Il Gigi di Viganello, il club Pincopallo e la Nazionale

Intanto anche l’ASF si interroga sui calciatori con doppio passaporto: dopo 50 fette…

Il Gigi di Viganello, che di calcio capisce poco (gioca solo al “footballino”), dopo aver visto la composizione della nazionale svizzera e di quella svedese (nomi e cognomi dei calciatori), trae la seguente, banale conclusione:
– La Svezia manda in campo i “suoi” e vince;
– La Svizzera manda in campo quelli in arrivo da “altre culture” (quelli che esultano con l’aquila, quelli che portano la bandiera kosovara sulle scarpe, quelli che non sanno l’inno, quelli che… quanto si sentono svizzeri? Quanto sono legati alla maglia che indossano?) e ciononostante perde lo stesso.
NB: popolazione Svizzera (2016): 8,4 mio
Popolazione Svezia (2016): 9.9 mio. La differenza delle dimensioni del “bacino” da cui attingere non è propriamente abissale”.

Questo il mio post,  pubblicato dopo la sconfitta della Svizzera contro la Svezia. Poche righe che hanno fatto surriscaldare (?) la rete e non solo.

A parte i soliti $inistrati del partito dell’odio, che comunque nessuno si fila, perfino il direttore del Corriere del Ticino Fabio Pontiggia si è scomodato per deplorare l’inqualificabile “Gigi di Viganello”, dedicandogli addirittura l’editoriale di giovedì (troppo onore) con cui propina ai suoi lettori brodaglia politikamente korretta. Prima di lui anche il caporedattore sport della medesima testata aveva preso posizione via social.

Non è il club Pincopallo

Evidentemente il “Gigi di Viganello” non intendeva sfornare un’analisi sulle capacità sportive dell’uno o dell’altro giocatore: non ne ha le competenze. Il punto è un altro. Ossia che la nazionale svizzera non è un qualsiasi club Pincopallo che si ritrova per caso una bandiera rossocrociata sulla maglia.La nazionale svizzera rappresenta il Paese. Nella nazionale svizzera le esultanze con le aquile, le scarpe con le bandiere del Kosovo (o di qualsiasi altro Stato estero) non devono e non possono avere spazio. Perché non c’entrano niente con la Svizzera. E nemmeno ci deve andar bene l’ignoranza dell’inno nazionale e quindi l’indifferenza nei confronti del simbolo della patria.  Altrimenti l’asticella si sposta sempre più in là, e tra un po’ chiuderemo un occhio anche davanti  a calciatori  che sputano sulla bandiera: basta che segnino qualche gol e poi “l’è tüt a posct”. Non è così che funziona.

Mercenariato?

La maglia della nazionale non è una semplice fonte di profitto. Se uno non si sente abbastanza svizzero per indossarla, vuol dire che la nazionale non è il suo posto. Se uno si sente più legato ad un altro paese che a quello di cui indossa la maglia, vuol dire che milita nella nazionale sbagliata.

Vestire la maglia della nazionale non significa solo scendere in campo e cercare di far bene per onorare un obbligo contrattuale, come se si stesse giocando per – appunto – il club Pincopallo di turno. Giocare per una nazionale implica una motivazione ed una convinzione assai più profonde. Altrimenti è semplice mercenariato. Che esiste da secoli e noi svizzeri ne sappiamo qualcosa. Ma si abbia la decenza di ammetterlo, invece di starnazzare  se qualcuno si permette di farlo notare.

Stop fregnacce

E soprattutto, che la si pianti una buona volta di  tirar fuori fregnacce sulla nazionale che “deve” essere multikulti per promuovere l’integrazione degli immigrati e blablabla. Punto primo: il problema non sono i giocatori naturalizzati “tout court”. Sono i giocatori naturalizzati che vestono la maglia svizzera solo per convenienza, senza sentirsi svizzeri. Punto secondo: allora, per far sentire più integrati i cittadini “con passato migratorio”, perché non mettiamo anche una bella mezzaluna islamica sulla maglia della nazionale a fianco – o meglio ancora: al posto – della croce bianca?

Anche l’ASF…

Interessante notare che anche i signori dell’Associazione svizzera di Football (ASF), dopo aver minimizzato e tollerato ad oltranza gli episodi antisvizzeri delle aquile, delle bandiere straniere sulle scarpe, eccetera, adesso, dopo averne mangiate cinquanta fette, si accorgono che era polenta, e si interrogano sui calciatori con il doppio passaporto.  Il passaporto rossocrociato non è solo un pezzo di carta da tirar fuori quando conviene. E questo principio vale per tutti. Quindi anche per i calciatori. Non c’è motivo per cui questi ultimi dovrebbero beneficiare, in virtù della loro attività, della licenza di essere meno svizzeri degli altri. Di privilegi ne hanno già a sufficienza.

Si vinca o si perda…

Mi spiace poi deludere Pontiggia ed altri, ma le considerazioni di cui sopra valgono sia che la nazionale elvetica vinca, sia che perda. Se perde ha l’aggravante di fare la figura dell’atleta dopato che ciononostante si fa bagnare il naso. Meglio uno sportivo che arriva meno lontano con le proprie forze che uno che ottiene qualche risultato in più ma servendosi di “trucchetti”. Non è forse questa una regola fondamentale dello sport?

Per finire ringrazio tutti quelli che, in forma più o meno privata, mi hanno comunicato di essere d’accordo con il Gigi di Viganello “… ma non posso espormi troppo”. Ho la fortuna – e sono ben consapevole che si tratta di una grande fortuna –  di poter esprimere le mie posizioni (che ovviamente nessuno è obbligato a condividere) fregandomene nella maniera più totale delle stercorarie campagne d’odio organizzate dai soldatini della morale a senso unico (quelli che si sciacquano la bocca con il “rispetto” e poi…). E’ pacifico che continuerò a farlo.

Lorenzo Quadri