Con la scusa del “razzismo”, la censura di regime dilaga

La dittatura del pensiero unico multikulti vuole ridurre al silenzio gli oppositori 

Redazione pubblica un video che mostra cinque africani che aggrediscono un ragazzo svizzero in stazione: la “solerte” magistratura multikulti minaccia sanzioni penali

Nuovo preoccupante episodio di censura di regime. E nuova conferma che l’articolo del codice penale sul razzismo (261 bis) va abrogato. Questa norma è stata voluta dalle élite spalancatrici di frontiere con il preciso obiettivo di criminalizzare le posizioni contrarie alla politica dell’immigrazione scriteriata e del fallimentare multikulti. Così si crea, appunto, la censura di regime. E soprattutto, si impone l’autocensura. Quest’ultima finisce poi per colpire anche posizioni che sono assai lontane dal ledere l’articolo 261 bis: ma per “non avere storie”, perché “non si sa mai”, meglio girare bene al largo. E quindi rinunciare a formulare qualsiasi opinione che potrebbe sembrare vagamente “a rischio”.

Il nuovo passo

Questi meccanismi sono ben noti. I fautori dell’immigrazione scriteriata ci marciano alla grande. Spesso e volentieri con l’aiuto del loro braccio armato: magistrati che evidentemente non hanno  molto lavoro da svolgere (alla faccia della panzana del “sovraccarico”); o che non hanno un gran senso delle priorità (e allora non sono al loro posto).

Ma adesso si compie il passo successivo. La censura non colpisce solo le opinioni, le idee. Colpisce anche i fatti. Con lo squallido pretesto della violazione della norma antirazzismo, la dittatura multikulti vuole impedire addirittura che eventi scomodi – scomodi per i fautori del “devono entrare tutti”, ovviamente, perché li mettono davanti ai disastri generati dalle loro politiche – vengano resi noti.

Ne sa qualcosa la pubblicazione Schweizerzeit.

Il filmato “proibito”

La  Schweizerzeit è un modesto periodico con sede nel Canton Berna, che si definisce “Rivista borghese-conservatrice per l’indipendenza, il federalismo e la libertà”. L’editore è l’ex consigliere nazionale Udc Ulrich Schlüer.

Cosa ha fatto la Schweizerzeit per finire nel mirino della giustizia? La sua colpa è di aver diffuso, in collaborazione con l’associazione “Sicurezza per tutti”, un video girato alla stazione ferroviaria di Délémont. Nel filmato si vedono cinque africani che aggrediscono e picchiano un adolescente svizzero. Pubblicato su facebook, in poco tempo il video viene visionato da 250mila persone. Conseguenza: il Ministero pubblico contatta la Schweizerzeit, comunicando che rischia  l’apertura di una procedura penale per violazione della norma antirazzismo. Questo perché, nella didascalia che accompagna il video del pestaggio, gli aggressori vengono indicati come “africani”. Mentre invece si sarebbe al massimo potuto scrivere “cinque aggressori africani”. Dove sta la differenza? Riferirsi in modo vago ad “africani” sarebbe una generalizzazione razzista che colpisce tutte le persone provenienti dal continente nero.

Il fatto che la giustizia inquirente elvetica abbia il buon tempo per arrovellarsi in simili improponibili pippe mentali dimostra che c’è un esubero di magistrati. E quindi interessanti possibilità di risparmio.

Precedenti

Non è nemmeno il primo caso di questo tipo. Di recente due dirigenti dell’Udc nazionale sono stati condannati dal Tribunale federale per discriminazione razziale. La causa: un manifesto del partito a sostegno dell’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, riferito all’ennesimo  grave episodio di criminalità d’importazione: due kosovari hanno accoltellato due svizzeri per futili motivi. Nel manifesto incriminato, la vicenda veniva brevemente riportata ed intitolata “Kosovari accoltellano svizzeri”. E proprio questo titolo sarebbe, secondo i legulei del TF, di rilevanza penale!

Minacce e ricatti

Per tornare al caso della Schweizerzeit: dopo aver ricevuto l’avvertimento del Ministero pubblico, la redazione provvede a cambiare la didascalia del video da “africani” a “a cinque africani”. Tüt a posct? Niente affatto, perché poi arriva il secondo ammonimento: chi ha pubblicato il filmato potrebbe venire reso responsabile per i commenti “sopra le righe” scritti da terzi  (!) sui social a proposito del video. E poco dopo giunge l’avviso numero tre: chi contribuisce a diffondere lo “scandaloso” filmato – che riprende semplicemente un fatto realmente accaduto! – può essere anch’egli sanzionato come corresponsabile.

L’obiettivo di una simile sceneggiata intimidatoria è chiaro: impedire che fatti imbarazzanti per gli spalancatori di frontiere multikulti vengano resi di pubblico dominio. Obiettivo che nel caso concreto viene raggiunto con la fattiva collaborazione di Facebook. Il social media ha infatti provveduto a rimuovere il filmato, argomentando che si trattava di una “rappresentazione di violenza”. Eh già: la violenza di delinquenti stranieri non deve essere mostrata. Quando si dice la censura di regime.

Censura di regime

Ecco dunque la lampante dimostrazione che l’articolo 261 bis del codice penale va sabrogato. Partendo dal politikamente korrettissimo divieto di discriminare, esso dilaga. Diventa così un vero e proprio strumento di censura al servizio delle élite internazionaliste e fautrici del multikulti. E il loro braccio armato, ovvero la magistratura lottizzata dalla partitocrazia PLR-PPD-P$,  lo utilizza senza ritegno. La criminalità straniera deve venire nascosta e taciuta: “bisogna essere aperti e multikulti!”; “devono entrare tutti”! Chi osa evidenziare e rendere pubbliche le deleterie conseguenze di simili politiche, chi osa contraddire il pensiero unico internazionalista, non solo va denigrato e delegittimato come spregevole razzista; va costretto proprio al silenzio, sotto minaccia di condanne penali.

Ecco i risultati della dittatura degli spalancatori di frontiere. Che poi hanno ancora la faccia di tolla di sciacquarsi la bocca con la libertà d’informazione… certo, ma solo per chi fa l’ “informazione” che vogliono loro! Per gli altri, invece, bavaglio e ricatti.

Lorenzo Quadri