9 febbraio: il Consiglio federale se ne esce con la clausola di salvaguardia. Fumogeni a tutto spiano!

Ma guarda un po’, dopo aver fatto melina per quasi due anni, lasciando dunque infruttuosamente trascorrere i due terzi del tempo a disposizione per concretizzare il “maledetto voto” del 9 febbraio, il Consiglio federale vorrebbe ora far credere di aver tirato fuori il coniglio dal cilindro. Un coniglio che si chiama clausola di salvaguardia; scelto perché “quello della clausola di salvaguardia è un concetto già conosciuto all’UE”. Per la serie: visto che a Bruxelles sono un po’ gnucchi, usiamo le tre parole che conoscono anche loro.

Inventata dall’economia
La storiella della clausola di salvaguardia non l’ha certo inventata il Consiglio federale. L’hanno tirata fuori, già da tempo, le associazioni economiche. E questo non ci rende particolarmente fiduciosi: infatti le associazioni economiche sono in prima fila tra quelli che vorrebbero cancellare il “maledetto voto”.
A parte che il 9 febbraio si sono votati contingenti e non altro, dire “clausola di salvaguardia” di per sé significa ben poco. A seconda di come la clausola viene calibrata, può avere efficacia o può non servire assolutamente ad un tubo. Se si mettono dei tetti massimi d’immigrazione che si sa benissimo non verranno mai raggiunti, l’esercizio si trasforma in una farsa.

Non si capisce un tubo
La clausola proposta dal Consiglio federale è di una fumosità difficile da eguagliare. Detto in altri termini, non si capisce un tubo. Si parla di tetti massimi che però verranno applicati l’anno successivo al superamento del limite. La puzza di presa per i fondelli si fa sempre più acuta. Prima si fissano dei limiti, poi si permette che vengano superati, poi si fanno rispettare l’anno dopo, quando magari la situazione è cambiata? Il presidente nazionale Udc Toni Brunner ha parlato di “un concetto astruso, un costrutto teorico che non risolve nulla”.

La fantomatica commissione
Per la definizione dei tetti massimi si dice pure che si terrà conto (?) delle indicazioni di un’imprecisata Commissione dell’immigrazione, da costituire. E chi comporrà questa fantomatica commissione? Gli spalancatori di frontiere? I funzionarietti dell’ “immigrazione uguale ricchezza”? I padroni del vapore affamati di manodopera straniera a basso costo con cui sostituire i residenti?
E con quali criteri verranno fissati i limiti atti a far scattare la clausola? Il plebiscito ticinese all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” è dovuto certo ai problemi migratori propriamente detti, ma in prima linea all’invasione di frontalieri e padroncini (quindi non si tratta di persone che risiedono in Svizzera). Il problema è quindi di svaccamento del mercato del lavoro, ancora prima che di percentuale, peraltro stratosferica, di residenti stranieri. Che genere di clausola si prevede per porre fine a perniciosi fenomeni occupazionali come il soppiantamento dei residenti ed il dumping? Come la si calibra? Forse in base agli studi farlocchi della SECO e dell’IRE? Oppure prendendo per oro colato le statistiche taroccate sulla disoccupazione, che fanno figurare come occupata una persona che lavora un’ora alla settimana e che non considerano tutti i senza lavoro che sono finiti in assistenza, o in formazioni parcheggio, o in AI, o a fare le casalinghe/i non per scelta?

Frena, Ugo!
L’ottimismo del direttore del DFE Christian Vitta sulla boutade del Consiglio federale è quindi prematuro. Vedere rosa solo perché a Berna si parla di clausola di salvaguardia, rilevando che questo modello è proposto anche dal Consiglio di Stato ticinese nello studio commissionato al Prof Ambühl del politecnico di Zurigo, senza avere però la più pallida idea del contenuto e del funzionamento della clausola bernese (e gli indizi a disposizione al momento puntano nella direzione del bidone) appare un tantinello incauto. Soprattutto da parte del nostro Cantone che, con il suo 70% di Sì, ha fatto vincere il 9 febbraio a livello nazionale. E dunque deve essere in prima linea nel vigilare affinché il “maledetto voto” venga tradotto in realtà senza trucco e senza inganno. Non ci possiamo in nessun caso permettere di fare i boccaloni!
Lorenzo Quadri

Schengen? Un bidone!

Anche il finanziere Tito Tettamanti si dichiara “pentito” dalle colonne del Corrierino

Che muri e frontiere siano una cosa negativa ed immorale, è solo una fregnaccia ideologica politikamente korretta

Sul Corriere del Ticino dello scorso venerdì il finanziere Tito Tettamanti ha pubblicato un commento dal titolo decisamente significativo: “pentito di Schengen”. L’ammissione, dunque, che i tanto magnificati accordi sono un bidone. Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista?

Vale la pena ricordare che tutti i partiti $torici hanno sostenuto questi trattati bidone. Anche quelli che, prima delle elezioni, amano sciacquarsi la bocca con il concetto della “sicurezza”. Vanno alla ricerca di facili consensi in base al principio della politica Xerox: le posizioni “populiste e razziste” della Lega vengono prima denigrate, poi fotocopiate.

Evidenti vantaggi?

Non solo tutti i partiti $torici, in occasione della votazione su Schengen nel giugno 2005, farneticavano di “evidenti vantaggi per la sicurezza” – così evidenti che ad ogni problema di sicurezza l’applicazione dei trattati-bidone viene sospesa – ma sbrodolavano pure delle garanzie che questi accordi avrebbero portato al segreto bancario.

A ciò si aggiunge l’aspetto dei costi, che si sono rivelati 14 volte più alti del previsto. Sì, avete letto giusto. 14 volte più elevati. Non un po’ più costosi.

Se un qualsiasi altro progetto avesse totalizzato una simile catastrofe operativa e finanziaria, i suoi promotori sarebbero stati costretti a sparire dalla circolazione e a nascondere la faccia; loro ed i loro discendenti per almeno sette generazioni. Invece, visto che gli accordi di Schengen sono “politikamente korretti”, i moralisti a senso unico e la stampa di regime tacciono, più silenziosi di cripte: l’è tüt a posct! Ma ve la immaginate la cagnara che sarebbe stata sollevata se, ad esempio, un progetto militare fosse costato 14 volte di più di quanto preventivato?

 Il ricatto morale

Gli accordi di Schengen avrebbero avuto un senso se i loro confini esterni fossero stati a tenuta stagna. Ma è evidente anche a quello che mena il gesso che così non è. Né mai sarà. E non ci si venga a raccontare storielle sullo scambio di informazioni e di banche dati. Questi scambi, senz’altro utili nel combattere la criminalità, si possono benissimo effettuare anche mantenendo i controlli sistematici sul confine.

Le continue sospensioni degli Accordi di Schengen da parte di Stati membri UE – mentre la Svizzera, nella consueta orgia autolesionistica, continua a mantenere le frontiere spalancate per essere sicura che nessuno l’accusi di razzismo, visto che questa è la priorità; tutto il resto sono quisquilie – sono una inequivocabile dimostrazione di fallimento. E allora bisogna avere il coraggio di far retromarcia. Però questo non accade. Perché? Facile: perché dietro a Schengen c’è la becera ideologia delle frontiere spalancate. Sull’altare di questa ideologia ottusa, i politikamente korretti sacrificano la sicurezza dei cittadini. Il ritornello è sempre lo stesso. Ad ogni intervento pubblico, gli intellettualini di regime – quelli che abusano delle proprie credenziali accademiche per spacciare delle ciofeche ideologiche per “pareri specialistici” di gente che “ha studiato” – ripetono come un disco rotto che “Schengen è una conquista”. Senza però essere in grado di addurre anche un solo straccio di motivo a sostegno di questa balorda tesi. E’ una conquista semplicemente perché dà ragione a loro.

Le frontiere devono tornare

E’ ormai chiaro anche ai paracarri che questo sistema va smontato. Le frontiere devono tornare a chiudersi. Che i muri siano una cosa negativa, se lo sono inventati gli spalancatori di frontiere, e tentano di farlo credere a suon di lavaggi del cervello, invocando la regina delle fregnacce: il mantra del “bisogna aprirsi”. Di recente il Mattino ha pubblicato la recensione di un libro citato anche da Tettamanti nel suo articolo sul CdT: “Indispensables frontières” dello studioso belga Therry Baudet. Il titolo dice tutto.

Scrive ancora Tettamanti: “quando si sbaglia l’onestà intellettuale impone di analizzare soluzioni alternative”. Gli spalancatori di frontiere, però, non sono intellettualmente onesti. Non lo sono mai stati né mai lo saranno. Loro vogliono distruggere tradizioni, identità, e diritti popolari. Solo così, facendo tabula rasa dell’esistente, si può infatti imporre la brodaglia multikulturale e politikamente korretta. La quale, lo si è ben visto, è l’humus ideale per far crescere il terrorismo islamico. Assieme alle frontiere, però, si sfasciano sicurezza, mercato del lavoro, stato sociale e libertà. Quando si abbattono i muri portanti di un edificio, viene giù tutto. Vale anche per gli Stati. I responsabili non lo capiscono? Non sono in grado di capire? Fingono di non capire? Importa poco. Quello che conta è che le frontiere tornino. E in fretta. E’ chiaro il messaggio, Simonetta Sommaruga e compari?

Lorenzo Quadri

“Gli automobilisti sono dei delinquenti”

Via Sicura: la maggioranza dei partiti $torici non vuole nessuna, seppur modesta, retromarcia

Gli isterismi politikamente korretti contro gli automobilisti proseguono. E non solo da parte della $inistra, ma anche dal cosiddetto centro.

La commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, nella sua ultima seduta, ha infatti esaminato un’iniziativa parlamentare del deputato PPDog Fabio Regazzi che propone una revisione del fallimentare programma via Sicura. Una revisione invero modesta: si trattava infatti di rivedere non già le pene massime previste, bensì quelle minime.

Il punto di partenza

Il bidone via Sicura, in base al quale un eccesso di velocità senza alcuna conseguenza viene punito più duramente di una rapina, meriterebbe a dire il vero di venire rovesciato come un guanto. Perché porta a risultati scandalosi. Del resto, a Berna, l’Udc e la Lega l’avevano detto, rifiutandosi di votarlo. Ma naturalmente erano tutte balle populiste. Quando di populista qui c’è solo via Sicura. Non che il punto di partenza fosse di per sé sbagliato: si trattava infatti di punire più severamente i delinquenti, in genere appartenenti a ben note etnie, che fanno corse in autostrada (o anche sulle strade cantonali) per sentirsi “fighi”. Le condanne talebane avrebbero dovuto essere limitate, dunque, a singoli casi estremi. Ma la politica federale si è allontanata anni luce dal punto di partenza. L’ha stravolto alla grande. E quindi si è giunti ad una criminalizzazione generalizzata. Nel solo anno 2014 le condanne per presunta pirateria della strada sono state 300. Altro che “pochi casi isolati di pazzi criminali”. E’ evidente – ed i contrari alla ciofeca Via Sicura l’hanno capito subito – che era proprio lì che si voleva arrivare: strumentalizzare i pirati della strada (in genere appartenenti a ben note etnie) per bastonare ancora una volta gli automobilisti brutti e cattivi. Usi il veicolo privato invece dei mezzi pubblici politikamente korretti? Guai a te! Sei una paria; farai fronte alle conseguenze. A meno, naturalmente, che tu sia frontaliere. Perché allora sei straniero; di conseguenza, nessuno può dirti alcunché perché sarebbe un “razzista e fascista”.

Illegalità

Uno dei tanti colmi di “Via Sicura” è che proprio gli spalancatori di frontiere non vogliono che il giudice possa valutare caso per caso se la gravità del comportamento dell’automobilista colto in castagna giustifica le pene talebane di Via Sicura: loro le vogliono applicare “a prescindere”. E ci sono fior di giuristi che al proposito parlano di violazione della separazione dei poteri (il legislativo che scippa il ruolo al giudiziario) ed anche di non conformità con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Che smacco! Proprio i politikamente korretti che si riempiono la bocca con la CEDU per denigrare i presunti razzisti e fascisti, sono poi i primi a violarla quando fa comodo! Ennesimo caso di morale a senso unico.

Due piccoli esempi concreti:

  • Un poliziotto che insegue in auto un delinquente, superando in modo importante i limiti di velocità, viene condannato lui.
  • Un automobilista che viaggia a 140 in autostrada in una tratta dove normalmente si viaggia a 120 km/h ma sono stati introdotti gli 80 Km/h per l’ozono, dal profilo penale viene trattato più o meno come uno stupratore.

Quelli che rifiutano la valutazione caso per caso degli automobilisti – perché ci vogliono pene talebane – sono poi gli stessi che la pretendono per i delinquenti stranieri. Perché “non si deve” espellere. E su quali siano i criteri da seguire nella valutazione caso per caso dei delinquenti stranieri, sono decisamente illuminanti le posizioni della kompagna consigliera nazionale Cesla (si chiama proprio così) Amarelle (quanti passaporti?): “la Svizzera non ha il diritto (sic) di espellere un terrorista se questo rischia la vita nel paese d’origine”. I terroristi godono di maggiore considerazione degli automobilisti! Eccola qua, la politica dei moralisti a senso unico.

Esito deludente

L’esito della votazione nella Commissione dei trasporti è stato, tuttavia, deludente. Niente di nuovo sotto il sole. La proposta Regazzi di modesta – sottolineiamo: modesta – revisione del bidone Via Sicura è stata malamente bocciata. L’hanno respinta a chiara maggioranza perfino gli uregiatti, malgrado siano dello stesso partito del proponente. Ah già, ma sono anche dello stesso partito della Doris che ha varato la ciofeca Via Sicura… così, tanto per chiarire da che parte stanno.

Il colmo

Ma le barzellette non sono finite. Via Sicura nasce da un’iniziativa popolare che è poi stata ritirata a seguito dell’approvazione del progetto da parte delle Camere federali. Quindi c’è chi ha avuto la bella pensata di argomentare che sarebbe contro la volontà popolare (quale, visto che di votazioni non ce ne sono mai state?) modificare Via Sicura. Ohibò. Il colmo è che tale brillante osservazione è stata fatta da un membro di comitato dell’iniziativa del vicolo cieco, ossia quell’iniziativa che vuole cancellare la volontà popolare espressa il 9 febbraio perché contraria all’ideologia degli spalancatori di frontiere. Proprio vero che in certi (troppi) casi la faccia e le natiche sono gemelle omozigote…

Lorenzo Quadri

Il canone radiotelevisivo ancora al centro della discussione. SSR: sempre più un piano occupazionale

In quel di Berna L’IVA sul canone radiotelevisivo è ancora, e giustamente, oggetto di discussione. Visto che ci sono di mezzo dei soldi indebitamente prelevati al cittadino, ci mancherebbe che la si mettesse via senza prete, “come se niente fudesse”. Tanto più che si tratta di recidiva. E’ infatti il caso di ricordare che continuiamo ad essere buggerati, e per cifre ben più importanti, anche sui premi di cassa malati.

La questione dell’IVA

Come noto lo scorso aprile il Tribunale federale ha stabilito che sul canone radiotelevisivo non si paga l’IVA. Ciò significa che agli utenti tale imposta è stata addebitata (estorta) indebitamente dall’Ufficio federale delle telecomunicazioni e dai suoi scagnozzi della Billag. Ma il prelievo non è diventato illecito all’improvviso. Lo era anche prima. Il canone non ha cambiato natura lo scorso aprile. Di conseguenza, l’IVA stuccata negli scorsi anni va restituita. Cosa che però chi l’ha prelevata, ossia la Confederazione, non si sogna di fare.

Ma non solo. Al danno si aggiunge la beffa. La revisione della legge sulla radiotelevisione, quella che ha reso il canone obbligatorio, partendo dal presupposto che l’IVA fosse dovuta anche prima, la cita esplicitamente. Questa revisione-ciofeca, dunque, senza le necessarie correzioni, oltre alle già note cappellate che ne hanno provocato la bocciatura da parte dei votanti ticinesi, contiene pure la base legale per un alleggerimento indebito delle sempre più vuote tasche dei cittadini. Sempre meglio!

I limiti

Tuttavia ci sono anche altri temi sul tappeto in relazione al canone radiotv ed al suo ammontare. Il canone dovrebbe infatti servire a finanziare il cosiddetto “servizio pubblico”. Di certo la propaganduccia politikamente korretta, a sostegno della fallimentare multikulturalità, dell’internazionalismo becero e delle frontiere spalancate che la RSI somministra agli utenti in dosi da cavallo non è servizio pubblico: è indottrinamento di $inistra. E per questo genere di “offerta” non abbiamo alcun motivo di pagare un centesimo bucato. Men che meno il canone più caro d’Europa.

Il problema, però, non è solo di contenuti. E’ anche di limiti. Da uno studio che l’ “Azione libertà di stampa” ha commissionato al professor Christian Hoffmann dell’Università di San Gallo emerge con prepotenza l’esistenza di vari doppioni tra la programmazione delle emittenti private e quella della SSR. Questo significa che la SSR si inserisce in un mercato che può essere coperto anche dal settore privato. E lo fa beneficiando del canone pubblico. Quindi fa concorrenza sleale ai privati. L’esempio più evidente è quello dell’offerta online.

Definire il mandato

Da qui la richiesta dell’Associazione che il mandato della SSR venga definito in modo chiaro ed il canone abbassato di conseguenza. E’ normale e corretto che il contribuente sia costretto a pagare il canone obbligatorio per prestazioni che potrebbe avere anche gratis? O per programmi che nulla hanno a che vedere con il servizio pubblico, vedi i giochini decerebrati? Questa la domanda di fondo. Evidentemente il ragionamento potrebbe portare a conseguenze estreme: le emittenti private sono in grado di fare più o meno di tutto. Ma dei limiti vanno posti. Soprattutto in considerazione dell’evolversi dei gusti e delle abitudini del pubblico. E allora i grandi scienziati della SSR faranno bene ad accorgersi che, ad esempio, i giovani la televisione non la guardano nemmeno più. Se del caso, si costruiscono il proprio palinsesto personale pescando qua e là da internet. Anche Maristella Polli, ex volto storico della RSI, in un contributo pubblicato su Opinione liberale si è posta il quesito: “I ragazzi con tablet e cellulari non usufruiscono quasi più del mezzo televisivo. E allora la domanda sorge spontanea: vale la pena investire in questo settore? L’intrattenimento così come proposto oggi dalla RSI ha ancora motivo di esistere?”. Anche la domanda successiva sorge spontanea: il cittadino deve essere ancora costretto a finanziare questo genere di prestazioni che manifestamente non sono di servizio pubblico, essendo di “intrattenimento” (?) ed oltretutto essendo pure senza pubblico?

La realtà è che la SSR si dimostra sempre più per quello che è: un gigantesco piano occupazionale, finanziato dal contribuente, e giustificato con argomenti chi si fanno vieppiù arrampicati e lontani dalla realtà che inesorabilmente evolve. Ciò non significa che un piano occupazionale sia una cosa negativa e che non abbia diritto di esistere. Però va trattato secondo regole diverse.
Lorenzo Quadri

 

La $inistra ed il referendum contro la legge federale sul Servizio informazion.i Anche la privacy è a senso unico!

I Verdi svizzeri sono come le angurie: verdi fuori ma ro$$i dentro. Costoro, assieme ad una rappresentanza qualificata di $ocialisti e di Gioventù $ocialista svizzera, stanno raccogliendo le firme contro la nuova legge federale sul Servizio informazioni (LSI). Questa legge, che vuole dotare l’ “intelligence” elvetica (uella) dei mezzi necessari per poter fare il proprio lavoro, è diventata di drammatica attualità e necessità dopo le stragi messe a segno a Parigi da estremisti islamici. Però i ro$$o-verdi non la vogliono. Non vogliono che la Svizzera si doti degli strumenti necessari a combattere e prevenire il terrorismo musulmano. E quindi raccolgono le firme per il loro referendum intitolato: “contro lo Stato ficcanaso”. Apperò! Certo che ci vuole già una bella tolla. Infatti ai kompagni lo Stato ficcanaso, quando si tratta di fisco, non solo va benissimo, ma lo pretendono addirittura. La $inistra vuole la fine della privacy bancaria per i cittadini stranieri e svizzeri. Grazie alla sua marionetta alla guida del Dipartimento federale delle finanze, ossia la quasi ex ministra del 4% Eveline Widmer Schlumpf, ha ottenuto lo sfascio del segreto bancario per i clienti stranieri della piazza finanziaria svizzera. Non è invece riuscito, per ora, l’assalto ro$$o-verde al segreto bancario per i cittadini elvetici. A tutela della sfera privata di questi ultimi, e “contro lo Stato ficcanaso” è stata lanciata (ed è riuscita) dai partiti “borghesi” l’iniziativa “Sì alla sfera privata”. La quale iniziativa, ma guarda un po’, è duramente avversata proprio dai kompagni. Coerenza, $ignori, coerenza…!

Chi ha un conto in banca
E non è ancora finita: ai ro$$o-verdi paladini improvvisati della sfera privata sta benissimo che i nomi di cittadini svizzeri, dipendenti delle banche, che hanno semplicemente fatto il proprio lavoro nel rispetto delle leggi elvetiche ed in base alle indicazioni dei rispettivi datori di lavoro, siano stati trasmessi dal Consiglio federale ad autorità inquirenti USA. Uella, quindi i kompagni difendono la privacy dei potenziali terroristi e dei loro complici, mentre vogliono mettere alla gogna i cittadini che hanno un conto in banca, rispettivamente i dipendenti di banca! Chiunque ha un conto in banca è un potenziale delinquente, e chiunque lavori in una banca è un potenziale complice! Eccolo qua, in tutta la sua levatura, il sordido populismo ro$$o!

Due pesi…
Il colmo è che tra i supporters del referendum conto la Legge sul Servizio informazioni c’è pure il kompagno consigliere nazionale Jean-Christophe Schwaab. Giustamente sconosciuto ai più, il “Gian Cristoforo” è il presidente della sezione romanda dell’Associazione degli impiegati di banca. Il buon Schwaab non solo si è sempre espresso a favore della fine del segreto bancario (quindi della fine dei posti di lavoro che dovrebbe invece tutelare) ma non si è certo tirato giù la pelle di dosso per impedire la trasmissione dei dati di bancari ed ex bancari alla magistratura yankee: quindi per difendere la privacy della categoria professionale di cui è rappresentante ufficiale. Però quando si tratta di tutelare la sfera privata di chi potrebbe essere implicato in attentati terroristici…

Delinquenti stranieri
Eh già: a $inistra solo due categorie di persone vengono criminalizzate ad oltranza: gli automobilisti ed i titolari di un conto in banca. Davanti ai delinquenti, invece, scatta il buonismo politikamente korrettamento. Specie se si tratta di delinquenti stranieri, che non devono essere espulsi dalla Svizzera. “Espellere? – insorgono i kompagni – Non se ne parla neanche! Vergogna! Razzisti e fascisti!”. Gli svizzerotti, “chiusi e gretti”, devono tenersi in casa ogni sorta di foffa d’importazione; e magari pure mantenerla.

Ricordiamo volentieri la significativa esternazione di un’altra consigliera nazionale P$, tale Cesla Amarelle (quanti passaporti?) la quale ha dichiarato che “la Svizzera non ha il diritto di espellere un terrorista se questi si troverebbe in pericolo di vita nel paese d’origine”. Complimenti! Poi ci chiediamo come mai la $inistra lancia il referendum contro la LSI…
Lorenzo Quadri

Il Gran Consiglio approva il divieto di burqa. Non si cede alle minacce

Dopo oltre due anni il divieto di burqa in Ticino è dunque diventato una realtà. La votazione popolare si è infatti tenuta nel settembre del 2013. Si è tenuta sotto l’attacco del solito (vano) ricatto morale del populismo e del razzismo. E, naturalmente, all’insegna del mantra del “falso problema”. Peccato che chi, vedi certi organi di stampa, invocava il “falso problema” poi, a votazione avvenuta, ha versato fiumi d’inchiostro nel tentativo di sabotare, ancora una volta, la volontà popolare sgradita: vero, stampa di servizio?
Delle due l’una: o il burqa è un falso problema (e allora perché parlarne?), oppure è un problema vero, e a non andar bene è stata la risposta data dai ticinesi. Ossia, l’affermazione della necessità di difendere i nostri valori e i principi basilari del vivere civile in Occidente, peraltro sanciti anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha approvato il divieto francese.

Snobbare i cittadini?
Da tempo la popolazione ticinese si domandava come mai il divieto votato non fosse in vigore: questo genere di situazione è, ovviamente, deleteria per la fiducia del cittadino nei confronti delle istituzioni. Snobbare un voto popolare è proprio il miglior modo per confermare la tesi del “tanto i politici fanno sempre quello che vogliono”. Poi serve a poco lamentarsi che i cittadini disertano le urne, malgrado tutte le facilitazioni introdotte (vedi voto per corrispondenza). La decisione del Gran Consiglio che sancisce il divieto di dissimulazione del viso, almeno in questo, rimette la chiesa al centro del villaggio.

Segnale importante
Che il dibattito parlamentare si sia tenuto, ed il divieto sia stato approvato a larga maggioranza, proprio in questi giorni, è un segnale importante. Non ci può essere alcuna concessione al terrorismo islamico. Agli estremisti musulmani non va lasciato nemmeno un centimetro di terreno. Se per paura di “urtare” qualche immigrato in arrivo da “altre culture” rinunciamo anche ad una sola infinitesimale frazione delle nostre libertà, siano esse grandi o piccole, si tratti della libertà d’espressione o della minigonna, abbiamo già perso, e il terrorismo islamico ha vinto. Non ci può essere alcuna concessione sui nostri valori, sul nostro stile di vita e sulle nostre regole: la fallimentare illusione della multikulturalità è finita, il buonismo pure. I migranti in arrivo da “altre culture” devono adeguarsi alla nostra società; oppure, se non lo vogliono o non lo possono fare, tornare nei rispettivi paesi d’origine.

Chi si loda…
In Gran Consiglio il divieto di burqa è stato accettato a larga maggioranza: questo fa evidentemente piacere visto che, ai tempi della votazione popolare, le posizioni dei partiti storici erano ben diverse. Fa tuttavia leggermente sorridere la posizione dell’ex partitone, che ha divulgato uno sbrodolante comunicato stampa per complimentarsi con la relatrice Natalia Ferrara Micocci (se le cantano e se le suonano tra loro): grazie a lei, dicono i grandi comunicatori liblab, la volontà popolare diventa realtà. Peccato che il PLR il divieto di burqa non l’abbia mai sostenuto: suoi illustri esponenti hanno partecipato a dibattiti televisivi a difesa della posizione contraria all’iniziativa del Guastafeste. Considerare poi una notizia, e degna addirittura di un comunicato stampa dai toni estatici, il fatto che un relatore commissionale rediga un rapporto – ovvero che faccia semplicemente il proprio lavoro – è quanto meno bizzarro. Cosa ne pensano tutti gli altri deputati PLR che di rapporti ne hanno allestiti di ben più impegnativi, e meno gratificanti dal profilo della visibilità, di quello sulla legge antiburqa, e che mai hanno avuto diritto ad una slinguazzata ufficiale “ad hoc”? Forse è il caso di ricordare che per il suo lavoro commissionale la relatrice è stata remunerata sia finanziariamente (i rapporti vengono indennizzati in base alle ore lavorative necessarie all’allestimento dichiarate dal relatore) che mediaticamente.

Disparità di trattamento?
Durante il dibattito, il kompagno ex procuratore Ducry ha contestato la scelta di incaricare dell’applicazione del divieto di velo integrale le polizie comunali. Questo perché, secondo lui, nei comuni ci potrebbero essere delle differenti sensibilità sul tema del velo integrale, che porterebbero giocoforza a delle disparità di trattamento. Di conseguenza, per garantire uniformità su tutto il Cantone, il compito di comminare le sanzioni andrebbe conferito al Ministero pubblico. La posizione di Ducry costituisce un processo alle intenzioni ed una immeritata mozione di sfiducia all’indirizzo delle polizie comunali. In quest’ottica bisognerebbe allora affidare al Ministero pubblico anche le multe di parcheggio, poiché pure in quest’ambito i comuni potrebbero avere “diverse sensibilità”. Del resto, le multe antiburqa alle turiste possono essere prevenute con una corretta informazione, che certamente le strutture alberghiere non mancheranno di fornire alle ospiti con velo integrale.
Con il divieto di dissimulazione del viso il Ticino fa dunque da apripista in Svizzera. Ci sono adesso tutte le condizioni affinché la norma venga estesa a livello nazionale.
Lorenzo Quadri

Richiesta del certificato dei carichi pendenti come lo sblocco dei ristorni. Capitolazione inutile ed infausta

La decisione del Consiglio di Stato di calare le braghe sulla richiesta del certificato dei carichi penali pendenti provoca quanto meno sorpresa: proprio non si vede quale disegno (ammesso che ce ne sia uno) stia dietro a quella che appare a tutti gli effetti come una capitolazione; fortunatamente solo parziale, ma sempre capitolazione.

La richiesta di presentare il certificato dei carichi pendenti prima del rilascio o rinnovo di un permesso B o G venne aggiunta a quella del casellario giudiziale per motivi di sicurezza. Autorizzare un cittadino straniero a risiedere in Ticino non è cosa da prendere alla leggera. Tanto più che sappiamo benissimo che un permesso, una volta rilasciato, diventa poi molto difficile non solo da revocare, ma anche da non rinnovare alla sua scadenza. C’è sempre il leguleio o il tribunale di turno che si mette in mezzo. A titolo di esempio, si può citare il caso, reso noto dal Mattino, del frontaliere pluricondannato e latitante in Italia, cui – proprio per colpa di una sentenza del Tribunale federale – il Cantone è stato obbligato a rinnovare il permesso G.

Coi tempi che corrono…
E’ evidente che la sicurezza dei cittadini ticinesi deve avere la priorità. Di conseguenza, è normale ed anzi doveroso raccogliere tutte le informazioni a disposizione prima di rilasciare un permesso di dimora a chicchessia.
E’ vero: l’estratto dei carichi pendenti non contiene delle condanne cresciute in giudicato. Contiene solo delle inchieste in corso, e vale il principio della presunzione dell’innocenza. Tuttavia, le informazioni che vi si trovano sono interessanti. Soprattutto coi tempi che corrono. Sapere che un aspirante permesso B è, tanto per fare un esempio, sospettato di connivenza con l’ISIS, è sicuramente un’informazione di cui vale la pena disporre.
Di conseguenza, non si capisce proprio dove voglia andare a parare il Consiglio di Stato: prima si dota di uno strumento per disporre di più informazioni, e poi rinuncia?

La tesi non regge
La tesi della rinuncia alla richiesta del casellario per spianare la strada alle trattative con l’Italia, è chiaro, non sta in piedi. Per vari motivi.

Negli ultimi incontri della Deputazione ticinese alle Camere federale con la quasi ex ministra del 4% ed il suo tirapiedi De Watteville, è stato indicato più volte che nelle trattative con l’Italia c’erano tre difficoltà: la richiesta dell’estratto del casellario giudiziale, la richiesta del certificato dei carichi pendenti, e il moltiplicatore d’imposta dei frontalieri. La Consigliera federale non eletta e De Watteville pretendevano addirittura che la deputazione non solo convincesse il governo ticinese a versare regolarmente i ristorni dei frontalieri, ma anche a fare retromarcia sui punti sopra elencati. Dimostrando, peraltro, crassa ignoranza: l’aumento del moltiplicatore è stato votato dal Gran Consiglio e quindi non può essere competenza dell’Esecutivo modificare questa decisione.

I pretesti
Quindi non è togliendo una sola di queste presunte pietre d’inciampo che la strada si spiana. Ma il bello è che non si spianerebbe nemmeno togliendole tutte. Infatti, questi impedimenti sono, semplicemente, dei pretesti. Scuse del Belpaese per non arrivare alla conclusione di accordi per cui non ha più alcun interesse: infatti, ha già ottenuto gratis lo scambio automatico d’informazioni. Quindi, non ha motivi per fare concessioni agli svizzerotti. I quali, grazie alla ministra del 4%, hanno malamente sprecato le carte in loro possesso.

Non possiamo credere che il governo pensi seriamente che la calata di braghe sul certificato dei carichi pendenti possa portare a qualcosa. La situazione ricorda molto da vicino quanto accaduto con la sciagurata decisione di sbloccare i ristorni dei frontalieri quale misura distensiva. La “distensione” non c’è stata. Senonché, una volta mollate le braghe sui ristorni, il Consiglio di Stato non ha più avuto la forza (leggi: le maggioranze) per giungere ad una nuova decisione di blocco. Questo malgrado di motivi per farlo ce ne sarebbero a iosa. Non facciamoci dunque illusioni sul fatto che, in caso di reazione “insoddisfacente” da parte italiana, si potrà fare retromarcia e quindi rimettere in vigore la richiesta del certificato dei carichi penali. Il caso del blocco dei ristorni insegna.

Schiaffi lombardi
Del resto, la reazione insoddisfacente c’è già stata. Il governatore della Lombardia Roberto Maroni, che di leghista non ha proprio nulla, ha (per l’ennesima volta) sputato nella mano ticinese tesa. Non solo ha detto che, in sostanza, della retromarcia compiuta se ne fa un baffo, ma si è anche permesso di tornare a suonare la manfrina dei rapporti di buon vicinato e – massimo della tolla! – di minacciare i ticinesotti: “E’ tempo di deporre le armi e di sviluppare rapporti di buon vicinato. Altrimenti ognuno dovrà assumersi le sue responsabilità…”.
Uhhh, che pagüüüüraaa! Maroni, ma ci sei o ci fai? Si dà il caso che sia l’Italia ad essere inadempiente su tutto nei confronti della Svizzera. Quindi, caro governatore della Lombardia, giò dò dida. Quando il tuo paese avrà fatto i compiti, potrai dire la tua. Prima, puoi solo tacere. E ringraziare il Ticino di esistere almeno tre volte al giorno: mattina, mezzogiorno e sera. Se non ci fosse il Ticino, lo trovi tu un lavoro e uno stipendio a 62’555 frontalieri e a decine di migliaia di padroncini lombardi?

Già solo la reazione di Maroni avrebbe più che giustificato la reintroduzione immediata della misura incautamente sacrificata. Ma purtroppo il Consiglio di Stato ha calato le braghe senza motivo e senza prospettive, toppando alla grande.
Lorenzo Quadri

L’era dei ministri amorfi va chiusa

Consiglio federale: ci vogliono candidati con una linea chiara, come Norman Gobbi

Come è scontato che sia, si discute parecchio dell’elezione del Consigliere federale che prenderà il posto della quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf, che lascia dopo otto anni catastrofici. Non lascia per scelta propria; parte solo perché costretta dagli eventi. Segnatamente dall’esito delle elezioni dello scorso 18 ottobre. Rimediare al danno fatto dalla Consigliera federale non eletta sarà impossibile. Un danno che peraltro la diretta interessata non ha mica fatto da sola: ha trovato deprecabili connivenze. Si tratta di quindi di contenere gli effetti negativi. Operazione che sarà, in ogni caso, tutt’altro che semplice.

Il partito dell’odio
Come noto il Ticino, dopo 16 anni di assenza, è concretamente in corsa con Norman Gobbi, che il gruppo parlamentare UDC ha plebiscitato sul “tricket” lo scorso 20 novembre, dopo una riunione fiume. A provocare il fiume non è stata però la designazione di Gobbi, bensì quella del candidato germanofono: l’ha spuntata, come noto, lo zughese Thomas Aeschi.
I vari organi di stampa, al di qua e al di là del Gottardo, si stanno producendo nell’inevitabile minestrone di commenti, pilotati ed interessati. L’astio nei confronti dell’UDC trasuda da un’informazione in buona parte colonizzata dalla $inistra e da essa strumentalizzata.
Abbiamo visto come un certo lic iur ed il suo partito dell’odio hanno tentato – e ancora tenteranno – di denigrare Gobbi servendosi (proprio loro, i moralisti a senso unico!) dei giornali scandalistici con le donnine biotte. L’elezione di un Consigliere federale non la decide però né il Blick né nessun altro quotidiano: la decide l’Assemblea federale.

Avere una linea è un reato?
Adesso sembra che il fatto che Norman Gobbi abbia una linea, delle idee, e che le faccia valere, sia un problema. Un handicap. Secondo queste teorie, più un candidato è amorfo, gelatinoso e ambiguo, meglio è. In quest’ottica, dunque, il “profilo” ideale per un Consigliere federale sarebbe quello del PPDog Joseph Deiss (qualcuno se lo ricorda ancora?). Purtroppo negli ultimi anni, in cui la Svizzera – per scandalosa debolezza dei suoi rappresentati – ha dovuto subire una rottamazione mai vista prima dei propri punti forza, abbiamo potuto toccare con mano quel che succede quando, per far contenti tutti, si piazzano le sciacquette della politica in posti chiave.

Senza coraggio si fanno danni
Occorre dunque rimettere la chiesa al centro del villaggio. Il candidato dell’UDC è candidato dell’UDC; dunque, deve portare con decisione in governo la linea di questo partito. Che è poi la linea che i votanti svizzeri hanno premiato elettoralmente. Ma è anche la linea che i fatti hanno confermato come quella giusta: ultimi in ordine di tempo, i sanguinosi attentati parigini del terrorismo islamico (sottolineiamo: islamico) che segnano il fallimento totale della multikulturalità e del buonismo bavoso.
E’ chiaro che la linea UDC non potrà mai piacere alla $inistra e agli uregiatti che hanno incadregato Widmer Schlumpf. Ma non è a loro che deve piacere; e non è a loro che bisogna fare concessioni. I candidati dell’UDC non li scelgono gli altri partiti, il cui unico interesse è quello di remare contro.
Le denigrazioni nei confronti di Gobbi e delle sue battaglie sono quindi delle implicite attestazioni di stima. Sono la dimostrazione che il leghista non è un candidato amorfo. E, quindi, che è quello di cui la Svizzera ha bisogno. L’era dei coperchi per tutte le pentole si deve chiudere. Se il parlamento non ha il coraggio di nominare un candidato con una linea chiara, farà solo un regalo alla squallida partitocrazia dei complottucci da corridoio. Ma, soprattutto, farà l’ennesimo danno al paese.
Lorenzo Quadri

9 febbraio: non ci sarà nessuna retromarcia!

La storiella che Blocher avrebbe detto che “bisogna rivotare” è la consueta panna montata

Ma che strano! La stampa di regime non perde un’occasione per montare la panna contro il maledetto voto del 9 febbraio. L’ultima trovata consiste nel mettere in bocca a Christoph Blocher cose che non ha mai detto. Ad esempio, la storiella del “bisogna rifare la votazione del 9 febbraio”. Uella, Blocher come un kompagno Bertoli o una quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf qualunque? Piatto ricco mi ci ficco: ecco dunque lo spunto per costruire l’ennesimo castello di carte (di fregnacce) con l’intenzione di sabotare il “maledetto voto”. Per la serie: se non ci credono più nemmeno i promotori dell’iniziativa, tanto vale…

Nessuna sconfessione
Peccato che le cose stiano diversamente. Blocher non ha affatto sconfessato il voto popolare (ci mancherebbe altro). Ha semplicemente detto che, se c’è un modo diverso per raggiungere il medesimo risultato del nuovo articolo costituzionale – lui non saprebbe indicare quale modo, ma se ci dovesse essere – bisognerebbe giocoforza votare sulla nuova opzione. Questo perché l’articolo 121 a della Costituzione dice altro.
E’ quindi evidente che non si fa alcuna retromarcia. Ed in particolare è evidente che nessuno ha ammesso (?) che il voto popolare è inapplicabile. Questo è solo ciò che vogliono far credere quelli che il voto in questione si rifiutano di applicarlo. Perché “bisogna aprirsi”. Perché anche solo pensare di controllare l’immigrazione è cosa da razzisti e fascisti.

In realtà, controllare l’immigrazione si può eccome. Ed infatti è quello che vuole fare anche la Gran Bretagna. Nelle scorse settimane il primo ministro inglese David Cameron ha infatti trasmesso una letterina agli eurofalliti che ha tutto il sapore di un ultimatum: o aderite alle nostre richieste, o il governo inglese sosterrà il Brexit – cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’UE – nella votazione sul tema che si terrà nel 2017.

Il 9 febbraio deve diventare realtà
Cameron, come figurava le scorse settimane su queste colonne, per sostanziare le sue richieste ha anche indicato alcune cifre. Ad esempio quella relativa al saldo migratorio del Regno Unito. 300mila persone all’anno e questo – precisa il premier – non è sostenibile.

Qui nella testa degli svizzerotti deve cominciare ad accendersi qualche lampadina. Infatti, si dà il caso che nel nostro Paese, che è ben più piccolo della Gran Bretagna (8 milioni di abitanti noi, 64.5 loro) il saldo migratorio (arrivi meno partenze) sia di 80mila persone all’anno. Per trovarsi nella nostra stessa situazione, il Regno Unito dovrebbe avere non già 300mila, ma 650mila nuovi immigrati all’anno.

Qui abbiamo dunque uno Stato fondatore dell’UE sottoposto ad una pressione migratoria che è la metà di quella che dobbiamo subire noi a causa della devastante libera circolazione delle persone, che – nonostante sia messo assai meglio di noi – già chiede contromisure drastiche. Senza contare la questioncella, non proprio marginale, dei frontalieri e dei padroncini. Categorie di migranti giornalieri che non ci risulta esistano in Gran Bretagna ma che aggiungono in Ticino una insostenibile e deleteria pressione al flusso migratorio propriamente detto, che è già spropositato di suo. Quindi vogliamo proprio vedere con che coraggio qualcuno potrebbe negare, all’interno della stessa UE, il diritto della Svizzera in generale (del Ticino in particolare) di tutelarsi da una situazione insostenibile.

Del resto, Bruxelles alla Gran Bretagna di concessioni ne dovrà fare. Non è pensabile per l’UE perdere per strada un membro fondatore. Di conseguenza, di concessioni dovrà farne anche alla Svizzera, che non è nemmeno Stato membro. Questo significa che la libera circolazione senza limiti è finita. E che il 9 febbraio può tranquillamente diventare realtà. Senza bisogno di rivotare su nulla.
Lorenzo Quadri

Adesso è più che mai necessario: STOP alle frontiere spalancate! Premiare chi difende i confini!

L’Ungheria, come noto, costruisce muri sul confine. I kompagni spalancatori di frontiere, invece, vogliono accogliere migranti economici a go-go (il business dell’asilo rende agli amici del partito giusto). E vogliono pure pagare con i soldi del contribuente l’avvocato gratis per tutti i finti rifugiati (i legulei di partito fatturano). Da qui la richiesta del P$$ di sanzioni contro l’Ungheria.
Il kompagno Levrat ha infatti chiesto tramite mozione al Consiglio federale che la Svizzera tagliasse i contributi di coesione agli ungheresi brutti e cattivi. Ma come: i contributi di coesione ai nuovi Stati membri UE non sono stati fortissimamente voluti proprio dai $ocialisti? Ma come: bloccare il versamento dei contributi non era una roba da beceri populisti e razzisti? E invece, adesso ci si mettono anche i kompagni. E mica uno a caso. Non un cane sciolto. Bensì il presidente del partito nazionale (e pure senatore). Morale a due velocità, tanto per cambiare…

Rispetto della legalità?
Davanti a cotanta prodezza non poteva mancare una reazione leghista; nel concreto da parte del sottoscritto. Perché non sta né in cielo né in terra che chi si sciacqua la bocca con il rispetto della legalità (ma solo quando fa comodo), ossia i rossi, poi se ne esca con proposte di sanzioni nei confronti di chi si dà da fare, mettendoci la sua faccia ed i suoi soldi – gli ungheresi appunto – per frenare un’immigrazione che è platealmente illegale. E illegale rimane anche se, secondo la visione di sinistra (diceva un tale: “wer Visionen hat, muss zum Psychiater gehen”), l’immigrazione non può essere illegale per definizione: “dobbiamo aprirci”!

Tagliare a chi?
In sostanza la mozione leghista proponeva di tagliare i contributi di coesione a chi – al contrario dell’Ungheria – non fa il proprio dovere nel fermare il flusso di migranti economici, che non sono affatto in cerca di uno Stato sicuro, ma vogliono proprio raggiungere la “vecchia” UE. Sempre che si tratti solo di migranti economici e non di peggio.
In effetti l’Ungheria, con le sue barriere, difende certo i propri confini. Ma difende anche quelli dello Spazio Schengen, dal momento che coincidono. Quindi, andrebbe ringraziata. Non certo messa all’indice, come invece fanno i buonisti-coglionisti. E purtroppo la Svizzera nel 2005 ha aderito allo Spazio Schengen. Vale la pena ricordare, al proposito e per inciso, che in vista di quella votazione la propaganda di Stato raggiunse livelli scandalosii di menzogna. Perché non rifacciamo quello, di voto, essendo oltretutto passati 10 anni? Altro che rivotare il 9 febbraio…

Terroristi
Naturalmente, come previsto, il Consiglio federale ha respinto le proposte di blocco dei contributi di coesione. Intanto però le barriere sui confini si moltiplicano, e per fortuna. Ma c’è stata anche la strage di Parigi. Si è scoperto che uno dei terroristi era giunto in Francia dopo essersi fatto registrare come richiedente l’asilo in Grecia. Ohibò. Quindi tra i sedicenti rifugiati si nascondono dei terroristi islamici dell’Isis. Ma come: non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista?
Ovviamente, questi terroristi – come ammesso anche dal direttore della Segreteria di Stato della Migrazione Mario Gattiker – non è possibile identificarli.

Non li vogliamo
La conclusione è sempre la stessa: con la devastante politica dell’accoglienza indiscriminata ci siamo – l’Occidente si è – messo in casa, tra l’altro, pure dei delinquenti della peggiore specie. Adesso le frontiere vanno chiuse. E non si tenti – come sta vergognosamente facendo la R$I foraggiata coi nostri soldi – di colpevolizzare l’Europa che non avrebbe integrato sufficientemente. Ma stiamo dando i numeri? E’ l’immigrato che deve integrarsi. E qui c’è gente che rifiuta di proposito di farlo perché ha ben altri piani. Non si può tollerare al nostro interno – e magari addirittura mantenere con soldi pubblici! – chi mira alla distruzione delle nostre libertà, della nostra società, del nostro stile di vita.
I disastri fatti a suon di sciagurate aperture li stiamo adesso toccando con mano. Adesso bisogna chiudere. E fare repulisti. Cominciamo col ritirare i permessi di restare in Svizzera a chi plaude ai macellai di Parigi. Questa gente non la vogliamo.
Lorenzo Quadri

Cassa malati: tentano di fregarci ancora una volta! Noi al “machete” sulle franchigie

Ecco servita l’ultima trovata bernese in materia di premi di cassa malati: il taglio drastico ai risparmi possibili tramite le franchigie alte. La proposta del dipartimento del kompagno Berset ha portato ad una levata di scudi su larga scala. E lo crediamo bene.

Le briciole
Facciamo un passo indietro. Invece di restituire quanto i ticinesi hanno pagato di troppo dal 1996 ad oggi tramite premi gonfiati, si ridanno le briciole. Non solo, ma una ventina di casse malati pretende addirittura di far finanziare i risarcimenti a chi dovrebbe invece beneficiarne. Una presa per i fondelli che manda in frantumi ogni elementare senso di decenza. Le briciole della restituzione si trasformano nelle briciole delle briciole.
Non ancora contenti, adesso si pretende di tagliare su una delle poche possibilità di risparmiare qualche franchetto di cui ancora dispongono gli assicurati del ceto medio, in particolare quelli che hanno la fortuna di godere di buona salute: le franchigie alte, appunto (le altre opzioni sono il cambio di cassa malati e la scelta di formule assicurative particolari).

Circolo vizioso
Non ci vuole la sfera di cristallo per capire che in questo modo si genera un circolo vizioso. Le franchigie alte hanno un effetto responsabilizzante. Dovendo pagare le cure mediche di tasca propria, l’assicurato evita i trattamenti inutili. Così contribuisce a contenere la spesa sanitaria. Ma, se la tanto invocata “responsabilità” non viene più premiata, è evidente che essa finirà con lo sparire. Il meccanismo che si instaura è evidente: “visto che devo comunque pagare, e per di più cifre fuori di cranio, allora non mi faccio alcuno scrupolo a consumare. E quindi vado dal medico per ogni raffreddore. Soprattutto se mi è stata tolta una possibilità di risparmio. Soprattutto se non mi viene restituito ciò che ho pagato in eccesso nel corso degli anni. O devo essere sempre io l’unico pirla…?”. Ecco il genere di ragionamenti che vengono incoraggiati dal dipartimento del kompagno Berset.
E’ davvero il colmo che da un lato si invochi la responsabilizzazione dell’assicurato con l’obiettivo di contenere la crescita dei costi sanitari e dall’altro si decurtino gli incentivi al comportamento responsabile. La contraddizione è manifesta. Ma chi le pensa queste strategie?

Situazioni aberranti
Forse sarebbe invece ora di cominciare a risparmiare dove si può. A partire dall’industria del sociale che fornisce prestazioni a go-go, riconosciute dagli assicuratori malattia, ad ogni genere di migranti economici. Ma anche su situazioni aberranti come quella balzata agli onori (onori si fa per dire) della cronaca nei giorni scorsi. Trattasi della vicenda del copilota dell’Ethiopian Airlines che nel febbraio 2014 dirottò un aereo su Ginevra. L’Etiopia aveva chiesto l’estradizione dell’uomo; ma Berna l’ha rifiutata. Sempre meglio: qui ci sono Stati esteri che chiedono l’estradizione di loro concittadini che commettono reati, e la Svizzera li rifiuta!
Ma il bello deve ancora venire: gli esperti (?) elvetici hanno stabilito che, al momento del dirottamento, il copilota etiope si trovava in paranoia e dunque, già da oltre un anno, hanno ordinato la terapia in un luogo chiuso. La terapia andrà avanti ad oltranza; verosimilmente all’infinito. E con costi stratosferici. A carico del sistema sanitario elvetico. Quindi nostro. Questo perché Berna ha negato l’estradizione.
Mentre succedono cose del genere si pretende di decurtare ai cittadini onesti le possibilità di risparmio sui premi di cassa malati intervenendo col machete sulle franchigie? Qui c’è qualcuno che non ha capito da che parte sorge il sole!
Lorenzo Quadri

Traforo di risanamento del San Gottardo. I contrari perdono pezzi

La votazione sul traforo di risanamento del San Gottardo, in calendario per il febbraio 2016, si avvicina. Il comitato favorevole ha tenuto nei giorni scorsi una conferenza stampa a Berna, in cui si sono espressi rappresentanti provenienti da diversi Cantoni. A dimostrazione che la questione del San Gottardo non è un tema solo ticinese, o ticinese ed urano: è un problema nazionale. E’ dunque molto positivo che ad esprimersi a favore del traforo di risanamento ci fossero anche degli importanti rappresentanti politici della Romandia, che non si trovano sull’asse Nord-Sud, ma che ritengono che il federalismo sia ancora un valore.

Tesi smontata
In rappresentanza del Ticino ha parlato l’ex consigliera di Stato PS Patrizia Pesenti, a dimostrazione che anche a sinistra c’è chi si rende conto dell’improponibilità, per il Ticino, di una chiusura triennale del San Gottardo (del resto esiste anche un comitato di sinistra pro-secondo tubo). Intervistata dal Corriere del Ticino, Pesenti ha smontato con poche semplici parole uno dei grandi teoremi ideologici dei contrari (perché da quelle parti è tutta ideologia): la contrapposizione tra traforo di risanamento ed AlpTransit. Che è poi sempre la solita contrapposizione dei moralisti a senso unico tra automobile “cattiva” e treno “buono”.
In effetti, non fare il traforo di risanamento equivarrebbe a sabotare AlpTransit, dal momento che la nuova capacità di trasbordo a disposizione verrebbe consumata dal traffico che passa sotto il Gottardo.

La favoletta
La realtà è che i contrari al raddoppio, per motivi ideologici (nella strada cattiva non si investe) se ne infischiano di creare un danno enorme al Ticino. E se ne infischiano anche della sicurezza, che può essere garantita solo separando le corsie per senso di marcia. Proprio quella stessa sicurezza con cui i rosso-verdi si riempiono la bocca a iosa, ma solo quando si tratta di strumentalizzarla come pretesto per mazzuolare ulteriormente gli automobilisti. Essendo consapevoli della plateale incoerenza tentano adesso di uscire dal pantano inventandosi astruse favolette su guardrail retrattili all’interno del tunnel bidirezionale.

Mendrisiotto?
Nemmeno la strumentalizzazione del collasso viario del Mendrisiotto porta lontano. Perché il traforo di risanamento non provocherà un aumento di traffico: le corsie aperte al transito rimarranno una sola per senso di marcia. Però in due tunnel separati. Il tracollo viario nel Mendriosotto, nel caso qualcuno non se ne fosse ancora accorto, è provocato da veicoli con targa azzurra. A spalancare le porte all’invasione di frontalieri e padroncini sono stati in prima linea proprio i kompagni, che si oppongono al traforo di risanamento.
Ma questa settimana quelli che vogliono isolare il Ticino dal resto della Svizzera per tre anni e mantenere sotto il Gottardo una trappola mortale di 17 km hanno dovuto incassare un’altra scoppola: la defezione del clown Dimitri, passato dalla parte dei favorevoli del secondo traforo. Tradimento! E sì che il pagliaccio di Verscio è “uno dei loro” fino al midollo! I ranghi si assottigliano…
Lorenzo Quadri

Le chance di Norman Gobbi, e quindi del Ticino, sono buone: forza! Consiglio federale: habemus tricket!

Habemus Tricket. Con Norman Gobbi. Alla fine, dopo la riunione fiume di venerdì, il gruppo parlamentare democentrista alle Camere federali ha partorito i tre candidati per il tricket trilingue da sottoporre all’Assemblea federale il prossimo 9 dicembre, quando si tratterà di nominare il successore della quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf.
E sul “tricket” c’è anche Gobbi, in rappresentanza della Svizzera italiana. I “compagni di viaggio” sono, come noto, Guy Parmelin per la Romandia e Thomas Aeschi per la Svizzera tedesca.

Chance concreta
Il Ticino ha dunque una concreta chance di rientrare in Consiglio federale, dove manca da 16 anni. 16 anni in cui la situazione in questo sempre meno ridente Cantone si è nettamente degradata, sia dal profilo occupazionale che da quello della sicurezza. Principale responsabile: la devastante libera circolazione delle persone. In questi anni cruciali il Ticino non era rappresentato nella stanza dei bottoni a Berna. In Consiglio federale hanno trovato comodo, fin troppo comodo, dar retta alle squinternate – ed interessate – tesi secondo cui “tout va bien, Madame la Marquise”.
Grazie alla buona collaborazione tra Lega ed Udc questa situazione estremamente svantaggiosa per noi potrebbe finalmente cambiare. L’Udc, che è il primo partito svizzero, ha riconosciuto che il Ticino è il Cantone che si trova nella situazione più difficile di tutti. Ed ha pure riconosciuto il diritto della Svizzera italiana ad essere rappresentata in Consiglio federale, come peraltro prevede la Costituzione.

Altro che “boutade”!
Il Tricket, per quanto sostenuto dalla presidenza, non era acquisito in partenza. C’è chi aveva altre idee. Ad esempio, sì alla presentazione di tre candidati, ma senza quote linguistiche. Altra proposta è stata quella del “quadricket” ossia un ticket con quattro posti, uno per un ticinese, uno per un romando, e due per due svizzeri tedeschi. Quest’ultima variante avrebbe però implicitamente significato che le tre regioni linguistico-culturali della Svizzera non hanno, tra loro, pari dignità.
Alla fine il tricket è stato accolto con una robusta maggioranza. E questo è il primo segnale importante. Gobbi ha incassato un ottimo risultato nella votazione del gruppo e questo, chiaramente, è un ottimo auspicio. Il gruppo Udc, dunque, sostiene la candidatura Gobbi.
Alla faccia di chi diceva che si trattava di una “boutade”. Di una manovra diversiva in vista della votazione del ballottaggio per gli Stati, che si sarebbe sgonfiata subito dopo. Tali tesi sono l’ennesimo tentativo di onanismo mentale di chi rifiuta di accettare l’ipotesi che un odiato leghista potesse essere candidato ufficiale al Consiglio federale. Ed invece è proprio così. Chissà quanta bile sta travasando un certo lic iur… E’ evidente che la campagna di denigrazione e di odio, orchestrata da lui e dai suoi amichetti con la morale a senso unico, non ha sortito alcun effetto. Il fatto che Gobbi sia stato attaccato dalla stampa svizzero tedesca dimostra peraltro che la candidatura è solida e credibile. D’altra parte, la seduta di designazione dei candidati ufficiali è durata parecchio di più del previsto: inizialmente la fine della riunione di venerdì era stata agendata per le 17.30, poi spostata alle 18.15. E’ finita alle 19.30. Le lunghe discussioni dimostrano che nulla era scontato.

Non conta solo la provenienza
Alla fine, con voto unanime, il gruppo Udc ha ancora confermato il tricket con l’impegno esplicito a sostenere queste tre candidature. L’assemblea federale il 9 dicembre ha dunque la possibilità di scegliere tra Gobbi, Aeschi e Parmelin il secondo consigliere federale Udc. Venisse eletto qualcun altro, non sarebbe il Consigliere federale dell’Udc bensì quello degli altri partiti. Sarebbe quindi un nuovo caso Widmer Schlumpf. Le chance Norman e del Ticino sono dunque buone. Gobbi non è sostenuto solo perché ticinese: sarebbe riduttivo. Il gruppo Udc l’ha appoggiato massicciamente, nella convinzione che possa essere un buon Consigliere federale. Che, tra l’altro, sosterrà incondizionatamente il 9 febbraio.
Lorenzo Quadri

La Lega non ha un Consigliere agli Stati, però ha un “cavallo di razza” in più. La tremarella dei partiti $torici

Le urne sono chiuse ed il popolo ticinese ha designato i propri Consiglieri agli Stati. Prendiamo atto che il 70% dei ticinesi continua a non essere rappresentato alla Camera dei Cantoni. E’ evidente e confermato da fonti stesse del PS che c’è stato il “soccorso rosso” a sostegno di Fabio Abate.
Nelle elezioni o si è eletti o si è trombati: il resto, come diceva qualcuno, “è poesia”.
Tuttavia il candidato di Lega-Udc Battista Ghiggia, sceso in campo da neofita della politica, ha portato a casa un risultato strepitoso. In effetti, il “colpaccio” è stato mancato davvero di poco. Era scontato? Certamente no. Non basta trovarsi sul carro giusto; specialmente in un’elezione come quella degli Stati, incentrata più sulle persone che sui partiti.

L’unico ad aumentare
Due cose sono degne di nota. La prima: le distanze tra i primi tre classificati il 15 novembre sono veramente esigue. Il tutto si gioca su meno di 2000 voti. La seconda: Ghiggia è stato l’unico candidato ad aver aumentato i propri consensi tra il primo ed il secondo turno. Tutti gli altri hanno perso; soprattutto i due uscenti. Segno che il candidato di Lega-Udc ha saputo farsi apprezzare dai ticinesi, nell’arco di poco tempo. Magari con un paio di settimane di campagna in più l’avrebbe spuntata su Abate?
Domenica la Lega non ha ottenuto un seggio alla Camera alta; però ha “scoperto”, se così si può dire, un nuovo talento politico nella persona di Battista Ghiggia. Se il capitale di un partito sono le sue “risorse umane”, allora il nostro Movimento ha sicuramente vinto anche la scorsa domenica; non solo il 18 ottobre. Altro che “la Lega non ha gli uomini”!

Del resto la preoccupazione (fifa) di liblab e PPDog è palpabile. E si è tradotta nelle avances di Cattaneo agli uregiatti: “collaboriamo più strettamente” sottointeso: “per mantenere le cadreghe”.

In Consiglio federale
La nuova Deputazione ticinese alle Camere federali è al completo e si insedierà ufficialmente il prossimo 30 di novembre. Sappiamo, lo abbiamo detto e scritto a più riprese le scorse settimane, che la prossima legislatura sarà costellata di appuntamenti importanti. Il primo sarà già il prossimo 9 dicembre. Il Ticino ha la grandissima opportunità di tornare in Consiglio federale con Norman Gobbi. E’ chiaro che vogliamo proprio vedere come voterà la deputazione ticinese. Qualcuno, ad esempio un neo-rieletto senatore a caso, dovrà già cominciare a restituire favori ai kompagni?

Libera circolazione
E, naturalmente, c’è il grandissimo nodo dei rapporti con l’UE. Il Consiglio federale ha di recente annunciato che entro marzo formulerà la sua proposta d’attuazione del voto del 9 febbraio. Qui i conti non tornano. Ancora meno tornano i tempi. In marzo saranno già passati più di due anni dal “maledetto voto”. In questi due anni Berna ha fatto melina. Arrivare in marzo con la proposta governativa significa non avere più tempo per seguire un iter parlamentare, e quindi procedere in via d’ordinanza. Si sente puzza di fregatura lontani un miglio.

A dover vigilare, facendo anche “casotto” se necessario, dovrà essere in particolare il Ticino. Il nostro Cantone non può evidentemente accettare che il nuovo articolo costituzionale “contro l’immigrazione di massa” venga aggirato. La Gran Bretagna, con i suoi sacrosanti ultimatum, ha messo il punto finale alla devastante libera circolazione delle persone senza limiti. Hai voglia, adesso, a strillare ai “principi inderogabili”, vero funzionarietti di Bruxelles!
La disunione europea ha completamente fallito nella gestione del caos migranti. La truffa della multikulturalità, cavallo di battaglia degli spalancatori di frontiere, è crollata di schianto a Parigi. Bruxelles non ha frecce al proprio arco. Non sapere cogliere il momento a noi favorevole sarebbe scandaloso.
Lorenzo Quadri

Grazie Londra! Con l’ultimatum britannico agli eurobalivi. La libera circolazione è FINITA!

A Bruxelles dovranno adeguarsi alle richieste inglesi, e, di conseguenza, dovranno riconoscere anche il 9 febbraio. Altro che “rifare la votazione”!
Questa è sicuramente una bella notizia: gli eurofalliti si sono beccati una sonora legnata sui denti in arrivo da Londra. La Gran Bretagna, Stato membro e fondatore dell’Unione europea vuole – orrore! – limitazioni alla devastante libera circolazione delle persone. Il primo ministro inglese David Cameron ha scritto ai balivi di Bruxelles. E le condizioni sono chiare: o l’UE entra nel merito delle proposte inglesi, o l’uscita della Gran Bretagna dalla disunione europea diventa uno scenario sempre più realistico e sostenuto dal governo stesso nell’ambito della votazione sul Brexit prevista per il 2017.
Al centro della lettera di Cameron c’è il problema dell’immigrazione fuori controllo. Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista? E’ interessante a questo proposito leggere alcuni passaggi dello scritto in questione. Frasi che naturalmente, alle nostre latitudini, la stampa di regime ha pensato bene di non riportare: chissà come mai? (o vuoi vedere che nessuno dei boriosi commentatori pseudointellettuali e spalancatori di frontiere sa abbastanza l’inglese per leggere il testo originale?).

Situazione insostenibile
Scrive Cameron: “la nostra popolazione (britannica) raggiungerà i 70 milioni di abitanti nei prossimi decenni e si prevede che diventeremo il paese più popoloso dell’UE nel 2050. Contemporaneamente, il nostro saldo migratorio è di 300mila persone all’anno. Questo non è sostenibile (is not sustainable)”.
Ohibò. L’Inghilterra ha circa 64.5 milioni di abitanti, e reputa non sostenibile un saldo migratorio di 300mila persone all’anno. Parola di Stato membro UE. E allora, cosa dovrebbe dire la Svizzera che ha 8 milioni di abitanti ed un saldo migratorio (arrivi meno partenze) di 80mila persone all’anno (a cui vanno ancora aggiunti i sedicenti rifugiati)?
Le proporzioni sono presto fatte. La Gran Bretagna, per essere nelle stesse condizioni del nostro Paese, dovrebbe ritrovarsi con un saldo migratorio di 650mila persone all’anno. Ne ha meno della metà. E già lo considera “non sostenibile”. Ne consegue che la Svizzera, secondo i criteri del buon Cameron, sarebbe più che legittimata a costruire un bel muro sul confine.

Immigrazione fuori controllo
Ma c’è di più: i flussi migratori all’interno della disunione europea, scrive ancora il premier britannico, sono attualmente molto elevati, “non sono stati pianificati e sono molto più alti delle previsioni – assai più alti di quanto i padri fondatori dell’UE avessero mai prospettato” (“These have been unplanned and are much higher than forecast – far higher than anything the EU’s founding fathers ever envisaged”). Traduzione: l’immigrazione all’interno della stessa UE – non stiamo dunque parlando del caos asilanti – è fuori controllo! Ma come, non dovevano essere tutte balle populiste e razziste?

Il governo inglese chiede quindi che la libera circolazione delle persone non si applichi ai nuovi Stati membri UE fino a quando le loro economie non si saranno avvicinate molto di più (?) a quelle degli Stati già presenti nell’Unione. Ovvero: ai nuovi membri la libera circolazione non si applicherà praticamente mai. Come è giusto che sia. Tale libertà è infatti sostenibile solo tra economie simili. Quando invece le differenze di velocità sono forti, essa si trasforma in catastrofica immigrazione di massa. Lo tocchiamo con mano in Ticino con l’invasione di frontalieri e padroncini. E per prevedere simili fenomeni non serve né il Mago Otelma e nemmeno un Nobel per l’economia.

4 anni prima di ricevere sussidi
Bisogna quindi, prosegue Cameron, frenare gli abusi nella libera circolazione delle persone. E soprattutto bisogna frenare l’immigrazione nello Stato sociale. Da qui la proposta “shock”: prima di poter accedere alle prestazioni sociali finanziate dai contribuenti inglesi, gli immigrati devono aver lavorato nel paese per almeno quattro anni. Apperò. La Svizzera non è per fortuna membro della fallimentare Unione europea. Però l’immigrato UE può mettersi a carico del nostro Stato sociale potenzialmente già il giorno dopo l’arrivo. Esemplari e numerosi i casi di immigrati che arrivano in Svizzera con contratti di lavoro farlocchi, ottengono il permesso B, dopo pochi giorni o settimane il contratto di lavoro viene “misteriosamente” rescisso, ed il titolare del permesso B si mette in disoccupazione prima ed in assistenza poi.

Legislazione comunitaria
Cameron tematizza poi la questione della mancanza di legittimazione democratica dell’UE: gruppi di parlamenti nazionali devono poter bloccare la legislazione comunitaria sgradita. Invece in Svizzera c’è il ministro degli Esteri PLR, Didier “Dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèèr, che vuole la ripresa “dinamica”, ossia automatica, del diritto degli eurofalliti in Svizzera. Il che significa svendita della nostra sovranità.

Adesso ridiamo
Adesso sì che ci sarà da ridere. Qui c’è uno Stato fondatore dell’UE che vuole contingentare l’immigrazione e limitare la libera circolazione delle persone (altro che “principio non negoziabile”). Che è poi quanto ha votato il popolo svizzero un anno e 8 mesi fa. Adesso vogliamo vederli, gli starnazzanti nemici della Svizzera, quelli che credono di poterci imporre di tutto e di più perché finora il Consiglio federale ha sempre calato le braghe davanti all’UE, a gestire una simile questioncella. Anche se a Bruxelles c’è già chi si produce in dichiarazioni velleitarie del tipo “nessuno implorerà Londra di restare”, la realtà è ben diversa. L’UE dovrà adeguarsi e scendere a patti. Ciò significa che la libera circolazione senza limiti è FINITA. Sepolta. Fertig. Gli spalancatori di frontiere lo sanno: da qui le loro reazioni isteriche. E, come gli eurofalliti dovranno accettare le condizioni inglesi, allo stesso modo dovranno mandar giù il nostro voto del 9 febbraio ed i contingenti svizzeri. Altro che “bisogna rifare la votazione”!
Lorenzo Quadri

Frontalieri, sostituzione e dumping salariale. A Berna si scopre l’acqua calda

Ma, tra le pieghe delle ovvietà, si nascondono le ammissioni implicite

Ma noo, ma chi l’avrebbe mai detto? Il Consiglio federale si è accorto che i frontalieri prendono meno degli svizzeri. A cosa è dovuta la differenza salariale? Nella sua risposta ad un’interpellanza del PLR Cassis, il governo si esprime così: “il divario non è riconducibile a fattori decisivi per la determinazione dei salari, quali il livello formativo, la professione, il settore economico, l’esperienza professionale, eccetera, ma testimonia piuttosto del fatto che i frontalieri che lavorano in Ticino sono generalmente disposti ad accettare salari inferiori rispetto ai domiciliati con le stesse caratteristiche”.
E perché i frontalieri sono disposti ad accettare salari inferiori rispetto ai domiciliati con le stesse caratteristiche? A causa del costo della vita, decisamente inferiore in Italia.

Tutto scontato?
Si tratta della scoperta dell’acqua calda? In un certo sì. Che queste considerazioni, per noi ovvie, vengano fatte dal Consiglio federale, non era comunque scontato. Ma non è solo questo. Per quanto possa sembrare la famosa decima fetta di polenta, la posizione governativa è comunque la smentita degli studi farlocchi dello SECO, ma anche e soprattutto dell’IRE. Di quegli studi, cioè, che sono fatti con il preciso scopo di dire che in regime di libera circolazione senza limiti “l’è tüt a posct”.

Infatti:
1) Il Consiglio federale ammette che i frontalieri hanno lo stesso profilo dei residenti. A questa conclusione giungeva peraltro già uno studio realizzato un paio d’anni fa dall’ufficio di statistica. Se i frontalieri hanno lo stesso profilo dei residenti, vuol dire che essi non colmano affatto una lacuna nell’offerta di manodopera locale. Semplicemente si sovrappongono a quella residente già presente. E, visto che possono essere pagati meno, la soppiantano. Ecco dunque l’ammissione, da parte del Consiglio federale, che la sostituzione esiste eccome: alla faccia dello studio farlocco dell’IRE!
2) Se i profili dei frontalieri e dei residenti, come emergeva già dall’indagine dell’Ufficio di statistica, sono sempre più simili, vuol dire che la storiella dei “profili” residenti che non si trovano è una panzana. Conseguenza: i frontalieri stanno colonizzando quei settori che, prima della libera circolazione delle persone, erano appannaggio dei ticinesi. Perché, per citare il Consiglio federale “hanno le stesse caratteristiche” ma “sono disposti ad accettare salari inferiori”.
3) Se i frontalieri accettano salari inferiori, vuol dire che sono causa di dumping. Il dumping è certamente qualcosa di negativo che va risolto. Però il Consiglio federale, che riconosce l’esistenza del fenomeno (dopo la decima fetta) invece di risolvere il problema lo aggrava. Lo aggrava con il delirante progetto di riconoscere ai frontalieri le stesse deduzioni fiscali che valgono per i residenti. Quindi, il Consiglio federale deve ritirare questo balordo progetto che oltretutto nuocerebbe anche alle casse pubbliche ticinesi. Questo sempre meno ridente Cantone dovrebbe infatti assumere nuovi tassatori per calcolare le deduzioni dei frontalieri – quindi per fare entrare meno soldi nell’erario. Tale delirante proposta è l’ennesimo regalo che la quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf ha fatto al Ticino.

I disastri
Eccoli qui, racchiusi in uno scritto del Consiglio federale tutto sommato ovvio, i disastri provocati dall’invasione del frontalierato Alla faccia dello studio dell’IRE. Il problema è quello evidenziato anche dal premier britannico nel suo ultimatum agli eurofalliti – e, molti anni prima, dalla Lega -: se le condizioni economiche tra due paesi sono troppo diverse la libera circolazione delle persone si trasforma in un disastro. Tra Svizzera ed Italia le condizioni sono, senza dubbio, troppo diverse. Per cui, ci vogliono i contingentamenti. E’ una considerazione ovvia. Almeno quanto la risposta del Consiglio federale all’interpellanza Cassis. Tutto il resto – a partire dagli studi farlocchi dell’ IRE e dalle dichiarazioni delle dirigenti targate PLR che si vantano sul giornale di partito di avere il 90% di dirigenti frontalieri – è foffa.
Lorenzo Quadri

Tutti a firmare il referendum contro l’ultima riforma (?) dell’asilo. Il fallimento epocale delle frontiere spalancate

Il caos migranti continua, ad ulteriore dimostrazione dell’incapacità e dell’ormai totale inutilità dell’Unione europea. Chi vuole tutelarsi lo fa costruendo muri o recinti. Proprio come i vituperati ungheresi. Certo, è chiaro che agli spalancatori di frontiere queste iniziative non possono che andare per traverso. Sono la dimostrazione, tangibile, del completo fallimento della loro politica. Non a caso in sempre più Stati UE vincono le elezioni i partiti ed i movimenti antieuropeisti.
Confrontati con il proprio epocale flop, i signori del “dobbiamo aprirci, via le frontiere” sanno solo invocare il mantra, sempre più isterico, dell’internazionalismo come “conquista”. L’immigrazione scriteriata è “una conquista”. Le frontiere spalancate alla delinquenza d’importazione sono “una conquista”. E, soprattutto, la rinuncia a difendere i propri confini – e quindi il proprio mercato del lavoro, il proprio benessere, la propria sicurezza – è “una conquista”. Perché? Perché sì. Perché lo dicono loro, i politikamente korretti. Quelli che si sono autoattribuiti, senza averne alcun titolo, la facoltà esclusiva di decidere ciò che è buono e giusto (loro) e ciò che invece è bieco populismo e razzismo ( gli altri).

Slogan moraleggianti
“La crisi migratoria non si risolve con i muri”: eccolo qua, il nuovo slogan moraleggiante dei politikamente korretti da tre e una cicca. Loro, però, non hanno alcuna soluzione alternativa ai muri. Nemmeno possono averla, una soluzione: loro, infatti, sono il problema. Non si sono mai chiesti perché fiumane di migranti economici vogliono raggiungere ad ogni costo i paesi più “ricchi” (se così si può dire) dell’UE? Questi finti rifugiati, quasi tutti giovani uomini soli, non scappano da nessuna guerra. Non sono alla ricerca di un paese in pace. Sennò si fermerebbero in uno dei numerosi Stati sicuri che attraversano prima di raggiungere la vecchia UE. Del resto in Svizzera quest’anno il 40% delle domande d’asilo è stata depositata da eritrei, mentre solo il 6% da siriani.

Immigrazione di massa
Signori buonisti del piffero, questa è una catastrofica immigrazione di massa. Un fenomeno che qualche aquila, anche alle nostre latitudini, ha pensato bene di relativizzare, sostenendo che – udite udite – la storia ne ha conosciute altre. Certo che ne ha conosciute altre. Ad esempio le invasioni barbariche, ma guarda un po’… Le aquile di cui sopra si dimenticano però di far notare che tali migrazioni di popoli non sono mai state pacifiche. E allora cosa vogliamo fare, subire passivamente perché costruire muri e barriere non è polikamente korretto? Apperò! Altra domandina facile facile: è forse morale ed etico incoraggiare lo spopolamento di intere nazioni africane, privandole così di qualsiasi futuro?

Nuovo flop
L’Unione europea, nella gestione del caos migratorio, ha registrato l’ennesimo flop. Nessuno, peraltro, ne è sorpreso. Il programma di ricollocamento negli Stati membri dei finti asilanti arrivati in Italia è fallito “dans l’espace d’un matin”: costi stratosferici, risultati ridicoli. E anche l’Austria ha annunciato UN MURO sul confine con la Slovenia.
L’ex primo ministro australiano Tony Abbott in merito alla politica – o piuttosto: alla non politica – migratoria europea ha dal canto suo parlato di “errore epocale”. L’Australia intercetta i barconi e li riporta da dove sono salpati. A ciò aggiunge una politica fortemente dissuasiva.
L’UE, invece, si ritrova con i demenziali inviti dell’ “Anghela” Merkel a “venire tutti”. E con un’eurocommissaria velina di Renzi che dice: “nessun migrante verrà rimandato indietro contro la sua volontà”.

La riforma toppata
Proprio nel momento in cui bisogna chiudere le porte d’accesso e mettere la parola fine agli abusi nel diritto d’asilo – il cui scopo è la protezione dai conflitti e non l’immigrazione economica scriteriata – ti pareva se la maggioranza politica svizzera non andava nella direzione opposta. L’ultima revisione del diritto d’asilo, infatti, è ben lungi dall’essere restrittiva: in caso contrario, i kompagni l’avrebbero referendata. Questa revisione, l’ennesima, non fa che aumentare l’attrattività della Svizzera quale destinazione per finti rifugiati. Infatti conferisce loro nuovi diritti. Contemporaneamente, però, ne toglie ai cittadini elvetici.
Agli asilanti viene infatti concesso l’avvocato gratis: non l’hanno nemmeno gli svizzeri, se non a determinate condizioni. E’ evidente che la conseguenza di questa nuova facoltà sarebbe l’esplosione dei ricorsi – e delle spese legali a carico del contribuente. E nell’attesa (aspetta e spera) che la fiumana di ricorsi pretestuosi venga evasa, i richiedenti l’asilo resterebbero sul nostro territorio.

Avanti con le firme!
Lo capisce anche “quello che mena il gesso”: un simile sistema non può che portare all’aumento massiccio degli asilanti. Sicché quelli del “venite tutti” hanno pensato bene di tutelarsi. Hanno infatti decurtato i diritti di cittadini, Comuni e Cantoni di opporsi all’improvvisata realizzazione – sul loro territorio, rispettivamente di fianco a casa loro – di centri d’accoglienza da parte della Confederazione.
E’ il mondo che gira al contrario: invece di far rispettare la legge – che non ci risulta valga solo per gli automobilisti e per i contribuenti, vero kompagna Sommaruga? – si puntella ulteriormente l’illegalità. Questa riforma dell’asilo va spazzata via. Udc e Lega hanno lanciato il referendum. Firmiamolo tutti!
Lorenzo Quadri

Iniziativa del vicolo cieco ufficialmente riuscita. Ma i sabotatori non andranno lontano

Un nuovo voto sulla libera circolazione asfalterebbe gli spalancatori di frontiere

L’iniziativa del vicolo cieco, quella che vuole cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio e quindi la volontà del 70% dei ticinesi, è dunque ufficialmente riuscita. Non è certo una sorpresa, e nemmeno è motivo di vanto per i promotori: è facile raccogliere le firme con i soldi del miliardario residente negli USA (dove paga le tasse costui, sempre che le paghi?). Da notare che i promotori di questa iniziativa sono gli stessi che, spinti da un incontenibile odio e da un’altrettanto incontenibile smania di apparire, vogliono sabotare la candidatura ticinese al Consiglio federale: la fazione dell’odio, ammantata di moralismo a senso unico, è sempre contro il Ticino ed i ticinesi. E’ quella fazione estremista che si riempie la bocca con concetti politikamente korretti come “il valore della diversità” ma poi fa sfoggio della più talebana intolleranza nei confronti di chi la pensa diversamente.

Iniziativa contro il Ticino
L’iniziativa del vicolo cieco è quindi un’iniziativa contro il Ticino. Ma il suo obiettivo, come già scritto su queste colonne, non può essere tanto il ri-voto sul 9 febbraio, che si terrà, se del caso, in un indeterminato futuro. Si spera che i signori del vicolo cieco non siano accecati al punto da non rendersi conto che un secondo voto popolare sulla devastante libera circolazione senza limiti non farebbe che confermare il primo. Di conseguenza, lo strasussidiato pagliaccio Dimitri, il lic iur Bernasconi e compagnia brutta verranno asfaltati ancora una volta.
Su quanto poi sia etico e morale cominciare a raccogliere le firme contro un voto popolare sgradito praticamente il giorno dopo la chiusura delle urne si potrebbe disquisire a lungo, nevvero autocertificati paladini della morale, naturalmente a senso unico?

Frontiere spalancate
L’obiettivo dell’iniziativa del vicolo cieco non può dunque essere la chiamata alle urne. L’obiettivo può essere solo il sabotaggio. Ovvero, trasmettere agli eurobalivi l’immagine di un paese che non crede più al 9 febbraio. Di un paese che al primo njet di funzionarietti europei non eletti da nessuno (in genere trattasi di scartine o trombati dei governi degli Stati membri) si ritira con la coda tra le gambe. Purtroppo per gli aspiranti sabotatori, però, la volontà popolare è solo una: quella espressa un anno e nove mesi fa. E peccato anche che la Gran Bretagna, con il suo ultimatum agli eurofalliti, ci abbia dato un bel colpo di mano. Londra non vuole più la libera circolazione delle persone senza limiti e l’immigrazione fuori controllo. Bruxelles dovrà piegarsi. E, di conseguenza, dovrà riconoscere anche il voto elvetico. La libera circolazione delle persone è al capolinea. E l’agitazione isterica degli ideologi delle frontiere spalancate lo certifica.
Lorenzo Quadri

Pensiamo anche agli automobilisti!

Consiglio degli Stati: c’è ancora qualche ora di tempo per votare l’esponente di Lega/Udc, Battista Ghiggia
Mancano solo poche ore alla chiusura delle urne. Per chi non l’avesse ancora fatto, c’è un’ultima occasione per votare Battista Ghiggia (crocetta nell’apposita casella di fianco al nome: niente cancellature o raddoppi, altrimenti la scheda è nulla).
L’attuale composizione del Consiglio degli Stati, come abbiamo avuto modo di ripetere in più occasioni nelle scorse settimane, non rispecchia la volontà della maggioranza ticinese su temi fondamentali come i rapporti con la fallita UE, l’immigrazione, l’espulsione dei delinquenti stranieri, il contingentamento dei frontalieri, e via elencando. Si tratta di questioni della massima importanza. Non certo di pippe mentali. Con evidenti conseguenze pratiche. Vedi l’omicidio di via Odescalchi a Chiasso, commesso da pregiudicati stranieri che, se la volontà del popolo fosse stata eseguita, sarebbero già stati espulsi dalla Svizzera da un pezzo. Invece le votazioni popolari non vengono applicate. Non sia mai che i padroni di Bruxelles se la prendano a male! Sicché a Berna si fa melina, i delinquenti stranieri ce li teniamo sul territorio e poi, ma chi l’avrebbe mai detto, ci scappa il morto.

Invasione da sud
Sul mercato del lavoro ticinese devastato dall’invasione da sud non c’è bisogno di aggiungere molto altro. Anche se c’è chi, corresponsabile del danno (PLR) poi commissiona studi farlocchi ai suoi addentellati dell’IRE per farsi dire che “l’ è tüt posct”. All’IRE, tanto per essere sicuri che l’esito dello studio fosse quello voluto, l’hanno pure fatto realizzare ad un frontaliere (ma come: in tanti anni l’IRE non è stata in grado di formare un ricercatore ticinese? Oppure la prima a praticare la sostituzione è proprio l’IRE, che poi fa le indagini pilotate per negare l’evidenza?).
E chi scende in campo, lancia in resta, a difendere l’indifendibile? Ma naturalmente chi ha pilotato lo studio: ossia il PLR. L’esito è stato addirittura grottesco: vedi l’imprenditrice dell’ex partitone che si vanta pubblicamente, dalle colonne del bollettino di partito, che nell’azienda da lei diretta il 90% dei dipendenti sono frontalieri.
Ma anche altri alti esponenti liblab sono giunti a soccorso dello studio IRE. Perché è scientificamente valido? No di certo: ed infatti la SUPSI l’ha demolito proprio dal punto di vista metodologico. La levata di scudi liblab è giustificata semplicemente dal fatto che lo studio diceva quello che il PLR voleva sentirsi dire. Questo è importante sottolinearlo. Perché gli elettori di questo sempre meno ridente Cantone devono essere in chiaro sulle posizioni che vanno a sostenere a Berna, se eletti, gli esponenti dei partiti $torici.
Non sta quindi né in cielo né in terra che, alla Camera dei Cantoni, su due rappresentanti del Ticino non ce ne sia uno che sostenga la posizione della maggioranza dei ticinesi su temi fondamentali come quelli indicati sopra.

Il bidone Via Sicura
C’è però anche un altro motivo per votare Ghiggia, ed è la sua posizione contraria all’immondo programma Via Sicura: una ciofeca giuridica a seguito della quale un eccesso di velocità senza alcuna conseguenza pratica viene punito più duramente di una rapina.
Il bidone Via Sicura è il coronamento della persecuzione e della criminalizzazione dell’automobilista.
E’ il colmo: nei confronti dei delinquenti trionfa il buonismo ed il garantismo, quelli stranieri nemmeno vengono espulsi e mandati a scontare la pena nelle patrie galere, sicché se la ridono a bocca larga di quanto sono fessi gli svizzerotti… Per quel che riguarda il settore dell’asilo, poi, l’illegalità è la regola: regola propagandata a suon di ricatti morali da parte degli stessi che però, quando si tratta di automobilisti, esigono il massimo rigore. Perché, come sempre, vige il sistema dei due pesi e delle due misure.
A dimostrazione di come Via Sicura sia un grottesco fallimento su tutta la linea, il fatto che, in base alla sue disposizioni, un poliziotto che insegue in macchina un malvivente, infrangendo i limiti di velocità, va in prigione.

Vale già il voto
Via Sicura è dunque un esempio concreto di quello che succede quando gli isterismi politikamente korretti si trasformano in legge. Via Sicura sta rovinando la vita di automobilisti che non hanno nulla da spartire con i pirati della strada: pirata della strada è infatti chi, dopo aver provocato un incidente, si dilegua senza prestare soccorso. La sta rovinando nel senso letterale del termine: mesi di revoca della patente possono significare la perdita dell’impiego. Il che, con il mercato del lavoro invaso da frontalieri e padroncini – grazie a chi ha spalancato le frontiere: e, ma tu guarda i casi della vita, si tratta sempre dei supporter di Via Sicura – può facilmente portare all’assistenza.
La volontà del candidato di Lega-Udc Battista Ghiggia di combattere l’aberrante criminalizzazione degli automobilisti vale già da sola la crocetta sulla scheda di voto.
Lorenzo Quadri

Assalto islamista a Parigi. La catastrofe del multikulti! La Francia ha chiuso le frontiere: e noi cosa aspettiamo?

126 morti e 200 feriti. Il bilancio dell’attentato multiplo che ha insanguinato Parigi lo scorso venerdì 13 è allucinante. L’Europa ha avuto il suo 11 settembre. E non sarà nemmeno l’ultimo. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis. I responsabili sono terroristi islamici. Sottolineiamo: islamici. Per cui, è perfettamente inutile, e oltremodo squallido, che i buonisti multikulti spalancatori di frontiere si arrampichino sui vetri per mascherare lo sconveniente aggettivo “islamico”. Sconveniente perché dimostra – e nel peggiore dei modi possibile – che chi condannava la panzana buonista del multikulti e predicava lo stop all’immigrazione scriteriata aveva ragione.

Vivere nella paura
La mattanza di venerdì è ben diversa da quella al Charlie Hebdo. E non solo per i numeri. A cadere sotto i colpi dei fanatici macellai islamici non sono state persone che potessero avere una qualche colpa agli occhi di estremisti musulmani. Non avevano insultato alcun profeta. Si trovavano solo nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. E’ assai probabile tra le vittime ci siano anche degli islamici; ma evidentemente vengono ritenuti sacrificabili. Un “danno collaterale” nell’interesse superiore della guerra contro l’Occidente.
Una guerra di conquista, che vuole distruggere, oltre al maggior numero possibile di “infedeli”, anche la nostra società, i nostri valori, il nostro stile di vita, le nostre libertà. Vuole costringerci a vivere nella paura. La macelleria non è selettiva. Può colpire in qualsiasi momento. E, soprattutto, lo fa senza alcun motivo. Non illudiamoci di essere al sicuro per definizione perché “in Svizzera queste cose non succedono”. Erano in tanti anche in Francia a dire “da noi queste cose non succedono”. E poi…

Comportarsi di conseguenze
Visto che siamo in guerra, è ora di cominciare a comportarsi di conseguenza. A meno che il nostro obiettivo sia proprio quello di farci schiacciare. Basta buonismo. Fuori gli attributi.
La fandonia politikamente korretta della multikulturalità, inculcata da autocertificati garanti della morale (?) al volgo (chiuso e gretto) a suon di ricatti, di denigrazioni, e di campagne d’odio contro chi la pensa diversamente è definitivamente crollata. La Francia ha chiuso le frontiere. Quando i buoi sono ormai fuori dalla stalla. E, ma guarda un po’, si scopre che uno degli attentatori era arrivato il mese scorso facendosi registrare come profugo siriano in Grecia! Ma come, quella dei terroristi travestiti da asilanti non era tutta una balla della Lega populista e razzista?
Se ci troviamo i terroristi in casa la colpa è di chi ha spalancato loro le frontiere. E allora queste frontiere le dobbiamo chiudere tutti. Mica solo la Francia.
Abbiamo fatto entrare di tutto e di più perché “bisogna aprirsi”. E’ ora di cominciare l’operazione contraria.

Propaganduccia di $inistra
Va da sé che l’emittente di servizio degli spalancatori di frontiere, ovvero la R$I, non poteva che continuare a propinare la solita propaganduccia di $inistra: non bisogna chiudere le frontiere dopo il massacro di Parigi, la responsabilità (?) è dell’Occidente che non ha saputo integrare, e via con gli sproloqui. E’ il colmo: arrivano i terroristi islamici a sterminarci i responsabili siamo noi! Signori politikamente korretti, vi rendete conto delle baggianate che state raccontando? Non vi indignate se ad una donna stuprata viene detto che la colpa è sua perché portava una gonna troppo corta? Ecco, voi state facendo anche peggio. Vergognatevi! O siete così accecati dalla spocchia da non esserne più capaci, nemmeno davanti a quasi 130 morti innocenti?
Lorenzo Quadri