Ben 12mila firme per il casellario giudiziale. Rosicate, kompagni, rosicate…

Il P$ infatti continua ad opporsi alla misura leghista: bisogna continuare a rilasciare permessi di dimora alla cieca affinché in Ticino possa entrare indisturbata tutta la foffa: “dobbiamo aprirci!”

Dieci giorni fa sono state consegnate a Bellinzona oltre 12mila firme a sostegno della richiesta sistematica del casellario giudiziale prima del rilascio o del rinnovo di permessi B e G. La prassi è stata introdotta dal ministro leghista Norman Gobbi. Quella petizione che era stata lanciata quasi per caso, si è dunque trasformata in uno strepitoso successo. A dimostrazione, dunque, che indietro non si torna. La misura non sarà “temporanea” come avrebbero voluto la ministra del 5% Widmer Schlumpf e la degna comare Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga (P$), con i rispettivi tirapiedi De Watteville e Gattiker. La richiesta sistematica del casellario rimarrà dunque operativa senza alcun limite di tempo. In barba ai travasi di bile del governatore della Lombardia Roberto Maroni, leghista solo di nome: perché, se Maroni fosse leghista davvero e non per finta, capirebbe benissimo l’esigenza di conoscere i precedenti penali di chi chiede il rilascio di un permesso di dimora, prima di eventualmente concederlo. Del resto, non risulta affatto che i frontalieri si siano sollevati contro il casellario; risulta invece che vari politici italiani ammettano che la richiesta è legittima.
Oltretutto, se i frontalieri in Ticino sono tutti italiani, lo stesso non si può dire dei permessi B. Perché allora, se davvero l’iniziativa di Gobbi è così scandalosamente contraria ai bilaterali, insorgono solo i peggio politicanti della vicina ed ex amica Penisola e non anche gli altri Stati membri UE? Forse perché i bilaterali ormai non li rispetta più nessuno?

Anche a Zurigo…
Intanto, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, l’alta scuola pedagogica di Zurigo ha introdotto l’obbligo di presentare l’estratto del casellario giudiziale a tutti gli insegnanti in formazione, compresi quelli che hanno già lavorato per altri istituti. Uella: loro “possono” e noi no? E come la mettiamo col fatto che ai ticinesi la presentazione del casellario viene richiesta nelle più svariate occasioni?

La caffettiera domenicale
Che dire, poi, dei tapini del Caffè della Peppina, il settimanale che difende solo gli interessi dei frontalieri? La caffettiera domenicale ha tentato di far credere ai suoi lettori che il casellario fosse inutile, interpellando – a supporto della tesi preconfezionata in funzione anti-Lega – la consueta schiera di sedicenti esperti, tutti targati P$: i soliti intellettualini rossi che abusano delle proprie credenziali accademiche per spacciare la propaganda di partito per posizioni tecniche. Le 12 mila firme raccolte a favore del casellario sono, comunque, la miglior risposta a simili petardi bagnati da tre una cicca. Adesso che il popolo ticinese ha dimostrato di sostenere in grande stile la misura di Gobbi, immaginiamo che i fondi di caffè diventeranno sempre più amari. Rosicate, gente, rosicate…

Già nel 2008…
La questione della richiesta sistematica del casellario giudiziale viene da lontano. Almeno in senso temporale. In senso politico, invece, giunge da vicino. La prima azione in questo senso fu infatti una proposta di risoluzione che il sottoscritto presentò in Gran Consiglio nel settembre 2008. Risoluzione che il parlamento, come noto, ha adottato nelle scorse settimane, a “soli” sette anni di distanza (e pasticciando poi sulla questione della richiesta ai padroncini). Meglio tardi che mai! Nel frattempo chi scrive ha inoltrato anche a Berna una mozione sul tema, che però è stata respinta (ovviamente mica si getta la spugna dopo il primo tentativo…). Interessante notare che, al momento del voto in Consiglio nazionale sulla mozione in questione, i due esponenti PLR si sono astenuti (?), mentre la rappresentante del P$ ha votato contro.

Le prodezze della VPOD
Morale della favola: davanti ad una più che legittima richiesta del popolo ticinese, legata ad elementari esigenze di sicurezza, una richiesta che ha raccolto senza sforzo alcuno 12mila firme, chi si oppone? Ma naturalmente il solito P$! Quello del “bisogna rifare il voto del 9 febbraio”! Quello che vuole le frontiere spalancate affinché in Svizzera possa entrare tutta la foffa: “dobbiamo aprirci”!
A proposito: lo sapete che il sindacato VPOD, di cui Raoul Ghisletta è segretario dirigente in Ticino, è una delle poche associazioni ad aver aderito al comitato dell’iniziativa del vicolo cieco, quella finanziata dal miliardario residente negli USA (dove paga le tasse costui, ammesso che le paghi?) che vuole cancellare la votazione del 9 febbraio? E Ghisletta tenta, per becero opportunismo elettorale, di spacciarsi per antieuropeista? Ma va là… “Accà nisciuno è fesso!”. Il 70% dei ticinesi che ha votato Sì il 9 febbraio vuole mandare a Berna proprio Ghisletta? Ma anche no! E allora: votare SCHEDA LEGA! Per chi non l’avesse ancora fatto, c’è ancora qualche ora di tempo!
Lorenzo Quadri

Insegnamento della civica: basta con la melina! Chi ha paura del voto popolare?

Sull’iniziativa che chiede l’insegnamento obbligatorio della civica – come materia a se stante e con una propria valutazione – dopo tanta melina da parte del DECS ed in particolare da parte del consigliere di Stato titolare, kompagno Manuele “Bisogna rifare il voto del 9 febbraio” Bertoli, al quale la proposta proprio non piace, nelle scorse settimane è finalmente arrivata qualche notizia positiva. A fornirla è la commissione scolastica del Gran Consiglio.

La prima “buona novella” è che non ci sarà una seconda perizia sulla ricevibilità dell’iniziativa, già accertata da un’expertise dell’avv. Crespi, incaricato dal comitato promotore. La seconda, che il messaggio sulla civica verrà trattato separatamente e non assieme alla questione dell’insegnamento religioso. Quindi, viene affossato il tentativo di Bertoli di mettere in contrapposizione le due materie civica e religione, ben sapendo che i promotori idealmente le sostengono entrambe. La terza, che il relatore commissionale designato è il leghista Michele Guerra.

Naturalmente, dalla scolastica potrebbero anche uscire due rapporti sulla civica: uno favorevole ed uno contrario. Non c’è bisogno del mago Otelma per prevedere che il Consigliere di Stato PS, titolare del DECS, mobiliterà le truppe cammellate per mettere i bastoni tra le ruote all’iniziativa, e per ottenere un njet da parte del parlamento. Alla fine dovrà comunque decidere il popolo ticinese. Ed infatti è proprio il voto popolare ciò che il DECS voleva evitare mettendo in discussione la ricevibilità dell’iniziativa. Visto che infatti a $inistra la volontà popolare viene rispettata solo quando fa comodo, meglio prevenire decisioni sgradite: altrimenti la lista delle votazioni “da rifare” si allunga…

 

“Sa pò mia”?

Perché i vertici del DECS aborrono l’iniziativa sulla civica? La storiella dell’impossibilità di inserire nella griglia oraria due ore al mese (!) d’insegnamento di detta materia non suona molto credibile. Chissà perché, c’è come il vago sospetto che, se si fosse trattato di inserire due ore al mese di (ipotetiche) materie quali “multiculturalismo”, “integrazione”, “istituzioni europee” e via sbrodolando, certe “insormontabili difficoltà” sarebbero state immediatamente sormontate. La civica non piace perché rammenta alcune cosette che a sinistra proprio non piacciono. Ad esempio principi fondanti e specifici della Svizzera quali democrazia diretta, indipendenza, neutralità, federalismo, esercito di milizia, eccetera.

Certamente potrebbe diventare un po’ imbarazzante per il DECS insegnare ai ragazzi che, ad esempio, il voto popolare deve essere rispettato quando il capodipartimento va in giro a dire che bisogna rifare il voto del 9 febbraio perché non piace a lui e al suo partito. Oppure spiegare il concetto di sovranità nazionale quando il partito di riferimento delle gerarchie scolastiche vuole imporre il diritto straniero e vuole pure l’adesione della Svizzera all’UE. Idem per l’esercito di milizia, di cui il P$ vuole l’abolizione.

 

Meglio dimenticare…

E’ insomma evidente che chi i principi fondanti della Svizzera li vuole rottamare perché bisogna diventare uguali a tutti gli altri (visto che confini e dunque nazioni non devono più esistere) non può che opporsi al loro insegnamento a scuola. Se si vuole cancellare qualcosa, è molto più facile farlo prima cadere in dimenticatoio. Insegnarlo è controproducente: non sia mai che la lezione di civica rischi di generare in innocenti virgulti un qualche sentimento patriotico (che orrore il solo pensiero!). La colonizzazione della scuola ad opera del partito delle frontiere spalancate non serviva certo a questo…

 

Anche i contenuti

Visto l’andazzo nella scuola di questo ridente Cantone, nel caso piuttosto verosimile in cui l’iniziativa per l’insegnamento della civica dovesse venire accettata dai votanti, bisognerà anche controllare il contenuto del programma della nuova materia: non sia mai che a qualche furbastro venga in mente di fare (dal suo punto di vista) “di necessità virtù” trasformandola in un corso di filoeuropeismo coatto.

Ma procediamo un passo alla volta.

Lorenzo Quadri

Se non ce la mettiamo tutta, il 18 ottobre vinceranno gli spalancatori di frontiere. Ogni scheda della Lega è importante!

La scorsa domenica il pranzo della Lega in quel di Chiasso ha riscosso il meritato successo. Il Mendrisiotto, devastato dal frontalierato e dalla criminalità d’importazione “grazie” alla sciagurata politica delle frontiere spalancate (“bisogna aprirsi”) è il primo a toccare con mano l’esattezza delle previsioni della Lega e del Mattino in materia di libera circolazione delle persone.

Elezioni fondamentali
Le elezioni federali sono vicine. Queste elezioni non sono secondarie, come magari qualcuno potrebbe pensare. Al contrario: sono importantissime per il Ticino. Non sappiamo più come ripeterlo, ma dobbiamo mobilitarci. Dobbiamo convincere parenti, amici, conoscenti, e – soprattutto – gli indecisi a votare scheda Lega.
Ciò che rischiamo in caso contrario lo ha indicato il sondaggio del GdP: due seggi socialisti in Consiglio nazionale, con Raoul Ghisletta a Berna al posto di un leghista. Uno scenario che perfino il presidente del PLR ha definito “preoccupante”. Noi, più che preoccupante, lo troviamo catastrofico. Significherebbe che il Ticino si è rimangiato il voto storico del 9 febbraio: non ci sarebbe altra spiegazione, se venisse premiato alle elezioni federali proprio quel partito, il P$, che più di tutti ha fatto campagna contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, denigrandola come populista e razzista (giudizio ovviamente esteso a chi l’ha votata). Adesso che si tratta di venirne ad una sul nuovo articolo costituzionale 121 a, vogliamo raddoppiare a Berna – dove vengono prese le decisioni! – la rappresentanza di chi sta facendo carte false per sabotare il “maledetto voto” antieuropeista?

La tomba del 9 febbraio?
Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: il 18 ottobre rischia di diventare la tomba del 9 febbraio. Lo diventerà se non ci impegniamo tutti a scongiurare una simile eventualità. Il Ticino ha salvato la Svizzera almeno due volte. L’ha salvata il 6 dicembre 1992, grazie al Nano, con il voto negativo sull’adesione allo spazio economico europeo. Un No che tra l’altro, secondo gli euroturbo, avrebbe dovuto gettare la Svizzera nel baratro. Ed invece proprio grazie ad esso siamo messi meno peggio degli altri paesi europei. E il Ticino ha di nuovo salvato la Svizzera il 9 febbraio 2014. Adesso si tratta di andare avanti per la strada imboccata. Che è poi quella che vorrebbero imboccare anche tanti Stati membri dell’UE.
Il 9 febbraio sono la Lega e l’Udc. E sono dunque queste formazioni che i ticinesi devono premiare se non vogliono gettare alle ortiche quanto finora fatto – ed ottenuto. Non crediamo agli antieuropeisti di comodo che spuntano come funghi (è stagione) nei partiti $torici: si dimenticheranno delle promesse elettorali il giorno dopo le elezioni; hanno sempre fatto così. Non crediamo a chi ha sempre denigrato le battaglie della Lega come “populiste e razziste” e adesso cerca di saltare sul carro per tornaconto elettorale, leggasi sciacallaggio.
E non basta il voto preferenziale. Servono le schede della Lega. Se non arrivano, sghignazzano i kompagni. Quelli che vogliono rifare il 9 febbraio. Quelli che vogliono le frontiere spalancate. Quelli che organizzano le manifestazioni a sostegno dei frontalieri. Quelli che sognano di dare il voto agli stranieri. Quelli che ci riempiono di finti rifugiati. Quelli che vogliono farci mantenere, con le nostre imposte, tutti gli immigrati nello Stato sociale; perché loro, nell’industria sociale, ci tettano dentro. Quelli che vogliono sempre più tasse e più burocrazia: per loro esse si traducono in posti di lavoro sicuri per gli amici e gli amici degli amici. Il tutto a carico del contribuente.
Senza dimenticare poi che tra qualche mese ci aspetta un’altra battaglia: le elezioni comunali. Non arriviamoci da una posizione di debolezza.

Eleggere come si vota
Non basta votare bene su iniziative e referendum. Bisogna anche eleggere di conseguenza. Altrimenti non ci si può certo lamentare se la volontà della gente rimane lettera morta…
Morale della favola: servono schede, schede e ancora schede. Servono crocette per Battista Ghiggia agli Stati. E allora andiamole a prendere, queste schede e queste crocette. Dimostriamo ai balivi bernesi, quelli che vorrebbero svenderci all’UE, che il Ticino è sempre ancora quel Cantone fiero e orgoglioso che li ha fatti inciampare il 9 febbraio.
Lorenzo Quadri

Asilo: gli scienziati bernesi slinguazzanol’UE. Ci fregheranno un’altra volta!

A Losanna ci sono problemi con gli asilanti. La locale sezione dell’Udc ha cominciato a raccogliere le firme affinché i sedicenti rifugiati ospitati in città non superino il 22.2% di quelli che la Confederazione ha scaricato sul Canton Vaud (percentuale calcolata in base alla popolazione), mentre attualmente sono al 30%.
Quella lanciata è una petizione. Non è un’iniziativa o un referendum. Ciononostante, si tratta sempre di un mezzo di pressione importante. A condizione, va da sé, che le firme raccolte siano molte. Ad esempio: la petizione a sostegno della richiesta del casellario giudiziale introdotta da Norman Gobbi di firme ne ha raccolte oltre 12mila senza particolare sforzo: un’enormità. Certamente anche a Losanna i risultati della mobilitazione saranno buoni. E’ poi chiaro che i promotori saranno sufficientemente accorti per abbinare la raccolta di firme per la petizione a quella per il referendum contro l’ennesima riforma del settore dell’asilo, appena approvata dalle Camere federali.

Cornuti e mazziati
Sì, perché è qui che casca l’asino. Grazie alla kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, la Svizzera corre in soccorso degli eurofalliti travolti dall’assalto di migranti economici. Si associa a quote di distribuzione UE ancora prima che vengano approvate. E cosa ottiene dai funzionarietti di Bruxelles in cambio di tanto zelo prossimo al servilismo? Forse delle aperture sul 9 febbraio? Ma neanche per sogno! Siamo facili profeti: un conto, diranno gli eurobalivi, è l’emergenza asilo; altra storia i (presunti) “valori fondanti” della (dis)unione europea, come la devastante libera circolazione. La domanda a questo punto è: ma i sette scienziati bernesi pensano davvero di ottenere qualcosa dall’UE slinguazzandola? Oppure è solo quello che vogliono far credere alla gente per sdoganare l’arrivo in massa di migranti economici che, in base agli accordi internazionali in vigore, non ci spettano affatto? Per la serie: facciamo uno sforzo adesso che verremo ricompensati dalla benevolenza di Bruxelles? Quanto ci scommettiamo che, invece, rimarremmo fregati ancora una volta?

Raccolte di firme
L’ennesima revisione della legge sull’asilo amputa in modo scandaloso i diritti dei cittadini a difendersi dall’improvviso spuntare di centri asilanti vicino a casa loro in strutture della Confederazione. Quest’ultima ha avocato a sé – e più precisamente al Dipartimento della kompagna Simonetta – tutti i diritti di decisione. I cittadini devono dunque mobilitarsi adesso prima che sia troppo tardi. Del resto c’è come il sospetto che, in materia di asilo, nei prossimi tempi in vari Cantoni – non solo nel Canton Vaud e non solo a Losanna – ci saranno delle raccolte di firme.

E ti pareva…
Proprio ieri, per la serie “non c’è limite al peggio”, in quel di Ginevra ben (?) 400 persone, naturalmente provenienti dai collettivi di $inistra, hanno pensato bene di manifestare contro la politica d’asilo svizzera definita “disumana”. Uella! Questi figli di papà con i piedi al caldo potrebbero non solo cominciare ad ospitare migranti economici a casa propria, ma anche ad andare a prestare aiuto nei paesi in guerra. Perché aiutare sul posto i veri perseguitati costa molto meno ed è molto più utile che attirare in Svizzera fiumane di finti rifugiati (e nümm a pagum) in nome del politikamente korretto e delle frontiere spalancate.
Lorenzo Quadri

RSI: autocritica sempre e totalmente assente. L’orchestrina continua a suonare

Quando si dice la reazione tempestiva! E dire che stiamo parlando di un’azienda che fa (dovrebbe fare) informazione. Ad un mese di distanza dall’uscita della Lega dalla CORSI, ecco che arriva la presa di posizione ufficiale da parte del presidente Gigio Pedrazzini davanti al Consiglio regionale. Naturalmente, e come sempre nella migliore (?) tradizione di Comano, di autocritica non se ne trova traccia. Nemmeno a cercarla col microscopio elettronico.
Dice il Gigio: “le motivazioni delle dimissioni dei leghisti sono inaccettabili”. Ah beh, questa sì che è una dichiarazione col botto! Una performance argomentativa che fa il paio con la reazione a caldo dello stesso Pedrazzini il giorno dopo l’annuncio delle dimissioni “in blocco” dei rappresentanti leghisti. Disse infatti il presidente CORSI: “la partenza della Lega non è così importante”. Il che ricorda molto da vicino la favola della volpe e dell’uva.
Una lungimiranza davvero esemplare, non c’è che dire! Il principale partito del Cantone se ne va sbattendo la porta da un’azienda statale – perché questa è la natura della RSI, visto che oltretutto è finanziata con un canone trasformato in imposta – e il presidente, messo lì dalla politica, dice che “non è importante”.

Tout va bien?
Ma le perle non sono finite. A ben quattro mesi di distanza dal voto del 14 giugno, ecco che la dirigenza RSI conferma che è in atto un’analisi per capire “se i ticinesi che hanno detto No alla riforma della legge sulla radiotv si sono voluti opporre ad una nuova tassa o hanno inteso esprimere un giudizio negativo sulla RSI”. Ma come: prima della votazione i fautori del canone obbligatorio per tutti mica dicevano che non si trattava di una nuova tassa? E invece adesso…
E se il No del 14 giugno fosse entrambe le cose, di cui una è la conseguenza dell’altra? Ovvero: perché il ticinese avrebbe dovuto accettare una nuova tassa per finanziare un prodotto del genere? Ma naturalmente a correggere il tiro non ci pensa nessuno. Meglio commissionare – con calma – l’ennesima indagine taroccata per farsi dire che “tout va bien, madame la marquise”. Il trucco è collaudato.

Il ponte è crollato
Il Gigio dichiara che la CORSI è il ponte tra la RSI e la società civile. Ebbene, il ponte è crollato. Tra RSI e società civile c’è una muraglia. La società civile non ha alcun accesso alla RSI che continua a fare propaganda di parte (pro sinistra, pro “aperture”, pro UE) spacciandola per servizio pubblico.
Gli inciuci dell’assemblea CORSI sono riusciti a tagliar fuori la Lega, che rappresenta il 30% dei Ticinesi, anche dal consiglio del pubblico: proprio quel gremio che dovrebbe rappresentare, appunto, la società civile. Ma che però non la rappresenta affatto. Ad ogni buon conto, tanto per non sbagliare, la SSR è riuscita a far sì che tale consesso – nella denegata ipotesi in cui esso, in futuro molto lontano, dovesse davvero diventare rappresentativo del pubblico – contasse meno di zero: una semplice foglia di fico. La sinistra si fa la televisione su misura e poi se la auto-elogia. La CORSI non è in grado di correggere la rotta, e nemmeno si sogna di farlo: di conseguenza, non serve ad un tubo. E visto che la RSI e la CORSI sono un tutt’uno incestuoso e lottizzato, ne consegue che la situazione non è riformabile. Ma l’importante a Comano è trovare sempre nuove scuse per chiudersi a riccio, respingere le critiche ed andare avanti “come se niente fudesse”. Il Titanic affonda e l’orchestrina continua a suonare.
Lorenzo Quadri

Non basta votare, bisogna anche eleggere. Solo con la scheda Lega si salva il lavoro in Ticino

Qual è la prima emergenza di questo sempre meno ridente Cantone? Alla faccia delle statistiche taroccate ad arte, è il lavoro. Taroccate ad arte, è chiaro, per far credere che vada tutto bene, che non esiste un problema occupazione in Ticino. Che sono tutte balle populiste e razziste. Taroccate ad arte nel patetico tentativo di dimostrare che, in regime di devastante libera circolazione delle persone, “tout va bien, Madame la Marquise”. Ci sono però dei dati che non possono essere manomessi dalla SECO (tirapiedi del Consiglio federale e delle sue politiche spalancatrici di frontiere): sono quelli dell’assistenza.
Come noto a questo proposito in Ticino si è infranto ogni record: le persone in assistenza sono infatti 8500. E questa cifra impressionante – che si traduce a sua volta in costi impressionanti a carico del contribuente – è un campanello d’allarme evidente. Non indica tutto il problema: infatti, e per fortuna, non tutti i disoccupati sono in assistenza. Ma è la punta dell’iceberg-disoccupazione. Del resto, basta parlare un po’ con la gente. E, parlando con la gente, emerge in modo plateale che la prima preoccupazione dei ticinesi – che spesso si trasforma in un incubo – è il lavoro. La politica deve quindi prenderne atto e agire di conseguenza.

Invasione
Per colpa della devastante libera circolazione delle persone il mercato del lavoro ticinese è stato invaso, col risultato che non c’è più posto per chi vive qui, giovane o meno giovane che sia. Invece di dare il lavoro prima ai nostri, poi agli altri, è successo esattamente il contrario.
Se il 9 febbraio in Ticino il 70% dei cittadini ha plebiscitato l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” è per il problema della disoccupazione, quindi per l’immigrazione nel mondo del lavoro, con conseguente espulsione dei residenti. A ciò si aggiunge la questione del dumping salariale. Al proposito occorre essere in chiaro: l’unica soluzione è il contingentamento abbinato alla preferenza indigena. Che peraltro era in vigore fino al 2004, per cui non si tratta di certo di inventarsi chissà cosa.

Voto in pericolo
Attenzione però, perché quel voto di un anno e otto mesi fa è oggi in pericolo. E’ in pericolo perché, secondo i sondaggi, in Ticino le elezioni federali potrebbero premiare, a scapito della Lega, il partito socialista. Detto senza giri di parole: la Lega potrebbe perdere il secondo seggio in Consiglio nazionale, a vantaggio del P$. Ossia di quel partito il cui obiettivo è la cancellazione del “maledetto voto” e quindi l’adesione all’UE. Non facciamoci ingannare. Non esistono $ocialisti contrari alla libera circolazione delle persone. Nessun kompagno si è mai schierato contro i bilaterali. Nessun kompagno ha mai sostenuto il 9 febbraio. Qualcuno vuole far credere di aver cambiato idea, ma solo per ottenere voti.

Servono schede Lega
Se alle elezioni federali il Ticino premia chi vuole cancellare il “maledetto voto” è evidente che la preferenza indigena ce la possiamo scordare. Per sempre. Permettere che il P$ ticinese ottenga due seggi a Berna significa gettare nel water il 9 febbraio. Cosa fare per evitarlo? Bisogna votare Lega. Non si può plebiscitare l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” perché il mercato del lavoro ticinese è andato a ramengo a furia di aperture e poi, quando si tratta di eleggere i rappresentanti a Berna, premiare chi vuole le aperture e quindi l’invasione indiscriminata ed il dumping. Non basta votare bene. Bisogna anche eleggere di conseguenza. Altrimenti la volontà popolare resta lettera morta.
Non votare scheda Lega equivale a voltare le spalle al 9 febbraio e quindi alle migliaia e migliaia di ticinesi che non hanno un lavoro. Servono schede della Lega per impedire che il P$ affossatore del 9 febbraio raddoppi la propria rappresentanza a Berna. Chi ancora non ha votato, ci pensi.
Lorenzo Quadri

Omicidio di Chiasso: arrestati in cinque, e tutti stranieri! Via questa feccia dalla Svizzera!

Se non vogliamo che la scriteriata politica delle frontiere spalancate ed il garantismo-buonismo-coglionismo trasformino nel Bronx questo sempre meno ridente Cantone, dobbiamo prendere subito la ramazza! Avanti con le esplusioni!!

Ancora una volta la Lega e il Mattino avevano ragione. Grazie alla scellerata politica delle frontiere spalancate, voluta dai partiti $torici, ci siamo riempiti di delinquenti stranieri. Ed infatti l’80% dei detenuti alla Stampa non ha il passaporto svizzero.
E, malgrado una votazione popolare dall’esito chiarissimo sull’espulsione degli stranieri che delinquono o che abusano del sociale, i criminali stranieri ce li teniamo in casa invece di buttarli fuori. E poi ci meravigliamo se questo sempre meno ridente Cantone diventa come il Bronx? Ma per forza, se ci riempiamo di feccia d’importazione!

Il risultato delle “aperture”
La sparatoria con omicidio di Chiasso, fatto gravissimo alle nostre latitudini, è il risultato di queste belle “aperture”, multikulturali e politikamente korrette. Un 35enne portoghese viene ucciso a colpi di arma da fuoco in via Odescalchi, nei pressi di un locale a luci rosse, lo scorso giovedì sera. A seguito del fatto di sangue, sono finite in galera 5 persone.
Si tratta forse di tre patrizi di Corticiasca o – per restare in zona – della Valle di Muggio? Ma no di certo! Gli arrestati sono: un 26enne italo-brasiliano, un 35enne rumeno, un ucraino (in Ticino senza permesso di soggiorno), un kosovaro ed un quinto uomo che viene definito come cittadino “svizzero” ma che in realtà risulta essere un kosovaro naturalizzato. Su cinque criminali, cinque stranieri! E stiamo parlando di omicidio, mica di furto di ciliegie al mercato! Che bel quadretto edificante! Ma come, gli stranieri che delinquono non erano un’invenzione della Lega populista e razzista?

Solo Lega ed Udc…
Complimenti signori spalancatori di frontiere! Complimenti, moralisti a senso unico che starnazzate contro l’espulsione degli stranieri che delinquono! A Berna, dove si decide la politica degli stranieri – anche per questo è importantissimo che i ticinesi vadano a votare alle elezioni federali! – solo Lega ed Udc si battono per un’immigrazione controllata, di cui beneficino persone oneste e non delinquenti. Solo Lega ed Udc si battono per l’espulsione degli stranieri che delinquono. Pensate che, invece, i kompagni sono riusciti a dire che la Svizzera non ha il diritto (sic!) di espellere nemmeno un terrorista, se questi fosse in pericolo di vita nel paese d’origine.

Il 26enne italo-brasiliano
Il 26enne italo-brasiliano arrestato nell’ambito dell’omicidio di Chiasso è lo stesso che qualche mese fa a Paradiso aveva investito volontariamente con il suo SUV un poliziotto reo di averlo multato. Arrestato, l’ennesimo “bravo giovane” straniero è stato rimesso in libertà in tempo di record e condannato alla ridicola pena di sei mesi sospesi con la condizionale. Appena uscito di prigione, già pubblicava sue foto sui “social”.
Perché un simile personaggio non è stato sbattuto fuori dalla Svizzera per direttissima? Forse perché, grazie alla solita giurisprudenza garantista che tutela il diritto (?) dei delinquenti stranieri di rimanere in Svizzera, ma mai quello dei cittadini elvetici di liberarsi di presenze pericolose ed indesiderate, sei mesi di condanna con la condizionale non sono una pena sufficiente a giustificare l’espulsione? Qui c’è qualcuno che deve vergognarsi!

Avanti con la ramazza!
Intanto i delinquenti stranieri ben insediati alle nostre latitudini se la ridono a bocca larga. La Svizzera è proprio il paese del Bengodi! E poi da Berna hanno il coraggio di dirci che non possiamo chiedere l’estratto del casellario giudiziale prima di rilasciare un permesso di dimora? Ma ci prendono per scemi?
L’omicidio di Chiasso è il risultato tangibile di anni di scriteriata politica delle frontiere spalancate, imposta col becero ricatto morale: chi non è d’accordo è un populista ed un razzista.
Il campanello d’allarme è ormai suonato, ed alla grande. Se non vogliamo che il Ticino diventi come il Bronx dobbiamo fare pulizia. Ma con la ramazza. Ci siamo messi in casa troppi stranieri delinquenti. Troppa foffa. “Föö di ball!” avrebbe detto il Nano. Il rimedio? Immigrazione solo col contagocce ed avanti con le espulsioni. Repulisti subito! Cosa deve ancora succedere perché qualcuno scenda dal pero?
E sia chiaro che se i cinque galantuomini stranieri finiti dietro le sbarre verranno effettivamente condannati, la pena la vanno a scontare nelle galere dei paesi d’origine e non certo alla Stampa a spese del contribuente!
Lorenzo Quadri

L’UE vuole tagliare gli aiuti ai paesi che non si riprendono i finti rifugiati. Loro possono e noi no?

Prossimamente l’UE procederà all’espulsione di 400mila migranti economici. Quindi falsi rifugiati. Ma guarda un po’: allora avevamo ragione! Su queste colonne è stato indicato a più riprese: il diritto all’asilo non serve a spalancare le porte all’immigrazione di massa in Europa di migranti economici che non scappano da alcuna persecuzione, ma cercano solo condizioni di vita migliori. Condizioni che, va ribadito con forza, l’Europa non è in grado di offrire. Abbiamo ben visto cosa è successo dopo la brillante sortita dell’ “Anghela” Merkel con l’invito ad arrivare tutti in Germania: caos in Baviera e chiusura della frontiera con l’Austria in tempo di record.

Tagli agli aiuti
Adesso cominciano i rimpatri. Ed al proposito l’UE minaccia di cancellare gli aiuti ai paesi d’origine che dovessero rifiutare (o piuttosto: che certamente rifiuteranno) di riprendersi i loro concittadini finti asilanti. C’è davvero da restarci “di sale” – o di qualcos’altro. Quando nel parlamento federale, dai banchi della Lega o dell’Udc, arrivano proposte del tipo: via gli aiuti ai paesi d’origine che non si riprendono i finti rifugiati, i benpensanti euroturbo si mettono immediatamente a strillare allo scandalo e al razzismo. Ed il Consiglio federale, a partire dalla kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, rincara la dose. Adesso l’UE fa proprio quello che proponevano Udc e Lega, ma nessuno si scandalizza! E men che meno i kompagni.

In Danimarca…
E non è l’unica situazione di questo genere ad essersi verificata in questi giorni. Infatti la Danimarca, con l’accordo della $inistra, ha dato un giro di vite alle naturalizzazioni, ponendo ancora più in alto l’asticella per l’ottenimento del passaporto danese. Ma guarda un po’. I danesi possono, gli svizzerotti no. O vuoi vedere che i socialdemocratici di Copenhagen sono “populisti, razzisti, chiusi e gretti”? Uella!

Malaria
Come se non bastasse, ecco che salta fuori l’ennesima persa per i fondelli ai danni del contribuente svizzerotto. Che, è il caso di ricordarlo, per l’asilo sborsa la stratosferica somma di quasi due miliardi di fianchetti all’anno. Sono in aumento nel nostro Paese i casi di malaria. E chi ha contratto il virus? In particolare sedicenti rifugiati eritrei che tornano nel paese d’origine a trascorrere le vacanze con la famiglia, oltretutto finanziati dal contribuente! L’ha notizia l’ha data il Blick, mica il Mattino razzista e fascista.

Eritrei in vacanza
Ma come, questi “rifugiati” eritrei non dovevano essere perseguitati, altrimenti non avrebbero ottenuto asilo in Svizzera? Però per le vacanze se ne tornano allegramente proprio nel paese dove avrebbero dovuto essere in pericolo. E nümm a pagum! E, tanto per non farsi mancare nulla, al ritorno in Svizzera questi asilanti “importano” pure le malattie tropicali.
Davanti a simili situazioni aberranti, niente di strano se diventiamo attrattori di migranti economici: in Svizzera, grazie agli spalancatori di frontiere politikamente korretti, c’è “ul signur indurmentàa”! E non dimentichiamo nemmeno – scandalo nello scandalo – che un asilante riceve più soldi di un anziano svizzero in AVS. Con la differenza che l’anziano svizzero ha costruito questo paese, contribuendo allo stato sociale. L’asilante attinge invece a fondi finanziati da altri.
E davanti a situazione del genere c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di dire che non bisogna sospendere subito i fallimentari accordi di Schengen e pure costruire un bel muro sul confine con l’Italia?

Via Schengen!
A proposito di trattati internazionali. Sempre nei giorni scorsi l’ “Anghela” ha pure dichiarato che gli accordi di Dublino sono ormai superati. Trattasi, come noto, di quegli accordi che impongono al primo paese firmatario in cui un richiedente l’asilo ha depositato la sua domanda di riprenderselo nel caso quest’ultimo depositasse una domanda anche in un altro Stato.
Eh no, non ci facciamo prendere per il naso così facilmente. Gli accordi di Schengen (frontiere spalancate) e di Dublino sono un tutt’uno. Se Dublino – e quindi l’obbligo di ripresa – è carta straccia come dice l’ “Anghela”, allora è carta straccia anche Schengen. Logica conseguenza: chiudere subito le frontiere svizzere!

Lorenzo Quadri

Mentre le cifre dell’assistenza esplodono c’è chi va ancora in giro a dire che va tutto bene. Quelli che “non c’è un’emergenza lavoro”

Che il Caffè della Peppina domenicale sia un giornale anti-Ticino e pro-frontalieri lo si era capito da un pezzo. Non a caso il mantra ripetuto ad oltranza è quello del “in Ticino non c’è un’emergenza lavoro”. Sembra di sentire i sondaggi della SECO.
Fa però un po’ specie che, per corroborare una simile tesi, in una recente edizione della caffettiera domenicale sia stato intervistato anche il direttore del DFE Christian Vitta (PLR). Il quale, a domanda tendenziosa (in Ticino vengono create migliaia di posti di lavoro…) avrebbe risposto che in questo sempre meno ridente Cantone non c’è un’emergenza lavoro quantitativa (?). Oltretutto, la disoccupazione si starebbe allineando (?) ai livelli svizzeri. O ticinesotti, che volete di più?
Qui siamo in piena fase di mistificazione. Ovvero: si stanno raccontando un sacco di fregnacce.
Più frontalieri che nuovi posti
Che vengano create migliaia di posti di lavoro può anche darsi, peccato che anche i frontalieri aumentino di migliaia. Ed aumentano in misura maggiore rispetto ai nuovi posti di lavoro creati. Questo vuol dire che i nuovi impieghi non vanno a vantaggio dei ticinesi. Ad approfittarne è l’economia d’Oltreconfine. Sicché i soldi del contribuente rossoblù vengono investiti nel “promovimento” economico. Ma i frutti li raccoglie la vicina ed ex amica Penisola. Quando si dice: “innaffiare il prato del vicino”.
Ai frontalieri naturalmente si aggiunge la questioncella dei titolari di permessi di breve durata, sotto i 90 giorni. Ossia distaccati e padroncini. Nel 2014 eravamo a 27mila unità a tempo pieno, mentre nel 2005 erano 12mila. Anche questa invasione si traduce, all’atto pratico, in possibilità d’impiego che vengono a mancare per i residenti.

Statistiche farlocche
Quanto alla questione del tasso di disoccupazione in Ticino che non sarebbe poi così preoccupante: bisogna rimettere la chiesa al centro del villaggio. Tanto per cominciare, questo indicatore dà solo una visione molto parziale della situazione, in quanto non tiene in considerazione innumerevoli situazioni: da chi è in assistenza a chi è finito in AI, da chi si trova nel limbo di formazioni parcheggio a chi ha rinunciato a lavorare (magari perché in famiglia ci sono altri redditi e ci si arrangia). Da chi è stato mandato in pre – o pre-pre – pensione a chi ha dovuto ridurre il tasso d’occupazione e lo stipendio (ma magari non le ore effettivamente lavorate). E via elencando. Se poi si aggiunge che basta lavorare un’ora alla settimana per venire considerati occupati secondo le statistiche, forse una qualche domandina sulla valenza di certi dati bisogna porsela. Infatti sono indagini che hanno un preciso obiettivo: dire quanto si sta bene con la devastante libera circolazione e quanto sia cosa buona e giusta spalancare le frontiere.

Assistenza
Soprattutto, non si capisce come si possa andare in giro a raccontare la storiella della non-emergenza lavoro e del tasso di disoccupazione che tenderebbe ad allinearsi (?) quando esplode il numero dei casi d’assistenza. Come noto in Ticino ce ne sono ormai oltre 8500. Nei centri urbani la cifra è letteralmente raddoppiata nel giro di pochi anni. Questo perché da un lato entrano in assistenza sempre più persone e, dall’altro, sempre meno ne escono. Da necessità transitoria l’assistenza diventa condizione stazionaria. Anche togliendo chi rimane in assistenza perché in fondo gli fa comodo tirare a campare così, il dato non diventa meno allarmante. E lo è anche per le finanze pubbliche che pagano il conto. Il direttore del DFE Christian Vitta dovrebbe saperlo bene.

Tutte fantasie?
L’emergenza lavoro non è una fantasia populista e razzista. E’ una realtà. Lo dicono le cifre e lo dicono anche i risultati delle votazioni in Ticino. O il Caffè della Peppina ed il partito spalancatore di frontiere da esso rappresentato vorrebbe forse sostenere che i ticinesi sono tutti dei fessacchiotti manipolati?
Dalla realtà della crisi occupazionale ticinese non se ne esce con l’ubbidienza pedissequa. Se Berna non lascerà sufficiente autonomia ai Cantoni – a partire dal nostro – per costruire le proprie difese, vorrà dire che questa autonomia bisognerà prendersela. Prendersela come? Ovviamente, facendo degli strappi. Come è successo, ad esempio, sul casellario giudiziale. Il nostro mercato del lavoro, e quindi il futuro del Ticino e dei Ticinesi, rende necessario percorrere questa via.
Lorenzo Quadri

Ma il Gran Consiglio ha appena detto njet alla petizione del Guastafeste. Legittima difesa di chi è aggredito in casa

La devastante libera circolazione delle persone, nonché la politica delle frontiere spalancate, non portano solo disoccupazione e dumping salariale. Come ben sappiamo, portano anche criminalità. I campi Rom nell’area di Milano, ad esempio, ne sono dei veri ricettacoli. Non solo di semplici “topi d’appartamento”, ma anche di delinquenti assai più pericolosi. Quindi non solo malviventi che attendono che le abitazioni siano vuote per svaligiarle, ma rapinatori che entrano di proposito nelle case in presenza degli abitanti, per farsi consegnare con la violenza soldi ed oggetti di valore. Una settimana fa si è verificato l’ennesimo esecrabile episodio: una donna di 91 anni rapinata in casa propria a Bellinzona, in pieno giorno.
Questi criminali hanno vita facile per almeno due motivi.
1) in Ticino vivono sempre più persone sole e/o anziane, quindi particolarmente vulnerabili alle aggressioni in casa;
2) In Ticino i sistemi di sicurezza sulle abitazioni oscillano, in genere, tra l’inadeguato e l’inesistente.

Sicurezza
Le frontiere spalancate hanno pesantemente intaccato la sicurezza dei cittadini di questo sempre meno ridente Cantone. L’arrivo di delinquenti stranieri sempre più pericolosi pone con prepotenza il tema della legittima difesa di chi viene aggredito in casa propria. Il tema è oggetto di discussione – e di riforme – in vari paesi. Non solo negli Stati Uniti ma anche ad esempio in Italia. Il punto è che il domicilio deve essere sacro. Chi entra in casa altrui per delinquere deve sapere che lo fa interamente a proprio rischio. Che la legge non lo tutela dalla reazione del proprietario. Detto diversamente: la vittima di un’aggressione al proprio domicilio, che si trova davanti un delinquente di cui non può conoscere le intenzioni e la pericolosità, non deve venire di fatto obbligato a mettere in pericolo la propria incolumità o anche la propria vita per paura di finire lui sul banco degli imputati.

La mozione
Come detto, il tema citato è di attualità in varie parti del mondo. Non da noi, dove viene snobbato dalla politica. Chi scrive già nel 2013 presentò una mozione al Consiglio federale. La richiesta: modificare il codice penale di modo che l’eccesso di legittima difesa di chi viene aggredito al proprio domicilio non sia punibile. L’oggetto non è ancora stato trattato. Ma il Consiglio federale, naturalmente, ha dato preavviso negativo. Del resto si tratta del medesimo lodevole gremio che si è espresso in modo negativo anche sulla sospensione di Schengen, per cui…

La petizione
A livello cantonale, il Guastafeste Giorgio Ghiringhelli ha consegnato lo scorso maggio una petizione corredata da un migliaio di firme, in cui si chiede che lo Stato copra le spese legali di chi è accusato di eccesso di legittima difesa a seguito di un’aggressione in casa. Si tratta, anche in questo caso, di potenziare il diritto alla legittima difesa, utilizzando gli strumenti che la legislazione cantonale mette a disposizione. La scorsa settimana il Gran Consiglio ha però deciso di archiviare la petizione senza entrare in materia. L’illuminata motivazione è la seguente: sempre il gratuito patrocinio alle vittime di aggressioni al proprio domicilio accusate di eccesso di legittima difesa costituirebbe una disparità di trattamento e addirittura farebbe esplodere i costi a carico dell’ente pubblico. Mah…

Qualcosa non quadra: infatti…
1) Pare che il Gran Consiglio non si renda conto che la posizione di chi viene aggredito nella propria abitazione non è per nulla paragonabile con quella di un delinquente comune.
2) Se vogliamo parlare di disparità di trattamento: come mai allora ai finti rifugiati con l’ennesima revisione della legge sull’asilo viene concesso il diritto di ricorrere gratuitamente su decisioni a loro sfavorevoli? Questa sì che è un’iniquità che farà esplodere i costi (e intanto però l’industria dell’asilo si gonfia, e qualcuno ci marcia).
3) Non risulta che per il momento gli eccessi di legittima difesa in situazioni di aggressione al proprio domicilio siano così numerose da costituire un problema economico per l’ente pubblico. Oppure qualcuno s’immagina che, per un qualche motivo (frontiere spalancate?) i casi siano destinati ad aumentare? E, se così fosse, si pensa di andare avanti come se “niente fudesse”?
E’ quindi evidente che la battaglia per potenziare il diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito in casa propria deve continuare.
Lorenzo Quadri

Svizzera troppo attrattiva per i finti rifugiati

Migranti economici: mentre il presidente tedesco lascia l’ “Anghela” in mezzo al guado

Il “caos asilanti” non c’è ancora. Ma ce lo stiamo andando a cercare

In molti l’avranno scoperto solo adesso, ma in Germania non c’è solo l’ “Anghela”. C’è pure un presidente, tale Joachim Gauck, che è Capo dello Stato, e come tale tenuto ad essere “super partes”. Un po’ come la regina d’Inghilterra ma con meno glamour, parenti e paparazzi (e anche con qualche annetto di meno sul groppone). E tuttavia, e questo ha fatto notizia, lunedì il presidente ha preso una posizione politica (uscendo di fatto dal suo ruolo): ha criticato l’iniziativa dell’ “Anghela” di spalancare le frontiere ai finti rifugiati: la Germania, ha detto Gauck, “non è in grado di accogliere tutti”. Il concetto è stato espresso dal “Gioacchino” in termini più uregiatteschi, ma il succo è questo. Del resto la trovata politikamente korretta della cancelliera non ha mancato di provocare un disastro in Baviera, col risultato che le frontiere con l’Austria sono state chiuse in tempo di record.

Iniziative dissennate
Ovviamente le spese di simili iniziative dissennate – e cosa sia saltato in testa all’ “Anghela”, che certo non è una novellina alle prime armi, non l’ha capito nessuno – le fanno poi i paesi confinanti alla Germania. Tra i quali, ma guarda un po’, ci siamo anche noi. Però Berna, diversamente da Berlino, le frontiere si guarda bene dal chiuderle. Al contrario: si fa carico di nuovi migranti applicando le quote di ripartizione UE ancora prima che quest’ultima le abbia approvate. La solita mania da primi della classe. In gergo politichese questo atteggiamento viene chiamato “Swiss finish”. Nel senso che siamo proprio alla fine.

Incentivi manifesti
E’ vero: la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga non ha ancora detto pubblicamente ai migranti economici “venite da noi che c’è posto per tutti”. Il fatto che l’invito non sia stato formulato verbalmente non vuole però dire che non ci sia. Ci sono anche gli atti concludenti. Come va letta l’ostinazione nel tenere aperte le frontiere quando gli altri le chiudono? E la geniale decisione, presa dalla maggioranza del parlamento nell’ambito della nuova legge sull’asilo di concedere l’assistenza gratuita ai finti rifugiati la cui domanda è stata respinta? Per fortuna è stato annunciato il referendum…
Queste ed altre iniziative sono dei manifesti incentivi a venire in Svizzera. Il fatto che il caos non sia ancora scoppiato, non vuol mica dire che siamo al riparo dall’esodo dei migranti economici. La massa si può formare da un giorno all’altro.

Stati sicuri
Oltretutto: prima di arrivare in Svizzera (o in Germania o in Austria), i migranti di Stati sicuri ne devono attraversare parecchi. Perché non si fermano in quelli? Forse perché le prestazioni sociali non sono le medesime di quelle garantite in Europa occidentale? Inoltre, se il problema è mondiale, perché devono smazzarselo tutto pochi Stati europei?
Accordi di Dublino rottamati?
E come la mettiamo con la rottamazione di comodo degli Accordi di Dublino, quelli che avrebbero dovuto garantire che la domanda d’asilo fosse presentata nel primo Stato Schengen raggiunto, e di conseguenza la Svizzera doveva abolire i controlli sistematici al confine dato che non avevano ragione di essere?
Dublino è saltato, ma i controlli sistematici non sono mica tornati in vigore. E non ci si venga a raccontare la fregnaccia che Schengen è una conquista irrinunciabile (?) e quindi non si tocca, però Dublino può tranquillamente saltare. Ciò che spalanca è irrinunciabile mentre ciò che dovrebbe limitare i danni degli scriteriati spalancamenti va rottamato? Ma chi si pensa di prendere per il “lato b”?
Due cose sono evidenti. La prima. Se salta Dublino salta anche Schengen, e poiché il primo è considerato ormai lettera morta, la Svizzera deve chiudere subito le frontiere (non aspettare di trovarsi nella palta).
La seconda. Visto che su Schengen/Dublino a Bruxelles si transige, si transigerà anche sulle limitazioni alla libera circolazione delle persone votate dalla maggioranza del popolo elvetico il 9 febbraio 2014.

Oberwil
Adesso aspettiamo solo, tra un “non c’è alcuna emergenza” ed un “il caos nell’asilo è tutta un’invenzione populista e razzista” che Confederella e Cantone vengano a bussare alle porte dei Comuni chiedendo di mettere a disposizione spazi per migranti che non si sa più come gestire. Ad Oberwil – Lieli, a titolo preventivo, il municipio ha già provveduto ad acquistare e demolire due stabili che sarebbero potuti entrare in linea di conto a questo scopo.
Lorenzo Quadri

Mercato del lavoro ticinese allo sbando, ditte italiane farlocche che spopolano,… “Gli è tutto da rifare!”

Non si può pensare di mandare a Berna a rimediare ai disastri fatti quelli che ne sono i principali responsabili

La musica è sempre la stessa. Mentre i candidati dei partiti storici alle elezioni nazionali fingono, per motivi di opportunità elettorale, di sostenere il voto del 9 febbraio e di essere contrari alla sudditanza nei confronti dell’UE, le parole d’ordine lanciate al volgo sono sempre le stesse. Del tipo: “non esiste in Ticino un’emergenza lavoro”.

Nel Mendrisiotto…
Ah no? Nel Mendrisiotto più della metà degli occupati sono frontalieri e questa non è un’emergenza? In Ticino i frontalieri sono raddoppiati in pochi anni, andando a colonizzare anche settori del terziario che in precedenza erano riservati ai residenti (i quali adesso ne vengono esplusi) e questa non è un’emergenza? Padroncini e distaccati sono triplicati a tempo di record e questa non è un’emergenza? In Ticino già da inizio anno il numero di casi d’assistenza ha infranto la soglia degli 8500, ma questa non è un’emergenza? In questo sempre meno ridente Cantone arrivano ditte farlocche di titolari italiani che devastano il mercato, fatturano milioni, non pagano né imposte né oneri sociali e poi, quando le tasche dei titolari, furbetti dell’italico quartierino sono abbastanza piene, falliscono lasciando dietro di sé una scia di fornitori non pagati, di disoccupati e di “puff” assortiti, e questa non è un’emergenza? L’elenco potrebbe continuare..

Situazioni prevedibili
Non ci si venga poi a raccontare che le situazioni sopra descritte non erano prevedibili quando si è votata la devastante libera circolazione delle persone senza limiti. Magari allora la situazione occupazionale lombarda era un po’ meno disastrata di adesso. Ma forse che il differenziale tra il costo della vita al di qua e al di là dal confine non era già cosa stranota? Forse che la presenza in Italia di ditte e padroncini che lavorano in nero (perché se pagassero il dovuto al fisco predatorio del Belpaese fallirebbero in una settimana) non era cosa nota? Forse che ci voleva un premio Nobel per l’economia per rendersi conto che tutti questi “attori” avrebbero preso d’assalto il Ticino, al motto di “piatto ricco, mi ci ficco”?

I piedi in due scarpe
Il mercato del lavoro ticinese è stato devastato a suon di aperture scriteriate. E come si pensava di tutelare i lavoratori residenti? Con delle risibili “misure accompagnatorie”, che servono come il classico cerotto sulla gamba di legno! Solo un pollo d’allevamento poteva pensare che queste misure avrebbero impedito il disastro. E non date retta ai sindacati di sinistra – infarciti di candidati e politicanti – che, dopo aver spalancato le frontiere, improvvisamente scoprono che si è creato il dumping salariale ed il soppiantamento e se ne lamentano a gran voce. Ma se questa situazione l’hanno voluta loro! E non dimentichiamo che i sindacati hanno i piedi in due scarpe, visto che un’alta percentuale di affiliati è frontaliera. Anche i frontalieri pagano le quote. Ed infatti il P$, dove comandano i sindacati, organizza manifestazioni a difesa dei frontalieri. Per cui…

Un passo indietro
Visto che il sistema è totalmente sballato, bisogna fare un passo indietro. La preferenza indigena deve venire rigorosamente ripristinata. Questo il Ticino si aspetta dai suoi rappresentanti politici a livello federale. Ma il compito di rimediare non può essere certo affidato a chi ha fatto il disastro, ossia i partiti $torici…
Lorenzo Quadri

Gobbi ha ragione: non portano ad un tubo! Trattative con l’Italia? Chiudiamole!

E il giorno stesso denunciamo la Convenzione del 1974 sui ristorni dei frontalieri

Il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi l’ha detto: le trattative con l’Italia sono inutili. Il ministro leghista ha ragione. Che queste trattative – condotte dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf e dal suo tirapiedi De Watteville – non servano ad un tubo è manifesto. Del resto non si è mai vista una trattativa con chance di riuscita che nel giugno 2014 è “ad un passo dalla conclusione” e ad ottobre 2015 ancora ben lungi dall’essere conclusa.

La bugiarda del 5%
Ci pare inoltre di ricordare che proprio nel giugno 2014 la Consigliera federale non eletta abbia promesso alla deputazione ticinese a Berna che, se entro la primavera successiva non si fosse giunti ad un accordo soddisfacente, la Svizzera avrebbe disdetto unilateralmente la Convenzione del 1974 sui ristorni dei frontalieri; una Convenzione che peraltro non ha più ragione di esistere. La primavera è passata da un pezzo. E’ passata pure l’estate. E’ forse successo qualcosa? No. Si è solo scoperto, una volta di più, che la ministra del 5% – eletta da kompagni ed uregiatti – è una bugiarda rediciva.

Più furbi che belli
Le trattative con il Belpaese sono inutili per un motivo molto semplice, che su queste colonne ripetiamo ormai da mesi. Ovvero che l’Italia, grazie alle calate di braghe di Berna, ha già ottenuto tutto quello che vuole: dunque non ha interesse a fare concessioni. Ed infatti il segreto bancario è stato smantellato, però la Svizzera rimane sulle black list italiane illegali. E di accesso delle banche svizzere al mercato italiano non si parla nemmeno.
Visto che però l’italica controparte è più furba che bella, come scusa per non concludere, e per menare per il naso gli svizzerotti – che tanto sono fessi e non si accorgono di niente – ecco che si attacca alla questione del casellario giudiziale, o al moltiplicatore comunale dei frontalieri. Si tratta, evidentemente, di pretesti.

L’interesse ci sarebbe…
In realtà in tutta questa faccenda l’Italia un importante interesse ce l’ha: quello alla tassazione ordinaria dei frontalieri. Questo le porterebbe nelle disastrate casse pubbliche centinaia di milioni di euri ogni anno. Un aumento del carico fiscale dei frontalieri è importante anche per il Ticino, in funzione antidumping. Ma è troppo poco. E questo poco non è nemmeno sicuro.
Infatti, per motivi di politica partitica, l’Italia non ha alcuna intenzione di aumentare le imposte ai frontalieri. Perché chi lo fa perde le elezioni in Lombardia.

Vogliamo almeno 60 milioni
E’ da oltre un quindicennio, ossia da quando la vicina ed ex amica Penisola ha inserito il nostro Paese su liste nere illegali a causa del segreto bancario, che i ristorni – ovvero: il pizzo all’Italia per l’accettazione del segreto bancario – non sono più dovuti. In più, l’accordo in perenne gestazione con Roma ci porta a malapena le briciole. Infatti dalla nuova distribuzione delle entrate il Ticino otterrebbe pochi milioni in più all’anno. Specie se salterà, come probabile, l’aumento del moltiplicatore per i frontalieri (e ci andranno di mezzo i comuni).
E’ quindi evidente che queste trattative sono un flop. E se anche dovessero riuscire, il risultato per il Ticino sarebbe ben misero.
Se dalla tassazione ordinaria dei frontalieri non ricaviamo, come gettito aggiuntivo, almeno l’equivalente dei ristorni che ogni anno – grazie alla maggioranza ex partitone – PPDog – P$ – ci ostiniamo a versare al Belpaese, il santo non vale la candela.

Denunciare la Convenzione
Di conseguenza, come ha detto Gobbi, tanto vale interrompere le trattative. Ma non solo. Il giorno stesso dell’interruzione delle trattative dobbiamo denunciare unilateralmente la Convenzione del 1974. Così ogni anno nelle casse di questo sempre meno ridente Cantone entreranno una sessantina di milioni in più! Non sarà la panacea, ma sempre meglio che un calcio nei denti.
E’ vero che, se l’Italia non passa alla tassazione ordinaria dei frontalieri, non ci sarà l’atteso effetto antidumping generato dall’aggravio fiscale sui permessi G. Ma se anche Roma dovesse firmare l’accordo con Berna, è ormai chiaro che, per la tassazione ordinaria, campa cavallo!
Lorenzo Quadri

Il 18 ottobre non deve diventare la tomba del 9 febbraio!

Dal sondaggio del GdP un campanello d’allarme: dobbiamo mobilitarci

Gli indecisi lo sappiano: non votare Lega è come votare P$!

 

I sondaggi pre-elettorali non vanno presi per oro colato, certo. Ma non vanno nemmeno snobbati. Sarebbe una leggerezza pericolosa.

I sondaggi, ancora una volta – ormai sta diventando un’abitudine – ci dicono che noi leghisti dobbiamo remare. Per il Consiglio nazionale si ripete lo scenario di aprile: il secondo seggio si gioca su poche schede.

 

Decisioni fondamentali

Che non si potesse dormire sugli allori lo sapevamo già. Il campanello d’allarme suonato dal sondaggio del GdP deve spronare, ancora una volta, alla mobilitazione del popolo leghista.

Lo sappiamo che elezioni federali sono meno “sentite” di quelle cantonali, e che Berna sembra lontana. Ma, come abbiamo detto più volte, nei prossimi anni si prenderanno delle decisioni fondamentali per il futuro di questo sempre meno ridente Cantone e del suo mercato del lavoro. E queste decisioni – in particolare per quel che riguarda i rapporti con gli eurofalliti di Bruxelles e la concretizzazione del 9 febbraio – verranno prese a Berna.

 

Vittoria storica

E allora ricordiamoci bene che soltanto Lega ed Udc hanno promosso l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. Sole contro tutti, l’hanno portata alla vittoria trionfale in Ticino, dove ha raccolto il 70% dei consensi. Questo voto ha influenzato il risultato a livello nazionale. Blocher, quando nelle scorse settimane è arrivato a Lugano per lanciare la campagna elettorale di Battista Ghiggia, lo ha detto a chiare lettere: “Il Ticino ha salvato la Svizzera”.

Quella del 9 febbraio è stata una vittoria storica. I cittadini hanno sconfessato – cosa finora mai accaduta – la svendita della Svizzera all’Unione europea, da anni portata avanti dalla giuliva maggioranza politica euroturbo PLR-PPDog-P$.

 

Premiare i rottamatori della Svizzera?

Cosa pensate che succederebbe se i ticinesi alle elezioni federali togliessero un seggio alla Lega per darlo addirittura al P$? Ovvero se mandassero a Berna, al posto di un leghista, l’esponente di un partito che ha sempre predicato le frontiere spalancate, e chi è contrario è un becero populista e razzista? Di un partito che ha fatto campagna dura contro il 9 febbraio perché vuole la libera circolazione senza limiti? Di un partito il cui Consigliere di Stato Manuele Bertoli, ma anche il presidente nazionale Christian Levrat, ha detto in tutte le salse che bisogna rifare il “maledetto voto”? Di un partito nel cui programma si trova l’adesione all’UE, oltre che l’abolizione dell’esercito? Di un partito che ha organizzato manifestazioni a sostegno dei frontalieri? Di un partito che vuole spalancare le frontiere ai finti rifugiati? Di un partito che ha portato in Consiglio federale la disastrosa ministra del 5% Widmer Schlumpf e che intende pistonarla ancora?

Quel 70% di ticinesi che ha portato in trionfo il 9 febbraio, può voler premiare elettoralmente chi fa tutto il contrario di quel che vorrebbe la grande maggioranza dei votanti di questo ridente Cantone?

Può un Cantone che su UE, immigrazione, sicurezza, eccetera, vota sempre in un certo modo, cambiare improvvisamente rotta proprio quando si tratta di eleggere i propri rappresentanti a Berna – dove si decidono esattamente questi temi?

 

La tomba del 9 febbraio

Su una cosa dobbiamo essere in chiaro. Se il 18 ottobre le urne premiassero il P$ a scapito della Lega, ciò costituirebbe la tomba del 9 febbraio. Il messaggio che varcherebbe il Gottardo sarebbe inequivocabile: “Vedete? I Ticinesi non credono più al loro voto: hanno addirittura premiato chi vuole l’adesione della Svizzera all’UE. Si sono resi conto che limitare la devastante libera circolazione “sa po’ mia”. Hanno capito che devono farsi invadere e tacere. E, se non c’è più lavoro, devono rassegnarsi ad emigrare, come disse il Beltrasereno direttore del DSS. Quindi, se i ticinesi, principali sostenitori del 9 febbraio, gli hanno voltato le spalle, adesso c’è licenza di affossamento”.

E’ questo che vogliamo? Dopo anni di lotte, dopo aver finalmente messo in crisi i rottamatori della Svizzera, quelli che ci stanno portando nell’UE con la tattica del salame, vogliamo calare le braghe e dire che abbiamo scherzato? Perché è proprio questo che accadrà se il 18 ottobre la Lega dovesse perdere un seggio a vantaggio di un partito euroturbo e spalancatore di frontiere come il P$!

 

Servono schede Lega!

Se, come ticinesi, NON vogliamo gettare alle ortiche una vittoria storica, e tutte le legittime aspettative e speranze che essa ha suscitato, il 18 ottobre servono schede della Lega. Ancora una volta, il popolo leghista si deve mobilitare compatto! E chi è indeciso lo sappia: se non vota Lega è come se votasse P$!

Lorenzo Quadri

Furti in casa: diamoci un taglio! Avanti con le frontiere blindate!

La Lega si dà da fare sia a Bellinzona che a Berna. La $inistra, invece…

Le frontiere sicure e blindate sono un’esigenza per questo sempre meno ridente Cantone incuneato nell’Italia. La Lega a questo proposito si sta dando da fare, sia a livello cantonale che a Berna.
Nei giorni scorsi ad Astano c’è stato un incontro tra autorità locali e cantonali per fare il punto della situazione sullo scottante tema dei furti in casa. Reati i cui autori, ma tu guarda i casi della vita, non sono “patrizi di Corticiasca”. Negli ultimi 5 mesi nel Malcantone i reati sono diminuiti. Segno dunque che si sta andando nella direzione giusta. Rimane però aperta la questione della chiusura notturna dei valichi incustoditi, attraverso i quali i delinquenti entrano ed escono comodamente in macchina.

Mozione Pantani
La Consigliera nazionale leghista Roberta Pantani con la mozione per la chiusura notturna dei valichi doganali ha fatto il pienone a Berna, nel senso che la mozione è stata approvata senza ostacoli in entrambe le Camere. Dimostrazione che la Lega a Berna si dà da fare per la sicurezza del Cantone. Mica come il P$ che vuole le frontiere spalancate per la gioia della delinquenza transfrontaliera, dei rifugiati economici e della vicina ed ex amica Penisola che non applica gli accordi di Dublino e se la ride a bocca larga di quanto sono fessi gli svizzerotti.

Chiudere i cancelli
Come mai, infatti, la chiusura notturna dei valichi secondari non è ancora realtà? Semplicemente perché, ancora una volta, abbiamo a che fare con l’Italia. La quale, per la serie “ma chi l’avrebbe mai detto”, è inadempiente. Incredibile! Chi poteva immaginarlo! Solo che da parte elvetica ci si lascia come sempre infinocchiare nei meandri della burocrazia italica, grazie ai quali quest’ultima allegramente snobba tutti i propri obblighi internazionali (ma poi Bobo Maroni, ben accompagnato da pozzi di scienza del livello di una Lara Comi, ha la tolla di mettersi a starnazzare per il casellario giudiziale; e in Svizzera, a parte la Lega, nessuno che gli dica niente) invece di agire in modo unilaterale. Se i cancelli delle dogane si trovano su suolo italiano, basta piazzarne degli altri su territorio svizzero e poi chiuderli. Non ci vuole un premio Nobel: in Ungheria hanno tirato su centinaia di km di “muro” in quattro e quattr’otto.

Pene detentive
Altro aspetto giustamente sollevato nell’incontro di Astano è la giustizia lassista nei confronti dei delinquenti. Ormai è chiaro: nella patria del politikamente korretto solo gli automobilisti ed i contribuenti vengono perseguitati per ogni cip. Con i delinquenti, invece, si indulge. Il sistema delle pene pecuniarie al posto di quelle detentive di breve durata si è dimostrato un fallimento su tutta la linea. L’effetto dissuasivo della pena pecuniaria (oltretutto sospesa condizionalmente!) è nullo. Bisogna ritornare alla detenzione. Ma naturalmente a $inistra gli spalancatori di frontiere non ne vogliono sapere. Forse perché la Stampa sarebbe ancora più piena di detenuti stranieri di quanto non sia ora?
E questi kompagni rischiano di ottenere una seconda cadrega in Consiglio nazionale? Ma vogliamo proprio farci male da soli?
Lorenzo Quadri

Stop ai burocrati federali che vogliono decidere tutto. Il “margine di manovra” ce lo prendiamo!

Il direttore del DFE Christian Vitta è andato Oltregottardo per discutere sull’applicazione del 9 febbraio tramite clausole di salvaguardia. Quello che è certo è che non si può pensare di trovare una soluzione che vada bene per tutta la Svizzera allo stesso modo, e questo per un motivo molto semplice: le situazioni sono troppo diverse da Cantone a Cantone. A situazioni diverse non si possono dare risposte uguali. Sembra una cosa elementare. Ma evidentemente a Berna non lo è poi così tanto, dal momento che il messaggio non passa. L’amministrazione federale vuole infatti centralizzare e livellare tutto. Togliendo così ai Cantoni l’autonomia che spetta loro.

Esigenza fondamentale
A sostegno della richiesta sistematica del casellario giudiziale a frontalieri e dimoranti sono state raccolte circa 10mila firme. Segno evidente che la maggioranza dei Ticinesi appoggia questa decisione del ministro leghista Gobbi. C’è chi, pur di denigrare la Lega ed invidioso di non aver avuto lui l’idea, ha tentato di squalificare questa iniziativa, accusandola di essere di piccolo cabotaggio. Apperò. Un po’ come la questione del Burqa: doveva essere un “non problema” – che quindi non interessa a nessuno – ed invece tutti ne parlano.
La richiesta del casellario, ormai l’hanno capito anche i paracarri, risponde ad un’esigenza fondamentale di sicurezza: non rilasciare permessi alla cieca a pregiudicati, che poi non si riescono più a ritirare. I ticinesi, con il loro sostegno massiccio, hanno voluto esprimere il loro appoggio a chi difende i loro diritti. Speriamo lo facciano anche il 18 ottobre.

Dalla parte dell’Italia
Ebbene, nemmeno in una situazione così chiara la Confederazione si è schierata dalla parte del Ticino e delle sue necessità. La vicina ed ex amica Penisola si è messa strumentalmente a starnazzare alla presunta discriminazione a causa del casellario, e subito il consiglio federale e la diplomazia – svenduta ed euroturbo – hanno preso le parti dell’Italia. Che nei nostri confronti è inadempiente su tutto. Se nemmeno in una questione del genere Berna è capace di riconoscere l’autonomia dei Cantoni, figuriamoci quando si tratta di tutela del mercato del lavoro.

Bisognerà battersi
Per il margine di manovra dei Cantoni – che non è affatto “nullo”, contrariamente a quel che amava ripetere l’ex direttrice PLR del DFE Laura Sadis – occorrerà battersi a lungo, e continuare ad insistere. Il federalismo è uno dei principi fondanti della Svizzera. Il Ticino è Cantone, ma è anche Repubblica. Di questa Repubblica occorre reimpossessarsi, prima che diventi Repubblica delle banane. Non è perché i 7 scienziati bernesi hanno scoperto la strada per attraversare il Gottardo che sono diventati più ricettivi in materia di problemi del Ticino. I signori – soprattutto la ministra del 5% – hanno faccia di tolla più che sufficiente per promettere una cosa e poi fare l’esatto contrario non appena rientrati a Berna.
Esempio concreto: la modifica di legge, letteralmente demenziale, che vuole accordare ai frontalieri le stesse deduzioni fiscali di cui beneficiano i residenti, è stata partorita (abortita) tra una dichiarazione di attenzione al Ticino e l’altra.

Soluzioni su misura
Il nostro Cantone ha bisogno di soluzioni su misura. Non per capriccio o per piagnisteo. Non perché riteniamo di essere l’ombelico del mondo. Semplicemente perché la nostra situazione è unica in Svizzera. Sicché ne va della coesione nazionale. Quest’ultima non è messa a rischio da soluzioni differenziate. E’ messa a rischio se si pretende di applicare le stesse regole in circostanze non paragonabili.

Attenzione…
Finché questo messaggio non arriverà a Berna forte e chiaro il Ticino continuerà ad essere la Cenerentola della Svizzera. Il nostro Cantone ha bisogno a Berna di deputati che inculchino negli interlocutori questo concetto. Non certo di kompagni secondo cui deve essere tutto uguale, non solo a livello svizzero, ma addirittura sul europeo. Ed infatti hanno nel programma l’adesione della Svizzera all’UE: adesso in fase pre-elettorale fingono di dimenticarsene. Ma se ne ricorderanno benissimo dal 19 ottobre via.
Lorenzo Quadri

Il caso del Comune argoviese di Oberwil-Lieli fa discutere. Rifiutare i finti asilanti: un privilegio per ricchi?

Il Comune argoviese di Oberwil-Lieli, di circa 2200 anime, nei giorni scorsi si è guadagnato fama internazionale. Per quale motivo? Il sindaco Andreas Glarner (Udc) ha rifiutato di accogliere richiedenti l’asilo su territorio comunale. Il municipio ha pure deciso di acquistare e demolire due stabili che sarebbero potuti entrare in linea di conto come potenziali centri di registrazione (vedi quello di Losone).

Chi può, paga
In effetti, la nuova legge sull’asilo, contro cui è stato promosso il referendum, conferisce amplissimi – ed ingiustificati – poteri al Dipartimento di giustizia e polizia, il quale può trasformare stabili di proprietà della Confederazione in centri asilanti senza che nessuno possa fare un cip. In effetti è il Dipartimento ad avviare le procedure, a decidere, e pure a fungere da autorità di ricorso. I diritti dei cittadini, dei Comuni e dei Cantoni sono allegramente snobbati. Sicché ad Oberwil-Lieli hanno scelto di giocare d’anticipo. Il sindaco ha chiarito che di asilanti, nel suo Comune, non ne vuole proprio. Risultato: il borgo dovrà pagare un’ammenda di 290mila Fr, ma evidentemente amministratori ed abitanti ritengono che il santo valga la candela. Le casse pubbliche sono piene. L’operazione si può fare.

Qualcosa salta all’occhio
L’autorità comunale di Oberwil – Lieli non si è dunque fatta troppi problemi. A tutela della propria tranquillità ha sfidato senza esitazioni la macchina del fango dei moralisti a senso unico, che non hanno mancato l’occasione per dipingere il bucolico villaggio argoviese come una specie di riserva nazista.
L’indifferenza nei confronti dei soliti squallidi ricatti morali da parte dei politikamente korretti è degna di ammirazione. Del resto, ci sono sufficienti comuni con maggioranze di $inistra che potranno mettere in pratica quel che predicano, facendosi carico anche degli asilanti che altri non vogliono.
Tuttavia qualcosa di storto salta all’occhio. La facoltà di decidere se si vogliono accettare o meno richiedenti l’asilo non è più una questa democratica. E’ una questione di soldi. Un privilegio per Comuni ricchi. Oberwil-Lieli ha potuto fare atto di disobbedienza civile perché può permettersi di pagare il conto senza fare una piega: ha contribuenti milionari a go-go. E chi questa disponibilità non l’ha?

Porte spalancate?
La questione si fa decisamente spessa per vari motivi. Il Consiglio federale rifiuta ostinatamente di sospendere gli accordi di Schengen, malgrado sempre più Stati UE scelgano di farlo. Il rischio è manifesto: far arrivare qui tutti i migranti economici, se altrove le porte sono chiuse. Visto che le frontiere spalancate ancora non bastavano a rendersi attrattivi, ecco che si introduce, con la nuova legge sull’asilo, pure il diritto di ricorso gratuito – ossia pagato dal contribuente svizzerotto – per tutti i richiedenti la cui domanda è stata respinta. Un diritto, quello dell’assistenza giudiziaria gratis “a prescindere” di cui non dispongono nemmeno i cittadini elvetici.

Jihadisti camuffati
Non c’è evidentemente alcuna garanzia che i migranti a cui si vogliono spalancare le porte – mica vorremmo farci etichettare come populisti e razzisti – siano dei veri perseguitati e non dei rifugiati economici.
In più nei giorni scorsi il capo del Dipartimento militare Ueli Maurer ha ammesso pubblicamente che tra i presunti profughi si nascondo jihadisti. Come si faccia a distinguerli dagli altri, non lo sa nessuno. Ecco dunque che l’esigenza di sospendere Schengen si fa sempre più impellente. Non tutti i Comuni sono Oberwil-Lieli: quanti emuli troverebbe il sindaco Glarner in Ticino?
Lorenzo Quadri

Catastrofismo a go-go per impedire il dibattito sul canone. E adesso la RSI piange miseria…

L’azienda deplora perfino la decina di franchi all’anno di risparmio sull’IVA
Il Tribunale federale ha deciso, con sentenza dello scorso aprile, che sul canone radiotv non si deve pagare l’IVA. Ciò ha portato alla stratosferica riduzione del canone medesimo di ben 11 Fr all’anno: da 462 a 451. Che abbondanza!
Da notare che il canone SSR – di recente trasformato in imposta per una manciata di schede – rimane il più caro d’Europa.
Anche in questo caso si ripete, seppur fortunatamente con altre cifre, la situazione venutasi a creare con i premi di cassa malati pagati in eccesso. Vale a dire, cittadini cornuti e mazziati. In effetti, il tribunale federale avrà anche deciso solo in aprile che sul canone non si paga l’IVA. Tuttavia, è evidente che se l’IVA non è dovuta da aprile scorso, non lo era nemmeno prima. Il maltolto andava quindi restituito agli utenti. Ma va da sé che ciò non è avvenuto. Figuriamoci. Il cittadino che riceve qualcosa di non dovuto lo deve restituire con gli interessi. Lo Stato, evidentemente, no. Nel caso concreto, poi, a decidere sulla restituzione è stato lo stesso beneficiario dell’IVA indebitamente prelevata. Si può dunque immaginare con quale esito: furto legalizzato. Come detto, non è certo la prima volta che questo accade. Con i premi di cassa malati pagati in eccesso è andata anche peggio: al Ticino sono stati stuccati 450 milioni con restituzione di 70.

40 milioni in meno
La decisione sull’IVA comporta per la SSR minori entrate annue di 40 milioni (su 1,3 miliardi di canone). Alla RSI è stato dunque dato il compito di risparmiare 5.5 milioni (su 230 di canone). Non pare di trovarsi confrontati con cifre stratosferiche. Ma naturalmente l’azienda deplora le decisioni esterne e assume toni da tragedia greca. I collaboratori hanno ricevuto una circolare in cui si paventano tagli al personale e tagli ai programmi. Anche il sindacato svizzero dei media, SSM, ha mandato una lettera agli affiliati in cui inveisce contro le sentenze che lasciano ai contribuenti una decina di Fr in tasca in più all’anno.

Servizio pubblico?
Un chicca: nella lettera da lui firmata, il direttore generale De Weck indica pure, come causa di difficoltà, il fatto che, con la modifica della Legge sulla radiotelevisione, la quota del canone destinata alle emittenti private è passata dal 4% al 6% (trattasi di marchetta inserita per avere il sostegno delle emittenti private, e dei loro rappresentanti in parlamento, alla trasformazione del canone in imposta). Ma come, De Weck: prima vuoi la legge che ti trasforma il canone (causale) in un’imposta (versata senza motivo, sicché paga anche chi non vuole o non può usufruire dei servizi della SSR, che tutto sono tranne prestazioni di base, visto che se ne può fare benissimo a meno), e poi ti lamenti perché la fettina delle emittenti private, cosa arcinota fin dall’inizio, è aumentata di qualche briciola?
Non ci si venga poi a raccontare la fregnaccia dell’importanza del servizio pubblico della SSR per la formazione civica della popolazione, perché l’azienda, colonizzata dalla $inistra (che non è solo il P$, ma anche l’ala $inistra dei partiti storici), dal punto di vista “civico”, più che propagandare “aperture”, disfattismo ed autofustigazione non fa. E se oggi il termine patriota è diventato una parolaccia, lo dobbiamo in buona parte anche alla radiotv di Stato finanziata da tutti i cittadini con il canone più caro d’Europa.

Catastrofismo pro-saccoccia
In considerazione degli importi in gioco, 40 milioni a livello nazionale, è chiaro che il catastrofismo in cui si crogiola la SSR – facendo di tutto affinché il piagnisteo abbia la massima amplificazione – è ampiamente fuori luogo. Il disegno è un altro. E’ noto che, dopo il magro risultato del 14 giugno sulla nuova LRTV, fioriscono le richieste di riduzione del canone. E allora l’azienda comincia già, come sua abitudine nei confronti di qualsiasi critica, a chiudersi a riccio: sono richieste da sciagurati, non se ne parla nemmeno, non si può toccare neanche un centesimo, e avanti con l’offensiva dei “sa po’ mia”.
Invece, se ci sarà da tirare la cinghia, anche la RSI, come tutti gli altri enti pubblici, lo farà senza tante storie. Sull’ammontare del canone e sul servizio pubblico si può e si deve discutere. Per troppo tempo l’azienda ha potuto fare tutti i propri comodi, in particolare propaganda di parte, con soldi della gente. Con il canone obbligatorio ha tirato troppo la corda.

Nessuno ha preso le parti della RSI
La vicenda delle dimissioni della Lega dalla CORSI, a questo proposito, è indicativa. Dopo la reazione, del tutto inadeguata, del presidente Gigio Pedrazzini – secondo cui il fatto che il primo partito ticinese sia uscito sbattendo la porta da un’azienda pubblica non è importante – nessuno è sceso in campo a difesa della RSI. Ohibò. Il giornale di servizio LaRegione ha intervistato Enrico Morresi sperando che se la prendesse con la Lega populista e razzista. Invece anche lui ha ammesso che il primo partito è stato bistrattato dalla CORSI.
I vertici dell’azienda hanno dunque ulteriore materia di riflessione, nella denegata ipotesi in cui la sonora bocciatura rimediata il 14 giugno dal popolo ticinese non ne avesse ancora fornita a sufficienza. Ma si tratta, ovviamente, di una pia illusione. A Comano l’autocritica non è di casa. Si pensa di avere ragione per definizione, si reagisce alle osservazioni con ipersensibilità stizzosa e si va avanti come se “niente fudesse” . Finché…
Lorenzo Quadri

Errare è umano, perseverare diabolico: la kompagna Sommaruga persevera su Schengen. “Vogliamo le frontiere spalancate!”

Si dice che errare è umano e perseverare è diabolico. Ebbene, la kompagna Simonetta Sommaruga persevera: le frontiere svizzere devono restare spalancate. Niente sospensione degli accordi di Schengen. Così parlò lunedì in Consiglio nazionale la ministra di Giustizia, rispondendo ad una domanda del sottoscritto, che chiedeva se la Svizzera fosse destinata a rimanere l’unico paese ad applicare i fallimentari accordi, ormai avulsi da qualsiasi realtà. Questo perché il presupposto su cui essi si basano, ossia che le frontiere esterne dello Spazio Schengen siano sicure, si è da tempo dimostrato un grottesco bidone.

Quando i buoi sono fuori dalla stalla…
Letteralmente, la politica della kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, e dei degni compari del Consiglio federale, consiste dunque nel chiudere le porte quando i buoi sono già fuori dalla stalla. Nel caso concreto, ciò significa chiudere le frontiere quando gli immigrati economici sono già entrati. Entrati ed avviati nella procedura d’asilo, svuotandola così di significato. E il conto lo paga il contribuente svizzerotto.
Le moltitudini di finti rifugiati si creano e si muovono in tempi molto brevi. Sicuramente inferiori a quelli di reazione bernesi. Se le frontiere dei paesi vicini sono chiuse, dove pensate che andranno i finti rifugiati? Ovviamente, dove trovano le porte aperte. Cioè nella Svizzera “razzista e xenofoba”. Non serve certo essere grandi statisti per capirlo.

Umanità vs imbecillità
La tradizione umanitaria elvetica è anteriore alle varie convenzioni internazionali. Ma tra umanità ed imbecillità ci deve pur essere una differenza. Il diritto d’asilo deve servire ai profughi; non ai rifugiati economici. Invece, per la serie ma tu guarda i casi della vita, il 40% delle domande d’asilo depositate in Svizzera da inizio anno proviene da eritrei (tutti giovani uomini soli) mentre solo il 7% da siriani. Questo significa che il diritto d’asilo si è ormai trasformato in una farsa – costosissima e pericolosa. Si è trasformato nel grimaldello moralista per spalancare le porte ad un’immigrazione di massa illegale, a spese del contribuente. Ma questa realtà non è caduta del cielo. Ci sono dei responsabili.

Fomentare lo spopolamento?
La stragrande maggioranza dei richiedenti l’asilo sono dunque migranti economici, attirati da politiche scriteriate (venite da noi che manteniamo tutti). Per queste persone, le porte devono restare chiuse. Aprirle è irresponsabile e deleterio. Lo è per la Svizzera; ma lo è anche per i paesi di provenienza di questi clandestini. Paesi di cui si sta fomentando lo spopolamento; paesi di cui si sta, quindi, distruggendo il futuro. Invece di aiutare in loco, dove si può fare molto con poco, si preferisce tollerare un’immigrazione di massa illegale ed insostenibile. Un’immigrazione di massa che mette in pericolo la convivenza civile. Anche in Svizzera. La popolazione residente, che non è scema, ben capisce che si sta abusando sfacciatamente della sua socialità. Quindi del frutto del suo lavoro. I soldi che lo Stato spende non li guadagna mica lo Stato. Li guadagnano i contribuenti.

La polveriera
A suon di frontiere spalancate, si sta alimentando un’autentica polveriera, e perché? Ma perché “bisogna aprirsi”! E solo questo presunto imperativo, imposto con ricatti morali vergognosi e svergognati (vedi la strumentalizzazione delle foto dei bambini morti) sembra contare. Importare interi popoli negli Stati sociali dell’Europa occidentale sarebbe un dovere, e chi non ci sta è razzista e disumano? Ma siamo usciti di zucca?

Frontiere chiuse!
Toppando ancora, la kompagna Sommaruga, sempre rispondendo alla domanda sulla sospensione degli accordi di Schengen, ha pure dichiarato che questo scenario provocherebbe “problemi ai confini”. Non per non noi; per la vicina Penisola. O Simonetta, “e alura”? Quando mai l’Italia – che non applica gli accordi di Dublino e che nei nostri confronti è inadempiente su tutto, ma che tu ti ostini a voler “aiutare” – si è fatta degli scrupoli nel creare problemi a noi? Tanto, dicono Oltreramina, gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente!
Se padroncini, distaccati e frontalieri dovranno fare le code per entrare in questo sempre meno ridente Cantone, non sarà certo un dramma. Davanti a dichiarazioni imbecilli come quelle del sindaco di Lavena Ponte Tresa che vorrebbe abolire la dogana solo perché torna comodo a lui per prosciugare a più non posso il mercato del lavoro ticinese, emerge con prepotenza la necessità di far capire agli “amici” italici che non siamo (ancora) una loro colonia.
Sì alle frontiere chiuse per i falsi rifugiati, ma anche per padroncini e distaccati.
Lorenzo Quadri

Gli autori saranno “patrizi di Corticiasca”? Ancora un’anziana rapinata in casa!

Ieri a Bellinzona in via Ghiringhelli un’anziana di 91 anni è stata rapinata in casa.
L’aggressione è avvenuta in pieno giorno, verso le 16.45. E non in una zona isolata. In via Ghiringhelli, che è una strada centrale. E’ vicina a Palazzo delle Orsoline; sulla via si affaccia la redazione centrale de LaRegione (giornale di partito degli spalancatori di frontiere) e pure il posteggio dei deputati in Gran Consiglio.
Tutti loro – governanti, parlamentari e giornalisti di servizio – avranno ora ulteriore materia di riflessione.
Al momento, come si legge nel comunicato della Polizia cantonale, non si sa nulla dei due rapinatori. Attendiamo dunque di saperne di più: chissà come mai, abbiamo il “vago sospetto” che i criminali non siano patrizi di Corticiasca, e nemmeno di Montecarasso.

Entra di tutto
Grazie alla deleteria politica delle frontiere spalancate, grazie alla perdita totale di controllo sull’immigrazione, in Svizzera è entrato, e continua ad entrare, di tutto e di più. I delinquenti sono i più “mobili” di tutti. Aprendo le frontiere, ancora prima della manodopera a basso costo, arrivano i criminali. Ma naturalmente secondo i politikamente korretti erano tutte balle della Lega populista e razzista, chiusa e gretta. Come no: ed infatti sono arrivati sia i delinquenti che la manodopera a basso costo.

“Sa po’ mia”
Però i partiti $torici ancora negano l’evidenza. Dicono: controllare l’immigrazione non serve a nulla, i controlli sistematici al confine sono una belinata e – soprattutto, ed è l’argomento da cui tutto discende – “sa po’ mia”.
“Sa po’ mia” perché gli eurobalivi non vogliono. E chi ha trasformato questo paese, contro la volontà dei cittadini, in una colonia degli eurobalivi? I partiti storici, ovviamente! Anche se adesso, visto che le elezioni federali sono vicine, fingono di far credere il contrario. Improvvisamente tutti, da un giorno all’altro, antieuropeisti e paladini della sovranità svizzera! Tutti a fotocopiare (xerox) le – fino a ieri – deplorevoli posizioni della Lega “populista e razzista”! Ma è solo una commediola da tre e un cicca. Le parole d’ordine dei partiti nazionali sono ben altre. Sono: avanti con Schengen, avanti con la libera circolazione senza alcun limite, sabotaggio del 9 febbraio. Ed è questo che conta a Berna. Mica le promesse da marinaio delle sezioni ticinesi dei partiti $torici, che contano come il due di picche.

Ricatti morali
Le rapine in casa, ad opera di delinquenti stranieri che prendono di mira in genere le persone anziane – perché sono più indifese – non cadono dal cielo. Sono la logica conseguenza della perdita di controllo sull’immigrazione. E per questo ci sono dei precisi responsabili. Quelli che hanno voluto rinunciare a difendere i confini perché “bisogna aprirsi”. Quelli che per anni hanno denigrato chi la pensava diversamente da loro. E adesso che l’evidenza ha dimostrato che i “gretti populisti e razzisti” avevano ragione, gli spalancatori di frontiere ancora tentano la via del ricatto morale più becero. Non si vergognano nemmeno di strumentalizzare i bambini morti pur di costringere a tenere le frontiere spalancate a tutti. E questa gente pretende di avere il monopolio sulla morale? Ma non facciamo ridere i polli!

Legittima difesa
La delinquenza d’importazione, sempre più pericolosa e priva di scrupoli, che non esita ad aggredire in casa i cittadini più inermi, non impone solo la chiusura delle frontiere ed una gestione dell’immigrazione col contagocce. Solleva anche il tema della legittima difesa delle vittime. Che vanno messe nella condizione di difendersi. Il diritto alla legittima difesa, dunque, va potenziato. Far West? Degrado? Una volta si poteva stare tranquillamente in casa con porte e finestre aperte. Adesso, manco per sogno. Questo sì che è Far West; questo sì che è degrado. Ma ci sono dei responsabili. Non generici: precisi ed identificabili. Quelli citati sopra.
Lorenzo Quadri