Meglio contorti che boccaloni

La scuola che (non) verrà, Bertoli sbrocca contro i referendisti: “menti contorte”

 

Al direttore del DECS kompagno Manuele Bertoli non è andata giù che “menti contorte” (definizione sua) di Udc-LaDestra e Lega (e anche qualche Plr) abbiano lanciato il referendum contro la “sua” riforma del sistema scolastico ticiense, ovvero la famigerata “La scuola (rossa) che verrà”. Quella che vuole sostituire la parità di partenza degli allievi con la parità di arrivo. Evidentemente per qualcuno le politikamente korrettissime “pari opportunità” (parità di partenza, appunto) ancora non bastano. E’ giunto il momento del passo successivo: la parità di risultato. Il che giocoforza significa: livellamento verso il basso.

Due osservazioni

Si può poi anche sostenere, come ha fatto Bertoli, che i referendisti hanno la mente contorta. Non siamo così suscettibili da offenderci per questo. Ma due osservazioni ci stanno tutte:

  • meglio contorti che boccaloni, come hanno invece dimostrato di essere PLR e PPD. Perché per credere
  1. che i vertici del DECS abbiano davvero la volontà di valutare oggettivamente delle alternative alla scuola (rossa) che verrà; e
  2. che far partire la sperimentazione (su cavie umane!) non significhi dare il via alla riforma tout-court (ed ovviamente nella versione Bertoli)

bisogna aver vinto il campionato europeo di credulità.

  • Difficile trovare qualcosa di più “contorto” delle pippe mentali con cui il Dipartimento motiva “La scuola che verrà”, di cui riportiamo un estratto sotto.

Anche sostenere, come fa il direttore del DECS, che solo perché la riforma rossa è costosa, essa comporterà automaticamente un miglioramento della scuola ticinese, è assai poco convincente.

Democrazia a senso unico?

Vista la posta in gioco – ossia tanti (ma tanti) soldi pubblici e la preparazione con cui i nostri giovani si affacceranno al mercato del lavoro ticinese sfasciato dalla libera circolazione (grazie partitocrazia!) – ci mancherebbe anche che non fosse legittimo lanciare il referendum affinché siano i cittadini a votare.

Intanto però i soldatini del P$ hanno già cominciato ad agitarsi: se il referendum riuscirà, a decidere sulla riforma scolastica  rossa sarà – orrore (ovvove)! – il popolazzo “che vota sbagliato” e non gli specialisti gauche-caviar di ingegneria pedagogica.

Ma complimenti! Hai capito i kompagni? Il popolo non deve decidere. Decide la casta. Gli unici referendum legittimi sono quelli dei sinistrati. Allora lì va bene a che ad esprimersi non siano degli esperti. Ecco perché i $ocialisti non volevano l’insegnamento della civica: loro sono per la democrazia a senso unico (come la morale, come la legalità, come…).

Va poi ricordato che nel caso concreto i professionisti della scuola sono tutt’altro che compatti dietro la riforma-Bertoli. Perché se qualcuno immagina che essa sia sostenuta dalla maggioranza dei docenti e dei direttori di istituto, forse ha sbagliato i conti. L’86% degli insegnanti non si è nemmeno espresso, tanto per dirne una.

Egualitarismo

Che l’egualitarismo spinto di stampo rosso di cui è imbevuta la riforma sia un bene per la scuola ticinese (e quindi per la società) è tutto da dimostrare. Se la società è selettiva, la scuola non può essere tutto il contrario. La selezione è necessaria anche nelle aule. Non si può incanalare tutti gli alunni verso gli studi superiori, magari per gonfiare l’ego dei genitori. Perché il risultato è: licei usati come parcheggio con curricula che poi sfociano  o in “dispersioni formative” (cioè giovani che abbandonano gli studi e sono in giro a sbalzo) o in lauree “facili” senza sbocchi. Senza sbocchi anche perché la partitocrazia, P$ in primis, ha voluto e vuole l’invasione di frontalieri. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone, i frontalieri stanno colonizzando a ritmo serrato gli uffici del terziario dove dovrebbero lavorare i ticinesi. Se la libera circolazione non salta, sarà sempre peggio.

Sarebbe invece opportuno puntare di più sull’apprendistato, che non è una formazione di serie B, ma un percorso formativo ammirato a livello internazionale, come ama ripetere il ministro dell’Economia Johann “Leider” Ammann (quindi non un becero leghista populista e razzista). Come del resto accade in Svizzera tedesca. Del resto, assomigliare sempre più alla Svizzera tedesca è il nostro destino visto che per trovare lavoro i giovani ticinesi dovranno giocoforza emigrare oltralpe a causa dell’invasione da sud. Di nuovo: grazie, partitocrazia!

Il precedente

Comprensibile il fastidio di Bertoli nei confronti del referendum contro la scuola (rossa) che verrà. La  votazione sull’insegnamento della civica, da cui il direttore del DECS ed i suoi giannizzeri sono usciti asfaltati, ha segnato un precedente. La scuola ticinese non è proprietà esclusiva della $inistra. Anche un comitato etichettato come “di destra” può riuscire a far valere le proprie ragioni in una votazione popolare.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Il livellamento verso il basso nella scuola ro$$a

 

Dal documento “La scuola che verrà” – e poi ad avere la “mente contorta” sarebbero i promotori del referendum??

 

Da pagina 23

Qualità dell’insegnamento e risultati ottenuti dagli allievi restano punti fermi, ai quali nessuno intende rinunciare. Bisogna tuttavia raggiungere una “giusta eguaglianza” nella distribuzione del bene finale, applicando una “giusta diseguaglianza” nell’impiego dei mezzi strumentali. Tradotto nei termini delle proposte formulate dal progetto di riforma, la diversificazione delle strategie d’insegnamento, dell’approccio e delle pratiche didattiche è funzionale all’ottenimento di un’eguaglianza dei risultati (dove per eguaglianza si intendono i migliori risultati possibili per ognuno), il che equivale a produrre equità. In altre parole si potrebbe pensare che la Scuola che verrà tollera, anzi promuove delle diseguaglianze di trattamento in quanto pienamente compatibili con la promozione di una scuola equa: attraverso la differenziazione si intende perseguire una giusta eguaglianza nella distribuzione del bene finale (i risultati scolastici) che si combina con una giusta diseguaglianza nella distribuzione dei beni strumentali messi in campo (ottenuta attraverso la differenziazione).

 

Pagina 24

La pedagogia differenziata cerca di adattare metodi e percorsi alla realtà degli allievi. Essenziale diventa la rilevazione e l’osservazione di questa realtà e dei vari processi che sono messi in gioco, per poi cercare di adattare le situazioni di insegnamento o apprendimento. I termini “differenziazione” o “pedagogia differenziata” sono di fatto riferiti a una diversificazione delle pratiche didattiche che inizia con una prassi di osservazione diagnostica e prosegue con un adeguamento delle forme di insegnamento. Differenziare implica quindi per definizione di non accordare a tutti la stessa attenzione, lo stesso tempo o la stessa energia. In questo modo è possibile promuovere il passaggio da una “democrazia delle possibilità” verso una “democrazia della riuscita”.