Riformetta fisco-sociale: Sì per non rischiare il peggio

Un “No” il 29 aprile potrebbe costare caro al Ticino. A pagare sarebbe il ceto medio

 

Il Ticino in campo di fiscalità è fermo al palo da 15 anni. Un’eternità, dati i ritmi di trasformazione della nostra società. In 15 anni è cambiato il mondo. Altri Cantoni sono stati assai più dinamici (non ci voleva poi tanto). I risultati si vedono: la concorrenzialità fiscale del Ticino è ormai un lontano ricordo. Il nostro Cantone è infatti al 22° posto della graduatoria nazionale per quel che riguarda l’imposizione della sostanza, ed al 18° per quella del capitale.

Se qualcuno leva le tende…

In generale, la struttura del gettito ticinese è particolarmente fragile. Nel senso che pochi grossi contribuenti pagano una fetta importante del gettito. Conseguenza: se qualcuno di questi “pochi e grossi” leva le tende, nelle casse pubbliche mancano tanti soldoni. E quando mancano le entrate, ci sono solo due opzioni. O si taglia la spesa (cosa che però il triciclo PLR-PPD-P$ si è dimostrato incapace di fare) o si aumentano le imposte.

Il che nel caso concreto significa mettere le mani nelle  sempre più esauste tasche del già tartassato ceto medio. In tempi recenti, grazie in particolare ai ministri delle finanze liblab, lo si è già fatto. Vedi le stime immobiliari dopate per mungere meglio i proprietari di una casetta o appartamento; vedi lo sciagurato moltiplicatore cantonale.

A proposito

L’incapacità dimostrata dal “triciclo” di contenere la spesa pubblica rende tra l’altro quasi un “must” l’introduzione del referendum finanziario obbligatorio, che peraltro già esiste e funziona in 18 Cantoni. I cittadini sanno infatti essere più oculati dei politicanti nell’utilizzo dei soldi pubblici. Ben lo dimostra, ad esempio, l’asfaltatura del credito da 3.5 milioni per la partecipazione del Ticino ad Expo2015 (un semplice regalo all’Italia, sventato dalla Lega che lanciò il referendum).

PLR e PPD ostaggio della $inistra

L’abbiamo già scritto: la riforma fisco-sociale su cui saremo chiamati a votare non è nemmeno una “riforma”. E’ al massimo un ritocco. Dall’ammucchiata PLR-PPD-P$ non ci si può aspettare altro. Come diceva Don Abbondio: il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare. Niente di strano: in casa PLR i liberali sono messi peggio dei panda, e a presiedere quello che dovrebbe essere il “partito dell’economia” c’è un funzionario della Confederella; il PPD, dal canto suo, è in balia di un paio di deputati-sindacalisti in fregola di visibilità. Con dei simili partiti “borghesi”, qualcuno si aspetta forse che da Palazzo delle Orsoline possano uscire degli sgravi fiscali degni di questo nome? Cioè delle misure che considerino il ceto medio e le persone singole? Ma è come credere a Babbo Natale e al coniglio di Pasqua.

Già solo il termine “sgravi fiscali” sembra essere diventato un tabù linguistico. Si preferisce parlare pudicamente di “riforme”. Intanto il “tassa e spendi” imperversa. E le forze cosiddette di “centro” sono  ostaggio dei $inistrati. I quali, ad ogni minimo ritocco verso il basso dell’imposizione fiscale, strillano istericamente ai presunti “regali ai ricchi”. Chiaro: i kompagni vogliono il maggior numero possibile di poveri. Ne importano a go-go anche dall’estero (i migranti economici che “devono entrare tutti”). Così il business rosso del sociale si gonfia come una mongolfiera, e svariati menatorrone della gauche-caviar ci tettano dentro.

Gettito a rischio

Peccato che se i tanto odiati “ricchi” sloggiano dal Ticino, il conto lo paga poi il ceto medio. Il quale, peraltro, non dispone di alcuna garanzia per il futuro. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone voluta dalla partitocrazia PLR-PPD-P$ e al conseguente sfacelo del mercato del lavoro ticinese, chi oggi fa parte del ceto medio nel giro di poco tempo potrebbe facilmente ritrovarsi in quello basso: e quindi non essere  più in grado di pagare le imposte.

E’ pertanto evidente che il gettito fiscale ticinese è a rischio: la riforma – in realtà una “riformetta mignon” – su cui andremo a votare il 29 aprile serve a metterlo un po’ “in sicurezza”. Va dunque sostenuta, alla faccia del populismo di $inistra. Affossarla significherebbe esporsi al rischio di importanti perdite fiscali, che all’ente pubblico costerebbero assai più della riforma fisco-sociale. Il prezzo di quest’ultima è stimato in 22 milioni di Fr per il Cantone e 16 per i Comuni. Più o meno quello che dovremmo pagare per la riforma-Bertoli “La scuola ro$$a che verrà”, che mira a sabotare la scuola pubblica ticinese nel segno dell’egualitarismo e del livellamento verso il basso. Ergo, basta far saltare la perniciosa scuola ro$$a – firmate il referendum! – e i costi della riformetta fisco-sociale  sono già coperti.

Legame indissolubile

I provvedimenti fiscali – che come detto costituiscono un intervento minimalista per scongiurare il peggio, altro che “riforma” – sono accompagnati da una parte sociale. Si tratta di due facce della stessa medaglia: senza l’aspetto fiscale, non entrano in vigore nemmeno le misure sociali. Questo deve essere chiarissimo a tutti. I $inistrati vorrebbero far credere il contrario: che le misure sociali potrebbero vedere la luce anche da sole. Ma questa è una balla di proporzioni epiche.

La parte sociale avremo modo di approfondirla nelle prossime settimane. Essa è incentrata sulla conciliabilità famiglia-lavoro. Un obiettivo importante di molti enti pubblici. Anche della città di Lugano, che infatti l’ha inserito nelle proprie Linee di sviluppo.

Il colmo

Sarebbe dunque il colmo che ad affossare delle misure per la conciliabilità famiglia-lavoro fossero nientemeno che i kompagnuzzi: proprio loro, che sono soliti riempirsene la bocca ogni due per tre! Ah già: ma la coerenza della gauche-caviar spalancatrice di frontiere è questa. Anche la conciliabilità famiglia-lavoro (come la legalità, come la morale, come i diritti popolari,…) vale solo a senso unico.

Lorenzo Quadri

Fioccano i No, ma i sette camerieri se ne fregano!

Diktat UE contro le armi dei cittadini onesti: il CF snobba la consultazione

 

Poco più di un mese fa, il 2 marzo, i camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno licenziato il messaggio con cui riprendono il Diktat di Bruxelles contro le armi che i cittadini onesti detengono al proprio domicilio.

La misura disarmista viene spacciata come un provvedimento di lotta al terrorismo islamico (naturalmente guardandosi bene dall’utilizzare l’imbarazzante aggettivo: islamico).

Fregnaccia più infelice non la si poteva immaginare. Né i terrorismi islamici, né criminali di qualsiasi altro tipo, si servono di armi annunciate legalmente. I seguaci dell’Isis, poi, sempre più raramente  impiegano armi da fuoco per i loro attentati. Preferiscono i furgoni lanciati sulla folla.

Applicazione “pragmatica”?

I camerieri dell’UE in CF si sono naturalmente affrettati a dire che la Svizzera avrebbe applicato in modo “pragmatico” le direttive europee sulle armi. Certo, un po’ come il diritto comunitario che verrebbe recepito non in modo “automatico”, bensì in modo “dinamico”. Tutti fumogeni da tre e una cicca per nascondere la desolante realtà: Bruxelles ordina, ed i suoi camerieri a Berna eseguono. Nel caso concreto, poi, obbediscono facendo – ancora una volta – strame della volontà popolare.

Restrizioni al diritto delle armi, anche meno incisive di quelle adesso in discussione, sono già state asfaltate dai cittadini in votazione popolare nel febbraio del 2011. Ma Sommaruga e compagnia cantante le ripropongono senza vergogna. Con tanto di grottesco ricatto: “guardate che se rifiutate sono a rischio gli accordi di Schengen”. Uhhh, che pagüüüraaa! Far saltare Schengen sarebbe già un motivo bastante per dire NO.

La consultazione

Sulla malsana (per quanto scontata) decisione del Consiglio federale di ubbidire agli eurobalivi disarmando i cittadini onesti, è stata indetta una consultazione. Numerosi i partecipanti: quasi 2000. Sono piovute le posizioni critiche. Ma di esse, “naturalmente”, non si è tenuto alcun conto. Chiaro: i sette scienziati si fanno schiacciare gli ordini direttamente da Bruxelles.

Degne di nota sono le prese di posizione dei partiti e dei Cantoni. Sul suo numero di aprile, la rivista dei tiratori dedica alla vicenda un interessante approfondimento.

Unici contrari…

Vi si apprende, ma guarda un po’, che l’unico partito politico  di scala nazionale che si oppone tout-court all’ennesima genuflessione a Bruxelles è l’UDC. Ex partitone ed uregiatti, invece, si fingono critici, ma finiscono poi per dire che la direttiva UE va ripresa… per non mettere in pericolo gli accordi di Schengen!

Che miseria: questi accordi fallimentari, che mandano a ramengo la nostra sicurezza e la nostra sovranità, che  ci costano oltre 200 milioni all’anno quando ne sarebbero dovuti costare 7, per PLR e PPD hanno precedenza sulle nostre leggi, sulle nostre tradizioni, sui nostri diritti popolari (vedi la citata votazione del 2011). E questi sarebbero partiti “borghesi”? Per fortuna…

Gauche caviar pietosa

Inutile dire che la gauche-caviar riesce a fare di molto peggio. In primis i $inistrati del P$; quelli che vogliono l’adesione all’UE, l’abolizione dell’esercito ed il riconoscimento dell’Islam come religione ufficiale in Svizzera. I kompagnuzzi blaterano infatti che il Diktat di Bruxelles costituirebbe “un miglioramento”. Nella sua ennesima tirata anti-svizzera il P$ (Partito degli Stranieri) riesce a dichiarare che anzi, i requisiti per poter disporre di un’autorizzazione alla detenzione di un’arma devono essere resi molto più restrittivi.

Per non farsi mancare nulla, il partito aggiunge la seguente bestialità: “il tiro sportivo non è più uno sport popolare”. Chiaro: i $inistrati della gauche-caviar preferiscono il golf. Peccato che a praticare il tiro sportivo ed il tiro in campagna siano oltre 130mila persone. Peccato anche che il tiro faccia parte della tradizione elvetica. Quella tradizione che il P$ vuole cancellare in nome del multikulti e dell’islamizzazione della Svizzera.

Sulla stessa linea, naturalmente, i Verdi, ormai ridotti ad utili idioti del P$ (poi si chiedono come mai si trovano a fare le riunioni in una cabina telefonica) ed i Verdi liberali (la differenza tra Verdi e Verdi liberali non l’ha mai capita nessuno).

Significativa (?) anche la posizione del Partito borghese democratico, ossia il risibile fan club dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf. Il quale, ma guarda un po’, “sostiene completamente” la proposta del Consiglio federale. Non solo insignificanti, ma pure lecchini.

I Cantoni

Passando ai Cantoni: la stragrande maggioranza di loro si dichiara contraria al messaggio del Consiglio federale. Anche il Ticino dice njet (e ci sarebbe mancato altro). Da notare che il nostro Cantone, nella sua presa di posizione, sottolinea che “la proposta non serve assolutamente a combattere il terrorismo e l’uso abusivo di armi”. Giusto!

I Cantoni favorevoli alla genuflessione al Diktat UE sono solo quattro. Uno è Basilea Città, e lo si poteva prevedere. Gli altri tre, stranamente, non sono Cantoni romandi internazionalisti. Sono Sciaffusa, Argovia e Zugo. C’è davvero da chiedersi cosa sia preso ai rispettivi Consiglieri di Stato, se si pensa che perfino i governi di Ginevra e Vaud figurano tra i contrari.

Come se niente “fudesse”

E’ però evidente che la ministra del “devono entrare tutti” Simonetta Sommaruga se ne infischia delle prese di posizione contrarie alla direttiva UE. Idem con patate i suoi degni compari (a partire da quello del presunto “tasto reset”).

L’obiettivo del Consiglio federale è solo uno: rifilare al paese l’ennesima calata di braghe davanti all’UE. C’è dunque da sperare che il parlamento mandi al macero l’ennesimo messaggio-ciofeca presentato dal governicchio federale. Ma, conoscendo la partitocrazia del triciclo PLR-PPD-P$$, c’è poco da stare allegri. Ore di dibattiti oziosi – per permettere ai politicanti in fregola di visibilità di mettere fuori la faccia – per poi approvare tutto. La solita presa per i fondelli.

C’è davvero solo da sperare in un referendum!

Lorenzo Quadri

Elezioni federali del 2019: cominciamo a “toccarci”

Prospettiva mostruosa: il P$ (Partito degli Stranieri) sogna di raggiungere il 20%

Proseguono i vaneggiamenti dei $inistrati del P$$. Il presidente, kompagno Christian Levrat, ha dichiarato di voler raggiungere il tetto del 20% dei consensi alle prossime elezioni nazionali. Visto che la Svizzera non ha ancora sufficienti sfighe, ci mancherebbe anche questa. Magari è il caso di ricordare – così, tanto per gradire –  alcuni punti della politica della gauche-caviar elvetica (elvetica per modo dire, data l’alta percentuale di “non patrizi” negli organi dirigenti del partito).

  • Adesione della Svizzera alla fallita UE.
  • Abolizione dell’esercito.
  • Sì all’accordo quadro istituzionale con gli eurobalivi, che permetterebbe a questi ultimi di comandare in casa nostra, alla faccia della nostra sovranità e rottamando i nostri diritti popolari (ma si sa che, secondo i $initrati, il popolazzo becero vota sbagliato: che decidano dunque gli eurobalivi, perché loro sì che spalancano le frontiere nazionali, mica come gli svizzerotti “chiusi e gretti”).
  • Conseguenza dell’accordo quadro istituzionale: abolizione delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone. Sì, proprio quelle con cui i kompagni amano riempirsi la bocca. Chiaro: per la gauche-caviar ubbidire agli eurofalliti ha la priorità su ogni parvenza di protezione dei lavoratori svizzeri, in particolare ticinesi, dall’invasione da sud.
  • Preferenza indigena? “Prima i nostri”? Ma allora ditelo che siete degli spregevoli razzisti!
  • Versare subito, senza se né ma, e con tante scuse per il ritardo visto che la promessa risale a novembre, il regalo di 1.3 miliardi di Fr all’UE: perché ogni desiderio di Bruxelles è un ordine e perché “bisogna aprirsi”. E poi, i ricchi svizzeri se lo possono permettere. Chissenefrega dei buchi nell’AVS!
  • Islam religione ufficiale in Svizzera: mica vorremmo discriminare i migranti economici, i quali a casa nostra devono poter fare tutti i propri comodi, meglio ancora se mantenuti dall’assistenza (così il businness ro$$o della socialità prospera).
  • Abolizione delle feste cristiane (recente richiesta dei giovani (?) $ocialisti di Zurigo), e conseguente sostituzione con quelle islamiche: perché, è chiaro, non si può di certo pretendere da immigrati in arrivo da “altre culture” la rinuncia alle loro tradizioni. Sarebbe becero populismo e razzismo.
  • Sì al burqa, si preparino anzi quelle scostumate delle donne elvetiche, che vanno in giro in minigonna e poi hanno ancora il coraggio di lamentarsi se vengono molestate da qualche migrante economico. Non è mica colpa di questi giovanotti con lo smartphone se, secondo la loro cultura, un centimetro di pelle in vista significa “sono disponibile”.
  • Finti rifugiati: devono entrare tutti, e tutti devono venire mantenuti.
  • Non si espelle nessuno (né delinquente straniero, né falso asilante).
  • Albanese e Serbo Croato lingue nazionali (proposta di un Consigliere nazionale $ocialista).
  • “La Svizzera non esiste”: dichiarazione del Primo agosto della kompagna Addolorata Marra di Botrugno, Consigliera nazionale P$$
  • Passaporti rossi per tutti. “Già il solo fatto che richieda la naturalizzazione, dimostra che il candidato è integrato”: frase pronunciata da un ex deputato P$ nel Gran Consiglio ticinese. Per agevolare il compito agli aspiranti cittadini elvetici – che magari non parlano bene la lingua del posto, perché mica si può pretendere che la imparino – la Confederella potrebbe allestire un sito in varie lingue (arabo, albanese, serbo croato, turco, eccetera) tramite il quale ordinare online il passaporto svizzero, che verrebbe poi spedito automaticamente a casa accompagnato da un piccolo dono di benvenuto. Siamo o non siamo per la “digitalizzazione dell’amministrazione”?
  • Aggravi fiscali e nuove tasse per gonfiare lo Stato come una rana, per mantenere tutti gli “ospiti” e per versare contributi miliardari all’estero, evidentemente tutti a fondo perso;
  • Aumento del canone radioTV per statalizzare tutti i media;
  • Criminalizzazione ad oltranza degli automobilisti: un eccesso di velocità senza alcuna conseguenza va punito almeno altrettanto duramente di una rapina;
  • No alla legittima difesa; i criminali devono poter entrare indisturbati nelle abitazioni, fare tutto quello che vogliono ad oggetti ed abitanti, senza che questi ultimi alzino un dito;
  • Proibizione ai cittadini onesti di detenere delle armi (così gli unici in possesso di armi, illegali, saranno i criminali);
  • Eccetera eccetera.

Se il P$ – Partito degli Stranieri – nel 2019 dovesse raggiungere il 20% agognato da Levrat, sarebbe la dimostrazione che le naturalizzazioni facili hanno ottenuto l’effetto sperato dai kompagni.

Lorenzo Quadri

 

In Ticino sempre più poveri ma la SECO insiste con le balle

Grazie libera circolazione! Un terzo della popolazione ticinese a rischio povertà

 

Però, mentre la gente tira la cinghia, le casse del Cantone sono piene: nel 2017 avanzo di oltre 80 milioni

La presa per  i fondelli continua ad oltranza, senza pudore!

Nei giorni scorsi sono state date, praticamente in contemporanea, tre notizie:

  • Ennesima statistica farlocca della SECO in base alla quale la disoccupazione sarebbe calata in Svizzera e naturalmente anche in Ticino dove si attesterebbe, udite udite, al 3.1%, in calo di 0.6 punti percentuali rispetto a febbraio.
  • Povertà alle stelle in Ticino. In Svizzera, secondo l’Ufficio federale di statistica, è povero il 7.5% della popolazione, mentre in questo sfigatissimo Cantone siamo al 17%. Le persone a rischio povertà sono in Svizzera il 14.7% mentre Ticino si raggiunge un inquietante 31.4%. Ovvero, praticamente un terzo della popolazione in Ticino è a rischio di povertà. La percentuale cresce a ritmo accelerato: nel 2013 infatti eravamo al 24.4%.
  • Conti cantonali nelle cifre nere, e mica di poco. Si parla di un avanzo 2017 di ben 80 milioni di franchetti nel consuntivo 2017. Ovvero 114 milioni in più rispetto al preventivo. Ma come: la partitocrazia non invoca ogni tre per due le presunte casse vuote?

Contraddizioni evidenti

Le contraddizioni sono evidenti. Da un lato la SECO, segreteria di Stato dell’economia, ci viene a raccontare che nel nostro Cantone non esiste un’emergenza lavoro. Ma quando mai: sono solo balle populiste e razziste. O, a voler essere diplomatici, “percezioni”. Peccato che l’ufficio federale di statistica –  quindi un istituto della Confederella, proprio come la SECO – racconti una storia ben diversa. Se in Ticino quasi il 20% della popolazione è già povera, mentre un terzo è a rischio di povertà,  evidentemente questo significa che il mercato del lavoro è andato a ramengo. Quindi quel 3.1% di tasso di disoccupazione, che ci viene sbattuto in faccia per farci credere che vada tutto a meraviglia, è in realtà una colossale presa per i fondelli. Del resto, anche le cifre dell’assistenza in continuo aumento mal si conciliano con presunti miglioramenti nell’occupazione.

Statistiche per imboscare

Ecco quindi l’ennesima dimostrazione che le statistiche  della SECO non sono fatte per rivelare un fenomeno, la disoccupazione, bensì per imboscarlo. E non c’è nemmeno bisogno di truccare le cifre: basta scegliere gli indicatori “giusti” ed il gioco è fatto. Così si può andare in giro a sventolare dati, apparentemente oggettivi, per sostenere la madre di tutte le fregnacce: ossia che, con la libera circolazione, sul mercato del lavoro ticinese va tutto bene. Peccato che poi arrivano altre cifre, come quella della povertà o dell’assistenza, a raccontare tutta un’altra storia. Una storia fatta di precariato e di mancanza di lavoro. Poiché questo fenomeno deleterio non accenna affatto a migliorare bensì peggiora di anno in anno, è evidente che occorre intervenire con urgenza cambiando le cose. Ossia facendo saltare la libera circolazione delle persone che ci sta portando nel baratro.

I conti in nero del Cantone dicono invece che, mentre la gente tira la cinghia, le casse pubbliche sono piene.

La causa

E’ chiaro che mancanza di lavoro, precariato e conseguente povertà tra i ticinesi hanno una causa, e questa causa è il mercato del lavoro andato a ramengo a seguito dell’invasione da sud. Però il ministro dell’Economia, il PLR Johann “Leider” Ammann, calato in Ticino dove ha partecipato ad una serata dei liblab, viene a dirci che “non basta essere svizzeri per lavorare”. Ah beh, quando si dice un grande statista! Peccato che nella situazione creata dalla partitocrazia triciclata e spalancatrice di frontiere, con in prima linea proprio il PLR di “Leider” Ammann, sembra proprio che essere svizzeri basti per NON lavorare. Ci sono persone in cerca di impiego che l’hanno sperimentato sulla propria pelle. Mandando le candidature con il CV corretto non venivano nemmeno chiamate. Se si fingevano frontalieri, invece, il riscontro arrivava subito…

Proporzioni?

Il bello è che il ministro dell’Economia (!) (quindi il ministro competente) per spiegare la propria posizione contraria alla preferenza indigena si arrotola su se stesso in oziosi discorsi sulla “cultura aziendale” e  sulle “proporzioni” di lavoratori residenti all’estero. Nuovo autogol del Consigliere federale del “partito del Buongoverno”. In Ticino i frontalieri sono un terzo dei lavoratori. Questa sarebbe una proporzione sostenibile? Ma per favore! Se il buon Johann (Giuànn) credesse alla sua storiella delle proporzioni, dovrebbe allora essere il primo a sostenere la preferenza indigena. Invece ha fatto di tutto per affossarla, ovviamente per compiacere i suoi padroni di Bruxelles. E’ davvero un mistero come i ticinesi possano ancora sostenere simili partiti e simili politicanti.

Lorenzo Quadri

In Ticino entra di tutto… la sanità non fa eccezione

Grazie partitocrazia spalancatrice di frontiere! Apriamoci sempre di più!

Ennesima dimostrazione, nel caso ce ne fosse bisogno, che in questo sfigatissimo Cantone, grazie alla scellerata politica delle frontiere spalancate, arrivano tutti i furbetti dell’italico quartierino.

Dal deleterio trend non è immune la medicina. Questo significa che gli svizzerotti fessi, quelli che “si aprono” quando invece dovrebbero costruire muri sul confine e mandare a quel paese la libera circolazione delle persone, grazie a questi furbetti rischiano non solo di farsi “stuccare” dei bei soldoni, non solo di perdere il lavoro, ma anche danni alla salute.

Il chirurgo indagato

Risulta infatti che tale MC, chirurgo estetico 32enne  (sono in corso verifiche sulla sua laurea) indagato a Milano per omicidio colposo a seguito dalla morte, dopo mesi di agonia, di una paziente a cui aveva praticato una liposuzione, pubblicizzasse sul proprio sito, con la tipica magniloquenza d’Oltreconfine, la sua attività in pieno centro Lugano. Stranamente, da venerdì pomeriggio il sito del medico risulta bloccato con la pudibonda dicitura: “il sito è momentaneamente offline, ci scusiamo per il disagio”.

Per contro, risulta (o almeno, lo era fino a venerdì)  ancora aperto il profilo Instagram del chirurgo in questione: vi compare un suo primo piano “glamour” con espressione da schiaffi  e, sopra, in bella mostra, la dicitura “Lugano Switzerland”. Ohibò. Il capo dell’Ufficio della sanità del Beltradipartimento DSS ha dichiarato che 1) il dr MC non può lavorare in Ticino poiché non dispone del titolo di specialista FMH e 2) “a noi non risulta che lavorasse”. Se la prima affermazione certifica che la presenza del chirurgo indagato sul panorama sanitario ticinese è abusiva, la seconda solleva vari interrogativi. Infatti “a noi non risulta che lavorasse” è ben diverso che “non lavorava”. Significa infatti: magari lavorava (abusivamente), ma noi non lo sappiamo. Ah, siamo messi proprio bene! Ennesimo “caso isolato” o andazzo diffuso e sotto il naso del Beltradipartimento DSS?

“Dobbiamo aprirci”

Grazie alle frontiere spalancate in Ticino arriva di tutto e di più: “tanto gli elvetici (come ci chiamano oltreramina) sono fessi e non si accorgono di niente!”. Si capirà che quando questa migrazione di furbetti coinvolge il settore medico, la situazione si fa “spessa”. Per ironia della sorte, proprio lo stesso giorno in cui è stata divulgata la notizia del chirurgo, si è appreso che una pediatra italiana, attiva anche in Ticino, è stata radiata dall’albo dell’ordine dei medici di Milano.

Non è finita. Il Mattino è a conoscenza del caso di un dottore italico, che opera – od operava fino a poco tempo fa – nel Sopraceneri. Costui, pur avendo l’autorizzazione al libero esercizio in Ticino, non dispone di un numero di concordato e quindi non può fatturare le proprie prestazioni alla LAMal. Risulta però che lo facesse lo stesso grazie a qualche collega compiacente che “imprestava” il suo numero di concordato.

Qual è il problema?

La (desolante) conclusione è sempre la stessa. Le frontiere spalancate ci hanno portato in casa  il malandazzo italico, anche in campo medico, ed il nostro sistema non ha gli anticorpi per combatterlo. Ma naturalmente va tutto  bene. Il problema del Ticino non è che entra di tutto e di più. Il problema sono i ticinesotti “chiusi e gretti” che, come ebbe a dire l’ormai obliato ex ministro degli Esteri PLR Burkhaltèèèr in una sconcia allocuzione di Capodanno (era il primo gennaio 2014), “devono aprirsi all’UE”.

Lorenzo Quadri

Ma chi l’avrebbe mai detto! L’assistenza cresce ancora

Sostituzione di residenti con frontalieri ed immigrazione nello stato sociale

 

Ma come: il famoso studio (farlocco) dell’Istituto ricerche economiche (IRE) diretto dal buon Rico Maggi, e realizzato da ricercatori frontalieri, non garantiva che sul mercato del lavoro ticinese, in regime di devastante libera circolazione delle persone, va tutto a meraviglia? Invece, ma guarda un po’, apprendiamo che in Ticino il numero delle persone in assistenza è ancora aumentato. Rispetto al gennaio del 2017, infatti, a carico dell’assistenza ci sono 272 persone in più. Il numero dei beneficiari di assistenza in questo sempre meno ridente Cantone è quindi salito ad 8106. Naturalmente il frontalierato non c’entra nulla. Ma quando mai! “Sono solo percezioni”! L’esplosione dell’assistenza è dovuta ai cambiamenti climatici, alla deriva dei continenti, all’influsso della costellazione dei Pesci…

Grazie, spalancatori di frontiere!

Inutile dire che la partitocrazia del triciclo PLR-PPD-P$ – parte integrante della casta spalancatrice di frontiere assieme alla stampa di regime (a cominciare da quella di sedicente “servizio pubblico”), al padronato ed ai sindacati – non fa assolutamente un tubo per porre rimedio alla situazione da lei stessa creata. Anzi: come abbiamo visto con il 9 febbraio e con “Prima i nostri”, prende a pesci in faccia la popolazione cancellando le decisioni democratiche. Chiaro: i politicanti del triciclo mica sono lì per fare gli interessi dei cittadini che li hanno eletti. Sono agli ordini dei loro partiti nazionali camerieri di Bruxelles. Ricordiamo, ad esempio, che il PLR ticinese si espresse all’unanimità contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, venendo asfaltato dalle urne.

L’attuale ministro degli esteri KrankenCassis nel 2016, da capogruppo dell’ex partitone alle Camere federali, si bullò del compromesso-ciofeca che affossava il “maledetto voto” del 9 febbraio.  Adesso organizza le conferenze stampa autopromozionali e fa il prezzemolino al Gay Pride come pure a svariate altre manifestazioni che con la  politica estera non c’entrano un piffero. Ministro degli esteri o ministro dell’aperitivo? Ma magari il Consigliere federale italo-svizzero fa meno danni al Gay Pride che a Berna e a Bruxelles, visto che vuole lo sconcio accordo quadro istituzionale e la ripresa dinamica, cioè automatica, del diritto UE (proprio come il suo predecessore Burkhaltèèèr, sempre PLR).

Si vede comunque che la vita del Consigliere federale non è poi così stressante come si vuol far credere. Anzi: resta tempo libero in abbondanza per partecipare ad ogni sorta di mondanità. Prosit!

Statistiche farlocche

Le cifre dell’assistenza crescono da anni, ma naturalmente i galoppini della SECO continuano a sfornare statistiche farlocche in cui si sostiene che in Ticino la disoccupazione scende. Se scende, è perché i senza lavoro sono finiti in assistenza, quando non in AI. Quindi non figurano più nelle statistiche dell’assicurazione contro la disoccupazione (AD). E non vi figura nemmeno chi esaurisce il termine quadro dell’AD e poi non ha più diritto a nessuna prestazione (ad esempio perché ha qualcosa da parte, ha una casetta, o ha un coniuge che lo/la può mantenere).

La stessa medaglia

Qualche altra informazione sarebbe poi buona cosa averla.  A maggior ragione quando si tratta di dati che vengono rilevati. Non certo di segreti di Stato. Però, in nome della “trasparenza”, si preferisce imboscarli. Ad esempio: quanti sono gli stranieri in assistenza e quanti gli svizzeri? E gli stranieri, da quanto tempo risiedono nel nostro paese?

Perché è evidente che nelle cifre dell’aiuto sociale  si vede da un lato il soppiantamento dei lavoratori residenti con frontalieri; dall’altro, l’immigrazione nello stato sociale. In entrambi i fenomeni, le frontiere spalancate giocano un ruolo di primo piano. Grazie, partitocrazia! Grazie, casta!

Lorenzo Quadri

 

Deduzioni fiscali ai frontalieri: “una ca*ata pazzesca!”

Grazie camerieri bernesi dell’UE! Così il Ticino avrà più costi e meno entrate

 

Un motivo in più per decidere subito il BLOCCO DEI RISTORNI ed introdurre una tassa per frontalieri così come proposta dal prof Eichenberger

Gaudium magnum (si fa per dire, ovviamente) ! Il Consiglio federale, assieme al solito triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali , ha rifilato ai Cantoni di frontiera, e specialmente al Ticino, l’ennesima ciofeca. La tassazione ordinaria per i frontalieri, che entrerà in vigore nel 2021, è infatti  come la Corazzata Potëmkin di fantozziana memoria: una ca*ata pazzesca!

Infatti essa conferisce ai frontalieri il diritto di beneficiare delle deduzioni fiscali che possono far valere i residenti. Si tratta dunque di un regalo fiscale ai frontalieri. Il che è semplicemente uno scandalo. Per vari motivi:

  • La volontà espressa a più riprese dalla stessa Confederazione è quella di tassare di più i frontalieri, non certo di tassarli meno. Anche il fu nuovo accordo fiscale col Belpaese (“fu” perché ormai è defunto da un pezzo) si basava su tale principio. E adesso si fa proprio il contrario?
  • I frontalieri sono già dei privilegiati fiscali per rapporto ai cittadini italiani che vivono e lavorano in Italia. Una situazione di privilegio che non ha uno straccio di giustificazione. Però ai politicanti d’Oltreconfine va bene così. Poi hanno anche la faccia di tolla di simulare preoccupazione perché – dicono loro – a causa del frontalierato perderebbero le migliori forze lavorative (?). E cosa fanno per rendere meno attrattivo lo statuto di frontaliere? Un tubo! Anzi, si battono per mantenerne i privilegi fiscali. E adesso i camerieri bernesi dell’UE ci mettono del loro e ne aggiungono di ulteriori. Col risultato, va da sé, di rendere il Ticino sempre più attrattivo per l’invasione da sud. Applausi a scena aperta!
  • Le deduzioni fiscali sono fatte per chi risiede in Ticino e non per chi vive al di là della ramina. Sarebbe poi interessante sapere come i tassatori ticinesotti intendono verificare l’esattezza delle deduzioni indicate dai frontalieri. Per la serie: fatti su davanti e di dietro dai furbetti tricolore?

Più costi per meno entrate

E’  poi evidente che deduzioni fiscali significa meno gettito. Quale sarà, dunque, la conseguenza della nuova geniale regolamentazione decisa a Berna? Il fisco di questo sfigatissimo Cantone dovrà assumere più funzionari per calcolare le deduzioni fiscali dei frontalieri. Quindi: più costi per minori entrate!

In altre parole, i permessi G continueranno ad invadere, sempre più numerosi, il Ticino; a  generare soppiantamento di lavoratori residenti e dumping salariale (che sono fatti reali, cari scienziati dell’IRE, altro che “percezioni”); ad infesciare le nostre strade e ad impestarci l’aria arrivando uno per macchina (ad Arcisate, come scritto la scorsa settimana su queste colonne, stanno costruendo una nuova strada apposta per agevolare l’arrivo di frontalieri motorizzati, ed intanto gli svizzerotti fessi spendono 200 milioni per il trenino dei puffi Mendrisio-Varese); a generare rüt smaltito a spese del lo sfigato contribuente ticinese (altro che “principio di causalità”); e tutto questo pagando ancora meno tasse!

Certo che, quando si tratta di farci male da soli, siamo davvero imbattibili. Leopold von Sacher-Masoch era un dilettante al confronto!

Modifica non necessaria

E qui, grazie ai soliti camerieri bernesi dell’UE, ci stiamo davvero facendo male da soli. Perché si sarebbe potuto benissimo andare avanti con lo statu quo. C’è una sentenza del Tribunale federale (che ancora una volta decide contro gli interessi della collettività elvetica) che dice che “sa po’ mia”, che le deduzioni fiscali  vanno accordate anche ai frontalieri? Echissenefrega!  La sentenza è di otto  anni fa; e non era nemmeno riferita ad un caso ticinese. Da allora nessuno ha più  fatto un cip. Sicché, i tamberla dell’amministrazione federale potevano benissimo lasciare il dossier nel cassetto. Come del resto avrebbe fatto la vicina Penisola a parti invertite! Avremmo peraltro avuto la giustificazione perfetta: la trattativa suoi nuovi accordi fiscali dei frontalieri è arenata per colpa del Belpaese, e noi dovremmo modificare le nostre regole a vantaggio dei permessi G? Ma nessun altro Stato sarebbe così pirla!  Invece no:   bisogna correre a calare le braghe; non sia mai che qualche organismo internazionale del piffero ci accusi di “discriminare”! E chi è il politicante federale che ha “dato il là” alla scellerata operazione? Esatto, ancora e sempre lei: l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf!

Grazie “triciclo”!

Ringraziamo, ancora una volta, la partitocrazia PLR-PPD-P$$ che prima spalanca le frontiere provocando l’invasione da sud, poi getta nel water la preferenza indigena ed i contingenti votati dai cittadini, e adesso fa perfino i regali fiscali ai frontalieri, a danno dell’erario ticinese. Ma avanti, continuate a votare i partiti del triciclo…

E’ comunque evidente a questo punto che bisogna:

  • Bloccare il versamento dei ristorni dei frontalieri, visto che c’è la necessità di compensare gli scellerati regali fiscali decisi dai camerieri bernesi dell’UE. O magari qualcuno pensava, per rimediare al futuro ammanco, di chiamare alla cassa il solito sfigato contribuente ticinese?
  • Introdurre una tassa d’entrata per frontalieri, così come proposta dal prof. Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo.

Diamoci una mossa che è ora!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

A Comano dal No Billag non hanno imparato un tubo

 

Nell’edizione principale del TG RSI di lunedì sera, nuovo improponibile servizio unilaterale: in apertura, quasi sette minuti di lavaggio del cervello agli svizzerotti, per convincerli di essere “razzisti e xenofobi”. E questa sarebbe informazione “equidistante e di qualità”? Avanti con l’iniziativa per il canone a 200 Fr!

Anche quest’anno l’inutile Commissione federale contro il razzismo ha prodotto il proprio rapporto (?) secondo il quale i casi di razzismo ed islamofobia in Svizzera sarebbero “in aumento”. Per chi non l’avesse capito: questa Commissione federale è uno strumento, naturalmente pagato dal contribuente, della casta spalancatrice di frontiere. La sua esistenza persegue un solo obiettivo: far credere che nel nostro Paese esista un problema di razzismo. Così la stampa di regime, al servizio della casta, può prodursi in lavaggi del cervello e ricatti morali all’indirizzo degli svizzerotti “chiusi e gretti” affinché si emendino e facciano entrare tutti: che è poi quel che vuole l’establishment!

Tesi ridicole

Sostenere che la Svizzera sarebbe un paese razzista è francamente ridicolo. Da noi un quarto della popolazione è straniera. E se aggiungiamo chi ha beneficiato di naturalizzazioni facili, non osiamo immaginare dove si va a finire. Inoltre, se il nostro fosse un paese razzista ed islamofobo, perché vogliono arrivare tutti qui?

Ricordiamo che il Giappone ha il 2% di stranieri, ma nessuno si permette di fare un cip. Ecco un grande Paese, carico di storia e di cultura, da cui prendere esempio.

Del resto gli stessi numeri prodotti dalla Commissione federale contro il razzismo dimostrano la sua inutilità: si tratta infatti di poche decine di casi. E come la mettiamo con il razzismo contro gli svizzeri? Con gli annunci di lavoro per soli frontalieri? Con l’immigrazione scriteriata di stranieri in arrivo da “altre culture” i quali sono razzisti, antisemiti, sessisti, eccetera? Vuoi vedere che in Svizzera anche il razzismo, come del resto una grossa fetta della criminalità, è d’importazione?

La Commissione federale contro il razzismo va dunque abolita, poiché serve solo agli spalancatori di frontiere per inculcare a noi svizzerotti, strumentalmente e con i nostri soldi, sensi di colpa del tutto ingiustificati.

La propaganda di Comano

Ed infatti, come volevasi dimostrare, lunedì sera il TG delle 20 della RSI ha dedicato alla non-notizia del presunto aumento dei casi di “razzismo” addirittura l’apertura. E che apertura: oltre 6 minuti e mezzo di servizio, sfacciatamente unilaterale, in cui si monta la panna sull’inventato problema del “razzismo in Svizzera”. Lo scoppio della Terza guerra mondiale non avrebbe ottenuto maggiore spazio. Ulteriore esempio di utilizzo dei soldi del canone più caro d’Europa per fare il lavaggio del cervello agli spettatori. E questa sarebbe informazione equidistante, di servizio pubblico, e di qualità? Ma non fateci ridere. Questa è la solita propaganda di regime. L’ennesima leccata alla casta spalancatrice di frontiere e multikulti.

Dalla votazione sul No Billag, a Comano non hanno proprio  imparato un tubo. E’ forse il caso di ricordare a chi fa finta di dimenticarselo che i Sì all’iniziativa No Billag (in Ticino il 35%) aggiunti ai “No critici” fanno senz’altro una maggioranza. Una maggioranza robusta. E’ quindi urgente il lancio dell’iniziativa per il canone a 200 Fr.

Lorenzo Quadri

Il mondo che gira al contrario

Giura: invece di pensare al delinquente straniero, la polizia si preoccupa dei “post”

 

E’ il mondo che gira al contrario. Nei giorni scorsi alla stazione di Delémont un uomo di colore ha aggredito e picchiato, senza motivo apparente, un giovane che se ne stava tranquillo per i fatti suoi. Qualcuno ha ripreso la scena con l’immancabile smartphone (intervenire no, eh?) e il filmato è finito sui social network.

E lì, come prevedibile, ha suscitato vari commenti “sopra le righe”. Anche a sfondo razziale, viste le caratteristiche somatiche dell’aggressore. Riprovevole ma non sorprendente. Social e blog sono diventati dei veri sfogatoi, che spesso e volentieri degenerano in fogne a cielo aperto.

Tuttavia, e qui arriva il bello: la polizia cantonale giurassiana ha pubblicato sulla propria pagina di “faccialibro” (facebook) un comunicato dai toni minacciosi in cui condanna duramente… le espressioni razziste sui social!

Capita l’antifona? A preoccupare le forze dell’ordine non è che ci sia stata un’aggressione in stazione ai danni di un ragazzino che non stava facendo nulla di particolare. No! Lorsignori si preoccupano dei commenti razzisti sull’aggressore. Sono queste le priorità della polizia?

A noi, che siamo beceri populisti e xenofobi, pare proprio che le forze dell’ordine dovrebbero semmai pensare ad assicurare alla giustizia i delinquenti, invece di passare il tempo sui social a condannare i commenti ai danni, nota bene, non della vittima, bensì dell’autore straniero (finto rifugiato?) di un’aggressione!

Fulgido – ed ennesimo – esempio di morale a senso unico. Già, perché sugli insulti che i soldatini della $inistra partito dell’odio vomitano in abbondanza in rete su chi osa non pensarla come loro, nessun benpensante ha nulla da dire. Citus mutus! Va tutto bene! E di certo non si mobilita la polizia cantonale per minacciare gli isterici leoni da tastiera.

Tornando al caso di Delémont: se il Ministero pubblico giurassiano riterrà di perseguire penalmente gli autori di eventuali post razzisti, è affar suo. Ma che la polizia si preoccupi di assicurare alla giustizia i troppi delinquenti stranieri che ci siamo messi in casa con la scellerata politica delle frontiere spalancate, invece di difenderli dai post al loro indirizzo!

Del resto l’improvvida sortita su fb della polizia cantonale giurassiana, che chiaramente l’ha fatta fuori dal vaso, ha irritato vari utenti del social. “Incredibile: i nostri ragazzini vengono aggrediti da delinquenti stranieri e noi dovremmo starcene buoni come agnellini”, ha ad esempio commentato uno di loro.

Lorenzo Quadri

 

Rapporti con l’Italia: siamo stufi di aspettare Berna!

L’unica soluzione è l’ “Alleingang”: per la Confederella, la priorità è Bruxelles

Ah beh, quando si dice la scoperta dell’acqua calda! Il ministro degli esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis nell’incontro della scorsa settimana  con il governo ticinese ha ammesso che i rapporti con l’Italia sono “sicuramente non sono facili”.

Chiaro: solo dei boccaloni d’Oltralpe come l’ormai obliato Didier Burkhaltèèèr (PLR) e Johann “Leider” Ammann (sempre PLR) potevano credere alla promesse italiche di conclusione imminente del nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Mentre su altri temi, quali ad esempio l’annosa questione dell’accesso al mercato italiano per gli operatori finanziari svizzeri, i vicini a sud non provano nemmeno ad essere rassicuranti: fanno direttamente orecchie da mercante. Eppure, il tema non è esattamente “di nicchia”: sono in ballo numerosi posti di lavoro sulla piazza finanziaria ticinese, già devastata dalle calate di braghe dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, con la benedizione del solito triciclo PLR-PPD-P$.

E la reazione?

Dopo anni di prese per i fondelli “hard” ad opera del Belpaese, sarebbe anche ora che da parte elvetica ci fosse una reazione. Invece gli azzimati signori della diplomazia rossocrociata si sono addirittura bevuti la fandonia che l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri sarebbe stato bloccato dagli italiani  a causa della richiesta del casellario giudiziale. E che, se i ticinesotti avessero rinunciato al casellario, svendendo la propria sicurezza, tutto si sarebbe sistemato. Certo, come no!  Se non si pigia il tasto “reset” su questa diplomazia, non andremo da nessuna parte.

Adesso il buon KrankenCassis va a trovare il Consiglio di Stato ticinese (tappeti rossi, salamelecchi, slinguazzate,…) e l’esito dell’incontro è la scoperta dell’acqua calda: “la situazione con l’Italia è difficile”. Ma va? Intanto però è lì pronto sul tavolo il tema del blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri: uno dei pochi (ed efficaci) mezzi di pressione sulla vicina Repubblica di cui il Ticino dispone. E’ forse giunto il momento di farvi ricorso, visto che di nuovi accordi fiscali con il Belpaese non ne vedremo mai? Risposta del ministro degli esteri: “Qualche volta le pressioni sono utili (…) ma devono essere portate avanti quando ci sono dei governi in carica, ed in Italia non è il caso”.

La musica non cambia

E ti pareva! Burkhaltèèèr o Cassis, la musica non cambia. Per farsi valere non è mai il momento. Il ritornello è sempre lo stesso “sì ma non ora, sì ma non così, bisogna aspettare,…”. Con queste fregnacce, i bernesi ci prendono per i fondelli per anni! Intanto, in attesa che arrivi il “momento giusto” i ticinesotti continuano a pagare un tributo deciso 44 anni fa, e che nelle circostanze attuali è diventato privo d’oggetto.

Ricordiamo infatti per l’ennesima volta che i ristorni costituiscono un pizzo all’Italia in cambio del riconoscimento, da parte di Roma, del segreto bancario elvetico. Tale operazione era nell’interesse di tutta la Svizzera. Solo il Ticino, però, ne ha pagato il conto. E continua a pagarlo. Erano state a suo tempo promesse delle compensazioni? C’è chi lo assicura. Ma in ogni caso, queste compensazioni non le ha mai viste nessuno. Negli ultimi anni sono state richieste a più riprese. Risposta del Consiglio federale: “sa po’ mia!”. Passata la festa, gabbato lo santo.

Morale della favola: per il blocco dei ristorni, abbiamo già aspettato abbastanza. Adesso è tempo di passare all’atto. Abbiamo già perso troppi anni; e troppe decine, anzi ormai centinaia, di milioncini delle nostre casse pubbliche.

Concertare?

Ancora più “del Cassis” la sortita del kompagno Bertoli, presidente di turno del consiglio di Stato, secondo cui qualsiasi rimostranza nei confronti degli italici dovrà essere concordata tra Bellinzona e Berna. Sicuro, e gli asini volano! La Confederella non deciderà mai alcuna “misura di pressione” nei confronti  del Belpaese. L’hanno capito anche i paracarri. La sua unica preoccupazione è quella di compiacere i padroni di Bruxelles. E se ciò significa sacrificare gli interessi di questo sfigatissimo Cantone e dei suoi abitanti, chissenefrega! Inoltre, come continua a ripetere la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, “Dobbiamo aiutare l’Italia”. I tapini bernesi credono di avere a che fare con un paese amico!

Che nessuno si faccia illusioni: se vuole difendersi, il Ticino deve muoversi per conto proprio. Se aspettiamo il benestare del terzo e del quarto, tanto vale chiudere subito baracca e burattini. Come dicono Oltregottardo: Alleingang!

Lorenzo Quadri

 

 

L’immigrazione scriteriata farà fallire il nostro Stato sociale

O la smettiamo di fare entrare tutti, oppure le cose si metteranno molto male

 

Come andiamo ripetendo da un po’ di tempo (in effetti, da un bel po’ di tempo) lo Stato sociale elvetico galoppa verso l’infinanziabilità. Nel senso che la spesa cresce sempre di più. Cresce perché ad attaccarsi alla mammella sono in troppi. E sono in troppi a causa dell’immigrazione scriteriata.

Le cifre: a livello nazionale, Cantoni e Comuni nel 2003 spendevano per l’assistenza sociale 1.22 miliardi di Fr. Nel 2016 la cifra era lievitata a 2.7 miliardi. Ciò equivale ad un aumento del 121% nel giro di appena 13 anni. E stiamo parlando solo dell’assistenza in senso stretto. Mancano all’appello i vari assegni familiari, assegni di prima infanzia (del resto non esistono in tutta la Svizzera), le complementari all’AI e all’AVS…

In Ticino, ad esempio, la spesa sociale totale a fine 2016 ammontava a 360 milioni di Fr; nel 2010, era di 281 milioni!

 Spesa sociale fuori controllo

Fino ad una ventina di anni fa, il numero di migranti economici in Svizzera (sia europei che extracomunitari) era contenuto. Questo perché il nostro Paese aveva ancora il controllo sull’immigrazione. Con la devastante libera circolazione delle persone e la furia spalancatrice di frontiere imposta dal pensiero unico politikamente korretto e multikulti, la situazione è rapidamente precipitata. Questo perché la Svizzera non può più applicare il principio del “scegliamo noi chi far entrare e apriamo la porta solo alle persone che portano un beneficio al paese” (anche se poi naturalmente non sempre tutto andava liscio). Perso il controllo sull’immigrazione, si è perso anche quello sulla spesa sociale. Nel frattempo, le continue agevolazioni concesse ai migranti economici in nome del politikamente korretto e della “non discriminazione” hanno accresciuto  in modo esponenziale l’attrattività del nostro paese per persone provenienti da “altre culture” e dove la “cultura del lavoro” è poco radicata.

Ereditarietà

In sostanza, gli immigrati furbetti arrivano nella Svizzera paese del Bengodi e si cuccano quello che è a tutti gli effetti un “reddito di cittadinanza” (anche se la cittadinanza non l’hanno!) finanziato dagli svizzerotti. I quali devono pagare e tacere. Altrimenti vengono infamati come “beceri razzisti” dai soliti noti: quelli che sul business dell’immigrazione ci lucrano, quelli che vogliono islamizzare la Svizzera, eccetera.

A  far schizzare verso l’alto la spesa sociale ci pensa anche il fenomeno dell’ereditarietà. Ovvero, figli di genitori in assistenza “con passato migratorio” che a loro volta si mettono a carico dell’assistenza. Forse perché essa viene considerata, vista anche la tradizione familiare, non già come l’ultima spiaggia da evitare ad ogni costo, ma come una prestazione dovuta cui attingere in tutta naturalezza?

Esperti inascoltati

Da notare che gli esperti (internazionali) di estremismo islamico hanno da tempo suonato il campanello d’allarme: in Svizzera per i migranti economici è troppo facile farsi mantenere dallo Stato sociale. Questo ci attira in casa anche i seguaci dell’Isis i quali, mentre si fanno mantenere del contribuente, hanno poi tutto il tempo a disposizione per dedicarsi alla loro opera di radicalizzazione. Inutile dire che tale appello è caduto nel vuoto. Tagliare le prestazioni sociali ai finti rifugiati?  Non sia mai! Bisogna essere aperti e multikulti! Devono entrare tutti! Bisogna mantenere tutti!

Una chicca: il 9.3% dei beneficiari d’assistenza in Svizzera sono sedicenti asilanti in arrivo dal corno d’Africa. Come gli eritrei che poi tornano a trascorrere le ferie nel paese d’origine “perché lì è più bello”.

La realtà è chiara e semplice. E non è populismo (che va bene solo se di $inistra…) bensì realismo. Se la Svizzera non si lascia alle spalle la fallimentare politica dell’immigrazione scriteriata; se non si riappropria della facoltà di decidere chi entra e chi no, il nostro Stato sociale va a ramengo.

Ultracinquantenni

Altra dimostrazione dell’effetto deleterio delle frontiere spalancate: sempre a livello nazionale, il numero degli ultracinquantenni in assistenza è passato dai 29’200 del 2005 ai 52’200 del 2016. Si tratta di una crescita dell’80%. In queste cifre non figurano quanti sono stati costretti a prepensionarsi. Questo non è forse un chiaro segnale che gli svizzeri vengono espulsi dal mercato del lavoro elvetico e sostituiti da stranieri? Ma come, non erano tutte balle della Lega populista e razzista? Non erano “solo percezioni”? E invece…

AVS: deficit di un miliardo

Intanto, nell’era dell’immigrazione scriteriata, il deficit dell’AVS cresce di anno in anno: nel 2017 ha superato il miliardo. Ohibò. Ma gli immigrati non avrebbero dovuto pagarci le pensioni? Ed invece, non si pagano nemmeno le loro!

La fregnaccia degli stranieri che avrebbero risanato le rendite di vecchiaia degli svizzerotti è l’ennesima balla di fra’ Luca raccontataci dalla casta spalancatrice di frontiere. Un po’ come la storiella che, con la libera circolazione, i nostri giovani avrebbero trovato lavoro a Milano (Fulvio Pelli, PLR, dixit).

Chi vuole salvare il nostro Stato sociale dal collasso firmi l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone!

Lorenzo Quadri

 

“La scuola (rossa) che verrà”: un problema che tocca tutti

Tutti a firmare il referendum: la posta in gioco è il futuro della nostra società

Prosegue la raccolta firme contro la riforma “La scuola che (si spera non) verrà”, ossia la riforma bertoliana grondante ideologia rossa.

E’ importante firmare il referendum affinché i ticinesi possano dire la loro. Il futuro della scuola è il futuro della società. Un tema di questa portata non può certo essere lasciato decidere da un manipolo di burocrati del DECS, tutti rigorosamente targati P$, che intendono utilizzare la scuola per inculcare nelle nuove generazioni la loro visione di società. Basta dare un’occhiata alle allucinanti pippe mentali con cui il Dipartimento tenta di giustificare la riforma scolastica rossa per capire che il leitmotiv è il livellamento verso basso. Il modello è quello della siepe: per portare tutti gli arbusti alla stessa altezza, si taglia sempre più in basso (e, a furia di abbassare, si arriva rasoterra). E poi il tandem PLR-PPD, dopo aver dato il via libera a questa riforma $ocialista, ha ancora il coraggio di sciacquarsi la bocca con la storiella delle “eccellenze nella formazione”? Ma va là…

Costi esorbitanti

A ciò si aggiunge il costo esorbitante de “La scuola (rossa) che verrà”: 35 milioni all’anno, e scusate se sono pochi! Ai quali si aggiungono i 6.7 milioni per la sperimentazione farlocca triennale.

Davanti a spese di un tale calibro, si vorrebbe non chiamare i cittadini alle urne? Lo vorrebbero, evidentemente, i $inistrati. Costoro infatti vaneggiano di essere gli unici legittimati ad impugnare le decisioni della maggioranza parlamentare. Loro possono; ma gli altri che non si azzardino! Se poi il referendum verte sulla scuola pubblica – che la gauche-caviar considera proprio appannaggio (proprio: non di tutta la società) e guai a chi osa metterci il becco – si aggiunge il reato di lesa maestà. Ed infatti chi osa infrangere il tabù viene  immediatamente infamato dai kompagnuzzi. Ad esempio, i promotori del referendum contro la scuola rossa sono stati accusati dal direttore del DECS di avere la “mente contorta” (come se fosse possibile inventarsi qualcosa di più contorto degli autoerotismi cerebrali con cui i purpurei vertici del DECS argomentano la loro riforma).

Tutti siamo toccati

Il futuro della scuola riguarda tutti. Non riguarda solo i docenti, non riguarda solo gli alunni, non riguarda solo chi ha figli in età scolare. A maggior ragione quando la riforma comporta una spesa di 35 milioni di Fr all’anno, e qui delle due l’una: o questi soldi verranno a mancare altrove, oppure li si recupererà mettendo le mani nelle tasche del solito sfigato contribuente.

Quindi non firmare il referendum perché “tanto non ho (più) figli nella scuola dell’obbligo” è l’equivalente della Corazzata Potemkin di fantozziana memoria: una ca… pazzesca.

Docenti contrari

Già nei mesi scorsi i ticinesi hanno votato su un tema scolastico (assai più circoscritto della riforma Bertoli), ossia l’insegnamento della civica. Avendo i ticinesi asfaltato la casta anti-civica, la preoccupazione dei vertici del DECS davanti all’attuale referendum è comprensibile.

Da notare che l’argomento principe dei kompagni anti-civica era il seguente: “i docenti sono contrari, si vuole modificare la scuola contro il parere di chi la scuola la fa”. Ohibò: forse che i docenti sono favorevoli alla “scuola (rossa) che verrà”? La risposta è: no! Non lo sono! Infatti l’86% non ha nemmeno risposto al sondaggio online sul tema. Si tratta evidentemente di un silenzio carico di significato: è chiaro infatti che gli insegnanti contrari non potevano certo bocciare la riforma-Bertoli in un sondaggio online. I riottosi sarebbero stati subito individuati (perché, se qualcuno crede che simili inchieste garantiscano l’anonimato…). Inoltre, l’89% di chi ha risposto alle 103 (!) domande si è detto favorevole ad una sperimentazione… ma non nella sua sede! (Un po’ come chi passa la giornata attaccato allo smartphone però insorge se gli mettono l’antenna di telefonia mobile vicino a casa).

Qui non si parla di introdurre due ore di lezione al mese, come nel caso della civica. Si parla di stravolgere la scuola ticinese, contro la volontà dei docenti.

E venire a sostenere, come ha fatto il capodipartimento, che visto che la sua riforma costa una barca di soldi allora bisogna per forza essere favorevoli perché “si investe nella scuola”, è un insulto all’intelligenza dei cittadini.

Riformare… in peggio?

Sul fatto che la scuola ticinese vada riformata sono probabilmente tutti d’accordo. Ma se si riforma qualcosa, bisognerebbe farlo in meglio e non in peggio. Con “La scuola  che verrà”, invece, si aboliscono i livelli senza però proporre alcun modello sostitutivo, ma partendo dal presupposto che tutti gli allievi possano seguire lo stesso curricolo. Questo si chiama ugualitarismo ro$$o e non è solo illusorio ma anche pericoloso.

Oltretutto, una simile concezione non fa che perpetuare il vetusto e nocivo pregiudizio secondo cui l’obiettivo di tutti deve essere il liceo: l’apprendistato è una scelta di serie B; un ripiego per chi non ce la fa. Niente di più sbagliato: la formazione professionale duale (scuola e lavoro) è un fiore all’occhiello del sistema svizzero, che i paesi stranieri ci invidiano. Essa consente comunque, tramite vari corsi passerella, a chi lo desiderasse di accedere a curricola universitari. Il sistema scolastico svizzero è infatti sempre più organizzato a vasi comunicanti.

“La scuola (rossa) che verrà” è una riforma ideologica che va nella direzione sbagliata. Per questo va fermata. E bisogna farlo ora, firmando il referendum contro la sperimentazione (su cavie umane). Perché, lo ribadiamo: se parte la sperimentazione, parte anche la riforma.

Lorenzo Quadri

I soldi per l’AVS non ci sono, quelli da regalare all’UE sì

Ma i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale, sono lì a fare gli interessi di chi?

 

Ma tu guarda i casi della vita. Proprio mentre, con incredibile faccia di tolla, i camerieri dell’UE in Consiglio federale confermavano il versamento del cosiddetto “miliardo di coesione” – in realtà 1.3 miliardi – ai balivi di Bruxelles, che per tutto ringraziamento ci ricattano, dall’AVS arriva la seguente notizia: l’anno di disgrazia 2017 chiuderà con un deficit di oltre un miliardo di Fr. Ah ecco: l’AVS ha un buco di un miliardo, ma i sette vogliono regalare 1.3 miliardi dei nostri soldi all’Unione europea. Lo scandalo è palese. Per i camerieri dell’UE prima vengono le operazioni di zerbinaggio a Bruxelles, dopo, forse, le assicurazioni sociali degli svizzeri.

Non uno straccio di vantaggio

E’ chiaro che di regalare miliardi di “coesione” all’UE non se ne parla nemmeno. Tanto più che questi contributi non ci portano uno straccio di vantaggio. Possiamo ben parlare con cognizione di causa avendone già versati in precedenza, senza alcun esito. L’unica operazione per cui avremmo avuto un qualche interesse a versare un contributo è il famoso muro sul confine giustamente eretto dall’Ungheria per fermare il flusso di finti rifugiati con lo smartphone. Invece, proprio a seguito del muro, i $inistrati hanno chiesto al Consiglio federale di bloccare i versamenti  dei contributi di coesione all’Ungheria… naturalmente dopo che erano già stati tutti pagati. Questa è la famosa serietà politica della gauche-caviar. Che  poi pretende di montare in cattedra a calare lezioni. Perché loro, i kompagnuzzi – quelli che siedono alle Camere federali spesso e volentieri fanno i parlamentari professionisti – sono gli unici “bravi e preparati”. Gli altri invece sono tutti scemi.

Il buco si allarga

Interessante poi notare che il buco dell’AVS si allarga sempre più: nel 2014 il saldo negativo era di 320 milioni, nel 2015 di 559 e nel 2016 di 766. Adesso, appunto, è stato sforato il tetto del miliardo. La cosa però non deve dare adito a particolari crisi di panico. Perché? Perché basta tagliare sui regali all’estero, a partire  proprio dagli 1.3 miliardi di coesione per gli eurobalivi, e sulla spesa per mantenere finti rifugiati con lo smartphone e altri migranti economici in assistenza, e le casse del primo pilastro si rimettono rapidamente in sesto.

“Ci pagano la pensione”?

A proposito, spalancatori di frontiere e fautori del fallimentare multikulti: com’era già la storiella dei migranti che ci pagherebbero le pensioni e quindi “devono entrare tutti”? Altro che pagarci le pensioni: i migranti non si pagano nemmeno loro, di pensioni. Anche perché spesso e volentieri non lavorano. E poi magari si fanno pure raggiungere da parenti prossimi, o presunti tali, tramite ricongiungimenti familiari farlocchi, con cui fare fessi gli svizzerotti (quelli che poi vengono accusati di essere “razzisti e xenofobi”). Alla fine nessuno lavora. Tutti si mettono a carico del nostro Stato sociale. E nümm a pagum.

Lorenzo Quadri

Per infamarci s’inventano il “frontalierato del rüt”

Nuovo becero articolo dei giornalai d’oltreconfine: per loro noi saremmo dei brozzoni

 

Come detto più volte: bisogna introdurre una tassa d’entrata per i frontalieri

Non sembrano esserci limiti alla stoltezza di certi articoli beceramente antisvizzeri che vengono pubblicati al di là della ramina.

L’ultimo esempio, dei giorni scorsi, viene dal portale Yahoo (non proprio un bollettino parrocchiale). Il quale ha avuto la bella idea di mettersi a spalare palta su noi svizzerotti. Che veniamo descritti, con la massima goduria, come dei brozzoni che buttano il proprio rüt in Italia “per non pagare”.

Il titolo della perla giornalistica è tutto un programma: “Gli svizzeri per non pagare il sacchetto buttano l’immondizia oltreconfine”.

Lo svolgimento è in linea con il titolo. Ecco i passaggi salienti.

  • “In Svizzera le strade sono senza buche, non c’è sporciziain giro, tutti rispettano i limiti di velocità sennò rischiano di farsi qualche giorno di carcere. Tutto vero, ma sulla pulizia e sui cestini perfettamente in ordine c’è un trucco. La pattumiera, infatti, la buttano oltre confine”.
  • “E’ sempre una questione di La multa per l’immondizia gettata oltre confine è di circa 150 euro. In Svizzera guadagnano mediamente 4mila euro al mese, capirai che salasso”!
  • “Ma perché gli svizzeri che ultimamente ce l’hanno così tanto con i frontalieri, sono diventati a loro voltafrontalieri dei rifiuti? Per risparmiare. Il sacchetto per la raccolta differenziata costa due franchi e trenta, circa due euro. E gli svizzeri per non pagarli, buttano il pattume da noi. Che tirchieria. D’accordo che vengono anche a Como a fare la spesa, sfruttando i prezzi più vantaggiosi del supermercato. Ma il vuoto non è mica a rendere”.

“Ticinesi brozzoni”

Ah, ecco: quindi, secondo l’illuminato estensore dello scritto, che non citiamo per carità di patria, gli svizzerotti ogni giorno scaricherebbero tutto il proprio rüt,  tonnellate di rüt, nei container Belpaese. E questo per semplice tirchieria e arroganza. Infischiandosene delle multe da 150 euro che, per i danarosi elvetici, sarebbero noccioline. Peccato che con quella cifra si possano comprare un centinaio di sacchetti della spazzatura, pur tassati (e la tassa sul sacco nemmeno esiste ovunque).

Notare poi che ai vicini a sud anche il fatto che troppi ticinesi facciano la spesa oltreconfine – e la nostra contrarietà a questa pratica è nota – sembra dare fastidio.

Strano: perché i commercianti italici, invece, con gli acquisti dei ticinesi si fanno gli zebedej d’oro.

Chi sono in realtà?

Oddìo, che qualche furbetto della spazzatura ci sia, non lo mettiamo in dubbio. Che il furbetto in questione sia “svizzero”, è comunque  ancora tutto da dimostrare. Non solo perché un terzo della popolazione ticinese non ha il passaporto rosso; e non aggiungiamo al computo i beneficiari di naturalizzazioni facili perché c’è di che mettersi le mani nei capelli.

Ma anche perché nel 2016 le telecamere di Como avevano immortalato uno di presunti questi furbetti ticinesi della monnezza. Ben presto si è però scoperto, ma tu guarda i casi della vita, che si trattava di un frontaliere.

Un po’ come il presunto svizzero che a Milano aveva parcheggiato la sua Ferrari nel posto riservato ai disabili, e quando un padre che trasportava in auto il figlio portatore di handicap gli aveva chiesto di spostarla, lo avrebbe minacciato. Immediata  “shitstorm” (=tempesta di cacca) sui social della Penisola contro gli svizzerotti. Per poi scoprire, ancora una volta, che il cafone era un cittadino italiano, altro che svizzero!

Se poi pensiamo che perfino il sindaco di Lavena Ponte Tresa, Massimo Mastromarino, poco sospetto di simpatie per i ticinesi, interpellato dal portale Ticinonews ha dichiarato che il  problema dei frontalieri del rüt “è circoscritto”, ed oltretutto come esempio di abuso ha citato un tizio con auto targata Lucerna, pare evidente che i pulitzer di Yahoo fomentano gli “haters” anti-svizzeri su un “non problema”. Obiettivo: racimolare qualche click e qualche sgrammaticato commento da osteria sul blog annesso all’articolo. Ad esempio questo, postato da tale “Archita”: ributtiamo in Svizzera le loro schifezze e ci affoghino dentro insieme alle loro banche piene di medesima qualità importata da dittatori, mafiosi e gente di spazzatura”.

Ciò di cui meravigliarsi

Se proprio i Pulitzer di Yahoo  vogliono rivolgere agli svizzerotti una critica fondata, si chiedano allora come mai, con quasi 70mila frontalieri (un terzo della forza lavoro ticinese) e migliaia di padroncini, il popolo ticinese non scende in strada tutti giorni a bloccare le dogane. Su questo sì che ci si potrebbe sbizzarrire a scrivere perché, se il flusso fosse in senso inverso – ovvero: se un terzo dei lavoratori lombardi fossero frontalieri ticinesi – i vicini a sud avrebbero già costruito un MURO sul confine, e sopra il muro avrebbero piazzato l’artiglieria pesante. In barba alla libera circolazione delle persone. Ché quella, ormai, la rispettano solo gli svizzerotti fessi.

Ringraziare tre volte al giorno

Visto che quanto sopra incomprensibilmente  non succede, invece di inventarsi stolti articoli  antisvizzeri sul presunto frontalierato del rüt, i vicini a sud farebbero bene a ringraziare la Svizzera di esistere mattino, mezzogiorno e sera. Perché senza il Ticino almeno 300mila italiani della fascia di confine (frontalieri, padroncini e le loro famiglie) non avrebbero la pagnotta sul tavolo.
Comunque, il blocco reciproco si può senz’altro fare: azzeramento dei presunti sacchi della spazzatura rossocrociati scaricati oltreramina in cambio della riduzione del numero dei frontalieri da 65mila a 25mila. Poi ne riparliamo.

Visto che “chi inquina paga”…

Quanto al rüt: come la mettiamo con il pattume prodotto da frontalieri e padroncini che viene smaltito in Ticino a spese dei ticinesi? Visto che, come ama ripetere la partitocrazia spalancatrice di frontiere, “chi inquina deve pagare tasse causali”, ed i residenti nel Belpaese di tasse causali in Svizzera non ne pagano, la logica conseguenza è che la loro monnezza se la devono portare a casina.

Tassa d’entrata per frontalieri

A proposito di sporcizia: l’inquinamento dell’aria causato dai quasi 70mila frontalieri che entrano in Ticino uno per macchina, ed i danni per la nostra salute che ne derivano, come li fatturiamo alla vicina Penisola?

E la viabilità ticinese collassata – con conseguente danno per l’economia – a causa di strade ed autostrade infesciate da targhe azzurre, chi ce la ripaga?

Come già detto più volte: bisogna introdurre una tassa d’entrata per frontalieri, così come sostenuto dal prof. Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo. Poi, una volta introdotto il principio della tassa, si stabilirà se a pagarla dovranno essere i frontalieri, quelli che li assumono, o entrambi.

Lorenzo Quadri

La “gauche-caviar” vuole disarmare i cittadini onesti

Armi: non basta calare le braghe davanti ai Diktat UE, bisogna fare ancora di più

Come noto, i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale hanno calato le braghe davanti al Diktat UE che vuole disarmare i cittadini onesti. Altro che la fregnaccia dell’ “applicazione pragmatica” delle norme europee: il messaggio licenziato dal Consiglio federale è l’ennesima capitolazione. Ed infatti in consultazione la maggioranza dei Cantoni ha detto njet. Per contro, i partiti di cosiddetto centro, ossia PLR e PPD, sposano giulivi la posizione governativa. E questo perché rifiutare il Diktat metterebbe a rischio i fallimentari accordi di Schengen. Avanti, caliamo le braghe ancora di più con l’UE! Facciamo che a decidere sulla nostra sicurezza nazionale siano i funzionarietti di Bruxelles! La Svizzera è in svendita ai saldi!
E questi sarebbero partiti “borghesi”? Ossignùr!

Peggio è sempre possibile

Ma naturalmente c’è chi fa anche peggio.  I $inistrati (quelli che nel loro programma politico hanno l’adesione all’Unione europea e l’abolizione dell’esercito) esigono infatti restrizioni ancora più pesanti sulle armi in possesso dei cittadini onesti di quelle proposte dal governicchio federale.

E non sono da soli. I kompagnuzzi infatti, assieme ad alcune associazioni, hanno creato una “Piattaforma per una legislazione del futuro sulle armi” (uella). Legislazione, evidentemente, proibizionista. E quindi contraria alle nostre tradizioni, alle nostre leggi, alle nostre specificità ed anche alla volontà popolare. Lascia basiti leggere che in tale Piattaforma figura anche la Federazione svizzera dei funzionari di polizia. La polizia, che la gauche-caviar ha sempre denigrato e criminalizzato, si presta ingenuamente ai giochetti di quest’ultima. Si fa strumentalizzare. Dopo, verrà scaricata senza tanti complimenti.

Prepariamoci dunque, grazie a  questa “Piattaforma”, a sorbirci lo stucchevole festival del populismo di $inistra contro le armi in possesso dei cittadini onesti: evidentemente la gauche-caviar (che oltre a propugnare l’abolizione dell’esercito è anche contraria alla legittima difesa) vuole che gli unici a possedere armi siano i criminali. Che si riforniscono sul mercato nero.

Di nuovo contro i cittadini

Da segnalare che la casta, con i rossi in prima linea, ancora una volta vuole cancellare un voto popolare che non le va giù: quello del febbraio del 2011. In quell’occasione, i cittadini elvetici rifiutarono le restrizioni sul possesso di armi. Restrizioni che adesso si tenta squallidamente di far rientrare dalla finestra. Ma si sa, per i $inistrati il popolazzo becero “vota sbagliato”: per fortuna che arriva Bruxelles a rimettere a posto le cose! Che pena…

Referendum indispensabile

C’è da sperare che a Berna il parlamento affosserà il messaggio con cui il consiglio federale vuole inginocchiarsi davanti al diktat UE contro le armi dei cittadini onesti. Altro che inasprire ancora di più le restrizioni proposte!

Purtroppo, conoscendo il triciclo PLR-PPD-P$$, eurolecchino e politikamente korretto, non ci si possono fare grandi illusioni. Si può quindi solo sperare in un referendum, peraltro già annunciato dalle società di tiro.

Lorenzo Quadri

Arriva la nuova strada che ci porterà ancora più frontalieri

 Invece il trenino dei puffi Stabio-Arcisate colleziona disservizi fantozziani

 

L’opera, che sarà pronta tra un paio di mesi, serve a far entrare in Ticino sempre più frontalieri, ed evidentemente a farli entrare uno per macchina. Vuoi vedere che abbiamo contribuito a finanziarla con i ristorni?

Ma guarda un po’! Quando vogliono e quando gli fa comodo, i vicini a sud sanno essere assai efficienti, anche nella realizzazione delle opere infrastrutturali. E intanto i ticinesotti fessi – quelli che continuano versare fior di ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri sulla scorta di un accordo ormai “andato a male” – si sentono “leggerissimamente” presi per i fondelli. Infatti i ristorni dovrebbero servire alla  realizzazione di opere infrastrutturali di interesse italo-svizzero. Che però puntualmente rimangono nel cassetto. Se le vogliono, gli “elvetici” devono pagare extra.

Verso il Gaggiolo

Invece, che accade? Accade che, in tempo di record, in quel di Arcisate gli italici stanno costruendo una nuova strada verso il Gaggiolo. Si tratta, è chiaro, di una strada ad uso e consumo dei frontalieri. Una strada che serve ad agevolare l’accesso a questo sfigatissimo Cantone ai frontalieri che entrano tutti i giorni in Ticino uno per macchina (ed evidentemente anche ai padroncini).

Ma che bravi i vicini a sud! Invece di investire per creare occupazione in casa loro, spendono il danaro pubblico per spianare la strada (qui nel senso letterale del termine) all’invasione del Ticino. Il quale, grazie alla devastante libera circolazione delle persone voluta dalla partitocrazia PLR-PPD-P$, – e che detta partitocrazia, che ha rottamato la preferenza indigena votata dai cittadini, non si sogna di arginare –  è da anni ridotto a “valvola di sfogo per la crisi occupazionale italiana” (citazione dal Corriere di Como). E poi nella fascia italiana di confine fingono di lamentarsi della perdita di forza lavoro qualificata a causa dell’esplosione del frontalierato?

Rifilarci sempre più frontalieri

E’ evidente che, se i vicini a sud costruiscono una nuova strada, è perché contano che venga utilizzata “alla grande”. Altrimenti la spesa non si giustifica. In sostanza, intendono rifilare al Ticino sempre più frontalieri.  E li incitano pure ad arrivare uno per macchina, infesciando le nostre strade ed inquinando la nostra aria.  E, se qualcuno al di qua del confine osa fare cip o tenta di difendersi, ecco che viene immediatamente infamato come razzista dai politicanti italici in fregola di visibilità, e dai media d’Oltreramina che del Ticino e della Svizzera sanno solo parlar male (anche perché non conoscono un tubo della nostra realtà, e questo vale anche per testate che si spacciano per blasonate).

E nümm a pagum

Ed intanto gli svizzerotti fessi hanno pagato 200 milioni di Fr per il trenino dei Puffi Stabio-Arcisate,  destinato ad entrare nel guinness dei primati non solo per i disservizi fantozziani, ma anche per i ritardi di ANNI. Invece i lavori per la nuova strada pro-invasione di targhe azzurre “procedono a ritmo spedito, e confidiamo di inaugurarla a fine maggio”: così dichiara il sindaco di Arcisate interpellato dal CdT.

Ma bene! E i parcheggi Park&Ride  per il nuovo trenino Stabio-Arcisate? Dispersi nelle nebbie! E le correzioni di un orario che rendono il nuovo convoglio inutilizzabile per molti frontalieri causa l’incompatibilità con l’inizio del lavoro? Idem!

E vuoi vedere che la costruzione della nuova strada per portarci ancora più frontalieri, e per portarceli uno per macchina, è stata pure pagata con i soldi dei ristorni? E noi – grazie agli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato – continuiamo a versarli allo scadere di ogni 30 giugno? Ma siamo proprio dei bambela!

Lorenzo Quadri

Come i vicini a Sud fanno fessi gli svizzerotti

 

E ti pareva! Ecco arrivare una nuova conferma che i vicini a sud ci prendono sontuosamente per i fondelli. Ed infatti, stando a quanto pubblicato nei giorni scorsi sul CdT, per aggirare le norme vigenti da noi in materia  di padroncini e distaccati, le ditte italiche, trascorso il limite massimo di 90 giorni,  fanno assumere i loro dipendenti da agenzie di collocamento interinale. Le quali poi provvedono a piazzarli. E’ a seguito di questo escamotage che, nel 2017,  il numero delle notifiche di padroncini e distaccati è diminuito. Ma non certo l’invasione da sud. E nemmeno  la concorrenza sleale a ditte ed artigiani ticinesi da parte di operatori d’Oltreramina.

Senza contare che gli italiani stanno pure costruendo una nuova strada ad Arcisate, tanto per facilitare ulteriormente l’arrivo in massa in Ticino – naturalmente uno per macchina – di frontalieri, padroncini e distaccati.

La SECO è in letargo

Da notare che, stando a quanto dichiarato sul CdT dal presidente dell’Associazione interprofessionale di controllo (AIC) Renzo Ambrosetti, il trucco usato dai furbetti italici per aggirare le regole elvetiche su padroncini e distaccati è stato da tempo segnalato alla SECO, Segreteria di Stato dell’economia. La quale, ma tu guarda i casi della vita, come da copione non ha fatto un tubo. Chiaro: l’inutile SECO serve solo a produrre “indagini” farlocche e studi taroccati, mirati a far credere che sul mercato del lavoro ticinese in regime di devastante libera circolazione delle persone funziona tutto a meraviglia! Figuriamoci allora se i galoppini della SECO intervengono per sanzionare la concorrenza sleale da sud. Ma non sia mai! Poi i politicanti d’Oltreconfine strillano al “razzismo” per farsi riprendere dai media;  ed i padroni di Bruxelles – quelli a cui i camerieri dell’UE in Consiglio federale vogliono regalare 1.3 miliardi di Fr senza uno straccio di contropartita – ci rampognano!

Chi se la ride

Intanto, nella vicina Repubblica se la ridono a bocca larga. In casa nostra hanno trovato “ul signur indurmentàa”: “gli elvetici sono fessi e non si accorgono di niente!”.

Chiaro: artigiani e piccoli imprenditori del Belpaese sono abituati ad aggirare le regole. Altrimenti possono chiudere baracca. Dalle loro parti, è una questione di sopravvivenza. L’ex premier Silvio Berlusconi, quando era in carica, dichiarò che il lavoro nero, se non raggiunge il 20%, non è reato: è la normalità. E gli svizzerotti, quelli che seguono pedissequamente le regole, credono di potersi confrontare con una simile concorrenza, alla quale la partitocrazia PLR-PPD-P$$ ha spalancato le porte?

Unica soluzione

Questa ennesima presa per i fondelli a danno del  nostro tessuto economico dimostra che la libera circolazione delle persone deve saltare, altrimenti questo Cantone va definitivamente a ramengo.

Il letargo della SECO, e del ministro dell’economia PLR Johann “Leider” Ammann – quello che vuole l’accordo quadro istituzionale con l’UE ed il versamento degli 1.3 miliardi di coesione – dimostra per l’ennesima volta che Berna ha una sola preoccupazione: mantenere le frontiere spalancate e far entrare tutti. Così i padroni di Bruxelles sono contenti.  Difendere il mercato del lavoro ticinese? Il triciclo PLR-PPD-P$ insorge indignato: “Sa po’ mia! E’ becero populismo!”. E questo non solo sotto le cupole federali, ma addirittura a Bellinzona…

Sicché, tutti a firmare l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone!

Lorenzo Quadri

 

Il TAF: “Gli eritrei sono finti rifugiati”. Però ce li teniamo

Il Tribunale amministrativo certifica che non corrono rischi al paese d’origine 

Il Mago Otelma prevede che la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, farà di tutto e di più per impedire le espulsioni. Intanto il buon KrankenCassis, invece di pretendere da Asmara la conclusione di accordi di riammissione, organizza conferenze autopromozionali e partecipa ad eventi mondani

Ma guarda un po’! A fine agosto dello scorso anno, il Tribunale amministrativo federale (TAF) ha stabilito che gli asilanti eritrei, se rinviati al  loro paese, “non corrono il rischio di subire trattamenti disumani, specie se hanno adempiuto agli obblighi militari”. Quindi anche il TAF, non proprio un covo di beceri leghisti populisti e razzisti, certifica che gli eritrei sono dei finti rifugiati: giovanotti con lo smartphone che non scappano da nessuna guerra.

Certo non una scoperta sconvolgente. Come stavano le cose, lo aveva capito da un pezzo anche il Gigi di Viganello. Del resto gli eritrei sono quelli che tornano a trascorrere le ferie nel paese d’origine perché “lì è più bello”. Però gli svizzerotti fessi continuano ad accoglierli come profughi, cosa che non sono, e – ça va sans dire – a mantenerli con soldoni pubblici. Tanti soldoni. Risultato: nel nostro paese, nel giro di soli otto anni, il numero degli eritrei a carico dell’assistenza è aumentato del 2282%.

 Scoperta dell’acqua calda

Malgrado i legulei del TAF non abbiano fatto altro che scoprire l’acqua calda, solo adesso la SEM, Segreteria di Stato della migrazione, sembra scendere dal pero (o almeno: fingere di farlo). Ed infatti  ha comunicato a 3200 dei  circa 9400 eritrei ammessi provvisoriamente in Svizzera che “sta rivedendo il loro statuto”. Lo sta rivedendo in vista di una possibile espulsione. Domandina facile-facile: perché solo di 3200? E gli altri 6200? Se, come certificato dal TAF, in Eritrea si può tranquillamente tornare, è evidente che vi va rinviata la totalità dei migranti economici, ovvero clandestini (anche se l’aggettivo è diventato tabù), in arrivo da quel paese.

Tüt a posct?  Mah…

Tanto per cominciare, è evidente che gli spalancatori di frontiere si metteranno per traverso. Chiaro: per i $inistrati il business dell’asilo è troppo redditizio per farselo sabotare. Ed infatti i kompagnuzzi hanno già detto njet ai rimpatri.

Non si manda via nessuno! E’ becero razzismo!

Ma non è solo questione di ideologia del “devono entrare tutti”. Anche altri impedimenti ostacolano il rinvio a casa loro di finti rifugiati che non hanno titoli per restare in Svizzera a spese nostre. La NZZ ha infatti subito smorzato gli entusiasmi. Non ci saranno rinvii in massa, perché la Svizzera non ha alcun accordo di riammissione con l’Eritrea. La quale accetta solo rimpatri volontari. E questi rimpatri volontari, chissà come mai, si contano sulle dita di una mano. Naturalmente, malgrado l’Eritrea non sottoscriva accordi di riammissione (come svariati altri paesi da cui provengono finti rifugiati, del resto) gli svizzerotti fessi continuano a versarle fior di aiuti internazionali.

Fregati ancora una volta

E intanto, invece di pretendere la conclusione degli accordi di riammissione, il neo-ministro degli esteri liblab Ignazio KrankenCassis organizza le conferenze stampa con scatole e palle, e partecipa ad eventi mondani e/o autopromozionali: se l’ex partitone pensa di utilizzare il consigliere federale italo-svizzero a scopo di propaganda elettorale in Ticino, ha fatto male i conti.

Morale della favola: i doverosi rimpatri “in massa” ben difficilmente ci saranno. E’ stato accertato perfino dal TAF che gli eritrei sono dei finti rifugiati. Però ce li teniamo tutti qui. E li manteniamo. E ne accogliamo sempre di più. “Sa po’ fa nagott!”. Se questa non è una presa per i fondelli! E’ comunque evidente che la Lega farà quanto in suo potere affinché questi migranti clandestini vengano rimandati nel paese d’origine.

Lorenzo Quadri

 

 

Asilanti in ferie nel paese d’origine: lo scempio continua

Altro che perseguitati, qui c’è gente che ci fa su davanti e di dietro. E la Simonetta…

Ma guarda un po’: si torna a parlare dei finti rifugiati che trascorrono le “vacanze” nel paese d’origine, facendo fessi gli svizzerotti. Gli svizzerotti vengono infinocchiati perché, se questi asilanti hanno ottenuto di rimanere nella Confederella, è perché hanno fatto credere di essere minacciati al loro paese. Invece non è affatto così. Altrimenti non ci tornerebbero volontariamente per le ferie, di nascosto dalle autorità rossocrociate. Naturalmente ci vanno con i soldi delle prestazioni sociali pagate dal solito sfigato contribuente. Con questo gruzzolo, nel continente nero si vive alla grande; e magari si mantiene pure tutto il parentado.

Quanti  sono i finti rifugiati  che con bella regolarità si godono le vacanze in patria a spese nostre? Impossibile saperlo. Infatti, tra questi vacanzieri, solo chi è così merlo da partire in aereo dalla Svizzera (da Zurigo) viene beccato. Ma basta prendere il treno e partire da un aeroporto di un paese limitrofo, e le possibilità che nessuno lo venga a sapere schizzano verso l’alto.

Lo statuto non viene ritirato

Ci pare evidente che chi torna al paese d’origine per le vacanze, e oltretutto ci entra con il benestare dell’autorità locale, non è affatto un perseguitato. Quindi, non può nemmeno essere un rifugiato. Tale statuto gli va pertanto immediatamente ritirato. Anche alla dabbenaggine (eufemismo) degli svizzerotti, costretti a mantenere “cani e porci” e per di più ancora infamati come razzisti, ci deve essere un limite.

Invece il ritiro del permesso di asilante non avviene. Comunque non sempre. Per questo, ma guarda un po’, possiamo ringraziare la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. La quale, naturalmente, ha pensato bene di  inventarsi delle eccezioni nel caso qualcuno avesse intrapreso il viaggio nel paese d’origine perché “moralmente costretto”.

I tribunali

In un recente articolo, la Basler Zeitung ha raccontato, portando alcuni esempi concreti, di come finti asilanti furbetti sono riusciti a far valere l’eccezione di cui sopra, servendosi di una marea di panzane. Qualcuno, grazie alle notorie sentenze buoniste-coglioniste, e naturalmente con l’avvocato d’ufficio pagato dal solito sfigato contribuente, ha pure ottenuto ragione in tribunale. E, dunque, ha potuto restare in Svizzera, malgrado avesse torto marcio, ridendosela a bocca larga.

“Obbligo morale”

Le frottole raccontate sono delle più sfacciate. Evidentemente questi migranti economici pensano che gli svizzerotti siano tutti scemi. E c’è da temere che non abbiano poi così torto a pensarlo.

Ad esempio, una donna irachena, finta rifugiata ma ammessa e mantenuta lo stesso dai tamberla elvetici, colta con le mani nella marmellata ha dichiarato di essere rientrata nel suo paese perché il padre era morto. Peccato che l’uomo in questione fosse vivo e vegeto. Al ché la figlia, in Svizzera da oltre 15 anni, ha dichiarato di non aver capito bene la domanda a causa della sua scarsa conoscenza della lingua (questo evidentemente significa che in 15 anni la signora non ha compiuto alcuno sforzo per integrarsi, né qualcuno le ha chiesto di farne: si è fatta comodamente mantenere dell’assistenza; tanto gli svizzerotti fessi pagano in ogni caso, dunque perché stancarsi?). Sicché, l’irachena ha cambiato versione: il padre non era morto, ma gravemente malato. Asserzione a cui è stato allegato certificato medico farlocco e fumogeno redatto in Iraq. In poco tempo è stato accertato che l’anziano signore non era né morto né moribondo. Però i buonisti-coglionisti, anzi coglionisti e basta, hanno deciso che la donna può comunque restare in Svizzera a nostre spese. Infatti, data l’età avanzata del padre, poteva a buon diritto (?) ritenere che fosse in punto di morte e quindi non si può dire che sia tornata “volontariamente” nel paese d’origine, ma l’ha fatto a seguito di un obbligo morale. Si può essere più bolliti di così?

Va e vieni

Oppure ancora c’è il caso dell’asilante eritreo che ha dichiarato di non avere il passaporto, e, grazie a questa ed altre fanfaluche, ha ottenuto il pass elvetico di rifugiato, con il quale può viaggiare ovunque tranne che (per ovvi motivi) nel suo paese d’origine. E così il povero perseguitato in questione si è recato a più riprese in nazioni confinanti alla sua, per poi sconfinare “in scioltezza” (ovviamente senza esporsi a nessun rischio di tortura, poiché tale rischio esiste solo nella testa dei boccaloni rossocrociati).

Un altro eritreo ha ottenuto lo status di rifugiato e ha fatto arrivare moglie e quattro figli tramite ricongiungimento familiare (malgrado costoro di per sé non avessero  diritto all’asilo). Da un controllo di polizia è  poi risultato che tutti erano in possesso di documenti eritrei con visti che ne attestavano il “va e vieni” dal paese in cui avrebbero dovuto essere perseguitati.

Noterella a margine: il numero degli eritrei in assistenza in 8 anni è aumentato del 2282%.

Intanto la Norvegia…

Da notare che, riferisce sempre la Basler Zeitung, la Norvegia, visto il malandazzo, ha fatto in modo di ritirare l’autorizzazione ai finti rifugiati eritrei di andare nelle nazioni vicine alla loro, dal momento che poi ne approfittano per “visitare” il paese d’origine. Da noi invece la kompagna Sommaruga non ne vuole sapere ed anzi, secondo la BaZ, avrebbe addirittura stralciato una disposizione analoga dalle norme elvetiche.

Visto insomma che gli abusi da parte di finti rifugiati che trascorrono le vacanze nel paese d’origine “perché lì è più bello” si moltiplicano, e che capita pure che questi abusi vengano benedetti dalle istanze giudiziarie, la soluzione è una sola: chiudere le frontiere e finalmente piantarla di farsi prendere per il lato B.

Ricordiamoci che il Giappone nei primi sei mesi del 2017 ha accolto tre (3) domande d’asilo su oltre 8000. Senza che nessun organismo internazionale del flauto barocco  si mettesse a starnazzare al “razzismo”. Quindi, selezionare (assai più di adesso) si può. E si deve.

Lorenzo Quadri

 

 

Il ministro tedesco Seehofer: “bisogna chiudere le frontiere”

Mentre noi svizzerotti spendiamo sempre di più per i fallimentari accordi di Schengen

 

Il neo-ministro degli esteri tedesco Horst Seehofer, leader della CSU bavarese, comincia a starci decisamente simpatico. In poco tempo è infatti riuscito a dire due sacrosante verità che hanno fatto rizzare i capelli in testa alla Frau Merkel. La quale porta una grossa responsabilità nell’invasione non solo della Germania, ma dell’Europa da parte di milioni di finti rifugiati con lo smartphone che non scappano da nessuna guerra.

Sull’islam

Dichiarazione numero uno: “l’islam non fa parte della Germania”. Giusto. Non solo della Germania. Non fa parte dell’Europa in generale, le cui radici sono giudaico-cristiane.  Per restare in casa nostra: la Svizzera è un paese cristiano da 1500 anni. Con la politica delle frontiere spalancate e del “devono entrare tutti” l’Europa si è tirata in casa un numero spropositato di migranti economici islamici non integrati né integrabili, con tutte le conseguenze del caso (vedi delinquenza, fatti di Colonia, e compagnia brutta). Ma col cavolo che siamo disposti a negare le nostre origini e tradizioni per fare spazio a quelle di immigrati in arrivo da “altre culture” come vorrebbero i $inistrati con proposte fuori di melone, vedi l’abolizione delle feste religiose. Col cavolo che siamo disposti a sposare  la ridicola balla partorita dalla Merkel secondo cui  l’islam sarebbe parte della Germania (o dell’Europa, o della Svizzera). Chi vuole vivere secondo i dettami islamici, va a stare in un paese musulmano. Non viene da noi. E’ ora di avere il coraggio di dire che, per i milioni di finti rifugiati che si trovano in Europa senza avere diritto all’asilo, la parola d’ordine non può essere integrare. Perché costoro non devono essere integrati. Devono essere rimpatriati.

Su Schengen

Dichiarazione numero due di Seehofer: bisogna sospendere Schengen poiché “il controllo dei nostri confini deve essere mantenuto finché l’UE non sarà in grado di proteggere i suoi confini esterni; e questo è qualcosa che non possiamo intravedere nel prossimo futuro (…) non si tratta solo di respingere l’immigrazione illegale, le frontiere hanno un importante ruolo di protezione”.

Queste sono frasi da incorniciare. Frasi che, purtroppo, mai sentiremo pronunciare dai calatori di braghe del Consiglio federale. I quali anzi, davanti ad analoghi propositi, inorridiscono scandalizzati: “Bisogna aprirsi!”.

21 milioni in più

Mentre il ministro dell’interno tedesco parla infatti di chiudere le frontiere, gli svizzerotti fessi, grazie ai politicanti del triciclo PLR-PPD-P$, si apprestano a pagare 21 milioni di Fr in più per i fallimentari accordi di Schengen. 21 milioni  gettati nel water. Per colpa di Schengen, spendiamo sempre di più per rinunciare alla nostra sicurezza e per farci “schiacciare gli ordini” da Bruxelles: il diktat contro le armi in possesso dei cittadini onesti, ad esempio, è un sviluppo di Schengen. 21 milioni di spesa in più quando per Schengen di milioni già ne sperperiamo almeno 200 all’anno. E dire che la partitocrazia, prima della votazione popolare sul tema (2005) aveva promesso che la fattura sarebbe stata di al massimo di 7 milioni all’anno.

Che poi l’UE, come dice Seehofer, non sappia o non voglia difendere le frontiere esterne, è manifesto. Quelli che le difendono davvero, vedi l’Ungheria con il sacrosanto muro sul confine, invece di venire appoggiati, vengono infamati da Bruxelles come razzisti e fascisti.

E se davvero la Germania…

Inoltre: cosa succederebbe nel caso in cui il buon Seehofer dovesse giustamente decidere di chiudere davvero le frontiere della Germania, incluse quindi quelle con la Svizzera? Ricordiamo che già in passato dalla Baviera era giunta al nostro indirizzo la rampogna di avere i confini a colabrodo, che lasciavano filtrare verso nord troppi finti rifugiati.

Succederebbe questo: gli svizzerotti fessi le frontiere con il Belpaese mica le chiuderebbero. Perché oltreramina i politicanti si metterebbero a starnazzare, e perché la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, piagnucolerebbe che “bisogna aiutare l’Italia”. Così i finti rifugiati continuerebbero ad entrare allegramente in Svizzera dalla Penisola. Magari con l’aiuto di passatrici che siedono in Gran consiglio per il P$.

Con le frontiere tedesche chiuse, i migranti che entrano in Svizzera dalla vicina Repubblica e diretti a nord non potrebbero, almeno quelli che desiderano farlo, procedere verso la Germania. Quindi ce li terremmo tutti noi. E questo per voler essere più papisti del Papa e più europeisti degli Stati UE.

Poi ci chiediamo come mai siamo messi sempre peggio!

Lorenzo Quadri