Disoccupazione e confini

La vicina Italia detiene un record che non è precisamente dei più invidiabili. Trattasi di quello della disoccupazione giovanile. Oltreconfine, i disoccupati sotto i 35 anni sono il 15.9%, che è una cifra allarmante. Ma il dato riferito ai senza lavoro di età inferiore ai 24 anni è addirittura catastrofico: si parla di un tasso di disoccupazione del 29.6%. Ovvero: un giovane italiano su tre sotto i 24 anni non ha un impiego.

Ci si meraviglia dell’invasione dei frontalieri, che hanno superato in Ticino l’insostenibile quota di 51’155, quando una dozzina d’anni fa erano la metà: ma cos’altro poteva succedere spalancando le frontiere, senza più limitazioni, ad un Paese dove un giovane su tre non ha lavoro? Chiunque  avrebbe potuto prevedere, anche senza bisogno di essere il Mago Otelma, che in conseguenza di una situazione del genere, i disoccupati italiani si sarebbero fiondati sul mercato svizzero. Dove si sarebbero poi proposti a paghe inarrivabili per i residenti, a seguito del ben noto differenziale tra il costo della vita da noi e nel Bel Paese; e adesso anche grazie allo sfacelo dell’euro.

A proposito dei frontalieri, che come emerge dalle statistiche aumentano soprattutto nel terziario (altro che edilizia!), un paio di elementi vanno considerati. Parecchi di loro  – sarebbe interessante disporre di dati statistici al proposito – non era disoccupata al paese d’origine. Aveva un impiego, ma ha ben pensato di optare per una soluzione professionale al di qua dal confine dopo essersi resa conto della differenza di salario.

E’ evidente: per buona pace di coloro che si titillano i  neuroni con fantomatici “partiti dell’odio” e che ritengono qualsiasi punto di vista diverso dal loro automaticamente razzista, xenofobo e addirittura “breivikiano”, i nuovi frontalieri, quelli del terziario, non rispondono più da un pezzo ad un’esigenza dell’economia ticinese; semplicemente, soppiantano i residenti.

Una “guerra tra poveri” da cui il residente esce perdente. Una “guerra tra poveri” in cui l’età media si abbassa sempre più.

Diversi datori di lavoro segnalano infatti l’aumento vistoso delle richieste di posti d’apprendistato da parte di ragazzi in arrivo da Oltreconfine (o da parte delle loro famiglie). Sicché un giovane ticinese si vede lasciato a casa a favore di uno domiciliato in Italia addirittura già a 15 anni. Con quali conseguenze personali  – per lui e per la sua famiglia – e più in generale sociali, lo si può facilmente immaginare.

Chiunque è in grado di rendersi conto che un flusso di oltre 51mila frontalieri, cui vanno aggiunte le 12mila notifiche annue di lavoro temporaneo, è palesemente insostenibile per un Cantone di 320mila abitanti. Il malcontento tra la popolazione è palpabile: ostinarsi a negare l’esistenza di un problema, e di un problema grave, come fanno la SECO e la massima parte degli ambienti politici, equivale a dar fuoco alle polveri.

Davanti a simili cifre, in continua crescita, non si può più derogare da un discorso di tutela del mercato del lavoro locale e di priorità dei residenti nelle assunzioni; in altre parole, da un discorso di contingentamenti.

Su come debbano essere calcolati i contingenti (legati al PIL? Al tasso di disoccupazione per settore? Ad altro?) si può discutere. Sulla loro necessità, non è più possibile avere dubbi.

Lorenzo Quadri

 

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