Il terrorismo islamico mette radici anche in Svizzera

Grazie, spalancatori di frontiere! Grazie, cricca del “devono entrare tutti”!

 

Bene (si fa per dire): come volevasi dimostrare, il terrorismo islamico diventa realtà anche in Svizzera. Nei giorni scorsi tre presunti jihadisti sono stati arrestati nel Canton Vaud. Non è stata  resa nota la nazionalità (patrizi di Corticiasca?), ma il procuratore generale vodese ha dichiarato che “potevano passare all’azione in modo relativamente rapido”. Quindi si tratta di terroristi pericolosi.

Evento “totalmente isolato”?

I tre fermi, sempre secondo il procuratore generale del Canton Vaud, sarebbero un “evento totalmente isolato” ed inoltre “dal punto di vista geografico (?) non è opportuno parlare di cellula”. Sarà anche vero che le cose stanno così, ma magari no. Anche se l’articolo pubblicato dal Corriere del Ticino sulle presunte istruzioni date dal governo tedesco a proposito della gestione dell’informazione nei casi di terrorismo si è poi dimostrato farlocco, non ci vuole una grande fantasia per immaginare che l’andazzo sia proprio quello di nascondere e di minimizzare.  Del resto la stessa cosa succede anche in altri ambiti. Infatti, anche in materia stranieri che delinquono (delinquenza comune) o che sono a carico dello Stato sociale, si fa di tutto e di più per scopare il problema sotto il tappeto. Ad esempio, evitando di indicare in modo sistematico la nazionalità di chi commette reati. E naturalmente omettendo di precisare, nel caso in cui a delinquere fossero dei cittadini elvetici, se essi hanno “trascorsi migratori” come si usa dire adesso per indicare con un’espressione politikamente correttissima chi ha il passaporto rosso ancora fresco di stampa. Dunque, non ci sarebbe certo da stupirsi se anche in campo di terrorismo islamico si abbellissero le informazioni.

Un caso?

Sarà infatti certamente un caso, come no, che lo spettacolare  arresto di jihadisti sia avvenuto nel ro$$i$$imo e multikulti Canton Vaud. Non sarà mica che a furia di accogliere indiscriminatamente, perché “devono entrare tutti”, si sono accolti anche terroristi musulmani? E non sarà mica che, a furia di permettere a chiunque di farsi i propri comodi in casa nostra senza integrarsi (se non magari nello Stato sociale attingendo a prestazioni) abbiamo permesso alle cellule terroristiche di proliferare? Non sarà che ha ragione chi, come il recentemente scomparso prof Giovanni Sartori, sottolinea che l’islam non è integrabile e che in 1500 anni l’integrazione di musulmani in società non islamiche è sempre fallita?

Vivaio jihadista

Nei giorni scorsi, l’esperto di terrorismo Paul Roullier ha dichiarato che in Svizzera si sta creando un vivaio jihadista. Questo significa che ci sono dei militanti della guerra santa islamica che sono cresciuti nel nostro Paese. Queste persone dunque, pur vivendo da noi, non si sono mai integrate. A conferma di quanto osservato dal prof. Sartori a proposito dell’impossibilità di integrare l’Islam. Questo vivaio jihadista, è ovvio, viene alimentato dai nuovi acquisti. Ovvero migranti economici, che, se non sono già radicalizzati, sono facilmente radicalizzabili. Essi non hanno alcuna prospettiva economica né sociale nel nostro paese dove, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, di lavoro non ce n’è più nemmeno per i residenti. E’ chiaro che i jihadisti del “vivaio” non faranno troppa fatica a trovare seguaci in questo humus.

“Terza generazione”

Ma l’osservazione dell’esperto di terrorismo sui jihadisti cresciuti in Svizzera (fenomeno che si osserva anche in altri paesi europei) è interessante anche per un altro motivo: l’entrata in vigore delle naturalizzazioni (quasi) automatiche dei giovani stranieri di cosiddetta “terza generazione”. Ed è proprio tra questa categoria che, come ha spiegato Rouiller, si moltiplicano i seguaci dello Stato islamico. Anche nel nostro paese. Però gli  svizzerotti in nome del politikamente korretto concedono il passaporto rosso alla leggera (poiché fare diversamente comporterebbe le consuete accuse di razzismo, temute evidentemente più del terrorismo). Ben sapendo che la cittadinanza elvetica, una volta concessa, di fatto non può più venire revocata.

Senza contare che la Svizzera, nella lotta al terrorismo islamico, rimane il fanalino di coda, non disponendo i servizi d’intelligence di strumenti adeguati. E che il tribunale federale emette sentenze buoniste-coglioniste sui seguaci dell’Isis, che spesso e volentieri non vengono nemmeno espulsi.

In queste condizioni, si capirà che per la Svizzera il passo tra isola felice al riparo dal terrorismo islamico e paese del bengodi per jihadisti si fa breve. Pericolosamente breve.

Lorenzo Quadri