Dai problemi piccoli a quelli grandi: Per Berna il nostro Cantone non esiste

La deludente presa di posizione del Consiglio federale sulla questione del contrassegno CH non fa che confermare l’atteggiamento menefreghista che si estende su tutto. E poi i Consiglieri federali hanno il coraggio di scendere in Ticino in elicottero per il primo agosto a raccontare che “comprendono i problemi del Cantone”?

Ennesima dimostrazione di menefreghismo dei bernesi nei confronti del Ticino! Si tratterà di una questione di piccolo cabotaggio (ma nemmeno poi tanto, visto che si rischiano multe attorno ai 100 Fr) ma comunque significative. Ossia le contravvenzioni appioppate dalle autorità italiche alle auto svizzere (ticinesi) che circolano in Italia senza il contrassegno CH. Si tratta ovviamente di multe discriminatorie e pretestuose, dal momento che la provenienza del veicolo elvetico si capisce benissimo, anche senza l’autocollante: nelle nostre targhe figura la bandiera nazionale e anche quella cantonale. La bandiera è il segno più identificativo di tutti; molto più della sigla di un paese.

A parlare di “segni distintivi” sui veicoli è la Convenzione di Vienna del 1968 sul traffico stradale. Si tratterebbe ora di chiarire, al di là di ogni dubbio, che per “segni distintivi” si intende anche la bandiera. La bandiera, quindi, non necessita di alcun complemento con contrassegni CH.

La mozione da me presentata non chiedeva  di certo alla confederazione di prendere la luna nel pozzo. Si chiedeva che, in uno degli innumerevoli incontri in cui ministri o alti funzionari federali vanno a Bruxelles a prendere ordini dagli eurobalivi, facessero notare l’incongruenza, che è facilmente risolvibile.
Naturalmente la risposta di Berna è njet.  Non si muove un dito. Ticinesi, prendete la multa perché non avete il contrassegno? Cavoli vostri. Qualsiasi problema del Ticino – grande o piccolo che sia – nei rapporti con la vicina Penisola bancarottiera, non esiste. E’ ovvio che i nostri problemi con l’Italia non si limitano al contrassegno CH: non siamo così fortunati. Ma anche in questa vicenda emerge in modo chiaro l’atteggiamento italiano. Se ci gira, gli svizzerotti li discriminiamo a piacimento. Ecchissenefrega se almeno 300mila italiani (quasi 60mila frontalieri ossia il doppio del quantitativo massimo  sostenibile, decine di migliaia di padroncini, più le loro famiglie) hanno un tetto sulla testa solo grazie alla Svizzera, a seguito della devastante libera circolazione delle persone. Tanto gli svizzerotti non reagiscono alle provocazioni italiote per paura di passare per razzisti e xenofobi, e non prendono alcuna contromisura. Per cui è caccia libera.

L’Italia fomenta l’invasione del Ticino con frontalieri e padroncini, ma contemporaneamente non si sogna di applicare la reciprocità, perché le ditte ticinesi nella vicina Penisola non battono un chiodo (mentre da noi l’appalto AlpTransit Ceneri va ad aziende italiane). Non contenta, all’occasione, a dipendenza di come qualcuno si alza la mattina, la vicina ed ex amica Penisola discrimina il nostro paese.
Questo è il problema che il Consiglio federale, per l’ennesima volta, si rifiuta di vedere: che il Ticino si arrangi. Si arrangi sui padroncini, si arrangi sui frontalieri e si arrangi pure sui contrassegni. Le due righe buttate di là di presa di posizione sulla mia mozione, non sono che l’ennesima conferma di questo atteggiamento menefreghista.

A proposito: in nome della tanto decantata “reciprocità” sarebbe interessante sapere quanti automobilisti italiani con targhe vecchie, quindi che non contengono la “I” diversamente da quelle attuali, sono state multate per mancanza dell’adesivo. Zero?
Lorenzo Quadri

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