Il terrorismo islamico campa sulle nostre “aperture”

Se la morale a senso unico non ci ha ancora del tutto rincitrulliti, dobbiamo reagire

 

E’ stata attiva il sabato della scorsa settimana al mercato di Bellinzona una delle ultime bancarelle di raccolta firme per estendere il divieto di burqa in tutta la Svizzera. Presenti il promotore del divieto ticinese, ossia il Guastafeste Giorgio Ghiringhelli, ed il deputato leghista Mauro Minotti. L’iniziativa si può comunque ancora sottoscrivere scaricando il formulario dal sito www.ilguastafeste.ch .

Il feroce attentato di Nizza ad opera di un fanatico islamico tunisino era cronaca tragica e recentissima, mentre si raccoglievano le firme a Bellinzona. Naturalmente la bancarella era programmata da tempo. La tragica concomitanza con la strage del 14 luglio non fa che ricordarci la necessità di non lasciare il minimo spazio all’avanzata del fondamentalismo islamico. E l’avanzata si blocca anche vietando i suoi simboli.

L’humus perfetto

La fallimentare multikulturalità e la rinuncia ad imporre i nostri valori hanno provocato il disastro: la creazione di società parallele incompatibili con la nostra. Non illudiamoci di esserne immuni. In più, l’invasione di finti rifugiati sta portando in Europa – Svizzera compresa – frotte di giovani uomini che non sarà mai possibile integrare. E non per xenofobia e razzismo, come tentano di far credere i politikamente korretti per costringerci ad aprire le frontiere sotto i colpi del ricatto morale. Semplicemente perché non c’è lavoro. Non ce n’è nemmeno per i residenti, figuriamoci per i migranti economici. Niente lavoro, niente integrazione. E’ matematico. Si creeranno così vaste sacche di emarginazione tra i giovani musulmani. L’humus perfetto per chi vuole radicalizzare e fabbricare kamikaze.

Più bolliti di così…

Il bello è che, in nome delle scriteriate aperture, lasciamo che gli estremisti si insedino tranquillamente da noi. Il Consiglio federale, con inaudita codardia, rifiuta di vietare i finanziamenti esteri a moschee e luoghi di culto islamici. Eppure sono state proprio le moschee alimentate con denaro saudita a formare i macellai di Dacca in Bangladesh. Lo ha detto la più nota attivista locale dei diritti umani in una recente intervista al Corriere della Sera; mica il Mattino populista e razzista. Ma pur di evitare di fare il proprio dovere nella tutela della sicurezza del paese, il Consiglio federale va in cerca di squallidi pretesti. Impedire finanziamenti stranieri alle moschee diventa così, a mente del governo, nientemeno che una “massiccia limitazione della libertà di culto”. Come se con tale divieto si impedisse a qualcuno di praticare la propria religione!

Si potrebbe credere che con questa fregnaccia i sette scienziati abbiano toccato il fondo. Invece fanno anche di peggio. Infatti sentenziano pure che intervenire solo sui finanziamenti esteri delle moschee, tralasciando dunque altre religioni, “sarebbe discriminazione”. Ma si può essere più bolliti di così? Forse che i terroristi che macellano centinaia di innocenti in Europa sono di qualche altra religione che non sia l’Islam? No, evidentemente. Sono tutti terroristi islamici. Anche se alle nostre scartine politikamente korrette non piace sentirselo dire. Ecco perché sono i finanziamenti esteri delle moschee che bisogna impedire, mica quelli dei templi buddhisti.

E di che religione sono i predicatori che aizzano allo sterminio degli infedeli? Sempre islamici. Altro che venire a blaterare di uguaglianze di trattamento tra situazioni che di uguale non hanno proprio nulla!

Ma ormai la maggioranza dei nostri politicanti sono ridotti come i cani di Pavlov, quelli che salivavano al suono della campanella. Non appena si tematizza la necessità di intervenire nei confronti del radicalismo islamico, ecco che subito parte il disco ipocrita della “non discriminazione”.

La sentenza della vergogna

Ma il fondo lo abbiamo toccato settimana scorsa, quando il Tribunale penale federale di Bellinzona ha condannato un jihadista alla ridicola pena di 18 mesi con la condizionale. E’ evidente che una sentenza del genere è tutto il contrario che deterrente. E’ un incoraggiamento ai miliziani dell’Isis. Una vergogna. Se è in questo modo che pensiamo di combattere il terrorismo islamico, facciamo prima a chiudere baracca. O si cambia marcia, o si finisce travolti. E il divieto di burqa, per tornare a dove siamo partiti, rientra nel quadro dell’indispensabile cambio di marcia. Certo: da solo non basta. Ma anche interventi di questo genere hanno un peso (infatti, se non lo avessero, gli spalancatori di frontiere non starnazzerebbero a tutto volume contro il divieto di burqa): servono a rendere la Svizzera meno appetibile per i fondamentalisti. A far capire a questa gentaglia che non siamo ancora del tutto rincoglioniti dal politikamente korretto, circostanza sui cui loro forse contano per farsi largo; e nemmeno così  a torto, purtroppo.

Quindi, avanti con la raccolta firme per vietare il burqa in tutta la Svizzera. Nella consapevolezza che altre battaglie dovranno seguire.

Lorenzo Quadri