Il presidente nazionale uregiatto Darbellay fa outing: ticinesi, prendete nota! Il PPD: Widmer Schlumpf va riconfermata

E sul 9 febbraio: “E’ inaccettabile che un partito borghese sia contro i Bilaterali”

E’ un vero peccato che certe interviste non varchino il Gottardo. Quella rilasciata alla NZZ dal presidente nazionale del PPDog Christophe Darbellay – che otto anni fa squallidamente intrigò per cacciare Blocher che aveva vinto le elezioni e mettere in Consiglio federale al suo posto la ministra del 5% Widmer Schlumpf – è ricca di “perle”. Delle autentiche chicche che meritano di essere conosciute anche in Ticino.  Anche se per il PPD ticinese la non diffusione dell’intervista al presidente nazionale è, in effetti, una fortuna.

Tema dell’intervista, che occupa quasi un’intera pagina della NZZ del 4/5 luglio scorso,  sono le ormai prossime elezioni federali.

Alcune chicche

Darballay apre il suo capolavoro comunicativo con un vero colpo da maestro: “Secondo le inchieste sono il presidente di partito più credibile”. Chi si loda, dice il vecchio detto, s’imbroda. Ed infatti arriva ben presto un piccolo campionario della credibilità di questo signore – tra l’altro solito a pubblicare sui “social” foto dei figli minorenni per farsi campagna politica.

Chicca numero uno. Dichiara il presidente nazionale PPD: “ci impegneremo maggiormente nei popolosi cantoni di Zurigo, Argovia, Berna e Vallese, dove, con 92 seggi, viene eletta quasi la metà del Consiglio nazionale”.  Traduzione: del Ticino, che di seggi al nazionale ne ha solo 8, non me ne frega un tubo.

Chicca numero due. “Abbiamo bisogno di più persone come il consigliere nazionale Guillaume Barazzone, che fa porta a porta nei quartieri ginevrini”. Traduzione: il PPD non è cambiato affatto; altro che abbandonare il bieco galoppinaggio degli scorsi decenni. Per noi il galoppinaggio è un fattore essenziale. Vogliamo più galoppini!

Chicca numero tre: “Il presidente del PLR, Philipp Müller, è più chiaro del suo predecessore”. Il predecessore in questione, Fulvio Pelli, ringrazia per l’apprezzamento. Da notare che l’ultima posizione “di peso” del Müller è stata: bisogna rivotare il 9 febbraio. Per la serie: chi s’assomiglia…

Chicca numero quattro: “Il PPD è un partito dei valori”. Ed infatti, in nome dei “valori”, nel Canton Berna candida al Nazionale un’ex miss Kosovo, naturalmente con doppio passaporto. La prorompente bellezza balcanica dichiara: “Il lavoro di modella e la politica non sono poi così differenti. Una modella, o una miss, riveste il ruolo di ambasciatore di un paese come farebbe un politico”. Ah beh, lei sì che ha capito tutto del lavoro politico! La ringraziamo per l’illuminante ed istruttiva spiegazione, che ci apre un nuovo mondo. La domanda nasce spontanea: ma i “valori” del PPD sono il doppio passaporto o sono la gn_cca?

 

Bisogna sostenere Widmer Puffo

Ma il piatto forte arriva quando l’intervistatore tocca il tema, scottante, della riconferma della ministra del 5% Widmer Schlumpf. Costei, come noto, è in carica grazie ai voti del PPD, oltre che a  quelli del P$. Gli uregiatti la sosterranno ancora? Risposta di Darbellay: “I Consiglieri federali in carica che fanno bene il loro lavoro devono venire rieletti”. E aggiunge: “Questa linea è diffusa anche nel gruppo PPD alle Camere federali”.

Dunque, la maggioranza del PPD sosterrà ancora la catastrofica ministra del 5%! Sicché, se qualche candidato ticinese in campagna per le elezioni federali penserà di fare il furbetto sostenendo il contrario, sbugiardatelo subito! Il presidente nazionale è stato inequivocabile!

Posizioni inaccettabili

 Da notare che per il signor Darbellay calare integralmente le braghe sul segreto bancario senza alcuna contropartita significa “lavorare bene”! Tentare di cancellare il segreto bancario anche per gli svizzeri (dopo aver affermato pubblicamente il contrario) significa “lavorare bene”! Svendere gli interessi del Ticino all’Italia significa “lavorare bene”! Dire che “bisogna rivotare sul 9 febbraio” significa lavorare bene!

E naturalmente anche su quest’ultimo punto Darbellay ci illumina sulla posizione del suo partito (ma allora dillo che vuoi che il PPD ticinese si estingua…): “le posizioni dell’Udc contro la via bilaterale sono inaccettabili per un partito borghese”.

Poiché le “posizioni” in questione sono l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” ne consegue che, per il presidente del PPD, il voto del 9 febbraio è “inaccettabile”.

Ringraziamo Christophe Darbellay per aver chiarito le idee agli elettori ticinesi che adesso sanno, per le elezioni di ottobre, chi non votare.

Lorenzo Quadri

Eccola qui la considerazione di cui gode il Ticino a Berna. Aggiungi un posto a tavola…

Nella bella stagione i giornali faticano a riempire le pagine (infatti i quotidiani diventano sempre più snelli, pur non dovendo affrontare alcuna “prova costume”). Idem per i media elettronici: radio, TV, nonché i portali online che spuntano come funghi in questo ridente Cantone.

Ecco dunque che la questione, certo non nuova, del Consiglio federale a nove, promette di diventare – per l’ennesima volta – il “tormentone estivo”. Il Consiglio di Stato si è espresso favorevolmente sull’aumento del numero dei ministri, pur respingendo l’opzione di una rappresentanza obbligatoria per la Svizzera italiana. Concetto, questo, che qualcuno vorrebbe snaturare ed allargare oltremisura. Magari facendovi rientrare anche uno svizzero tedesco che però sia di lingua madre italiana. Frena Ugo!

Cartina di tornasole

L’annosa questione della mancanza di Consiglieri federali ticinesi (interpretazione peraltro scorretta del concetto di Svizzera italiana: mancano i Grigioni italofoni) è una cartina di tornasole interessante della presunta “attenzione” di cui godrebbe il nostro Cantone sotto le cupole federali.

I politikamente korretti, i partiti storici dell’ “ubbidienza incondizionata” a Berna, quelli del “fare strappi e picchiare i pugni sul tavolo è cosa da leghisti populisti e razzisti” hanno un bel dire che le lamentele sul Ticino inascoltato sono destituite da fondamento: un semplice refrain elettorale, dunque. Adesso salta fuori che l’unico modo per poter sperare di tornare ad avere un Consigliere federale ticinese è quello di aumentare il numero dei “posti a tavola”. Eccola qui la considerazione di cui gode il Ticino! Vuol dire che siamo proprio i figli della serva. Però la maggioranza PLR-PS-PPD  in Consiglio di Stato rinuncia ad utilizzare il mezzo di pressione più efficace di cui dispone, sia nei confronti dell’Italia che nei confronti di Berna, ovvero il blocco dei ristorni dei frontalieri, e s’illude di ottenere qualcosa scrivendo al Consiglio federale logorroiche missive che  neppure verranno lette. Complimenti, che successo!

Attenzione al dogma

Attenzione comunque a non cadere nel dogma del Consigliere federale ticinese a tutti i costi. Sì, perché a furia di aggiungere discriminanti che nulla hanno a che vedere con la capacità e le visioni strategiche del candidato/a (sesso, provenienza, lingua, età e chi più ne ha più ne metta) alla fine si trascurano proprio le qualità politiche. A partire dalla determinazione e dalla capacità di difendere il Paese a muso duro, drammaticamente assenti nell’attuale compagine governativa: qualità che devono essere, oggi, il primo criterio di scelta di un ipotetico nuovo ministro.

E, tanto per essere chiari fino in fondo: chi scrive un candidato consigliere federale turboeuropeista non lo vota nemmeno se ticinese.

Lorenzo Quadri

Il Parlamento di Budapest approva il muro di 174 km sul confine con la Serbia. Gli ungheresi hanno “gli attributi”! E noi?

Ci sono circostanze in cui ci si accorge che il mondo si divide in due categorie. Quelli che hanno gli attributi e quelli che non li hanno.

Gli ungheresi ce li hanno. Il governo magiaro ha annunciato la costruzione di un muro di 174 km, altro 4 metri, lungo il confine con la Serbia. Non perché la Serbia abbia di per sé colpe particolari: che un piccolo Stato non sia in grado di fermare il flusso migratorio non sorprende. Il muro non è anti-Serbia; è anticlandestini. I quali, dalla “porta” che si vuole ora chiudere, entrano a getto continuo. Un po’ l’equivalente di quel che accade nel Mediterraneo. Solo via terra. 

Il governo di Budapest ha annunciato la costruzione del muro e, in quattro e quattr’otto, il parlamento ha accettato. Il nulla osta è arrivato nei giorni scorsi. Avanti di questo passo, dunque, e non bisognerà certo attendere molto per vedere l’opera realizzata.

UE inutile

L’Unione europea, anche in questa emergenza clandestini (come in tutte le altre), si dimostra per quello che è: un’inutile accozzaglia di funzionarietti. Non per nulla la Commissione europea è un ricettacolo di trombati e di scartine dei governi degli Stati membri. I risultati si vedono. Alla faccia della difesa dei confini esterni dell’UE, questi vengono lasciati tranquillamente in balia delle decisioni – o non decisioni – dei singoli stati membri.

Davanti all’incapacità europea, l’Ungheria ha preso in mano la situazione. Si fa un bel muro: del resto nei paesi dell’Est hanno una certa esperienza in materia. I buonisti ed i politikamente korretti strillano? Facciano pure. Ma si ricordino di una cosa. Almeno tre quarti dei sedicenti profughi sono dei migranti economici. Quindi stanno abusando del diritto d’asilo. Si trovano in una situazione di illegalità; però non si pensa affatto di reagire. Ohibò: se tre quarti dei cittadini rifiutasse di pagare le tasse o di fare servizio militare, forse che l’autorità resterebbe a guardare?

Chi fa da sé…

In base al vecchio motto “chi fa da sé far per tre”, l’Ungheria si costruisce la sua recinzione. E gli altri Stati membri possono solo ringraziare: l’opera è nell’interesse di tutti. Anzi, Budapest potrebbe chiedere contributi comunitari per il muro: con la sua iniziativa non solo contribuisce a risolvere un problema collettivo, ma fa pure da parafulmine. Tutti approfitteranno dei vantaggi del muro, in particolare gli stati UE che confinano con l’Ungheria. Però le accuse di razzismo e fascismo se le beccano solo gli ungheresi cattivi.

Budapest dunque costruisce il recinto. Magari per quest’opera impiegherà anche una parte dei contributi di coesione all’UE pagati dagli svizzerotti. Se lo farà non saremo noi ad arrabbiarci. Almeno questo è un impiego di provata utilità. Altro che i ristorni dei frontalieri che vengono bruciati nella gestione corrente mentre le più elementari opere infrastrutturali restano in dimenticatoio, ed infatti a Porto Ceresio continuano a riempire il lago di cacca per carenza di depuratori.

A Berna, invece…

Gli ungheresi hanno indubbiamente gli attributi. Il Consiglio federale altrettanto indubbiamente, non ce li ha. Tutto quello che sa dire al proposito dell’emergenza migranti è “dobbiamo aiutare l’Italia”. Mantra al massimo accompagnato dalla timida osservazione ai vicini a sud che sarebbe gentile da parte loro applicare gli accordi di Dublino invece di registrare tre migranti su dieci; quindi ci permettiamo  di domandare sommessamente ed in tutta umiltà se non potrebbero farci la grande cortesia di registrarne almeno quattro su dieci; ma se ciò non fosse possibile non insistiamo, non vogliamo certo passare per importuni e maleducati chiedendo il rispetto delle regole.

Investimento anticiclico

Visto che l’Italia non applica gli accordi di Dublino e poi denuncia noi a Bruxelles, qualche valente ingegnere nostrano potrebbe anche andare in Ungheria a vedere come si fa a tirar su un muro di 174 km così facciamo la stessa cosa sul confine italiano. Magari come “investimento anticiclico”. Il famoso Piano Marshall con cui l’ex partitone, scopiazzando dalla Lega, si riempiva la bocca prima delle elezioni pare disperso nella foschia canicolare. Ecco trovata la prima opera da piano Marshall. Sicuramente più utile della maxipista ciclabile tra Mendrisio e Lugano.

Lorenzo Quadri

Gli europei vogliono la fine di Schengen

Come volevasi dimostrare: gli accordi, sottoscritti dalla Svizzera nel 2005, sono un bidone

E’ quanto emerge da un sondaggio realizzato dal giornale francese Le Figaro in Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Italia e Germania. E noi cosa aspettiamo ad uscire da Schengen, dopo 10 anni di clamorosi flop?

Il quotidiano francese Le Figaro ha commissionato un sondaggio in vari paesi europei. Tema: gli accordi di Schengen. L’istituto demoscopico che ha collaborato con il giornale ha intervistato 1000 persone in ciascuna nazione. Gli Stati coinvolti sono: Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Italia e Germania. Tramite il portale Mattinonline si può accedere al link dell’inchiesta.

Quale sarà mai il risultato? Non ci vuole molta fantasia per immaginarlo: in tutti i Paesi coinvolti nell’indagine, la maggioranza degli intervistati si è espressa contro gli accordi di Schengen. Il tasso di njet più alto lo si trova in Francia, con il 67% dei contrari. Seguono Gran Bretagna (63%), Paesi Bassi (59%), Italia (56%) e Germania (53%). La bocciatura, quindi, è senza appello. Particolarmente significativo il risultato francese. I fallimentari accordi di Schengen vengono letteralmente asfaltati dalla popolazione. E sì che in Francia c’è un governo di $inistra. E qualcuno l’avrà pur votato…

Contro il volere dei cittadini

Il sondaggio dimostra quindi, ben più di tanti discorsi, che l’abolizione dei controlli ai confini è l’equivalente della corrazzata Potemkin di fantozziana memoria: “una cagata pazzesca”.

Tale operazione, completamente sballata, continua a venire imposta ai cittadini contro la loro volontà.

Nella fallimentare Unione europea dei funzionarietti boriosi che credono di poter comandare senza essere stati eletti da nessuno, il popolo non ha più la possibilità di decidere su un tema di importanza capitale quale è la sicurezza dei confini! Come se, improvvisamente, in un condominio arrivasse l’ordine dell’amministrazione di lasciare tutte le porte aperte. I condomini si adeguerebbero ad una simile disposizione? Ma no di certo!

Solidarietà europea?

Il sondaggio di Le Figaro dà anche indicazioni interessanti sulla “solidarietà europea”. Alla domanda: “siete favorevoli o contrario che i migranti che arrivano a migliaia sulle coste italiane vengano ripartiti nei vari Stati UE e che il vostro paese ne accolga una parte?”, il 68% degli intervistati britannici ha risposto njet. La stessa risposta è arrivata dal 64% dei francesi, mentre nei Paesi bassi la percentuale scende al 53%. Favorevoli, ovviamente, gli italiani, e anche i tedeschi. Il quadro che ne esce è dunque chiaro: l’Italia lascia spalancate le porte del Mediterraneo? Che si arrangi a gestire i clandestini. Altro che i “dobbiamo aiutare l’Italia” della kompagna Simonetta Sommaruga e del suo subito-sotto Mario Gattiker!  Brillanti come sempre, i bernesi che fanno colazione a pane e volpe: noi dobbiamo “aiutare l’Italia”; ma quest’ultima registra tre clandestini su dieci. Non se l’è inventato il Mattino populista e razzista. Sta scritto nell’ennesima lettera mandata dal governo ticinese al Consiglio federale in occasione della sciagurata decisione, presa dalla maggioranza del CdS, di continuare a versare i ristorni dei frontalieri. Lettera che sarà già finita in fondo in un cassetto, assieme a tutto il resto della corrispondenza in arrivo da sud. Noi “dobbiamo aiutare l’Italia” e quest’ultima ringrazia denunciandoci agli eurobalivi per presunta violazione degli accordi bilaterali!

10 anni di flop

La Svizzera ha aderito ai fallimentari accordi di Schengen da 10 anni. La votazione sul tema si tenne infatti nel giugno  2005. Il Ticino, ancora una volta lungimirante, silurò i trattati con un 62% di No. Tra l’indignazione un tanto al chilo dei notori spalancatori di frontiere, che starnazzavano al “Ticino chiuso e retrogrado”. Come noto, oltre ad essere un fallimento totale dal profilo della sicurezza – non si è mai visto che la sicurezza possa aumentare togliendo i controlli – i trattati in questione sono una catastrofe dal punto di vista finanziario: sarebbero dovuti costare 7 milioni di Fr all’anno; ne costano 100.

Gli accordi di Schengen sono quindi un flop clamoroso che dura da 10 anni. Gli stessi cittadini dei Paesi UE non ne vogliono più sapere. Cosa aspettiamo a sospenderne l’applicazione con effetto immediato? Un periodo di prova di 10 anni non è abbastanza lungo? Va bene essere bernesi, ma…

Lorenzo Quadri

E noi continuiamo a versare i ristorni grazie ai partiti $torici. A Porto Ceresio scaricano gli escrementi nel lago

A Porto Ceresio prosegue l’inquinamento scriteriato del lago. Con conseguenze anche per noi. Ecco un piccolo esempio di come funzionano le cose nella vicina Penisola, quella che si permette di denunciare la Svizzera ai funzionarietti di Bruxelles (uhhh, che pagüüüüraaa!) per presunta violazione dei fallimentari accordi bilaterali a seguito dell’aumento al 100% del moltiplicatore comunale per i frontalieri (votato dal Gran Consiglio nel novembre 2014) e della sacrosanta decisione del ministro leghista Norman Gobbi di chiedere l’estratto del casellario giudiziale ed il certificato dei carichi penali pendenti prima di rilasciare permessi B e G.

Il problema non è evidentemente la denuncia italiana ai funzionarietti di Bruxelles. La denuncia è solo un diversivo dei vicini a sud per non venirne ad una nelle trattative con la Svizzera. Del resto qualsiasi Stato membro UE di simili segnalazioni se ne farebbe un baffo. Qualcuno ha forse visto la Germania fare un “plissé” per essere stata denunciata a causa del pedaggio autostradale per soli stranieri? Il problema è che gli svizzerotti precisini e ligi al dovere, davanti all’esposto – quale inaudita macchia! – rischiano di andare in tilt. E quando vanno in tilt, calano le braghe. Lo abbiamo visto in molte altre circostanze.

Peggio di Bertoldo

Gli è che la vicina Penisola si permette di denunciare la Svizzera e poi ne fa peggio di Bertoldo. E allora perché – così ci divertiamo un po’ anche noi – non consegnare una carrettata di segnalazioni a Bruxelles nei confronti delle inadempienze della Vicina Penisola? Non stiamo qui a rifarne, per l’ennesima volta, l’elenco già arcinoto, che spazia dai temi “macro” a quelli più locali. Nemmeno questi ultimi vanno sottovalutati. E’ il caso dell’inquinamento scriteriato del lago a Porto Ceresio. Un paio di mesi fa l’ASL di Varese ha annunciato che le acque antistanti il comune italiano di Porto Ceresio sono state classificate come tassativamente “non balneabili”. Una situazione, è evidente, che nuoce a tutto il bacino lacustre, nonché all’attrattiva turistica del lago nel suo insieme. Per l’ennesima volta: l’Italia non fa i compiti e ci andiamo di mezzo noi. Il problema sono i liquami scaricati nelle acque. I livelli di inquinamento fecale del riale Bolletta che sbocca nel golfo di Porto Ceresio sono inquietanti. In sostanza, dunque, i nostri vicini riempiono il lago di cacca. Il lago che è anche nostro.

Nulla è stato fatto

Qui i conti non tornano. Lo scorso anno l’Italia aveva promesso l’inizio dei lavori per la sistemazione del depuratore e la normalizzazione della situazione per l’attuale stagione turistica. Come da copione nulla è stato fatto. Intanto sul tema “cacca nel lago”, trattandosi di questioni  internazionali, è stato interpellato in maggio anche il Consiglio federale, che però non ha ancora fatto cip.

Morale della favola: i ticinesotti sono stati presi per i fondelli un’altra volta dagli amici italici. Però – grazie ai partiti storici cui, è evidente, farsi buggerare piace assai – si continuano a versare i ristorni dei frontalieri. Proprio quei ristorni che dovrebbero servire per opere infrastrutturali. Che però non si fanno, perché i ristorni vanno a  toppare i buchi di gestione corrente. Intanto il Ceresio viene riempito di cacca.

Problemi del genere non si risolveranno mai continuando a versare i ristorni e ad ottemperare stoltamente a tutti gli obblighi nella speranza che poi magari i vicini a sud, per rimorso di coscienza, si decidano a cominciare a fare altrettanto. Se non li si tocca sul vivo, e meglio sul borsello, i nostri vicini non faranno assolutamente nulla. Non si può continuare a rispettare pedissequamente ogni regola o cavillo con chi, invece, li viola per partito preso, perché tanto gli svizzerotti “sono fessi e non si accorgono di niente”.

Lorenzo Quadri

Gottardo: gli oppositori raschiano il fondo del barile. Il tubo di risanamento non si fa per le code!

Gli oppositori del traforo di risanamento del tunnel autostradale del Gottardo devono essere rimasti gravemente a secco di argomenti se si riducono a montare polemiche contro l’Ufficio federale  delle strade (USTRA) reo, a loro dire, di essere troppo zelante (?) nel segnalare al pubblico le code al Gottardo. Secondo la presidente dell’Associazione traffico ed ambiente (ATA), la consigliera nazionale socialista Evi Allemann, l’USTRA perseguirebbe nientemeno che “una precisa strategia per influenzare il voto” sul secondo tunnel autostradale del Gottardo.  Ohibò!

Una simile obiezione, sollevata dall’esponente di un partito che da oltre un anno sta facendo il lavaggio del cervello ai cittadini per convincerli che il voto del 9 febbraio va rifatto, è francamente piuttosto comica. E sulla manipolazione delle informazioni in funzione anti-automobilisti da parte di quelle stesse cerchie che oggi, per motivi ideologici, si oppongono al traforo di risanamento al Gottardo, si potrebbero scrivere molti volumi.

E poi, cari anti-gottardisti, se vogliamo parlare di manipolazione dell’informazione: che dire di quei medici, schierati nel vostro campo, che paventano un’emergenza sanitaria a seguito di un secondo tunnel senza aumento di capacità – e che quindi non provocherà incrementi di traffico – ma non vedono i danni alla salute provocati da 60mila auto di frontalieri che entrano ogni giorno in Ticino? O credono che questi veicoli dalle targhe azzurre emettano essenze di eucaliptus dal tubo di scappamento?

Nessun aumento di capacità

Non lo si ripete mai abbastanza: il traforo di risanamento non costituirebbe affatto un “raddoppio” visto che la capacità autostradale del Gottardo rimarrebbe immutata: due corsie, una per senso di marcia; però in due tunnel separati. Con un evidente balzo avanti per quel che riguarda la sicurezza: non ci sarebbe più il rischio di scontri frontali. Sì, ci guadagnerebbe proprio la sicurezza stradale che in genere è – almeno a parole –  in cima alle preoccupazioni di quelle stesse cerchie che vogliono tagliare per tre anni il cordone ombelicale che lega il Ticino al resto della Svizzera. Ma ora ben vediamo che per certuni anche la sicurezza “conta” a senso unico: solo quando può essere strumentalizzata per imporre nuove vessazioni agli automobilisti.

Ma soprattutto, cari Alleman, Jon Pult (presidente dell’iniziativa delle Alpi) & Co: al contrario di quanto adesso vorreste far credere con un’argomentazione evanescente, l’USTRA non ha nessun motivo di “pompare” i dati delle code al Gottardo per influenzare l’opinione pubblica a favore del secondo traforo, e questo  per un motivo molto semplice: il secondo traforo non si fa per diminuire le code. Lo si farà – se il popolo vorrà – per motivi del tutto diversi. Il nostro Cantone, senza un tunnel alternativo, rischia l’isolamento dal resto della Svizzera durante i tre anni di lavori necessari al risanamento della galleria esistente. 

 

Alternative?

Qual è infatti l’alternativa al secondo tubo? Un sistema di navette ferroviarie inefficiente, insufficiente, dai costi spropositati, che comporterebbe la devastazione di centinaia di migliaia di metri quadri di territorio (alla faccia dell’ecologia e della tutela delle Alpi). E che non porterebbe alcun valore aggiunto. Questo è quanto ci sarebbe toccato in sorte, se un bel dì, e meglio il 27 giugno 2012, anche il Consiglio federale non si fosse reso conto che sarebbe stato deleterio imporre al Ticino una simile ciofeca. Da qui la svolta bernese in direzione della nuova galleria.

Opzioni diverse dalle due sopra citate non esistono. In particolare non esistono fantasmagoriche conversioni del vecchio tunnel ferroviario in tunnel autostradale utilizzabile durante i lavori: simili ipotesi sono già state esaminate e scartate per non fattibilità tecnica. Appartengono quindi al fumogeno regno delle fantasie.

 

Coerenza

Sarebbe davvero sorprendente, poi, se quelle forze politiche presunte progressiste che amano invocare il “rispetto delle minoranze” e la “coesione nazionale” (li abbiamo sentiti tutti i discorsi pieni di pathos a sostegno della nuova imposta pro-SSR prima della votazione del 14 giugno, spacciata appunto come necessaria per la “coesione nazionale” e per le “minoranze”) fossero incoerenti al punto da voler penalizzare una minoranza già sacrificata, ossia i Ticinesi, imponendole tre anni di isolamento contrario ad ogni principio di coesione nazionale.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

Passata per il rotto della cuffia la nuova imposta pro-SSR, ma qualcuno canta vittoria troppo presto. Resa dei conti in arrivo?

In Consiglio nazionale è stata depositata un’iniziativa parlamentare che chiede che a fissare la nuova imposta ex canone sia il legislativo e non il governo, come dev’essere per un’imposta. Se l’iniziativa dovesse diventare realtà, per la RSI sarebbero cavoli amarissimi. Un problema che non si sarebbe posto rimanendo al vecchio sistema. Ohibò, qualcuno ha forse toppato alla grande la strategia?

 Il Ticino, come noto, lo scorso 14 giugno ha detto No al canone obbligatorio per tutti. Che poi altro non è se non una nuova imposta. Infatti verrà prelevato senza una causa. Pagheranno tutti, anche quelli che non vogliono o non possono usufruire delle prestazioni per cui sborsano la pillola più cara d’Europa.

I Ticinesi, dunque, non si sono piegati ai ricatti e alle minacce. Ricatti e minacce che si sentono sempre più spesso da parte federale. In particolare quando in discussione ci sono temi relativi al Dipartimento federale dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni: ovvero il Dipartimento della Doris uregiatta. Ma non solo lì. Basti pensare alle sordide sceneggiate pre- e post 9 febbraio.

 Modifica passata, ma…

In votazione lo scorso 14 giugno non c’era l’ammontare delle risorse destinate alla SSR. Nemmeno la ripartizione delle medesime tra le varie regioni linguistiche. Tuttavia è stato detto e ripetuto che, se non fosse passata la modifica di legge – quindi la nuova, iniqua imposta – i finanziamenti alla RSI sarebbero stati a rischio. La modifica è passata ma adesso si tenta di far credere che i finanziamenti per il Ticino siano comunque in pericolo. Si passa da una balla all’altra, dunque. Senza alcun ritegno. O meglio: in realtà il rischio c’è. Ma per motivi ben diversi.

 Propaganda non è servizio pubblico

Grazie alla nuova imposta, la SSR può dormire tra quattro guanciali. Lavori bene o male, rispetti o – come è il caso ora – se ne impipi dei dettami del servizio pubblico, utilizzi in modo razionale le risorse o le scialacqui, piaccia o no al pubblico, non cambierà nulla: le entrate sono assicurate dalla nuova imposta. E questa nuova imposta potrà venire aumentata, in caso di necessità, dai compagni di merende del Consiglio federale, ovviamente a manina con l’azienda. Senza chiedere niente a nessuno e senza che il cittadino-contribuente possa in qualche modo difendersi dal ladrocinio.

Ad ogni cip di protesta si suonerà l’ipocrita manfrina sentita nei mesi scorsi: la coesione nazionale esige, la difesa dell’italianità in Svizzera esige, la promozione culturale esige; come se un’emittente lottizzata che fa propaganda pro-UE, pro-aperture e pro-$inistra avesse qualcosa da spartire con i massimi sistemi sopra elencati.

 Ipersensibilità

I Ticinesi hanno detto No alla nuova imposta pro-SSR. Con questo No hanno mazzuolato sonoramente la RSI. Negli sfarzosi uffici dirigenziali di Comano, però, non si ha certo l’abitudine a mettersi in discussione. La bastonatura popolare si è dunque tradotta in un’ipersensibilità stizzosa nei confronti di qualsiasi critica, sfociata a sua volta in prese di posizione assolutamente inadeguate. Vedi la polemica innescata a difesa dell’ennesimo acquisto da oltreconfine, ossia la virtuosa interprete di Cicciolina piazzata dietro i microfoni della rete 1 previo corso di formazione. Ma questo è solo un piccolo esempio.

Perché, intanto che ci si sollazza con simili diatribe di “alto profilo”, nubi scure si addensano all’orizzonte. La responsabilità è dell’ingordigia dell’azienda e dei suoi referenti politici.

 Il gioco sporco

Si è  voluto a tutti i costi trasformare il canone radioTv in un’imposta. Lo si è però voluto fare aggirando i principi del diritto fiscale. Esso prescrive che  l’ammontare di un’imposta sia fissato in una legge; non in un’ordinanza come nel caso concreto del “canone obbligatorio”. E prescrive pure che gli aumenti d’imposta devono essere approvati dal parlamento (o dal popolo in caso di referendum). Non decisi dal governo (a manina con l’azienda) senza che nessuno possa fare un cip, come è invece il caso della nuova imposta pro SSR.

In sostanza, dunque, i promotori dell’iniqua gabella hanno giocato sporco: hanno trasformato il canone in un’imposta prendendo però, dell’imposta, solo le caratteristiche che facevano comodo a loro (riscossione da tutti senza motivo) e lasciando da parte quelle che, invece, giocavano contro.

Ma la resa dei conti potrebbe non tardare.

 Iniziativa pericolosa

In casa SSR forse non l’hanno ancora scoperto, ma, nella sessione estiva del Consiglio nazionale, è stata depositata un’iniziativa parlamentare, sottoscritta da numerosi firmatari, che chiede che a definire l’ammontare della nuova imposta pro-radioTV sia il parlamento – come correttamente dovrebbe avvenire per un’imposta – e non il governo. Questa iniziativa, pericolosissima per la SSR, non sarebbe stata depositata se la modifica della LRTV non fosse passata. Il primo firmatario lo ha detto chiaramente. In altre parole, l’iniziativa non avrebbe visto la luce se non si fosse tirata troppo la corda.

 Motosega in arrivo?

Perché si tratta di un’iniziativa pericolosissima? Perché, se a decidere l’ammontare dell’imposta ex canone fosse un domani chiamato il Parlamento, non c’è bisogno del Mago Otelma per rendersi conto che in quella sede si potrebbero facilmente trovare i numeri per una decurtazione mica da ridere. E allora sì che sarebbero dolori. In primis per la RSI, che potrebbe davvero vedersi falcidiata la propria fettona di risorse. L’emittente di Comano, con il vecchio sistema, non rischiava poi molto. Però lo si è voluto cambiare. Così si è andati a svegliare il can che dorme. E, se il cane, oltre a svegliarsi, azzannerà anche, i grandi strateghi della radiotv di Stato (o piuttosto: di regime) potranno ringraziare solo loro stessi.

Lorenzo Quadri

Kompagni: “no limits” all’incoerenza!

UE antidemocratica ed antisociale”, però vogliono che ci entriamo!

Certo che i kompagni nostrani sono un vero spettacolo!

Dopo la super-mazzuolata portata a casa il 19 aprile alle elezioni cantonali, che ha aperto una lunga serie di regolamenti di conti interni, qualcuno di loro ha tentato di far credere di essere diventato euroscettico dalla sera alla mattina. E questo dopo lunghi anni di intransigente politica delle frontiere spalancate e di rifiuto quasi isterico di qualsiasi limitazione all’immigrazione. E guai a chi la pensava diversamente: tutti populisti, razzisti, xenofobi, fascisti e – ultima in ordine di tempo – “gretti” (con riferimento ai ticinesi che non hanno le benché minima intenzione, e ci mancherebbe, di permettere all’Italia di rifilarci i clandestini che invece si deve tenere, tanto più che il Belpaese poi ringrazia con grottesche denuncie all’UE). Un atteggiamento strano? No di certo. Si sa che a $inistra amano riempirsi la bocca con concetti quali “il valore della diversità” per poi dimostrare la più buzzurra intolleranza nei confronti di chi la pensa diversamente da loro.

Adesione all’UE

Tuttavia la conferenza cantonale P$ di un paio di settimane fa ha  chiarito la situazione. La posizione presa è stata perentoria. Il messaggio inequivocabile: “abbiamo scherzato,  noi $ocialisti siamo europeisti e vogliamo l’adesione della Svizzera all’UE”. Questo “obiettivo strategico” (ognuno ha le strategie che si merita) è inserito nel programma del partito $ocialista, assieme a perle quali il “superamento del capitalismo” e l’abolizione dell’esercito.

Quindi la Svizzera deve entrare nell’Unione europea e la $inistra si impegna concretamente per questo obiettivo, come ben dimostrano i tentativi di sabotaggio del “maledetto voto” del 9 febbraio. E’ infatti evidente che quel voto rappresenta una sgradevole pietra d’inciampo sulla via dell’ingresso del nostro Paese (con la tattica del salame) nel club degli eurofalliti. Pertanto, va rimosso quanto prima. L’ideale, secondo i kompagni, è una nuova votazione sui Bilaterali. Vedi al proposito le esternazioni sul “voto da rifare” a cura del kompagno Manuele Bertoli. E la sua posizione non è per nulla isolata. Il Consigliere di Stato non ha fatto altro che riprendere la linea del partito, espressa in più occasioni anche dal presidente nazionale.

Come gli “sfruttatori”

Questa posizione del “maledetto voto da sabotare” è la stessa di quegli ambienti padronali che si ingrassano con il dumping salariale e con la sostituzione dei lavoratori residenti con frontalieri. Ma tu guarda i casi della vita!

Quindi, ricapitoliamo: il P$ vuole il superamento del capitalismo. Però sulla libera circolazione delle persone ha la stessa posizione dei padroni del vapore. I conti non tornano, cari kompagni!

Il caso greco

E non è finita. Adesso, alla lunga infilata di perle, si aggiunge il caso greco. Qui i kompagni riescono a superarsi. Infatti lanciano l’appello a sostegno della Grecia contro le posizioni “antimocratiche ed antisociali dell’Unione europea”. E ribadiscono: “la troika (Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea) distrugge i valori democratici e le conquiste sociali”. Duri e puri contro gli sfruttatori di Bruxelles!

O kompagni, con tutto il rispetto: ma che cosa vi siete fumati? State dalla parte della Grecia contro l’UE. Ma è proprio in quell’Unione europea che vorreste far entrare la Svizzera!  Già, perché di UE ce n’è una sola. Non ce ne sono due, quella cattiva che opprime la Grecia e quella buona di cui vorreste farci diventare membri.

 

Mazzuolare in ottobre

Queste continue ed allucinanti giravolte a $inistra su un tema di importanza capitale per la Svizzera ed il Ticino come i rapporti con l’UE è l’ulteriore conferma che alle elezioni federali i kompagni meritano venire mazzuolati ancora di più che alle cantonali. Altro che seconda cadrega al Nazionale!

Lorenzo Quadri

Le grandi aziende tentano ancora di sabotare la volontà popolare. I frontalieri saranno contingentati eccome!

Proseguono i tentativi di sabotaggio del “maledetto voto del 9 febbraio” da parte  della grande industria. Addirittura l’Unione padronale svizzera vorrebbe escludere i frontalieri da qualsiasi tipo di contingentamento. Al presidente Valentin Vogt, che se ne è uscito con tale invidiabile alzata d’ingegno in occasione della giornata degli imprenditori indetta giovedì a Berna, non possiamo che rinnovare l’invito vecchio, ma sempre attuale: prima di azionare la lingua, controlla che il cervello sia collegato!

 

Un paio di cosette

Punto primo: che il contingentamento deve riguardare anche i frontalieri sta scritto chiaramente nel testo dell’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”. Il quale testo è confluito nella Costituzione federale tramite voto popolare del 9 febbraio 2014. E la Costituzione federale non la modifica il sciur (Land)Vogt. Quindi, anche per i frontalieri i tetti massimi ci saranno eccome. Piaccia o non piaccia all’Unione padronale.

Punto secondo, a titolo abbondanziale: a seguito del voto ticinese l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” è passata a livello federale. I Ticinesi hanno plebiscitato detta iniziativa, come ormai sanno anche i paracarri, con il 70% dei voti. A causa di questo “schlagen” sud delle Alpi, l’iniziativa ha trionfato a livello nazionale.  Il voto ticinese ha una spiegazione chiara: la volontà di mettere un freno all’invasione di frontalieri e padroncini, che ha sfasciato il mercato del lavoro. E’ per colpa di questa invasione da sud che alle nostre latitudini sono stati infranti tutti i record dell’assistenza e che il dumping salariale la fa da padrone. Altro che venirci a raccontare che il dumping salariale “non è grave”, come hanno pensato bene di fare i produttori seriali di rapporti taroccati della SECO!

L’invasione da sud, se non verrà fermata in tempo, trasformerà il Ticino in una provincia lombarda.

Il plebiscito ticinese dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” ha determinato il risultato federale. Ed è dovuto al frontalierato. E adesso il Vogt, presidente dell’Unione padronale, ha la tolla di venire a dire che per i frontalieri non ci deve essere alcun tetto massimo? Ma dove vive il Vogt? Prova a venirle a raccontare in Ticino queste fregnacce, che ti accogliamo coi forconi…

 

Chi è causa del suo mal…

Quegli ambienti padronali (ovviamente non tutti) che hanno abusato della libera circolazione delle persone per soppiantare i lavoratori svizzeri con stranieri a basso costo sono evidentemente corresponsabili del voto del 9 febbraio. Avessero dimostrato responsabilità sociale, forse le cose sarebbero andate diversamente.

E’ perfettamente inutile, dunque, che adesso i “padroni del vapore” se ne vadano in giro per la Svizzera a raccontare storielle come quelle sull’economia elvetica che senza bilaterali sarebbe sottoterra. Sono balle di fra’ Luca. L’Unione europea è finita. Non certo la Svizzera. La Svizzera – e a dirlo non è il Mattino populista e razzista, ma fior di professori universitari di economia – andrebbe avanti benissimo anche senza bilaterali.

Se l’Unione padronale svizzera vuole tenere in piedi i bilaterali, s’impegni anche lei affinché la libera circolazione delle persone venga limitata così come deciso dal popolo. I frontalieri non solo devono essere compresi nelle limitazioni, ma devono essere i primi a subirle. In caso contrario salteranno, senza morti né feriti, tutti i bilaterali. Piuttosto che andare avanti con la devastante libera circolazione delle persone senza limiti, è meglio fare tabula rasa di tutto.

 

Promemoria per ottobre

Da notare che in Ticino i partiti $torici erano graniticamente contrari all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. Il comitato dell’ex partitone si  è espresso all’unanimità contro, venendo asfaltato dalle urne. Il P$ si è subito messo a strillare che “bisogna rivotare”. Anche il presidente nazionale del PLR ha detto, nelle scorse settimane, che “bisogna rivotare”. Alti esponenti PLR, PPD – come il Senatore Pippo Lombardi, capogruppo alle Camere federali – e ovviamente P$ si sono iscritti ai gruppuscoli di sabotaggio della volontà popolare: quelli finanziati dal miliardario residente negli USA (dove paga le tasse costui?). Senza dimenticare che la catastrofica ministra del 5% Widmer Schlumpf siede in Consiglio federale solo perché ha avuto l’appoggio del PPD.

Queste cose vanno tenute ben presente in vista delle elezioni federali di ottobre.

Neanche un voto agli spalancatori di frontiere e a chi promuove l’invasione di padroncini e frontalieri!

Lorenzo Quadri

Maroni, non ci facciamo ricattare!

Casellari giudiziari: uhhh, che pagüüüüüüraaa! Al governatore lombardo scivola la frizione

Cominciamo noi a chiudere le frontiere anche solo per un paio di giorni; poi vediamo, tra Ticino e province italiane limitrofe, chi sarà messo peggio

 

Evidentemente al di là della ramina la decisione sacrosanta di Norman Gobbi di chiedere l’estratto del casellario giudiziale e il certificato dei carichi pendenti prima di rilasciare permessi di dimora continua a provocare intensi mal di pancia. Lo dimostra l’ultima sparata del governatore della Lombardia. Roberto Maroni  pensa addirittura di poter ricattare il Ticino minacciando di far scioperare i frontalieri per un mese (uhhhh, che pagüüüüraaa!) e precisando che gli stipendi li pagherebbe lui (ah sì? Con quali soldi, visto che non hai nemmeno i 150mila Euro per la Regio Insubrica?).

 

Necessità palese

Francamente si fatica a trovare delle giustificazioni per l’ultima sbroccata del governatore lombardo. I certificati oggetto del contendere venivano chiesti senza problemi prima dell’entrata in vigore della devastante libera circolazione delle persone. E’ infatti da essa, e non da Schengen, che discende la presunta impossibilità di chiedere sistematicamente informazioni sui precedenti penali di chi domanda un permesso B o G.

La necessità di mantenere la prassi saggiamente instaurata da Gobbi è palese. Non si possono rilasciare permessi di dimora alla cieca; quindi anche a delinquenti. Tanto più che poi, una volta rilasciati i permessi, non si riesce più a ritirarli. E per questo possiamo ringraziare il solito buonismo-garantismo.

Gli esempi di permessi rilasciati “alla cieca” a personcine poco raccomandabili non mancano di certo. Il famoso Caso Sollecito non è che la punta dell’iceberg. E come la mettiamo con il frontaliere alle Officine FFS di Bellinzona arrestato per ‘ndrangheta? Sicché, ticinesotti fessi sì; ma proprio fessi-fessi no.

 

Drammatizzazioni

Con attitudine tutta latina alla drammatizzazione, da Oltreconfine dipingono, a seguito della nuova prassi ticinese, scenari apocalittici di interminabili code davanti ai tribunali per l’ottenimento dei certificati penali richiesti. Frena Ugo! Stiamo parlando dei nuovi permessi B e G: quanti pensate di chiederne? Ma allora è vero che è in atto un’invasione!  Comunque, se anche ci fossero le code davanti ai tribunali, non sarebbe un problema nostro. Sarebbe un problema organizzativo italiano.

 

Nessun altro fa cip

Lo abbiamo detto più volte. Solo chi ha qualcosa da nascondere – qualcosa di penalmente rilevante – può lamentarsi del provvedimento ticinese. Ma chi si trova in tale situazione è giusto e scontato che non riceva permessi.

Da notare pure che il Belpaese strilla alla discriminazione degli italiani, come se la misura decisa da Gobbi riguardasse solo i migranti della Penisola. Ma essa concerne tutti. E’ vero che i frontalieri sono solo italiani. I dimoranti, però, no. Se la richiesta ticinese fosse davvero così scandalosa, come mai nessun altro Stato UE ha fatto un cip?

 

Cerca pretesti

A questo punto ci riallacciamo a quanto scritto la scorsa settimana da queste colonne. E’ evidente che l’Italia sta cercando pretesti per non concludere accordi con la Svizzera. Avendo già ottenuto quello che le interessava – ossia la fine del segreto bancario – e senza ombra di concessione, non ha intenzione di mollare alcunché. Quindi cerca scuse per non fare la propria parte.

 

Quadrato attorno ai frontalieri

L’ipersensibilità d’Oltreconfine su tutto ciò che riguarda i frontalieri è  significativa. Dimostra come la Lombardia (e se la Lombardia parla, Roma non può ignorare) intenda fare quadrato a difesa dei  privilegi dei frontalieri. Ricordiamo che essi, secondo gli accordi con l’Italia che erano ad un passo dalla conclusione un anno fa e adesso non sono ancora conclusi, dovrebbero venire tassati di più, molto di più, dal patrio fisco. Ma l’Italia ha già messo le mani in avanti dicendo che per la parificazione fiscale tra i frontalieri e gli altri italiani ci vorrà almeno un decennio. Ciò significa che non si farà mai. E la sparata del buon Maroni non fa che confermare: la vicina Penisola non farà mai uno sgarbo ai frontalieri. Per ovvi motivi elettorali. Ma la boutade del governatore lombardo – oltretutto arrivata, ma tu guarda i casi della vita, pochi giorni dopo la decisione della maggioranza del governo ticinese di versare comunque i ristorni dei frontalieri malgrado ci fossero tutti i motivi per bloccare – conferma anche che continuare a versare i ristorni è un errore capitale.

L’Italia o la si fa ragionare  con blocchi dei ristorni e analoghi provvedimenti forte, oppure sarà sempre lei a prendere per i fondelli gli svizzerotti. Lo sta facendo con successo da decenni.

Lorenzo Quadri

 

 

E poi vengono a raccontarci che “conoscono le sfide del Ticino”? Il Consiglio federale schierato dalla parte dell’Italia

Come volevasi dimostrare: alle scampagnate del CF per strafogarsi di luganighette e Merlot non fa seguito alcuna mossa concreta a sostegno del nostro Cantone

 

Ma guarda un po’, come da copione il Consiglio federale è arrivato in Ticino  in passeggiata scolastica, con tanto di giro in barchetta.

All’utilità di queste visite non ci crede ormai più nessuno. Anche perché le visite sono diventate una specie di compensazione per la generale inattività nei confronti del Ticino. Per la serie: vi lasciamo allo sbaraglio però, per farvi credere che pensiamo a voi, vi veniamo a trovare spesso.

 

Le passeggiate non risolvono i problemi

Il fatto è che con le passeggiate scolastiche non si risolvono i problemi. Il fatto è anche che lo scollamento tra le dichiarazioni d’attenzione (una bella frase non costa nulla) e la risposta ai problemi concreti del Cantone, ad ogni visita del Consiglio federale cresce invece di diminuire. Gli esempi si sprecano. Solo pochi giorni prima della scampagnata folkloristica del Consiglio federale, venuto per strafogarsi di salametti e merlot al Grotto, i produttori seriali di rapporti taroccati della SECO se ne sono usciti a dire che in Ticino il dumping salariale non è grave. Apperò.

Intanto nei giorni scorsi l’OCST ha denunciato l’ennesimo caso di sfruttamento: una segretaria pagata 9 Fr all’ora (stipendio lordo). Ma secondo gli scienziati della SECO, il dumping generato dalla devastante libera circolazione delle persone “non è grave”.

Non solo: la direttrice della SECO, Madame Marie Gabrielle Ineichen Fleisch Serbelloni Mazzanti Viendalmare, ha pure dichiarato che il Ticino è responsabile dei suoi stessi problemi perché “non prende in mano seriamente la situazione”. Una dichiarazione che equivale ad un bel certificato federale d’inettitudine per l’ex direttrice del DFE Laura Sadis, PLR. Infatti il suo dipartimento è quello che avrebbe dovuto essere in prima linea a difesa del mercato del lavoro ticinese. Ma naturalmente “sa po’ fa nagott”: il margine di manovra è nullo.

 

Basta un cip…

Che il margine di manovra non sia stato adeguatamente sfruttato è senz’altro vero. Ma altrettanto vero è che gli scienziati di Berna, quelli che del Ticino non conoscono un tubo ma pretendono di venir qui a pontificare sui nostri problemi, farebbero bene a piantarla di raccontare tutto ed il contrario di tutto. Infatti quando il Ticino si difende i primi a mettersi a strillare indignati sono proprio gli amici bernesi. Basta che il padrone di Bruxelles faccia un “cip” e subito i lacchè del Consiglio federale scattano sull’attenti.

 

Si smentiscono da soli

E’ infatti assolutamente vergognoso che il Consiglio federale venga in Ticino a raccontarci storielle preconfezionate (sempre le stesse) su quanto a Berna capiscano i nostri problemi; poi però, in contemporanea, si smentisca con i fatti.

 “Gli è che”, come noto, la vicina ed ex amica Penisola ha denunciato gli svizzerotti ai funzionarietti di Bruxelles per presunta violazione dei fallimentari Accordi bilaterali. I punti contestati sono due. 1) Il moltiplicatore comunale che il gran consiglio ticinese ha deciso (già nel novembre 2014) di portare al 100% e 2) la questione dei casellari giudiziali.

 

Denuncia carta straccia

Già solo il fatto che l’Italia nei nostri confronti è inadempiente su tutto dovrebbe rendere evidente a chiunque che la sua denuncia è carta straccia. I primi ad accorgersi di tale evidenza dovrebbero essere proprio i 7 “turisti per caso” a Bellinzona. Ed invece cosa fanno i sedicenti paladini del Ticino? Naturalmente, davanti all’istanza italica, si schierano dalla parte della Penisola e rampognano il Ticino! Tutto questo mentre sfilano tronfi in una piazza governo praticamente vuota. Ciò che dovrebbe pur dare adito ad una qualche riflessione. Anche alle più dure cervici.

Lo ripetiamo per l’ennesima volta a titolo precauzionale: non si cede di un millimetro né sui casellari, né sul moltiplicatore dei frontalieri.

Lorenzo Quadri

 

 

Per volontà dei partiti $torici in Gran Consiglio. Proseguono le naturalizzazioni facili!

Ma guarda un po’. A maggioranza per 47 voti a 31 e 3 astenuti, il Gran Consiglio la scorsa settimana ha bocciato l’iniziativa parlamentare elaborata presentata dalla deputata leghista Amanda Rückert che mirava ad introdurre nella Legge sulla cittadinanza ticinese e sull’attinenza comunale (LCCit) il criterio del mantenimento autonomo e durevole quale presupposto per l’ottenimento della cittadinanza elvetica. In sostanza: niente naturalizzazione (per legge) a chi è in assistenza.

Nel Canton Berna questo sacrosanto principio è stato addirittura inserito, previa votazione popolare, nella Costituzione cantonale. La modifica costituzionale ha ottenuto la garanzia federale ad inizio maggio, assieme al divieto di burqa ticinese. E’ evidente che quello che fa il Canton Berna lo può fare anche il Ticino. Altro che blaterare di modifiche anticostituzionali, come ha fatto qualcuno in parlamento la scorsa settimana!

 

Gretti e razzisti?

Certo, i kompagni ro$$o-verdi non hanno mancato di mettersi a strillare scandalizzati contro la modifica bernese. Per loro, il passaporto svizzero va concesso a chiunque lo chieda, senza se né ma. Già il solo fatto che venga richiesto – questa l’allucinante teoria – dimostra che il candidato è sufficientemente integrato.

L’obbiettivo di una simile “strategia” (?) è duplice. Da un lato svilire il passaporto svizzero, e con esso la Svizzera e suoi simboli. Gli svizzeri “gretti e razzisti” devono aprirsi! Dall’altro abbellire le statistiche degli stranieri. Eh già. In Svizzera abbiamo il 25% di stranieri. E’ notizia dei giorni scorsi. Ciò significa che un abitante su quattro non ha il passaporto rosso. E’ stata polverizzata, da tanti anni ormai, quella soglia del 20% che secondo l’iniziativa Schwarzenbach appariva come invalicabile. La Svizzera è il paese che in percentuale accoglie più immigrati, ma anche asilanti. Mentre il Ticino è uno dei Cantoni che naturalizza di più.

Però noi – sempre e solo noi – “dobbiamo aprirci”.

 

Esigenza di equità

Diventare svizzeri significa da un lato ottenere il diritto di voto, dall’altro avere la certezza di non-espulsione dal paese, qualsiasi cosa accada. Visto che avere il passaporto svizzero qualcosa ancora “vale”, è evidente che la sua concessione non può essere fatta alla leggera. E l’autonomia finanziaria è sicuramente un criterio di cui bisogna tenere conto. Prima di tutto, sarebbe il colmo se si premiasse lo straniero a carico del sociale con il passaporto rosso. Stabilire che il mantenimento autonomo e durevole è un requisito indispensabile per diventare cittadini svizzeri risponde ad un’evidente esigenza di equità. Inoltre funge da deterrente all’immigrazione nello Stato sociale.  Un ambito in cui il lavoro da fare di sicuro non manca.  In questo senso va di pari passo con il ritiro dei permessi B a chi va in assistenza.

 

Doppio passaporto

Quando si parla di naturalizzazione non si può non parlare di doppi passaporti. Non ci si venga a raccontare la storiella del legame affettivo con il paese d’origine. Un legame, se affettivo, non ha bisogno, per definizione, del pezzo di carta. Il doppio passaporto viene mantenuto per ragioni molto pratiche: estrarre ora l’uno, ora l’altro documento a seconda della convenienza. E allora non è corretto che il naturalizzato si trovi avvantaggiato rispetto allo svizzero di nascita. Inaccettabile è poi il doppio passaporto dei politici. Proprio i politikamente korretti, quelli che vedono conflitti d’interesse ovunque (ma solo quando si tratta degli altri) non solo rifiutano di vedere quello tra due nazionalità, ma addirittura lo magnificano. Ennesima dimostrazione di morale a senso unico. Chi ambisce a gestire la cosa pubblica svizzera deve pur essere in grado di fare una chiara scelta di campo tra il paese che afferma di voler servire ed un altro.

Lorenzo Quadri

La presa per i fondelli è sempre più evidente!

Fiscalità dei frontalieri: la vicina Penisola non ha alcuna intenzione di aumentarla

Ma guarda un po’, sulla stampa d’Oltreconfine prende piede la questione del moltiplicatore comunale d’imposta dei frontalieri. Di recente ne hanno parlato le principali testate.

Nel novembre 2014 il Gran Consiglio ticinese decise, con solida maggioranza, di portare il moltiplicatore comunale d’imposta per i frontalieri dal 78 al 100%.  La modifica permette al Ticino di incassare  20 milioni di Fr in più all’anno. 8 vengono ristornati all’Italia, mentre la restante dozzina ci rimane “attaccata là”: circa 8 milioni ai Comuni e circa 4 al Cantone.

Aumento antidumping

L’aumento del moltiplicatore dei frontalieri serve a noi in funzione antidumping. Un problema, quello del dumping salariale, che ha raggiunto in Ticino livelli allarmanti. Al punto che neppure i produttori seriali di rapporti taroccati della SECO riescono più a scoparlo sotto il tappeto. Hanno infatti dovuto ammettere che il problema esiste, aggiungendo però subito, tanto per non smentirsi, che “non è grave”. E ti pareva!

Ma soprattutto, l’aumento del moltiplicatore dei frontalieri è previsto nei famosi accordi con l’Italia. Quelli che, secondo la ministra del 5% ed il suo tirapiedi De Watteville, erano “ad un passo dalla conclusione” nel giugno 2014. Adesso, ad un anno di distanza, non solo la conclusione non è arrivata, ma si allontana. Perché la vicina Penisola fa melina.

I conti non tornano

In Italia un frontaliere che guadagna 50mila euro netti paga meno imposte di un pensionato da 1000 euro al mese. La disparità di trattamento e flagrante. Tuttavia la vicina Penisola ha avuto la tolla di denunciare il Ticino ai funzionarietti di Bruxelles (uhhhh, che pagüüüüraaaa!) per l’aumento del moltiplicatore comunale di cui sopra. L’accusa: discriminazione.

I conti non tornano. L’aumento in questione è stato deciso oltre sette mesi fa. Perché la denuncia arriva solo adesso? Forse perché adesso l’Italia cerca scuse per non concludere i famosi accordi con la Svizzera?  Da notare la tempistica: la denuncia è stata presentata prima che scadesse la data del versamento dei ristorni dei frontalieri, ossia fine giugno. E’ evidente che essa sarebbe stata un motivo più che sufficiente per il Ticino per bloccare il versamento. Un motivo che sarebbe andato ad aggiungersi a svariati altri, e non stiamo qui a fare l’elenco per l’ennesima volta. Come si spiega questa scelta da parte dell’Italia? Nel Belpaese partono già dal presupposto che gli svizzerotti pagano senza fare un cip, qualsiasi cosa accada?

Tolla “no limits”

La denuncia italiana dimostra una “lamiera” davvero invidiabile. L’Italia accusa il Ticino davanti ai funzionarietti di Bruxelles di presunta discriminazione dei frontalieri.  Poi però è la prima che discrimina gli italiani non frontalieri che lavorano in patria.

Ma la denuncia dimostra anche quanto sia sensibile il tema della fiscalità dei frontalieri. Gli accordi con la Svizzera prevedrebbero un aumento delle tasse a loro carico fino a parificazione con i restanti contribuenti italiani. E’ una prospettiva realistica?

Qui viene il bello, o il brutto. Proprio da chi si lancia a spada tratta in denuncie nei confronti del Ticino a difesa di improponibili privilegi dei frontalieri, ci si attende la cancellazione di questi privilegi tramite aumenti d’imposta in funzione antidumping? E perché, poi? Perché lo chiedono gli svizzerotti? E’ evidente che qualcuno sta cullando assurde illusioni.

 Ficchiamocelo bene in testa: l’Italia non rinuncerà assolutamente a nulla. E allora, perché mai dovremmo calare le braghe in attesa di accordi “vantaggiosi” che mai ci saranno? Nei confronti della vicina Penisola non c’è alternativa alla linea dura. Prima ce ne rendiamo conto e ci comportiamo di conseguenza, meno (ulteriori) fregature prendiamo.

Lorenzo Quadri

Lugano: un ente autonomo di diritto comunale per le attività sociali Una scelta orientata al futuro

Nelle scorse settimane si è sentito parlare, spesso in modo distorto, dell’ente autonomo comunale per la gestione dagli Istituti sociali della città Lugano. Il Municipio ha di recente licenziato il messaggio all’indirizzo del Consiglio comunale per la costituzione dell’ente.

La prima cosa da dire è che, contrariamente a quanto qualcuno ha tentato di far credere, non si tratta affatto di una privatizzazione. L’ente autonomo comunale è un ente pubblico. E’ la forma di ente pubblico più vicina al comune.

La “città nella città”

Gli attuali Istituti sociali comunali (ISC) con i loro 640 dipendenti, 15 supplenti, e 75 tra apprendisti, praticanti, AUP, eccetera, costituiscono il più grosso dicastero dell’amministrazione cittadina. Una sorta di “città nella città”, destinata a crescere ancora. Pensiamo, ad esempio, alla futura casa anziani e centro polifunzionale di Pregassona, il cui cantiere inizierà l’anno prossimo. Un’opera che, una volta “a tetto”, porterà i letti per anziani della città di Lugano a 717 ed aggiungerà 20 posti ai nidi cittadini. Un altro progetto in corso d’opera è l’istituto per anziani in “tandem” con Canobbio.

Gli ISC sono dunque una sorta di città nella città. Però svolgono dei compiti ben diversi da quelli classici di una pubblica amministrazione: non c’è sicuramente bisogno di spiegare la differenza tra un impiegato di cancelleria ed un assistente di cura.

Una struttura adeguata

Gli Istituti sociali, per poter svolgere al meglio i propri compiti specifici, necessitano di una struttura adeguata. Una struttura che garantisca la necessaria flessibilità e rapidità di reazione; che faciliti l’innovazione e la realizzazione di nuovi progetti; che sia consona alle esigenze di un settore per cui l’aggiornamento continuo è un “must”; che agevoli e semplifichi le sinergie e le collaborazioni con enti esterni.

D’altro canto, l’attuale “megadicastero” degli Istituti sociali – che come detto nel prossimo futuro crescerà ancora – rischia di diventare difficilmente gestibile per la stessa amministrazione comunale, in difficoltà nel tenerne il passo. Non è certo una stranezza, né una novità, che delle strutture sociosanitarie pubbliche siano collocate al di fuori dell’amministrazione comunale (o cantonale): pensiamo all’Ente ospedaliero cantonale. O a quanto accade nelle altre maggiori città svizzere. Un qualche motivo dovrà pur esserci…

I limiti del dicastero

Le dimensioni e le particolarità degli ISC evidenziano i limiti del dicastero municipale. Chiamano una forma gestionale più autonoma, più adatta. Una forma orientata al futuro. Il Municipio intende però mantenere il controllo strategico su questo importante settore d’attività. Il sociale è, infatti, a diretto contatto con i cittadini più “deboli”: deve rispondere a bisogni fondamentali, spesso in tempo reale. E, come detto, conta oltre seicento dipendenti. I diritti di utenti e dipendenti vanno garantiti. Nessuno si sogna, dunque, di lasciare la socialità luganese in balia “di venti e maree”. Peraltro non sarebbe possibile nemmeno volendo.

La costituzione dell’ente autonomo non è una mossa voluta per risparmiare sulla pelle di chi lavora e/o di chi necessita d’aiuto. Si tratta, invece, di dare un vestito più adatto ad una struttura che funziona; e di scegliere quello più idoneo, sia per le attività degli ISC che per l’amministrazione comunale. Non è un’improvvisazione. E’ frutto di approfondimenti trasversali e nasce da una riflessione che viene da lontano.

Diritti garantiti

Il settore sociosanitario è regolato da leggi federali e cantonali, cui si aggiungono i contratti di prestazione con il Cantone. Tutto ciò verrà, evidentemente, ripreso dal nuovo Ente. Il controllo del Comune sarà garantito dalla Convezione e dal mandato di prestazione. Questi documenti, in cui il municipio assegnerà i compiti, dovranno essere approvati dal Consiglio comunale; esso approverà anche i consuntivi dell’Ente. Il presidente del CdA– che si immagina a 5 membri – sarà il municipale capodicastero di riferimento. Gli immobili rimarranno di proprietà del Comune. I dipendenti degli ISC diventeranno dipendenti del nuovo Ente, tuttavia a loro si applicherà ancora il ROD e le regole sul carovita che valgono per la città. La Cassa pensioni rimarrà quella dei dipendenti della città di Lugano.

Ma quale “privatizzazione”?

In conclusione, dunque, il nuovo ente serve a dare al settore della socialità luganese una struttura più flessibile, efficiente e più adatta ai tempi. Né gli utenti né i dipendenti hanno alcunché da temere. In particolare non le perniciose conseguenze di una “privatizzazione”: infatti, la costituzione dell’ente autonomo di diritto comunale non ha nulla a che vedere con una privatizzazione. Certo, qualcuno ha tentato di farlo credere. Ma lo ha fatto in totale malafede, per la propria campagna elettorale e sindacale. Non certo nell’interesse dei dipendenti, dell’utenza e della cittadinanza. Niente di nuovo sotto il sole. Il vecchio proverbio “in temp da guera, püsee ball che tèra” è sempre attuale.

Lorenzo Quadri

Capodicastero ISC

Modifica della legge sulle commesse pubbliche, i leghisti lo dimostrano. Difendere l’economia ticinese “sa pò”

Il CdS ha approvato di recente la clausola nazionale per le commesse pubbliche assegnate in Ticino di valore inferiore a  8.7 milioni di Fr per le commesse edili, e a 350mila Fr per le forniture. Quando la clausola sarà in vigore, l’aggiudicazione di commesse inferiori al valore soglia da parte del Cantone, dei Comuni e degli enti pubblici locali sarà esclusivamente a favore di ditte con sede o domicilio in Svizzera. Sarà inoltre vietato il subappalto.

Clausola nazionale

Le commesse sotto il valore soglia, spiega il Cantone, sono circa il 90% del totale, per un ammontare annuo vicino al miliardo. E’ dunque evidente la grande importanza di questa modifica per l’economia locale. Una modifica di stampo “protezionistico”? Il protezionismo è proprio quello che serve in questo Cantone devastato dalla libera circolazione delle persone.

Il prossimo passo sarà fare in modo che, nell’assegnazione degli appalti pubblici, si possa tenere conto anche della presenza di frontalieri tra i dipendenti delle aziende concorrenti. Meno ce ne sono, più il punteggio sale.

Aspettiamo gli strilli

Aspettiamo di udire, come cartina di tornasole, lo starnazzare degli amici d’Oltreconfine all’apprendere della novella. Ricordiamo le inaudite fregnacce che sono piovute dall’Italia sul cosiddetto “logo di Claro”, con tanto di paragoni con le leggi razziali del fascismo. Leggi fatte dall’Italia, mica dalla Svizzera.

Come nel caso della richiesta dell’estratto del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti per chi aspira ad un permesso B o G introdotta da Norman Gobbi, ancora una volta un ministro leghista, in questo caso Zali, infrange il muro dei “sa po’ mia”.

E il DFE?

Chissà come mai la modifica della legge sulle commesse pubbliche non è stata presentata dal DFE? Forse perché la precedente direttrice trovava più comodo – e più politikamente korretto – ripetere il mantra del “margine di manovra nullo”?

Queste iniziative dei due ministri leghisti fanno apparire con ancora maggiore evidenza come il PLR del “Buongoverno”, in Consiglio di Stato, pur avendo la responsabilità del DFE, non abbia fatto nulla per difendere il mercato del lavoro ticinese. Ha partecipato con entusiasmo allo spalancamento di frontiere; ma davanti al disastro causato la risposta è, invariabilmente, “sa po’ mia”.

L’obiettivo più importante

La modifica della legge sulle commesse pubbliche appena approvata dal governo dimostra  che tutelare l’economia ticinese, e quindi il mercato del lavoro, è possibile. Certo: occorre far prova di inventiva. E non esiste la misura universale che risolve tutti i problemi in un colpo solo. Occorre prendere vari provvedimenti che, un po’ qua ed un po’ là, servono a tamponare la falle. Dalle misure antipadroncini alla clausola nazionale per le commesse pubbliche, tutto può essere utile.

 Senza però perdere di vista quello che deve essere l’obiettivo politico più importante del Ticino: l’applicazione rigorosa del voto del 9 febbraio, senza trucco né inganno. Per questo è prioritario che in ottobre il nostro Cantone mandi a Berna il numero più alto possibile di deputati intenzionati a perseguire questo obiettivo. E non certo rappresentanti del partito del “bisogna rivotare” (P$, PLR) o quelli che entrano nei gruppuscoli anti-9 febbraio.

Lorenzo Quadri

 

Il presidente nazionale liblab contro l’amnistia fiscale: Tavolo di sasso PLR-P$ anche a Berna?

Ma guarda un po’, il presidente nazionale PLR Philipp Müller dice njet all’amnistia generale.

Si moltiplicano dunque le prese di posizione dell’ex partitone allineate a quelle dei kompagni. Ricordiamo al proposito l’ultima sortita sempre di Müller, il quale se ne è uscito a dire, tranquillo e beato, che bisogna rivotare sul 9 febbraio.

E’ quindi evidente che, anche e soprattutto in Ticino, quanti alle prossime elezioni federali voteranno PLR daranno la propria scheda a chi vuole cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio. Ricordiamoci che il ministro degli esteri PLR Didier Burkhaltèèèr è quello del “dobbiamo aprirci all’UE”. Il ministro dell’economia PLR Schneider Ammann è invece quello che ha congelato (ovvero silurato) il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone.

Dal 1969

Tornando all’amnistia generale. Essa è una richiesta  anche ticinese. L’ultima risale al 1969. Dare una volta ogni 50 anni la possibilità di mettersi in regola, pagando comunque un prezzo, a chi ha dei capitali non dichiarati non può essere certo considerato un incoraggiamento all’evasione. In Svizzera il contribuente di amnistie ne vede, se va bene, una nella vita. Diversamente, tanto per fare un esempio, dagli scudi fiscali italici, che sono seriali.

L’obiettivo dell’amnistia è quello di re-immettere in circolazione capitali che altrimenti rimarrebbero bloccati sui conti non dichiarati. In questo modo si favorisce l’economia e si incrementa pure il substrato fiscale.

In Ticino

Il popolo ticinese aveva approvato l’amnistia fiscale in votazione popolare. I kompagni, che come al solito rispettano la volontà dei cittadini solo nelle occasioni, sempre più rare, in cui ottengono ragione, si sono subito mesi a strillare al “regalo ai ladri” e sono andati a lagnarsi al Tribunale federale. Sicché l’amnistia cantonale è saltata. Adesso a Berna il presidente liblab si schiera contro l’amnistia federale invocando più o meno gli stessi argomenti della $inistra. Si ricalca, dunque, quanto accaduto sul 9 febbraio. Conclusione logica: non solo in Ticino, ma anche a livello federale si concretizza  il “tavolo di sasso” tra PLR e P$.

Il motivo per diffidare

C’è un solo motivo per diffidare dell’amnistia federale ed è che la ministra del 5% Widmer Schlumpf si sarebbe detta favorevole. Ora, è noto che costei – una vera catastrofe per la Svizzera, ed in particolare per il Ticino – dopo aver svenduto senza contropartita il segreto bancario dei clienti stranieri delle banche svizzere, vorrebbe cancellare il segreto bancario anche per i cittadini elvetici. Ha tentato di far approvare lo scempio dal Consiglio federale – dopo che, poche settimane prima, aveva pubblicamente dichiarato che il segreto bancario per gli svizzeri “non è in discussione” – ma è stata mazzuolata. Giustamente.

E’ chiaro dunque che la ministra del 5% sostiene l’amnistia in vista dello smantellamento del segreto bancario anche per gli svizzeri. Naturalmente non lo dice, trattandosi di personaggio infido e bugiardo. Il ragionamento è semplice: la possibilità di mettersi in regola è il pedaggio da pagare per la rottamazione totale della privacy bancaria, bramata dalla Consigliera federale non eletta e dai suoi burattinai di $inistra.

Attenzione però: c’è di mezzo un’iniziativa popolare, sulla quale i cittadini elvetici dovranno esprimersi. L’iniziativa vuole appunto tutelare la privacy bancaria.

Via d’uscita?

E’ evidente una cosa: l’amnistia fiscale non deve diventare il cavallo di Troia di per la fine del segreto bancario anche per i cittadini svizzeri.

Ma non è così difficile trovare una via d’uscita. Se il popolo accetterà l’iniziativa a tutela della privacy, almeno il “nostro” segreto bancario sarà inserito nella Costituzione, ed i sogni di rottamazione integrale della Consigliera federale non eletta andranno in fumo. A quel punto si potrà fare l’amnistia. Prima di allora, però, ci sarà un altro appuntamento decisivo. A dicembre l’Assemblea federale dovrà rieleggere il Consiglio federale. Occorre dunque mandare a casa la ministra del 5%. Tutto dipenderà dall’atteggiamento del PPD. Questo partito, prima delle elezioni di ottobre, dovrà chiaramente dire a tutti i cittadini, ed in primis ai ticinesi, se sosterrà ancora Widmer Schlumpf!

Lorenzo Quadri

Consiglio federale in gita scolastica a Bellinzona il prossimo tre luglio: Basta con il marketing inutile, vogliamo concretezza!

Quindi, come annunciato la scorsa domenica, il Consiglio federale sarà in Ticino il prossimo tre luglio per l’annuale passeggiata scolastica.

A quanto pare l’allegra combriccola ha scoperto la strada per il sud delle Alpi. Dopo la visita dell’anno scorso a Lugano in pompa magna, adesso è il turno di Bellinzona. Non crediamo però che gli altri Cantoni saranno gelosi di tutta questa “attenzione”, che tale è solo di facciata. Grattando sotto la facciata, si trova l’operazione di marketing. Invece di occuparsi seriamente dei problemi del Ticino, i Consiglieri federali pensano di supplire, e di ammansire, apparendo in pubblico. Lo facevano anche i re di Francia nell’Ancien Régime.

Banalità allucinanti

La visita dello scorso anno a Lugano del Consiglio federale (quasi) in corpore si è distinta per i discorsi di una banalità allucinante: l’allora presidente della Confederazione Didier Burkhaltèèèr, PLR, quello del “dobbiamo aprirci all’UE”, parlò del sole e delle montagne.

Cosa ha lasciato quella visita di concreto? Di fatto, nulla. Ha segnato una svolta nei rapporti tra Berna ed il Ticino? Certamente no. E’ l’equivalente delle generiche dichiarazioni di “attenzione” nei confronti del nostro Cantone.

La conclusione è sempre la stessa. O i Consiglieri federali vengono in Ticino per prendere degli impegni concreti, oppure possono risparmiarsi la trasferta (a carico dei contribuenti). Degli incontri ludici, salametto e boccalino, non ce ne facciamo nulla.

Lavoro

E’ evidente, tutte le formazioni politiche l’hanno detto prima delle elezioni, che il problema principale del Ticino è il lavoro. E allora  non ci può stare assolutamente bene che il Consiglio federale colga tutte le occasioni per non fare un tubo a tutela del mercato del lavoro ticinese. L’ultima decisione clamorosa è quella di congelare (che in politichese significa affossare) il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone. E quindi? Questa decisione balorda, oltretutto presa con argomentazioni assurde (l’abbandono del tasso minimo di cambio con l’euro, che semmai sarebbe stato un motivo per accelerare il potenziamento, e non certo per affossarlo) ce la facciamo andare bene perché, come diceva qualcuno, “il margine di manovra è nullo e quindi” e quindi “sa po’ fa nagott”?

In occasione della scampagnata del 3 luglio il Consiglio di Stato dovrà mettere i 7 davanti alle loro responsabilità, e non far finta di niente per non guastare l’atmosfera.

Clandestini

Altra questione da affrontare con urgenza: la chiusura delle frontiere a seguito dell’emergenza clandestini. E’ una decisione che  nell’UE hanno ormai preso praticamente tutti. E noi, dopo 10 anni di fallimenti integrali, vogliamo rimanere l’unico paese con le porte spalancate, ottenendo l’unico risultato di far aumentare in modo esponenziale la pressione su di noi? E magari pensiamo anche di calare le braghe in maniera deleteria? Ad esempio accontentando dei finti rifugiati che non trovano dignitosa una sistemazione in una casa anziani dismessa, come accaduto a Ginevra? Così da far passare il messaggio che con gli svizzerotti basta puntare un po’ i piedi per ottenere tutto quello che si vuole?

La prima battaglia

E come la mettiamo con lo scandaloso disegno della ministra del 5% di riconoscere anche ai frontalieri le stesse deduzioni fiscali dei residenti, ciò che costituirebbe una perdita di entrate ed un aumento di burocrazia per il Ticino, oltre ad un’allucinante marchetta  ai frontalieri?

Ma, al di sopra di tutto, c’è la madre di tutte le battaglie: ossia la concretizzazione del voto espresso il 9 febbraio dal 70% dei ticinesi. Vogliamo finalmente fare sul serio o a Berna si continua a sognare di fare il lavaggio del cervello ai cittadini per convincerli  di aver votato sbagliato?

Questi sono temi che il 3 luglio andranno affrontati. Il governo ticinese dovrà pretenderlo. Non è più tempo di aperitivi e salamelecchi.

Lorenzo Quadri

La kompagna Simonetta Sommaruga ed il suo subito sotto Mario Gattiker non hanno capito da che parte sorge il sole. Casellario, non si retrocede di un millimetro!

Prosegue senza alcun limite né decenza la calata di braghe  bernese nei confronti dell’UE. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga ed il suo “subito sotto” segretario di Stato alla migrazione Mario Gattiker, chiedono al Ticino di rinunciare alla richiesta dell’estratto del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti prima del rilascio di nuovi permessi B e G.

Già il 9 giugno…

La sortita non è nuova. Già nell’incontro del 9 giugno con la deputazione ticinese alle Camere federali, la ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville avevano “tematizzato” la questione. Peccato che il ministro degli Esteri italiano abbia detto che la sacrosanta iniziativa del leghista Norman Gobbi “non è un problema”. Ci mancherebbe che lo fosse. E non è nemmeno chissà quale novità. Prima dell’entrata in vigore della devastante libera circolazione delle persone l’estratto del casellario giudiziale veniva ovviamente richiesto.

Servilismo bernese

Ma tu guarda questi sveltoni bernesi: nel loro servilismo compulsivo nei confronti dell’UE e soprattutto della vicina Penisola la quale, per quel che riguarda gli impegni presi con la Svizzera, è inadempiente su tutto (“tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente”) pretendono che il Ticino si metta a rilasciare permessi di dimora a cani e porci, senza conoscere il “curriculum” penale dei richiedenti. Ma stiamo scherzando? In gioco c’è la sicurezza pubblica del nostro Cantone. Ma per i sette scienziati basta che qualche funzionarietto di Bruxelles o qualche politicante della vicina Penisola faccia un cip che la sicurezza pubblica del Ticino diventa una questioncella marginale, immediatamente sacrificabile senza remore. Obbediamo, padroni!

Un pretesto

Interessante notare che il ministro degli Esteri italiano, che è poi l’unica persona competente a prendere posizione sul tema, ha detto che la richiesta dei casellari “non è un problema”. Di certo non mente. Infatti non è un problema; è un pretesto. Un pretesto per non arrivarne ad una con gli accordi con la Svizzera. Avendo ottenuto tutto quelle che le interessava nelle trattative (?) sullo smantellamento del segreto bancario senza contropartita, la vicina Penisola non ha alcuna intenzione di concedere alcunché. Lo abbiamo ben visto. La parte più interessante – o meglio, l’unica parte interessante – per il Ticino dei nuovi accordi sulla fiscalità dei frontalieri è l’adeguamento del loro livello di tassazione a quello dei lavoratori italiani che vivono in Italia. Adattamento sacrosanto, del resto. Al momento infatti i frontalieri sono avvantaggiati in modo clamoroso. Ciò che peggiora il dumping salariale e la sostituzione dei lavoratori ticinesi. Però l’adeguamento della fiscalità dei frontalieri, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, negli accordi in questione viene lasciato interamente nel campo della sovranità dell’Italia. La quale non si sogna di ottemperare.

Richieste surreali

Ecco dunque che, per non concludere accordi, la controparte va a caccia di pretesti: una volta il problema è il 9 febbraio, poi il moltiplicatore comunale applicato ai frontalieri, adesso la richiesta del casellario giudiziale. Poi sarà la volta delle nuvole e del bel tempo.

Nell’incontro del 9 giugno con la deputazione ticinese a Berna, il tirapiedi De Watteville pretendeva addirittura, e qui siamo a livelli surreali, che la deputazione ticinese convincesse (?) il Gran Consiglio ad annullare la decisione sul moltiplicatore cantonale ed il CdS a rinunciare alla richiesta dell’estratto del casellario giudiziale. Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole. Ovviamente la risposta, almeno quella della grande maggioranza, è stata picche.

Ambasciatore da lasciare a casa

Nella questione si è poi introdotto – aizzato da chi? – l’improponibile ambasciatore d’Italia a Berna, Cosimo Risi, che – riferisce il GdP di lunedì – in un incontro a Zurigo si sarebbe espresso in termini assai poco diplomatici contro il Ticino per la questione dei casellari. Contraddicendo, dunque, il suo capo, ovvero il Ministro degli Esteri, che ha detto ben altro. Da notare che alla deputazione ticinese il tirapiedi De Watteville ha parlato di conclusione di accordi entro l’estate, precisando che la stagione “finisce il 21 settembre”. Risi ha invece detto che dalle sue parti (meridione italiano) l’estate “dura fino ad ottobre”. Cosa deve ancora accadere prima che gli svizzerotti si rendano conto di essere sontuosamente presi per il lato B?

Non si cede!

E’ evidente che sulla questione casellari non si molla di un millimetro. La richiesta, introdotta come misure provvisoria, deve diventare definitiva. La sicurezza interna lo impone. Lorsignori di Berna lasciano il Ticino allo sbaraglio della devastante libera circolazione delle persone. Adesso non si lamentino se ci arrangiamo da soli!

Oltretutto è evidente che l’improponibile rinuncia alla richiesta dei casellari giudiziali non risolverebbe alcunché nelle trattative con la vicina Penisola. Via un pretesto per non concludere, ne troverebbe subito un altro. Quindi, avanti così! E il Mario Gattiker e la kompagna Simonetta si preoccupino piuttosto di chiudere le frontiere…

Lorenzo Quadri

Niente blocco dei ristorni: da Stato canaglia a Stato-coniglio: Hanno di nuovo calato le braghe

Come c’era da attendersi, a maggioranza il Consiglio di Stato ha deciso di versare i ristorni dei frontalieri all’Italia. Ulteriore dimostrazione che di leghisti in governo ce ne vorrebbero tre…

Una scelta definita dalla maggioranza governativa di “ragionevolezza e pragmatismo”. Tradotto in parole povere: una calata di braghe. A cui però qualcuno ha pensato di poter supplire con una lunga e arrampicata lettera al Consiglio federale. La missiva finirà nel capiente dimenticatoio bernese. L’esperienza dimostra che il Ticino viene considerato solo quando ha il coraggio di fare uno strappo.

Arriverà, certo, la rispostina di circostanza. A Bellinzona arriveranno anche, il tre luglio, i Consiglieri federali in gita scolastica: strafogandosi di salametti e Merlot ci racconteranno, con espressione contrita, quanto abbiano a cuore le difficoltà ed i problemi del Ticino. Poi, appena tornati Oltregottardo, faranno “reset”. Si dimenticheranno tutto. In fondo, per loro, i problemi ed i Cantoni che contano sono ben altri.

 

L’unico strumento efficace

Il blocco dei ristorni, vituperato dai partiti $torici in quanto proposto della Lega, è l’unico strumento di pressione efficace nei confronti sia di Berna che dell’Italia. Non per nulla lo scorso anno la ministra del 5% Widmer Schlumpf convocò la deputazione ticinese alle Camere federali con la richiesta di convincere il governo cantonale a versare i ristorni, in quanto le trattative con il Belpaese sarebbero state “ad un passo dalla conclusione”: al più tardi in primavera si sarebbero portati a casa “accordi vantaggiosi”. Campa cavallo.

Aggiunse pure, la ministra del 5%, che, se non si fosse giunti alla conclusione prima di quest’estate, non solo non si sarebbe opposta al blocco dei ristorni, ma avrebbe proposto lei stessa iniziative unilaterali da parte della Svizzera: a partire dalla denuncia dell’accordo del 1974.

Adesso abbiamo la dimostrazione che si trattava, ancora una volta, di panzane.

 

La scampagnata

La maggioranza del Consiglio di Stato ha rinunciato ad utilizzare l’unico strumento efficace di pressione a sua disposizione: il blocco dei ristorni. E’ evidente che, se si rinuncia a giocare le proprie carte, non si potrà che essere perdenti.  E pensare di cavare qualcosa dalla scampagnata ticinese del Consiglio federale agendata il prossimo tre luglio, dopo aver gettato nel water il proprio asso nella manica, è un’illusione. Speriamo che nessuno dei ministri ticinesi ci creda veramente. Ci sarebbe davvero di che preoccuparsi.  Non è stata accumulata sufficiente esperienza al proposito?

 

I pretesti

Interessante notare i contenuti della lettera mandata al Consiglio federale e che finirà ben presto nell’archivio rotondo (ossia il cestino della carta straccia).

1)       L’Italia non usa i ristorni per gli scopi indicati negli accordi.

2)        L’Italia è clamorosamente inadempiente sulla Stabio-Arcisate.

3)       L’Italia registra solo 3 migranti su 10, in violazione flagrante e sistematica degli accordi di Dublino.

4)        I ristorni sono un pizzo all’Italia in cambio del riconoscimento del segreto bancario. Ma adesso il segreto bancario è andato a ramengo. Da notare (aggiunta nostra) che il Belpaese è partito all’assalto del segreto bancario svizzero contravvenendo ai termini dell’accordo sui ristorni. Ma gli svizzerotti fessi, invece di denunciare l’accordo, hanno continuato a pagare.

Ma guarda un po’! Questi quattro argomenti ci suonano assai familiari. Infatti, li abbiamo ripetuti innumerevoli volte su queste colonne. Ma, secondo l’allora direttrice del DFE Laura Sadis, non era vero niente. Adesso invece confluiscono nelle lettere del Consiglio di Stato al CF. Allora, chi è che raccontava balle?

Da notare che l’elenco di 4 punti di cui sopra è tutt’altro che esaustivo. Aggiungiamo, ad esempio, che Roma ha denunciato (che pagüüüüraaaa!) il Ticino ai funzionarietti di Bruxelles per l’aumento al 100% del moltiplicatore comunale per i frontalieri.

 

Excusatio

La missiva del CdS sembra inoltre un’excusatio nei confronti dei ticinesi. Un’excusatio per non aver fatto l’unica cosa che si sarebbe dovuta fare: ossia tornare a bloccare i ristorni. Si ottiene però il risultato contrario. Lo stesso governo ammette: gli elementi per non inviare oltreconfine i 60 e rotti milioni c’erano tutti. Però non l’abbiamo fatto. Bravi!

 

Stato-coniglio

L’agitazione che ha preceduto la  fatidica data del versamento dei ristorni (con tanto di nuove richieste alla deputazione ticinese da parte della ministra del 5% e del suo tirapiedi De Watteville e le esternazioni sul Ticino dell’improponibile ambasciatore d’Italia Cosimo Risi) ha ampiamente confermato l’efficacia dello strumento del blocco. Adesso conferma che la maggioranza governativa ha perso il treno. Lo ha lasciato partire di proposito.

Grazie al PLR, al PPD ed al P$, ed ai loro rappresentanti governativi, i nostri interlocutori sia a Berna che a Roma sanno di non avere a che fare con uno Stato canaglia, ma con un ubbidiente Stato-coniglio.

Lorenzo Quadri

 

 

“Vogliamo le frontiere spalancate”

La Conferenza cantonale del P$ rimette il campanile, pardon minareto, al centro del villaggio

Smentita ufficialmente, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, l’improvvisa “conversione” all’euroscetticismo. Era una semplice tentativo di raggirare gli elettori

 

Tanto tuonò che non piovve. La Conferenza cantonale del P$ (evidentemente a sinistra il numero di gremi è inversamente proporzionale a quello dei voti raccolti) ha tranquillizzato tutti. Il Partito $ocialista ticinese resta un partito europeista, spalancatore di frontiere, fautore della devastante libera circolazione delle persone.

La rassicurante comunicazione è giunta dalla Conferenza cantonale del partito, consumatasi domenica in una sala semideserta del Liceo Lugano 2 a Savosa.

 

Non c’erano dubbi

Non che ci fossero dubbi sul fatto che il P$ fosse un partito spalancatore di frontiere. Per anni ha accusato gli oppositori di un simile sfacelo di populismo, razzismo e pure fascismo (tanto per non farsi mancare niente). Per non parlare della velenosa campagna contro il 9 febbraio. O degli squallidi tentativi di sabotare il “maledetto voto”. O ancora delle allocuzioni ufficiali del primo agosto (altro che posizione personale!) in cui l’allora presidente del governo ticinese Bertoli prendeva a pesci in faccia il 70% dei suoi concittadini dichiarando che “bisogna rivotare”. E come la mettiamo con la partecipazione “di massa” a comitati finanziati dal miliardario residente negli USA (dove paga le tasse costui, se le paga?) che hanno l’obiettivo di cancellare la macchia dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” da un curricolo elvetico finora contraddistinto da incondizionata e servile sottomissione ai funzionarietti di Bruxelles?

 

Razzisti e fascisti

I kompagni hanno pure organizzato manifestazioni contro la Lega ed il Mattino, ampiamente pubblicizzate e pompate dalla televisione di servizio. Invano, visto che poi le operazioni si sono sempre risolte in clamorosi flop. Il pretesto politikamente korretto del “Mattino maleducato” è una patetica foglia di fico. Di quelle che fanno ridere i polli. Le pubblicazioni di $inistra fanno larghissimo uso di attacchi personali calunniosi, volgari e razzisti contro gli avversari (specie se leghisti). Non  disdegnano neppure gli insulti ai morti. E i moralisti a senso unico non fanno un cip. Lo hanno capito anche i paracarri: non è una questione di linguaggio. La $inistra vuole denigrare l’antieuropeismo in quanto tale, facendolo diventare automaticamente “razzista e fascista”. Ovvero: o sei d’accordo di spalancare le frontiere, o sei spregevole per definizione. Un atteggiamento ben dimostrato dall’ultimo deplorevole comunicato P$: uno sproloquio che accusa i Ticinesi di essere “gretti” perché vogliono chiudere le frontiere per frenare l’invasione di clandestini – come peraltro sta facendo anche la Francia con un governo, ohibò, di $inistra.

 

Tempi sospetti

E’ evidente che questa linea, portata avanti per anni, non poteva certo cambiare dalla sera alla mattina. E per di più in tempi estremamente sospetti: dopo una trombatura elettorale (19 aprile) e in vista delle elezioni federali di ottobre.

Far credere, come sperava  qualcuno, che il P$ si fosse rifatto una verginità virando “improvvisamente” verso l’euroscetticismo è solo una mossa di propaganda elettorale. E non avrebbe potuto essere più goffa. Per rinfrescare la memoria a chi se lo fosse dimenticato, vale la pena ricordare che nel programma del P$  figurano l’adesione all’Unione europea, l’abolizione dell’esercito ed anche il “superamento del capitalismo”.  L’ultimo punto  è davvero da barzelletta. Basti pensare all’alta concentrazione di milionari “ottimizzatori fiscali” – fossero di destra sarebbero “ladri” – che si trova tra gli alti papaveri $ocialisti.

 

Chiarito per direttissima

Che il P$ non fosse diventato euroscettico o contrario alla libera circolazione delle persone era, come detto, evidente. Ringraziamo tuttavia la conferenza cantonale $ocialista tenutasi la scorsa domenica per averlo chiarito in prima persona. Il partito vuole le frontiere spalancate. Il partito vuole la devastante libera circolazione delle persone. E non ci si venga a raccontare la storiella delle misure accompagnatorie. Abbiamo visto che fine fanno: affossate dal Consiglio federale (e non ci risulta che i due kompagni ivi sedenti si siano tirati giù la pelle di dosso per impedirlo). Ed inoltre queste misure rappresentano dei piccoli rattoppi. Non certo la soluzione allo sfacelo di un mercato del lavoro devastato dalla libera circolazione delle persone. Devastato al punto che pare essersene accorta perfino la SECO nel suo ultimo rapporto; ed è tutto dire.

 

Le utopie

Il P$ vuole dunque le frontiere spalancate. Di conseguenza, esternazioni in senso contrario di taluni suoi esponenti erano e sono semplici fanfaronate elettorali. In altre parole: un tentativo di turlupinare i ticinesi. Tentativo abortito.

E perché il P$ vuole le frontiere spalancate? Illuminante al proposito la dichiarazione, sempre alla conferenza cantonale di domenica a Savosa, del kompagno già Consigliere di Stato Pietro Martinelli: “L’Europa è l’ultima delle nostre utopie”. Ah beh. Ognuno ha le utopie che si merita. Ma aspettarsi di sacrificare il mercato del lavoro dei ticinesi, oltre che la loro sicurezza, a simili “utopie” senza venire poi sistematicamente asfaltati dalle urne, questo sì che è “utopico”.

Lorenzo Quadri