Didier, ciaone! E per la successione: calma e gesso

Consiglio federale: nulla è scontato e l’ex partitone non pensi di avere carta bianca

 

Sicché il ministro degli esteri euroturbo Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr ha annunciato le proprie (inattese?) dimissioni dal Consiglio federale.

La notizia è stata accolta con sorpresa, ma non certo con sgomento. Nessuno si strappa i capelli per questa partenza. A parte forse gli spalancatori di frontiere multikulti, i quali si sono prodotti in inverosimili slinguazzate del seguente tenore: “rimpiangeremo la sua personalità ideale (sic) per rappresentare una Svizzera aperta (“dobbiamo aprirci!”) e umanista (?)”. Noi invece non la rimpiangeremo.

“Dobbiamo aprirci”

Si ricorderà che il buon Didier era inizialmente ministro degli Interni. Lì ha fatto casotti con la LAMal, peggiorando ulteriormente le condizioni dei cittadini, prima di darsela a gambe levate davanti ai complessi dossier per rifugiarsi al più ricreativo Dipartimento degli Esteri (aperitivi, cene di gala, strette di mano, tanto parlarsi addosso). Peccato che per gli Esteri l’euroturbo Burkhaltèèèr sia stato una scelta tutt’altro che azzeccata. Vedi l’osceno discorso di Capodanno come presidente della Confederella nell’anno di grazia 2014, in cui – nel tentativo di affossare l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” – il Didier dichiarò: “dobbiamo aprirci all’UE” (L’UE, per contro, mai si è “aperta” nei confronti della Svizzera, che gli eurobalivi considerano alla stregua di una colonia; e questo con l’attiva complicità dei loro camerieri bernesi, Burkhaltèèèr in prima fila). Sicché il buon Didier avrebbe già potuto dare le dimissioni dopo il “maledetto voto” del 9 febbraio.

Accordo quadro con l’UE

Le recenti prestazioni del Consigliere federale liblab non lo mettono in una luce migliore.  Da tempo infatti Burkhaltèèèr la mena con la ripresa dinamica (ovvero automatica) del diritto UE in Svizzera, nonché con lo sconcio accordo quadro istituzionale, che il Didier brama di sottoscrivere. Si tratta di posizioni infami. Comporterebbero – come più volte scritto – la scomparsa definitiva della sovranità del nostro Paese, che si vedrebbe imporre dagli eurobalivi le leggi (quindi addio democrazia diretta e addio diritti popolari) e pure i giudici.

Non ancora contento, il liblab Burkhaltèèèr vorrebbe pure versare un ulteriore miliardo di coesione all’UE – ulteriore ma non certo l’ultimo: uno tira l’altro – mentre gli eurofalliti, per tutto ringraziamento, ci trattano da Stato canaglia; ci “schiacciano gli ordini” come se fossimo i loro zerbini quando nemmeno siamo membri UE, e ancora blaterano di inserire la Svizzera su liste grigie e nere per la fiscalità delle imprese.

Inoltre va da sé che, come di consueto, l’ulteriore miliardo dei contribuenti verrebbe versato senza alcuna contropartita. A titolo grazioso. “Per dare l’esempio” (come l’adesione ai piani di ricollocamento UE dei finti rifugiati).

E’ quindi appurato che la partenza del cameriere di Bruxelles Burkhaltèèèr non è una perdita per il Paese. Didier, ciaone!

La successione

Adesso si apre il “tormentone” sulla successione, al cui proposito non c’è nulla di scontato. La prima cosa a non essere scontata è che il successore sarà un ticinese. (Curioso al proposito che il Blick – certamente non un amico del Ticino – si sia schierato a sostegno del nostro Cantone: qui gatta ci cova).

Ricordiamo infatti che Parmelin venne eletto al posto dell’ex ministra del 5% Widmer Puffo: gli svizzero tedeschi potrebbero pertanto rivendicare la cadrega persa, ritenendo che in governo ci sia un esubero di “latini”. A tal proposito si fa il nome come possibile candidata della cadregara sangallese Karin Keller Sutter, Consigliera agli Stati e già Consigliera di Stato (per un certo tempo ha ricoperto entrambe le cariche contemporaneamente) che da anni, onde chiudere il cerchio, sogna di poggiare le leggiadre terga sul seggiolone governativo federale. Sta di fatto che gli unici a credere fermamente (autosuggestione?) nella successione ticinese sembrano essere proprio i ticinesi.

Non è scolpito nella roccia

Bisogna poi vedere quale ticinese intendono schierare i liblab. Ad esempio: se l’aspirante ticinese in questione dovesse essere un parlamentare che, come capogruppo alle Camere federali, ha svolto un ruolo di primissimo piano nella rottamazione dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, tale scelta non necessariamente ci riempirebbe di entusiasmo. Il Ticino ed i ticinesi hanno interesse ad avere un rappresentante in Consiglio federale; ma possibilmente per farsi sostenere, non per farsi votare contro su temi fondamentali. Sennò tanto vale.

Sarebbe inoltre piuttosto bizzarro se, a seguito di una qualche rotazione interna – e c’è già chi parla di eventuali traslochi di Berset agli Esteri – un eventuale neo-eletto consigliere federale che prima faceva il rappresentante degli assicuratori malattia approdasse al Dipartimento degli Interni a controllare (?) i cassamalatari. Pure curioso sarebbe che a realizzare la riforma Previdenza 2020 ci fosse chi alle Camere federali ha fatto di tutto e di più per affossarla.

E non è nemmeno scolpito nella pietra che l’eventuale candidato PLR ticinese alla successione di Burkhaltèèèr debba essere qualcuno che è già presente a Berna.

Soprattutto: non si vede motivo perché l’ex partitone dovrebbe avere carta bianca nel proporre qualsiasi ticinese e pretendere poi il sostegno incondizionato e compatto della deputazione ticinese alle camere federali, e chi non ci sta a farsi ricattare è un traditore della causa (da che pulpito!). Non è così che funziona. Lo stesso PLR nel recente passato si è comportato ben diversamente. Anche perché tradimento più flagrante della causa ticinese della rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio non c’è. Vero liblab?

Lorenzo Quadri