In Ticino è sempre record di fallimenti di aziende

Quante chiusure dipendono dall’invasione da sud? Altro che le panzane della SECO!

 

Cosa sono venuti a raccontarci solo la scorsa settimana i burocrati della SECO nell’ennesimo atto di propaganda di regime a sostegno della fallimentare libera circolazione delle persone? Che l’evoluzione dell’economia elvetica è “rallegrante”? Che l’economia ha “fame di manodopera estera specializzata”? Che non esiste né soppiantamento di residenti con frontalieri e nemmeno dumping salariale? Che “immigrazione uguale ricchezza”?

Le fregnacce della SECO, il cui obiettivo è  quello di magnificare la libera circolazione a 15 anni dalla sua entrata in vigore – la preferenza indigena, invece, è caduta nel giugno 2004 – sono state smentite già il giorno successivo da un’altra statistica: quella dei casi d’assistenza in Ticino. Le richieste sono infatti aumentate del 62% dal 2010 al 2016! Il che non pare esattamente un indicatore di crescita.

Per non parlare dell’immonda boiata “made in SECO” della libera circolazione che farebbe arrivare solo manodopera estera specializzata che non si trova in Svizzera. Tanto per cominciare, quasi la metà degli immigrati UE non lavora. Punto secondo: gli scienziati della SECO ci vorrebbero raccontare che i 65mila frontalieri in continuo aumento, di cui 40mila nel terziario,  che occupano quasi il 30% dei posti di lavoro nel Cantone, sarebbero “manodopera specializzata che in Ticino non si trova”? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Lo studio zurighese

Peccato poi che da uno studio della divisione dell’Economia pubblica di Zurigo sia emerso che In Ticino solo un frontaliere su sei lavora in settori dove non si trova manodopera locale, e che quattro lavoratori stranieri su cinque non sono necessari. Altro che immigrazione di forza lavoro specializzata. Arrivano  proprio quei “profili” di cui non c’è affatto bisogno e questo perché i politicanti spalancatori di frontiere e camerieri dell’UE non vogliono la preferenza indigena. Se ci fosse la preferenza indigena, arriverebbe la manodopera che effettivamente non si trova. In sua mancanza, succede ciò che ben descrive lo studio della Divisione dell’economia pubblica di Zurigo (che naturalmente è stato prontamente imboscato nel dimenticatoio): arriva la forza lavoro che si trova benissimo anche da noi, solo che costa meno perché straniera. E’ inutile che i burocrati della SECO, con il lauto stipendio ed il posto di lavoro garantito fino alla pensione con i soldi del contribuenti, continuino a raccontarci balle di fra’ Luca pensando che gli svizzerotti siano boccaloni al punto da bersele.

Il paese dei “puff”

Nei giorni scorsi è arrivata la seconda smentita delle fandonie della SECO sulla fiorente economia svizzera grazie alla devastante libera circolazione delle persone. Il numero dei fallimenti di aziende, ma tu guarda i casi della vita, continua infatti ad aumentare. E soprattutto in Ticino. Già a maggio la società Bisnode aveva comunicato che in questo sfigatissimo Cantone nei primi quattro mesi del 2017 il numero di fallimenti era salito dell’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Adesso in luglio arriva l’aggiornamento della situazione al primo semestre dell’anno. E naturalmente l’andazzo è confermato: crescita dell’11% dei fallimenti aziendali rispetto allo stesso periodo del 2016. Tra gennaio e giugno in Ticino sono andate a gambe all’aria 212 aziende. In calo del 5%, per contro, l’apertura di nuove attività.

Quattro domandine

E adesso, premi Nobel della SECO, come la mettiamo?  Il boom di fallimenti in Ticino, il continuo aumento delle serrande abbassate, mal si conciliano con lo scenario idilliaco di economia fiorente che i galoppini della Segreteria di Stato per l’economia vorrebbero propinarci. Sorgono infatti almeno quattro domandine, di quelle facili-facili:

  • Quante aziende “indigene” sono fallite in Ticino a causa della concorrenza sleale in arrivo da sud?
  • Quante delle aziende fallite sono, invece, ditte-foffa giunte da oltreconfine che lasciano sul territorio ticinese solo “puff” (mentre i titolari hanno ville e macchinoni)?
  • Quante di queste ditte fallimentari con referente italico dopo aver chiuso i battenti riaprono sotto altro nome per poi rifallire e così via?
  • E quindi: in che misura per questo scempio possiamo ringraziare la fallimentare libera circolazione delle persone che i burocrati della SECO continuano a magnificare contro ogni decenza e buonsenso, a scopo di propaganda di regime?

A proposito: se l’economia cresce così bene, come mai il Consiglio federale ha deciso di lasciare ferme al palo le rendite AVS/AI? Ah già, i conti devono quadrare… stranamente però, quando si tratta di spendere miliardi del contribuente per i finti rifugiati con lo smartphone, la preoccupazione finanziaria sembra sparire di colpo.

Lorenzo Quadri