: la preferenza indigena light è un BIDONE

Oltre a non servire ad un tubo, viene pure snobbata dagli uffici di collocamento

 

Nuova conferma che il triciclo PLR-PPD-P$$ ha azzerato il voto espresso dal 70% dei ticinesi il 9 febbraio 2014: in ottobre, neanche un voto a questi partiti e ai loro politicanti! Ma non siamo ancora stufi di farci fregare da chi ci dovrebbe rappresentare?

1° luglio 2018. In tale data è entrata in vigore la cosiddetta preferenza indigena light. La preferenza indigena light è quella ciofeca con cui i camerieri dell’UE in Consiglio federale e la partitocrazia PLR-PPD-P$$ hanno rottamato il “maledetto voto” del 9 febbraio.

In realtà non si tratta nemmeno di una preferenza indigena. Si tratta semmai di una preferenza (?) degli iscritti agli Uffici regionali di collocamento (URC). Perfino parlare di “preferenza” è di per sé una truffa. In effetti, la regola prevede che in determinati settori professionali, quelli dove il tasso di disoccupazione supera l’8%, le aziende siano tenute a segnalare i posti vacanti agli uffici regionali di collocamento. Va da sé che il tasso di disoccupazione viene calcolato a livello nazionale. E non è quello reale, bensì quello delle statistiche farlocche della SECO. E’ quindi evidente che i settori a cui andrebbe applicata la cosiddetta preferenza indigena light sono nella realtà più di quelli ai quali viene effettivamente applicata.

Come funziona in concreto il meccanismo? Le aziende dei settori interessati devono annunciare agli Uffici regionali di collocamento i posti di lavoro vacanti. Gli URC hanno 5  giorni di tempo per proporre dei loro iscritti che corrispondono al profilo richiesto.  Dopo 5 giorni il datore di lavoro può pubblicare l’annuncio sugli usuali canali.

Cinque motivi

Perché la preferenza indigena light è una ciofeca? Per almeno cinque ragioni:

  • Il potenziale datore di lavoro può comunque rifiutare i candidati proposti dagli URC senza necessità di addurre alcuna motivazione.
  • Iscritto all’URC non vuole affatto dire “indigeno”. Tra gli iscritti agli Uffici regionali di collocamento ci sono anche dei frontalieri. Per il momento non molti, è vero. Ma in futuro si iscriveranno tutti i frontalieri che hanno perso l’impiego. E quindi anche loro potranno beneficiare della “preferenza”. Perché in futuro tutti i frontalieri disoccupati si iscriveranno agli URC? Perché i balivi di Bruxelles, in tempi neanche troppo lunghi, imporranno allo Stato ultimo luogo di lavoro dei frontalieri di pagargli le indennità di disoccupazione. Questo, per stessa ammissione del Consiglio federale, causerebbe alla Confederazione una spesa ulteriore di centinaia di milioni di Fr. Ma comporterebbe anche un altro effetto collaterale. Quello indicato sopra: tutti i permessi G si iscriverebbero agli URC, per beneficiare delle rendite LADI. In questo modo potranno approfittare anche della preferenza indigena. Evidentemente, sia detto per inciso, i funzionari svizzerotti non avranno alcun modo di verificare se i frontalieri che risultano disoccupati in Ticino e per questo percepiscono le stesse rendite dei residenti, poi Oltreconfine non lavorino in nero.
  • Per contro, un numero crescente di ticinesi che non ha più diritto a rendite di disoccupazione non risulta più iscritto agli URC. In effetti, ad onta del nome, il loro contributo al collocamento è assai marginale. Gli URC si limitano a fare i gendarmi sulle domande d’impiego presentate e a costringere i senza lavoro a seguire corsi che non ne aumentano in nulla la collocabilità, ma servono semmai ad ingrassare chi li organizza.
  • Se la preferenza indigena avesse una qualche efficacia nel contenere l’immigrazione in Svizzera, i funzionarietti di Bruxelles mai l’avrebbero approvata.
  • Come da copione, gli effetti della preferenza indigena light sulla migrazione sono completamente inesistenti. E’ in vigore da un anno e non è successo assolutamente nulla.

L’elemento nuovo

Adesso alla lista si aggiunge un nuovo elemento. Il Blickvi ha dedicato un interessante servizio sull’edizione di martedì. Accade infatti che gli URC, almeno nella Svizzera orientale, se ne impano della preferenza indigena. Da un’indagine effettuata sotto copertura (uella) dal citato quotidiano svizzerotedesco, è emerso che gli URC del Canton Turgovia  e del Canton San Gallo, ad un imprenditore che ha segnalato un posto vacante che necessitava di poche qualifiche, non hanno proposto alcuna candidatura. Questo malgrado nella loro banca dati avessero senza dubbio centinaia di profili corrispondenti a quello richiesto.

Ovviamente ci interesserebbe particolarmente sapere come è la situazione in Ticino: ovvero se gli URC di questo sfigatissimo Cantone fanno i compiti fino in fondo come asseriscono, oppure se anche loro seguono l’andazzo sangallese e turgoviese.

Morale della favola

l’elenco sopra dimostra, senza possibilità di appello, che la preferenza indigena light è una farsa.  La volontà popolare espressa il 9 febbraio 2014 dal 70% dei ticinesi è stata azzerata dai camerieri dell’UE in Consiglio federale e dalla partitocrazia PLR-PPD-P$$. Rappresentati ticinesi compresi. In ottobre, neanche un voto a questi partiti ed ai loro politicanti!

Lorenzo Quadri

 

Vaffanjuncker! Non firmiamo!

Accordo quadro: altro che le pressioni UE per concludere in fretta! Stop calabraghe!  

Come volevasi dimostrare: sullo sconcio accordo quadro istituzionale (ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE, giudici stranieri, direttiva europea sulla cittadinanza, abrogazione delle misure accompagnatorie, fine delle banche cantonali con garanzia dello Stato, eccetera eccetera) la presa per  i fondelli continua ad oltranza.

I camerieri di Bruxelles in Consiglio federale hanno deciso il venerdì della scorsa settimana di non firmare subito l’accordo quadro, ma di chiedere ulteriori chiarimenti all’Europa. Da sottolineare il “subito”. Altrimenti detto: il governicchio federale intende firmare, smania per farlo; così come la partitocrazia triciclata. Però non può farlo ora. Perché in ballo ci sono le elezioni federali. E, checché ne dicano i sondaggi farlocchi commissionati ad istituti compiacenti, la maggioranza della popolazione col fischio che approverebbe il trattato coloniale. E quindi firmare adesso significherebbe, per il triciclo, rischiare in termini di voti. Ergo, occorre menare il can per l’aia da qui alla fine di ottobre. Dopodiché: passata la festa, gabbato lo santo e accordo firmato!

Sul nocciolo della questione…

Vale la pena anche evidenziare su cosail Consiglio federale ha chiesto spiegazioni a Bruxelles. Ne ha chieste sulla direttiva UE sulla cittadinanza, sulle misure accompagnatorie, sugli aiuti statali. Quindi si discute sul contorno. Per contro, il vero nocciolo della questione, vedi la ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE ed i giudici stranieri, ovvero la fine della nostra sovranità, è condiviso ed approvato dal governicchio federale.

Messi via senza prete

E qual è la risposta del presidente “non astemio” della commissione europea, Jean-Claude “Grappino” Juncker, alle richieste di spiegazioni? Chiariamoci nel giro di qualche giorno, entro il 18 giugno, così poi finalmente si firma. Chiariamoci per modo dire; perché punto primo nel giro di un paio di giorni non si chiarisce proprio un bel niente, punto secondo l’ha capito anche il Gigi di Viganello (ma forse il ministro degli esteri binazionale KrankenCassis, PLR, non ci è ancora arrivato) che l’UE non intende in alcun modo cambiare le proprie posizioni. Del resto l’ha detto in tutte le salse.

E’ assolutamente scandaloso che il “diversamente sobrio” Juncker pretenda di mettere via la pendenza in quattro e quattr’otto, nel giro di pochi giorni. Ecco la considerazione di costui per la nostra democrazia.

Niente di “bilaterale”

Tutta questa fretta di concludere da parte europea conferma che lo sconcio accordo quadro istituzionale è solo nell’interesse della fallita UE, che vuole comandare in casa nostra. Di certo non è nell’interesse della Svizzera.

Il governicchio federale e la partitocrazia tentano di vendere al popolazzo il trattato coloniale come il proseguimento della via bilaterale. Ma stiamo scherzando? Altro che proseguimento. Questo è l’affossamentodella via bilaterale. Un rapporto bilaterale prevede infatti che i partner contrattino da posizioni paritarie. Con lo sconcio accordo quadro, accadrà proprio il contrario: la Svizzera diventerà una colonia di Bruxelles. Ecco perché gli eurobalivi hanno fretta di firmare. Ed è scandaloso che dalle nostre parti nessuno protesti. Addirittura, il Consiglio degli Stati ha detto che la via scelta dal governicchio federale è quella giusta. Ma col cavolo! L’accordo quadro non va firmato. Né adesso, né al 18 giugno, né mai. Non si svende la sovranità della Svizzera per un tozzo di pane. Anzi, ancora peggio:  non si svende la sovranità della Svizzera per permettere alle grandi aziende – dirette da manager stranieri (ai quali del nostro Paese non gliene frega un tubo) ed affiliate ad Economiesuisse – di  incrementare ulteriormente i propri profitti.

Servono più “sovranisti”

L’indegna sceneggiata dell’accordo quadro dimostra quanto sia importante per il Ticino mandare il maggior numero possibile di “sovranisti” a rappresentarlo a Berna.Altro che eleggere politicanti che poi approvano compulsivamente tutte le calate di braghe davanti all’UE. E di simili scempi, nella legislatura che volge ormai al termine, ne abbiamo visti fin troppi. A partire dalla rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio. Eppure, con l’ammucchiata ro$$overde, il numero degli euroturbo ticinesi sotto le cupole federali rischia addirittura di aumentare. Bisogna a tutti i costi impedirlo!

Lorenzo Quadri

 

Si apre lo scenario peggiore

Dopo il caso degli otto frontalieri truffatori: se un domani la disoccupazione…

 

E’ notizia recente: otto frontalieri, titolari di regolare permesso G, lavoravano in Ticino, ma contemporaneamente nel Belpaese erano a carico della disoccupazione (o meglio: della prestazione sociale analoga alla nostra disoccupazione, la cosiddetta NASPI) e ne percepivano le rendite. L’andazzo si è protratto per anni, tant’è che le prestazioni indebitamente percepite ammontano a parecchie centinaia di migliaia di euri.

L’abuso è stato scoperto, si legge sui media, a seguito di “controlli incrociati di banche dati e di verifiche documentali”. Ohibò, c’è da restarci con il naso in mezzo alla faccia.

Per scoprire una truffa tanto plateale (lavori – e nemmeno in nero, ma con regolare permesso, quindi alla luce del sole – in uno Stato, mentre a pochi chilometri di distanza risulti disoccupato) bisogna procedere a “controlli incrociati di banche dati e verifiche documentali”. Quando l’irregolarità dovrebbe saltare immediatamente all’occhio. Proprio vero che, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, i furbetti del quartierino possono incassare indebitamente tanti bei soldoni pubblici senza che nessuno si accorga di niente.

La punta dell’iceberg

Visto che gli otto imbroglioni hanno intascato illecitamente una barcata di soldi statali, eppure non sono stati beccati per anni, e questo malgrado non si siano neanche troppo preoccupati di nascondere le malversazioni, c’è come il vago sospetto (eufemismo) che quanto emerso sia solo della punta dell’iceberg. Ovvero, c’è motivo di credere che di abusi analoghi ne avvengano a tutto spiano!

Non è un passo avanti

E’ vero che nel caso concreto lo Stato truffato non è la Svizzera bensì l’Italia. Ma non è un gran passo avanti. Non sappiamo per chi lavorassero i frontalieri truffatori. Sarebbe il colmo se fossero stati assunti al posto di ticinesi.

Inoltre, e specialmente in futuro, la truffa potrebbe facilmente avvenire anche ai danni della Svizzera. Come noto, infatti, la fallita UE sta cercando di cambiare le regole sulle rendite di disoccupazione dei frontalieri. Obiettivo: far sì che a pagarle non sia più  (per la maggior parte) il paese di residenza, come ora, bensì quello dell’ultimo impiego.

Prima o poi…

Il progetto è al momento arenato poiché non ha trovato il consenso necessario a Bruxelles. Ma prima o poi, più prima che poi, verrà estratto dal cassetto. E se l’UE dovesse applicare agli stati membri questa regola, forse che gli svizzerotti – per quanto formalmente non tenuti a farlo – non si adeguerebbero? Figuriamoci! I camerieri di Bruxelles in Consiglio federale, con triciclo PLR-PPD-P$$ al seguito, calerebbero le braghe in tempo di record, paventando chissà quali ritorsioni (?) in caso di disubbidienza! Mica siamo il Lussemburgo che, pur essendo uno Stato membro UE, non solo non versa un centesimo di ristorni, ma pare abbia già ottenuto “a titolo preventivo” eccezioni all’obbligo di dover un domani pagare la disoccupazione ai frontalieri!

Lavoro nero

Il Consiglio federale stesso ha ammesso che, se la Svizzera dovesse essere tenuta a versare la disoccupazione ai frontalieri, ciò comporterebbe una spesa di svariate centinaia di milioni di Fr all’anno. Ma c’è anche un altro aspetto. Come potrebbero le autorità elvetiche controllare che il frontaliere, che alle nostre latitudini risulta disoccupato, in Italia non lavori in nero – o magari nemmeno in nero, ma alla luce del sole? E’ evidente che non potremmo compiere controlli all’estero. E il precedente dei finti disoccupati in Italia ma frontalieri in Ticino, andato avanti per anni, promette i peggiori scenari. Insomma, si annuncia il festival degli abusi, con i furbetti del quartierino tricolore a ridersela a bocca larga degli svizzerotti “che tanto sono fessi e non si accorgono di niente”.

Il menavia

E’ evidente che, nel caso – non certo inverosimile – in cui l’UE dovesse decidere di cambiare davvero sistema sulla disoccupazione, i politicanti bernesi dovrebbero, molto semplicemente, rifiutare di adeguarsi. Il Consiglio federale è ben consapevole che una simile regolamentazione avrebbe pesanti conseguenze. Intende opporvisi? La domanda è stata formulata a chiare lettere. Ma per tutta risposta è arrivato il consueto menavia. Brutto segno.

Lorenzo Quadri

I camerieri di Bruxelles hanno fretta di disarmarci

Scandaloso! Il Diktat antisvizzero rischiava di entrare in vigore il 1° agosto

 

Oltre al danno, la beffa. Il Diktat disarmista dell’UE sarebbe dovuto entrare in vigore nientemeno che il prossimo 1° agosto, giorno della festa nazionale. Ricordiamo che l’ennesima calata di braghe nei confronti dell’UE, appoggiata – more solito – dai camerieri di Bruxelles in Consiglio federale e dal triciclo PLR-PPD-P$$ venne approvata a livello nazionale nella votazione dello scorso 19 maggio. Ma il Ticino disse No. Solo il nostro Cantone infatti ha resistito al lavaggio del cervello ed al terrorismo di regime con cui la casta spalancatrice di frontiere pretende di spingere gli svizzeri a rottamare la propria indipendenza e la propria sovranità. Evidentemente in questo risultato la Lega ed il Mattino hanno giocato un ruolo.

La posta in gioco

E’ palese, e l’abbiamo detto più volte, che la vera posta in gioco non era il numero di colpi che può contenere un caricatore, ma l’indipendenza della Svizzera. La minaccia di un’espulsione da Schengen, con tanto di ritorno, per gli svizzerotti, al regime del visto, era francamente ridicola. Nemmeno i cittadini albanesi sottostanno all’obbligo di visto; ed infatti l’Olanda ne ha chiesto la reintroduzione per motivi di sicurezza (la criminalità albanese, specie di stampo mafioso, dilaga grazie alla libertà di movimento all’interno dello spazio Schengen).

Allo stesso modo, lo sconcio accordo quadro istituzionale, che la partitocrazia PLR-PPD-P$$ smania per firmare (ma deve contenersi fino alle elezioni federali di ottobre, altrimenti alle urne son dolori) non è certo una semplice questione “commerciale”: in gioco c’è il futuro della Svizzera.

Una sola priorità

Con la calata di braghe davanti al Diktat disarmista dell’UE è stato svenduto un altro pezzo del Paese. E qualche tamberla, sotto le cupole federali, pensava di mettere in vigore le nuove regole anti-svizzere addirittura il 1° agosto. Hai capito? A Berna ci sono dei beoti che pensavano di festeggiare il Natale della Patria assestandole un bello schiaffone. Un affronto a tutti quei cittadini che sono ancora legati al proprio Paese, al contrario dell’establishment eurolecchino. Ed anche la dimostrazione che, per i camerieri dell’UE in Consiglio federale e per i loro burocrati con i piedi al caldo, la Svizzera non conta nulla. La priorità è una sola: giù le braghe davanti agli ordini in arrivo da Bruxelles!

Sollecitata da una domanda “ad hoc”, lunedì la ministra di giustizia liblab Karin Keller Sutter (KKS) ha dovuto dichiarare davanti al Consiglio nazionale che la data d’entrata in vigore del Diktat disarmista non sarebbe stata il 1° agosto.

Oltretutto, non si capisce che fretta ci sarebbe di applicare la direttiva  UE sulle armi contro la quale, peraltro, è pendente anche un ricorso della Repubblica Ceca. Sarebbe infatti il colmo se gli svizzerotti dovessero mettere in vigore delle regole comunitarie… ancora prima degli Stati membri.

Ma purtroppo, con i calatori di braghe compulsivi che ci ritroviamo a Berna, al peggio non c’è limite.

Due misere settimane!

La liblab KKS ha dunque annunciato che la data di entrata in vigore del Diktat UE non sarà il 1° agosto, ma figuriamoci! Sarà invece “un’altra”. Quale altra? Forse il gennaio 2020, o magari anche dopo, dal momento che non c’è alcuna fretta di mettersi a 90 gradi? Macché!

Il mistero (?) è stato svelato qualche giorno dopo. La direttiva entrerà in vigore… il 15 agosto!

Resisi conto che la data del Primo d’agosto rischiava – giustamente! – di provocare un putiferio, i bernesi hanno rinviato della miseria di due settimane! Perché ubbidire a Bruxelles è imperativo!

Anche da simili vicende ci si rende conto che, con questa partitocrazia PLR-PPD-P$$ ed i suoi politicanti, siamo messi davvero male. E intanto, non contenti di calare le braghe, paghiamo pure le marchette da 1.3 miliardi all’UE “per oliare”.

Lorenzo Quadri

 

I criminali stranieri ridono

Grazie partitocrazia! Le espulsioni decise dal popolo sono diventate una farsa

 

Espulsioni di delinquenti stranieri? Ma quando mai! La partitocrazia PLR-PPD-P$$ non le vuole!

Come sappiamo, queste espulsioni sono previste nella nostra Costituzione. Sono state infatti votate dal popolo nel lontano 2010. Però la loro attuazione si è trasformata in una barzelletta. Sempre grazie al solito triciclo.

Non è un optional

L’articolo 66 a del Codice penale svizzero contiene l’elenco dei reati che comportano l’espulsione obbligatoria– sottolineiamo: obbligatoria – per lo straniero che li commette. Ma al capoverso 2 dello stesso articolo, ecco che arriva la colossale fregatura: ovvero la cosiddetta clausola di rigore, che prevede delle eccezioni nel caso in cui l’espulsione dovesse risultare una misura sproporzionata (?).

Conseguenza prevedibile di una tale ciofeca politikamente korretta: l’eccezione – quella che, secondo il governicchio federale e la partitocrazia, avrebbe dovuto essere applicata solo in casi rarissimi, che si possono contare sulle dita di una mano – è diventata la regola. Infatti un terzo dei delinquenti stranieri che dovrebbero venire espulsi rimangono invece in Svizzera. Perché i legulei dei tribunali, soldatini piazzati lì dalla partitocrazia spalancatrice di frontiere, si richiamano a presunte situazioni di rigore!

E’ manifesto che si tratta di una presa per i fondelli. Di un palese aggiramento della volontà popolare sgradita alla casta internazionalista e multikulti. La quale se ne impipa delle decisioni del popolazzo “chiuso e gretto”: se non le stanno bene, semplicemente le cancella!

Altro che “tüt a posct”!

Logica conseguenza: la clausola di rigore va abolita, dal momento che viene abusata. Ai giudici del triciclo va ritirato il giocattolo. Se quelli che avrebbero dovuto essere “pochissimi casi” sono invece diventati la regola, è chiaro che la volontà popolare, ancora una volta, è disattesa. E’ un fatto grave! Dunque urge un intervento drastico.

Ed invece, ma guarda un po’, il triciclo PLR-PPD-P$$ ha stabilito che “l’è tüt a posct”.Sicché nei giorni scorsi la partitocrazia in Consiglio nazionale ha asfaltato un’iniziativa parlamentare che chiedeva l’abolizione della clausola di rigore. Essa, dunque, resterà al proprio posto. Il malandazzo proseguirà indisturbato!

Prendere nota: i delinquenti stranieri NON VENGONO espulsi grazie al triciclo che si rifiuta di far rispettare la volontà popolare.

Ricordarsene alle elezioni di ottobre: neanche un voto ai partiti ed ai politicanti che si fanno beffe della sicurezza della Svizzera e che si schierano sistematicamente dalla parte degli immigrati delinquenti!

Lorenzo Quadri

Dogane: i vicini a sud all’ assalto delle nostre festività

Da Oltreramina parte la protesta: “gli svizzerotti limitano la libera circolazione”

Ancora una volta, ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. A Como adesso si lamentano delle festività svizzere e del divieto di transito notturno per mezzi pesanti. Questo perché le chiusure delle dogane commerciali ed il dosaggio dei camion causerebbero disagi al di là della ramina. E, tanto per cambiare, oltreconfine recitano il solito mantra dell’ “ostacolo alla libera circolazione delle persone e delle merci” per sostanziare il nuovo piagnisteo.

Oh la Peppa!

E come la mettiamo con…?

A parte che la libera circolazione e le frontiere spalancate non sono un dogma, e neppure un precetto divino, bensì un errore della storia che va corretto in tempi brevi.

  • Punto primo: le chiusure delle dogane elvetiche durante le nostre festività sono concordate con l’UE;
  • Punto secondo: le festività svizzere ci sono sempre state! Mica le abbiamo inventate oggi…
  • Punto terzo: e come la mettiamo con le festività e soprattutto con gli scioperidel Belpaese, che generano il caos al di qua della ramina? E con i continui ritardi al nostro traffico ferroviario a causa delle disfunzioni nella Penisola? Però i vicini a sud hanno ancora la tolla di venire a disintegrare i santissimi… per le festività elvetiche? Ormai siamo ai livelli della nota parabola della pagliuzza nell’occhio altrui e della trave del proprio. Però, da questa parte del confine, nessuno  che replichi agli italici contestatori con il meritato “vaffa”.

TIR UE all’assalto

Questo nuovo attacco alle nostre limitazioni al traffico pesante è un segnale chiaro. Il divieto di transito notturno dei TIR in Svizzera è sotto pressione internazionale. Di conseguenza, con lo sconcio accordo quadro istituzionale (ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE, giudici stranieri, fine delle misure accompagnatorie, direttiva UE sulla cittadinanza,…)  i balivi di Bruxelles lo faranno saltare. Allo stesso modo con cui faranno saltare il divieto di transito per i bisonti da 60 tonnellate. E la partitocrazia PLR-PPD-P$$, come pure i camerieri dell’UE in Consiglio federale, bramano di sottoscrivere l’accordo coloniale.

Quindi: l’ammucchiata ro$$overde, che smania per l’accordo quadro perché “bisogna aprirsi all’UE”, smania anche per l’abolizione del divieto di traffico notturno e per l’invasione della Svizzera da parte di TIR europei da 60 tonnellate. Poiché esse ne sono la diretta conseguenza. Altro che protezione dell’ambiente!

La proposta della Lega

E’ evidente che, al di là della ramina, possono strillare quanto vogliono: le nostre “limitazioni alla libera circolazione delle merci e delle persone” (per usare il fraseggio dei vicini a sud) ce le teniamo ben strette. Giù le zampe!

Non solo: la Lega, per scoraggiare l’utilizzo della Svizzera – ed in primis del Ticino – come corridoio di transito parassitario a basso costo per mezzi pesanti UE, proporrà un aumento massiccio della tassa sul traffico pesante (TTPCP) per i camion stranieri che attraversano il nostro paese. La proposta sarà contenuta nel decalogo per le elezioni federali di ottobre.

Ricordiamo che il compagno ro$$overde Moritz Leuenberger calò le braghe davanti a Bruxelles sull’ammontare della TTPCP. Il risultato: i camion europei hanno invaso il nostro paese. Perché è la via più conveniente per il Nord Europa.

E poi questi spalancatori di frontiere euroturbo hanno ancora il coraggio di spacciarsi per paladini dell’ambiente e di venire a blaterare di “emergenza climatica”, ovviamente con il solo obiettivo di  farsi campagna elettorale?  Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Lorenzo Quadri

 

E ridàgli: targa svizzera non vuol dire conducente svizzero

 

Giornalai italici fomentano astio contro i ticinesi. Ma se chiudessimo le frontiere…

 

Ohibò, da Oltreconfine si continua a fomentare l’astio contro gli svizzerotti. Ed in questa attività eccelle (?) il quotidiano di Como La Provincia, già noto per la panna montata sugli automobilisti con targa svizzera che commettono infrazioni nel Belpaese. Su questo tema, lo scorso Natale, era stata imbastita una vera e propria telenovela. Naturalmente senza che venisse mai considerato un fattore fondamentale. Ovvero, che tra l’avere la targa svizzera sull’auto e l’essere cittadini svizzeri, ce ne corre! In Ticino un terzo della popolazione è straniera (e, se si aggiungessero i beneficiari di naturalizzazioni facili, si arriverebbe come niente alla maggioranza). E quale categoria di stranieri residenti in Svizzera, con tutta probabilità, si reca con maggior frequenza nel Belpaese? Forse gli italiani stessi?

E la proposta di legge?

Sicché i giornalai d’oltreramina, prima di strillare agli automobilisti “svizzeri” cafoni che commettono infrazioni nella vicina Repubblica,  sperando in questo modo di incrementare i lettori, dovrebbero tenere ben presente che ci sono buone probabilità che i “cafoni” in questione non siano svizzeri, bensì italiani. Quindi: prima di definire come “svizzero” un automobilista maleducato, assicurarsi che abbia davvero il passaporto rosso.

C’è chi nel Comasco ha anche cavalcato politicamente la questione. Come quel deputato di Fratelli d’Italia che negli scorsi mesi ha presentato una proposta di legge – con tanto di scimmiottature della campagna “Bala i ratt” – affinché ai conducenti stranieri che non saldano le contravvenzioni ricevute in Italia venga sequestrato il veicolo. Inutile dire che poi del disegno di legge non si è più saputo nulla.

Pure gli insulti al sindaco?

Nei giorni scorsi l’ondata di odio antisvizzero è stata nuovamente fomentata dal solito quotidiano la Provincia con un bel titolone del seguente tenore in apertura di pagina: “Svizzero parcheggia al posto dei disabili ed insulta il sindaco che lo rimprovera”. Il fattaccio si sarebbe verificato a Carlazzo. Peccato che, come al solito, non c’è alcuna prova che l’automobilista in questione fosse cittadino elvetico. L’identità dell’automobilista rimane infatti sconosciuta.

Nei mesi scorsi una Ferrari con targhe ticinesi parcheggiata su un posto riservato ai disabili a Milano aveva fatto esplodere i social media. Dopo qualche giorno di feroci polemiche, si è scoperto che il proprietario del bolide era un cittadino italiano. A Carlazzo potrebbe benissimo essere accaduta la stessa cosa. Però “si” preferisce puntare il dito accusatore contro gli svizzeri, ripetendo come un mantra il cliché, malevolo e farlocco, dei ticinesi “ligi in patria ma maleducati in casa d’altri”.

Provocazioni poco intelligenti

Nelle province di confine italiane, aizzare all’odio contro i ticinesi per vendere qualche copia di giornale aggiuntiva o per ottenere qualche click in più, non è di certo una scelta intelligente. Infatti, è bene tenere sempre presente che, tra frontalieri, padroncini e le loro famiglie, sono almeno 300mila gli abitanti della fascia di confine della Vicina Repubblica ad avere la pagnotta sul tavolo grazie al Ticino. Poiché – alla faccia degli studi farlocchi divulgati dai soliti prezzolati soldatini della casta spalancatrice di frontiere – ciò avviene spesso e volentieri a scapito dei lavoratori ticinesi, maggior rispetto e cautela da parte italiana sarebbero senz’altro doverosi. Certa gente, al di là della ramina, prima di parlare della Svizzera dovrebbe sciacquarsi la bocca. In concreto, sarebbe assai opportuno evitare di lanciare accuse a vanvera. Perché, dalle nostre parti, a qualcuno prima o poi potrebbe scappare la poesia. E allora saranno cavoli non dolcificati. Ad esempio: “gilet gialli” ticinesi che bloccano le dogane per protesta?

Lo squinternato

La querelle farlocca sul presunto “svizzero” che a Carlazzo parcheggia al posto dei disabili ed insulta il sindaco,  ha naturalmente dato il là ai vari haters da tastiera: la famosa “legione di imbecilli” di Umberto Eco.

Uno di questi idioti ha superato sé stesso pubblicando il seguente delirio (vedi il “post” sotto): “Sabato mi piazzo davanti al Bennet di Como ed ogni macchina targata TI la spacco (…) io che sono italiano alla Svizzera a fine anno lascio in tasse più della media svizzera (…) ANDATE A CAGARE (in maiuscolo) razzisti del ca…”.

Qui qualcuno sta andando fuori di testa; anzi probabilmente ci è già andato.
1) Visto che questo esagitato odia la Svizzera e gli svizzeri, cosa ci sta a fare qui? Rientrare subito al natìo paesello! Föö di ball!
2) Mettere in atto l’insano proposito indicato nel post significherebbe distruggere le macchine di tanti suoi connazionali, visto che TARGA ticinese non vuol dire automobilista ticinese.
3) Simili squinternati sono un motivo in più per evitare di andare a fare la spesa in Italia, e fare lavorare invece il commercio ticinese. Visto che, secondo l’ennesimo leone da tastiera, i ticinesi (o presunti tali) che vanno a fare la spesa in Italia sono un fastidio… non lasciare nemmeno un centesimo nel Balpaese. Così sono tutti contenti.

Lorenzo Quadri

Accordo quadro: l’offensiva dei sondaggi taroccati!

Nella prossima legislatura, a Berna si prenderanno decisioni fondamentali. E quindi…

 

Lavaggio del cervello ai cittadini: ecco come l’establishment politico, economico e mediatico sta tentando di sdoganare l’accordo quadro istituzionale. Ossia quel trattato che, se approvato, costituirà la lapide tombale della nostra sovranità, della nostra indipendenza, dei nostri diritti popolari.

Da settimane è in atto l’offensiva dei sondaggi taroccati, concepiti con lo scopo di far credere al “volgo” che il citato accordo coloniale godrebbe del sostegno della maggioranza.

La scorsa settimana Economiesuisse – organizzazione legata a doppio filo con il PLR, e dove a menare il torrone sono i manager stranieri delle multinazionali, ai quali del nostro paese importa meno di zero – ha pubblicato un’inchiesta, commissionata al solito istituto bernese compiacente, secondo cui il 67% delle aziende sarebbe favorevole all’accordo quadro. A giustificazione dell’improbabile risultato, si recita il mantra della “certezza del diritto”. L’unica certezza che comporta in questo campo il trattato coloniale con l’UE sarebbe quella di doversi adeguare ai mutevoli Diktat in arrivo da Bruxelles. Si tratta della ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto comunitario. E poco importa se questi ordini impartiti dall’alto saranno o meno compatibili con le nostre leggi, con le nostre tradizioni, financo con la nostra volontà popolare e con la nostra Costituzione. Emblematico il recente caso del Diktat disarmista dell’UE, davanti al quale il solito triciclo PLR-PPD-PSS si è prontamente inginocchiato, riuscendo (ahinoi) a trascinare con sé la maggioranza dei cittadini elvetici; con l’unica lodevolissima eccezione dei ticinesi.

“Certezza del diritto” è semmai la garanzia che ciò che il popolo sovrano vota, venga anche applicato. L’accordo quadro comporta la distruzione totale di questa sicurezza, che sta alla base del modello politico svizzero.

Le domande “giuste”

E’ pertanto manifesto che le domande dei sondaggi farlocchi sull’accordo quadro sono state somministrate in forma quanto meno “suggestiva”. Vale a dire, con l’obiettivo di ottenere il responso, favorevole al trattato, desiderato dal committente dell’indagine demoscopica (ovvero: da colui che la paga, secondo il principio universalmente valido del “chi paga comanda”).

Ciò è plateale a maggior ragione per il sondaggio che pretende che il 60% dei cittadini elvetici sostenga l’accordo quadro. Qualcuno vuole forse farci credere che il 60% degli interpellati avrebbe risposto affermativamente a domande quali: “sei favorevole alla ripresa automatica del diritto UE? Sei favorevole ai giudici stranieri della Corte europea di giustizia? Sei favorevole all’applicazione, in Svizzera, della direttiva europea sulla cittadinanza? Sei favorevole all’abolizione delle misure accompagnatorie alla libera circolazione? Sei favorevole all’abbandono delle banche cantonali con garanzia dello Stato?”,eccetera. Suvvia, siamo seri.

La grancassa

Le stesse taroccature, sia d’impostazione che interpretative, sono state evidentemente applicate al sondaggio tra le aziende, per ottenere il responso desiderato dai “padroni del vapore” a scopi propagandistici. Obiettivo: permettere ai vertici nazionali di Economiesuisse di tornare alla carica con la pretesa di svendere la Svizzera in cambio di presunti – ma davvero solo presunti – vantaggi economici a beneficio di pochi privilegiati e a danno di tutti gli altri cittadini.

Inutile dire che sull’esito di queste indagini farlocche la stampa vicina all’establishment ha suonato la grancassa della propaganda di regime.

Nello stesso filone si inserisce, evidentemente, il terzo studio taroccato presentato di recente: quello con cui alcuni professorini neocastellani, che il Ticino l’hanno forse visto in cartolina, pretendono di insegnarci che i frontalieri sarebbero una manna dal cielo.

Il nuovo quadriennio

Con l’avvicinarsi delle elezioni federali e con l’apertura di un nuovo quadriennio in cui, a Berna, si decideranno i destini della Svizzera – nazione libera e sovrana, o colonia di Bruxelles? – la propaganda europeista gira al massimo regime. Sembra di essere tornati indietro di oltre un quarto di secolo, quando la posta in gioco era l’adesione del nostro Paese allo SEE: una sciagura che venne sventata grazie al Ticino ed alla Lega. C’è da sperare che la vicenda dell’accordo quadro si concluderà allo stesso modo. Altrimenti, povera Svizzera!

Lorenzo Quadri

 

Scuola ro$$a: serve a tanto vincere le votazioni, se poi…

I recenti episodi di propaganda di $inistra in classe non possono passare sotto silenzio

Ha fatto parecchio discutere la verifica di geografia con cui si sono dovuti confrontare gli allievi di una scuola media del Luganese. La prima domanda della prova suonava così: “abbiamo visto in classe che gli stranieri sono importanti per la popolazione del Canton Ticino. Perché?”.Il quesito è chiaramente tendenzioso. E ancora più preoccupante è quello che ci sta dietro, ovvero quel “Abbiamo visto in classe che…”.

A questo punto, nasce spontanea la domanda seguente: cosa è stato “visto” in classe? Cosa è stato insegnato? Forse che il Ticino esiste grazie agli stranieri? Forse che “immigrazione uguale ricchezza”? Forse che “devono entrare tutti”? Questa è propaganda pro-frontiere spalancate. E cosa è stato detto, invece, sulla criminalità d’importazione? Sugli effetti deleteri della libera circolazione sul mercato del lavoro ticinese, come pure sull’ambiente (tema che dovrebbe stare molto a cuore ai politikamente e climaticamente korretti) e sulla viabilità? Forse che non è stato detto proprio un bel niente?

Il principio è forse quello che dell’immigrazione incontrollata si può soltanto parlar bene, mentre criticarla è spregevole populismo e razzismo?

Punta dell’iceberg

L’episodio di cui sopra è solo la punta dell’iceberg. Nei giorni successivi sono giunte altre segnalazioni in redazione. Ad esempio: in una scuola elementare del Locarnese, ad una classe di quinta il docente ha pensato bene di insegnare ai bambini la canzone partigiana “Bella Ciao”, però con un testo modificato, incentrato sull’ambiente. Alla propaganda di $inistra si unisce il populismo climatico? Visto che le due cose, come noto, vanno di pari passo, il dubbio è legittimo.

La gauche-caviar ro$$overde si serve infatti del populismo climatico come cavallo di Troia per accattare voti. Voti che poi servono a promuovere le politiche internazionaliste e multikulti dei kompagni: dall’adesione della Svizzera all’UE alla rottamazione della piazza finanziaria; dalle frontiere spalancate all’islamizzazione del Paese. Tutte posizioni che con la tutela dell’ambiente c’entrano come il burro con la ferrovia!

Due interrogativi

Le domande sono dunque due: con le canzoni sul clima, si vuole parlare seriamente di ecologia? Oppure l’intenzione è quella di fare del populismo climatico a buon mercato, senza uno straccio di base scientifica, sull’esempio della “Gretina” svedese che bigia la scuola e va in illustri (?) consessi a straparlare di questioni su cui ne sa quanto il Gigi di Viganello?

E se si vuole parlare di clima in modo oggettivo, perché creare una canzone utilizzando la melodia di Bella Ciao, per poi cambiarne le parole? Forse che non ci sono migliaia e migliaia di altre canzoni “politicamente neutre” da cui si sarebbe potuti partire? La risposta è scontata. Se è stata scelta Bella Ciao, è per un motivo preciso. Ma è normale che questo capiti in una scuola elementare?

Chissà quanti altri episodi…

I due fatti – verifica di geografia e “Bella Ciao” – sono venuti alla luce perché alcuni genitori hanno scelto di non subire passivamente l’indottrinamento dei propri figli. Un terzo “caso” è quello della lettera sottoscritta nei mesi scorsi da svariati docenti di liceo ticinesi, in cui si incoraggiano gli scioperi studenteschi per il clima, con addirittura l’auspicio di rendere il populismo climatico oggetto di studio, ovvero di indottrinamento.

Ma chissà quanti altri episodi più o meno velati di propaganda politica ro$$overde in classe avvengono tutti i giorni nella scuola ticinese, senza che l’opinione pubblica ne sappia alcunché. Per contro, ci fosse anche solo il vago sospetto che un docente approfitta delle lezioni per fare politica “sovranista” in classe, scoppierebbe uno scandalo di proporzioni epiche.

La scuola che verrà

La scuola ro$$a del kompagno Bertoli, come sappiamo, è stata asfaltata in votazione popolare lo scorso autunno. Ma sarebbe tragico se il dibattito che ha preceduto quell’appuntamento con le urne si fosse esaurito con la votazione. In particolare, la rivendicazione della società civile di poter dire la sua sulla scuola ticinese, che non può né deve rimanere ostaggio di una sola parte politica: la gauche-caviar appunto che, in tutte le recenti votazioni popolari sulla scuola (vedi la civica, vedi appunto la scuola che verrà), è stata asfaltata.

Se però, dopo le scoppole nelle urne, poi nel concreto tutto va avanti come prima, c’è qualcosa che non funziona. Il giorno stesso dell’affossamento della “Scuola che NON verrà” in votazione popolare, il direttore del DECS ha dichiarato urbis et orbis l’intenzione di far rientrare il suo progetto dalla finestra, con la tattica del salame (una fetta alla volta). Se si pensa di lasciar fare, allora serve a tanto vincere le votazioni popolari!

Lorenzo Quadri

 

Populismo climatico: il cavallo di Troia per spalancare frontiere

L’ultimo sciopero per l’ambiente ha fatto FLOP. Ecco cosa nasconde (?) l’onda verde

 

Lo scorso venerdì 24 maggio si  è tenuto l’ennesimo, e sempre più stracco, sciopero per il clima. Naturalmente enfatizzato dalla radioTV di Stato. La RSI continua a montare la panna sul populismo climatico, con il manifesto intento di fare propaganda alla cricca ro$$overde in vista delle elezioni federali di ottobre, utilizzando all’uopo il canone più caro d’Europa.

A cosa rinunciano?

Sciopero sempre più stracco perché il numero di partecipanti, in tutta la Svizzera, è crollato. Va bene bigiare la scuola per andare in piazza, ma alla lunga tutto stufa. Ci piacerebbe poi sapere quanti dei giovani (e meno giovani) manifestanti rinunciano all’auto (comprese quelle di papà e mammà), alla moto, o a qualsiasi mezzo di trasporto a benzina per il clima; quanti rifiutano le vacanze in aereo per il clima; quanti abbassano la temperatura sotto i 18 °C per il clima; e così via.

Inoltre, se si fosse trattato di scioperi non per l’ambiente – quindi non di propaganda per la gauche-caviar – ma, ad esempio, a sostegno della sovranità nazionale e contro la sudditanza nei confronti della fallita UE, vogliamo proprio vedere se le istituzioni, a partire da quelle scolastiche, avrebbero dimostrato la medesima compiacenza (quando non vera e propria incitazione) nell’autorizzare a parteciparvi. E la sovranità e l’indipendenza della Svizzera sono assai più minacciate del clima. Lì sì che c’è un’emergenza!

Propaganda per la $inistra

Il populismo climatico non serve all’ambiente. Serve a portare voti alla gauche-caviar. A tale scopo è sostenuto dalla casta e dagli intellettualini. Chi vota per il populismo climatico vota per il programma della $inistra verde-anguria. Ossia, vota l’adesione all’UE, vota le frontiere spalancate, vota lo sconcio accordo quadro istituzionale, vota il multikulti, vota l’islamizzazione della Svizzera, vota l’abolizione dell’esercito, vota l’esplosione di tasse e balzelli, vota le naturalizzazioni facili, vota i regali miliardari all’estero, vota l’accoglienza indiscriminata di finti rifugiati con lo smartphone, vota il sabotaggio dei diritti popolari, eccetera eccetera. Questo conglomerato di boiate politikamente korrette non giova all’ecosistema. Al contrario, gli nuoce. L’immigrazione incontrollata e le frontiere spalancate sono deleterie per l’ambiente: vedi i 65mila frontalieri che arrivano tutti i giorni, uno per macchina. Un recente, e “naturalmente” ben slinguazzato studio del WWF, ci racconta che in Svizzera, nei primi quattro mesi dell’anno, avremmo consumato le risorse naturali a disposizione per il 2019. Ammesso e non concesso che ciò sia vero, cosa di cui dubitiamo assai: la causa non va ricercata nella dissennatezza degli svizzerotti, che mai come ora sono stati attenti all’ambiente. Va ricercata nella sovrappopolazione dovuta all’immigrazione incontrollata: siamo qui in troppi!

Acqua al mulino di…

Votare per il populismo climatico significa portare acqua al mulino di chi non perde occasione per svenderci all’UE e per demolire la nostra autonomia e la nostra identità. A parte che i Verdi (di ogni sfumatura) ed il P$ sono impossibili da distinguere – mai una volta che votino diversamente – tra le perle dei sedicenti ambientalisti alle Camere federali ci vengono in mente queste tre:

  • Opposizione isterica al potenziamento del diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito in casa propria;
  • Richiesta, da parte di una consigliera nazionale verde, di rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera;
  • E, ultima in ordine di tempo, richiesta – sempre da parte di una deputata Verde al Nazionale – di cancellare la Festa nazionale del primo d’agosto per sostituirla con una commemorazione, il 16 marzo, dell’introduzione del voto alle donne. Certo che se la poverina pensa di migliorare la posizione della donna, e la stima di cui godono le donne in politica, con simili boutade idiote, forse non è al suo posto.

Ecco le posizioni politiche che si va a sostenere correndo dietro al populismo climatico, il quale è solo un (facile) cavallo di Troia per sdoganare interessi di tipo ben diverso!  Altro che ambiente!

Domandina facile

Infine, il quesito rimasto sempre senza risposta: come mai gli ambientalisti nostrani non hanno sostenuto, ma hanno invece denigrato ad oltranza, l’iniziativa Ecopop che – proprio in considerazione delle risorse naturali limitate e della necessità di usare razionalmente il territorio – poneva dei limiti rigidi all’immigrazione?

Facile: perché questi ambientalisti sono, come detto a più riprese, dei Verdi-anguria. Verdi fuori, ro$$i dentro. Quindi, le frontiere spalancate e il “devono entrare tutti” vengono prima della protezione dell’ecosistema. Molto prima.

Lorenzo Quadri

SECO: “La libera circolazione? Non è poi così importante”

Dopo anni di propaganda pro-frontiere spalancate, la verità comincia a venire a galla?

 

Scusate ma ci scappa da ridere!

Sembra che i burocrati della SECO, Segreteria di Stato dell’economia,  abbiano cambiato idea sulla devastante libera circolazione delle persone. Da un documento riservato (?) anticipato dal Blick emerge infatti che adesso la SECO considera il famigerato accordo bilaterale “non più così importante per il paese”. Accipicchia! Pare davvero di stare in una commedia dell’assurdo.

Proprio i soldatini della SECO, che per anni ed anni hanno fatto il lavaggio del cervello agli svizzerotti con la fregnaccia della “libera circolazione indispensabile senza la quale arriva l’Apocalisse”; proprio i soldatini della SECO, che a getto continuo propinano statistiche taroccate sulla disoccupazione illudendosi di convincere in questo modo il popolazzo che l’invasione di frontalieri non genera né sostituzione dei lavoratori residenti, né dumping salariale (“sono solo percezioni”); proprio loro, adesso fanno il salto della quaglia!

Contrordine compagni

Fino a ieri, a chi osava mettere in dubbio il sacro dogma delle frontiere spalancate, la SECO replicava con il mantra della “libera circolazione indispensabile”. Ora arriva, improvviso, il contrordine compagni.

Cos’è successo? Ma è chiaro: prima a capo del dipartimento federale dell’economia c’era il liblab Johann “Leider” Ammann. Visto che il PLR vuole le frontiere spalancate e vuole lo sconcio accordo quadro istituzionale, ecco che la SECO dovevafare propaganda di regime alla posizione del PLR (il partito che si fa schiacciare gli ordini dai manager stranieri delle multinazionali rappresentati da Economiesuisse). Adesso che a capo del Dipartimento federale dell’economia c’è l’UDC Guy Parmelin, si può anche raccontarla giusta – o comunque: più giusta – sulla reale importanza della libera circolazione.

Non è ineluttabile

Su queste colonne lo ripetiamo da anni: la libera circolazione delle persone non è affatto una necessità ineluttabile. E’ solo una paturnia ideologica che la casta impone a suon di lavaggio del cervello, terrorismo e fake news. Una paturnia della $inistra multikulti, che però fa anche l’interesse monetario della grande economia. Ecco dunque i kompagni andare a manina con gli odiati “padroni”, in una “santa alleanza” che puzza di bruciato a chilometri di distanza!

Stop fregnacce

Sta di fatto che si possono benissimo concludere accordi commerciali internazionali senza alcun bisogno di ficcarci dentro la libera circolazione delle persone. Del resto i più recenti trattati (con il Canada, con paesi dell’estremo oriente) mica la prevedono.

E’ ora di piantarla di considerare la libera circolazione come una vacca sacra, perché non lo è.  La libera circolazione è un errore della storia. Come tale, può e deve essere disdetta. Certo con qualche conseguenza. Ma il prezzo del suo mantenimento ed addirittura estensione (vedi la direttiva UE sulla cittadinanza, conseguenza dello sconcio accordo quadro istituzionale) sarebbe infinitamente più alto. E la storiella che con la libera circolazione delle persone verrebbero a cadere tutti gli accordi bilaterali è tutta da dimostrare. L’applicazione della clausola ghigliottina, che comunque riguarda solo i 7 accordi del pacchetto dei Bilaterali 1, è una questione di volontà politica. Altro che automatismi.

I bilaterali non sono un’elemosina dei balivi di Bruxelles alla Svizzera. L’UE di regali non ce ne ha mai fatti! Che l’UE, specie quella uscita dall’avanzata sovranista, vorrà buttare all’aria accordi commerciali da cui ci guadagna nel caso in cui la libera circolazione delle persone con la Svizzera dovesse venire limitata o abolita, è ancora tutto da dimostrare.

Non tutti rinsaviscono

Purtroppo, se la SECO dà segni di rinsavimento (vediamo quanto dura…), altri non ci pensano proprio. Nel Dipartimento federale di giustizia diretto dalla liblab Karin Keller Sutter (KKS) la propaganda di regime pro-UE prosegue al massimo dei giri. Ed infatti, in totale contraddizione con la “nuova” linea della SECO, la buona KKS, prendendo posizione sull’iniziativa popolare “Per un’immigrazione moderata”, ovvero l’iniziativa che chiede la fine della libera circolazione delle persone, si lancia nelle consuete fregnacce retoriche sull’ “immigrazione uguale ricchezza”. Boiate che non si possono proprio sentire! Ad esempio questa: “il nostro benessere è dovuto in larga parte alla libera circolazione delle persone che consente alle imprese di assoldare forza lavoro estera in maniera poco burocratica”.

O KKS, ma ci sei o ci fai? Secondo la ministra PLR, dunque, il benessere (?) del Ticino sarebbe dovuto al fatto che le aziende sono libere di assumere frontalieri a basso costo e di lasciare a casa  ticinesi, senza che nessuno possa emettere un cip! Ma è il colmo! Eccoli qua, i grandi statisti dell’ex partitone!

Sì alla Swissexit!

Se poi, come dichiara con intenti terroristici la KKS, un Sì all’iniziativa “Per un’immigrazione moderata” equivarrebbe ad una Brexit svizzera: questo è solo un argomento a sostegno dell’iniziativa.

Perché è ora di scegliere: per la Svizzera vogliamo un futuro di libertà e di indipendenza, o uno di sempre più opprimente ed umiliante sudditanza dai balivi di Bruxelles?

Lorenzo Quadri

Grazie al Consiglio federale ci teniamo il terrorista rosso

 

Il CF sulla mozione del leghista Lorenzo Quadri: “estradare Baragiola? Sa po’ mia!”

 

Il Consiglio federale non ne vuole sapere di consegnare all’Italia il terrorista Alvaro Lojacono (Baragiola): lo ha scritto nella sua presa di posizione sulla mozione del consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri. La mozione chiedeva una modifica della legge federale sull’assistenza internazionale che rendesse possibile, nel caso di crimini di terrorismo, l’estradizione anche di cittadini svizzeri (del resto, si tratta in genere di svizzeri di carta).

Cosa ne pensa Quadri della presa di posizione governativa?

Era ampiamente prevedibile. Il governo si dilunga nello spiegare perché “l’è tüt a posct” e perché in futuro altri casi Lojacono non si potranno verificare. A parte che simili asserzioni sono tutte da dimostrare. Resta il fatto che il terrorista ed assassino Lojacono, che in Italia ha varie condanne da scontare, tra cui un ergastolo, si trova in Svizzera a piede libero. Non solo, ma beneficia pure del pubblico impiego presso l’Università di Friburgo (alla faccia dei tanti svizzeri onesti che sono disoccupati): sarebbe interessante sapere quali connivenze stanno dietro ad una simile assunzione. E Lojacono rilascia pure interviste a go-go, neanche fosse un “maître à penser”. Tutto questo mentre, per la giustizia del Belpaese, risulta latitante da 40 anni.

Una situazione inaccettabile…

Certamente. Una situazione che contraddice ogni comune sentimento di giustizia. Tanto più se si pensa che la naturalizzazione di Lojacono, con tanto di assunzione del cognome Baragiola, ovvero quello della madre cittadina elvetica, è avvenuta in modo oscuro. Il sospetto di complicità politiche è fondato. E c’è anche un altro aspetto da considerare.

Quale?

Il Consiglio federale non perde occasione per appellarsi, spesso e volentieri a sproposito, alla “reputazione internazionale della Svizzera”. Con la sua presa di posizione sulla mia mozione, il CF dimostra che la “reputazione internazionale della Svizzera” viene evocata solo a scopo strumentale, quando si tratta di calare le braghe davanti ad un qualche Diktat o standard internazionale; ovvero, quando si tratta di cedere sovranità ed indipendenza. Ma forse che difendere – e far lavorare per l’ente pubblico! – assassini e terroristi rossi, permettendo a simili criminali di sfuggire alla giustizia di un paese a noi confinante, non comporta un grave danno alla reputazione della Svizzera?

Ma ha senso modificare la legge per un singolo caso, per quanto grave?

Prima osservazione: il caso in questione, singolo o no, va risolto, ed invece si continua a giocare a nascondino.

Seconda osservazione: non serve la sfera di cristallo per prevedere che il tema dei terroristi con passaporto rosso diventerà d’attualità nel prossimo futuro. Penso in particolare a terroristi islamici diventati cittadini svizzeri grazie alle naturalizzazioni facili volute dalla partitocrazia PLR-PPD-PSS. Il Consiglio federale, nella sua presa di posizione, assicura che queste persone, con le basi legali attualmente a disposizione, potranno in ogni caso venire tradotte in giudizio in Svizzera. A parte che l’affermazione è tutta da dimostrare. In teoria nemmeno Lojacono/Baragiola avrebbe potuto diventare svizzero e taroccarsi il cognome. Ma il punto è: perché mai questa foffa, composta da svizzeri di carta che hanno abusato del nostro paese per ottenerne il passaporto, dovremmo processarla – ammesso che ciò sia possibile – e poi mantenerla in carcere a nostre spese (800 Fr al giorno, stando alle dichiarazioni di un magistrato), invece di estradarla? In conclusione, spero che la maggioranza del Consiglio nazionale, quando voterà sulla mia mozione, vorrà tener conto di tutti questi aspetti, purtroppo trascurati dall’esecutivo.

MDD

 

Giù le braghe davanti all’UE!

I manager stranieri di Economiesuisse ordinano, e la presidenta PLR scatta sull’attenti

 

Ma guarda un po’: Economiesuisse, associazione al servizio dei manager stranieri delle multinazionali, ai quali della Svizzera non gliene potrebbe fregare di meno, di questi tempi si sta agitando a sostegno dello sconcio accordo quadro istituzionale (ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE, giudici stranieri, direttiva europea sulla cittadinanza, fine delle misure accompagnatorie, smantellamento delle banche cantonali, eccetera eccetera). A tale scopo sventola il sondaggio farlocco, da lei commissionato al solito istituto bernese compiacente, secondo cui il 67% delle aziende svizzere sarebbe favorevole all’immondo trattato capestro.

L’indagine fa pendant con l’altro sondaggio farlocco: quello secondo cui il 60% dei cittadini svizzeri sarebbe d’accordo di farsi dettare legge dai funzionarietti di Bruxelles, autorizzandoli pure a cancellare l’esito delle nostre votazioni popolari. Certo, come no!

“Segnale positivo”?

Sicché i manager stranieri, tramite i loro reggicoda di Economiesuisse, intimano agli svizzerotti “chiusi e gretti” di firmare subito e senza tante storie lo sconcio trattato coloniale. E prontamente il PLR ubbidisce. “Sì badroni”!

Intervistata giovedì dal Corriere del Ticino, quotidiano al servizio dell’ex partitone, la presidenta nazionale Petra Gössi dichiara che la Svizzera “deve dare un segnale positivo (!) all’UE”. Dare un “segnale positivo” significa, ma guarda un po’, calare le braghe ad altezza caviglia.

E’ il colmo: sono anni che i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale ed i politicanti del triciclo si chinano a 90 gradi ad ogni cip in arrivo dalla fallita UE, alla quale regalano pure i miliardi del contribuente (soldi nostri)! Però la buona Petra va in giro a dire che bisogna ancora dare “segnali positivi”! Il PLR sta ormai polverizzando tutti i record di asservimento a Bruxelles. Roba da laurea honoris causa in zerbinaggio…

Il sogno liblab

La presidenta nazionale PLR proprio non ce la fa a contenere la propria foga turboeuropeista, e sulle colonne del giornale “di supporto” deborda, immaginando forse che i lettori siano tutti scemi. Al punto da uscirsene addirittura con la seguente fregnaccia: “con l’accordo quadro, le misure accompagnatorie saranno riconosciute contrattualmente dall’UE”.Certo, come no!

Con l’accordo quadro, le misure accompagnatorie saranno ROTTAMATE dall’UE. Basti pensare che l’europarlamento è tornato ad impallinarle ancora di recente. Ma questo è proprio ciò che vuole il PLR:frontiere spalancate senza alcuna protezione dei lavoratori svizzeri e dei loro salari! Invasione di manodopera UE a basso costo per ingrassare ulteriormente i già rigonfi borselli dei padroni stranieri di Economiesuisse!

Stare a guardare

Interrogata sulla situazione del Ticino, il cui mercato del lavoro è devastato dalla libera circolazione, la Petra dichiara serafica: “La situazione dovrà essere costantemente monitorata, anche implementando gli strumenti che saranno disponibili grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie”.Ohibò, ma allora questi PLR ci prendono per i fondelli. Questo Cantone sta andando a ramengo per colpa delle scellerate aperture volute dalla partitocrazia, e la presidenta PLR dice che bisogna “monitorare”, ovvero STARE A GUARDARE! Stare a guardare senza fare un tubo, è chiaro. Perché se si fa qualcosa poi i padroni dell’UE si accigliano. Una chicca il richiamo, manifestamente a vanvera, alle nuove tecnologie (?): classico mantra con cui la casta si riempie la bocca quando non sa cosa dire, pensando così di impressionare il popolazzo.

Per chi avesse dei dubbi…

Ringraziamo comunque la Frau Gössi per aver chiarito definitivamente ai ticinesi che, non appena il club di manager stranieri di Economiesuisse (quelli che della Svizzera se ne fregano, quelli che vorrebbero rendere più difficile l’esercizio dei diritti popolari, quelli che pensano solo ai propri milioni) apre bocca, il PLR scatta sull’attenti. E la sezione ticinese dell’ex partitone è rigorosamente agli ordini del partito nazionale. Sicché, eventuali sussulti “sovranisti” in casa dei liblab ticinesi sono solo specchietti per le allodole per far fessa la gente in vista delle elezioni di ottobre. Dopodiché: passata la festa, gabbato lo santo!

Per fortuna ci sono ancora imprenditori del calibro di Nick Hayek a dichiarare chiaro e tondo che la Svizzera non deve calare le braghe davanti a Bruxelles. E se i politicanti della partitocrazia sono ridotti a prendere lezioni di svizzeritudine da un imprenditore di origine libanese, vuol dire che sono proprio alla frutta!

Lorenzo Quadri

 

Accordo quadro con l’UE: prima temporeggiano, poi ci fregano

Le domande di chiarimenti sono solo un pretesto per far passare le elezioni di ottobre

 

Quando si dice la presa per i fondelli! I camerieri dell’UE in Consiglio federale e la partitocrazia PLR-PPD-P$$ bramano di sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE. In particolare scalpita l’ex partitone, che prende gli ordini dai manager stranieri delle grandi aziende, rappresentati da Economiesuisse.

Venerdì però, il governicchio federale ha deciso di non sottoscrivere l’accordo coloniale, ma di chiedere ulteriori chiarimenti agli eurobalivi.

Tirare a campare

Ohibò, c’è forse stato un cambio di rotta? Camerieri di Bruxelles folgorati sulla via di Damasco, un po’ come i burocrati della SECO che all’improvviso (vediamo quanto dura…) avrebbero prodotto un documento in cui affermano che la libera circolazione delle persone non è poi così importante?

Evidentemente, niente di tutto questo. Semplicemente, i sette “grandi statisti” (?)  si trovano nella necessità di tirare a campare a fino alle elezioni di ottobre. Firmare prima dell’appuntamento con le urne potrebbe avere conseguenze elettorali perniciose per il triciclo PLR-PPD-P$$. Quindi nemmeno il CF crede ai sondaggi taroccati, commissionati al solito istituto compiacente, secondo cui il 60% dei cittadini ed il 67% delle imprese sarebbero favorevoli all’accordo quadro!

Domande farlocche

E allora, avanti con gli escamotage per guadagnare tempo. Richieste di rinegoziare (alle quali da Bruxelles hanno già risposto picche in tutte le salse) e adesso pure le domande di informazioni. Domande farlocche, beninteso: perché le risposte sono già note. La direttiva UE sulla cittadinanza, in caso di sottoscrizione dello sconcio accordo quadro, ci verrebbe imposta; le misure accompagnatorie verrebbero rottamate per disposizione di Bruxelles. Idem dicasi con la partecipazione dello Stato in aziende (vedi banche cantonali, ma anche aziende elettriche), che secondo gli eurofunzionarietti turboliberisti costituisce “distorsione della concorrenza” (uella).

Come se non bastasse, qualsiasi risposta dovesse arrivare dall’UE non varrebbe la carta su cui è scritta, data la totale inaffidabilitàdel partner.

E tutto il resto?

Interessante notare che gli unici punti sollevati dal CF sono i tre di cui sopra. Sicché i camerieri dell’UE in Consiglio federale, su altre questioncelle come la ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE – che segnerebbe la FINE della nostra sovranità – così come pure la sottomissione ai giudici stranieri della Corte europea di giustizia, non hanno nulla da eccepire! “L’è tüt a posct”! Avanti con la svendita del Paese!

Un piccolo assaggio di cosa succederebbe in regime di sconcio accordo quadro, l’abbiamo avuto con il Diktat disarmista. Una volta che ci si è vincolati, Bruxelles schiaccia gli ordini. Ed suoi lacchè elvetici calano le braghe evocando – a scopo di lavaggio del cervello al popolazzo – scenari apocalittici in caso di rifiuto!

 Passata la festa…

E’ palese che le nuove domande a Bruxelles sono solo un diversivo per prendere tempo, e lasciar così trascorrere le elezioni federali di ottobre. Dopodiché: passata la festa, gabbato lo santo e sottoscritto l’accordo-capestro!E a quel punto, solo un referendum potrà salvare la Svizzera dalla svendita ad opera di politicanti del triciclo PLR-PPD-P$$. Del resto, senza lo spauracchio dei diritti popolari, la partitocrazia eurolecchina avrebbe già firmato da un pezzo.
Altro che pensare di prendere per i fondelli la gente con la fetecchiata del “Sì, ma”. In politica non esiste alcun “Sì, ma”. Esistono solo il Sì ed il No. Un governo degno di questo nome avrebbe detto subito No ad un accordo che trasformerebbe la Svizzera in una colonia dell’UE.
Non si svende la nazione per presunti – ma davvero solo presunti  – vantaggi economici a beneficio dei soliti pochi borsoni ed a danno di tutti gli altri!

Lorenzo Quadri

 

Chiusura dei valichi secondari: e ci sarebbe mancato altro!

E per il “confine verde” costruiamo una bella barriera sul modello ungherese

 Il Consiglio degli Stati ha deciso giovedì  a larga maggioranza (25 voti a 13) di non archiviare la mozione della consigliera nazionale leghista Roberta Pantani sulla famosa chiusura notturna dei valichi secondari incustoditi. Il Consiglio nazionale deve ancora esprimersi.

Decisione “miracolosa”? No, decisione doverosa! Infatti, ci sarebbe mancato che le cose andassero diversamente: la proposta di chiusura notturna era stata approvata sia dal Consiglio federale che da entrambe le camere del parlamento. Tuttavia, non è mai stata davvero applicata. Il primo aprile 2017 come noto ebbe inizio la chiusura in prova di tre valichi (Novazzano Marcetto, Pedrinate, Ponte Cremenaga) per sei mesi. La decisione aveva fatto starnazzare ad oltranza il solito stuolo di politicanti d’Oltreramina in fregola di visibilità mediatica, con al seguito i pennivendoli di servizio.

Trascorsi i sei mesi di prova, le dogane vennero di nuovo spalancate  24 ore al giorno dalla Confederella; tra l’altro senza nemmeno avvisare il Cantone. Per altri sei mesi il tema venne imboscato. Il che lasciava facilmente intuire quale sarebbe stato l’epilogo. Ed infatti i burocrati federali se ne uscirono tranquilli come un tre lire a dichiarare che la chiusura notturna non sarebbe stata ripristinata poiché “non serve”.

Ohibò. E’ il caso di ricordare che con lo stesso argomento i burocrati federali – ai tempi a menare il torrone c’era il tirapiedi dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, Jacques de Watteville – tentarono di sabotare pure la richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio o del rinnovo di permessi B e C. Anche il casellario, secondo gli strapagati funzionari bernesi, “non serve”.  Peccato che, grazie a questa misura, introdotta nel 2015 dal Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi, si è impedito a centinaia di delinquenti pericolosi di trasferirsi in Ticino ed in Svizzera. Per cui, la storiella del “non serve” lorsignori la vanno a raccontare a qualcun altro.

La vera ragione

Ed infatti, i burocrati federali dovettero ammettere che in effetti le frontiere sono state riaperte per un altro motivo: la chiusura notturna rischiava di provocare difficoltà diplomatiche con il Belpaese. Adesso è tutto chiaro. Altro che “chiusura inutile”. Semplicemente, i camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno CALATO LE BRAGHE davanti al Belpaese. Così facendo, hanno mandato l’ennesima volta allo sbaraglio il Ticino, Mendrisiotto in primis.

Per la serie: che i cinkali ticinesi restino pure in balia di criminali in arrivo da Oltreramina. Chissenefrega delle rapine ai distributori di benzina, chissenefrega degli assalti bombaroli ai bancomat, chissenefrega dei furti in casa. Queste sono quisquilie e pinzillacchere! L’importante sono i “buoni rapporti” con il Belpaese. Che poi per tutto ringraziamento non perde un’occasione che sia una per fregarci.

Altrimenti detto: i camerieri dell’UE in Consiglio federale sacrificano la nostra sicurezza in nome di presunte “buone relazioni”, con la Penisola. Relazioni tanto buone che gli svizzerotti vengono sistematicamente infinocchiati dagli assai più scaltri vicini.

Finalmente applicare!

Su quanto sia ridicola la tesi che la chiusura notturna dei valichi secondari “non serve”, non è necessario spendere molte parole. A parte che la richiedono i Comuni di confine, che conoscono la situazione sul territorio molto meglio dei burocrati bernesi eurolecchini sigillati nei loro sfarzosi uffici. E’ evidente che, se i valichi sono chiusi, i delinquenti non possono utilizzarli per entrare ed uscire dalla Svizzera in macchina, come invece fanno ora. L’epidemia di assalti esplosivi ai bancomat ha ancora una volta dimostrato la necessità di intervenire.

Stando così le cose, ci sarebbe mancato altro che il Consiglio degli Stati ritenesse “evasa” la questione della chiusura notturna con il periodo di prova farlocco ed i successivi pretesti  da tre e una cicca addotti per lasciare le frontiere perennemente spalancate.

Sicché, altro che “archiviare” – ovvero: metter via senza prete – la mozione Pantani. Non solo la mozione non va archiviata, ma va finalmente applicata. Ciò che non è mai avvenuto: la chiusura “in prova” ha coinvolto infatti solo tre valichi.

Costruiamo un bel MURO

Ovviamente, si può senz’altro concordare sul fatto che da sola la chiusura notturna dei valichi secondari non basta a garantire la sicurezza del Ticino. Ma è ovvio che la risposta a questa obiezione non può essere la rinuncia alla chiusura notturna. La risposta deve invece essere: si procede con le chiusure notturne ed in piùsi prendono anche altre misure. Si invoca sempre il “confine verde”. Concordiamo senz’altro che si debba intervenire anche a tal proposito. Quindi, per garantire la sicurezza del confine verde, cominciamo a costruire una bella BARRIERA come quella dell’Ungheria. Così creiamo anche lavoro per le imprese ticinesi!

Lorenzo Quadri