E’ ora di chiudere le frontiere!

Qualcuno sta perdendo la testa: altro che corsi antistupro per asilanti “non cogniti della morale sessuale occidentale”
E’ proprio vero che non c’è limite al peggio. In Norvegia le autorità hanno deciso che i sedicenti asilanti frequenteranno dei corsi di morale sessuale. L’obiettivo sarebbe quello di limitare gli stupri di donne occidentali da parte dei migranti economici. Ai presunti rifugiati dovrebbe dunque venire insegnato, a spese del contribuente, che donna in minigonna non si significa “la do a tutti”, che un “no” vuole dire “no”, eccetera.
Ma come: i migranti (a grande maggioranza giovani uomini soli, con vestiti alla moda e telefonini a go-go) non dovevano essere dei poveri perseguitati in fuga da paesi in guerra? Adesso invece scopriamo che si tratta di giovani uomini “non cogniti della morale sessuale occidentale”: che, tradotto dal politikamente korretto significa, semplicemente, “infoiati”.

Prescrizioni sull’abbigliamento
Nelle scorse settimane in Germania alle studentesse di una scuola sita nei pressi di un centro asilanti la direzione ha detto di vestirsi in modo castigato onde non “provocare” gli ospiti del centro. E’ evidente che si tratta di due facce della stessa medaglia: i corsi antistupro per finti asilanti vanno di pari passo con le prescrizioni vestimentarie per le giovani donne europee. Sono misure complementari. Perché è logico, nevvero sostenitori del multikulti, che non si devono provocare inutilmente giovanotti “provenienti da altre culture” e “non cogniti della morale sessuale occidentale” (=infoiati): o sfrontata donna europea, non te l’ha mica ordinato il medico di girare con scollature e cosce in mostra.

Altrettanto chiaro è il passo successivo: “hai voluto mettere lo stesso la minigonna e sei stata aggredita sessualmente da un asilante “non cognito della morale sessuale occidentale”? La colpa non è certo sua, poverino: lui viene da “altre culture”. Non conosce le nostre usanze. (Però, stranamente, il nostro stato sociale lo conosce benissimo). Colpa tua, te la sei andata a cercare”. Aggiunta successiva: “e non fare tante storie che in fondo ti sei pure divertita”.

Dov’è l’indignazione?
A questo punto ci si aspetterebbe un’ondata di doverosa indignazione, per lo meno da parte delle donne in politica. Dove sono finite le femministe? Quelle che bruciavano i reggiseni in piazza? Zero! Silenzio! Citus mutus! “Dobbiamo aprirci”!

Eppure, se dal pulpito di una parrocchia di campagna, un qualsiasi prelato cattolico avesse predicato contro la minigonna, gli strilli di protesta si sarebbero immediatamente levati fino al cielo: vergogna! Oscurantismo! Beceri bigotti! Retrogradi! Qui ci sono delle laicissime autorità statali che percorrono la stessa strada. E questo perché? Perché noi occidentali dobbiamo adeguarci ai costumi di fiumane di migranti economici (non loro ai nostri). Eppure, davanti a questo oscurantismo, gli spalancatori – e soprattutto le spalancatrici – di frontiere politikamente korretti rimangono muti come tombe. Dov’è la difesa della libertà della donna, conquistata a caro prezzo? Ci si indigna solo con i “nostri”? Il multikulti ha obnubilato le facoltà mentali?

Emuli
E purtroppo c’è anche di peggio del silenzio omertoso: l’emulazione. Infatti tale kompagna Silvia Schenker, consigliera nazionale P$, ha avuto la bella iniziativa di dichiarare che le lezioni antistupro norvegesi vanno introdotte anche in Svizzera. Ma complimenti! Tanto per inquadrare il personaggio, diciamo che Schenker era tra quelle che dal pulpito della Camera del popolo starnazzavano contro il divieto di burqa votato dai ticinesi, cui voleva rifiutare la garanzia costituzionale (anche davanti alla sentenza della CEDU che ha dato il proprio benestare al divieto francese). Allo stesso modo, la signora puntualmente starnazza contro ogni seppur minimo giro di vite in materia d’asilo.
Ecco quindi dove vogliono andare a parare i nostrani spalancatori di frontiere: NO al divieto di burqa, non sia mai che un domani il multikulturalismo ci porti a suggerire il velo integrale anche alle nostre donne tanto per non provocare migranti economici “non cogniti della morale sessuale occidentale” – ovvero: infoiati -; e chi non segue il consiglio, se ne assumerà le conseguenze.

Chiudere le frontiere
Eh no, signori e signore, non ci siamo proprio. Altro che corsi antistupro per i sedicenti asilanti (corsi che naturalmente costituiscono interessanti opportunità di lavoro per professionisti targati P$, nevvero?; e intanto il contribuente paga, e paga sempre di più, perché ci sono nuovi presunti “bisogni” da soddisfare). Altro che limitazioni vestimentarie per le donne occidentali in casa nostra. Bisogna fermare il flusso scriteriato di migranti economici che non sono affatto perseguitati e che abusano massicciamente del diritto d’asilo (il cui scopo è protezione e non immigrazione di massa).
I deliranti proclami dell’ “Anghela” Merkel hanno fatto saltare per aria la Germania, a partire dalla Baviera. E hanno provocato un disastro in tutta Europa. La Svizzera deve rifiutarsi di partecipare a programmi di ridistribuzione del danno causato dall’ “Anghela” e soci. La Svizzera deve chiudere le frontiere. E gli asilanti vanno collocati in centri posti in zone isolate, vedi Lucomagno, dove non c’è necessità di corsi antistupro.

I casi della vita…
Certo che è strano: si viene a dire che questi migranti economici non conoscerebbero la morale sessuale occidentale. Eppure molti di loro dispongono di iphone come se piovesse, come pure di vestiti e scarpe alla moda. Inoltre, sulle possibilità di ottenere soldi pubblici nella vecchia Europa sono perfettamente informati. L’unica cosa che non conoscono dell’Occidente sarebbe la “morale sessuale”? Ma chi crediamo di prendere per i fondelli?
Lorenzo Quadri

Segreto bancario per gli svizzeri: Berna frena sullo smantellamento. Anche altri “progetti” sono da rottamare!

Le dimissioni della quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf (che solo i kompagni rimpiangeranno) almeno una conseguenza positiva l’hanno già portata. Almeno per ora il segreto bancario degli svizzeri non si tocca. Il progetto di dare ai Cantoni un accesso agevolato alle informazioni bancarie dei contribuenti è infatti naufragato. La stroncatura ricevuta in consultazione è stata così netta che perfino il Consiglio federale ha deciso che non c’erano chance di riuscita, ed ha congelato la riforma.

Notizia positiva
E’ senz’altro cosa buona e giusta che – almeno per il momento – il tentativo di impiantare in Svizzera fallimentari modelli UE sia abortito. In effetti, la privacy bancaria è un elemento della fiducia tra cittadino e Stato, che caratterizza la Svizzera. Trattare invece i cittadini come potenziali evasori è quel che accade nella fallita disunione europea, e che la ministra del 4% mira a far succedere anche nel nostro paese. Perché bisogna diventare uguali all’UE di modo che non ci siano più ostacoli all’adesione, nevvero?

Primo capitolo
L’hanno inoltre capito anche i paracarri che la privacy bancaria è solo il primo capitolo della rottamazione. L’intenzione è quella di smantellare ogni diritto alla privacy del cittadino, in virtù di uno Stato opprimente e ficcanaso che, incapace di combattere la delinquenza, criminalizza il comune cittadino.

Protezione della sfera privata
L’asfaltatura emersa dalla consultazione è comunque un buon segno. Infatti, il popolo dovrà votare sull’iniziativa “per la sfera privata”, che vuole ancorare il segreto bancario degli svizzeri nella Costituzione. E’ dunque arrivato un segnale incoraggiante circa l’esito di questa votazione, che sarà determinante per il futuro. Si tratterà in effetti di un piccolo 9 febbraio. Da questa votazione sapremo se il popolo elvetico è d’accordo con la sistematica calata di braghe, in materia di piazza finanziaria, nei confronti di Paesi esteri ostili (altro che “amici”: gli amici non si comportano certo così). La calata di braghe finora effettuata non è affatto inevitabile: è frutto di una scelta di Widmer Schlumpf ed, evidentemente, di una maggioranza governativa. Maggioranza che, come sempre, cede al vecchio trucchetto del ricatto morale. Il nemico lo sa e ci marcia. Vedi il grottesco tentativo di colpevolizzare la Svizzera per le casse vuote di Stati esteri, quando la crisi economica mondiale non è stata certo provocata dal segreto bancario elvetico, bensì dalla scellerata finanza USA.

Avanti con la rottamazione
Se l’asfaltatura, in consultazione, dell’attentato al segreto bancario degli svizzeri è un buon segno per l’iniziativa a tutela della sfera privata, il fatto che il Consiglio federale abbia bloccato la riforma è un segno che anche in governo, chiusa la sciagurata era della ministra del 4%, il vento potrebbe cambiare.
Ma c’è anche un altro scellerato progetto di Widmer Schlumpf che va fatto saltare per aria quanto prima. Si tratta della marchetta fiscale ai frontalieri. Ossia la concessione, a questi ultimi, delle stesse deduzioni fiscali di cui beneficiano i residenti. E’ il massimo: tutti riconoscono l’esigenza di tassare di più i frontalieri, ma la quasi ex ministra delle finanze vorrebbe invece tassarli meno! Con, ovviamente, conseguenze perniciose per il Ticino.
Il nuovo parlamento, affossando la marchetta fiscale ai frontalieri, potrà dimostrare che, con le elezioni federali, il vento è davvero cambiato.
Lorenzo Quadri

Mentre si taglia sui cittadini svizzeri. I miliardi volano all’estero!

Evidentemente chi mira ad approfittarsene ha trovato un modo facile per ottenere ciò che vuole dagli svizzerotti: il ricatto morale. Con il ricatto morale si smantellano segreti bancari, si spalancano frontiere e soprattutto si ottengono soldi. Tanti.

Eppure di motivi per piegarsi a ricatti morali in nome del politikamente korretto, i cittadini elvetici non ne hanno.
Non ne hanno per quel che riguarda i rimasugli del segreto bancario: la crisi economica mondiale che ha svuotato le casse pubbliche di tante nazioni non dipende infatti dal segreto bancario, bensì dalla scellerata finanza USA.
Non ne hanno in materia di accoglienza: il nostro è il paese che ospita più stranieri, quasi un quarto della popolazione. Il saldo migratorio, ossia gli arrivi meno le partenze, ammonta ad 80mila persone in più all’anno. Questo significa che ogni anno si forma l’equivalente di una città più grande di Lugano (70mila abitanti) solo con l’immigrazione. Questo significa anche che, avanti di questo passo, nel 2050 in Svizzera gli stranieri saranno in maggioranza.
Non ne hanno in campo di politica d’asilo. Anche in questo caso, il nostro è di gran lunga il paese che accoglie più rifugiati per rapporto agli abitanti. Sicché la Svizzera non deve accettare di farsi carico di quote di riparto migranti stabilite dall’UE. Quote che sono poi la conseguenza delle deliranti uscite dell’ “Anghela” Merkel, all’insegna dell’ “ospitiamo tutti”.

Aiuti all’estero
Soprattutto, i cittadini elvetici non hanno alcun motivo per farsi ricattare moralmente sugli aiuti all’estero. Ogni anno la Svizzera versa a questo capitolo la spesa stratosferica di 2.5 miliardi di Fr. E qui davvero non ci siamo: perché, malgrado queste cifre strastoferiche che escono con bella regolarità dalle tasche del contribuente elvetico – e guai a contestarle, si avvia il coro di proteste isteriche: populisti! Razzisti! Chiusi! Gretti! – continuiamo ad essere paese di destinazione di fiumane di migranti economici. L’asilo infatti ci costa 1.8 miliardi all’anno. Segno quindi che gli aiuti non servono a migliorare l’assetto dei paesi che li ricevono.

Nuovi regali
Però di questi contributi senza effetto se ne versano sempre di più. Ed infatti di recente la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga è riuscita ad andare in Etiopia a regalare 6 milioni di aiuti extra, neanche fossero noccioline. Visto che non si tratta di soldi della Simonetta, bensì di soldi nostri, si concederà che di questo genere di “liberalità” ne abbiamo piene le scuffie. Tanto più che poi vengono recuperate sulla pelle dei cittadini elvetici! Ed infatti , praticamente in contemporanea con il nuovo regalo ad Addis Abeba, il Consiglio federale ha annunciato, “come se niente fudesse”, la decurtazione del tasso d’interesse minimo della previdenza professionale che, dal prossimo primo gennaio, sarà ridotto dall’attuale 1.75% all’1.25%. Questo, tradotto in parole povere, significa tagli alle pensioni.

Quindi: i milioni extra da regalare all’estero si trovano in un batter di ciglia e senza chiedere niente a nessuno. Però si tagliano le pensioni.

Ma il peggio deve ancora venire, perché la scure dei risparmi si abbatterà anche sull’AVS, sottoforma di aumenti dell’età di pensionamento e non solo.

Sia chiaro che a Berna si tolgono dalla testa di tagliare sugli anziani svizzeri, che hanno costruito questo paese – il paese che la cricca dei partiti storici sta vergognosamente smontando perché “bisogna aprirsi” – per sperperare 2.5 miliardi all’anno in aiuti all’estero e 1.8 nell’asilo. Non se ne parla proprio!

Il Tribunale federale sostiene l’immigrazione nello Stato sociale. Nuovo regalo agli stranieri in assistenza

Sembra una di quelle notiziole un po’ astruse di cui al cittadino in fondo poco importa. Il Tribunale federale ha infatti stabilito, in una sentenza del 27 ottobre e resa nota nei giorni scorsi, che gli assegni familiari integrativi (AFI) e gli assegni di prima infanzia (API), previsti dal diritto ticinese, non vanno considerati come un aiuto sociale.
Tale era però la prassi finora seguita dall’Ufficio della migrazione e dal Consiglio di Stato, sulla scorta della giurisprudenza del Tribunale amministrativo. Questa giurisprudenza viene ora smentita dal Tribunale federale.
Di conseguenza, come si legge nel comunicato diramato venerdì dal Dipartimenti delle istituzioni “i servizi cantonali competenti provvederanno quindi da subito a conformarsi ai termini della decisione del Tribunale federale, ciò stando a significare che non sarà più data la possibilità di adottare dei provvedimenti quali: l’ammonimento, la non concessione, il mancato rinnovo rispettivamente la revoca di permessi B o C a quei cittadini stranieri che beneficiano degli assegni AFI e API”.

I permessi B ringraziano
A questo punto il comune cittadino potrebbe dire: “boh, ma che roba è? Che m’importa?”.
Invece importa eccome. Ancora una volta il TF ha allargato la possibilità per permessi B che sono a carico del nostro stato sociale di rimanere in Svizzera a spese del contribuente. Quindi si agevola l’immigrazione nello stato sociale, giocando sulla definizione di “aiuto sociale”. Il Ticino ha una politica generosa a sostegno delle famiglie con figli. Il TF trasforma adesso questa generosità in boomerang. All’interno della stessa UE – alla faccia della libera circolazione – si prendono provvedimenti, sempre più incisivi, per evitare che l’immigrazione svuoti le casse pubbliche. Altro che “immigrazione uguale ricchezza”, come starnazzano i nostrani adepti del politikamente korretto. Invece da noi, ancora una volta, si va controcorrente. Aumenta la generosità nei confronti degli immigrati che sono a carico del contribuente. E quindi l’attrattività. La stessa cosa accade con gli asilanti.

Autonomia finanziaria
Chi ottiene un permesso B per esercizio di attività lavorativa deve essere anche autonomo finanziariamente. Si tratta di un requisito essenziale per l’ottenimento del permesso. Sappiamo che c’è chi fa il furbo: vedi le reti di contratti di lavoro farlocchi su cui basare il rilascio del permesso. Però nel giro di un paio di mesi (ma anche meno) i contratti di lavoro vengono “misteriosamente” rescissi. Sicché il neo dimorante si mette a carico della disoccupazione e dell’assistenza (e nümm a pagum). Nel Canton Berna ad esempio è stata scoperta una rete gestita da cittadini portoghesi.

Meccanismo che non funziona
Ma anche per chi è in perfetta buona fede le cose possono cambiare e l’autonomia finanziaria che inizialmente c’era può venire a mancare. Non è colpa del diretto interessato. Ma neanche della collettività ticinese. Il prezzo di questa situazione non deve dunque pesare sul groppone del contribuente. Patti chiari, amicizia lunga: se l’autonomia finanziaria finisce, finisce anche il permesso rilasciato con quel presupposto.
Però questo meccanismo già ora non funziona: infatti attualmente a Lugano il 16% dei casi d’assistenza sono permessi B. A livello cantonale la situazione è senz’altro analoga. Dopo la decisione del Tribunale federale la percentuale aumenterà. E con essa la spesa.

Chi ne approfitta
Inoltre, per la serie “accà nisciuno è fesso”, sappiamo bene che c’è chi si approfitta allegramente degli API facendo di proposito un figlio ogni tre anni per staccare un nuovo assegno.
L’assegno di prima infanzia, infatti, garantisce il reddito di tutta la famiglia quando almeno un figlio ha un’età inferiore ai tre anni: e questa non sarebbe una prestazione assistenziale? Per contro, l’assegno integrativo copre solo il fabbisogno dei figli che non hanno ancora compiuto 15 anni.

Calamita
La sentenza del TF non mancherà dunque generare un effetto calamita. I servizi colonizzati dai kompagni che sull’immigrazione ci campano, già si fregano le mani. E si preparano ad affrontare “a dovere” i potenziali beneficiari: non temete, i ticinesotti vi mantengono! Già oggi ritirare un permesso B causa assistenza, in caso di ricorsi, era un’operazione proibitiva. Tant’è che le volte in cui riusciva, faceva notizia. Figuriamoci da oggi via.
A questo punto una domandina s’impone:
– quali conseguenze finanziarie si prevede avrà la nuova giurisprudenza del TF che viene incontro ai dimoranti a carico del contribuente?
Lorenzo Quadri

Bravofly, centinaia di frontalieri ed un solo svizzero. Ecco la “ricchezza” della libera circolazione!

Ma guarda un po’: mentre alti esponenti liblab difendono a spada tratta lo studio farlocco dell’IRE sul frontalierato – non perché sia oggettivo ma per il semplice motivo che dice quello che il PLR vuole sentirsi dire – arriva la nuova puntata del caso Bravofly. Si scopre così che l’azienda in questione ha 276 dipendenti, di cui 266 frontalieri, 7 dimoranti (permesso B) e un solo svizzero.
Quanto agli stipendi, sono di certo inferiori a quelli di riferimento utilizzati nel settore, con un livello medio di retribuzione di 2800 Fr al mese. Secondo l’ispettorato del lavoro, citato dal Corriere del Ticino, la situazione sarebbe anche peggiore, visto che ci sarebbero parecchie persone che guadagnano ancora meno, attorno ai 2000 Fr al mese. 2000 Fr al mese per un lavoro a tempo pieno! E poi c’è chi dice che il dumping salariale è una balla populista e razzista?

Contatta dall’IRE?
Chissà se la Bravofly è tra le aziende contattate dall’IRE per effettuare il famoso studio taroccato? E, se sì, chissà cosa ha risposto alla domanda a sapere come mai la ditta in questione ha – o almeno: aveva al momento del rilevamento ufficiale – 266 dipendenti frontalieri ed un solo svizzero? Di certo i dirigenti d’oltreconfine avranno detto che in Ticino non si trovano i “profili” adatti; come no. Notoriamente in questo (sempre meno) ridente Cantone la formazione scolastica e professionale non esiste. Semmai non si trovano le persone che possano permettersi di lavorare a tempo pieno a 2000 Fr.
Però poi gli scienziati (frontalieri) dell’IRE vengono a raccontarci la fregnaccia che con la libera circolazione delle persone va tutto bene. E guai a contraddire: gli alti esponenti dell’ex partitone insorgono, e strillano al fascismo e al nazismo (ad emulazione della più squallida sinistruccia; ma, contenti loro…).

Non è un caso isolato
Il caso Bravofly è eclatante e non certo isolato. C’è una pletora di imprenditori in arrivo dal Belpaese che si piazzano in Ticino con il solo obiettivo di sfruttare pro saccoccia le condizioni quadro favorevoli. Ma che non si sognano, nemmeno lontanamente, di creare occupazione nel nostro Cantone. Per la serie: “vi paghiamo le imposte alla fonte e cara grazia”. Nel frattempo però si consuma territorio. Si genera traffico e inquinamento. E si crea dumping salariale. Ah già, ma per l’IRE (e per chi le regge la coda) sono “storielle”.

Riflessioni rivelatrici
Al proposito, particolarmente interessanti le considerazioni del titolare italiano della Bravofly, tale Fabio Cannavale, sul perché si è insediato in Ticino, riportate dal portale Liberatv:
1) Per il diritto del lavoro. In Svizzera posso premiare chi merita e licenziare chi non produce;
2) Per il cuneo fiscale: è più basso e permette di pagare di più i dipendenti (sic!!), trattenendo i migliori talenti;
3) Per l’accesso al credito.
Visti gli stipendi di 2000 Fr al mese indicati dall’ufficio dell’ispettorato del lavoro (non dal Mattino populista e razzista) il punto 2) suona leggermente comico. Soprattutto in considerazione dell’ escamotage messo in atto dalla Bravofly per non dover sottostare al contratto normale di lavoro per le agenzie di viaggi, che avrebbe imposto salari più alti.
Il punto 1), invece, suona assai più veritiero. Si traduce così: vengo in Ticino, assumo solo frontalieri a paghe italiane – quindi faccio dumping salariale – però posso licenziare molto più facilmente che nel Belpaese. Apperò! Eccola qua la “ricchezza” portata dalla devastante libera circolazione delle persone voluta dai partiti storici, dal padronato e dai sindacati!

Le verginelle
A quei sindacalisti OCST che sono contemporaneamente politici PPDog, e che sul caso Bravofly fanno le verginelle in funzione di campagna elettorale, è il caso di ricordare che la libera circolazione delle persone senza limiti l’hanno voluta i partiti storici; tra cui il loro. I quali partiti storici, assieme ai sindacati, hanno votato CONTRO il contingentamento dei frontalieri. E sono stati asfaltati dalle urne ticinesi.
Del resto, ai sindacati l’invasione di frontalieri va benissimo. Più frontalieri = più sindacalizzati che pagano le quote. E, lo si sa da millenni, pecunia non olet.
Lorenzo Quadri

Mentre secondo l’IRE “l’è tüt a posct”, stando alla cartina di VoxEurop. Ticino ad alto rischio di povertà!

Ma guarda un po’! L’IRE si è bruciata la credibilità con lo studio farlocco sui frontalieri: con un simile precedente, chi sarà ancora disposto a far fede ad un’indagine effettuata dall’IRE (e soprattutto, a commissionargliene altre)?
Nello studio farlocco, si sostiene che la sostituzione di residenti con frontalieri non esiste. Insomma, con la devastante libera circolazione delle persone va tutto bene!

Studio demolito
Forse però le cose non stanno così. Del resto la scorsa settimana il ricercatore SUPSI Fabio Losa ha demolito lo studio dell’IRE, che ha definito inutilizzabile. Alla stessa conclusione era giunto qualche giorno prima l’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio: in una presa di posizione pubblica, raccomanda di non servirsene. In effetti un impiego dell’indagine – specie a livello federale – sarebbe deleterio per la causa del Ticino. Lo studio verrebbe infatti strumentalizzato come appiglio a supporto della storiella che in Ticino, anche in regime di libera circolazione delle persone, “l’è tüt a posct”.

Rischio povertà
Nel frattempo, però, sta circolando in rete un articolo realizzato da VoxEurop sulle zone a rischio di povertà. VoxEurop è un sito realizzato (questa l’indicazione che vi si legge) da “una squadra di giornalisti e traduttori volontari”.
Nella mappa pubblicata da VoxEurop le zone a rischio di povertà sono indicate in rosso. Più intenso il rosso, più alto il rischio. Ebbene, nel bel mezzo dell’Europa occidentale (geograficamente intesa) si trova una macchia rosso acceso: si tratta di questo sempre meno ridente Cantone, che dunque viene considerato ad alto rischio di povertà. Come il nord dell’Irlanda, ma anche il sud dell’Italia, la Grecia, la Romania.
La mappa – si legge sempre nel sito – si basa su dati Eurostat ed è stata pubblicata nel maggio scorso da un istituto pubblico tedesco che si occupa di studi urbanistici e geografici (BBSR, Bundesinstitut für Bau-, Stadt- und Raumforschung).

Conclusioni opposte
Anche sull’aderenza alla realtà di questa indagine, un po’ come per lo studio dell’IRE, una qualche domandina nasce spontanea. Il paragone del Ticino con la Grecia e con la Sicilia, in effetti, appare un tantinello esagerato. Tuttavia la carta di VoxEurop ben dimostra ciò che lo stesso presidente dell’USI ha dichiarato. Ossia che gli studi economici, partendo dalla stessa base, possono giungere a conclusioni diametralmente opposte (il che è come ammettere che la ricerca dell’IRE, co-realizzata da un frontaliere, non vale una sverza).

Economia parallela
Se il Ticino per la mappa di VoxEurop è una macchia rossa, il motivo non può che essere la devastante libera circolazione delle persone senza limiti, che ha portato disoccupazione, sostituzione dei residenti con frontalieri, dumping salariale e concorrenza sleale di padroncini e distaccati.
Si è instaurata quella che alcuni chiamano un’economia parallela: posti di lavoro situati in Ticino ma con salari praticabili solo per chi vive al di là dal confine. Un’economia parallela che contagia anche il resto del mercato del lavoro. “Se c’è a disposizione un bacino sterminato di frontalieri che posso pagare a salari italiani, perché assumere un ticinese a salari ticinesi?”: il ragionamento è di una semplicità estrema.

Responsabili chiari
Chi porta la responsabilità per questa situazione? Facile: chi ha voluto la libera circolazione delle persone senza limiti. Ossia i partiti $torici, padronato e sindacati. In questo modo si è data facoltà di assumere frontalieri senza alcuna limitazione e senza alcun obbligo di dare la priorità ai disoccupati residenti: la “preferenza indigena” è venuta a cadere nel giugno 2004. Se poi titolare di un’azienda, o responsabile delle assunzioni, è un frontaliere, come si può immaginare che quest’ultimo dimostri responsabilità sociale nei confronti del nostro territorio, con cui non ha alcun legame, di cui non gliene può fregare di meno e che considera solo come una mucca da mungere?
Si è dunque messo lì, in bella mostra, il classico vaso di marmellata. E poi ci stupiamo perché sono sempre più numerosi quelli che ci infilano dentro le zampe?
Lorenzo Quadri

La ministra del 4% sta per liberare la cadrega I primi effetti positivi

Lo sfascio del segreto bancario anche per gli svizzeri sembrerebbe – il condizionale è d’obbligo – andare incontro ad una battuta d’arresto. Il Consiglio federale ha congelato il progetto di allentare la privacy bancaria dei contribuenti a beneficio delle amministrazioni fiscali cantonali. Questo perché la consultazione sul tema si è trasformata in una levata di scudi contro il disegno partorito dalla ministra del 4%.
Non ci vuole ovviamente la sfera di cristallo per capire che la decisione del Consiglio federale di fare retromarcia è dovuta alla partenza di Widmer Schlumpf. Che già esplica i primi effetti positivi. Poiché è evidente che la “donna del baratro” non ha agito da sola, ma – per far passare i propri deleteri progetti – trovava delle maggioranze tra i sette scienziati, ne esce un quadro inquietante di come gli altri membri dell’esecutivo si facessero menare per il naso dalla quasi ex ministra del 4%.

Levata di scudi
La levata di scudi degli ambienti consultati significa che Widmer Schlumpf voleva rottamare il segreto bancario degli svizzeri contro la volontà della società civile. La Svizzera non è d’accordo con questa nuova iniziativa mirata alla distruzione delle prerogative elvetiche. E’ infatti chiaro che nel mirino non c’è solo la privacy bancaria. C’è la privacy in generale. Quella bancaria è solo la prima fetta del salame.
La levata di scudi indica anche che l’elettorato svizzero con buna probabilità appoggerà l’iniziativa, sostenuta dalla Lega, per ancorare nella Costituzione il segreto bancario per i cittadini elvetici. La consultazione che ha affossato, almeno per il momento, il progetto di Widmer Schlumpf, è dunque allo stesso tempo una promozione per l’iniziativa “Per la sfera privata”, che dovrà essere sottoposta al voto popolare.

Regalo fiscale
E’ dunque evidente che chi prenderà il posto della ministra del 4% – e noi speriamo, nell’interesse del Ticino, che si tratti di Norman Gobbi – dovrà impegnarsi in un duro lavoro di “correzione della rotta”: quella rotta da troppi anni improntata alla svendita del nostro paese e delle sue prerogative. Questo si aspettano gli elettori.
E, per quel che riguarda più strettamente il Ticino, c’è anche un’altra scandalosa pensata di Widmer Schlumpf da buttare all’aria quanto prima, poiché gravida di conseguenze negative per questo sempre meno ridente Cantone: la marchetta fiscale ai frontalieri, ossia quella riforma che vorrebbe che anche a loro venissero riconosciute le stesse deduzioni di cui possono beneficiare i residenti. Ma stiamo dando i numeri? Asfaltare subito!
Lorenzo Quadri

I partiti $torici si slinguazzano a vicenda e senza più alcun freno inibitore. Il festival degli inciuci per salvare le cadreghe

Sicché pure dal buon Gigio Pedrazzini, già Consigliere di Stato uregiatto e attuale presidente della CORSI distintosi per la celebre frase “l’uscita della Lega dalla CORSI non è poi così importante”, è arrivato l’endorsement (uella) ai due senatori uscenti, Abate e Lombardi. Visto che la RSI di endorsement agli uscenti non ne faceva già abbastanza…

Cadreghe über Alles
Ha scritto il Gigio sulle colonne del giornale di servizio LaRegione: “A parer mio la loro (di Lombardi ed Abate) rielezione non è soltanto un riconoscimento dovuto al loro impegno, è soprattutto un investimento politico per fare in modo che il Ticino ottenga a Berna il miglior ascolto possibile”.
Negli ultimi tempi le invereconde slinguazzate incrociate tra PPDog e Liblab si sono moltiplicate all’inverosimile. Ma tra i due partiti $torici nemici del 9 febbraio non è certo improvvisamente scoppiato il folle amore. E nemmeno esiste un progetto politico comune. Molto più prosaicamente, ex partitone e PPD si mobilitano per difendere – con le unghie e con i denti – i valori comuni: ossia i cadreghini (nel caso concreto: cadregoni) dei rispettivi esponenti. E si sa che, quando si tratta di salvare la cadrega, non si retrocede davanti a nulla!

Non rappresentati
In tutto questo andare a manina manca però un elemento fondamentale: che è la volontà dei ticinesi. Il Consiglio degli Stati è infatti la Camera dei Cantoni. Ma oggi, nella Camera dei Cantoni, non c’è nessuno che porti a Berna la voce del 70% dei ticinesi che ha plebiscitato il 9 febbraio. L’ha plebiscitato non per sport, e nemmeno “tanto per vedere l’effetto che fa”. L’ha plebiscitato perché, in questo sempre meno ridente Cantone, il mercato del lavoro è andato a ramengo per colpa della devastante libera circolazione delle persone, che l’ha spalancato (“bisogna aprirsi”) allo sterminato bacino di manodopera lombarda a basso costo e con tassi di disoccupazione da brivido.
Non solo il 70% di ticinesi non è rappresentato alla Camera dei Cantoni, ma la nostra (?) rappresentanza si compone di due esponenti di partiti nemici del 9 febbraio.

Le posizioni del PLR
Degne di nota – e rivelatrici – a questo proposito sono le esternazioni reiterate dall’ex partitone. Il quale si è schierato in massa, e con zelo assai sospetto, dietro lo studio farlocco dell’IRE. Quell’indagine, realizzata da due ricercatori di cui uno è frontaliere, che pretende di venirci a raccontare che non c’è alcuna sostituzione di ticinesi con frontalieri: sono tutte “storielle”, come ha dichiarato boriosamente il direttore dell’IRE Rico Maggi. L’indagine è taroccata: lo ha implicitamente ammesso perfino il presidente dell’USI: Martinoli ha infatti parlato di “scuole di pensiero” che possono portare a risultati contrapposti. La scuola di pensiero che sta dietro allo studio IRE è palese: quella della libera circolazione delle persone senza limiti; quella dell’immigrazione uguale ricchezza; quella delle frontiere spalancate.

Dalla parte dell’IRE
Ebbene il PLR, con la sua difesa ad oltranza dello studio IRE, urla ai quattro venti la propria convinzione che la sostituzione non esiste, che 62’555 frontalieri e decine di migliaia di padroncini e distaccati sono “una ricchezza” e che quindi – logica conseguenza – le decine di migliaia di ticinesi che non hanno un lavoro sono tutti lazzaroni e/o incapaci. Questo pensiero è messo nero su bianco dall’intervento pubblicato la scorsa settimana sul bollettino Opinione liberale dall’imprenditrice PLR Beatrice Fasana. La signora, oltre ai consueti, farneticanti accostamenti a regimi totalitari che sembrano essere ormai diventati la cifra della comunicazione liblab (e questo sarebbe un atteggiamento “liberale”?) dichiara orgogliosa che nell’azienda da lei diretta il 90% dei dipendenti sono frontalieri.

Votiamo Ghiggia
Tra una settimana saremo chiamati a votare per il ballottaggio per il Consiglio degli Stati. E allora, vogliamo proprio mandare a Berna in rappresentanza del Ticino alla Camera dei Cantoni degli esponenti di partiti secondo cui la sostituzione di ticinesi con frontalieri è una “storiella”, gli studi farlocchi dell’IRE sono oro colato, avere il 90% di frontalieri è cosa di cui vantarsi e i ticinesi che non hanno lavoro sono lazzaroni? E’ questo il messaggio che vogliamo portare nella capitale federale a nome del Ticino e dei ticinesi? Se così non è, votiamo Battista Ghiggia per il Consiglio degli Stati!
Lorenzo Quadri

Contro il 9 febbraio non solo l’iniziativa del vicolo cieco. Le proposte della vergogna

Sicché quelli che il rispetto della volontà popolare non sanno nemmeno dove sta di casa hanno recentemente consegnato 110mila firme contro il “maledetto voto” del 9 febbraio. Un voto che loro vorrebbero cancellare dalla faccia della Terra perché non in linea con l’ideologia delle frontiere spalancate. Chi vuole annullare il 9 febbraio, ormai l’hanno capito anche i paracarri, vuole annullare la Svizzera.

“Apartitici” una fava!
Interessante notare come i promotori dell’iniziativa “del vicolo cieco” (finanziata dal miliardario residente negli USA: dove paga le tasse costui, ammesso che le paghi?) si dichiarino “non legati ad alcun partito”. Si tratta, è evidente, di una misura di protezione del partito. Il quale, però, c’è eccome. Del resto, basta guardare chi sono i supporter presunti illustri (tra cui lo strasussidiato pagliaccio Dimitri e la Pipilotti Rist, che in occasione dell’allora expo.01, voleva addobbare Yverdon con genitali maschili): fanno tutti parte della schiera degli intellettualini rossi. Quelli che, invitati e slinguazzati con somma libidine dalla radiotelevisione di sedicente servizio pubblico finanziata (non “foraggiata” perché sennò il kompagno direttore si offende) col canone più caro d’Europa, abusano dei titoli accademici per contrabbandare come posizioni “scientifiche” quelle che in realtà sono, semplicemente, fregnacce ideologiche.

Paese diviso?
Il comitato promotore dell’iniziativa del vicolo cieco, dunque, non è in alcun modo apartitico e soprattutto non è rappresentativo dei cittadini: è un comitato di partito che rappresenta unicamente una piccola minoranza.
La finalità dell’iniziativa è chiara. Non tanto la votazione popolare: il ri-voto, peraltro posizionato temporalmente in un futuro indeterminato, non farebbe che confermare il 9 febbraio. L’obiettivo è invece il sabotaggio, ovvero l’indebolimento, della posizione della Svizzera nei confronti degli eurofalliti in tempo di trattative: si vuole dare l’impressione di un paese diviso, impaurito dalla propria stessa audacia. Un paese che potrebbe rimangiarsi il “maledetto voto”. Così non è, e questo deve essere chiarissimo. A fare stato è l’esistente. E ad esistere è la volontà popolare espressa il 9 febbraio. Solo questa conta.

Scassinatori della Costituzione
Ma i promotori – nient’affatto trasversali o apartitici, ma tutti gravitanti attorno al P$ – dell’iniziativa del vicolo cieco non sono di certo gli unici aspiranti rottamatori della volontà popolare. Si è parlato poco, ad esempio, del tentativo degli uregiatti e del PBD (il partito della quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf) di far inserire nella Costituzione federale la collaborazione con l’UE. Tentativo bocciato nei giorni scorsi dalla Commissione della politica estera del Consiglio nazionale.
Apperò. Ecco come i partiti sedicenti “di centro” rispettano la volontà popolare. E questi sono, oltretutto, gli stessi che, ogni volta che un’iniziativa popolare a loro non gradita viene approvata, starnazzano contro l’inserimento nella Costituzione di norme “di rango non costituzionale”. Il nuovo articolo 121 a votato il 9 febbraio 2014 stabilisce che l’immigrazione in Svizzera la controlliamo noi. Questa norma merita di essere inserita nella Costituzione: un paese che non decide in modo autonomo chi accogliere è un paese finito. Inserire nella Costituzione la collaborazione con gli eurofalliti è, invece, una scempiaggine che grida vendetta. Esiste in qualche altra parte del mondo una Costituzione, fosse anche di una repubblica delle banane, che contiene disposizioni del genere? Disposizioni che tra l’altro c’entrano con il rango costituzionale come il burro con la ferrovia (ma evidentemente qui va tutto bene, perché “bisogna aprirsi all’UE”)?
E soprattutto: adesso che si dovrebbe andare a litigare con l’UE per portare a casa il 9 febbraio, vogliamo scassinare la Carta fondamentale della Svizzera inserendoci un obbligo di “volemose bene”?
Questa proposta è altrettanto vergognosa dell’iniziativa del vicolo cieco. I suoi autori, PPDog e PBD, non devono dunque rimanere senza la loro meritata parte di ludibrio.
Lorenzo Quadri

Legittima difesa alla ribalta anche da noi

Rapine in casa: dopo quanto accaduto a uno anziano del Milanese…

Chi è aggredito nella propria abitazione deve potersi difendere, senza se né ma

Di recente a Vaprio d’Adda, nel Milanese, un pensionato ha sparato ad uno scassinatore albanese che era entrato di notte in casa sua, assieme a dei complici. L’arma utilizzata era legalmente detenuta: il padrone di casa se l’era procurata dopo che la sua abitazione era stata presa di mira più volte dai ladri, ciò che i vicini hanno confermato. L’anziano ha poi allertato i soccorsi, ma l’albanese è deceduto sul posto. Il pensionato andrà incontro ad un processo, teso ad accertare se si sia reso colpevole di eccesso di legittima difesa. Se la legittima difesa non è infatti punibile, l’eccesso lo è.

Politica italiana
Particolarmente interessante la reazione degli ambienti politici lombardi al fatto di cronaca nera. Il leader della Lega Nord Matteo Salvini ha detto che l’anziano ha fatto bene a sparare. Il governatore della Lombardia Maroni ha annunciato che lo Stato si assumerà i costi della difesa dell’uomo. La base legale che permette di farlo è estremamente recente: trattasi infatti dell’art. 21 comma 2 della Legge del 24 giugno 2015 intitolata “Interventi regionali per la prevenzione e il contrasto della criminalità organizzata e per la promozione della cultura della legalità”.
A quanto si può leggere nei vari blog e commenti, la reazione del pensionato derubato in casa è condivisa praticamente all’unanimità.

Anche da noi?
Visto che i criminali stranieri che razziano le province lombarde a pochi km da noi potrebbero tranquillamente sconfinare in Ticino “grazie” alla sciagurata politica delle frontiere spalancate – a proposito, ministra (speriamo quasi ex ministra) del 5%, ormai ridotta al 4%, Widmer Schlumpf: a che punto è la chiusura notturna dei valichi secondari? – il tema della legittima difesa delle vittime di aggressioni in casa è d’attualità anche alle nostre latitudini. Da un giorno all’altro la vicenda del pensionato milanese si potrebbe riprodurre in Ticino, pari pari. Con quali conseguenze? Da noi la legge lombarda invocata da Maroni per coprire le spese legali dell’accusato di eccesso di legittima difesa non esiste. Chi viene aggredito in casa non ha diritto all’avvocato gratis. Questo è infatti un privilegio che la maggioranza politica (con l’unica eccezione di Udc e Lega, che infatti hanno lanciato il referendum) vuole riservare ai finti rifugiati la cui domanda è stata respinta.

Due atti
A proposito di legittima difesa, alle nostre latitudini sono pendenti due atti politici, che non sono in conflitto tra loro ma possono essere considerati come complementari. Il primo è la mozione Quadri al Consiglio federale, che chiede la depenalizzazione dell’eccesso di legittima difesa di chi è aggredito nella propria abitazione. Questo perché il normale cittadino non può sapere quanto sia pericoloso il delinquente che si è introdotto in casa sua – ma già la circostanza che l’abbia fatto in sua presenza fa nascere legittimi sospetti. E quindi, la vittima del reato non deve essere costretta da leggi buoniste, che andavano bene quando il massimo della delinquenza era il ladro di ciliegie, a mettere in pericolo la propria integrità fisica o la propria vita nel timore che la legge tuteli il delinquente e non lei (ohibò, e chissà come mai sussistono certi timori?).

La petizione
Il secondo atto politico è la petizione del Guastafeste Giorgio Ghiringhelli, presentata nel marzo scorso e corredata da un migliaio di firme. Essa chiede che l’ente pubblico si faccia carico dei costi legali di chi è accusato di eccesso di legittima difesa per aver reagito ad un aggressione in casa propria (e solo in quel caso). In settembre il Gran Consiglio ha però deciso a larga maggioranza di archiviare la petizione. Lo ha fatto adducendo argomenti evanescenti. Ad esempio quello della disparità di trattamento con chi commette altri reati (come se l’unico caso cui la petizione si riferisce fosse paragonabile ad altri reati). Oppure quello dei paventati costi (ma si tratta di casi molto rari, almeno per ora). E’ il colmo: assistenza giudiziaria gratuita ai finti rifugiati respinti, ma non agli onesti cittadini aggrediti in casa da un delinquente, nella stragrande maggioranza dei casi straniero? (Ma come, gli stranieri che delinquono non erano un’invenzione della Lega populista e razzista?).

Adeguare le regole
La vicenda del pensionato milanese rilancia la questione della legittima difesa di chi è aggredito nella propria abitazione. La rilancia anche da noi, che distiamo pochi chilometri dal luogo del “misfatto”.
Pure in Svizzera occorre adeguare le norme legali ad uno scenario criminale che è profondamente mutato, e per questo mutamento ci sono dei precisi responsabili: i politikamente korretti spalancatori di frontiere, quelli che “Schengen è una conquista (?)”. L’adeguamento ha due obiettivi:
1) schierare la legge dalla parte della vittima dell’aggressione in casa propria, senza se né ma;
2) chiarire in modo inequivocabile che chi viola l’abitazione altrui, quindi quello spazio in cui più di ogni altro il cittadino ha il diritto di sentirsi al sicuro e protetto , lo fa interamente a proprio rischio. Se le cose dovessero mettersi male…
Lorenzo Quadri

Couchepin a gamba tesa sugli uregiatti: “esistono solo per le cadrege”. “Il PPD è l’Adecco della politica”

Come nella vicina Penisola: Doris Leuthard vuole piazzare il collega di partito di Urs Schwaller, senatore uscente e galoppino della ministra del 4%, alla presidenza della Posta. Remunerazione: 252mila Fr all’anno per un lavoro al 50%!

Ma guarda un po’, gli uregiatti si sono fatti di nuovo “catar via” come il partito delle cadreghe pubbliche attribuite agli amici e agli amici degli amici: anche nella Berna federale!
In questi giorni, infatti, sui quotidiani d’Oltralpe sta suscitando un polverone l’ultima bella pensata della Doris Leuthard (vabbé, almeno ci sostiene il traforo di risanamento del San Gottardo…). Gli è che la direttrice uregiatta del DATEC ha pensato bene di far passare in Consiglio federale la candidatura dell’ex Consigliere agli Stati PPDog Urs Schwaller – che non ha sollecitato un nuovo mandato – quale presidente della Posta.

Supporter di Widmer Schlumpf
Ohibò! Da notare che il buon Schwaller è uno dei reggicoda della quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf. Uno di quelli che, se la “donna del baratro” avesse sollecitato un nuovo mandato governativo, l’avrebbe ancora votata. Il che non parla certo a suo favore. E simili personaggi andrebbero anche ricompensati con la presidenza del Gigante giallo? Ma non se ne parla neanche!
Si dà infatti il caso che fare il presidente della Posta non sia proprio un lavoretto sottopagato: per un impegno al 50%, l’onorario annuale è di 252mila franchetti! Apperò! Ma questi uregiatti cadono sempre in piedi! Non mollano una cadrega pubblica se non ne hanno in vista un’altra, ancora più remunerativa!

I commenti si sprecano
Se però la buona Doris aveva calcolato che i media in esubero, tutti presi dalla notizia della partenza della ministra del 4%, non si sarebbero accordi del suo inciucio a favore dell’amico di partito da piazzare addirittura alla presidenza della Posta (mica di una bocciofila), le è andata buca. Infatti i giornali se ne sono accorti eccome (ogni tanto servono a qualcosa anche loro). E non hanno mancato di sottolineare che, a sostenere il PPDog Schwaller il quale, ancora prima di sollevare le natiche dal cadregone agli Stati si vede candidare a big boss “Gigante giallo” è stata proprio la sua collega di partito Leuthard.
I commenti al proposito, come si immaginerà, non si sono sprecati. La Consigliera nazionale UDC Natalie Rickli, ad esempio ha dichiarato: “salta all’occhio che gli esponenti del partito di Doris Leuthard ottengono sempre posti pubblici lucrativi”. Chissà come mai?

L’exploit di Couchepin
Degna di nota, inoltre, la presa di posizione dell’ex Consigliere federale Pascal Couchepin sul TagesAnzeiger. Oddìo, non che l’esponente liblab con manie napoleoniche sia quel che si dice uno stinco di santo, in particolare proprio per quel che riguarda il pistonamento degli amici e degli amici degli amici. Specie in ambito di casse malati.
Tuttavia la sua dichiarazione merita di venire riportata:
“Il PPD – ha detto Couchepin – ormai tenta solo di creare maggioranze, una volta a destra una volta a sinistra, per ottenere in cambio posti e cariche pubbliche. Così il PPD è diventato l’Adecco della politica: un partito che esiste solo per garantire ai suoi esponenti incarichi sempre migliori”. Che dire? Il Pascal comincia a starci simpatico…
Lorenzo Quadri

Il Didier bidonato se la prende col casellario

Rapporti italo-svizzeri: evidentemente è amore non corrisposto
Nei giorni scorsi a Milano, al Forum italo-svizzero, il ministro degli esteri elvetico Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr (PLR) non ha perso occasione per mettersi a sbrodolare sui rapporti con la vicina ed ex amica Penisola (vedi articolo a pag 14). “Bisogna aprirsi”, “bisogna lavorare insieme” ed avanti con la solita sequela di luoghi comuni, puntualmente smentita dai fatti e dal comportamento del partner italico. Il quale, nei nostri confronti, è inadempiente ovunque sia materialmente possibile esserlo. Ed infatti, ironia della sorte, l’oggetto delle quasi amorose profferte di Burkhaltèèèr, ossia il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni, era assente dal dibattito al quale avrebbe dovuto partecipare con il collega elvetico. Gli ha tirato il più classico dei bidoni. Ma evidentemente ciò non fa che attizzare lo svizzerotto ancora di più.

“Non ci sto!”
Inutile precisare che l’inno del Didier al “volemose bene” è stato ampiamente divulgato ed infiorito dal giornale di servizio LaRegione, con l’evidente scopo di mostrare quanto sono brutti e cattivi, populisti e razzisti, chiusi e gretti, quelli che invece vorrebbero una linea un po’ meno flaccida.
Naturalmente il ministro PLR non poteva esimersi dal dichiarare che a lui la richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio di un permesso B o G non sta bene. Prendere nota, visto che tra due settimane abbiamo ancora in ballo un’elezione importante: ai rappresentanti dell’ex partitone a Berna, esattamene come alla kompagna Simonetta Sommaruga, non sta bene che si chieda l’estratto del casellario giudiziale agli stranieri. Loro vogliono rilasciare permessi di dimora alla cieca, che poi non si riescono più a ritirare. Dopo chiediamoci come mai, e per “merito” di chi, ci troviamo “in casa” gradevoli personaggi come l’italo-brasiliano dell’omicidio di Chiasso ed i suoi complici stranieri pregiudicati (ma mai espulsi perché “sa po’ mia”).

Conoscenza dei dossier?
Però, certo che gli svizzerotti ci fanno proprio una bella figura: Burkhaltèèèèr a Milano viene bidonato dall’interlocutore ma, invece di prender su e andare, rimane e racconta scempiaggini adulatorie.
Allucinante in particolare la dichiarazione secondo cui “l’estratto del casellario non serve a combattere la criminalità, ma ci vogliono più controlli sulla fascia di confine”.

O Didier, ma ci sei o ci fai? Certo che ci vogliono più controlli, ma le due cose – controllo ed estratto del casellario – c’entrano come i cavoli a merenda. I controlli servono a fermare i frontalieri del crimine. Quelli che, grazie alle frontiere spalancate anche dal PLR di Burkhaltèèèèr, hanno trovato in questo sempre meno ridente Cantone una facile riserva di caccia; ma mica vivono in Ticino. La richiesta dell’estratto del casellario serve invece ad evitare che dei delinquenti stranieri – non solo italiani, ma di qualsiasi nazionalità – possano trasferirsi da noi. Sono due cose ben diverse.

E’ così difficile da capire? Serve un disegno? Non ci sembra. E’ inquietante, però, che proprio il ministro degli esteri non veda la differenza. Ma come, i rappresenti dell’ex partitone non erano tutti dei pozzi di scienza? E’ questa la famosa “conoscenza dei dossier”?
Lorenzo Quadri

Consiglio degli Stati: la partita è ancora tutta da giocare. La maggioranza dei ticinesi merita un rappresentante!

Il 18 ottobre la Lega, e anche l’Udc, hanno portato a casa un bellissimo risultato, in parte inaspettato. Lega ed Udc assieme totalizzano un terzo dei voti ticinesi. Ma le elezioni non sono certo finite. Manca ancora una tappa. Una tappa importante, però. Quindi, occorre fare ancora uno sforzo affinché quanti si sono mobilitati il 18 ottobre lo facciano anche il 15 novembre. Se le 36’500 schede di Lega/Udc si trasformassero in “crocette” per Ghiggia sarebbe ovviamente un primo passo. Ma non basta.

Spazzare via gli equivoci
Perché la tappa del 15 novembre è importante? Prima di tutto, perché il Consiglio degli Stati è il parlamento più importante della Svizzera. Non solo è importante, ma rappresenta i Cantoni. I suoi membri dovrebbero quindi, per definizione, portare a Berna la voce della maggioranza dei cittadini del Cantone di provenienza. Non quella dei rispettivi partiti, quando le due cose sono in contraddizione.

E’ un dato di fatto che oggi, su temi fondamentali, la maggioranza dei ticinesi non è rappresentata nella Camera alta. Ciò accade perché i partiti $torici sono sempre più lontani dalla gente. Tra questi temi fondamentali per il futuro del Cantone si annoverano certamente i rapporti con l’UE. A partire dalla concretizzazione del 9 febbraio e dal futuro della devastante libera circolazione delle persone senza limiti. Decisioni a questo proposito hanno conseguenze dirette sul mercato del lavoro. Quindi sull’occupazione dei Ticinesi. Che è, giustamente, in cima alla lista delle preoccupazioni, a causa della sciagurata invasione da sud che urge arginare. E questo malgrado lo studio dell’Ire, ideologicamente taroccato – per implicita ammissione dello stesso presidente dell’ USI Piero Martinoli che ha rimandato, in uno suo intervento sul Corrierino, alle diverse “scuole di pensiero” – tenti di far passare la tesi preconcetta che a sud delle Alpi “tout va bien, Madame la Marquise”. Anche a causa della presenza di simili derive è importante sgomberare il campo da equivoci. In tema di libera circolazione della persone, la voce del Ticino a Berna – e a maggior ragione nella Camera dei Cantoni – deve essere il più possibile univoca. I problemi occupazionali non sono “storielle”. E nemmeno sono il frutto di un’allucinazione collettiva. Lo sanno bene i troppi ticinesi che si trovano tagliati fuori da un mercato del lavoro saturato da frontalieri e padroncini. E al proposito non serve essere scienziati: basta guardare i dati dei nuovi impieghi creati e quelli dell’aumento dei frontalieri.

Rapporti istituzionali
Non meno importante è tuttavia la questione dei rapporti istituzionali con l’UE. In particolare quella della ripresa, dinamica o automatica che sia (se non è zuppa è pan bagnato) del diritto comunitario: essa costituirebbe de facto la fine della nostra sovranità. Il voto del 18 ottobre, che premia gli euroscettici (quelli veri, non i fotocopiatori di comodo) è anche una chiara bocciatura del servilismo nei confronti di Bruxelles in auge nelle alte sfere bernesi. In auge perché – a loro dire – bisogna essere “aperti ed eurocompatibili”. Per contro, difendere le prerogative elvetiche dalla rottamazione interessata che vorrebbero farne paesi stranieri ed organizzazioni sovranazionali con le rispettive quinte colonne elvetiche, è roba da “beceri populisti e razzisti”.

Attualità bruciante
E come la mettiamo poi con altre questioni di bruciante attualità, come l’espulsione certa e sistematica degli stranieri che delinquono o che abusano del nostro Stato sociale? Il popolo si è espresso già da molto tempo; ma la politica federale fa melina.
E sul futuro degli accordi di Schengen, voluti 10 anni fa da tutte le forze politiche tranne Udc e Lega, bocciati dal popolo ticinese ed ormai così indifendibili che perfino i loro supporter sono ridotti a ripetere l’invero misero mantra ideologico in base al quale tali accordi sarebbero “una conquista” (?) senza però saper dire cosa si sarebbe conquistato? Forse che la maggioranza di chi vive nel Cantone Porta Sud della Svizzera e geograficamente incuneato nel Belpaese, con tutto quel che ne consegue in campo di asilanti e di sicurezza (frontalierato del crimine), non ha il diritto di avere agli Stati dei rappresentati che portino a Berna la sua voce contraria allo spalancamento delle frontiere?

Cogliamo l’occasione!
Il 70% dei ticinesi, quelli che hanno plebiscitato il 9 febbraio, sono attualmente privi di una rappresentanza alla Camera dei Cantoni. L’eventuale perdurare di questa situazione non potrà che avere conseguenze negative sulla concretizzazione del voto popolare. Il 15 novembre sarà l’occasione per rimediare, sostenendo il candidato di Lega-Udc Battista Ghiggia. La partita è difficile, certo. Ma è ben lungi dall’essere persa in partenza. C’è l’occasione di giocarsela fino in fondo: cogliamola!
Lorenzo Quadri

Miglioramento delle relazioni con l’Italia a seguito della partecipazione ad Expo 2015? Burkhaltèèèèr (PLR) ha le allucinazioni?

Il ministro degli esteri PLR Didier Burkhaltèèèèr, quello del “dobbiamo aprirci all’UE”, non poteva esimersi (non poteva proprio?) dallo stilare il proprio bilancio positivo (?) della partecipazione della Svizzera all’expo 2015 gestita da inquisiti (come mai i soliti moralisti, in genere assai prolissi per non dire logorroici, a questo proposito osservano un silenzio sepolcrale?). Non ci si poteva di certo attendere una posizione diversa, visto che il Consiglio federale per questa partecipazione ha fatto spendere al contribuente 23 milioni di franchetti; poi però si va a tagliare sulle pensioni.

Due possibilità
Mai come in questa occasione, però, il buon Burkhaltèèèèr ha perso un’occasione d’oro per tacere. Infatti il direttore del DFAE ha pensato bene dichiarare che la partecipazione svizzera ad Expo ha “migliorato i rapporti con l’Italia”. Ohibò. Davanti ad un’asserzione del genere, del tutto incomprensibile nel contesto attuale, non si può che rimanere di sale – o magari d’altro. Visto che però è stata fatta, ci sono solo due possibilità.

1) Il Consigliere federale PLR racconta fregnacce a vanvera. Questa ipotesi è corroborata dall’ormai famosa allocuzione del Capodanno 2014, quella del “dobbiamo aprirci all’UE” (capita l’antifona liblab? Noi dobbiamo aprirci; gli eurofalliti, per contro, possono continuare a prenderci a cetacei in faccia). Poiché tuttavia non riteniamo che il ministro dell’ex partitone parli a vanvera – non sia mai, altrimenti poi sul bollettino Opinione liberale ci danno dei fascisti e nazisti: uhhh, che pagüüüüüraaaa!! – scartiamo questa opzione e passiamo alla possibilità 2).

2) Il Consigliere federale liblab pensa davvero quello che ha detto (ossignùr). E allora, di grazia, gli chiediamo qualche doveroso chiarimento. Perché noi, notoriamente “chiusi e gretti”, abbiamo dei problemi a capire in che modo la Svizzera si sarebbe avvicinata all’Italia. O per lo meno, a capire dove ci sarebbe stato un avvicinamento da intendersi in chiave positiva. Perché anche l’invasione quotidiana di frontalieri e di padroncini in nero è una forma di “avvicinamento”, però non c’entra con l’expo (c’entra con la libera circolazione senza limiti, sempre voluta da Burkhaltèèèèr e dal suo PLR, che in questi giorni in Ticino si sta stracciando le vesti per difendere lo studio farlocco dell’IRE).

Alcune domandine
Visto che, secondo il ministro degli esteri PLR, la partecipazione svizzera all’Expo avrebbe avvicinato la Confederazione al Belpaese, gli chiediamo:

– In che modo, grazie ad Expo, la vicina ed ex amica Penisola ha iniziato a rispettare gli impegni presi con la Svizzera?
– Forse che, grazie alla partecipazione della Svizzera ad Expo, l’Italia sta facendo il proprio dovere per quel che riguarda, tanto per fare un paio di esempi, a) la ferrovia Stabio-Arcisate? b) il proseguimento a sud di AlpTransit? c) Il contenimento del traffico di frontalieri? d) Le fogne italiche che scaricano cacca nel Ceresio?
– Forse che, grazie alla partecipazione della Svizzera ad Expo, l’Italia applica i trattati di Dublino? Forse che permette agli artigiani e alle ditte ticinesi di lavorare nel Belpaese? Forse che ha cancellato il nostro Paese dalle sue liste nere illegali?
– Forse che, grazie alla partecipazione della Svizzera ad Expo, è stato possibile concludere in modo soddisfacente le famigerate trattative con l’Italia?
– A proposito, Burkhaltèèèèr: come mai neanche una parola sul fatto che tutti i milioni pubblici spesi dalla Confederazione per la partecipazione ad Expo2015 non hanno portato in Ticino nemmeno un turista, ma hanno semmai ottenuto l’effetto esattamente contrario?

Conoscenza del dossier?
La risposta a tutte le domande di cui sopra è un chiaro NO. La partecipazione della Svizzera ad Expo non è, diffatti, servita ad un tubo. Non si vede ombra di miglioramento nelle relazioni con la Penisola. Semplicemente, gli svizzerotti si sono fatti infinocchiare ancora una volta.
Come fa allora il ministro PLR a dire che l’Expo ha portato ad un avvicinamento tra Svizzera ed Italia? Su che base, visto che non c’è proprio nulla? E’ questa la conoscenza della realtà delle relazioni italo-svizzere che può sfoggiare il buon Burkhaltèèèr, ministro degli Esteri? Non sapendo cosa inventarsi per trovare qualcosa di buono nell’operato della ministra del 4% Widmer Schlumpf, i suoi reggicoda si sono sciacquati la bocca con “la conoscenza dei dossier”. Ecco, qui pare non ci sia nemmeno quella…
Lorenzo Quadri

La ministra del 4% è rimasta incollata alla cadrega fino all’ultimo. Bye bye Widmer Schlumpf

Sicché la ministra del 5%, dal 18 ottobre ridotta al 4%, Widmer Schlumpf ha deciso di andarsene. Non si tratta di un’assunzione di responsabilità. Non si tratta nemmeno di un’uscita di scena elegante. Si tratta dell’unica opzione possibile poiché, in caso contrario, Widmer Schlumpf sarebbe stata lasciata a casa dall’Assemblea federale. Che la diretta interessata non pretenda di far bere la storiella del “lascio finché mi diverto”: se così fosse, il congedo sarebbe avvenuto in tempi assai meno sospetti. La ministra del 4% non parte affatto come le dive, per libera scelta all’apice della carriera: al contrario, è rimasta incollata alla cadrega fino all’ultimo secondo. Le sue dimissioni non hanno nulla di spontaneo.

Come l’entrata
L’uscita di scena dalla politica federale, dunque, non è migliore dell’entrata, avvenuta a seguito di uno squallido intrigo da retrobottega. L’obiettivo era uno solo: far fuori Blocher che aveva vinto le elezioni ed osava combattere il turboeuropeismo. A posteriori, dunque, non stupisce affatto che chi nel 2007 non accettava il risultato elettorale, 7 anni dopo non accetti nemmeno la votazione del 9 febbraio. Il rifiuto della volontà popolare, per questi golpisti da tre e una cicca, è una forma mentale.

Nessuno riscatto
Tra l’uscita e l’entrata in scena, non c’è stato alcun riscatto. Non c’è stato nulla, in altre parole, che potesse in qualche modo attenuare il marchio dell’usurpazione. La politica della ministra del 4% è stata improntata al cedimento su tutta la linea, senza ottenere nulla in cambio, goffamente spacciato per necessità. Ma necessità non era di certo: tant’è che, mentre la Svizzera capitolava senza condizioni sulla piazza finanziaria, e si auto fustigava pure (le braghe mica si calano solo a metà…) altri si tenevano ben strette le proprie prerogative – e se la ridevano a bocca larga degli svizzerotti.
L’inconcludente pantomima delle trattative con l’Italia non è certo più edificante. Ha solo messo in luce l’incapacità strategia di Widmer Schlumpf e la sua propensione alla bugia e alla malafede.

Regalo fiscale ai frontalieri
Ma c’è anche un altro elemento che merita di venire ricordato, ed è il demenziale progetto di concedere ai frontalieri le stesse deduzioni fiscali di cui beneficiano i residenti. Un’ipotesi che comporterebbe, per il Ticino, un aumento dei costi amministrativi ed un calo del gettito d’imposta. Questo assurdo disegno, frutto di scelta politica, ben dimostra come la quasi ex ministra a parole dichiarasse la sua “attenzione nei confronti del Ticino”. Ma poi, alla prima occasione, le parole venivano sotterrate dai fatti.

I danni restano
Widmer Schlumpf, dunque, se ne va. Ma i danni da lei fatti restano. Sono irreparabili. Le grottesche slinguazzate che le sono state tributate a mo’ di “coccodrillo politico” dai peggiori tra i kompagni rottamatori della Svizzera, dimostrano al di là di ogni dubbio quale fosse il campo della ministra della 4%.
Al posto di Widmer Schlumpf dovrà dunque arrivare un UDC: serve una persona che sia in grado di difendere la Svizzera dagli attacchi esterni; serve qualcuno che si opponga allo sciagurato processo di svendita delle prerogative del paese a Stati esteri ostili e ad organizzazioni sovranazionali prive di qualsiasi straccio di legittimità democratica.
E’ evidente che il secondo ministro UDC lo sceglierà l’UDCe non certo gli uregiatti, e men che meno la $inistra che già pretende di dettare condizioni. L’UDC ha vinto le elezioni. Con questo si è detto tutto. Come reagirebbero i kompagni se a destra si formasse una coalizione per mandare a casa Sommaruga? Si metterebbero a starnazzare come oche padovane, è ovvio. I moralisti a senso unico si sono auto-concessi la licenza di complotto, ma se gli altri dovessero fare la stessa cosa… due pesi e due misure, come sempre!
Lorenzo Quadri

E’ inquietante che si debbano inventare nuovi articoli di legge per una cosa che dovrebbe essere ovvia. I soldi dei ticinesi si spendono in Ticino!

Si torna giustamente a parlare di come e dove spendono i soldi pubblici enti ed associazioni che ricevono sostegni dallo Stato. La deputata leghista Amanda Rückert ed il capogruppo PPD in Gran Consiglio Fiorenzo Dadò hanno di recente presentato un’iniziativa parlamentare in cui in sostanza chiedono di elaborare le necessarie disposizioni legali affinché chi riceve aiuti pubblici non vada poi a spenderli in Italia, andando così ad ingrassare l’economia del Belpaese con i soldi del contribuente.

Non sempre c’è consapevolezza
Già il fatto che sia necessaria un’iniziativa parlamentare – e quindi nuovi articoli di legge – per ottenere una cosa che dovrebbe essere scontata (i soldi pubblici ticinesi si spendono in Ticino) non è certo un bel segnale. Il proliferare di leggi segna la sconfitta del buonsenso. Il problema del frontalierato, dei padroncini, di tanti artigiani ed aziende locali in seria difficoltà a causa della concorrenza sleale d’oltreconfine, è sulla cresta dell’onda ormai da parecchio tempo. Il plebiscito del 9 febbraio dimostra che, al proposito, la consapevolezza c’è. Evidentemente però la consapevolezza non fa breccia ovunque. Spendere i sussidi all’estero è una misura di risparmio che permette di chiedere meno aiuti? E’ chiaro che non è così che può funzionare: l’operazione è insensata. Se per un’associazione o un evento il risparmio conseguito spendendo i contributi pubblici in Italia è l’unico sistema per continuare ad esistere, situazione peraltro difficile da immaginare, occorre forse che beneficiario ed erogatore di sussidi si mettano a tavolino per decidere il da farsi. Ma il colmo è che in certi casi la spesa in Italia non porta neppure un tornaconto apprezzabile.

Due pesi e due misure?
E’ evidente che l’utilizzo di soldi pubblici in patria, quindi a vantaggio dell’economia locale, deve funzionare a tutti livelli. L’ente statale è messo male nel pretendere da associazioni e privati di spendere i sussidi in Ticino se poi lui è il primo a chiamare ditte e fornitori esteri. Al proposito ci sono cantieri pubblici del costo di centinaia di milioni, vedi LAC, sulle cui ricadute per le aziende locali è meglio stendere un velo pietoso. In queste condizioni fare il “mazzo” alla pro-vattelapesca che ha speso (esempio inventato) 3000 Fr di contributi pubblici in magliette stampate oltreconfine ricorda molto da vicino la storiella della pagliuzza e della trave.
Ben vengano quindi le regole sui sussidi ad associazioni ed enti, ma non ci si dimentichi di appalti e lavori pubblici, che devono privilegiare le aziende locali, ossia quelle che fanno lavorare manodopera residente. Perché il giochetto della sede-bucalettere in Ticino creata appositamente per “portare a casa” un mandato è logoro; però viene riproposto di continuo. E c’è sempre chi ci casca.

La Lega si dà da fare
Sul fronte del “i soldi dei ticinesi si spendono in Ticino”, la Lega si è data da fare. E continuerà. Vedi le iniziative del Consigliere di Stato Zali per dare la priorità alle “nostre” ditte negli appalti pubblici. Anche l’albo anti-padroncini si inserisce in questo solco. Chi scrive ha chiesto tramite mozione a Berna che nell’assegnazione di appalti pubblici l’azienda che ha molti dipendenti frontalieri riceva dei punti malus in graduatoria; quella che ne ha pochi, invece, dei punti bonus. Ma naturalmente la risposta è stata “sa po’ mia” perché “non si può discriminare” (uella). Se la nostra priorità, invece di essere quella di coltivare il nostro orto (o innaffiare il nostro giardino, per citare lo spot creato dalle associazioni economiche ticinesi), consiste nel “non discriminare” operatori economici stranieri – ovviamente a danno di quelli locali – non c’è da stupirsi se andiamo male.
Lorenzo Quadri

Ricollocamenti di migranti economici. Ennesimo flop dell’UE!

Ecco come la fallimentare Unione europea affronta il caos migratorio. Il famoso sistema di ricollocamenti, quello che avrebbe dovuto portare i finti rifugiati dal Belpaese verso altri Stati membri UE, è già andato a ramengo.
Il programma dovrebbe servire a ricollocare 40mila migranti in due anni. Tuttavia in Italia, visto che i confini dello spazio Schengen sono un colabrodo, di sedicenti profughi solo nel 2014 ne sono arrivati 170mila.
Ma soprattutto è chiaro, e l’hanno ormai capito anche i paracarri, che l’obiettivo di 40mila non verrà mai raggiunto. Solo sei Stati – Austria, Germania, Grecia, Lussemburgo, Spagna e Svezia – hanno messo a disposizione un numero esiguo di posti, e questo numero è già esaurito. L’ultimo volo è partito nei giorni scorsi alla volta della Svezia, con a bordo un centinaio di persone. Quello stesso giorno in Italia si registravano 1200 sbarchi. Come svuotare il mare con un bicchiere. E adesso non c’è più nemmeno il bicchiere.
L’illusione del ricollocamento è durata, per così dire, lo spazio di un mattino.

Vogliono l’Europa
Oltretutto gli stessi migranti non vogliono salire sugli aerei perché temono di essere portati al di fuori dell’UE. Si potrebbe ancora puntualizzare: fuori dalla vecchia UE. E questo già la dice lunga. Ai sedicenti rifugiati non sta bene uno Stato sicuro qualunque: a dimostrazione che non si tratta di profughi. Loro vogliono proprio l’Europa occidentale. Ohibò, e perché mai? Forse perché vogliono immigrare nel nostro Stato sociale? Forse perché ci considerano terra di conquista?
Basta l’esempio di pochi che “ce l’hanno fatta” per aprire le cataratte di un’immigrazione di massa dalle conseguenze distruttive. Non solo per i paesi di destinazione; anche per quelli di provenienza che si spopolano: che futuro hanno?
Una calamità cui solo in pochi hanno il coraggio di opporsi, vedi l’Ungheria e le sue barriere.

Il ricatto morale
E l’Europa, ormai alla frutta, si piega come sempre al ricatto morale degli spalancatori di frontiere che non esitano a strumentalizzare le foto dei bambini morti. Obiettivo: ottenere accoglienza per tutti, anche per chi – ed è la stragrande maggioranza non ne ha affatto il diritto, in sfacciata violazione della legge. Quella legge che viene applicata con rigore solo agli automobilisti ed ai contribuenti. Ricordiamo che solo il 7.2% delle domande d’asilo arrivate quest’anno in Svizzera proviene da siriani, mentre quasi il 40% è di eritrei. Blocher ha sollevato un polverone dicendo che la foto del piccolo Aylan è una montatura ed i media ingenuotti ci sono cascati. Ma i media non sono ingenui: semplicemente, sono a maggioranza al servizio della $inistra ed hanno strumentalizzato di proposito i piccoli morti, con un cinismo indecente, nel tentativo di portare acqua elettorale agli spalancatori di frontiere di riferimento. E, ovviamente, di dipingere i contrari come degli orchi cattivi. Eccola qui l’etica dei moralisti a senso unico che si credono nella condizione di poter montare in cattedra.
L’esercizio, tuttavia, almeno dal punto di vista elettorale, è miseramente fallito. E dire che c’era chi ci contava. Ad esempio la copresidente dei Verdi Svizzeri, che si è stupita del fatto che l’onda emozionale delle foto del bambino siriano morto (implicito: che abbiamo cavalcato di proposito) non abbia portato alla $inistra i voti sperati. Un bel tacer…

Frontiere spalancate
Fatto sta che i ricollocamenti sono stati un flop pressoché immediato. Come le altre pseudo-misure prese dall’UE per contrastare (?) il caos migrati, del resto. Un senatore della Lega Nord li ha definiti: “una passerella per politici europei”.
Però la Svizzera continua a mantenere la propria posizione di apertura (“bisogna aprirsi!”). Con l’ultima revisione di legge si inventa pure l’avvocato gratis per i finti rifugiati, visto che non eravamo già sufficientemente attrattivi.
E accetta senza un cip di sentire dichiarare – dichiarazioni cui fanno seguito i fatti – che gli accordi di Dublino sono carta straccia, quindi vanno rottamati, ma quelli di Schengen (frontiere spalancate) sono invece “una conquista” (così vaneggiano gli intellettualini rossi) e dunque non si toccano. Ma stiamo dando i numeri? L’apertura delle frontiere presupponeva che i confini esterni di Schengen fossero a tenuta stagna. Poiché essi sono invece un colabrodo, è evidente che dobbiamo chiudere le frontiere.
Lorenzo Quadri

Frontalieri e lo studio IRE che nega l’evidenza. Ancora uno schiaffo al 70% dei ticinesi

Ma, soprattutto, un danno al Cantone

La scorsa settimana è diventato di pubblico dominio il famoso studio dell’IRE dal quale emergerebbe che in Ticino la sostituzione di residenti con frontalieri non esiste. Si tratterebbe di un’allucinazione collettiva. Di “storielle”, come ha dichiarato il direttore dell’IRE Rico Maggi. Al quale si suggerisce di andare a raccontare la sua brillante teoria ai molti ticinesi che non trovano un lavoro poiché il mercato è saturato dai frontalieri. Eh già: se i frontalieri sono passati dai 26mila nel 2000 ai 62’555 dell’ultimo rilevamento (e stiamo parlando delle cifre ufficiali e dichiarate: manca tutto il “nero” e mancano, oltretutto, i padroncini) è perché in Ticino non si trovano i “profili giusti”. E naturalmente in Ticino non si trovano nemmeno persone disposte a lavorare nel terziario, visto che il 60% dei frontalieri è ormai impiegato in questo settore.

Accettare sportivamente?
Siamo quindi alla presa in giro: e, poiché la devastazione del mercato del lavoro, provocata dalla libera circolazione delle persone senza limiti, ha gettato tante persone e famiglie ticinesi nella disperazione, niente di strano che non tutti se la siano sentita di accettare sportivamente le fetecchiate dello studio IRE; e ancora meno l’arroganza con cui il direttore dell’Istituto, pagato con soldi pubblici, pretendeva di aver ragione. Del resto a questo genere di studi si può far dire ciò che si vuole. L’obiettivo di Maggi era evidentemente quello di dimostrare (?) che, in regime di libera circolazione delle persone, “tout va bien, Madame la Marquise”. Niente di nuovo sotto il sole, per la verità. Nei secoli scorsi sono stati prodotti fior di studi scientifici per dimostrare che la terra è piatta.

Effetto boomerang
Peccato che l’indagine sui frontalieri abbia avuto uno spiacevole effetto boomerang: quello di riaccendere i riflettori sulla politica occupazionale di USI e SUPSI. Ed in particolare su quel che accade in questi istituti in materia di assunzione di frontalieri invece di residenti. Presunti luminari in arrivo da Oltreconfine si portano dietro l’harem dal Belpaese: assistenti, segretari, portaborse e chi più ne ha più ne metta. Tra questi, molti profili che in Ticino si trovano a bizzeffe. Il dibattito a questo proposito era un po’ scemato. Le acque si erano calmate. E forse qualcuno si è sentito un po’ troppo sicuro di sé. Lo studio IRE è la classica provocazione che tira troppo la corda.

Danno al Ticino
Purtroppo c’è da temere che le conseguenze dell’ indagine farlocca pagata con i nostri soldi non si esauriranno in qualche mal di pancia dei molti ticinesi che, a ragione, si sentono presi per i fondelli. In effetti, simili indagini sono un danno per tutto il Cantone. Esse costituiscono una vera e propria operazione di sabotaggio ai danni di chi a Berna tenta, con fatica, di far comprendere, a tutti i livelli possibili, le difficoltà con cui il Ticino si trova confrontato per colpa dell’invasione da sud, e la necessità di tutelare il mercato del lavoro ticinese applicando rigorosamente il contingentamento dei frontalieri e la preferenza indigena. Lo studio IRE è dunque uno schiaffo al 9 febbraio e al 70% dei ticinesi che l’hanno votato. E’ l’equivalente del “bisogna rifare la votazione” dei kompagni (e non solo dei kompagni); ed è altrettanto imbevuto di ideologia. Perché lo studio, lo ha ammesso tra le righe del suo intervento anche il presidente dell’USI Piero Martinoli, è pilotato. Cos’altro significa infatti la frase “discipline come l’economia non sono scienze esatte, ma possono ispirarsi a scuole di pensiero o a teorie molto diverse tra di loro e quindi le ricerche sono suscettibili di giungere a conclusioni addirittura contrapposte”, se non questo?

Fascisti?
Finché a negare l’evidenza della sostituzione di ticinesi con frontalieri è un qualche compitino della SECO, è un conto. Ma se a farlo è uno studio ticinese, il danno è infinitamente più grande. Berna ha gioco facile nel dire: “cosa cavolo ci venite a chiedere se sono i vostri stessi studi a dire che l’invasione di frontalieri non è un problema?”.
L’IRE, dunque, ha lavorato contro il Ticino per motivi ideologici (vedi le “scuole di pensiero” di cui sopra). Merita ancora di venire premiata con mandati finanziati dal contribuente? La domanda, per quanto provocatoria, è legittima. Altro che fascismo, come è subito corso a strillare qualcuno!
Lorenzo Quadri

Basta regali ai finti rifugiati!

Firmiamo tutti il referendum contro l’ennesima fallimentare riforma dell’asilo!

Cominciano a circolare anche in italiano i formulari per la raccolta firme contro l’ennesima riforma del diritto d’asilo. Il comitato referendario è formato da esponenti dell’Udc e della Lega dei Ticinesi. Il titolo del referendum, “contro gli avvocati gratis per tutti i richiedenti l’asilo”, ben esemplifica quale sia lo spirito dell’ultima revisione di legge, approvata dalle Camere federali lo scorso settembre. Ossia un incremento dei diritti dei migranti economici, naturalmente a spese del contribuente svizzerotto.
Tutti i presunti richiedenti l’asilo – e sappiamo che almeno tre quarti di questi ultimi non sono affatto perseguitati in patria, ma vengono in Svizzera solo alla ricerca di condizioni di vita migliori – riceverebbero infatti un avvocato gratis per potersi opporre al respingimento della loro domanda d’asilo. E nümm a pagum. In questo modo gli asilanti otterrebbero più diritti dei cittadini elvetici, i quali il gratuito patrocinio lo ottengono solo se adempiono ad una serie di requisiti, non solo di carattere finanziario.

Più soldi che ai “noss vecc”!
Già oggi gli asilanti ammessi ricevono dallo Stato più soldi dei pensionati svizzeri con l’AVS massima. Con la differenza che i nostri anziani hanno costruito il Paese ed il suo Stato sociale, mentre gli asilanti si limitano ad attingere a casse che altri sono chiamati a rifornire. Tanto più che oltre l’80% dei rifugiati che si sono installati in Svizzera e che potrebbero (e dovrebbero) lavorare, mica lo fanno: sono in assistenza. E non solo. Spesso e volentieri beneficiano pure di abbondanti misure di accompagnamento sociale che costano all’ente pubblico una barcata di soldi. Tipo: assistenti sociali che insegnano agli asilanti come fare la spesa (sic), ovviamente fatturando le ore al contribuente, spremuto come un limone per mantenere tutti.

Meno diritti ai cittadini
La nuova Legge sull’asilo dà ulteriori diritti ai migranti economici. Contemporaneamente, però, ne toglie ai cittadini elvetici. Per l’insediamento di nuovi centri asilanti la Confederazione potrà, infatti, espropriare terreni e immobili a Comuni e privati. In questo modo vengono calpestati i diritti dei cittadini, oltre che l’autonomia comunale e cantonale. Sì, perché a prendere le decisioni sull’insediamento di nuovi centri d’accoglienza, e poi a decidere sui reclami contro tali decisioni, sarà sempre la stessa autorità: il Dipartimento della kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga. “Questa non è la Svizzera – ha opportunamente dichiarato qualcuno in parlamento – questa è una dittatura”.

Sicché, in un contesto simile, i Comuni previdenti non potranno che seguire l’esempio del famoso Oberwil-Lieli: lì il Municipio ha pensato bene di acquisire due stabili a rischio di trasformazione in centri d’accoglienza, per poi raderli al suolo. C’è però un problema. Il borgo argoviese, dove le casse pubbliche sono colme ed abbondano i contribuenti milionari, ha i soldi per effettuare un’operazione del genere. Si può pure permettere di versare ammende di centinaia di migliaia di Fr per comprarsi l’esenzione dall’obbligo di alloggiare finti rifugiati. E chi non ha i mezzi per pagare?

Più migranti
Conseguenza della nuova legge sarà inoltre che più migranti economici potranno rimanere in Svizzera, anche se non sono affatto dei profughi: l’esecuzione del rimpatrio degli asilanti respinti infatti non sarà migliorata. In questo modo saliranno anche i costi. Evidentemente una spesa di quasi due miliardi all’anno per il settore dell’asilo ancora non bastava.

I portali denigratori
La nuova legge non diminuisce in nulla l’attrattività della Svizzera per i finti asilanti, ma ottiene proprio l’effetto contrario. In questo senso, ci fanno involontariamente un favore i pennivendoli moralisti a senso unico che, ad esempio in un reportage pubblicato nei giorni scorsi sul portale www.internazionale.it, descrivono il sistema d’asilo svizzero – e quindi la Svizzera – come “disumana”: uhhh, che pagüüüüraaaa! E disumana perché? Perché capita che i migranti economici vengano alloggiati in rifugi della protezione civile, che si trovano sotto terra.
Apperò. Per i militi elvetici queste strutture vanno benissimo, mentre per i finti asilanti ci vogliono gli alberghi di lusso, naturalmente con i menù specifici (i signori mica si adeguano alla realtà del paese da cui vorrebbero farsi mantenere). Che simili critiche al nostro Paese vengano da giornalai italiani, i quali potrebbero cominciare col guardare come vengono trattati i clandestini nel Belpaese, fa leggermente ridere i polli. Dice, nel reportage in questione, uno dei migranti economici magrebini – naturalmente si tratta di un giovane uomo solo, chissà come mai? – alloggiati in Ticino in un rifugio della PC: “non ho fatto tutta questa strada per vivere sotto terra”. Appunto: chi ti ha detto di venire qui? Dovevi restare a casa tua.
Comunque, care associazioni e portali che supportate l’immigrazione scriteriata e senza alcun limite, andate pure avanti così. Continuate a dire che il diritto d’asilo svizzero è disumano (sic!) e che gli svizzeri sono cattivi e razzisti. Sono tutte fregnacce calunniose, dal momento che il nostro è il paese che accoglie più asilanti. Però ci aiutano a renderci meno attrattivi. Ed in fondo abbiamo bisogno di questo.
Lorenzo Quadri

Aspiranti scassinatori entrano in Svizzera anche se beccati in dogana con i “ferri del mestiere”. L’ennesima vergogna di Schengen!

Ad ulteriore dimostrazione che gli Accordi di Schengen sono un bidone immondo (che oltretutto ci costa 14 volte di più di quanto annunciato prima della votazione nell’anno di disgrazia 2005): il Corriere del Ticino ha di recente attirato l’attenzione su un fatto notorio, le cui conseguenze sono però forse meno note a chi non è “al fronte”.
Il fatto notorio è che il codice penale svizzero non punisce le azioni preparatorie per un furto. Le conseguenze meno note riguardano quel che accade quando cittadini dello spazio Schengen vengono pizzicati ad una nostra dogana con nel baule utensili atti a perpetrare furti con scasso. Gli attrezzi vengono sì sequestrati in applicazione della legge sulle dogane. Ma i loro detentori devono (?) essere lasciati entrare in Svizzera, trattandosi appunto di cittadini appartenenti a Stati dell’area Schengen.

Azioni preparatorie
In effetti il diritto svizzero prevede la punibilità delle azioni preparatorie solo per una dozzina di reati, i più gravi: omicidio intenzionale, assassinio, lesioni gravi, mutilazioni di organi genitali femminili, rapina, sequestro di persona e rapimento, presa d’ostaggio, incendio intenzionale, genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La punibilità delle azioni preparatorie si trova anche nella messa in pericolo della vita altrui tramite sostanze radioattive.
Il furto non è considerato dal legislatore un reato abbastanza grave perché sia punibile l’azione preparatoria prima che essa sfoci nel tentativo; quindi prima del raggiungimento di un certo grado di concretizzazione.
Naturalmente a questo punto parte poi la diatriba in cui sguazzano tribunali, professori ed avvocati: definire dove inizia la punibilità di un’azione preparatoria.

Effetto cascata?
Si è quindi facili profeti nell’ immaginare che, se per impedire l’accesso alla Svizzera di delinquenti stranieri beccati in dogana con il piede di porco nel baule della macchina bisogna rendere sanzionabili le azioni preparatorie per il furto, ciò rischierebbe di implicare un’estensione a macchia d’olio della punibilità delle azioni preparatorie anche ad altri reati di analoga gravità del furto. Mentre l’intenzione del legislatore era quella di riservare detta punibilità ai crimini più pesanti.

Un castello di carte
E’ evidente che non sta né in cielo né in terra che delinquenti stranieri che si presentano alle dogane della “Svizzera paese del Bengodi” con attrezzi per furto debbano essere lasciati passare, anche se gli arnesi vengono confiscati dalla Guardia di finanza. Bisogna quindi intervenire, e presto. Rendere punibile gli atti preparatori anche per il furto parrebbe in effetti la risposta operativa più immediata. Ma attenzione alle reazioni a catena. Mettersi a “tofignare” il nostro diritto interno è poi la soluzione migliore? Il rischio è che a beneficiare – sottoforma di lavoro in più – di eventuali modifiche legislative potrebbe essere principalmente la casta dei legulei azzeccagarbugli in sovrannumero. A maggior ragione se si pensa che il codice penale è come un castello di carte: ne tocchi una e poi non sai mai come va a finire. Esempio lampante è il demenziale programma Via Sicura. Si sono inventati reati “ad hoc” per i pirati della strada e il risultato è che un eccesso di velocità senza alcuna conseguenza, viene sanzionato più duramente di una rapina.

Chi ha voluto Schengen?
Il fatto che ci si ritrovi a disquisire sulla punibilità degli atti preparatori per furto è l’ennesima dimostrazione che gli accordi di Schengen sono un fallimento.
E, a questo proposito, è opportuno avere bene in chiaro le responsabilità. Il flop-Schengen è stato voluto da tutti i partiti $torici. Solo la Lega e l’Udc si sono opposte allo scriteriato spalancamento di frontiere. E dicevano, i fautori degli squinternati trattati, che essi avrebbero portato “evidenti vantaggi per la sicurezza” (messo nero su bianco!). Ma non solo: grazie a Schengen – così sproloquiava nel 2005 l’allora ministro degli esteri Joseph Deiss, PPD (qualcuno se lo ricorda ancora?) – il segreto bancario sarebbe stato ancorato nel diritto internazionale. Appunto: abbiamo visto come è andata a finire. Sia col segreto bancario che con la sicurezza.

Trattati indifendibili
Che gli accordi di Schengen siano completamente indifendibili lo conferma il fatto che gli spalancatori di frontiere per eccellenza, ossia gli intellettualini rossi da tre una cicca (quelli che abusano delle loro credenziali accademiche per spacciare per verità “scientifiche” le peggio fregnacce ideologiche targate P$) non sanno portare uno straccio di argomento concreto a loro sostegno. A parte, ovviamente, la fetecchiata che tali accordi sarebbero “una conquista”. Sì, certo: una conquista per i delinquenti stranieri…

Fare piazza pulita!
Per rimediare ai danni di questi trattati del piffero, dobbiamo metterci noi a pasticciare il nostro diritto interno? O piuttosto quanto accade con gli aspiranti scassinatori fermati in dogana è un’ulteriore dimostrazione che bisogna fare piazza pulita degli accordi di Schengen?
Del resto, perfino l’ “Anghela” Merkel ha detto che i trattati di Dublino sono ormai superati. E’ quindi evidente che, se Dublino è carta straccia, lo stesso vale per i trattati “fratelli”.
Morale: spazzare via Schengen e chiudere le frontiere!
Lorenzo Quadri