Il finto rifugiato avvelenatore rimane beato in Svizzera!

TF: ennesima sentenza buonista-coglionista a beneficio di un criminale straniero

 

Evvai con le sentenze buoniste-coglioniste del Tribunale federale a beneficio dei criminali stranieri, che possono rimanere tutti in Svizzera! Ci rimangono a delinquere e, nel contempo, a farsi mantenere dagli svizzerotti fessi!

E’ il massimo: il solito sfigato contribuente è costretto dall’élite spalancatrice di frontiere a mantenere tutta la foffa. E poi la stessa élite – partitocrazia, stampa di regime (a partire dall’emittente di Stato), intellettualini da tre e una cicca,… – senza vergogna accusa i cittadini svizzeri di essere “razzisti, chiusi, gretti”.

Il caso di questa volta è particolarmente grave. Il delinquente straniero in questione è un finto rifugiato afghano di 28 anni, arrivato in Svizzera da bambino e che ha cominciato a delinquere quando di anni ne aveva 15. E non si è trattato di un inciampo isolato. Fin dall’adolescenza questo finto rifugiato infrange la legge in modo grave. E’ un criminale incallito ed evidentemente incorreggibile.

5 anni di prigione

Di condanne ne ha infatti cumulate nove, facendosi in totale cinque anni di prigione. E, con la nostra giustizia lassista (come sappiamo è inflessibile solo con gli automobilisti incappati nel bidone Via Sicura), per farti cinque anni di galera, soprattutto sei giovane, devi già averne combinate di belle grosse!

Ed infatti la fedina penale del migrante afghano sembra l’elenco del telefono:

  • Rapina
  • Furto
  • Vie di fatto
  • Violazioni di domicilio
  • Danneggiamenti
  • E addirittura “lesioni personali semplici con l’uso di veleno”!

A ciò si aggiunge che anche nelle nostre lussuose carceri stellate finanziate dal contribuente (effetto dissuasivo: pari allo zero, soprattutto per chi arriva da  realtà “un po’” diverse dalla nostra) il comportamento dell’asilante emulo dei Borgia è stato tutt’altro che esemplare: infatti si è reso colpevole di episodi di violenza nei confronti di altri detenuti (presumibilmente anche loro “non patrizi”;  basti pensare che all’Hotel Stampa gli “ospiti” stranieri arrivano fino all’80%).

Lo ospitano i burocrati?

Adesso, accade che al “Borgia” afghano è finalmente stato revocato il permesso di domicilio. Già nel 2010 e nel 2014 il servizio della migrazione friborghese (Cantone che ha l’onore ed il piacere di ospitare una simile “risorsa da integrare, che pagherà le pensioni agli svizzeri”) aveva chiesto alla SEM (Segreteria di Stato della migrazione, organo della Confederella) di revocare al galantuomo lo statuto di rifugiato. Alla buon’ora, si potrebbe dire. Ma i burocrati della SEM hanno risposto entrambe le volte picche! Evviva! Il finto rifugiato e criminale incallito, lo ospitano a casa loro questi funzionari con i piedi al caldo?

Il Cantone ha dunque deciso di revocare il permesso di domicilio, intimando all’afghano di lasciare la Svizzera. Decisione confermata dal Tribunale amministrativo cantonale (che presumibilmente non è un covo di beceri leghisti, populisti e razzisti).

Irrompe il TF

Tutto è bene quel che finisce bene? Col piffero, perché sulla vicenda, e ti pareva, irrompono i legulei del Tribunale federale. Irrompono, evidentemente, non di propria iniziativa, ma perché il finto rifugiato avvelenatore ha presentato ricorso. Da notare che gli avvocati glieli paga il contribuente!

E gli azzeccagarbugli del TF, come c’era da temere, se ne escono con l’ennesima sentenza buonista-coglionista a tutto beneficio del delinquente straniero. L’Alta corte ammette che il ricorrente “ha dimostrato una totale incapacità ad adattarsi al sistema giuridico svizzero”. Però gli svizzerotti lo devono accogliere e mantenere lo stesso! Infatti, secondo il TF, la decisione dell’autorità cantonale non rispetta il principio di proporzionalità. E questo perché, qualora il 28enne dovesse tornare in Afghanistan, faticherebbe a reintegrarsi e sarebbe esporto al rischio di tortura (?). “La decisione cantonale ha dunque violato l’art. 96 della Legge sugli stranieri e l’art. 65 della Legge sull’asilo”, conclude il TF.

I conti non tornano

Ohibò. Sinceramente, delle difficoltà di reintegrazione che l’avvelenatore straniero incontrerebbe al suo paese d’origine non ce ne potrebbe fregare di meno. E chi lo dice che sarebbe esposto al rischio di tortura? E’ stata commissionata una perizia segretissima al Gigi di Viganello?

Qui i conti non tornano. Se al Tribunale amministrativo cantonale hanno deciso per l’espulsione, vuol dire che anche questa ipotesi era giuridicamente sostenibile. A meno che si voglia sostenere che i giudici cantonali non capiscano un tubo di diritto… O vuoi vedere che al TF (nominato dalla casta) hanno per l’ennesima volta utilizzato il loro margine di manovra per praticare la politica del “devono entrare tutti” e tenere in Svizzera tutti i delinquenti stranieri, impipandosene delle decisioni popolari in senso contrario?

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

E noi dovremmo concedere la libera circolazione alla Turchia?

Ankara torna alla carica con l’adesione all’UE; e non è uno scherzo di Carnevale

 

Un paio di settimane fa il presidente (sempre che sia  questa  la definizione adatta) turco Erdogan si è recato in quel di Roma. Il “sultano”, come se “niente fudesse”, ha riportato sul tavolo la questione, che dovrebbe essere morta e sepolta, dell’adesione della Turchia all’Unione europea. E, già che c’era, si è pure messo a blaterare di “xenofobia”: evidentemente ha capito che, con certi occidentali calabraghe – a Berna e non solo – basta pronunciare questa parolina magica affinché le frontiere si spalanchino.

Nemico storico

La Turchia di Erdogan, che si è involuta a ritmo accelerato verso il radicalismo islamico ed il regime autoritario, è quanto di meno europeo ed eurocompatibile si possa immaginare. E non certo da oggi. Da secoli la Turchia è un nemico storico dell’Europa e del Cristianesimo. Vedi le varie battaglie di Lepanto e di Vienna. La sconfitta dei turchi alle porte della capitale imperiale diede origine, secondo le leggende culinarie, al Croissant (ripreso dalla mezzaluna islamica) e al cappuccino. Ma in precedenza anche un altro personaggio cristiano (ortodosso), che in questi giorni di Carnevale è stato ampiamente protagonista, acquisì fama per le battaglie contro l’avanzata islamica. Vlad III, voivoda (=principe) di Valacchia, meglio noto come Vlad Dracula, e poi solo come Dracula, morì alla fine del 1476 combattendo contro i turchi per difendere il proprio principato, oggi confluito nella Romania. (Quattro secoli dopo, il romanzo di Bram Stoker consegnò Dracula a fama “immortale”  – è il caso di dirlo –  aggiungendo il vampirismo alla lunga lista di nefandezze di cui il principe venne accusato in vita, accuse che conobbero larga diffiusione grazie all’invenzione della stampa a metà del Quattrocento. I pamphlet tedeschi contro Vlad sono probabilmente il primo esempio di campagna diffamatoria a mezzo stampa. Grazie a questi fascicoli, l’Europa poté apprendere con sadica libidine il dettaglio delle presunte atrocità commesse dal regnante valacco. Stoker quattro secoli dopo aggiunse alla lunga lista di addebiti anche il vampirismo: uno dei pochi crimini di cui mai Vlad venne accusato prima, malgrado nella sua terra la credenza in queste creature fosse ben radicata. Questo per una contraddizione in termini: secondo le simpatiche usanze del tempo, dopo la sua morte in battaglia la testa tagliata del voivoda venne portata al sultano turco come trofeo, ed esposta a Costantinopoli. Ma tagliare la testa ad un cadavere, assieme al notorio paletto di frassino conficcato nel cuore, era uno dei modi per distruggere un vampiro, rispettivamente per impedire che un morto lo diventasse. Di conseguenza, per il “buon” Vlad, una “carriera” vampiresca era esclusa a priori).

Finanziano la diffusione dell’integralismo

Tornando ai tempi nostri ed alla Turchia attuale. E’ forse il caso di ricordare che proprio da lì arrivano i finanziamenti a centri culturali islamici e a moschee che diffondono il radicalismo alle nostre latitudini. Ed è infatti per questo motivo che chi scrive ha proposto tramite mozione di impedire i finanziamenti esteri a tali organizzazioni. La mozione è stata approvata dalla maggioranza del Consiglio nazionale, contro la volontà del Consiglio federale e della ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga; gli Stati si devono ancora esprimere.

Aggiungiamo poi che l’autorità religiosa turca ad inizio anno ha sdoganato  le spose bambine di 9 anni, e siamo a posto! Pretendere che un paese del genere – che come detto è stato per secoli il nemico storico dell’Europa – entri nell’UE, può essere solo uno scherzo di Carnevale.

Braghe calate

E’ quindi scandaloso che i funzionarietti di Bruxelles, così bravi nel discriminare e ricattare gli svizzerotti fessi, non siano stati capaci di dire a Erdogan che di far entrare la Turchia nell’UE non se ne parla nemmeno. Né ora, né mai.

Intanto, Bruxelles ha calato le braghe davanti alla Turchia già nel 2016. Ha infatti accordato i visti agevolati ai cittadini turchi per lo spazio Schengen, malgrado i requisiti per la concessione di simili agevolazioni non fossero nemmeno lontanamente adempiuti.  Questo dopo che Ankara aveva minacciato, in caso di diniego, di lasciar passare tutti i finti rifugiati diretti ad ovest. Visto che anche la Svizzera fa parte dello spazio Schengen, le capitolazioni di Bruxelles sui visti  toccano direttamente anche noi.
Non osiamo quindi immaginare cosa succederebbe in caso – per fortuna si tratta per ora di ipotesi fantascientifica; ma per quanto? – di adesione della Turchia all’UE. La Svizzera dovrebbe estendere la libera circolazione al nuovo Stato membro della Disunione europea, dove il radicalismo islamico dilaga.

Un motivo in più per abolire quanto prima tale scellerato accordo bilaterale. Firmate tutti l’iniziativa popolare contro la libera circolazione!

Lorenzo Quadri

 

 

Passaporti in regalo alla faccia dell’ “integrazione”

Stranieri di terza generazione: naturalizzazioni agevolate in vigore da metà febbraio

Ma che gioia, che gaudio e che trionfo! Da qualche giorno, ossia dalla metà di febbraio, i giovani stranieri di terza generazione possono beneficiare delle naturalizzazioni quasi automatiche, decise in votazione popolare lo scorso anno. Il Consiglio federale ha infatti emanato le necessarie modifiche di ordinanza. In Ticino l’ennesima agevolazione all’ottenimento del passaporto rosso è stata accettata solo per una manciata di voti.

Ohibò: ma allora, quando si  tratta di naturalizzare a go-go, improvvisamente ecco che la volontà popolare viene applicata! Se invece i cittadini decidono di espellere i delinquenti stranieri o di limitare la libera circolazione delle persone, la musica cambia! La democrazia, per la partitocrazia multikulti e spalancatrice di frontiere, funziona solo a senso unico!

La presa per i fondelli

Dopo aver preso per  i fondelli i cittadini durante tutta la campagna di votazione sulla naturalizzazione (quasi) automatica dei giovani stranieri di terza generazione, il Consiglio federale continua ora sullo stesso tono. Annunciando con la massima goduria la nuova procedura, infatti, i sette scienziati nei loro comunicati scrivono la seguente, vistosa fandonia: “i giovani stranieri le cui famiglie vivono in Svizzera da generazioni e che sono ormai da tempo integrati nel nostro Paese potranno usufruire della procedura di naturalizzazione agevolata”. Bisogna riconoscerlo: per raccontare così tante balle in così poche parole ci vuole del talento.

Terza generazione

Tanto per cominciare, i giovani stranieri di terza generazione non sono affatto “giovani le cui famiglie vivono in Svizzera da generazioni”.

I requisiti per beneficiare  della nuova naturalizzazione agevolata sono infatti i seguenti:

  • essere nato in Svizzera, avervi frequentato per almeno cinque anni la scuola dell’obbligo ed essere titolare di un permesso di domicilio;
  • almeno uno dei genitori (!) deve aver soggiornato in Svizzera per almeno dieci anni, avervi frequentato la scuola dell’obbligo per almeno cinque anni ed aver ottenuto un permesso di domicilio;
  • almeno uno dei nonni (!) deve aver acquisito un diritto di dimora (permesso B!) o essere nato in Svizzera. La titolarità del diritto di dimora dovrà essere resa verosimile (sic!) con documenti ufficiali.

Altro che “giovani le cui famiglie vivono in Svizzera da generazioni”!

Assunti farlocchi

Ulteriore panzana manifesta: la pretesa che questi giovani stranieri di presunta “terza generazione” siano integrati per definizione. Un assunto, questo, che non sta in piedi. Dall’esperienza fatta nei Paesi a noi confinanti emerge che parecchi seguaci dell’Isis sono proprio giovani di terza generazione (alcuni sociologi parlano di “generazione Allah”). Inutile girarci attorno: certi stranieri, provenienti da retroscena culturali, religiosi e sociali incompatibili con i nostri, non potranno mai essere integrati, indipendentemente dalle “generazioni”.

E il massimo è che l’integrazione dei beneficiari della naturalizzazione (quasi) automatica, con le nuove regole non la controllerà più nessuno. O meglio: la controlleranno gli uffici della Confederella, basandosi unicamente sulle scartoffie inviate dai candidati. Che però  da sole non bastano nemmeno lontanamente a farsi un’idea della reale integrazione degli aspiranti svizzeri. Chi non avrà più niente da dire sarà l’autorità di prossimità. I Comuni dunque. Gli unici che possono sapere, con una certa affidabilità (in ogni caso ben lungi dall’infallibilità) se l’aspirante cittadino elvetico è o no integrato, in quanto lo conoscono, non avranno più alcuna voce in capitolo.

Paesi confinanti?

Sicché, le nuove regole servono a facilitare l’accesso alla cittadinanza svizzera – che, come sappiamo, una volta conferita è praticamente irrevocabile –  anche a persone che non sono integrate. Perché, contrariamente a quello che credono o fingono di credere  i politikamente korretti, si può benissimo aver vissuto in Svizzera per decenni senza per questo essere integrati. E’  il caso di non pochi dei padri islamici che proibiscono alle figlie di andare a lezione di nuoto, ad esempio.

E nemmeno si tenti di spacciarci la favoletta che a beneficiare della nuova naturalizzazione agevolata saranno per lo più persone in arrivo da paesi a noi confinanti e di culture simili alla nostra. Il 40% dei naturalizzati degli ultimi 10 anni proviene dalla Turchia e dall’area balcanica.

Taroccare le statistiche

Di conseguenza, le nuove regole spalancheranno le porte a naturalizzazioni immeritate, e soprattutto serviranno a taroccare le statistiche sugli stranieri, che diventano in effetti sempre più imbarazzanti. Attualmente gli stranieri in Svizzera sono un quarto della popolazione. Per i multikulti diventa arduo ricattare gli svizzerotti con accuse di razzismo davanti a cifre del genere. Idem per i loro alleati, ossia gli organismi internazionali che vogliono comandare in casa nostra. Sicché, occorre far sparire dalle statistiche il maggior numero possibile di migranti. Passaporti rossi per tutti!

Intanto in Giappone gli stranieri sono il meno del 2% della popolazione. Ma nessuno osa fare un cip. Forse perché nel Sol levante sono un po’ meno calabraghe che a Palazzo federale?

Lorenzo Quadri

 

“Prima i nostri”: l’ora della verità

Il Gran Consiglio deciderà nei prossimi giorni sulla preferenza indigena  

La partitocrazia, vogliosa di ripetere lo sconcio perpetrato alle Camere federali con il “maledetto voto” del 9 febbraio, dovrà mettere fuori la faccia

Nella seduta che inizierà domani, il Gran Consiglio dovrà decidere sull’iniziativa “Prima i nostri”, quella che prevede l’introduzione della preferenza indigena. In linea di massima, gli schieramenti sono già noti: a sostegno dell’iniziativa, Lega, Udc, ed i Verdi ala “ex Savoia”. Contro, la partitocrazia compatta! Con in testa l’ex partitone, il quale non ha mancato di fare cagnara – anche tramite i propri soldatini piazzati nelle associazioni economiche – perfino contro il modesto provvedimento dei controlli antidumping prima del rilascio di nuovi permessi.  Ricordiamo le sbroccate liblab contro la maggioranza parlamentare rea di aver votato tale misura, certo giusta ma di piccolo cabotaggio: “vergogna! Norma illegale! Il parlamento non è serio!”. Questi gli alti lai che si levavano dal campo dell’ex partitone, che evidentemente non vuole porre alcun freno all’invasione da sud, ed al conseguente soppiantamento dei ticinesi con frontalieri e dumping salariale. E nemmeno si sogna, l’ex partitone, di arginare l’arrivo selvaggio di ditte-foffa dalla vicina Penisola, che semplicemente approfittano del nostro territorio,  assumono solo frontalieri e ne combinano peggio di Bertoldo.

L’assistenza cresce ancora

Nei prossimi giorni il Gran Consiglio voterà dunque su “Prima i nostri” e sulla preferenza indigena. Temi molto più importanti dei controlli antidumping. Proprio di recente è stato reso noto l’ennesimo aumento dei casi d’assistenza in Ticino, ormai vicini agli 8200, con una crescita su base annua del 2.5%. Ironia della sorte, lo stesso giorno la SECO ha divulgato l’ennesima statistica farlocca sulla disoccupazione, la quale ci viene spacciata per stabile; per cui “l’è tüt a posct”!

Peccato che i dati dell’assistenza raccontino invece una storia diversa. Ovvero, raccontano che la libera circolazione delle persone è un disastro. Che essa porta alla sostituzione dei ticinesi con frontalieri. E si abbia almeno la decenza di non venirci più a raccontare la penosa balla dei “lavori che i ticinesi non vogliono più fare”. I frontalieri sono quadruplicati nel settore Terziario – dove non c’è alcun bisogno di importare manodopera dall’estero – passando da 10mila a 40mila!

Inoltre tutte le analisi rilevano che i nuovi frontalieri hanno profili “simili” ai ticinesi. Quindi non li integrano sul mercato del lavoro, semplicemente li soppiantano. Non è certo un caso se in Ticino ci sono ormai più lavoratori stranieri che svizzeri. E poi l’élite spalancatrice di frontiere ci viene a raccontare che non c’è alcuna invasione, che sono tutte balle della Lega populista e razzista?

Ci piacerebbe poi sapere in quale altro paese si trovano cifre e percentuali del genere. O, girando la domanda: in quale altro paese i governanti avrebbero permesso che si giungesse a situazioni così paradossali? E in quale altro paese i politicanti responsabili di un simile sfacelo, che per di più  rifiutano stizziti di rimediare al disastro arrivando al punto di rottamare perfino la volontà popolare, non sarebbero già stati cacciati a calci là dove non batte il sole?

Chi sono i barlafüs?

La Costituzione federale, e questo dal lontano 9 febbraio 2014, prevede la preferenza indigena ed i contingenti. Qualsiasi modifica di legge in questo senso è dunque coperta dalla Costituzione federale. Del resto, “Prima i nostri” ha ricevuto la garanzia federale. Che poi il triciclo PLR-PPD-P$ a Berna, che evidentemente prende ordini dai balivi UE e non dai cittadini svizzeri (sicché, alle prossime elezioni, che lor$ignori i voti li vadano a chiedere a Bruxelles), partorisca una legge d’applicazione scandalosa, ossia il famoso compromesso-ciofeca, che di fatto azzera la volontà popolare, nulla cambia ai contenuti della Costituzione. Dimostra invece che la partitocrazia a Berna vota leggi anticostituzionali. Ecco chi sono i parlamentari-barlafüs, cari soldatini dell’ex partitone! I vostri rappresentanti a Berna! Non certo chi vuole applicare la volontà dei cittadini!

Sfracelli a cascata

Sugli effetti disastrosi della libera circolazione delle persone sul mercato del lavoro ticinese, con sfracelli a cascata anche in altri ambiti come sicurezza, viabilità ed inquinamento, non serve dilungarsi più di tanto. Sono sotto gli occhi di tutti. (Intanto però i Verdi ticinesi difendono la libera circolazione delle persone e dunque l’arrivo quotidiano in Ticino di 65mila frontalieri uno per macchina. Quando si è come le angurie, verdi fuori ma ro$$i dentro, è fatale prodursi in simili boiate).

E’ quindi evidente che la libera circolazione delle persone deve saltare. Ed infatti la Lega sta raccogliendo le firme per l’iniziativa contro la libera circolazione.  Nell’attesa che il popolo possa determinarsi su questa iniziativa – e ci vorranno anni –  ancora più evidente è la necessità di applicare quanto deciso dal 60% dei ticinesi che hanno votato Sì a Prima i nostri.

Presto gli affossatori della volontà popolare dovranno mettere fuori la faccia in Gran Consiglio. Ed è evidente che il Mattino pubblicherà nome e cognome dei deputati che avranno votato contro la preferenza indigena. Così, quando questi signori tra un annetto saranno in giro ad elemosinare voti per confermare la bramata cadrega, i cittadini “stalkerati” da richieste di sostegno sapranno cosa rispondere.

Lorenzo Quadri

 

Restituire i soldi ai cittadini

Nelle casse della Confederazione utile di 2.8 miliardi invece di 250 milioni di deficit?

Ma guarda un po’: altro che “gh’è mia da danée”, altro che “bisogna tirare la cinghia”. Le casse della Confederella ancora una volta scoppiano di soldi. Il bilancio del 2017 avrebbe dovuto chiudere con 250 milioni di rosso ed invece i conti sono in attivo di 2.8 miliardi di franchetti. E c’è chi dice che in realtà i miliardi “in esubero” sarebbero ancora di più.

Un “caso isolato” (per citare  il ritornello che la partitocrazia spalancatrice di frontiere utilizza per qualificare gli stranieri che delinquono)? No di certo, poiché, con una sola eccezione, dal 2004 lo scenario è sempre il medesimo: nelle casse della Confederazione a fine anno appaiono i tesoretti.

Clamoroso quanto accaduto nel 2000. In quell’anno,  invece di un buco di 1.8 miliardi, dopo aver fatto i conti col pallottoliere il Dipartimento delle Finanze scoprì un avanzo di 4 miliardi. Quindi conti sbagliati di quasi sei miliardi, che non sono proprio noccioline! L’allora ministro delle finanze, il liblab Kaspar Villiger, ammise che “abbiamo un problema di credibilità”. Un problema persistente perché – come indica un filmato pubblicato sul sito della RSI – dal 2006 ad oggi si sono registrate eccedenze complessive di 30.5 miliardi di Fr quando invece, se i preventivi fossero stati fedefacenti, ci sarebbe dovuto essere un passivo di un miliardo.

Lo spauracchio

Va bene la storiella delle entrate straordinarie; che però tanto “straordinarie” non devono essere, visto che la commediola si ripete ogni anno.

Nessuno evidentemente si augura il “grounding” della Confederazione. Ma non ci va neanche bene che si continui ad agitare lo spauracchio delle casse vuote per far tirare la cinghia alla gente (ciononostante, però, i miliardi da regalare all’estero si trovano sempre), per inculcare al popolino che bisogna lavorare fino a 70 anni, ed altre amenità. E quando poi le cifre di fine anno smentiscono le previsioni catastrofiste, si fa finta di niente! Anzi, si pretendono addirittura gli applausi…

Gonfiare la burocrazia?

Gli è che lo Stato non può ingrassarsi a spese dei cittadini che fanno invece sempre più fatica. Anche perché poi le eccedenze vengono usate  per gonfiare la burocrazia, per regalare miliardi all’estero, per mantenere finti rifugiati con lo smartphone, eccetera. Mentre – tanto per citare un esempio a caso – quando si tratta di migliorare la sicurezza sulle frontiere col Belpaese si viene a raccontare che non ci sono soldi per potenziare le guardie di confine. I soldi ci sono solo per spendere sempre di più per il bidone-Schengen!

E sul fatto che ci sia bisogno di potenziare la sicurezza delle frontiere a sud, non ci pare proprio che si possa sindacare. A parte il frontalierato del crimine, ricordiamoci che la Penisola è afflitta da un gravissimo problema di clandestinità, ed uno dei nigeriani coinvolto nell’omicidio della 18enne Pamela Mastropietro, raccapricciante caso di cronaca nera che sta infiammando la campagna elettorale italiana, è stato fermato alla stazione di Milano mentre tentava di scappare in Svizzera.

Ridare i soldi

Non vorremmo poi che l’ennesimo tesoretto “inaspettatamente apparso” nelle casse della Confederazione servisse ad agevolare iniziative scellerate, come il regalo di 1.3 miliardi senza alcuna contropartita alla fallita UE. O che autorizzasse qualcuno (ad esempio la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga) a diventare più largheggiante con i finti rifugiati, perché “tanto i soldi ci sono”. Se lo Stato si ritrova con soldi in esubero, non deve inventarsi manovre acrobatiche per spenderli (magari a vantaggio di chi non li merita). Semplicemente, li deve ritornare ai cittadini tramite sgravi fiscali.

Lorenzo Quadri

La TV di Stato danneggia la democrazia

Casta, stop alle fregnacce sulla “patria in pericolo” (uella!) per colpa del No Billag

La propaganda di regime della TV di Stato  contro la “criminale” iniziativa No Billag ha ormai raggiunto livelli insopportabili. Da notare che questa propaganda di regime su un tema posto in votazione popolare, e sul quale la RSI dovrebbe di conseguenza mantenere l’equidistanza, è pagata con i nostri soldi. Un motivo in più per votare Sì a No Billag il 4 marzo.

L’isteria collettiva della casta, che mai aveva toccato simili apici, nemmeno su temi molto più importanti – perché, va detto chiaramente, le sorti del Paese non dipendono in nessun modo da quelle del canone più caro d’Europa – ha una sola spiegazione. L’establishment, che da anni perde terreno (i cittadini sono sempre meno disposti a farsi turlupinare), sbrocca perché vede minacciato il proprio centro di propaganda e di conservazione del potere, finanziato col canone. Questo è il vero problema. Il “servizio pubblico” è solo uno specchietto per le allodole. Idem la preoccupazione per i posti di lavoro alla TV di Stato. La casta ha devastato il mercato del lavoro ticinese con la libera circolazione delle persone; la casta ha calato le braghe sul segreto bancario, provocando la perdita di quasi 3000 impieghi solo nelle banche ticinesi; la casta appoggia gli smantellamenti postali e la relativa cancellazione di migliaia di posti; e gli esempi potrebbero continuare. Quindi, che la casta non tenti di spacciarsi per paladina dell’occupazione: perché non se la beve nemmeno il Gigi di Viganello. Semplicemente, i vertici della TV di Stato e la partitocrazia si servono dei dipendenti della RSI come di scudi umani per contrastare il No Billag.

Populismi da tre e una cicca

Visto che i sedicenti Amici della RSI, ma guarda un po’ capitanati dal Prof Baranzini ospite fisso nei faraonici studi di Comano, oltre ad avere dalla loro parte la partitocrazia e la stampa di regime al gran completo (solo il Mattino, infatti, sostiene l’iniziativa No Billag) , hanno soldi da spendere, proliferano gli striscioni (quanti abusivi?), gli adesivi attaccati a cartelli e pali della luce (questi sono tutti abusivi; e i costi di pulizia chi li copre? Il solito sfigato contribuente?), le inserzioni di tenore apocalittico sui giornali. Ultimamente sono arrivati anche i volantini a tutti i fuochi ad infesciare le bucalettere dei ticinesi. I quali, di questa isterica campagna di votazione, ne hanno da tempo piene le scuffie.

Nei volantini, oltre ai soliti scenari catastrofisti, si arriva a riesumare la defunta Radiomonteceneri. Ohibò. Il tema della votazione è il futuro, la digitalizzazione, i giovani (e non solo) che non guardano più la TV. E questi amici della RSI tentano di fare populismo da tre e una cicca tirando fuori dalla tomba il passato remoto. La prossima mossa sarà proporre la reintroduzione delle carrozze con i cavalli?

Queste campagne “nostalgia” mirano, evidentemente, al pubblico anziano. Ma dimenticano di proposito tutti gli anziani che, nel corso degli anni, sono stati tiranneggiati con metodi da STASI dagli ispettori della Billag. E dimenticano anche quegli anziani che tirano la cinghia, che magari non ascolano la radio e/o non guardano la televisione, ma sono costretti a pagare lo stesso la pesante tassa pro-SSR. E, con la nuova legge, a pagarla per intero. Perché non ci sarà più il canone solo per la radio o solo per la televisione.

Il campus da 100 milioni

La TV di Stato dispone di troppi soldi grazie al canone più caro d’Europa. Di conseguenza, per spenderli tutti, si è gonfiata come una rana. Il concetto di “servizio pubblico” è stato stiracchiato al di là di ogni decenza. Spacciare per “servizio pubblico”  i quiz scopiazzati dalla Vicina Penisola e con concorrenti frontalieri è vergognoso. Pretendere, in generale, che l’intrattenimento mediatico sia un “servizio pubblico” equivale a sostenere che tra i compiti fondamentali dello Stato c’è quello di rincoglionire i cittadini.

E come la mettiamo con il famoso campus da 100 milioni (!) – praticamente la piramide di Cheope – che la RSI vorrebbe costruire a Comano e sul quale, chissà come mai, da quando è iniziata la campagna contro la “criminale” iniziativa No Billag è calato un improvviso (e assai sospetto) silenzio? Se queste dimostrazioni di megalomania, anche edilizia, non sono la conferma dei quintali di grasso che cola…

Ipermediatizzazione deleteria

Il fatto che la RSI si sia gonfiata come una rana ha anche un’altra conseguenza negativa: l’ ipermediatizzazione della politica ticinese. E questo fenomeno danneggia il paese, poiché stimola i troppi politicanti con l’ego a mongolfiera a cercare continuamente le telecamere. Per riempire i palinsesti, la TV di Stato si arrampica sui vetri inventandosi dibattiti sul nulla, cui naturalmente vengono invitati sempre i soliti tromboni. I quali adesso ringraziano difendendo con furia degna di miglior causa l’emittente che gli permette di farsi campagna elettorale con i soldi del canone.

E cosa dire del fatto che, praticamente alla fine di ogni seduta, i membri della Commissione della gestione del Gran Consiglio trovano il codazzo dei giornalisti RSI ad attenderli? Una simile spettacolarizzazione, grottesca e profondamente antisvizzera, esiste solo in Ticino. Non si trova in nessun altro Cantone. E poi ci si chiede come mai da noi vige un clima di campagna elettorale permanente?

Paragoni campati in aria

Pagare il canone più caro d’Europa anche se non si guarda la SSR, nel 2018 non è più accettabile. Costringere la gente a pagare a caro prezzo un servizio che non usa,  è aberrante e lesivo della libertà personale. Le associazioni a tutela dei consumatori dovrebbero essere le prime ad insorgere; ma naturalmente, visto che si tratta di succursali del P$, invece del consumatore difendono la TV di $inistra. L’argomento spesso e volentieri invocato dai contrari al No Billag per giustificare che chi NON consuma deve pagare comunque, è risibile. Dicono lorsignori: anche chi non ha figli contribuisce a finanziare le scuole sebbene non ne usufruisca. Il paragone non sta in piedi. Le scuole, la sicurezza, le strade,… sono tutti dei servizi indispensabili alla collettività. La TV di Stato, invece, fa parte del superfluo. Si può stare benissimo senza.

A sentire i dibattiti e le innumerevoli prese di posizione sull’iniziativa No Billag, tutti sembrano consapevoli della necessità per la SSR di riformarsi, di ridimensionarsi e di costare meno. Ma attenzione: se il 4 marzo l’iniziativa No Billag dovesse venire asfaltata, questi buoni propositi finiranno nel water già il lunedì mattina successivo. Per cui: tutti a votare SI’!

Lorenzo Quadri

 

Scandalo Autopostale: in arrivo camionate di sabbia!

Il PPD, la sua ministra ed il suo presidente della Posta stanno già brigando

 

Mentre la Doris uregiatta ricatta e minaccia i cittadini ­– ed in particolare le minoranze linguistiche – per affossare  la “criminale” iniziativa No Billag, in casa, o meglio nel suo Dipartimento, le scoppia la bomba gialla. Ossia il ben noto scandalo della contabilità taroccata di AutoPostale che, con una serie di trucchetti – “sicuramente illeciti” ha dichiarato l’Ufficio federale dei trasporti, che ha pure presentato denuncia penale – si è ciucciata nel corso degli anni un’ottantina di milioni di sussidi in più solo dalla Confederella. Qui siamo al cortocircuito: un’azienda statale, controllata interamente dalla politica, che truffa lo Stato. Senza dimenticare le altre scelte “discutibili” dell’ex Gigante Giallo, che sta cancellando posti di lavoro a centinaia per volta, con la connivenza della partitocrazia e della Doris in primis. Quella stessa partitocrazia che però ricatta i cittadini con i posti di lavoro della SSR per costringerli a votare contro il No Billag. (Per la serie: “se votate Sì noi licenziamo tutti e diamo la colpa a voi”). Evidentemente anche nello Stato, o nel parastato, ci sono posti di lavoro di serie A (quelli della SSR, che producono propaganda per la casta) e posti di lavoro di serie B (gli altri). A proposito, chissà come mai i presidenti delle aziende statali controllate dal Dipartimento Doris sono tutti uregiatti? Vedi il presidente della Posta, vedi quello della SSR…

Sospensione necessaria

Fatto sta che, da quando è esploso lo scandalo Autopostale, la posizione della direttrice della Posta Susanne Ruoff si è fatta assai scomoda. All’indirizzo di Madame sono fioccate le richieste di dimettersi, o quanto meno di sospendersi fino a quando non si sarà fatta chiarezza sul giallo dei raggiri contabili gialli.

Ora, lo Stato di diritto vale anche per la direttrice della Posta, quindi chiedere dimissioni adesso è prematuro. Ma una sospensione – anche dallo stipendio che ammonta ad milione all’anno, più del doppio di quello di un consigliere federale –  ci sta tutta. Gli accertamenti devono svolgersi senza elementi di disturbo esterni, e la Ruoff sarebbe la prima ad avere interesse ad “intorbidire” visto che in gioco c’è la sua cadrega.

Ed invece non ci sarà nessuna sospensione.

Il PPD si mobilita

Da quando è scoppiato lo scandalo Autopostale, la Doris PPD ha subito preso le difese della buona Susanne “un milione all’anno” Ruoff. I soldatini del suo partito – ma che strano! – sono prontamente corsi a farle l’eco. Il presidente del CdA Urs Schwaller, PPD, giovedì ha annunciato che la direttrice dell’ex Gigante Giallo resterà al proprio posto, tranquilla come un tre lire, a chiudere uffici postali anche durante gli accertamenti sulla contabilità farlocca di Autopostale.
Se come diceva Andreotti (sempre area democristiana) “a pensar male si commette peccato ma ci si azzecca quasi sempre”: vuoi vedere che gli uregiatti hanno già deciso che lo scandalo Autopostale verrà messo via senza prete, onde evitare possibili situazioni di “imbarazz, tremend imbarazz” per la loro Consigliera federale?
Avanti con gli autopostali, pardon con i camion, carichi di sabbia!

Statalismo selvaggio

Evidentemente c’è chi è pagato un milione all’anno per “assumersi le responsabilità” (uella) ma poi, quando si tratta di farlo per davvero, ecco che arrivano gli amici azzurri a puntellargli (puntellarle) la vacillante poltrona. Nel privato ci sono dipendenti e dirigenti che vengono lasciati a casa per un post su facebook. Qui ci sono almeno 80 milioni di franchetti pubblici che ciurlano nel manico, ma sembra che si tratti di noccioline. Cosa volete che sia, in fondo sono solo soldi del solito sfigato contribuente! Soldi di tutti, soldi di nessuno!

I kompagni accusano la “privatizzazione” (?) per i disastri fatti dalla Posta, ma di privato nel Gigante Giallo non c’è uno spillo. L’azienda è al 100% di proprietà della Confederazione. Altro che capitalismo selvaggio. Qui il problema è lo statalismo selvaggio!

Lorenzo Quadri

Prima i nostri anche nella ro$$a ed internazionalissima Ginevra

Mentre in Ticino il triciclo PLR-PPD-P$ brama di affossare la preferenza indigena

 

Ma guarda un po’: anche Ginevra vuole la preferenza indigena. Ed infatti il Muovement citoyens genevois (MCG), Movimento che dichiaratamente si ispira alla Lega, ha lanciato un’iniziativa legislativa cantonale intitolata “Frontalieri: stop!”.

L’iniziativa ricalca in sostanza quanto contenuto in “Prima i nostri” (sulla cui applicazione, come noto, il Gran Consiglio dovrà decidere nei prossimi giorni: noi attendiamo al varco i traditori della volontà popolare).

L’iniziativa ginevrina prescrive infatti che i datori di lavoro possano ottenere il rilascio di un permesso G solo se hanno dimostrato di non aver trovato un candidato svizzero, o residente in Svizzera, con le competenze richieste.

L’MCG argomenta che i frontalieri a Ginevra sono ormai 100mila, un numero eccessivo che preclude ai residenti l’accesso al mercato del lavoro.

Messi peggio

Ohibò. Cos’è che vengono regolarmente a raccontarci i camerieri dell’UE in Consiglio federale, i loro galoppini della SECO (quelli che taroccano le statistiche sull’occupazione per farci credere che la devastante libera circolazione sia una figata pazzesca), gli spalancatori di frontiere dell’IRE e, “last but not least” (uella) i tamberla PLR di Avenir Suisse? Che l’invasione di frontalieri non provoca né soppiantamento né dumping salariale, che questi fenomeni sono solo delle “percezioni”, che sono tutte balle della Lega populista e razzista?

Tu quoque…

E invece, ma guarda un po’, perfino nella rossissima ed internazionalissima Ginevra, patria del multikulti per eccellenza, si accorgono che la libera circolazione delle persone – che, peraltro, la maggioranza dei ginevrini ha sempre voluto – è uno scempio. Da notare che, quanto ad invasione di frontalieri, il Ticino è messo ben peggio di Ginevra. Sia perché in proporzione al numero degli abitanti di frontalieri ne abbiamo di più (ormai nel nostro Cantone la maggioranza dei lavoratori non ha il passaporto rosso) ma anche perché la tipologia di frontalieri presente sul territorio è diversa. La Francia non è l’Italia ed inoltre una fetta dei frontalieri ginevrini sono in realtà svizzeri trasferitisi nei territori francesi di confine.

Solo disastri

Se dunque perfino in un Cantone come Ginevra, che certamente non può essere accusato di “chiusura e xenofobia”, vengono lanciate le iniziative per reintrodurre la preferenza indigena, vuol dire che la libera circolazione delle persone ha fatto davvero solo disastri. Per cui che l’élite spalancatrice di frontiere la pianti con gli isterismi e se ne faccia una ragione: bisogna ripristinare il controllo sull’immigrazione!

Intanto il triciclo…

E intanto che a Ginevra viene lanciata l’iniziativa gemella di “Prima i nostri”, nel parlamento ticinese il triciclo PLR-PPD-P$ brama di affossare la preferenza indigena, prendendo a pesci in faccia il 60% dei cittadini che l’ha votata. Chiaro:  secondo il triciclo, l’invasione deve continuare indisturbata. Braghe calate con l’UE e con i vicini a sud. I quali usano il Ticino come “valvola di sfogo” per la loro disastrata situazione occupazionale, incassano i lauti ristorni dei frontalieri, ci prendono per i fondelli sugli accordi fiscali, strillano al “razzismo” ogni tre per due e – va da sé – se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi.

Lorenzo Quadri

Magistrati: tempo di elezione popolare

Il triste spettacolo dato dalla partitocrazia sulla nomina del nuovo PG lo conferma

L’assessment “zurighese” sui candidati all’ambita – anche politicamente ambita – cadrega di Procuratore generale sembra diventato il Terzo segreto di Fatima. L’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio rifiuta di mostrarlo non a cani e porci, bensì ai deputati chiamati a scegliere il candidato che occuperà l’importante posizione.

Quindi l’Ufficio presidenziale del parlamento rifiuta ai membri del parlamento stesso la visione di un documento da lui commissionato, e pagato con i soldi del contribuente (circa 30mila franchetti). Ai deputati viene in tal modo negato, con scuse ridicole, l’accesso ad informazioni necessarie per poter decidere, come si suol dire, con “scienza e coscienza”. Evidentemente si ritiene che i parlamentari non siano lì per decidere con la propria testa, ma per eseguire gli  ordini di scuderia.

“Buongoverno”?

L’assessment, è chiaro,  viene secretato non certo per la storiella della “privacy” a cui non crede nemmeno il Gigi di Viganello. Viene imboscato perché non dice quello che gli esponenti della partitocrazia che l’hanno ordinato volevano sentirsi dire. E adesso l’ufficio presidenziale del GC, presidente Walter Gianora (già presidente del PLR del “Buongoverno”) si arrampica sui vetri e commissiona perizie giuridiche per trovare scuse per tenere nascosto il  documento diventato scottante. Il solito sfigato contribuente ringrazia commosso: prima paga l’assessment  (circa 30mila franchetti, e scusate se sono pochi) e poi paga anche la perizia commissionata con il preciso mandato di farsi dire che l’assessment va rottamato. “Buongoverno”? Utilizzo efficiente dei soldi pubblici? Ma va là…

La barzelletta della “competenza”

Ogni partito del triciclo PLR-PPD-P$, ma guarda un po’, ritiene che il candidato più “competente” sia quello con in tasca la sua tessera: il PLR dice che il più competente è Pagani (PLR), il PPD dice che è Perugini (PPD) ed il P$ che è Stauffer (P$). Dimostrazione, dunque, che la storiella della “competenza” è solo uno specchietto per le allodole con cui intortare  il popolazzo.
La nomina a Procuratore generale, un posto chiave per la giustizia ticinese, viene gestita con logiche da mercato delle vacche da quelli che poi si sciacquano la bocca con le “competenze” e con il “Buongoverno”. Questo non è solo “poco decoroso”, come ha scritto qualcuno; non solo è un “pasticciaccio”. E’ uno scandalo. Ed uno scandalo che va avanti da anni.

La competenza ai cittadini

A questo punto è pacifico che la facoltà di nomina va tolta ai politicanti, dato il cattivo uso che ne fanno, e attribuita ai cittadini tramite elezione popolare dei magistrati. Dal punto di vista della “competenza” non cambia nulla: come è crudamente emerso dal triste teatrino regalatoci nelle scorse settimane dal solito triciclo PLR-PPD-P$, nella nomina parlamentare la “competenza” degli aspiranti magistrati non gioca alcun ruolo.

Almeno  l’elezione popolare comporta la legittimazione democratica degli eletti e – soprattutto – la possibilità di mandare a casa al turno successivo chi ha lavorato male. Mentre oggi si assiste, de facto, a delle nomine “a vita” (a meno che sia il diretto interessato, o la diretta interessata,  a decidere di levare le tende per motivi suoi).

Lorenzo Quadri

 

Che pagüra! Grappino Juncker sbrocca contro la Confederella

Il presidente della Commissione UE si scordi lo sconcio accordo quadro istituzionale

Al presidente “diversamente astemio” della commissione europea, Jean-Claude “grappino” Juncker, la faccia di tolla non fa mai difetto. Costui in un’intervista alla SRF arriva ad accusare la Svizzera per il peggioramento (?) dei rapporti bilaterali con la fallita UE. Peggioramento imputabile, a suo dire, al fatto che la Confederella ancora non ha concluso lo sconcio accordo quadro istituzionale.

Più volte abbiamo ripetuto che, prima di mettere un microfono davanti a questo bieco personaggio, bisognerebbe fargli soffiare nel palloncino.

Levarselo dalla testa

Tanto per cominciare, caro Juncker: l’accordo quadro istituzionale tu ed i tuoi scagnozzi ve lo levate dalla testa. Metteteci una bella croce sopra perché non l’avrete mai! Capiamo che per Juncker, bramoso di comandare in casa nostra, è una realtà dura da accettare, ma può sempre tirarsi su il morale con un bel doppio whisky.

Non ancora contento della boiata profferita, Juncker prosegue dichiarandosi comunque “amico della Svizzera”. Certo, come no. Peccato che il suo concetto di amicizia sia, per usare un paragone molto in voga di questi tempi, di stampo “weinsteiniano”. Come il famigerato produttore-zozzone Harvey Weinstein, anche Juncker dimostra la sua “amicizia” nei confronti della Confederella tentando di metterle le mani addosso. Non ottenendo quello che vuole, perché la partner rifiuta, passa ai ricatti e alle minacce.

Amici?

Con quale faccia di tolla Juncker si dichiara amico della Svizzera e poi, il giorno dopo aver ottenuto dai camerieri dell’UE in Consiglio la promessa di un regalo di 1.3 miliardi di franchi, decide assieme ai suoi eruofunzionarietti di discriminare la Svizzera limitando ad un anno la durata dell’equivalenza della borsa?

“Grappino” Juncker, è così che tratti gli “amici”, oltretutto quelli che ti promettono soldi?

La discriminazione nei confronti del nostro paese è così plateale che perfino i camerieri di Bruxelles a Palazzo federale si sono sentiti in dovere di prodursi in una flebile protesta (senza peraltro avere nemmeno gli attributi di dire agli eurofalliti che il contributo di 1.3 miliardi se lo possono definitivamente scordare).

Da notare che 11 Stati membri UE hanno protestato contro questa decisione. Tra questi non figura però l’Italia. A dimostrazione che i vicini a sud non sono affatto nostri amici, ma vogliono solo sfruttarci e prenderci per i fondelli. Per cui sarebbe finalmente ora che, sia a Berna che a Palazzo delle Orsoline, “qualcuno” aprisse gli occhi e si decidesse a comportarsi di conseguenza. Ad esempio cominciando col bloccare i ristorni dei frontalieri.

Chi ha promesso?

La parte di più inquietante delle dichiarazioni dell’eurograppino è però la seguente: “più volte mi è stato promesso dagli svizzeri (si intende ministri svizzeri) la conclusione dell’accordo quadro internazionale, che però non è stata mai raggiunta”. Ohibò. Ci piacerebbe proprio sapere chi si è avventurato in simili scellerate promesse! Forse il PLR Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèèr che per fortuna ha levato le tende? O c’è anche qualcun altro ancora in carica, magari una delle consigliere federali sbaciucciate da Juncker durante le sue visite? E’ evidente che chiunque si sia avventurato dichiarazioni di questo tipo va lasciato a casa in quanto traditore della Svizzera!

Quanto alle promesse: dovessimo conteggiare noi tutte le volte che il Belpaese ci ha promesso il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri…

Lorenzo Quadri

Si scusino i responsabili del beltrascandalo Argo1!

Altro che montare la panna sul fotomontaggio del tritacarne e pretendere scuse

 

Il consigliere di Stato PPD può anche lamentarsene; i kompagnuzzi con la morale a senso unico, invece, hanno perso l’ennesima occasione per tacere

“Ignobile vignetta”? “Violenza”? Uhhh, che pagüüüraaa! Qualcuno, in casa del PPD, ha perso il senso della realtà. Oppure, più probabilmente, si sta arrampicando sui vetri alla ricerca di diversivi per sviare l’attenzione dal beltrascandalo Argo1  in cui si trova invischiato fin sopra i capelli.
Il fotomontaggio del beltratritacarne pubblicato la scorsa domenica non è certo truculento (per volontà precisa; basta guardarlo per accorgersene). Non è neppure offensivo nei confronti di Beltraminelli: dire che “è finito nel tritacarne” è una semplice constatazione. Men che meno lo è nei confronti di familiari del Consigliere di Stato (chi li ha mai tirati in ballo?). Poi, che il diretto interessato non abbia apprezzato l’illustrazione, non sorprende. Lamentarsene è suo buon diritto. Ma tentare di montarci sopra un caso è francamente ridicolo. Anche se siamo a Carnevale.

Moralisti a senso unico

Semplicemente penose, per contro, le ipocrite dichiarazioni di beltrasolidarietà (?) di taluni kompagnuzzi: che tra l’altro sono stati i primi a chiedere che il direttore del DSS venisse dimezzato tramite amputazione della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie (DASF) che include il settore dell’asilo. Per cui, di quale solidarietà andate blaterando?

Il calcolo che stava dietro a quella richiesta era fin troppo evidente: riportare la socialità – ed il lucrativo business dell’asilo – in mani ro$$e.

Questi kompagnuzzi con la  morale a senso unico, dunque, si scandalizzano per il beltratritacarne. Ma naturalmente non fanno un cip quando (tanto per fare un esempio) il portale Gas dei soldatini del P$, legato a doppio filo con la RSI, diffonde sistematicamente “fake news” denigratorie e addirittura si permette attacchi diffamatori sulla vita privata delle persone.  E non avevano nulla da eccepire nemmeno quando il defunto quindicinale il Diavolo, facente capo sempre agli stessi soldatini del P$, pubblicava prime pagine con Patrizia Pesenti alle prese con i sex toys, Marina Masoni con il fondoschiena denudato all’aria, i  due consiglieri di Stato leghisti seduti su una fotocopiatrice che “magicamente” trasforma l’immagine dei loro sederi in quella dei loro visi. Allora lì, i kompagnuzzi con la doppia morale… zitti come tombe! I loro galoppini si possono permettere di tutto e di più!

Chi deve scusarsi?

E’ un dato di fatto che la metafora del tritacarne viene usata da decenni in politica e nel giornalismo. Per indicare chi si trova esposto a polemiche e a critiche in arrivo da ogni parte, si dice che è “finito nel tritacarne”. E questa è, purtroppo per lui, l’attuale situazione del Consigliere di Stato PPD a seguito del rapporto Bertoli.
Al PPD va poi ricordato che il problema è il caso Argo1 e le relative responsabilità politiche. Responsabilità che stanno in casa del PPD, ed anche del PLR. Non certo il fotomontaggio del beltratritacarne!

Perfettamente in linea con il periodo carnascialesco, dunque, le richieste di scuse degli uregiatti.  Io stesso sono stato oggetto di articoli offensivi pubblicati sull’organo ufficiale del PPD “Popolo e libertà”: ma evidentemente non mi sogno di pretendere scuse, e nemmeno me le aspetto.
Per montare in cattedra a fare la predica agli altri occorre essere irreprensibili. Non è questo il caso del PPD. “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”: un principio che dovrebbe essere ben noto ai pipidini per via del “referente cristiano”. Ah già: ma nel frattempo il “referente cristiano” è stato sostituito col “referente multikulti”…

Non si intravvede quindi alcun motivo per pubbliche scuse (?) (e ancora meno per scuse della Lega, che non ha alcun ruolo nel fotomontaggio del beltratritacarne). Semmai a doversi scusare con i ticinesi è chi porta la responsabilità per il caso Argo1. A buon intenditor…

Lorenzo Quadri

 

Far entrare la Turchia nell’UE? Qualcuno sta dando i numeri!

Un motivo in più per disdire la devastante libera circolazione delle persone!

 

Proprio vero che non c’è limite al peggio: lo scorso fine settimana è giunto a Roma il presidente (?) turco Erdogan. Il quale ha avuto la bella idea di tornare a remenarla con l’adesione della Turchia all’Unione europea.

Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole.

Tanto per cominciare, si dà il caso che la Turchia sia lontana anni luce dall’UE e dall’Europa in generale! Grazie al “buon” Erdogan, infatti, il paese ha sterzato alla grande verso l’estremismo islamico. Ad inizio di quest’anno (del 2018; non del 1018…) sono pure state sdoganate le spose bambine di 9 anni.

Finanzia l’Islam radicale

Inoltre, non dimentichiamo che tra chi è indiziato (eufemismo) di finanziare moschee e centri culturali islamici che diffondono il radicalismo in Occidente – Svizzera compresa – c’è proprio il governo turco. Non a caso chi scrive ha presentato una mozione in Consiglio nazionale che chiede il divieto di finanziamenti esteri a moschee e centri culturali musulmani, oltre all’obbligo per questi istituti di fare trasparenza sui conti e, per gli imam, di predicare nella lingua locale (affinché tutti possano capire quello che dicono e affinché gli imam la imparino, la lingua del posto).

La mozione è stata approvata alla Camera del popolo a stretta maggioranza. Con la furente opposizione, ça va sans dire, della ministra del “Devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. Chiaro: i piani antiradicalismo della Simonetta non servono ad un tubo. Si limitano a scaricare improbabili compiti sul groppone dei Comuni, naturalmente senza allocare le risorse finanziarie che servirebbero a svolgerli. Ma è chiaro: l’unico obiettivo dell’operazione è quello di lavarsi la coscienza. Di poter dire che, per combattere il dilagare dei jihadisti in Svizzera, “il Consiglio federale sta facendo”. Ed invece non sta facendo un tubo, in quanto le uniche proposte efficaci vengono respinte per partito preso, strillando al razzismo e alla discriminazione!  Intanto la Svizzera diventa il Paese del Bengodi per l’estremismo islamico, visto che abbiamo leggi a colabrado, tribunali buonisti-coglionisti, Ministri che pretendono di fare entrare tutti, ed in più  il nostro Stato sociale è scandalosamente generoso con gli immigrati non integrati; compresi i seguaci dell’Isis.

Se poi si pensa che la Ministra di Giustizia, la già citata kompagna Simonetta, è un’esponente del P$, cioè del partito che vuole rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera, ben si capisce che ci troviamo immersi nella palta fino al collo.

Scenari catastrofici

Del resto, che col ritornello del “razzismo e xenofobia” si ottiene ogni sorta di calata di braghe da parte degli occidentali imbesuiti dal politikamente korretto, l’ha ben capito lo stesso Erdogan (più furbo che bello). Che infatti nella sua visita a Roma l’ha immediatamente tirato in ballo…

A lasciare basiti è che da Bruxelles non sia giunto un njet perentorio all’aberrante ipotesi di adesione all’UE della Turchia, che di europeo non ha proprio niente e che anzi dell’Europa è nemico storico.

Immaginiamoci dunque, nella (per fortuna) fantascientifica ipotesi in cui la Turchia dovesse diventare Stato membro della DisUnione europea, quali sarebbero le conseguenze per gli svizzerotti: estensione della devastante libera circolazione delle persone ad Ankara! Frontiere spalancate ad un paese dove almeno il 98% della popolazione è musulmana (quanti i radicalizzati?)!

Visto che uno scenario del genere sarebbe a dir poco catastrofico, ecco un valido motivo in più per far saltare quanto prima la libera circolazione tra Svizzera e fallita UE! Sotto con le firme!

Lorenzo Quadri

Con la libera circolazione, sempre più casi d’assistenza!

“Prima i nostri” presto in parlamento: la partitocrazia farà il golpe contro il popolo?

 

Ma nooo! Ma chi l’avrebbe mai detto! In Ticino è nuovamente cresciuto il numero delle persone in assistenza. In novembre erano quasi 8200. L’aumento su base annua è del 2.5%. Lo indicano i dati divulgati dal DSS e ripresi ieri dalla stampa. Naturalmente mancano alcune informazioncelle non proprio secondarie. Ad esempio,  quanti sono i permessi B in assistenza, da quanto tempo risiedono in questo sempre meno ridente Cantone, quanti sono gli ammessi provvisoriamente, eccetera. Questo perché, come abbiamo scritto più volte, di dimoranti in assistenza di principio non ce ne deve essere nemmeno uno. Chi ottiene di trasferirsi in Ticino per esercitare un’attività lavorativa, se l’attività lavorativa viene a mancare, deve perdere automaticamente il diritto di restare. Stop all’immigrazione nello Stato sociale, finanziato con i nostri soldi!

Del resto, il tanto vituperato (dalla casta) presidente USA Donald Trump è stato chiarissimo: negli Stati Uniti devono poter entrare solo immigrati che contribuiscono al benessere del Paese. Invece, gli svizzerotti fessi si tirano in casa approfittatori a go-go! E li mantengono pure. Anche se delinquono! Tanto poi ci pensano le sentenze buoniste-coglioniste del Tribunale federale a sventare le espulsioni, alla faccia della volontà popolare. Basti pensare che nei giorni scorsi i legulei del TF sono perfino riusciti a decidere che un 28enne finto rifugiato afghano, arrivato in Svizzera da minorenne e che da quando ha 15 anni ne ha combinate peggio di Bertoldo totalizzando oltre 5 anni di carcere (tra cui una condanna per lesioni con veleno: questo è un emulo dei Borgia!), potrà rimanere nel nostro paese, a carico del solito sfigato contribuente. Malgrado sia un delinquente incallito!

I tamberla di Avenir Suisse

E’ evidente che per la continua crescita dei numeri dell’ assistenza dobbiamo ringraziare la devastante libera circolazione delle persone (voluta da partitocrazia, padronato, sindacati, stampa di regime, intellettualini e compagnia cantante) ed il conseguente soppiantamento dei lavoratori residenti con frontalieri. Nel settore terziario i frontalieri sono quadruplicati nel giro di qualche anno. E dalle indagini emerge che il “profilo” dei nuovi frontalieri è sempre più simile a quello dei ticinesi. Ciò vuol dire che questi lavoratori in arrivo da Oltreramina non colmano alcuna lacuna; semplicemente si sostituiscono ai residenti. Ed è inutile che i tamberla del “think tank” (uella!) Avenir Suisse, legati all’ex partitone, vengano a raccontarci la fregnaccia che soppiantamento e dumping salariale non esistono, che sono tutte balle della Lega populista e razzista. Questi di Avenir Suisse sono spalancatori di frontiere pro-saccoccia, che sulla guerra tra poveri provocata dalla libera circolazione ci lucrano!  Chiaro quindi che tentino di negare l’evidenza: sanno benissimo che il ridicolo non uccide, per cui…

Se poi pensiamo che i tamberla di Avenir Suisse sono gli stessi che vorrebbero limitare i diritti popolari poiché danno fastidio all’élite internazionalista e multikulti, ci rendiamo facilmente conto di quale sia il livello di questo “think tank”, ovvero “serbatoio di pensiero”. Altro che “serbatoio di pensiero”: serbatoio di fregnacce!

Senza chiusura delle frontiere…

Ormai dovrebbe averlo capito anche il Gigi di Viganello: in regime di devastante libera circolazione delle persone, il numero dei casi d’assistenza in Ticino è destinato ad una crescita continua. Il “trend” è evidente da troppi anni! Di conseguenza, occorre intervenire sull’immigrazione scriteriata. In primo luogo, come detto, rimandando a casa loro gli immigrati nello Stato sociale. E poi arginando la deleteria invasione di forza lavoro italica che, in casa nostra, soppianta quella ticinese! Senza chiusura delle frontiere, il problema non si risolverà mai: potrà solo peggiorare. Anche perché nel Belpaese la situazione occupazionale è senza speranza, e la casta politica locale ha un’unica priorità: conservarsi cadreghe e privilegi!

Due passi

Di conseguenza, per contrastare l’impennata dei casi d’assistenza occorre:

  • Mettere in vigore “Prima i nostri”. La preferenza indigena è infatti stata approvata dal 60% dei ticinesi ed ha pure ottenuto la garanzia federale. Il Gran Consiglio deciderà della sua applicazione nella prossima seduta, che inizierà lunedì 19 febbraio. E’ ovvio che attendiamo al varco la partitocrazia! Il triciclo PLR-PPD-P$$ immagina forse di votare contro il popolo ticinese affossandone le decisioni, e questo per calare le braghe davanti agli eurobalivi? Come avrebbe detto il Nano: Achtung!
  • Far saltare la libera circolazione delle persone. L’iniziativa popolare al proposito è in fase di raccolta firme. Quindi, sotto con le penne!

Lorenzo Quadri

Mentre la Doris pontifica, le scoppia la bomba in casa

Certo che se tutte le aziende controllate dalla Confederella funzionano come AutoPostale…

 

Ma guarda un po’, ecco serviti i talebani dello statalismo ad oltranza, quelli che vorrebbero statalizzare tutto perché così sì che le cose funzionano bene!

La Posta, al 100% di proprietà della Confederella e controllata interamente dal Consiglio federale, e meglio dal Dipartimento della Doris uregiatta, ne combina peggio di Bertoldo. Gli smantellamenti di uffici postali sono noti. Migliaia di posti di lavoro saltano, e non di certo per necessità economica. Infatti, l’ex Gigante giallo realizza 800 milioni di utili all’anno. Però sugli smantellamenti postali la partitocrazia è connivente. In primis proprio la ministra delle telecomunicazioni, ovvero la Doris. Della Posta si dice che “deve adeguarsi” alla digitalizzazione ed ai tempi che cambiano. Diametralmente opposta, ma guarda un po’, la posizione sulla SSR.

Chiaro: la TV di Stato, come centro di propaganda e di potere dell’establishment, non deve affatto adeguarsi; non sia mai! Il “dinosauro” SSR – gonfiato come una rana, costosissimo ed anacronistico –  viene mantenuto in vita artificialmente nell’interesse della casta. Non certo in quello dei cittadini che lo finanziano. Dicasi servizio pubblico al contrario.

Due pesi e due misure

Gli smantellamenti postali, e rispettiva perdita di impieghi, sono appoggiati in pieno dalla Doris uregiatta, che invece cala in Ticino, all’assemblea dei galoppini della CORSI, e lì, per contrastare la “criminale” iniziativa No Billag, blatera di servizio pubblico e di posti di lavoro da difendere. Due pesi e due misure, anche per quel che riguarda gli impieghi nelle aziende statali.

Il tutto, evidentemente, è finalizzato agli interessi dell’establishment. Se la Posta, per volere dei suoi capi, viene “messa a dieta”, non ci va di mezzo il potere, perché il compito della Posta non è quello di fare propaganda di regime. Se invece a dover dimagrire è la SSR, ecco che la musica cambia.

Fatto è che la Ministra delle telecomunicazioni ha sempre magnificato l’operato dell’ex Gigante giallo (controllato dal suo Dipartimento) e della sua direttrice, la manager da un milione all’anno Susanne Ruoff. Smantellamenti compresi.

Cadreghe traballanti

Ebbene, intanto che la ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni, per reggere la coda ai grandi manager della SSR, ricatta i cittadini e minaccia in particolare le minoranze linguistiche con scenari apocalittici inventati di sana pianta nel caso di accettazione del No Billag, ecco che le scoppia la bomba in casa. Salta infatti fuori che, tramite trucchetti contabili, AutoPostale si è ciucciata abusivamente almeno 80 milioni (mica noccioline! 80 milioni!) di sussidi federali. Che adesso dovrà restituire. Lo scandalo avviene, come detto, in un’impresa pubblica, al 100% di proprietà della Confederazione! Ed infatti lo stesso direttore dell’Ufficio federale dei trasporti Peter Füglistaler non le manda a dire: “Da un’impresa statale francamente non me lo sarei mai aspettato, sono profondamente deluso (…) lo schema era elaborato ed è stato realizzato ad arte, ed è certamente illecito”. Ecco i bei risultati dello statalismo selvaggio, ed ecco anche le belle performance degli amici della Doris!

E’ infatti evidente che adesso la cadrega, imbottita oltre ogni decenza, della direttrice generale della Posta, ossia la sopracitata Susanna “un milione all’anno” Ruoff, traballa. L’allarme sui conti manipolati di AutoPostale era stato lanciato dal Canton Giura diversi anni fa, e la Susanna – denuncia il sindacato autonomo dei postini – “ha beneficiato di gratifiche in relazione agli utili falsati di AutoPostale”. Pertanto, prosegue il sindacato, Ruoff deve dimettersi. Una tesi che sta guadagnando consensi anche a livello politico. E non solo a $inistra.

Minata la credibilità della Doris

Visto che l’allarme sui conti taroccati di AutoPostale è partito già da anni, ma il bubbone scoppia solo adesso dopo 80 milioni di sussidi incassati abusivamente, se ne deduce che la Doris ed il suo Dipartimento non hanno brillato per solerzia.  Certo che se le aziende controllate dal Dipartimento Doris funzionano tutte come AutoPostale, siamo  messi bene!

Magari la Consigliera federale PPDog, invece di ricattare i votanti sul No Billag per difendere i suoi protetti ai vertici della SSR, farebbe bene a controllare quel che succede in casa sua. Adesso la buona Leuthard, pappagallando il suo “subito sotto” Füglistaler, si dichiara “delusa da AutoPostale”. Ma finora ha sempre retto la coda a tutte le iniziative del Gigante Giallo,  e quello che diceva la Susanna “un milione all’anno” Ruoff era per lei il Vangelo.

Inutile far finta di niente: lo scandalo in AutoPostale mina anche la credibilità della Leuthard. Cara Doris, meno ricatti ai cittadini e meno cecità nell’assecondare i supermanager amici tuoi (ma pagati da noi)!

Lorenzo Quadri

Campagna contro il No Billag: la casta ha rotto i santissimi

Il Consiglio di Stato si inventa pure la conferenza stampa in pompa magna

 

Della martellante campagna, un vero e proprio lavaggio del cervello, contro la “criminale“ iniziativa No Billag non se ne può davvero più. L’ establishment continua ad inondare i cittadini di prese di posizioni farcite di fake news (meno castamente: balle), ricatti e scenari apocalittici. Idem, ovviamente, la Pravda di Comano. Che oltretutto per la sua campagna pro-saccoccia usa i nostri soldi. Quelli che dovrebbe impiegare per il “servizio pubblico”. Ed invece…

Nuova presa di posizione

Martedì il Consiglio di Stato – o meglio: i consiglieri di Stato Bertoli e Vitta più il cancelliere – sono riusciti a convocare addirittura una conferenza stampa governativa in pompa magna per ribadire il categorico “njet “dell’Esecutivo cantonale al No Billag: la mangiatoia del canone non si tocca! I cittadini devono continuare a pagare il canone più caro d’Europa per foraggiare la propaganda della SSR (e della RSI)! Argomento principe: molti soldi arrivano dalla Svizzera interna, sicché spendiamoli tutti, e che nessuno si azzardi a fare un cip! A parte che il balzello pro-SSR lo paghiamo anche noi ticinesi come tutti gli altri cittadini svizzeri (a parte i dipendenti dell’emittente, ai quali come noto lo paga il datore di lavoro e quindi lo paghiamo sempre noi), non è perché c’è un flusso finanziario a vantaggio del Ticino che 1) ci si può permettere di buttare questi soldi (che sono sempre soldi pubblici) dalla finestra e 2) che bisogna farsi per forza andare bene tutto.

Un bidone

E’ poi un vistoso bidone l’argomento della promozione dell’italianità, della cultura della cinematografia che verrebbero a cadere in caso di approvazione del No Billag. Questi sono infatti compiti previsti in altri articoli costituzionali, ovvero 69, 70 e 71. Che non vengono toccati dall’iniziativa No Billag e  che rimarrebbero in ogni caso al loro posto. Di conseguenza, la Confederazione potrà tranquillamente continuare a svolgere tali compiti anche senza bisogno del canone. E per trovare le risorse al di fuori del canone, basterà – tanto per dirne una – cominciare a non versare gli 1.3 miliardi di coesione all’UE e a fare meno regali all’estero.

D’altronde è forse il caso di ricordare che, tanto per citare un esempio di promozione culturale col canone, la SSR ha scaricato l’orchestra della Svizzera italiana sul groppone del contribuente, ed in particolare di quello luganese. Il quale, dunque, paga il canone ed in più finanzia l’OSI con le proprie imposte. E questo grazie allo scarica-barile della SSR.

Insistenza sospetta

Al di là dei contenuti della presa di posizione del Consiglio di Stato contro l’iniziativa No Billag, che come detto sono sempre i soliti slogan catastrofisti, a non andare bene è l’insistenza. Il CdS infatti ha già preso posizione una volta contro l’iniziativa. Per quale cavolo di motivo deve tornare a farlo una seconda, ed oltretutto con tanto di conferenza stampa? Forse a Palazzo delle Orsoline si sono dimenticati che si tratta di un tema federale, sicché  già una presa di posizione rischia di essere di troppo. Figuriamoci due!

E i problemi dei ticinesi?

Sarebbe bello vedere il governo – o la casta in generale – stracciarsi le vesti per i temi importanti allo stesso modo in cui lo sta ora facendo per difendere la propria sovradimensionata macchina propagandistica SSR/RSI. Invece le cose vanno assai diversamente. Esempio banale: i ticinesi vengono derubati da oltre 20 anni sui premi di cassa malati. Però a palazzo delle Orsoline regna la Beltraserenità. E mai si è vista la partitocrazia scendere in piazza a difendere il potere d’acquisto dei ticinesi contro i cassamalatari.

Stesso discorso dicasi per il mercato del lavoro devastato dall’invasione da sud. Il massimo che si sente dire al tal proposito è che l’economia “è in ripresa” (per chi?), e comunque “sa po’ fa nagott” perché c’è la “sacra” libera circolazione.

Morale della favola

Se la partitocrazia ed il Consiglio di Stato, le stesse energie che impiegano per reggere la coda all’emittente di regime le impiegassero per occuparsi di questioni che sono effettivamente importanti per i ticinesi (occupazione, costi della salute, eccetera), la metà dei problemi di questo sempre meno ridente Cantone sarebbe già  stata risolta da un pezzo!

Lorenzo Quadri

La partitocrazia insiste: vuole svendere la Svizzera

Si riempie la bocca con i valori elvetici per il proprio tornaconto. Ma poi…

La casta si agita scompostamente contro la “criminale” iniziativa No Billag. Neanche da essa dipendesse l’esistenza della nazione. Ma i temi importanti sono altri. Ad esempio i rapporti con i balivi UE, argomento fondamentale per il futuro del nostro Paese. Lo scorso fine settimana il presidente nazionale uregiatto Gerhard Pfister è uscito allo scoperto. Secondo lui, la Svizzera dovrebbe adottare il diritto della fallita UE. In sostanza, il PPD ci viene a dire, come il P$, che dovremmo farci dettare le leggi (nel senso letterale del termine) da Bruxelles. Alla faccia della nostra sovranità e della nostra autonomia! E poi lo stesso PPD, naturalmente solo quando gli torna comodo, viene a raccontarci storielle sui valori svizzeri? Per fortuna!

Referendum a raffica?

Gli uregiatti, bontà loro, pensano di preservare la democrazia elvetica inserendo un’eccezione alla ripresa automatica del diritto comunitario. Vale a dire: la Svizzera adotta in linea di principio il diritto UE, a meno che i cittadini non lo rifiutino tramite un referendum. Trovata geniale, non c’è che dire. Il buon Pfister sa sicuramente che lanciare un referendum non è di sicuro una passeggiata. Per mandare in porto l’operazione ci vogliono soldi, ci vuole organizzazione, ci vuole lavoro. E chi sarebbe chiamato metterceli? Non certo la partitocrazia cameriera dell’UE, la quale mai si sognerebbe di raccogliere le firme per contrastare tramite referendum la volontà dei padroni di Bruxelles. Il compito quindi graverebbe tutto sul groppone sempre della solita area politica: quella dell’Udc-Lega, ovviamente. Che, altrettanto ovviamente,  non può certo permettersi (nessuno potrebbe) di lanciare referendum a raffica. Dovrebbe quindi concentrarsi solo su quelli più importanti, col fatale risultato di lasciar correre svariate cose. Così, pezzo dopo pezzo, il modello svizzero va a ramengo! Grazie partitocrazia! Ecco dunque chiarito, nel caso sussistessero ancora dei dubbi, da che parte sta il PPD: da quella di chi vuole svendere il nostro Pese all’UE.

Allo sbando

Il Consiglio federale dal canto suo, pare allo sbando. Al punto che, subito dopo la chiusura del Forum di Davos, il kompagno Alain Berset, presidente di turno della Confederella, ha dovuto riprendere i colleghi. Perché ognuno, sulla questione dei rapporti con la Disunione europea, faceva il proprio verso, ed i ministri si contraddicevano a vicenda. Ohibò: evidentemente qualcuno,  magari dopo aver parlato per una decina di secondi con Trump (massimo della conversazione: “Hi Donald, how are you?”) si è montato la testa e adesso s’immagina di essere importante; di poter pontificare.

Ma già la semplice circostanza che tutti si improvvisino ministri degli esteri, scavalcando senza problemi il buon KrankenCassis, dimostra che il peso specifico di quest’ultimo è ben scarso. Questo implica che non ci sarà nessun tasto reset nei rapporti con l’UE. Al massimo ci sarà il tasto “enter”: quello che serve per eseguire gli ordini in arrivo da Bruxelles

E il famoso regalo?

Da notare che da un po’ non si parla più dello scandaloso regalo di 1.3 miliardi che il Consiglio federale vorrebbe fare a Bruxelles senza uno straccio di motivo né di contropartita. Dopo l’ultimo sconcio ricatto degli eurofunzionarietti, che  – malgrado il regalo promesso – vorrebbero limitare l’equivalenza delle borse svizzere ad un anno, e questo per ottenere la sottoscrizione (appunto) dell’accordo quadro istituzionale,  da Berna era giunta una parvenza di retromarcia. Non risulta però che il tema sia stato ulteriormente affrontato. Non vorremmo quindi che l’improvviso “sussulto s’orgoglio” (chi si accontenta…) dei camerieri dell’UE fosse semplicemente stato uno specchietto per le allodole, volto ad accontentare il popolazzo. Il WEF sarebbe stato un forum interessante per chiarire alcune cosette; a partire proprio dall’annullamento dell’improponibile regalo. Ma non un cip si è udito in tal  senso. Se ne deduce che la calata di braghe continua. Per non sbagliare, dunque, tutti a firmare l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone. Avanti con lo Swissexit!

Lorenzo Quadri

 

Braghe calate con l’UE: i plateali autogol dei ro$$overdi

Fine delle misure accompagnatorie alla libera circolazione e disastri ambientali

 

La gauche-caviar “nostrana” (nostrana si fa per dire, visto l’alto tasso di naturalizzati pluripassaporto) insiste nella svendita della Svizzera all’UE. E poi ha ancora la faccia di tolla di riempirsi la bocca con i “valori elvetici” nella sua isterica jihad contro l’iniziativa No Billag (la gauche-caviar teme infatti che la SSR, che da mezzo secolo fa propaganda di $inistra finanziata da tutti i cittadini, esca perdente dalle urne).

Il presidente del P$$ kompagno Christian Levrat, quello che vuole l’islam religione ufficiale in Svizzera, dunque insiste: bisogna firmare subito lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, quello che ci trasformerebbe a tutti gli effetti in un baliaggio di Bruxelles. Il prossimo passo sarà mandare a casa Consiglio federale e Parlamento ed insediare a Berna un “gerente” nominato direttamente dagli eurofunzionarietti; analogamente a quanto accade ai Comuni commissariati.

Misure accompagnatorie addio

La posizione del presidente del P$$ non sorprende: il suo partito, che è sempre e sistematicamente schierato contro la Svizzera e contro gli svizzeri, vuole l’adesione all’UE. Ma il  buon Levrat, con la sua insistenza a favore dell’ accordo quadro istituzionale – quello che “Grappino” Juncker ha il coraggio di definire “accordo d’amicizia” –, va incontro ad una clamorosa figura marrone.

Infatti il presidente del P$$ sembra non essere in chiaro sul fatto che la prima conseguenza del bramato accordo quadro sarebbe la fine delle misure d’accompagnamento alla devastante libera circolazione delle persone; quelle che servirebbero a contrastare il dumping salariale. Tali misure verrebbero spazzate via in quanto ostacolo al libero accesso ai mercati. In effetti, le aziende (in particolari edili, ma non solo) dei paesi a noi vicini vogliono arrivare in Svizzera da conquistatrici, facendo  fuori gli operatori locali a suon di prezzi dumping.

Ecco la coerenza rossa

Ora, queste misure accompagnatorie sono più che altro dei cerotti sulla gamba di legno. Non sono certo la panacea. Ma non c’è alcun motivo per cui ci dovremmo privare di questo piccolo aiutino.

Ma soprattutto: i kompagni, le misure accompagnatorie le hanno sempre sostenute a spada tratta. Le hanno addirittura poste come condizione (farlocca) per il loro sì agli accordi bilaterali. E adesso il “buon” Levrat, infoiato di europeismo, le vuole gettare a mare? Sarebbe questa la “coerenza” con cui la $inistruccia ama riempiersi la bocca? Oppure il presidente del P$$ blatera di sottoscrivere l’accordo quadro con Bruxelles senza nemmeno conoscerne i contenuti? E allora la domanda diventa: sarebbe questa la “conoscenza dei dossier” dei kompagnuzzi? E cosa ne pensano all’interno del P$$?

Verdi come le angurie

Figura non molto migliore, sempre per restare a $inistra, la fanno i Verdi ticinesi. I quali hanno respinto scandalizzati l’invito del presidente dell’Udc ticinese Piero Marchesi ad aderire alla raccolta delle firme per l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone (firmate tutti!). Questo perché, secondo i Verdi, non si può pretendere l’accesso ai mercati senza accordare ai partner il diritto all’invasione della Svizzera tramite immigrazione scriteriata. Accipicchia, ma questi Verdi sì che sono dei grandi statisti! Peccato che ci siano invece un sacco di accordi commerciali, vedi ad esempio quello con la Cina, che non contemplano affatto la libera circolazione. Quest’ultima infatti è semplicemente una paturnia internazionalista che ha fatto solo disastri e che verrà giustamente spazzata via dalla storia.

Ma, nel njet dei Verdi, a lasciare di palta è come gli ecologisti nostrani, imbevuti di ideologia spalancatrice di frontiere, chiudano gli occhi davanti all’evidenza.

Le frontiere spalancate hanno infatti conseguenze deleterie anche sull’ambiente: vedi i 65’500 frontalieri che entrano quotidianamente in Ticino uno per macchina, inquinando a tutto spiano ed intasando le strade. Idem dicasi per le svariate migliaia di padroncini. E i rifiuti solidi urbani che essi producono (rüt) mica se li riportano a casa.

Altrettanto deleterio per l’ambiente è l’accordo bilaterale sui trasporti terrestri, concluso dal kompagno Moritz Leuenberger, che ha trasformato la Svizzera in un corridoio di transito a basso costo per TIR UE. Il palese conflitto tra protezione dell’ambiente ed immigrazione scriteriata l’aveva visto benissimo l’iniziativa Ecopop. Ma i Verdi al proposito non hanno nulla da dire. Per loro le frontiere spalancate sono molto più importanti della tutela dell’ambiente. Perché costoro sono come le angurie: verdi fuori ma rossi dentro. D’altra parte, se gli ecologisti sono contenti di fare i soldatini (per non dire gli “utili idioti”) del P$, buon per loro. I frutti li raccoglieranno alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

 

 

Libera circolazione, a rischio la nostra sovranità

L’UDC nazionale intende fermare la libera circolazione delle persone. Un’ottima notizia che trova il pieno sostegno della Lega dei ticinesi, la quale sarà in prima fila nel raccogliere le firme. L’iniziativa soprannominata “per la limitazione”, prevede che la Confederella regoli in modo autonomo la propria immigrazione. Se verrà accettata dal popolo, il Consiglio federale avrà un anno di tempo per negoziare la fine della libera circolazione delle persone con Bruxelles.

C’è chi grida allo scandalo

Ma ancora una volta c’è chi grida allo scandalo: ovvero le Associazioni economiche. Si perché, già nel 1992 durante la campagna di voto per l’entrata della Svizzera nello Spazio Economico Europeo, i toni erano gli stessi.

Di continuo si afferma che dobbiamo il nostro benessere all’Accordo di libera circolazione siglato quasi vent’anni fa. Ma non è propriamente così. Dal dopoguerra al 2000, prima dell’introduzione dei “Bilaterali I”, la crescita annua del Prodotto interno lordo in Svizzera si attestava di media attorno al 2%. Ma poi magicamente dopo la decisione della Berna federale di introdurre la libera circolazione totale delle persone, la crescita si è fermata.

Per non parlare del continuo aumento dei lavoratori frontalieri, che nelle zone di confine, come è il caso emblematico del Ticino, ha toccato, alla fine del 2017, quota 65mila. Non dimentichiamoci pure dei tassi di disoccupazione che dai minimi storici del 2000 (1.9%) sono largamente duplicati, e del continuo aumento delle persone che fanno capo alle prestazioni sociali.

La volontà popolare non viene rispettata

Inoltre l’Europa a più riprese non ha spinto a più riprese la Svizzera a non rispettare la volontà popolare del popolo. Pensiamo all’azzeramento da parte delle Camere federali e del Consiglio federale del voto del 9 febbraio 2014, che non limiterà l’immigrazione di un’unità; o la soluzione di una preferenza indigena “light” decisa da Berna e Ticino per l’iniziativa “Prima i nostri”. Insomma la disdetta della libera circolazione delle persone rimane l’unica via percorribile. Già, perché l’immigrazione di massa ci sta sommergendo; costa, stressa e toglie un grosso pezzo della nostra qualità di vita. Smettiamola di osannare gli accordi bilaterali e quelli di libera circolazione!

La Svizzera deve salvare la propria sovranità

La Svizzera deve rispondere ai pilastri dello Stato, ovvero indipendenza, democrazia diretta, neutralità, federalismo, innovazione e affidabilità. Se la Confederazione vuole salvare la propria sovranità, il proprio mercato del lavoro, la sicurezza interna, deve prendere le distanze dall’Unione europea che pretende di imporre regole e accordi quadro istituzionali definiti “Accordi amici”.

“L’accordo fiscale è carta straccia”

Lo dicono anche gli italiani; eppure gli svizzerotti continuano a farsi infinocchiare

 

Negli scorsi mesi in occasione del suo esordio si era molto parlato, anche alle nostre latitudini, del mensile gratuito “Il Frontaliere” distribuito al confine e destinato, appunto, ai frontalieri.

Dopo il primo lancio – con tanto di polemiche con il Mattino – le acque attorno a questa pubblicazione si sono assai calmate. Almeno da questa parte del confine, è calato il silenzio. Ma Il Frontaliere c’è ancora e sull’ultimo numero propone un articolo a proposito del famigerato accordo sulla fiscalità dei frontalieri. L’articolo è interessante in quanto esprime il punto di vista d’oltreramina sull’annosa faccenda. Ebbene, il titolo è eloquente: “l’accordo fiscale diventa carta straccia”.

Sostanzialmente quello che il Mattino ha sempre sostenuto. L’accordo fiscale infatti non vedrà mai la luce perché l’Italia non lo vuole. Quindi si arrampica sui vetri alla ricerca di scuse per menare per il naso gli svizzerotti. I quali, come da copione, si fanno infinocchiare ogni volta. A marzo, poi, a Roma cambierà il governo. E, con esso, cambieranno integralmente le carte in tavola.

La conferma

Ebbene il Frontaliere sull’ultimo numero dice in sostanza la stessa cosa.

Secondo il mensile, l’accordo fiscale è carta straccia perché L’Italia sta andando alle elezioni, “e non è da escludere un cambio di maggioranza”. Ma anche perché il Belpaese, nella sua ricerca di pretesti per non concludere il trattato, ha sempre tirato in ballo presunti ostacoli elvetici alla devastante libera circolazione delle persone.

Peccato che la libera circolazione con la fiscalità dei frontalieri c’entri come i cavoli a merenda. L’attuale accordo fiscale, con relativi ristorni, risale infatti al 1974; se i due temi fossero in qualche modo legati, sarebbe giunto al capolinea al più tardi nel 2004, con la caduta della preferenza indigena.

Si attaccheranno all’iniziativa?

Adesso il Frontaliere, probabilmente senza nemmeno sbagliare troppo, ipotizza la prossima mossa italica per bloccare il nuovo accordo: i vicini a sud si attaccheranno al lancio dell’iniziativa popolare contro la devastante libera circolazione delle persone, “e – scrive il mensile – l’intesa sulla riforma del sistema di tassazione dei frontalieri diventerà carta straccia”.

Interessante poi il finale dell’articolo, che conferma in pieno quanto da tempo appare su queste colonne: “Le forze politiche del Belpaese potranno rassicurare i loro elettori-frontalieri sul mantenimento dello stato quo”; traduzione: le politica italiana è ostaggio dei frontalieri e dei loro ingiustificati privilegi fiscali.

E infine: “anche i comuni di frontiera dormiranno sonni più tranquilli, senza la paura di vedersi cancellati dalla sera alla mattina i preziosissimi ristorni, soldi con i quali si curano ogni anno le ferite della parte corrente dei bilanci”.

E’ davvero incredibile che…

Et voilà, svizzerotti fessi serviti di barba e capelli! I ristorni vengono utilizzati per tappare i buchi di gestione corrente. Le opere infrastrutturali di interesse comune italo-svizzero restano sulla carta –  o nemmeno su quella. Se le vogliono, i ticinesotti devono aprire il borsello e pagarle loro; anche su suolo italico: vedi ad esempio i park &ride senza i quali il nuovo trenino dei puffi Stabio-Arcisate, per il quale abbiamo già  pagato quasi 200 milioni di Fr, è inesorabilmente votato al fallimento. E questo al di là delle prime fantozziane settimane di esercizio della nuova tratta.

E’ davvero incredibile che, in questa situazione, in Consiglio di Stato non si trovi un terzo “ministro” disposto ad unirsi ai due leghisti formando così una maggioranza per bloccare il versamento dei ristorni. Tanto, cosa c’è da perdere?  Il nuovo accordo sulla fiscalità dei permessi G è morto e sepolto. Lo dicono anche gli italiani.

Lorenzo Quadri

La casta usa i dipendenti della SSR come scudi umani

No Billag: la propaganda della TV di Stato si fa sempre più martellante

 

Il lavaggio del cervello contro la “criminale” iniziativa No Billag che la TV di Stato sta praticando da mesi – almeno da novembre – con i soldi del canone, è la miglior conferma che il 4 marzo bisogna votare Sì a No Billag.  Tale lavaggio del cervello è infatti un’operazione vergognosa che nulla ha a che vedere con il servizio pubblico. E’, semplicemente, propaganda di regime,  oltretutto infarcita di panzane. Altro che “baluardo contro le fake news”. La TV di Stato, controllata dalla partitocrazia, con le redazioni colonizzate dai kompagni, è la prima produttrice di “fake news”; sul No Billag  e non solo.  Fa stato l’intramontabile motto: “in temp da guèra, püssée ball che tèra”.

E di sicuro la casta, di cui la SSR è organo propagandistico e centro di potere, in guerra lo è eccome. Anzi, più che una guerra è proprio una jihad. Una jihad contro il “popolazzo becero”, sempre meno disposto a farsi ricattare dall’establishment spalancatore di frontiere. Anche perché, con la rivoluzione digitale, il cittadino non è più succube dell’informazione di regime della monopolista SSR, manipolata dalla partitocrazia (controllo dell’informazione uguale potere). Dispone di innumerevoli fonti alternative. E’ quindi meno incline a bersi tutte le panzane propinate dal  “pensiero unico”.

I politicanti vogliono ingigantire sempre di più la TV di Stato – che nel corso dei decenni si è gonfiata come una rana – per garantirsi il potere. Il potere e le cadreghe, da spartire con logiche partitiche e dinastiche.

Logiche “di regime”

La SSR è di regime perché funziona con logiche da anni Trenta del Novecento (quando è stata fondata). E’ una specie di agenzia educativa del popolo bestia. Il quale va appunto educato, o  rieducato, secondo il “pensiero unico” imposto dalla casta: libera circolazione “indispensabile”, frontiere spalancate, multikulti, nessuna limitazione dell’immigrazione, sudditanza nei confronti dell’UE, preferenza indigena da rottamare, svizzeri da criminalizzare come razzisti…  E’ la propaganda così come la intendevano gli appositi ministri dei regimi autoritari. I contenuti sono cambiati. Il metodo no.

Senza dimenticare l’aspetto utilitaristico: i politicanti difendono il canone obbligatorio più caro d’Europa con argomentazioni carnascialesche (tipo: “No Billag – No Svizzera”) ed isteria decisamente degna di miglior causa perché la RSI permette a lorsignori di farsi campagna elettorale con i soldi del canone. I cadregari dei partiti giusti, con le idee giuste, vengono premiati con presenze ossessive negli studi di Comano, nonché con compiacenti microfoni a disposizione per ogni “flatulenza”. Una vera e propria manna per l’ego a mongolfiera di certuni; una manna da difendere con le unghie e con i denti! E’ servizio pubblico al contrario: il beneficiario finale non è il cittadino che lo paga, bensì la partitocrazia.

Il ritornello

La panzana più evidente, che peraltro è praticamente l’unico argomento degli oppositori della “criminale” iniziativa No Billag, è il ritornello che essa porterebbe alla chiusura della SSR (e quindi della RSI). Non è vero. La SSR continuerebbe ad esistere; ovviamente dovrebbe riformarsi in modo radicale, e mettersi a dieta. Ma questo accadrà in ogni caso, indipendentemente dall’esito della votazione sul No Billag, perché la rivoluzione digitale e la globalizzazione sono delle realtà. Perfino il direttore generale della SSR Gilles Marchand ha ammesso che diventa sempre più difficile giustificare un canone obbligatorio. Il tempo non si ferma votando No al No Billag.

Lavoratori di serie A e lavoratori di serie B

Fa specie vedere politicanti, magari assieme a qualche anziano professore, che non hanno fatto un cip né a proposito della devastazione della nostra piazza finanziaria a seguito delle calate di braghe davanti all’UE  – quasi 3000 posti di lavoro persi solo nelle banche ticinesi! –  e nemmeno sullo sfascio del mercato del lavoro  causato dalla libera circolazione delle persone (che loro anzi sostengono come il “bene supremo”!), scendere in piazza e stracciarsi le vesti in presunta difesa degli impieghi alla SSR. E tutti quelli che non lavorano per l’emittente pubblica cosa sono: lavoratori di serie B?

Nel caso qualcuno non l’avesse ancora capito: i dipendenti della TV di Stato vengono semplicemente utilizzati come scudi umani. La dirigenza della SSR, controllata dalla partitocrazia, ne combina peggio di Bertoldo e poi si nasconde dietro i collaboratori per minacciare i cittadini. Per la serie: guardate che se osate ribellarvi e votare “sbagliato”, poi ci vanno di mezzo i dipendenti! Sarà “colpa vostra”! Eh no, cari $ignori, troppo facile. Se il 4 marzo la SSR dovesse uscire perdente dalle urne, la colpa sarà dei “capitani” (manager e politicanti) che l’hanno condotta alla bocciatura popolare!

Il piano B

Il piano B (in caso di approvazione del No Billag), evidentemente, è fattibile. L’USAM (Unione svizzera arti e mestieri) ha avanzato delle proposte concrete. Ma naturalmente i contrari al No Billag negano ad oltranza, continuando a reiterare il ricatto della chiusura. Chiaro: non farlo, ammettere che le alternative ci sono, equivarrebbe a perdere una campagna basata sul terrorismo, sui ricatti e sul populismo più becero (e poi i populisti sarebbero gli altri?).

Agitazione ingiustificata

Infine, l’agitazione della RSI, dei suoi soldatini che berciano insulti sui “social”, dei politicanti della casta, è del tutto fuori luogo in Ticino. Il futuro del canone obbligatorio non lo decidono certamente i quattro gatti del comitato ticinese di sostegno al No Billag. E non lo decideranno nemmeno i votanti ticinesi, poiché la partita si gioca Oltregottardo. Ma è chiaro che i vertici della RSI, già asfaltati dai cittadini nel 2015 in occasione della votazione sulla nuova LRTV, temono il “bis” come la peste. E ne hanno ben donde.

Lorenzo Quadri