Commissione della concorrenza a gamba tesa sulla SSR

Mentre per il Consiglio federale “tout va bien, Madame la marquise”

 

Intanto si avvicina la resa dei conti: la votazione sull’iniziativa popolare No Billag

L’iniziativa popolare federale “No Billag”, che vuole l’abolizione del canone radiotelevisivo, è ufficialmente riuscita il 13 gennaio di quest’anno. Quindi i cittadini svizzeri dovranno andare a votare. L’ultima consultazione a tema SSR è stata quella del giugno 2015 sull’aberrante canone obbligatorio. Per l’azienda, una vittoria di Pirro: come noto, l’emittente l’ha spuntata per poche migliaia di voti. Stranamente, nessuno dei moralisti a senso unico a cui la democrazia fa sommamente schifo (tranne nelle sempre più rare occasioni in cui dalle urne sortisca il responso da loro  auspicato) chiese una riconta dei voti. Chissà come mai? Ah già, questa volta il risultato era quello “giusto”; per cui, viva le maggioranze strarisicate!

Nessun interrogativo?

Quell’esito tirato, con tanto di bocciatura in Ticino, dovrebbe far sorgere qualche interrogativo anche in prospettiva della votazione sull’iniziativa No Billag. Intendiamoci: le sue chance di riuscita, almeno a livello federale, sono nulle. Anche in considerazione dei ricatti e del terrorismo che verranno messi in campo prima del voto. Ma, se l’iniziativa dovesse ottenere comunque un buon seguito, pur non spuntandola, per la SSR sarebbero “cavoli non dolcificati”.

Autocritica? Non esiste

Dopo la votazione del giugno 2015 sul canone obbligatorio, l’autocritica da parte dell’azienda (ed in particolare della RSI che venne asfaltata dalle urne ticinesi) è stata pari a zero, malgrado le promesse del giorno dopo. Passata la festa gabbato lo santo. Sarebbe dunque stato legittimo attendersi, almeno da parte del Consiglio federale, un qualche segnale di apertura nei confronti di metà della popolazione svizzera, che con il suo voto bocciò la SSR. Invece, l’ultimo rapporto governativo sulla radiotelevisione è un tripudio di “Tout va bien, Madame la Marquise”. Non c’è bisogno di cambiare niente. Va bene che il mandato di servizio pubblico copra anche i giochini scemi. E, soprattutto, va benissimo che la radiotv di servizio pubblico diventi il bollettino parrocchiale  della $inistra euroturbo e spalancatrice di frontiere. Verifiche sul ruolo politico dell’emittente? Eresia!

Tv per migranti?

Ah no, nel rapporto del Consiglio federale una piccola critica alla SSR c’è: ci si aspetta, udite udite, “più sforzi a favore di persone con un passato migratorio”. Ma bene! Quindi dovremmo pagare il canone più caro d’Europa per finanziare una televisione su misura per gli immigrati. E, sempre per venire incontro agli immigrati, cominciamo a bandire il dialetto, visto che  non lo capiscono, ed introduciamo invece  trasmissioni in lingue slave e arabe. Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole.

Ma la Comco…

Eppure nemmeno a Berna  tutto fila liscio. Perché, se il Consiglio federale pubblica il suo rapporto all’insegna del “l’è tüt posct”, ci sono degli uffici federali, che sottostanno al dipartimento dell’economia di “Leider” Ammann – e quindi allo stesso Consiglio federale – che raccontano una storia  diversa. La Commissione della concorrenza, ad esempio, entra a gamba tesa: “non c’è stata alcuna verifica di quali programmi sono davvero indispensabili al servizio pubblico; quest’ultimo deve arrivare solo dove non arriva il mercato”. Anche la SECO si è opposta allo stiracchiamento sconsiderato del concetto di servizio pubblico, utilizzato come coperchio per tutte le pentole. Peccato che la SECO, essendosi completamente screditata con le statistiche farlocche su disoccupazione e frontalieriato, sia  ormai fuori concorso.

Ammissione di colpa

Molto significativa è la replica dell’Ufficio federale della comunicazione alle critiche interne all’amministrazione pubblica: “Anche con l’intrattenimento si fa servizio pubblico: per suo tramite si possono far passare delle informazioni importanti e un’immagine del mondo”. Perdindirindina! Intesa come una giustificazione, questa frase è, invece, una chiara ammissione di colpa. Infatti, con la dichiarazione appena citata, si riconosce ciò  che la RSI ha sempre negato. Ossia che l’emittente statale si serve delle trasmissioni di presunto intrattenimento per fare propaganda politica di parte. Ad esempio lasciando, nei programmi di “magazine”, microfoni liberi a spalancatori di frontiere, lecchini dell’UE, moralisti a senso unico, talebani del multikulti e compagnia cantante, di modo che costoro possano raccontare all’utente tutto quello che vogliono. E se qualcuno osa protestare per l’informazione non politicamente equidistante? Risposta: Ah, ma era intrattenimento, non un programma d’informazione. Quindi il principio dell’equidistanza non vale.

Difesa “a prescindere”?

Ma bravi: evidentemente la presa per i fondelli continua. Visto che la RSI è un importante datore di lavoro, e visto che, come sappiamo, nella suddivisione del canone radiotv la Svizzera italiana “ci guadagna”, c’è gente che crede di essere intoccabile e di potersi permettere di tutto. Chi critica è il vile nemico che vuole sabotare le risorse eccetera. Per qualcuno è forse ora di tornare con i piedi per terra. In caso contrario, provvederanno i votanti con una nuova mazzuolata al momento della votazione sull’iniziativa No Billag.

Lorenzo Quadri