Imam nell’esercito? Stop all’ennesima boiata multikulti!

No all’islamizzazione della Svizzera con la tattica del salame (una fetta alla volta)! 

Ah beh, certo che questa ci mancava! Ecco arrivare – è notizia della scorsa settimana – la nuova geniale proposta all’insegna del masochismo politikamente korretto: l’imam nell’esercito.  A che stadio si trovi il balzano progetto, a questo punto diventa secondario. Anche il solo prendere in considerazione l’ipotesi degli imam militari è un segnale allarmante.

Manna per il radicalismo

L’esercito svizzero di milizia è una delle più importanti tradizioni del nostro paese. Una delle sue principali specificità. L’esercito è anche considerato un elemento di integrazione e di coesione nazionale.

L’islam politico, per contro, è la negazione della società occidentale. E’ l’antitesi dei nostri modi di vita, delle nostre leggi, della nostra democrazia. L’islam politico mira a conquistare e a sottomettere. E a farlo approfittandosi delle porte che la stessa Europa, stoltamente, gli spalanca. Eh già: “bisogna aprirsi”. Bisogna essere multikulti. Bisogna essere buonisti-coglionisti, e chi non ci sta à uno spregevole populista e razzista.

Simili atteggiamenti, all’insegna della genuflessione, sono una vera e propria manna per il radicalismo islamico.

Non c’è controllo

Sugli imam non c’è alcun controllo. Ci sono sul nostro territorio fior di associazioni musulmane finanziate con fondi stranieri (ad esempio in arrivo dalla Turchia o dai paesi del Golfo) che hanno il preciso obiettivo di radicalizzare i musulmani presenti in Svizzera. Abbiamo visto il caso della moschea An’nur a Winterthur. Per non parlare delle svariate decine, forse centinaia, di “foreign fighters” partiti dalla Svizzera per combattere la jihad. Almeno una decina di questi, è notizia recente, proviene dal Ticino. Si tratta di giovani musulmani che qualcuno – magari foraggiato con fondi esteri – ha radicalizzato. Eppure il Consiglio federale rifiuta ostinatamente di vietare i finanziamenti stranieri alle moschee ed ai sedicenti centri culturali islamici; e rifiuta pure di imporre a questi ultimi di indicare la provenienza dei fondi di cui dispongono. Come al solito: pur di non dar ragione agli odiati populisti e razzisti – la mozione che chiedeva le misure di cui sopra, peraltro esistenti in altri paesi europei, era di chi scrive – si preferisce spararsi a raffica nei gioielli di famiglia.

Lavaggio del cervello?

Ora a questi predicatori (magari salafati), sui quali come detto non c’è alcun controllo, si vuole spalancare anche le porte dell’esercito,  nell’ennesimo incontrollato impeto di apertura buonista-coglionista. Ma bene: così imam malintenzionati potranno fare il lavaggio del cervello anche a giovani musulmani non integrati – ma che, grazie alle naturalizzazioni facili, hanno comunque il passaporto rosso – e che dispongono dell’arma d’ordinanza. Poi, una volta inseriti gli imam nell’esercito, arriverà la Simonetta “devono entrare tutti” Sommaruga di turno a dirci che bisogna ritirare l’arma d’ordinanza agli svizzeri, così come pretendono i balivi di Bruxelles, perché c’è un rischio terrorismo. Ah certo: prima si spalancano le frontiere a tutti, poi si promuove l’islamizzazione della Svizzera in nome del multikulti, e poi ancora si pensa di cancellare le tradizioni elvetiche che danno fastidio all’UE con la scusa del terrorismo? Il terrorismo in Occidente non dipende dalle armi in possesso dei cittadini onesti. Dipende da politiche migratorie scriteriate: quelle che tanto piacciono ai kompagnuzzi e agli intellettualini.

Tattica del salame

Non ci vogliono grandi studi per capire che spalancare le porte dell’esercito agli imam è una delle tappe sulla via dell’islamizzazione della Svizzera. Ecco un possibile programma in sette passi. E malauguratamente non  è nemmeno troppo fantasioso.

Primo passo: introduzione dell’imam nell’esercito.

Secondo passo: insegnamento dell’islam nelle scuole (per la serie: civica no, ma islam sì).

Terzo passo: rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera (come da proposta fuori di zucca del presidente del PSS Christian Levrat).

Quarto passo: fare spazio a partiti di matrice islamica che vorranno sostituire le nostre leggi con altre ispirate (?) al Corano.

Quinto passo: via tutti i riferimenti alla nostra religione (a partire dalla croce dalla bandiera) per “non offendere” immigrati musulmani.

Sesto passo: introduzione della sharia.

Settimo passo: prescrizioni sull’abbigliamento.

Ottavo passo: ?

Questa è l’ islamizzazione della Svizzera tramite tattica del salame (una fetta alla volta) contro cui bisogna battersi. Anche a costo di beccarsi le solite etichette di populisti, razzisti, eccetera. Ed è preoccupante che a prestare il fianco, in un raptus di multikulti, sia nientemeno che l’esercito.

Lorenzo Quadri