La riforma è sbagliata e la sperimentazione è farlocca

No alla “Scuola che verrà”: non spendiamo barcate di milioni per creare la scuola ro$$a

Il 23 settembre i cittadini saranno chiamati a votare sulla sperimentazione della riforma “La scuola che verrà” (SCV). Complice il periodo estivo, di questa votazione si parla poco. Eppure essa è della massima importanza. La scuola forgia  i cittadini di domani. Sul tema dovrebbe dunque esserci una discussione generale. Invece, nisba. Il DECS targato PS  è infatti riuscito a schivare il dibattito e a trasformare la riforma in una questione di nicchia per specialisti e pedagogisti. La SCV è stata resa  – di proposito –  incomprensibile a chi addetto ai lavori non è (la stessa cosa è accaduta anche con i nuovi piani di studio).  La società civile è stata tagliata fuori. Le famiglie non sanno cosa succederà  ai propri figli, alla loro preparazione al futuro.  Alla faccia della trasparenza (con cui i compagni amano sciacquarsi la bocca, ma solo quando fa comodo).  Se questa è democrazia…

A ciò va aggiunto che la riforma non è condivisa dai docenti. L’86% non ha risposto alla consultazione dipartimentale, mentre l’89% di quanti hanno risposto ha dichiarato di essere sì d’accordo con la sperimentazione… ma non nella propria sede!

Livellamento verso il basso

Che a distanza di 44 anni (la legge sulla scuola media è entrata in vigore nell’ormai non solo remoto, ma etrusco  1974; nel frattempo il mondo è completamente cambiato) siano necessarie delle riforme, è innegabile. In particolare, occorre porre fine a quella che qualcuno ha definito la “spinta dirompente alla licealizzazione”. Ovvero: tutti “devono” andare al liceo, trasformato in scuola-parcheggio, con conseguenze deleterie. Purtroppo la  SCV  va nella direzione contraria. La riforma gronda ideologia “rossa” ed egualitarista. Demolisce  gli ultimi scampoli di meritocrazia rimasti nel sistema scolastico ticinese, nel nome del livellamento verso il basso. Invece di spingere gli allievi a superare gli ostacoli, si abbassano gli ostacoli sempre di più.  Si immagina di sostituire le pari opportunità con la parità di arrivo: una pericolosa illusione. Il risultato sarà quello di allargare il solco tra un mondo scolastico artefatto e la realtà che, implacabile, attende fuori dall’aula. E questa realtà  non è certo egualitarista: è sempre più selettiva. Specie quella professionale.

Insegnare o “socializzare”?

Del resto, in campo scolastico, il Ticino è già il Cantone più egualitarista della Svizzera. Adesso vorrebbe diventarlo ancora di più? Riproponendo modelli già falliti altrove? Ma anche no!

La riforma mette poi l’accento sul ruolo socializzante della scuola, facendo retrocedere la sua vera missione, che è quella di trasmettere saperi. La scuola è un’istituzione e non un servizio sociale. Curiosamente, l’aspirazione socializzante va poi in contraddizione con l’organizzazione di laboratori ed atelier. La SCV ne prevede in quantitativi smodati (e la griglia oraria?). Ma essi  implicano la divisione delle classi e la ricomposizione con altri allievi. E questo nuoce sia alle dinamiche di gruppo che al ruolo del docente e alla sua autorevolezza in aula. Questa è solo una delle varie contraddizioni contenute nel progetto.

Famiglie esautorate

Particolarmente problematica è poi  la magnificata – quanto misteriosa – “differenziazione pedagogica”.  Ossia: “si insegna all’allievo secondo il suo ritmo ed il suo stile”. Quindi se un allievo è bravo a correre lo si fa solo correre, se è bravo in matematica farà solo matematica?

Altro aspetto inquietante: in nome della politicamente correttissima “differenziazione pedagogica”,  si potranno rivedere al ribasso gli obiettivi di un allievo in difficoltà, senza coinvolgere le famiglie – al contrario di ora – ma con la consulenza del sostegno pedagogico,  che diventa potentissimo.  Anche perché gli esperti delle materie verrebbero aboliti e sostituiti da consulenti pedagogici, che controlleranno non già se il docente ha svolto il programma come si deve, ma se ha “differenziato”  correttamente.  In regime di “Scuola che (speriamo non) verrà”, la famiglia si troverebbe di fatto esautorata. Stupisce che l’associazione cantonale dei genitori non abbia nulla da dire al proposito. Come pure stupisce che in Gran Consiglio il PLR ed il PPD, partiti a cui la competenza in materia scolastica non dovrebbe mancare (il primo ha gestito l’educazione ticinese per oltre un secolo, il secondo porta con sé l’eredità delle scuole private cattoliche ed il “centro di competenza” dell’OCST docenti) si siano accodati alla proposta del Consigliere di Stato PS e dei suoi funzionari dirigenti (rigorosamente dello stesso colore). I quali vogliono creare la scuola pubblica socialista. PLR e PPD si sono fatti infinocchiare? Oppure le resistenze iniziali sono state superate con la solita logica dello scambio di favori?

 

Fattura salatissima

La sperimentazione della “Scuola che verrà”  vorrebbe usare i giovani (e le loro famiglie) come delle cavie da laboratorio. In più è farlocca. Se parte la sperimentazione, parte la riforma. Dunque va respinta. Dire No alla SCV non vuol dire bloccare qualsiasi riforma scolastica. Vuol dire fermare questariforma. Attenzione poi a non cedere alla tentazione di disinteressarsi al tema perché “è ostico” (è stato reso tale di proposito) e  perché “tanto non ho (o non ho più) figli agli studi, quindi non mi riguarda”. Bubbole. Con la scuola si costruisce la società di domani. Inoltre: la sola sperimentazione della SCV costerà quasi 7 milioni di Fr per tre anni. La sua messa a regime costerà almeno 35 milioni all’anno. A ciò si aggiungono gli importanti oneri che ricadranno sui Comuni. Ad esempio, gli investimenti nelle sedi scolastiche: perché, se si devono svolgere laboratori ed atelier, bisogna anche avere le aule dove tenerli. Questi costi non li ha calcolati nessuno. Ma ci saranno. Eccome che ci saranno!  E li pagherà il contribuente. Tutto questo per peggiorare la scuola ticinese. Forse che già solo tali cifre non interpellano tutti noi?

Lorenzo Quadri