Proseguono gli autogoal del Consiglio federale. “Schengen? L’è tüt a posct!”

Mentre anche l’Austria potenzia per l’ennesima volta i controlli al Confine per far fronte all’emergenza finti rifugiati, i sette scienziati insistono nel ripetere che va tutto bene; proprio come sul mercato del lavoro ticinese…

Proseguono le “dimostrazioni di attenzione” del Consiglio federale nei confronti del Ticino. Il CF, rispondendo ad un’interpellanza del sottoscritto, ha dichiarato che sospendere gli accordi di Schengen “sa po’ mia”. Peccato che nell’UE  questi accordi siano di fatto già sepolti, dati i provvedimenti che stanno prendendo tanto stati membri.

L’antifona è dunque sempre la stessa. Mentre i paesi UE interpretano in modo assai elastico (a proprio vantaggio) i trattati internazionali, gli unici rimasti a rispettarli pedissequamente, contro i propri interessi, sono gli svizzerotti.

“Evidenti vantaggi”

Forse qualcuno crede ancora alla barzelletta raccontata dai partiti $torici quando, nel giugno 2005, dopo la votazione popolare sul tema, gli accordi di Schengen, accolti a livello nazionale, vennero imposti ai ticinesi che li avevano, invece, rifiutati.

I partiti $torici ebbero la lamiera di raccontare che questi accordi avrebbero portato “evidenti (sic!) vantaggi dal profilo della sicurezza” ed inoltre – tema su cui sbrodolò a suo tempo anche l’allora Consigliere federale uregiatto Joseph Deiss – permettevano di ancorare il segreto bancario nel diritto internazionale, blindandolo. Ecco: gli effetti benefici di Schengen nel campo della sicurezza sono paragonabili a quelli in materia di segreto bancario. La realtà è l’esatto contrario di quanto starnazzato dai politicanti del “bisogna aprirsi” per uccellare i cittadini.

A questo si aggiunge, sempre per gli accordi di Schengen, una spesa annua di 100 milioni invece dei 7 annunciati. E scusate se è poco!

Intanto l’Austria e l’Estonia…

Ad ennesima dimostrazione della lungimiranza e dell’acume del Consiglio federale: i sette scienziati non hanno fatto a tempo a rispondere che, in barba all’emergenza finti rifugiati, in materia di accordi di Schengen l’è tüt a posct, sa po fa nagott, eccetera, che l’Austria annunciava l’ennesimo potenziamento dei controlli alla frontiera. L’Estonia ha invece annunciato la costruzione di un MURO SUL CONFINE con la Russia (vedi quello ungherese) per “garantire la sicurezza dell’area Schengen”. Ma come, non dovevano essere tutte balle populiste, razziste e fasciste? Kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga e reggicoda Mario Gattiker: ennesima figura marrone!

Mentre dunque gli Stessi Stati membri della disunione europea danno dei chiari segnali di “dismissione” di Schengen – applicazione “à la carte” – gli unici ad andare avanti come se “niente fudesse” sono gli svizzerotti. In situazioni eccezionali non si dovrebbero prendere delle misure eccezionali? Non sia mai! La priorità bernese è una sola: rispettare servilmente i diktat internazionali. E anche la conclusione può essere una sola. Questo Consiglio federale proprio non è all’altezza!

Il solito mantra

Tanto per mettere la ciliegina sulla torta del sostegno incondizionato ai fallimentari accordi di Schengen, il Consiglio federale precisa di essere “consapevole dei problemi del Ticino” (il solito mantra non poteva mancare):  infatti, sviolina l’esecutivo, i finti rifugiati che entrano in Svizzera dalle frontiere con l’Italia non rimangono tutti in Ticino (e ci mancherebbe) ma vengono spalmati sul territorio nazionale.

Sull’equità della ridistribuzione si potrebbe ampiamente disquisire. Infatti al nostro Cantone, che già si sorbisce il centro di Chiasso, ne è stato imposto un altro a Losone. Comunque, al di là dell’equità o meno della distribuzione dei finti rifugiati, il punto è un altro. Il punto è che i finti rifugiati non devono poter entrare in Svizzera. Per questo bisogna far saltare i fallimentari accordi di Schengen. In caso contrario, che messaggio si trasmette ai rifugiati economici? Facile: quello di venire pure qui, tanto gli svizzerotti fessi provvedono a mantenere chiunque.

E poi: la vicina Penisola continua a non applicare  gli accordi di Dublino per scaricare gli asilanti di sua spettanza sul groppone dei paesi confinanti , e noi non chiudiamo le frontiere?  Ma sa po’?

Lorenzo Quadri

Politicanti della Vicina Penisola Le pagliacciate non finiscono mai

E’ ora che a certa gente  venga fatto inequivocabilmente capire che, prima di parlare del Ticino e della Svizzera, deve sciacquarsi la bocca – L’ennesimo politichetto in cerca di visibilità vuole, per ritorsione al casellario giudiziale, far viaggiare i ticinesi a 30 Km/h sulle strade ed autostrade italiane? Perfetto: lo si faccia. Anche a 20 Km/h. Così si crea un megaingorgo (bastano pochi veicoli) e gli automobilisti italiani incolonnati sapranno chi ringraziare

Il bello della politica della vicina penisola è che le pagliacciate non finiscono mai. Via una, ne arriva subito un’altra. Al di là della ramina, troppa gente pensa di farsi propaganda elettorale tra i frontalieri montando la panna sull’ormai famosa richiesta dell’estratto del casellario giudiziale. Da notare che gli unici a starnazzare contro la nuova prassi istituita da Gobbi sono i politicanti italiani. Mentre i frontalieri medesimi non hanno fatto un piega.

Maroni, Comi, Librandi…

Ultimo a saltare sul carro, con l’evidente obiettivo di mettersi in mostra, è tale Gianfranco Librandi: secondo i media, sarebbe il “responsabile finanziario e membro del coordinamento politico del partito Scelta Civica di Mario Monti” (uella!).

Questo Librandi nessuno l’ha mai sentito nominare (perché avrebbe dovuto, del resto?), e  allora ha pensato bene di cogliere la palla al balzo inserendosi nella polemica (?) già alimentata da Bobo Maroni e da quell’aquila della Lara Comi: quella sul casellario giudiziale, appunto.

Ecco la sua geniale proposta di ritorsione nei confronti dei ticinesotti (uhhh, che pagüüüüraaa!): “li facciamo andare a trenta chilometri all’ora sulle nostre strade ed autostrade, solo loro, così li guardiamo bene in faccia quando passano da noi”. Signore e signori, inchiniamoci: qui siamo davanti ad un genio! Il grande statista Librandi non ha spiegato come in concreto si applicherebbe la sua bella pensata. Ma a questi politicanti lombardi è ora di far ben presente che se il Ticino chiude le frontiere centinaia di migliaia di loro concittadini – frontalieri, padroncini e le loro famiglie – si trovano senza mezzi di sussistenza. Poi ci penseranno i Maroni, le Comi, i Librandi a trovare a tutta queste gente un lavoro in patria, nevvero?

Alcune domandine

Assolutamente grottesca, poi, la premessa del Librandi a giustificazione della sua temibile (?) azione punitiva contro i ticinesotti: “non rispettano gli accordi internazionali”. Librandi, ma ci sei o ci fai? Un paio di domandine facili facili, che dovrebbero essere alla tua portata:

1)       chi viola sistematicamente gli accordi di Dublino? La Svizzera o l’Italia?

2)       Chi viola sistematicamente la libera circolazione delle persone facendo in modo che le ditte ticinesi non battano chiodo oltreconfine? La Svizzera o l’Italia?

3)       Chi è sistematicamente inadempiente negli accordi italo-svizzeri (Stabio-Arcisate, cacca scaricata direttamente nel Ceresio, eccetera)? La Svizzera o l’Italia?

4)       Chi si è inventato liste nere illegali? La Svizzera o l’Italia?

Violazioni

Se poi ci si dovesse basare sul criterio della violazione degli accordi internazionali, allora noi le frontiere con il Belpaese le dovremmo sigillare tutte. E’ ora che certi politicanti della Penisola imparino che prima di nominare il Ticino o la Svizzera devono sciacquarsi la bocca. Del resto la loro stampa lo ha detto a più riprese: il Ticino – per colpa dell’inettitudine bernese – è diventato la valvola di sfogo per la crisi occupazionale lombarda. Non a caso i frontalieri sono ancora aumentati. Questo ruolo di valvola di sfogo deve finire immediatamente.

30 Km/h? E perché no?

La tesi del grande statista Librandi, comunque, possiamo anche sposarla. Facciamolo contento. E perché no? I ticinesi che vanno in Italia viaggino davvero a 30 all’ora su strade ed autostrade. Anzi, facciamo pure a 20 Km/h. Così si crea un megaingorgo: bastano pochi veicoli. Vediamo come saranno entusiasti gli automobilisti italiani che si troveranno incolonnati dietro e costretti a procedere a passo di lumaca grazie alle geniali proposte del tirapiedi di Monti. Sapranno, ovviamente, chi ringraziare.

Lorenzo Quadri

Canone radiotv: cittadini infinocchiati!

Come volevasi dimostrare, niente restituzione dell’IVA indebitamente prelevata

Come volevasi dimostrare, ancora una volta il contribuente svizzerotto rimane cornuto e mazziato.

Il Tribunale federale ha stabilito che sul canone radioTv (il più caro d’Europa, di recente trasformato in imposta, visto che verrà corrisposto “senza causa”) l’IVA è prelevata ingiustamente. Questo è accaduto lo scorso aprile.

Per il futuro quindi non si pagherà più l’imposta sul valore aggiunto sul canone. E il passato? Già, perché il prelievo dell’IVA, che il TF ha riconosciuto come indebito, avviene dal lontano 1995. E, se il salasso non è legittimo da aprile, è evidente che non lo era nemmeno in precedenza.

Chi ha avuto, ha avuto…

La decisione sul da farsi in merito ai canoni versati dal 1995 in poi spettava però all’Ufficio federale delle comunicazioni, Ufcom. Il quale, ma tu guarda i casi della vita, ha deciso che all’utente non si risarcisce un fico secco. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. E, visto che ad aver “avuto” è la Confederazione, figuriamoci se un suo ufficio si sognava di restituire! Si fa decidere chi si è indebitamente ingrassato alle spalle dei cittadini se vuole dare indietro il maltolto? Geniale!

La storia insegna

E’ il caso di ricordare che l’Ufcom, che benedice un ladrocinio a danno dei cittadini-telespettatori, è poi lo stesso che  fissa, d’accordo con i compagni di merende della SSR, l’ammontare della nuova imposta con cui si foraggerà l’ente radiotelevisivo. La storia insegna che, quando viene introdotta una nuova imposta, quest’ultima è destinata ad aumentare. Figuriamoci allora cosa succede quando a stabilire l’ammontare del prelievo è un ufficio federale che rifiuta di restituire quanto indebitamente sottratto alla gente!

Come le casse malati?

Quanto accaduto con l’IVA sul canone ricorda da vicino – anche se, per fortuna, più in piccolo – la vicenda del rimborso, o piuttosto, del non rimborso, dei premi di cassa malati pagati in eccesso. I Ticinesi, come sappiamo, da 18 anni sborsano premi di cassa malati gonfiati. Ciò è accaduto con la complicità della Confederazione. “E’ accaduto?” In effetti, il tempo al passato è scorretto. Non “è accaduto”: tuttora accade. Il risarcimento ottenuto – 70 milioni su 450 – lo abbiamo scritto un’infinità di volte, è una presa per i fondelli.

Chissà perché c’è come il vago sospetto che anche la nuova imposta radiotelevisiva ex canone avrà lo stesso andazzo dei premi di cassa malati: continuerà ad aumentare.

Votazioni da rifare

Ma quella sui vent’anni di IVA sul canone stuccata agli utenti e che non si vuole restituire, non è l’unica decisione in materia radiotelevisiva presa in questi giorni. Il TF ha infatti deciso che le schede della votazione del 14 giugno, per quanto l’esito sia stato risicatissimo, non verranno ricontate.  Stranamente in questo caso non si trova un miliardario residente negli USA disposto a finanziare un’iniziativa per rifare la votazione. Chiaro: il Sì per il rotto della cuffia costituisce un regalo alla SSR, ovvero all’organo propagandistico degli spalancatori di frontiere e dei sabotatori del 9 febbraio, sicché… due pesi e due misure!

Lorenzo Quadri

Basta con la melina e con le pippe mentali

Divieto di Burqa, i giusti siluri del “Ghiro” contro chi giochicchia con la volontà popolare

Se i relatori parlamentari non fanno i compiti, vuol dire che la Commissione della Legislazione li deve cambiare!

E’ evidente: anche in materia di divieto di burqa – un po’ come sul 9 febbraio – la volontà chiaramente espressa dal popolo ticinese è oggetto di sabotaggio da parte delle solite cerchie politico-mediatiche. La NZZ ha pubblicato venerdì un articolo del suo corrispondente dal Ticino in cui appare manifesta la volontà di certuni di fare melina. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il promotore dell’iniziativa anti-burqa Giorgio Ghiringhelli ha scritto una mail al direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi (che in realtà il suo compito l’ha fatto…) e al presidente della Commissione della legislazione del Gran Consiglio Andrea Giudici. Comunicazione con aut-aut: o in tempi brevi – non certo nella primavera del 2016, come si leggeva sulla NZZ! – dalla citata Commissione esce una legge d’applicazione che rispetti la volontà popolare, oppure verrà lanciata una nuova iniziativa; e saranno “cavoli amari”.

In Francia – con oltre 60 milioni di abitanti! – il divieto di burqa è stato messo in vigore in quattro e quattr’otto, senza tante paturnie. Nessuno ha fatto un cip. E’ evidente che la stessa cosa può essere fatta anche in Ticino (350mila abitanti!). Se ciò non accade, il motivo non è affatto di ordine tecnico. Nemmeno legislativo. E’, semplicemente, politico.

Scelte infauste

Il Mattino lo aveva detto subito: la scelta dei relatori commissionali sul divieto di burqa è stata oltremodo infelice. L’incarico è infatti andato alla PLR Micocci e al neo-kompagno Ducry. Il P$ è contrario al divieto di burqa. E sappiamo che questo partito la volontà popolare la rispetta solo le volte (sempre meno) in cui ottiene ragione. A dire il vero, in un documento del 2010 il partito nazionale si era espresso a favore del divieto. Poi però ha fatto il salto della quaglia, perché bisogna essere aperti, multikulti, e via andando. Quanto alla relatrice dell’ex partitone, la signora si è profilata in aprile – si è visto con quali risultati – come candidata antileghista. E dato che la Lega sostiene con convinzione il divieto di velo integrale, anche a livello nazionale…

Cambiare cavalli?

Adesso è compito della Commissione della Legislazione del Gran Consiglio riprendere in mano le redini della situazione. Se la priorità di chi è incaricato del compito, certo non arduo, di tradurre in realtà una votazione popolare che più chiara non si può, è quella di tirarla in lungo per mettersi in mostra ad oltranza sui media compiacenti, a partire dalla radiotelevisione di presunto servizio pubblico – sempre in prima fila quando si tratta di sabotare le decisioni popolari contrarie al politikamente korretto e alla fallimentare multikulturalità – semplicemente il compito di relatore va ritirato ed affidato ad altri. Ovvero a qualcuno che intenda svolgerlo con celerità, nel rispetto della volontà popolare. E non utilizzarlo come mero pretesto per apparire (e speriamo almeno non per fatturare al contribuente ore di lavoro di relatore riempiendo pagine di elucubrazioni-foffa, perché nel parlamento di questo ridente Cantone si vede anche questo).

Rimettere in carreggiata

La Commissione della Legislazione ha quindi ora la possibilità di rimettere le cose in carreggiata, pretendendo dai relatori la consegna del rapporto – oppure cambiando i relatori.

La Commissione della Legislazione deve quindi dimostrare che ci sono dei politici che la volontà popolare – sia che personalmente la condividano oppure no – intendono rispettarla ed applicarla in tempi brevi, come democrazia impone. Se ciò non accadrà e si dovrà andare, come giustamente minaccia il “Ghiro”, ad una nuova votazione popolare, se ne assumerà la responsabilità. Vale a dire, si assumerà la responsabilità dei costi, della perdita di tempo e soprattutto dell’ulteriore perdita di fiducia dei cittadini ticinesi nei confronti della politica e, più in generale, delle istituzioni.

Lorenzo Quadri

La diplomazia traditrice del popolo

Il Consiglio federale manda a negoziare con gli eurofalliti i sabotatori del 9 febbraio

Ma guarda un po’. Dal famoso voto del 9 febbraio è passato ormai oltre un anno e mezzo. In questo periodo sotto le cupole federali si è però fatto ben poco (eufemismo) per la sua traduzione in realtà. L’impegno bernese è stato però massimo nel farsi dire dai funzionarietti di Bruxelles, come pure da taluni europarlamentari (e, se il livello standard è quello della notoria Lara Comi, siamo a posto) che sulla libera circolazione delle persone “non si negozia”.

Beh, anche il segreto bancario avrebbe dovuto essere “non negoziabile”. Anche il muro ungherese avrebbe dovuto essere solo una boutade fuori di zucca. Invece…

L’uscita di Balzaretti

Naturalmente la diplomazia federale, favorevole all’adesione della Svizzera all’UE, non poteva evitare di combinarne qualcuna delle sue. Vedi l’uscita dell’ambasciatore Balzaretti che ha dichiarato, davanti all’europarlamento, che la Svizzera sarebbe disposta a sottomettersi alla giurisdizione della Corte europea di giustizia sul proseguimento dei bilaterali dopo il 9 febbraio. E chi avrebbe autorizzato una simile, ed impegnativa, dichiarazione? Chi ha deciso che la Svizzera sarebbe d’accordo di sottoporsi alle decisioni di giudici stranieri? Balzaretti? Burkhaltèèèr? Il Gigi di Viganello?

La nomina del negoziatore

Passato, ma non certo archiviato, questo increscioso episodio, ecco che arriva lo psicodramma per la nomina del negoziatore elvetico a Bruxelles. Eh già: la votazione si è tenuta oltre un anno e mezzo fa. Però con la nomina del negoziatore si arriva adesso. Quando oltre la metà del tempo a disposizione – tre anni – per concretizzare la volontà popolare è trascorsa infruttuosamente. O meglio: è stata lasciata trascorrere infruttuosamente di proposito. Ed intanto, tra un “sa po’ mia” e l’altro, gli ambienti economici tentano di fare il lavaggio del cervello agli svizzerotti con i soliti metodi terroristici. E reiterando ad oltranza la panzana dei “bilaterali indispensabili per la Svizzera”.

La Monika non ci sta

Si diceva del negoziatore con Bruxelles. Prima il Consiglio federale – quindi in prima linea il ministro degli Esteri dell’ex partitone Didier Burkhaltèèèèr – voleva affidare l’incarico nientepopodimenoché a Monika Rühl. Il nome di questa signora alle nostre latitudini dirà poco o niente. Ma la Monika (con la k) è la presidente della direzione di Economiesuisse, la Federazione delle imprese svizzere. Economiesuisse è – ma tu guarda i casi della vita – assolutamente contraria al 9 febbraio. Ed in particolare ai contingenti per i lavoratori stranieri: da un anno e mezzo sta infatti facendo di tutto e di più per sabotarli. E’ il colmo: Burkhaltèèèr, esponente del PLR – partito il cui comitato si è espresso all’unanimità contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” – avrebbe voluto mandare a Bruxelles a trattare la concretizzazione di un voto popolare proprio chi quel voto lo vorrebbe cancellare dalla faccia della terra. Come mettere la volpe nel pollaio.

Scelto il galoppino di Widmer Schlumpf!

Incassato, e per fortuna, il njet della sciura Monika, l’ineffabile Burkhaltèèèr (PLR) passa al piano B. Ossia: nominare capo negoziatore con gli eurofalliti il Jacques De Watteville. Proprio lui, il galoppino della ministra del 5% Widmer Schlumpf. Quello che da anni sta trattando (in inglese) con l’Italia. Senza venirne ad una. Quello che, in occasione dell’ultimo incontro a Berna con la Deputazione ticinese alle camere federali, pretendeva che la Deputazione in questione si mettesse a fare pressione affinché  1) il Gran consiglio ticinese si rimangiasse la decisione di aumento del moltiplicatore dei frontalieri al 100% e 2) Gobbi rinunciasse alla richiesta dell’estratto del casellario giudiziale prima del rilascio di un permesso B o G.

Immaginiamo cosa possa portare a casa, per gli svizzeri, un negoziatore che, invece di sostenere le posizioni di chi gli paga il lauto stipendio, ossia i cittadini elvetici, tiene su la coda alla controparte. Un po’ come l’improponibile ambasciatore di Svizzera a Roma (tale Giancarlo Kessler, niente a che vedere con le omonime gemelle che se non altro avevano qualcosa da mostrare) il quale va in giro – nelle sedi pubbliche ed anche sui media – a raccontare fregnacce contro la sacrosanta richiesta dell’estratto del casellario giudiziale.

Certo che con una simile diplomazia – che è la prima traditrice della volontà popolare, e che è pure la prima ad infischiarsene bellamente delle sorti di questo Cantone – non c’è da stupirsi se gli svizzerotti vengono sempre, sistematicamente, fregati.

Lorenzo Quadri

L’iniziativa che insulta i ticinesi

Hanno raccolto le firme con i soldi del miliardario residente negli USA

Non si è mai visto un simile disprezzo per la volontà popolare: vergogna!

Ma guarda un po’: i promotori dell’iniziativa per cancellare il voto popolare del 9 febbraio, denominata iniziativa “fuori dal vicolo cieco (?)” hanno strombazzato ai quattro venti di aver raccolto le 100mila firme necessarie per portare ad una nuova votazione sul tema. Tra anni; perché la tempistica è questa.

E’ in ogni modo chiaro che la riuscita di un’iniziativa a livello federale dipende dai soldi a disposizione dei promotori, che pagano chi raccoglie le firme. In questo caso, i promotori erano foraggiati dal miliardario residente negli USA (dove paga le tasse costui, ammesso che le paghi?) Hansjörg Wyss. Il fatto che l’iniziativa sia riuscita, in simili condizioni, non vuole di per sé dire molto.

A proposito: secondo l’ultima informazione, che risale ai mesi scorsi, in Ticino il numero di sottoscrizioni raccolte dalla sciagurata iniziativa, che nel nostro Cantone è promossa dallo strasussidiato pagliaccio Dimitri e dal lic iur Paolo Bernasconi, era miserrimo. Nell’ordine di poche centinaia. Roba da far ridere i polli – e vergognare i promotori; ammesso che ne siano capaci, beninteso.

Inaudito e scandaloso

I promotori di una simile iniziativa, di motivi per vergognarsi ne hanno a vagonate. Non si è mai visto che praticamente il giorno dopo una votazione popolare si lanciasse un’iniziativa per cancellarne l’esito,  in quanto sgradito agli spalancatori di frontiere nonché moralisti a senso unico.

Un simile disprezzo per la volontà della maggioranza dei cittadini svizzeri, e del 70% del ticinesi, è inaudito e scandaloso.

Da notare che i promotori dell’iniziativa del vicolo cieco sono poi gli stessi che starnazzano contro gli ottimizzatori fiscali. Però i soldoni sonanti del miliardario che non si sa dove paga le tasse vanno bene. “Pecunia non olet”, il denaro non puzza. E l’indignazione messianica contro gli ottimizzatori fiscali tace su comando: morale a senso unico, come sempre. Soprattutto, pecunia non olet quando si tratta di mazzuolare il popolo bestia: ha osato contraddire il sacro mantra politicamente korretto del “bisogna aprirsi” e quindi va punito! A questo scopo, ogni mezzo è lecito.

Va da sé che coloro che oggi abusano del diritto di iniziativa popolare per cancellare un voto – quello del 9 febbraio – che gli provoca continui travasi di bile, si sarebbero messi a strillare come ossessi, con tanto di indignazione morale prezzolata, se si fosse lanciata un’iniziativa contro una qualche fallimentare “apertura” subito dopo la sua approvazione popolare. Il sistema dei due pesi e delle due misure è d’obbligo.

Contro gli interessi della Svizzera

L’iniziativa contro il 9 febbraio nuoce agli interessi della Svizzera e degli Svizzeri. E’ del resto questo il suo scopo: convincere i funzionarietti di Bruxelles che in realtà gli svizzerotti fessi e succubi mai oseranno alzare la testa ed opporsi al giogo degli eurobalivi che vogliono comandare in casa loro (evidentemente senza avere uno straccio di legittimazione per farlo). Ma figuriamoci: in realtà – ecco il messaggio che si vuole far passare – gli svizzerotti sono contenti e beati di farsi mettere i piedi in testa.

Obiettivo degli affossatori della volontà popolare: far sì che i negoziatori elvetici, già filoUE di loro (invece di sostenere le posizioni del popolo svizzero reggono la coda alla controparte) a Bruxelles non ottengano assolutamente nulla.

Quattro cose devono essere chiare:

1)       Il fine ultimo della scellerata iniziativa contro il 9 febbraio è portare la Svizzera nell’UE. Per questo si arrampicano sui vetri per ottenere una giravolta sulle sacrosante limitazioni alla devastante libera circolazione delle persone.

2)       Questa iniziativa è un attacco, ed un insulto, al Ticino e ai Ticinesi. In particolare a tutti quelli che non hanno un lavoro per colpa dell’invasione di frontalieri e padroncini.

3)       Il fatto che, a quanto pare, siano state raccolte 100mila firme non deve avere alcuna influenza sulla concretizzazione del voto del 9 febbraio, che – per il nostro cantone – è la prima priorità a livello federale. La volontà popolare è quella espressa un anno e mezzo fa e non altra: e a questa Berna deve attenersi.

4)       Avanti di questo passo e al “ri-voto” il popolo butterà all’aria tutti i bilaterali.

Lorenzo Quadri

Il festival del film ne ha fatta un’altra delle sue. Sì ai terroristi rossi, no ai cristiani

Con tanto di “ritorsione” contro il Giornale del Popolo accusato di scatenare polemiche

Anche quest’anno non poteva mancare la polemica sul festival del film di Locarno. Il “casus belli”, come noto, è l’esclusione del film “Noun” della regista svizzera Aida Schläpfer. Un documentario incentrato su un tema che gli intellettualini di $inistra, quelli che hanno colonizzato la kultura, trovano decisamente poco sexy: il massacro dei cristiani in Iraq.

La polemica è stata innescata dal Giornale del Popolo: a ragione. Una ragione pagata poi con l’esclusione dall’incontro con Andy Garcia. Alla faccia della libertà d’espressione e delle tanto decantate “aperture”! Gli è che sui cristiani perseguitati, troppo spesso si chiudono gli occhi. Quanto alle critiche, il Festival sembra andarsele a cercare: potrebbe anche essere una strategia per creare attenzione. Dagli zombie gay al palco offerto a terroristi rossi, ma rifiutato ai cristiani massacrati in Iraq, pare impossibile che non si sia pensato alle conseguenze.

Specie nel caso di una manifestazione, come è il festival di Locarno, certamente della massima importanza per il Cantone, ma anche ampiamente foraggiata con soldi del contribuente. Non essendo venuti giù con l’ultima piena, sappiamo bene che Oltregottardo ci sono festival concorrenti, ad esempio quello di Zurigo, che hanno tutto l’interesse, pro saccoccia loro, a “farla” al Pardo. Ossia ad indebolire un evento ticinese per ingrassare il proprio: in primis scippando sponsor. Ma questa situazione non giustifica comunque atteggiamenti di stizzoso ricatto morale come quelli che la direzione della RSI adotta regolarmente. Per la serie: chi non è con noi è contro di noi, chi ci critica è “nemico del Ticino” e quindi ci possiamo permettere di tutto e di più e nessuno deve osare fare un cip.

Libertà artistica?
Anche sulla questione della “libertà artistica” – altro mantra politikamente korretto invocato con la massima libidine dai soliti intellettualini – è bene puntualizzare alcune cosette. Chi attinge, e alla grande, dalla mammella pubblica, si levi dalla testa di poter zittire le critiche di cittadini e politici con la storiella della libertà artistica, ovvero: “siamo artisti (?) e quindi, con i soldi pubblici, facciamo quello che ci pare; propaganda politico-partitica inclusa. E voi, beceri bifolchi, chiusi e gretti, che non fate parte della nostra casta, pagate e tacete”.

Nossignore. Ci mancherebbe che chi paga non potesse dire la sua. Gli intellettualini con la puzza sotto il naso saranno liberi di fare i loro comodi quando non dipenderanno dalle casse pubbliche e quindi dal contribuente per la loro sussistenza: quel contribuente su cui non di rado costoro amano scaricare, reggendosi la coda l’uno con l’altro, spocchioso disprezzo in quantità industriali.

Proiettato al Rivellino
I cittadini così come pure i politici – che nel nostro sistema di milizia sono cittadini proprio come gli altri – sono senz’altro legittimati a criticare scelte presunte “artistiche” delle manifestazioni che si trovano costretti a finanziare. Specie quando dietro l’argomentazione “artistica” si sospetta la motivazione politica (o politikamente korretta).

E poi, lo diceva già il Consigliere federale Couchepin, ministro della kultura: non si può fare cinema senza spettatori. Il documentario Noun di pubblico ne ha raccolto parecchio, grazie alla lodevole – e anche furba – iniziativa del Rivellino, che ha fatto serate di pienone proiettando il film che tutti ormai volevano vedere. Dal punto di vista del pubblico, quindi, il cortometraggio funziona, Anche in questo, rifiutandolo, il festival di Locarno ha perso un’occasione.

Non dimentichiamo “Submission”
C’è poi un precedente che non va dimenticato. Un precedente che risale a 10 anni fa, all’edizione 2005 del Festival di Locarno. Si tratta del caso di “Submission”: un cortometraggio di una decina di minuti, realizzato dal regista Theo Van Gogh, che denuncia la sottomissione della donna nell’Islam. Per questa sua coraggiosa opera, il cineasta olandese venne ammazzato in mezzo ad una strada da un fanatico musulmano, nel novembre 2004. Qui dunque abbiamo a che fare con un regista che la sua libertà artistica l’ha pagata con la vita. Un gruppo trasversale di deputati in Gran Consiglio chiese alla direzione del Festival di Locarno di riservare uno spazietto a Submission nell’edizione 2005. Ma l’allora direttrice del festival del film Irene Bignardi rifiutò, stizzita e scandalizzata. Eppure l’esecrato documentario toccava proprio quei temi che dovrebbero essere cari al festival, come la libertà d’espressione e la condizione femminile. Affrontati, però – e qui casca l’asino – dalla prospettiva politica sbagliata: quella non di $inistra. Si critica l’Islam? Scandalo! Islamofobi! Razzisti! Fascisti! Alle considerazioni di censura polico-ideologica si sono aggiunte, nel caso concreto, quelle dettate da prosaica fifa blu o cagarella che dir si voglia: ci imbavagliamo, in casa nostra, per paura di “reazioni” da parte di immigrati in arrivo da “altre culture”.

Per questo, chissà perché, quando certi ambienti parlano di “libertà artistiche”, si ha sempre il sospetto che tali libertà valgano solo per le cerchie “giuste”…

Lorenzo Quadri

Le improbabili conversioni all’antieuropeismo

Le elezioni si avvicinano e le prese per i fondelli si moltiplicano

L’avvicinarsi delle elezioni federali sta provocando un’ondata di improbabili conversioni all’euroscetticismo da parte di chi, fino all’altro giorno, diceva ben altro. Poiché simili tentativi di raggiro vanno sbugiardati, è opportuno rimettere la chiesa al centro del villaggio.

Nel PS ci sono esponenti che, già dopo la randellata incassata in aprile alle elezioni cantonali, hanno tentato un maldestro salto dalla quaglia sulla questione europea. Ma il partito socialista, l’adesione della Svizzera all’UE se la ritrova addirittura nel programma – assieme all’abolizione dell’esercito e al “superamento del capitalismo”. Il PS ha sistematicamente denigrato come populisti, xenofobi, razzisti e fascisti gli avversari della libera circolazione delle persone. Ha condotto, anche appoggiandosi ai sindacati di sinistra – che comandano in casa socialista – una virulenta campagna contro il 9 febbraio. Finanziata, va da sé, dai sindacati. Che hanno usato, allo scopo, i soldi degli affiliati. Ossia dei lavoratori esposti al mobbing e al soppiantamento con frontalieri e padroncini provocato dalla libera circolazione. Tale virulenta campagna si è svolta sia prima che dopo la votazione. Vedi gli appelli al “voto da rifare” da parte dell’allora presidente del governo ticinese Manuele Bertoli nell’allocuzione ufficiale del primo agosto 2014. Solo un’opinione personale? Certo che no. Quella del voto da rifare è la posizione del partito socialista, espressa in svariate occasioni dalla presidenza nazionale.

PPD
Anche in casa PPD c’è chi, con zelo e tempistica assai sospetta, ora si straccia le vesti per mostrarsi euroscettico e rispettoso della volontà popolare ticinese. Giravolte a bassa credibilità. Rappresentanti di primo piano del PPD sono infatti entrati nei comitati anti-9 febbraio finanziati dal miliardario residente negli USA. Per contro, nessun popolare democratico – malgrado gli inviti ci siano stati eccome – ha accettato di entrare nel comitato (partiticamente trasversale) contro l’adesione strisciante all’UE. Visto che questo non bastava, il presidente nazionale PPD ha pensato bene di dichiarare che Widmer Schlumpf deve rimanere in Consiglio federale poiché “ha lavorato bene”. Quindi: no al 9 febbraio, sì a Widmer Schlumpf. Se con questo programma il PPD pensa di conquistare il voto ticinese…

Ex partitone
Non va certamente meglio in casa PLR. Come noto, il comitato cantonale del partito si è espresso all’unanimità contro l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, venendo poi asfaltato dalle urne. E il presidente nazionale Philipp Müller ha dichiarato che “bisogna rivotare” sui bilaterali, iscrivendo così il partito nella combriccola del sabotaggio del “maledetto voto” del 9 febbraio. Vale anche la pena ricordare che il ministro degli esteri PLR, Didier Burkhaler, oltre ad aver dichiarato che la Svizzera deve “aprirsi all’UE” (ovvero accettarne i diktat) è fautore della ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE. Che significa farsi imporre le leggi da Bruxelles, alla faccia della nostra sovranità. E sempre dal Dipartimento degli esteri diretto dal PLR Burkhalter è uscita la spettacolare pensata di proporre alla presidente della direzione di Economiesuisse, Monika Rühl, l’incarico di capo negoziatrice a Bruxelles. Economiesuisse è ferocemente contraria a qualsiasi limitazione della libera circolazione delle persone, ed in particolare ai contingenti votati lo scorso anno dal 70% dei ticinesi. Non ci vuole dunque molta fantasia per immaginare in che modo la Signora Rühl avrebbe difeso a Bruxelles la volontà della maggioranza del popolo elvetico…

E chi altri, se non il capodipartimento PLR, può aver autorizzato l’ambasciatore presso l’UE Roberto Balzaretti ad uscirsene, davanti al parlamento europeo, con la balzana dichiarazione secondo cui la Svizzera sarebbe disposta a sottomettersi alla decisione della Corte di giustizia europea sul destino dei bilaterali dopo il 9 febbraio? Aggiungendo pure “non so quale altra nazione terza sarebbe stata disposta a compiere questo passo”? Risposta scontata: nessuna. Perché nessun altro Paese sguazza nella politica della capitolazione che a Berna si pratica con virtuosismo degno di miglior causa.

E vale forse anche la pena ricordare che l’altro Consigliere federale PLR, Johann Schneider Ammann, ha “congelato” (ovvero: rottamato) il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone, di cui il nostro Cantone avrebbe bisogno come del pane. Si fa dunque molta fatica a vedere nell’ex partitone un difensore della volontà espressa dal 70% dei ticinesi.

La pantomima sul casellario

Altrettanto indicativa la pantomima verificatasi dei giorni scorsi: interpellati da un giornale d’Oltralpe, improvvisamente tutti gli attuali rappresentanti ticinesi alle Camere federali si sono scoperti favorevoli alla richiesta del casellario giudiziale introdotta da Norman Gobbi. Peccato che in maggio, quando si trattò di votare in Consiglio nazionale una mia mozione contenente proprio questa misura, i due PLR si astennero mentre la rappresentante socialista votò contro. Uno dei due astenuti, interpellato da un portale ticinese, ha poi tentato di giustificare la propria goffa giravolta con scuse francamente ridicole. Chi si crede di prendere in giro?

L’imbroglio
Per il Ticino la concretizzazione del 9 febbraio e lo scardinamento della politica (in corso da anni) di adesione strisciante all’UE sono battaglie fondamentali. I giochi si fanno a Berna. Il 70% dei ticinesi non può permettersi di farsi rappresentare sotto le cupole federali da chi si trova sul fronte opposto. E vi si trova da sempre: i partiti storici, tanto per dirne un’altra, hanno sempre sostenuto a spada tratta anche i fallimentari accordi di Schengen.

E’ evidente che le conversioni di comodo all’antieuropeismo dureranno lo spazio di un mattino: quello del 18 ottobre. Il giorno dopo saranno già state dimenticate. Chi, tra gli pseudo-convertiti, sarà eletto o riconfermato, tornerà a fare quello che ha sempre fatto. Cioè il contrario di quello che ha promesso per ottenere il voto. Ma i ticinesi, per citare un noto slogan, “non sono mica scemi”.

Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

Postfinance leva le carte di credito agli Svizzeri all’estero

Piazza finanziaria: avanti così, continuiamo a farci male da soli!

Se a dare segnali alla capitan Schettino è un’ex regia federale, di proprietà al 100% della Confederazione, cosa dovrebbero fare gli altri?

Svendere senza contropartita il segreto bancario non bastava. Ma come, il segreto bancario non era “non negoziabile”? Ma come, con gli accordi di Schengen non si era garantito anche il futuro del segreto bancario? Eh già: pochi se lo ricordano, ma gli scellerati spalancatori di frontiere, nell’anno di disgrazia 2005, per sdoganare gli accordi di Schengen, raccontarono pure la panzana che essi costituivano una garanzia per il segreto bancario (sic!) oltre a portare “evidenti vantaggi” (doppio sic!) sul fronte della sicurezza. Come no! Ed infatti l’allora ministro degli esteri, l’evanescente Consigliere federale uregiatto Joseph Deiss (qualcuno se lo ricorda ancora?), ebbe a dichiarare, il giorno dopo l’approvazione dell’adesione allo spazio Schengen in votazione popolare (il Ticino, però, disse njet): “abbiamo ancorato il segreto bancario nel diritto dei popoli: è fantastico”.

Gli accordi di Schengen si sono ben presto dimostrati un flagello per la sicurezza – altro che “evidenti vantaggi” -, una catastrofe per le finanze pubbliche (costano 100 milioni all’anno, 14 volte di più della cifra indicata prima della votazione), e, quanto a garantire il segreto bancario, abbiamo visto come è andata a finire.

Modalità terroristiche

Non bastava, si diceva, svendere senza contropartita il segreto bancario.

Non bastava nemmeno svendere i dipendenti della piazza finanziaria – cittadini svizzeri che svolgevano il loro lavoro secondo la legge elvetica e le disposizioni delle banche – trasmettendone i nominativi alle autorità inquirenti USA. Questo modo d’agire si chiama tradimento, ha dei responsabili, ed in cima alla lista dei responsabili figura la ministra del 5% Widmer Schlumpf.

Non bastava nemmeno imporre al paese il Diktat Fatca sulla trasmissione agli yankees dei dati bancari delle “US persons” (definizione nebulosa che va ben al di là di quella di cittadino americano) e dei loro consulenti elvetici. Imposizione effettuata con le solite modalità terroristiche, raccontando la storiella che praticamente tutti i paesi avevano accettato il Diktat: se la Svizzera avesse detto No si sarebbe esposta a chissà quali tremende vendette da parte di Washington, la minore delle quali sarebbe stata la guerra termonucleare globale. Ancora una volta una montagna di balle!

Fatca nel mirino negli USA

Gli accordi Fatca sono infatti così granitici che da mesi sono nel mirino negli stessi USA. Il partito repubblicano li contesta per triplice violazione della Costituzione americana. Cause giudiziarie sono già pendenti. Inoltre il Diktat Fatca l’avranno accettato anche tanti Paesi, ma pochissimi sono invece stati così pistola da accettarne il “modello due”. Questo modello prevede che le informazioni vengano inviate dalle banche direttamente al fisco USA. In base al modello uno, invece, la trasmissione va fatta dalle banche all’autorità fiscale del proprio paese che a sua volta trasmette le informazioni ai “colleghi” americani. Inutile dire che tra i pochissimi “Stati pistola” figura la Svizzera che come al solito ha scelto, senza che ce ne fosse alcun motivo, la pista più svantaggiosa per sé. Perché svantaggiosa? Perché il modello uno è un accordo tra governi e prevede la reciprocità. Se gli USA modificano o aboliscono il Fatca, l’accordo viene a cadere. Ciò che non accade nel modello due. Sicché gli svizzerotti, fessi oltre ogni dire, si troverebbero a trasmettere dati di clienti e di dipendenti delle banche svizzere agli USA anche se il Fatca dovesse venire abolito proprio negli States!

La decisione assurda

Ma l’autolesionismo continua e l’ultimo esempio assurdo lo fornisce Postfinance, che ha deciso di abolire le carte di credito per i clienti residenti all’estero; svizzeri compresi. Stiamo parlando di una società al 100% di proprietà della Confederazione, che penalizza i cittadini svizzeri (espatriati). Per quale motivo? Così! Si potrebbe dire per semplice paura. Quella stessa paura che spinge vari istituti bancari a mollare la piazza rossocrociata. Del resto, Visto che il Consiglio federale è campione planetario nella calata di braghe, e gode addirittura nel nuocere alla piazza finanziaria elvetica ancora più del necessario pensando di compiacere non si sa quale padrone, che garanzie ci sono che quel che è legale oggi domani sarà un reato, e magari pure sanzionato retroattivamente?

Schettìni gialli?

Che nei panni di capitan Schettino ci si metta proprio Postfinance, sottolineiamo di proprietà della Confederazione, che toglie le carte di credito ai cittadini svizzeri residenti all’estero, è la dimostrazione che si è persa la bussola. Per almeno tre motivi.

1) E’ politicamente aberrante che a chiudere le porte, per paura, ai clienti svizzeri sia un’azienda interamente di proprietà dei cittadini svizzeri e con cui essi si identificano (ex regia federale).

2) La scelta di scaricare i clienti svizzeri residenti all’estero contraddice in modo plateale tutte le storielle rassicuranti sulla piazza finanziaria elvetica che rimarrà attrattiva per i clienti all’estero con prestazioni di qualità eccetera. La politica dello sfascio provocata dalla ministra del 5% Widmer Schlumpf, che speriamo nel giro di pochi mesi rimanga A CASA, fa sì che i clienti dall’estero, svizzeri compresi, vengano trattati da appestati e dunque scaricati. Quindi ci si auto-preclude una fette di mercato. Conseguenza logica: licenziamenti!

3) Come si può pretendere che gli altri istituti di credito continuino a puntare sulla piazza finanziaria svizzera se la prima a tirare i remi in barca è proprio la Posta? Un’azienda controllata al 100% dalla Confederazione dà il segnale del “si salvi chi può”? Siamo proprio messi bene!

Lorenzo Quadri

Le elezioni si avvicinano ed in casa PPDOg si tenta di rifarsi una verginità. Anche gli uregiatti si fingono antieuropeisti

Peccato che poi sostengano la ministra del 5% che ci ha svenduti all’UE ed entrino nei comitati di sabotaggio del “maledetto voto” del 9 febbraio, mentre snobbano quelli “contro la strisciante adesione all’UE”

Incredibile ma vero, adesso che le elezioni si avvicinano, in casa PPDog si improvvisamente si accorgono che l’amministrazione federale è farcita di euroturbo. La “strepitosa” (si fa per dire) notizia la apprendiamo dal Corrierone del Ticino di giovedì. Il quotidiano di Muzzano interpella sul tema la consigliera nazionale uregiatta zurighese Kathy Riklin.

La Riklin in Ticino – non solo in Ticino, in effetti – è giustamente sconosciuta. Trattasi però della presidente della delegazione elvetica per i rapporti con l’UE e con l’AELS. Un gremio che non serve assolutamente ad un tubo, come tutte queste delegazioni del resto. Però permette di rimediare qualche intervista  in periodo elettorale. Che torna sempre comodo.

Giudici stranieri

Fatto sta che la deputata uregiatta, non solo a titolo personale bensì a nome del partito, si scandalizza perché il ministro degli esteri PLR Didier Burkhaltèèèr, quello del “dobbiamo aprirci all’UE”, punta con i suoi accoliti a sottomettere la Svizzera alla Corte di giustizia UE: ciò significa sottometterla a giudici stranieri.

Che il PLR Burkhaltèèèr, esponente di un partito nemico giurato del 9 febbraio – in Ticino il suo comitato si è espresso all’unanimità contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, venendo asfaltato dalle urne – sostenga simili posizioni aberranti, non è certo una sorpresa. Il ministro degli Esteri PLR è infatti il fautore della ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto dell’Unione europea in Svizzera. Quindi Burkhaltèèèr non vuole solo i giudici stranieri. Vuole anche che siano gli eurofalliti ad imporre le loro leggi agli svizzerotti.

“Non so chi altri…”

Si ricorderà inoltre che l’ambasciatore elvetico presso l’UE, Roberto Balzaretti, nei mesi scorsi davanti al Parlamento europeo aveva dichiarato che la Svizzera sarebbe disposta a sottoporsi, sulla questione del proseguimento degli accordi bilaterali dopo la votazione del 9 febbraio, al giudizio della Corte di giustizia UE. E ha pure aggiunto: “non so quale altro paese non UE sarebbe disposto a fare questo passo”.

Non lo sappiamo nemmeno noi. Però non facciamo molta fatica ad immaginare la risposta: neanche uno. Perché nessun altro paese è altrettanto fesso.

Verso l’adesione

Poiché è impensabile che l’ambasciatore abbia fatto una dichiarazione del genere – che è gravissima e gravida di conseguenze – senza essere  stato autorizzato dai vertici del suo dipartimento, ecco che il cerchio si chiude.

E’ evidente che l’adesione alla Corte UE  non sarebbe che un’ulteriore agevolazione all’adesione all’Unione europea tout-court.

Adesso la buona Riklin, anche a nome del suo partito, il PPD, si scaglia contro chi vuole i giudici stranieri e la strisciante adesione all’UE. Peccato che il PPD non abbia affatto delle posizioni diverse da queste.

Si vede proprio che le elezioni si avvicinano: gli uregiatti si sentono in dovere di dire qualcosa di antieuropeista. Specie sui media ticinesi. Se non siamo al livello di quei kompagni che fingono di essere diventati euroscettici dalla sera alla mattina per turlupinare i cittadini, non siamo neppure troppo lontani.

Alcune domandine

Come mai quando l’ambasciatore Balzaretti ha annunciato urbis et orbis disponibilità della Svizzera a sottomettersi al giudizio della Corte di giustizia UE sulla questione dei bilaterali, gli uregiatti non hanno fatto un cip? Come mai nessun esponente PPDog, malgrado ne siano stati contattati parecchi, ha accettato di entrare nell’associazione “contro la strisciante adesione all’UE”? Come mai di uregiatti ce ne sono invece, e di peso, nei comitati di sabotaggio del 9 febbraio, quelli che finanziati dal miliardario residente negli USA (dove paga le tasse costui, ammesso che le paghi?), comitati che hanno evidentemente l’intento di cancellare il “maledetto voto” e spianare la strada all’adesione?

A proposito: Il PPD sosterrà ancora o no la ministra del 5% Widmer Schlumpf?

Morale della favola: è un po’ tardi arrivare a tre mesi dalle elezioni federali a tentare di rifarsi una verginità euroscettica quando per anni si è seguita una linea ben diversa.

Lorenzo Quadri

E poi noi saremmo razzisti, xenofobi, “chiusi”? In Svizzera 2 milioni di stranieri!

Sarebbe come se in Germania ce ne fossero 20. Invece ce ne sono 7,2

Ma guarda un po’! Nella Svizzera chiusa e razzista, dove la maggioranza della gente vota l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, gli stranieri hanno raggiunto quota 2 milioni, su 8 milioni di abitanti. Quindi un quarto della popolazione è straniera. Per fare una proporzione, sarebbe come se in Germania ci fossero 20 milioni di stranieri. Invece ce ne sono 7,2 milioni. Queste sono le ultime cifre ufficiali, divulgate nei giorni scorsi dalla Segreteria di Stato della migrazione (SEM).

E non è tutto. Sentite questa: “Tra gennaio e giugno 2015, 76’093 cittadini di Stati dell’UE-28/AELS sono immigrati in Svizzera per assumervi un impiego”. Allucinante: l’UE è allo sfascio e vengono tutti qui!

Statistiche da orticaria

Le statistiche di cui sopra fanno venire l’orticaria ai kompagni e agli spalancatori di frontiere. Facile capire perché. E’ ben poco plausibile, infatti, sostenere che la Svizzera è un paese xenofobo quando ha di gran lunga il tasso di stranieri più alto d’Europa – con l’unica eccezione del Lussemburgo che però ha 500mila abitanti.

Vale forse la pena citare un paio di cifre, prelevate dalle statistiche Eurostat del 2011. Così, tanto per fare qualche paragone.

La Germania come detto ha 7,2 milioni di stranieri, pari all’8,8% della popolazione. L’Italia di stranieri ne ha 4.5 milioni, ossia il 7.5%. La Francia 3.8 milioni, ovvero il 5.9%. La Gran Bretagna 4,4 mio (7,2%). L’Austria, che è grande come la Svizzera (8,5 mio di abitanti) ha però meno della metà degli stranieri che abbiamo noi: 900mila, quindi il 10,8% della popolazione. La Svezia, con 9,4 milioni di abitanti, ha solo 622mila stranieri, ovvero il 6.6% della popolazione. E via elencando.

Le filippiche

Fa dunque ridere i polli che i funzionarietti di Bruxelles, esponenti degli Stati testé citati, si lancino in sguaiate filippiche contro gli Svizzerotti che osano votare limitazioni all’immigrazione – quando invece la Svizzera deve continuare a rimanere la valvola di sfogo per gli sfaceli occupazionali UE, naturalmente a spese dei residenti – quando il tasso di stranieri presenti nel nostro paese è un multiplo di quelli che si trovano nei loro.

E non ci si venga a tirar fuori la scusa del diverso sistema di acquisizione della cittadinanza, che non è di certo in grado di spiegare simili scostamenti. Tanto più che in Svizzera ogni anno 40mila persone vengono naturalizzate senza un cip.

Naturalizzazioni più facili?

Poiché diventa assai arduo sostenere che la Svizzera, con un quarto della popolazione straniera, è un paese razzista e quindi gli svizzerotti – cui va inculcato ogni tipo di senso di colpa a suon di moralismi a senso unico – devono “aprirsi” ovvero rinunciare a qualsiasi controllo migratorio (dentro tutti) e calare le braghe davanti all’UE, ecco che gli spalancatori di frontiere si inventano sempre nuovi escamotage per rendere le naturalizzazioni ancora più facili. Questa operazione ha un obiettivo duplice. 1) taroccare le statistiche degli stranieri, che così proprio non vanno bene, dal momento che smentiscono il $inistro mantra degli svizzerotti razzisti e 2) pescare tra il bacino elettorale dei neo-svizzeri. Ci pare infatti di ricordare, tanto per dirne una, che il P$ di Lugano avesse a suo tempo trasmesso volantini elettorali ai neo-naturalizzati…

Romania e Bulgaria

Ma nel comunicato ufficiale della SEM c’è anche una postilla, passata inosservata ai più. Vi si precisa che, dal 31 maggio del 2016, cadranno anche i contingenti attualmente in vigore per i cittadini di Romania e Bulgaria: “Fino al 31 maggio 2016, i cittadini dei due paesi dell’Est europeo desiderosi di accedere al mercato del lavoro svizzero soggiacciono a termini transitori (priorità dei lavoratori indigeni, controllo delle condizioni inerenti al mercato del lavoro, contingenti)”. Dopo, o sarà in vigore il 9 febbraio, oppure sarà “caccia libera” anche per gli abitanti di questi paesi. E alla ridicola fregnaccia dell’ “immigrazione uguale ricchezza” non ci crede ormai più nessuno.

Pullman in panne nel tunnel del Gottardo, e il traffico collassa. Spendere senza ritorno?

Rallegra intanto che, secondo un sondaggio del SonntagsBlick, il 71% degli svizzeri sarebbe favorevole al traforo di risanamento

Ormai il copione si ripete con scoraggiante monotonia. Venerdì un pullman ha avuto una panne all’interno del tunnel autostradale del Gottardo. La galleria ha dovuto restare chiusa in entrambe le direzione fino a quando il mezzo non è stato trainato fuori dal traforo. Le conseguenze per la viabilità sono state drammatiche. Il traffico è letteralmente collassato. Si sono formati 13 km di coda al portale nord e 7 km al portale sud.

Un guasto al giorno

Le panne all’interno del tunnel del Gottardo non sono certo una rarità. In media se ne verifica una al giorno. Quanto accaduto venerdì dimostra ancora una volta che per questo Cantone è essenziale disporre di un collegamento stradale funzionante e sicuro con il resto della Svizzera. A maggior ragione nei fine settimana a forte esodo turistico come quelli attuali.

Il traforo di risanamento senza aumento di capacità, approvato dal parlamento, risponde anche a questa esigenza. Già il turismo ticinese soffre; costringere i visitatori a code inenarrabili per raggiungere il nostro Cantone ha un evidente effetto deterrente. Le destinazioni facilmente raggiungibili tramite voli low cost ringraziano. E immaginiamo cosa succederebbe se il collegamento stradale dovesse venire a mancare per addirittura tre anni.

Il sondaggio del Blick

In questo senso è senz’altro rallegrante che, secondo l’ultimo sondaggio pubblicato dal Blick, il 71% degli svizzeri sia favorevole al traforo di risanamento (i ticinesi non sono stati considerati nell’indagine). Certamente i sondaggi vanno presi per quello sono, ossia degli indicatori di tendenze, ma tuttavia il risultato è senz’altro rallegrante. Dimostra per lo meno che, tra la popolazione del resto della Svizzera, c’è la volontà di non tagliar fuori il Ticino per tre anni. Probabilmente ci si rende  conto che il Ticino è già penalizzato più che abbastanza senza bisogno di aggiungerci una chiusura triennale del Gottardo.

Utilizzo dei soldi pubblici

A ciò si aggiunge una riflessione puramente economicista. Il risanamento del tunnel autostradale del San Gottardo è un’importante opera pubblica, finanziata con tanti soldi dei contribuenti, che vanno utilizzati in modo “efficace ed efficiente”. Solo con la realizzazione del traforo di risanamento questi soldi pubblici sono utilizzati in modo sensato. Infatti il traforo di risanamento costituisce un investimento per il futuro. Risanare senza traforo significa trovarsi ancora, dopo tre anni di lavori e di isolamento per il Ticino – con un danno economico ingentissimo – con lo stesso tunnel di prima. Quindi soldi pubblici spesi senza alcun beneficio.

L’obolo

A questo proposito vale la pena ricordare una delle brillanti sortite fatte da un kompagno consigliere nazionale romando in sede parlamentare: per i tre anni d’isolamento indennizziamo il Ticino. Ma che bella idea! I $ocialisti si rendono dunque conto che tre anni senza traforo Gottardo comporterebbero un danno ingente per l’economia cantonale. Ma, pur di non sostenere l’unica soluzione sensata, ovvero il secondo tunnel senza aumento di capacità, s’inventano l’obolo al Ticino. Quindi prima si fa un danno enorme per motivi ideologici e poi si immagina di rimediare con i soldi del contribuente. Evviva! Poi ci si chiede come mai il P$ non se lo fila più nessuno…

Lorenzo Quadri

RSI: pretendono di avere ragione sempre e comunque! Gli ascolti calano, la boria no

Il Corrierone del Ticino, nell’editoriale di Gianni Righinetti pubblicato mercoledì, non ci va certo giù leggero nei confronti della RSI. Si parla apertamente di “arroganza”, di “spocchia” e di “giornalismo non al di sopra delle parti”. I cali d’ascolto resi noti nei giorni scorsi dovrebbero far suonare più di un campanello d’allarme. Di  certo non si possono liquidare come “fisiologici”, dal momento che le altre emittenti SSR calano sì, ma in misura ben minore. Ma ciononostante l’azienda ha prontamente minimizzato: “Tout va bien, Madame la Marquise”!

Autocritica?

La trombatura del 14 giugno ha spiazzato i vertici della RSI. Il loro atteggiamento è infatti cambiato. Prima semplicemente snobbavano le critiche alla maniera di Caterina II di Russia: “La Luna non muta il suo corso per l’ululare dei cani”, diceva l’imperatrice. Adesso invece reagiscono con ipersensibilità stizzosa. Lo dimostrano le repliche inviperite inviate al Corrierone dopo la pubblicazione dell’editoriale “dello scandalo”. Lo confermano gli scritti mandati dal direttore Canetta al Mattino.

Adesso come allora manca l’autocritica. Figuriamoci, l’azienda ha sempre ragione. E’ infallibile, più o meno come il Papa. La mazzuolata ricevuta dalle urne? Solo colpa dei felloni che – a dire dei vertici di Comano –  perfidamente remano contro (?). A partire, va da sé, dal Mattino populista e razzista che “incita all’astio” (uella!) nei confronti dell’azienda. Uhhh, che pagüüüüraaaa!, avrebbe detto il Nano.

Bagno d’umiltà?

Magari, nei lussuosi uffici di Comano, un bagno d’umiltà non farebbe male. Potrebbe anche servire a rinfrescare i neuroni surriscaldati dalla canicola. La Lega e il Mattino non hanno alcun interesse a nuocere alla RSI in quanto tale. Perché dovrebbero farlo, e con quale tornaconto? Non sono però disposti ad accettare in silenzio la strumentalizzazione e la colonizzazione dell’azienda da parte della casta che la gestisce come se fosse “cosa sua”. Quella casta autoreferenziale ed ermeticamente chiusa a tutela dei propri orticelli (e dire che sono poi gli stessi che predicano il “bisogna aprirsi”). E che trasforma il servizio pubblico in propaganda di parte.

Pagare e tacere?

Non sta né in cielo né in terra, tanto per fare un esempio banale, che in un Cantone dove il 70% della popolazione vota sì all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, la TV pubblica infarcisca i telegiornali di propaganda a favore dell’UE e contro il 9 febbraio. Il cittadino-contribuente ticinese dovrebbe pagare il canone più caro d’Europa, appena trasformato in imposta, per farsi fare il lavaggio del cervello secondo le idee della dirigenza aziendale schierata partiticamente? Non è così che funziona. Come è chiaro che non funziona più il ricatto morale all’indirizzo di chi critica le derive di Comano e Besso. Ricatto all’insegna del trito leit-motiv: chi critica indebolisce l’azienda e quindi è lo scriteriato complice di eventuali smantellamenti decisi Oltregottardo. Ma stiamo scherzando? Bisognerebbe allora farsi andar bene tutto, pagare, mandar giù e tacere? Bisognerebbe accettare di farsi prendere a pesci in faccia dall’azienda di presunto servizio pubblico e poi però stracciarsi le vesti a sua difesa, come se “niente fudesse”, perché fare altro sarebbe moralmente riprovevole e politikamente scorretto? Qui qualcuno non è in chiaro.

Non si cede al ricatto

Chi sono i signori della RSI per pretendere d’imporre al mondo politico la coscrizione obbligatoria nelle truppe cammellate dei loro difensori? Ed in particolare per imporla a quella parte che la RSI non perde occasione di prendere a pesci in faccia, argomentando: “chi non ci regge la coda senza condizioni è un bieco sabotatore nemico del paese”? Il Ticino non è la Corea del Nord e a Comano faranno bene a rendersene conto. Il sostegno bisogna conquistarselo. Non lo si impone con il ricatto. Di conseguenza, tanto per chiarire, non sono la Lega ed il Mattino a danneggiare l’immagine della RSI, come lasciando ad intendere i ro$$i vertici aziendali. E’ la RSI che si fa male da sola comportandosi come se tutto le fosse concesso per grazia ricevuta, e guai a chi fa cip.

Lorenzo Quadri

Se ne sono accorti perfino i settimanali romandi di $inistra Il Ticino vuole le frontiere chiuse

Da un sondaggio realizzato di recente per conto del settimanale “L’Hebdo”, che in Romandia hanno ribattezzato, chissà come mai, “Gauchebdo”, emerge che la maggioranza degli Svizzeri, ossia il 61,3%, dice no ai migranti economici. E ci mancherebbe altro, visto che non si tratta di rifugiati. Il diritto d’asilo serve alla protezione della popolazione in caso di guerra. Il suo obiettivo non è, e non è mai stato, quello di aprire le nostre frontiere e le casse del nostro stato sociale a chi lascia il proprio paese per motivi economici. Ne consegue che, al momento attuale, il diritto d’asilo viene massicciamente violato. Questo sarà bene tenerlo presente.

L’unico Cantone

Ma dal sondaggio dell’Hebdo, che interpella 1200 persone, emerge anche che in Ticino la maggioranza (51,2%) è favorevole alla chiusura delle frontiere. E’ l’unico cantone ad avere questa posizione. Tuttavia su scala nazionale oltre il 40% degli interpellati ritiene che l’afflusso di persone attraverso il Mediterraneo costituisca “una sorta di invasione”. Ma allora non sono tutte balle della Lega populista e razzista, se emergono anche dai sondaggi del rosso settimanale romando! E poiché si sa che i sondaggi rispettano i “gusti” del committente, non c’è alcun motivo per ritenere che le percentuali di chi vuole le frontiere chiuse siano state gonfiate. Anzi.

La porta sud spalancata?

Gli accordi di Schengen sono già stati virtualmente silurati dai cittadini UE. Secondo un altro sondaggio, realizzato questa volta dalla testata francese Le Figaro, i cittadini dell’Europa occidentale vogliono il ritorno dei controlli alle frontiere.

Il fatto che il Ticino, nell’indagine commissionata dall’Hebdo, sia da solo a volere le frontiere chiuse, si spiega facilmente con il fatto che il nostro Cantone si trova geograficamente incuneato nella vicina Penisola. E l’Italia, in violazione degli accordi di Dublino, registra tre clandestini su dieci. E’ chiaro dunque che siamo lasciati allo sbaraglio dal resto della Confederazione.

Ma ben presto anche oltregottardo cominceranno a rendersi conto che, se si lascia spalancata la porta sud della Svizzera, gli ospiti indesiderati si sparpagliano poi per tutto il paese. Chiudere questa porta è dunque, evidentemente, nell’interesse di tutta la nazione. Come la palizzata anticlandestini che l’Ungheria sta costruendo al confine con la Serbia è nell’interesse di tutti i paesi dello spazio Schengen. La vituperata Ungheria sta, in realtà, facendo il “lavoro sporco” – nel senso di politikamente skorretto – per tutti. Il resto dell’UE lancia ipocrite fatwe morali contro i muri al confine; però approfitta dei vantaggi che essi comportano!

Il muro

Budapest ha annunciato che il suo recinto, lungo 174 Km ed alto 4 metri, sarà ultimato per novembre. In Ticino c’è una maggioranza che vuole chiudere le frontiere: lo dice perfino un periodico romando di $inistra. Questa maggioranza, non ci vuole la sfera di cristallo per prevederlo, è destinata a crescere nei prossimi mesi. Quando il Nano, negli anni scorsi, parlava di muri sul confine, veniva trattato da pazzo. Adesso questi muri si fanno davvero. L’Ungheria ha cominciato. Perché non dovremmo seguire?

Lorenzo Quadri

Ma guarda un po’: il governatore della Lombardia sbrocca di nuovo contro il Ticino: Maroni, dagan na feta…

Delle due l’una: o Maroni finge di non capire la situazione, e allora vuol dire che sta prendendo per i fondelli la gente, oppure proprio non la capisce, e allora non è leghista. Comunque, sulla richiesta dell’estratto del casellario giudiziale non si cede di un millimetro

Il governatore della Lombardia Roberto Maroni insiste con le fregnacce pro-frontalieri e pro saccoccia elettorale sua. Ultima “sbroccata” di Bobo Maroni: i frontalieri in Ticino sarebbero “trattati come clandestini”. Vabbè la canicola, ma qui si sta perdendo la bussola.
Queste esternazioni grottesche, alla cui origine c’è presumibilmente sempre la questione della richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio di nuovi permessi B e G (NB: non si molla di un millimetro) cominciano a diventare imbarazzanti per gli stessi frontalieri. Anche nel loro interesse, Maroni farebbe bene a piantarla con simili fregnacce. Oltretutto, come leghista, si rende ridicolo. Delle due l’una: o finge di non capire che il Ticino semplicemente vuole tutelare il proprio mercato del lavoro e la propria sicurezza da un afflusso scriteriato ed incontrollato, con delinquenti che si trasferiscono da noi senza alcun controllo – e che, se ottengono il permesso, poi non si riesce più a scrostare – e allora vuol dire che sta prendendo in giro la gente; oppure proprio non capisce, e allora vuol dire che non è leghista.
Ed è anche del tutto inutile che Maroni continui a raccontare che le sacrosante misure decise da Gobbi riguardano solo gli italiani, perché concernono tutti.
O Maroni, ti scandalizzi perché un paese tenta di difendersi da un flusso migratorio assolutamente insostenibile? E pretendi di essere leghista? Ma va là…

Discriminati i non frontalieri
I frontalieri, e Maroni lo sa benissimo, stanno molto meglio degli italiani che vivono e lavorano in patria. Guadagnano di più e pagano meno tasse. Tante di meno. Gli italiani che vivono e lavorano in patria sono fiscalmente discriminati, ed in modo pesante, rispetto ai frontalieri. Questo sì che dovrebbe far gridare allo scandalo i politicanti lombardi. Gli italiani che vivono e lavorano in patria non sono forse anch’essi cittadini ed elettori? Oppure sono di serie B?
E’ in atto una pesante discriminazione fiscale tra cittadini italiani, che avvantaggia indebitamente i frontalieri. E questo andazzo va avanti da decenni. Ma, per distogliere l’attenzione, i politicanti alla Maroni montano la panna sulla richiesta di un paio di documenti (quando la burocrazia italiana di documenti ne chiede a carrettate per ogni sciocchezza) per potersi trasferire in Ticino? Documenti peraltro scontati e normalissimi, che vengono chiesti a qualsiasi ticinese in cerca di un posto di lavoro? Documenti che, prima della devastante libera circolazione delle persone, era prassi automatica presentare? Maroni, ma ci sei o ci fai? Vabbè che le temperature sono alte, ma non siamo ancora al carnevale di Rio!

Chi tappa i buchi?
I frontalieri in Ticino sono 62’500. Aggiungendo i familiari, facciamo che si arrivi a 250mila “teste”. Sicché:
1) Da un lato, questo quarto di milione di persone ha la pagnotta solo grazie al nostro Cantone: per cui il governatore lombardo, se tiene a questi suoi concittadini, farebbe bene ad esprimersi con più cautela nei confronti del Ticino e delle sue scelte. Perché va bene ticinesotti fessi; ma fino ad un certo punto. E delle inadempienze nei nostri confronti della vicina Penisola – i cui politicanti, con una faccia di tolla senza pari, pretendono poi di fare i ganasa con noi per motivi di tornaconto elettorale personale – cominciamo ad averne piene le scuffie.
2) D’altro canto, invece, ci sono milioni di cittadini lombardi che non sono frontalieri e che vivono e lavorano in patria, i quali potrebbero legittimamente avere qualcosa da dire sugli annosi privilegi fiscali dei frontalieri. Anche perché questi privilegi fanno mancare dalle casse pubbliche dello Stivale decine e decine di milioni di euro ogni anno. E questi soldi ce li deve poi mettere qualcun altro. Chi? I restanti contribuenti, è ovvio.

Accordi con la Svizzera?
Comunque, e lo ripetiamo, l’atteggiamento di Maroni e di altri politicanti lombardi dimostra chiaramente che, al di là della ramina, non hanno la benché minima intenzione di introdurre un qualsiasi peggioramento nelle condizioni dei frontalieri. Però gli accordi con la Svizzera – quelli che erano ad un passo dalla conclusione un anno fa, ed adesso sono a due passi dalla conclusione – vanno in direzione diversa. Essi prevedono, anzi prevedrebbero, di elevare il livello fiscale dei frontalieri a quello degli italiani: si tratta di una misura antidumping essenziale per il Ticino. La controparte italica ha già messo le mani in avanti: per l’adeguamento fiscale ci vorranno “almeno 10 anni”. Il messaggio è chiarissimo: l’adeguamento fiscale non si farà mai. Ed i ticinesotti, ancora una volta, rimarranno con la Peppa Tencia in mano e si terranno il dumping.
La domanda è una sola e sempre la stessa: intendiamo finalmente adottare una linea meno flaccida nei confronti della vicina Penisola o vogliamo continuare ad esserne lo zimbello? Se aspettiamo la ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo tirapiedi De Watteville stiamo freschi. Per cui, è ovvio, dobbiamo arrangiarci da soli. Come hanno ottimamente cominciato a fare i due Consiglieri di Stato leghisti Gobbi e Zali.
Lorenzo Quadri

La chicca
Cose da matti: il governatore della Lombardia Roberto Maroni (ma costui è davvero leghista? Perché non sembra proprio…) continua a raccontare fregnacce sul Ticino che discriminerebbe i frontalieri. Uhhhh, che pagüüüüüraaaaa!
Secondo l’ultima fregaccia del governatore lombardo, nel nostro Cantone i frontalieri sarebbero trattati come clandestini. Uella Maroni: ma ci sei, o ci fai, o ti fai? E poi, in che modo i frontalieri sarebbero discriminati? Che comincino a pagare i premi di Scassa Malati e ad affrontare i costi della vita in Ticino, poi ne riparliamo!
Maroni, prima di azionare la lingua controlla eccetera eccetera!

Il muro ungherese? E’ solo l’inizio…

Finti rifugiati, la tensione cresce

Nella vicina Penisola, nel Veneto come a Roma, è rivolta contro i prefetti. I prefetti sono quei funzionari, incaricati dal governo, che hanno al compito di trovare una sistemazione per i clandestini. Nel 2015 gli arrivi sulle coste italiane sono già stati oltre 85mila.

La scorsa settimana la protesta è esplosa a Quinto di Treviso, dove il prefetto voleva collocare 101 asilanti in un residence. Le autorità locali, in prima linea il governatore leghista del Veneto Luca Zaia, sono scesi energicamente in campo. Dopo ore di tensione migranti sono stati trasferiti in una caserma. Disordini si sono verificati pure a Roma.

Responsabilità chia

Per i cittadini italiani giunti all’esasperazione le responsabilità sono chiare: il governo pensa di rispondere all’emergenza migranti facendo entrare tutti. E poi? E poi qualche santo provvederà.

Non sono peraltro solo gli italiani a ritenere che questo sia il modus operandi del loro governo. I paesi vicini pensano la stessa cosa. Ed infatti la Francia ha costruito un muro a Mentone-Ventimiglia. Non è di cemento e di filo di ferro come quello ungherese, ma sempre di muro si tratta. Gli accordi di Schengen, quindi, sono andati a farsi benedire all’interno della stessa UE. Però i funzionarietti di Bruxelles credono poter adottare la linea dura ed inflessibile con gli svizzerotti sulla libera circolazione delle persone. Patetici!

Quelli che possono solo tacere

Chi, oggi come oggi, si preoccupa delle frontiere esterne dell’UE? Solo la vituperata Ungheria: quella che, tra il biasimo generale ed ipocrita, tira su i muri. Gli eurobalivi starnazzano al razzismo e al fascismo; ma cosa fanno loro per difendere i confini esterni dello spazio Schengen? Assolutamente nulla. E chi non fa nulla, davanti a chi fa può solo tacere.

Per colpa degli spalancatori di frontalieri ci troviamo confrontati con un fenomeno migratorio senza precedenti, che comporta la sistematica violazione delle leggi sull’asilo da parte di rifugiati economici. Ma chi sono i cattivi? Quelli che infrangono la legge? Macché: sono quelli che ne chiedono il rispetto; sono loro a venire denigrati come gretti, populisti, razzisti. Il mondo che gira al contrario.

Nemmeno il fatto, manifesto, che i barconi siano gestiti dall’ISIS, con lo “Stato islamico” che infiltra i suoi miliziani tra i rifugiati, basta a strappare l’occidente buonista dal rimbambimento collettivo. “Nessun immigrato verrà rimandato indietro”, blatera infatti la commissaria UE Mogherini (ossia l’ennesima scartina di un governo nazionale, nel caso concreto italiano, relegata a Bruxelles per impedire che faccia troppi danni in patria). Messaggio ricevuto nei paesi d’origine. Sicché, avanti tutta.

“Poareti”

Ma questa volta il giocattolo si è rotto. Il muro ungherese è una realtà: uno schiaffo in piena faccia agli spalancatori di frontiere. Quando il Nano parlava di erigere muri sui confini veniva trattato da pazzo. Invece era, ancora una vola, lungimirante. Il muro ungherese non resterà un unicum. In Italia la gente scende in piazza perché non è più d’accordo di farsi imporre un’insostenibile presenza di clandestini. Quando le stesse scene saranno generalizzate in Europa, qualcuno pensa che i vari governi potranno salvarsi le cadreghe raccontando fregnacce politikamente korrette? Certo che no.

Gli spalancatori di frontieri hanno voluto pervertire il diritto d’asilo tollerandone la violazione sistematica e di massa, invece di farne rispettare i limiti: non sia mai, è cosa da gretti populisti, da deprecabili razzisti! Adesso non solo gli stati membri UE scaricano Schengen – e noi, cosa aspettiamo? – ma costruiscono i muri.

E chi ha fatto in modo che si giungesse a tanto può solo rodersi. O magari raschiare il fondo del barile del moralismo a buon mercato lanciandosi in trite contrapposizioni tra muri e ponti. Come si dice nel Veneto – tanto per concludere l’articolo da dove è partito -: poareti.

Lorenzo Quadri

Budapest lo dimostra: fare i muri al confine “sa pò”! Ungheria, al via il cantiere della barriera

E noi? Primo passo: Svizzera FUORI SUBITO da Schengen!

Non si può certo dire che gli ungheresi cincischino. Il governo ha annunciato la costruzione del famoso muro di 174 Km, alto 4 metri, sul confine con la Serbia. Obiettivo: fermare un flusso di clandestini senza precedenti ed assolutamente ingestibile. Il parlamento ha approvato l’operazione la scorsa settimana. E già nei giorni scorsi sono iniziati i lavori di costruzione, in cui sono impegnati anche 900 soldati e diversi carcerati. E’ proprio il caso di dire: detto, fatto.

Castagne dal fuoco

Non che ci fossero altre opzioni per l’Ungheria. Visto che la fallita Unione europea si dimostra completamente incapace di risolvere un qualsiasi problema (li sa solo creare), figuriamoci un’emergenza come quella dei clandestini, la logica conseguenza è che i singoli stati membri si arrangiano da soli. E il vituperato governo di Budapest con il suo recinto rende un servizio a tutta l’UE e allo spazio Schengen. I confini ungheresi sono infatti anche quelli esterni dell’Unione. I funzionarietti di Bruxelles starnazzano contro i muri; ma alla fine il muro toglie anche a loro tante castagne dal fuoco. Strillare le solite patetiche accuse di razzismo contro il muro significa schierarsi dalla parte dell’illegalità, ossia dell’immigrazione clandestina.

Politikamente korretti con le pive nel sacco

La barriera ungherese è una clamorosa sconfitta per gli spalancatori di frontiere. Quelli che, monopolizzando educazione, informazione e kultura, ci hanno inculcato che un muro è una cosa brutta, cattiva e razzista per definizione. E comunque non può esistere nella realtà; è solo una boutade. Costruirne davvero uno? “Sa pò mia!”. L’Ungheria dimostra invece che “sa pò”.  Che smacco! Soprattutto se si pensa che altri potrebbero prendere esempio.  Da qui l’esigenza dei politikamente korretti di lanciare tutta la palta possibile addosso all’Ungheria: patetico tentativo di scoraggiare eventuali emuli.

Quando la riprovazione di ambienti di autocertificata superiorità morale – morale a senso unico, sia chiaro – tutti foraggiati dall’ente pubblico e quindi dal deplorevole cittadino “populista e razzista” (ma “pecunia non olet”) avrà il peso che effettivamente le spetta, ossia nessuno, un po’ di cose cominceranno ad andare meglio.

Francia e Germania…

Ma i muri, e questo è il bello, non li fa mica solo l’Ungheria. Anche quello della Francia (con governo di $inistra!) a Mentone – Ventimiglia è un muro. Fatto di forze di sicurezza e non di cemento, mattoni o metallo. Ma sempre muro è. Un muro interno all’UE ed allo spazio Schengen. La situazione tra Germania ad Austria è meno eclatante – l’Austria non è l’Italia – ma nella sostanza neanche troppo diversa.

Ma guarda un po’: ma allora sulla libera circolazione delle persone si transige eccome. Sono gli stessi stati membri e fondatori dell’UE ad affondare Schengen. Però i funzionarietti di Bruxelles pretendono di imporne il rispetto agli altri. Per la serie: fate quello che dico, non quello che faccio. Ne prendano finalmente atto gli eurofili nostrani, quelli che vogliono rifare il voto del 9 febbraio, quelli che vogliono imporci leggi e giudici stranieri: l’UE è finita. Fa la voce grossa solo con gli svizzerotti. Perché per anni i nostri governi hanno sempre calato le braghe. Sono forse quelli che erigono barriere quando fa comodo a loro che pretendono di far credere a noi, che non siamo stati membri, che la libera circolazione delle persone “non è negoziabile”?

La realtà è molto semplice: la libera circolazione delle persone è non negoziabile proprio allo stesso modo in cui era “non negoziabile” il segreto bancario. Abbiamo visto come è andata a finire.

Lorenzo Quadri

Gli svizzerotti pagano le vacanze in patria dei finti rifugiati!

Ma come, al loro paese non dovevano essere dei perseguitati? Però ci tornano per le ferie?

Basta farsi prendere per i fondelli! Biglietti di sola andata!

Prendere per i fondelli gli svizzerotti (che tanto sono fessi e non si accorgono di niente) è uno sport assai diffuso. Anche tra  i richiedenti l’asilo. Quelli che si fingono perseguitati politici e/o in pericolo di vita al proprio paese. Ma la realtà è ben diversa. Vale la pena ricordare che nell’ultima farneticante presa di posizione dei kompagni di UNIA (quelli che comandano in casa P$$) la Svizzera dovrebbe farsi carico del 10% dei clandestini che sbarcano sulle coste italiche. Come no!

Il paradosso

I richiedenti l’asilo e quanti sono stati ammessi provvisoriamente sono, per legge, autorizzati a rientrare in patria solo in casi eccezionali. E ci mancherebbe. Infatti, delle due l’una: o sono perseguitati, e allora al proprio paese non ci possono tornare, o non lo sono, e allora non devono poter rimanere in Svizzera. Ma non sta né in cielo né in terra che un richiedente l’asilo possa poi permettersi di tornare a fare le ferie a casa, con tanto di permesso della Confederella. Sembra un paradosso. Infatti lo è. Ma è anche la realtà.

62mila viaggi

Quindi il contribuente svizzerotto paga le vacanze  in patria a presunti asilanti; che hanno ottenuto asilo perché perseguitati. Una vera presa per i fondelli.

L’allarme sul numero spropositato di viaggi all’estero dei rifugiati è stato lanciato di recente da una consigliera nazionale Udc, Silvia Flückiger. Lo apprendiamo dal Corrierione di venerdì. La deputata ha anche indicato la cifra: 62mila trasferte  di persone ammesse provvisoriamente in Svizzera – ossia di persone il cui rinvio in patria avrebbe dovuto essere impossibile – autorizzate dalla Confederazione tra il 2010 ed il 2014. Particolarmente interessati dal fenomeno, gli eritrei. Parecchi di loro, per non farsi “catar via”, raggiungono il paese d’origine passando prima da altri paesi esteri.

Anche i Cantoni protestano

Balle populiste e razziste? No, perché anche i Cantoni si lamentano per la prassi federale troppo permissiva. E’ poi ovvio che la voce su quanto sia facile fare fessi gli svizzerotti si sparge rapidamente. Così gli abusi si moltiplicano.

E non è ancora finita. Secondo le dichiarazioni di un’attivista di origine eritrea, a lucrare sulle ferie  in patria dei finti rifugiati c’è pure il consolato eritreo di Ginevra,  in prima linea nell’organizzare viaggi illegali in cambio del 2% del reddito. Poiché il 91% dei richiedenti l’asilo eritrei è in assistenza – benché abbiano la possibilità e l’obbligo di lavorare – anche la mazzetta del 2% esce dalle casse pubbliche: quelle alimentate dagli svizzerotti “chiusi e xenofobi”.

Fessi fino in fondo

La domanda a questo punto nasce spontanea: si può essere più fessi di così? La risposta è, evidentemente, no.

Va da sé che la scoperta dell’ennesimo sfacciato abuso nel campo dell’asilo viene accolta dall’assordante silenzio dei kompagni. Ma guarda un po’. E sì che di solito a $inistra sono assai facondi, per non dire logorroici. Specie quando si tratta di denunciare il presunto “razzismo”. Invece, questa volta, citus mutus. Forse perché i kompagni sull’asilo – tramite le loro associazioni – ci lucrano?

E anche la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga tace.

Stringere i cordoni

Intanto, per “aprire” la socialità elvetica agli approfittatori stranieri, facciamo tirare la cinghia agli svizzeri in difficoltà. La soluzione è semplice: gli asilanti-vacanzieri semplicemente non vanno fatti rientrare in Svizzera. Biglietto  di sola andata.

Poiché di stranieri che abusano dello stato sociale alimentato dagli svizzerotti ce ne sono già abbastanza, e poiché di farci sfruttare da tutti perché “bisogna aprirsi”, “bisogna tollerare” ne abbiamo piene le tasche, altro che accogliere sempre più asilanti. Il nuovo scandalo dimostra che bisogna diventare assai più selettivi.

Lorenzo Quadri

Ma chi l’avrebbe immaginato! Cantiere Stabio-Arcisate ancora BLOCCATO. “Tanto i ticinesotti sono fessi…”

Ma chi l’avrebbe mai detto! I lavori per la ferrovia Stabio-Arcisate, quelli che avrebbero dovuto riprendere il primo luglio, sono di nuovo bloccati. In effetti il primo luglio è passato da quasi tre settimane, ma sul cantiere non si muove foglia. E non per la canicola. Secondo un sindacalista CGIL interpellato dalla RSI, la spiegazione risiede nel fatto che la nuova ditta appaltatrice, la SALCEF, non avrebbe ancora firmato il contratto. Sicché la ripresa dei lavori slitterebbe al settembre prossimo. Ma nessuno crede che questo termine verrà rispettato: finora sono stati disattesi tutti.

“finiremo prima di voi”

In questo Cantone la memoria sarà anche corta. Ma di certo non così corta da non ricordarsi le dichiarazioni dei nostri vicini di qualche anno fa. “La tratta italiana della Stabio-Arcisate sarà pronta prima di quella svizzera”, dichiarava con bella sicurezza l’assessore lombardo Raffaele Cattaneo. Come no. Intanto gli svizzerotti hanno speso 200 milioni di Fr, di cui 100 di proprietà dei cittadini ticinesi, per un trenino che si ferma al confine. Lo scenario che si presenta è a dir poco surreale: i binari che finiscono nel nulla. Quello stesso “nulla” che ha inghiottito le centinaia di milioni rossocrociati testè citati.

Nessuna reazione

Qual è la reazione elvetica a questo scandaloso stato di cose? Non c’è proprio. Al massimo si alzano gli occhi al cielo: “si sa, è l’Italia”. La stessa che, tanto per dirne un’altra uscita negli scorsi giorni, continua a riversare cacca nelle acque del Ceresio. Ovvio: come non si fanno i trenini transfrontalieri, allo stesso modo non si fanno neppure i depuratori. Le promesse fatte, è ormai straconfermato, sono carta straccia. Solo gli scienziati bernesi possono ancora credere di avere a che fare con un partner affidabile.

Il bello è che la controparte non ha nemmeno la decenza di tenere un basso profilo. Nossignori: la vicina Penisola ha torto marcio, eppure oltre il confine continuano a fare i “ganasa”. Vedi la denuncia del Ticino  ai funzionarietti di Bruxelles per la questione della richiesta degli estratti del casellario giudiziale. Dove sono, allora, le denuncie della Svizzera nei confronti dell’Italia per la sistematica violazione degli accordi presi?

Lettere inutili

Per la Stabio-Arcisate il  ticinesi hanno speso 100 milioni. E’ evidente che l’Italia non si sogna di fare la propria parte. A meno che non arrivino i ticinesotti a pagare il conto (come accade, ad esempio, per l’adattamento a 4 metri del profilo delle gallerie ferroviarie per farvi transitare i treni alptransit).

Una maggioranza del governo ticinese che non volesse confermare i vicini a sud nella radicata – e a questo punto pure giustificata – convinzione che “gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente” avrebbe bloccato due anni di ristorni dei frontalieri. Visto che con la Stabio-Arcisate ci hanno fatto spendere 100 milioni inutilmente, tratteniamo i ristorni come risarcimento. Glieli verseremo poi se e quando l’opera sarà completata e funzionante.

Ma la maggioranza PLR-PPD-PS, invece di far valere gli argomenti del Ticino, preferisce rinunciare – danneggiando il Cantone ed i ticinesi – e scrivere invece logorroiche lettere al Consiglio federale che nemmeno verranno lette.

Berna si arrabbia?

Cosa sarebbe successo se il Ticino non avesse versato i ristorni dei frontalieri alla fine dello scorso mese di giugno? La ministra del 5% Widmer Schlumpf ed il suo  tirapiedi De Watteville, nell’incontro dello scorso mese con la Deputazione ticinese a Berna, ha tentato di farlo balenare in modo minaccioso (nel senso che  forse la Consigliera federale non eletta pensava di essere minacciosa): la Confederazione avrebbe dovuto metterci lei i soldi, ciò che avrebbe causato il risentimento (?) degli altri Cantoni (quali?) nei confronti del Ticino. Uhhhh, che pagüüüüraaa! Prima di tutto vogliamo proprio vedere quale altro Cantone si sarebbe risentito nei confronti di un Ticino che fa valere i propri diritti. E comunque: la Confederazione ha messo questo Cantone nella palta imponendo la libera circolazione dei disperati, e oltretutto senza alcun limite. Adesso sta facendo carte false per non applicare la volontà popolare che chiede limitazioni. Se Berna (o altri) si arrabbia, non ce ne potrebbe fregare di meno. Faccia fronte alle conseguenze delle proprie azioni.

Lorenzo Quadri

Per espellere uno spacciatore italiano bisogna andare fino al TF! Ci facciamo prendere per i fondelli da tutti!

Incredibile ma vero, il TF ha confermato l’espulsione di un 29enne spacciatore straniero. Ma come, i giovani stranieri che delinquono non erano un’invenzione della Lega populista e razzista?

Il bravo giovane italiano nel 2008 ha ottenuto un permesso di dimora, prima era frontaliere, con scadenza 2013. Però nel 2012 è stato incarcerato poi condannato a 15 mesi sospesi con la condizionale per spaccio di varie sostanze stupefacenti. Ovviamente il permesso B gli era stato ritirato ma lui, il bravo giovane, nemmeno ha avuto il buonsenso di accettare una decisione a dir poco scontata. Ma quando mai, qui ci sono stranieri che delinquono ma che pretendono addirittura di non venire espulsi: tanto gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente! E, pur di non rischiare di venire etichettati come “populisti e razzisti”, si “aprono” alla delinquenza d’importazione.

Lo spacciatore dimorante, malgrado il suo torto marcio fosse evidente, ha impugnato la decisione di ritiro del permesso di dimora fino al Tribunale federale. Ha perso anche lì. Sappiamo che questi ricorsi costano parecchio. Chi ha pagato il conto? Non sarà mica stato, ancora una volta, il contribuente?

Difficoltà di adattamento?

Il TF ha respinto il ricorso dello spacciatore straniero contro il ritiro del suo permesso B. Ma naturalmente l’alta corte non poteva esimersi da produrre considerazioni la cui unica spiegazione logica è quella del colpo di calore dovuto alla canicola. “Dal punto di vista personale – si legge infatti nella sentenza – occorre d’altra parte rilevare che il ricorrente non è ancora trentenne, è celibe, non risulta avere figli e conosce molto bene l’Italia, siccome vi ha vissuto fino al suo arrivo nel nostro Paese. Pur tenendo conto delle difficoltà di adattamento che lo stesso potrà comportare, un suo rientro in Patria è quindi tutt’altro che improponibile.”
Come, come? Difficoltà di adattamento? Questo è nato e fino a pochi anni fa viveva appena al di là del confine, e pretende di avere difficoltà di adattamento a tornare a casa sua? Ma anche se ne avesse: chissenefrega! Si fosse comportato bene in Ticino non avrebbe avuto di questi problemi.

Permesso G?

Da manuale tuttavia la conclusione dei giudici federali: allo spacciatore straniero viene sì ritirato il permesso B, ma potrà chiedere un permesso G. Poiché la tolla di certuni personaggi non conosce remore, non dubitiamo del fatto che la richiesta verrà effettivamente presentata. Vuoi che il “bravo giovine” non trovi un datore di lavoro compiacente, magari suo connazionale, disposto ad assumerlo, magari per finta? Dovesse arrivare la richiesta di permesso G, comunque, non ci sarà neppure bisogno dell’estratto del casellario giudiziale italiano per respingerla per direttissima. La conseguenza saranno altri ricorsi? Forse. Ma almeno il conto, si spera, non andrà a finire sul groppone del contribuente ticinese!

I conti non tornano

Ancora una volta i conti non tornano. Per sbattere fuori dalla Svizzera uno spacciatore italiano – che viene rimandato oltreconfine, mica paracadutato in Siria! – titolare di un semplice permesso di dimora, bisogna andare fino al Tribunale federale. Non solo. Dalla decisione cantonale del ritiro del permesso B fino alla sentenza del Tribunale federale sono passati due anni. Perché nel frattempo lo spacciatore straniero non è stato buttato fuori subito dalla Svizzera? Nella denegata ipotesi che avesse vinto il ricorso, sarebbe poi potuto rientrare. Invece questo non è successo. Come ha vissuto il ricorrente in questi due anni? Forse d’assistenza, finanziata ancora dai contribuenti ticinesi, quelli che magari gli hanno pure pagato gli avvocati?

Volontà popolare aggirata

Il popolo svizzero ha votato l’espulsione degli stranieri che delinquono. Ma i legulei dei tribunali fanno di tutto e di più per aggirare la volontà popolare. Domandina facile-facile: conta di più il diritto dei cittadini svizzeri onesti a non tenersi “in casa” delinquenti stranieri o conta di più l’aspirazione dei delinquenti stranieri a rimanere da noi a commettere reati, magari pure mantenuti dall’assistenza, perché tanto gli svizzerotti sono fessi eccetera eccetera?

Lorenzo Quadri