L’abrogazione della LIA e lo strano risveglio dei sindacati

Prima affossano il 9 febbraio, poi denunciano l’inutilità della “preferenza indigena light” 

Come era ampiamente previsto la LIA, Legge sulle imprese artigiane, va verso l’abrogazione. Il Consiglio di Stato ha infatti licenziato il Messaggio in questo senso al Gran Consiglio. La LIA andrà anche verso l’abrogazione, ma il problema che vi sta a monte, ossia la concorrenza sleale da parte di padroncini e distaccati in arrivo da Oltreconfine grazie alla devastante libera circolazione delle persone, sicuramente no. Infatti l’invasione da sud prosegue. Se si abroga la LIA non si può andare allo sbaraglio senza nulla. Occorre dunque proporre delle alternative. Perché le promesse di potenziamento dei controlli non bastano. Oltretutto i controlli servono solo a punire le violazioni quando sono già avvenute. Ed in genere delle sanzioni degli svizzerotti (“che tanto sono fessi e non si accorgono di niente”) al di là della ramina se ne fanno un baffo.

“Sa po’ fa nagott”: per colpa di chi?

Il ritiro della LIA, così come pure l’affossamento della preferenza indigena da parte del triciclo PLR-PPD-P$ con la  solita scusa del “sa po’ mia”, confermano che, a seguito della devastante libera circolazione delle persone, qualsiasi tentativo per tutelare il mercato del lavoro ticinese è destinato a naufragare per colpa degli spalancatori di frontiere. I quali senza vergogna reiterano il ritornello del “sa po’ fa nagott”. E per colpa di chi “sa po’ fa nagott”? Chi ci ha trasformati, contro il volere dei ticinesi, in una colonia di Bruxelles?

I casi della vita

Per una curiosa coincidenza, il giorno stesso in cui il Consiglio di Stato ha licenziato il messaggio per il ritiro della LIA, i $inistrati del $indakato UNIA hanno denunciato tramite veemente comunicato stampa (uella) che le misure per attuare la “preferenza indigena light”, che entreranno in vigore il prossimo primo luglio, non servono ad un tubo. La “preferenza indigena light” è poi il tristemente famoso compromesso-ciofeca che azzera il 9 febbraio. E’ il colmo! Prima i kompagnuzzi di UNIA salgono sulle barricate CONTRO la preferenza indigena perché loro lucrano sugli affiliati frontalieri: per cui più ce n’è meglio è. E adesso saltano fuori a dire che le misure, da loro volute, per NON applicare il “maledetto voto” del 9 febbraio sono inutili. Ma che bella scoperta!

E non solo le misure sono già di per sé inutili. Ma le percentuali di disoccupazione per settore che farebbero scattare l’obbligo d’annuncio agli Uffici regionali di collocamento (URC) dei posti vacanti sono calcolate su scala nazionale. Dunque, non tengono minimamente conto della situazione ticinese.  Se questa non è una presa per i fondelli! Come diceva la nota canzone? “Svegliati è primavera!”. Che le cose stessero così l’aveva già capito fin da subito anche il Gigi di Viganello. E i $indakalisti con l’Audi A6, quelli che dovrebbero essere esperti del mercato del lavoro, adesso scendono dal pero?

Il tornaconto

Se i $indakalisti di UNIA volevano delle misure efficaci a tutela del mercato del lavoro ticinese avrebbero dovuto sostenere il 9 febbraio e “Prima i nostri”. Invece erano in prima fila nell’opera di demolizione della volontà popolare sgradita. Assieme al triciclo PLR-PPD-P$$ e a tutto l’establishment al gran completo. E strillavano, i kompagnuzzi di UNIA, al razzismo e al fascismo. Tutto per motivi di tornaconto pro saccoccia. Per i sindacati più frontalieri ci sono meglio è, visto che anche i frontalieri pagano le loro brave quote. Se i sindacati volessero difendere il lavoro dei ticinesi, sosterrebbero e firmerebbero l’iniziativa contro la libera circolazione delle persone. Ma naturalmente non solo i sindakalisti rossi si guardano bene dal farlo, ma addirittura il partito da essi controllato, ossia il P$$, si agita come sui carboni ardenti perché vuole assolutamente lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE. Piccolo dettaglio: nella denegata ipotesi in cui detto osceno trattato (che faremo tutto quanto in nostro potere per affossare) dovesse entrare in vigore, le prime vittime sarebbero proprio le famigerate misure accompagnatorie con cui a $inistra amano riempirsi la bocca. In altre parole: accordo quadro istituzionale uguale ROTTAMAZIONE delle misure accompagnatorie.

Domanda da un milione

Per quanto tempo andrà avanti questi presa per i fondelli? O si spalancano le frontiere o si tutela il mercato del lavoro ticinese. Le due operazioni sono in contraddizione. Non possono convivere sotto lo stesso tetto.

Lorenzo Quadri

 

Per rifilarci i finti rifugiati si inventano l’algoritmo

Basta fregnacce! I migranti “ammessi provvisoriamente” vanno rimpatriati quanto prima

E ti pareva! Gli scienziati della SEM, Segreteria di Stato della Migrazione, se ne escono con l’ennesima “ca*ata pazzesca” (citazione da Fantozzi, riferito alla Corazzata Potemkin).

Trattasi dell’algoritmo farlocco per stabilire come spalmare i finti rifugiati nei vari Cantoni, in base alla possibilità che costoro avrebbero di trovare lavoro. Il fantozziano algoritmo, realizzato dal Politecnico di Zurigo in collaborazione con l’università di Stanford (uella!) era già stato annunciato in gennaio. Adesso la SEM comunica che ci sarà una sperimentazione: come quella che vorrebbe fare il kompagno Bertoli con la “scuola rossa”?

“Prima gli altri”

Ma da dove salta fuori la storiella degli algoritmi? I fulmini di guerra della SEM, ma guarda un po’, si sono accorti che i finti rifugiati “ammessi provvisoriamente” non lavorano. Ed infatti, tanto per fare un esempio, il numero degli eritrei in assistenza presenti in Svizzera nel giro di otto anni è cresciuto del 2282%!

Ancora una volta il Dipartimento Sommaruga, invece di preoccuparsi dei cittadini elvetici che non trovano lavoro, si premura di collocare i finti rifugiati. Ciò che ovviamente avviene a scapito dei residenti. Come sempre: prima gli altri, mentre gli svizzerotti vengono trattati come l’ultima ruota del carro!

Rimpatriare

Altro che gli algoritmi per trovare un impiego ai migranti ammessi provvisoriamente. Questi giovanotti non vanno collocati: vanno rimandati a casa loro. E senza tanti algoritmi! A maggior ragione se sono in assistenza. Il solito sfigato contribuente elvetico ne ha piene le scuffie di venire costretto dalla casta spalancatrice di frontiere a mantenere tutti con i soldi delle sue imposte, e di sentirsi poi dire che però lui deve tirare la cinghia, pagare più tasse e balzelli, andare in pensione a 70 anni, e avanti con le amenità! In Svizzera ci sono soldi per tutti tranne che per gli svizzeri?

Sostenere gli svizzeri

La ministra del “devono entrare tutti” Sommaruga ed i suoi kompagni che sul business rosso dell’asilo ci lucrano, faranno bene a rendersi conto che gli sforzi di collocamento si fanno a sostegno dei cittadini elvetici che non hanno un lavoro. I finti rifugiati ammessi provvisoriamente vanno invece rimandati nel paese d’origine. L’ammissione provvisoria deve essere, come dice il nome, provvisoria. Oggi invece ammissione provvisoria è uguale ad ammissione definitiva! Questa è la distorsione che va corretta. Ma naturalmente la kompagna Sommaruga non ci pensa proprio. Tenta invece di convincere gli svizzerotti, a suon di lavaggi del cervello politikamente korrettissimi, che il problema è l’integrazione professionale dei finti rifugiati. Come scontato, si fa leva sul fatto che costoro non devono restare in assistenza, bensì mantenersi lavorando. Trattasi di presa per i fondelli, perché la questione è di tutt’altra natura, ossia che costoro non devono rimanere in Svizzera!

Accordi di riammissione

Quindi, invece di studiare algoritmi con l’unico obiettivo di far rimanere in Svizzera chi invece se ne deve andare, occorre portare a casa accordi di riammissione con i paesi di provenienza dei  finti rifugiati. Stati ai quali tra l’altro continuiamo a versare fior di aiuti allo sviluppo, ovviamente senza condizionarli alla sottoscrizione degli accordi di cui sopra. Guai a solo menzionare una simile eventualità! E’ razzismo e fascismo! Ed intanto il ministro degli esteri italo-svizzero Ignazio KrankenCassis è in giro per il paese a fare il prezzemolino ad ogni tipo di evento-sagra-fiera-festival, magari a connotazione elettorale pro-PLR, e che non c’entra un tubo con la politica estera.

Scarica-barile

L’algoritmo è poi l’ennesima trovata del piffero per scaricarsi della responsabilità. Per non mettere fuori la faccia davanti ai Cantoni che si cuccheranno degli ulteriori collocamenti che nessuno vuole. Così i burocrati federali potranno dire che non è colpa loro: ha deciso l’algoritmo! Adesso la politica si fa con gli algoritmi.

Non ci vogliono invece algoritmi per capire come andrà a finire. Dopo che l’Ungheria ha costruito il suo muro sul confine (bene!) i finti rifugiati entrano in Svizzera principalmente da sud, quindi dal Belpaese. La maggioranza dei finti rifugiati con lo smartphone (giovanotti che non scappano da nessuna guerra e che hanno i soldi per pagare i passatori) che sbarcano sulle coste sicule parla un po’ di francese e di italiano. In Eritrea l’italiano è pure una delle lingue ufficiali. Ed essendo la lingua un fattore determinante di collocabilità professionale, indovinate un po’ quali Cantoni si cuccheranno più finti rifugiati grazie all’algoritmo farlocco? E questo, va da sé, accadrà in barba alla situazione occupazionale sul territorio, che tanto viene imbellettata tramite le solite statistiche taroccate della SECO.

Grazie kompagna Sommaruga! Altro che “Prima i nostri”: in Ticino, grazie a voi del triciclo spalancatore di frontiere, già adesso i frontalieri vengono prima dei ticinesi. Presto verranno prima anche i finti rifugiati collocati con gli algoritmi.

Lorenzo Quadri

Sgravi fiscali per il ceto medio? Impossibili senza raccolta firme

In parlamento la partitocrazia non li voterà mai: è succube del tassa e spendi

Sono passati vent’anni (quasi) esatti da quando la Lega dei Ticinesi lanciò l’iniziativa popolare “per un’esenzione della imposizione delle successioni e delle donazioni, più sociale”. L’iniziativa, dal titolo un po’ ostico, venne infatti pubblicata sul Foglio ufficiale dell’11 maggio del 1998, ed approvata in votazione popolare il 6 febbraio del 2000. Grazie ad essa, e quindi grazie alla Lega, non si pagano più le imposte di successione tra coniugi e tra genitori e figli.

“Le nostre iniziative –scriveva il Nano sulla prima pagina del Mattino del 6 febbraio del 2000, giorno della votazione popolare – non sono fatte per i ricchi, come affermano i socialisti, ma per tutti! Per chi non riesce più a tirare alla fine del mese, oppresso da uno Stato che, compreso l’affitto, gli succhia il 64% del reddito; per chi ha una piccola azienda artigianale in buone condizioni ma si vede rapinare dallo Stato metà degli utili conseguiti; per chi eredita una casa e deve venderla per pagare un’imposta di successione che quasi tutti i cantoni hanno abolito!”.

Dopo due decenni…

La votazione popolare benedì, come detto, l’iniziativa leghista. Nel frattempo sono passati quasi due decenni, durante i quali abbiamo assistito all’introduzione di nuove tasse e balzelli (pensiamo ad esempio a quelli sul rüt) e all’incremento di quelli già esistenti. A ciò si aggiunge che i premi di cassa malati, di fatto una forma di imposizione confiscatoria, sono esplosi. Le piccole aziende artigianali, dal canto loro, non devono confrontarsi solo con le “rapine di Stato” ma anche con la concorrenza sleale di  padroncini e distaccati in arrivo dal Belpaese. Un problema, anzi un dramma, che nel febbraio del 2000 era ancora al di là da venire. Come al di là da venire era l’invasione di frontalieri. Quanto ai proprietari di un’abitazione, si sono appena visti appioppare le stime immobiliari gonfiate per fare cassetta.

Fermi al palo

Di sgravi fiscali per il ceto medio, dunque, ce n’è bisogno eccome. Ma da quindici anni questo sfigatissimo Cantone è fermo al palo. Parlare di sgravi fiscali a Palazzo delle Orsoline è diventato tabù. Si dirà che è appena stata approvata (per un soffio) la riform(ett)a fiscale e sociale. Ma quella è “solo” un cerotto per sventare il pericolo di fuga dei maggiori contribuenti dall’ “inferno fiscale” ticinese. Non è una vera riforma. La grande maggioranza dei contribuenti, ed in particolare il ceto medio ed i tartassatissimi single, non ne beneficerà.

Centro?

Il recente affossamento in Gran Consiglio dell’iniziativa parlamentare generica di Iris  Canonica (2001) che chiedeva una tassazione più equa per le persone singole lo dimostra: la partitocrazia non ha alcuna intenzione di varare degli sgravi fiscali per tutti. Non solo la $inistra notoriamente partito delle tasse. Ma anche il PLR e il PPD. Le iniziative parlamentari recentemente presentate da LaDestra sono destinate a venire asfaltate. Il perché è semplice: il cosiddetto “centro” della politica si è spostato a $inistra. PLR e PPD sono diventati dei partiti delle tasse. L’ala liberale dell’ex partitone è praticamente estinta e tra un po’ sarà dichiarata specie protetta dal WWF; mentre il PPD è in mano ad un paio di deputati-sindacalisti in costante smania di visibilità mediatica.

Altro che raccontare che il Gran Consiglio si sarebbe spostato a destra. E’ vero che la $inistra “conclamata” si è indebolita. Ma  i partiti di centro sono diventati di $inistra: il tripudio della $inistra mascherata! Chiaro che poi il P$ si ritrova a fare le assemblee plenarie in una cabina telefonica: c’è stata invasione di campo da parte delle forze “ex borghesi”.

Raccolta firme

Per gli sgravi fiscali per il ceto medio ed i single, la strada possibile è una sola. Quella dei primi anni duemila. Quella, cioè, delle iniziative popolari. E’ illusorio immaginare di trovare in parlamento una maggioranza favorevole ad una fiscalità più leggera. E, se anche per delirio d’ipotesi la si dovesse trovare, i $inistrati lancerebbero il referendum all’istante: mica si vorrà togliere risorse all’ente pubblico che poi mancano quando si tratta di mantenere stranieri in assistenza! E, quando viene lanciato un referendum, sono i promotori ad avere in mano il boccino. Molto meglio dunque scendere in campo per primi e lanciare una o più iniziative popolari che chiedano, finalmente, sgravi fiscali per tutti, ed in particolare per il ceto e per le persone singole. L’attesa è stata fin troppo lunga.

Lorenzo Quadri

Strage sventata alla Commercio Ecco che arrivano gli sciacalli

Come previsto: i $inistrati approfittano dell’onda emotiva per la loro politichetta

La scorsa domenica il Mattino è stato facile profeta scrivendo che, molto presto, sarebbe cominciato lo sciacallaggio ro$$o sulla “mancata strage” alla Commercio di Bellinzona. Così infatti è stato. In base al principio, molto da vicina Penisola, del “piatto ricco, mi ci ficco” le interrogazioni della gauche-caviar sul succulento tema sono fioccate. Nel segno del più smaccato populismo di $inistra. Gli interroganti perseguono due obiettivi manifesti:

1) farsi campagna elettorale mettendo fuori la faccia sui giornali e sui portali online. Mancano undici mesi alle elezioni ed occorre muoversi per tempo. Inutile dire che troppi deputati tuttologi sproloquiano su cose di cui non hanno la più pallida idea. Improvvisamente in Gran Consiglio sono diventati tutti esperti di armi e di balistica.

2) Fare propaganda politica contro le armi al domicilio dei cittadini onesti (tutti criminali!) contro i tiratori, contro gli stand di tiro, contro l’esercito, contro… Insomma i soliti ribolliti cavalli di battaglia dei $inistrati. Cavalli ormai ridotti a ronzini.

Il gioco è semplice

Il gioco condotto da P$ e dintorni è semplice: approfittare della “mancata strage”, una notizia senz’altro scioccante alle nostre latitudini, per sbraitare con la maggior enfasi drammatica possibile, facendo leva sulla “pancia”, le proprie politichette disarmiste e demolitrici delle tradizioni elvetiche. Così come si conviene per quello che è ormai diventato a tutti gli effetti il partito degli stranieri. Un partito contro la Svizzera e gli Svizzeri (vedi la dichiarazione del 1° agosto della kompagna Addolorata Marra di Botrugno, consigliera nazionale P$$: “la Svizzera non esiste”).

Poco ma sicuro che, se fosse stata l’odiata “destra” a comportarsi in questo modo, e a prodursi in simili esercizi di sciacallaggio, i kompagnuzzi con la morale a senso unico sarebbero già in cattedra a puntare il dito contro i “populisti che approfittano delle disgrazie altrui per fare politica di partito”. Adesso invece…

Obiettivo chiaro

Ecco quindi i nostri prodi sollevare con la massima goduria quesiti su quesiti (domande retoriche ovviamente) sul 19enne aspirante sparatore e sulle armi che pare avesse in casa. Alcune domande possono essere legittime. Altre molto meno. Perché è chiarissimo dove vogliano andare a parare; in un caso viene anche detto esplicitamente. C’è infatti in ballo l’accettazione del famoso Diktat UE che vuole disarmare i cittadini onesti con la scusa, ridicola, di combattere il terrorismo islamico (anche l’ultimo attentato commesso a Parigi è stato compiuto col coltello, altro che armi di fuoco). Quale migliore occasione allora di una mancata sparatoria in una scuola, con tutta la carica emotiva che porta con sé, per ribadire che gli eurobalivi hanno ragione, che diamine? I cittadini svizzeri vanno disarmati! Bisogna calare le braghe davanti a Bruxelles! Alla faccia delle nostre leggi e delle nostre tradizioni. E alla faccia anche dell’esito delle votazioni popolari sgradite (febbraio 2011). Specificità elvetiche? “Modello svizzero”? Non sia mai! Dobbiamo diventare uguali ai paesi eurofalliti!

Uno sgarbo?

Da notare che, tanto per restare in tema disarmista, nei giorni scorsi la Repubblica Ceca ha pensato bene di contestare la deroga alla direttiva UE che i funzionarietti dell’Unione europea hanno graziosamente concesso alla Svizzera (chi vorrà tenere a casa l’arma dopo il servizio militare potrà farlo, ma dovrà tuttavia fare parte di una società di tiro o dimostrare di praticarlo con regolarità). Uno sgarbo alla Svizzera? Non necessariamente. La deroga infatti è ampiamente insufficiente. Se dovesse saltare per colpa della Corte di giustizia europea, vorrà dire che sarà più facile raccogliere le firme per il referendum contro il Diktat UE nel caso in cui esso – e di sicuro andrà a finire così – dovesse venire accettato dalla partitocrazia federale.

I camerieri dell’UE in Consiglio federale minacciano che, in caso di rifiuto della direttiva disarmista, gli accordi di Schengen sarebbero a rischio? E allora? Prima di tutto, che il respingimento del Diktat di Bruxelles porterebbe all’esclusione della Svizzera da Schengen è solo un’ipotesi. Non una certezza. Punto secondo: se questa ipotesi si dovesse verificare, avremmo solo da guadagnarci!

Lorenzo Quadri

 

 

La panna montata sul caso “Deadpool”

La polizia ha lavorato bene: e se ci fosse stato un pericolo?

 

Mentre nel posteggio del Foxtown una donna in burqa ha potuto recitare tranquillamente le preghiere della sera in barba  al divieto di dissimulazione del viso (ed inoltre: provateci voi ad andare in un paese islamico a pregare per strada un Dio che non sia  Allah, e vedrete cosa vi succede)   fa discutere il pressoché contemporaneo ed “energico” intervento della polizia a Lugano nei confronti di un cosplayer vestito da Deadpool (personaggio dei fumetti Marvel) e del suo accompagnatore. Il travestimento da Deadpool prevede anche una maschera integrale e comprende pistole (finte) e spade. La polizia ha fatto bene ad allertarsi perché, con quello che accade nel mondo, ed a pochi giorni dalla sventata strage alla Commercio di Bellinzona, il livello di allarme deve essere alto. Il giovane travestito da Deadpool non solo aveva il volto coperto ma girava pure con delle armi. Finte, certo, ma ottime imitazioni di armi vere. Dunque, bisognava partire dal presupposto che il soggetto potesse effettivamente essere pericoloso. Anche perché, specie di questi tempi, ci vuole già tutta per uscire di casa ed andarsene a spasso con addosso una simile bardatura quando non è carnevale. Applicare la legge con buonsenso significa riconoscere il potenziale pericolo. Non certo ignorarlo partendo dal presupposto di avere a che fare con dei burloni. Ci si fosse comportati nei confronti dell’aspirante attentatore della Commercio con la nonchalance che alcuni avrebbero preteso nel caso “Deadpool”, magari oggi un numero imprecisato di famiglie starebbe piangendo i propri figli morti. Quello che a giusta ragione può essere considerato il manifesto popolare del buonsenso dei nostri vecchi recita: “meglio diventare rossi prima che bianchi dopo”. Quindi meglio fermare e circondare Deadpool con modalità “da film” (anche perché non ce n’erano altre) e poi accorgersi che si trattava solo di un cosplayer, e magari diventare rossi, che ignorare le segnalazioni e scoprire in seguito che, oops, le imitazioni di armi non erano delle imitazioni, che sotto la maschera da personaggio Marvel c’era un pericoloso psicopatico o un terrorista islamico che ha aperto il fuoco sulla folla provocando morti e feriti. Allora sì che ci sarebbe stato di che diventare bianchi… dopo. Quando è troppo tardi. Perché se per il fermo energico rivelatosi, ma solo a posteriori, immotivato, ci si può scusare e riderci sopra, i morti non tornano in vita con le scuse, nemmeno se fatte in cinese.

E non osiamo immaginare lo tsunami che si sarebbe abbattuto sulle forze dell’ordine se non avessero dato seguito alla segnalazione che per le vie di Lugano girava un uomo completamente mascherato ed armato (che le armi erano finte non era evidente al primo colpo d’occhio) se fosse davvero accaduto qualcosa di brutto. E chissà quanto strillerebbero quelli che adesso sbraitano per l’intervento spropositato e blablabla. In Francia un’operatrice dell’ambulanza ha ricevuto una chiamata da una neo mamma che diceva di essere in pericolo di vita. Non l’ha presa sul serio, ha risposto “tutti dobbiamo morire prima o poi” e ha attaccato il telefono. La giovane è morta davvero di emorragia interna. Scandalo ed ira generali per lo scellerato comportamento dell’operatrice. Con “Deadpool” sarebbe potuta  accadere la stessa cosa. La polizia non deve essere sfottuta per l’intervento perché a posteriori si è scoperto che “era solo un cosplayer”. A parlare col senno di poi sono buoni tutti. La polizia va invece ringraziata per aver svolto il proprio lavoro con solerzia ed efficacia. Stato di polizia, clima di paura, eccetera? Chi ha voluto spalancare le frontiere e far entrare tutti può solo tacere.

Lorenzo Quadri

 

Il PLR insiste: versate i ristorni al Belpaese!

Vedremo presto con quali scuse il triciclo in CdS continuerà a pagare senza condizioni

Ma chi l’avrebbe mai detto! I ristorni dei frontalieri continuano a tenere banco. Del resto da qualche anno ciò è consuetudine nelle settimane precedenti la data del versamento, cioè fine giugno. Visto poi che il prossimo sarà l’ultimo 30 giugno prima delle elezioni cantonali…

Si discute di ristorni, ma poi non se ne viene mai ad una e si va avanti a pagare “come se niente fudesse”. E la cifra continua a lievitare, di pari passo con l’aumento del numero dei frontalieri. Ormai il tesoretto che ogni anno varca la ramina ha raggiunto quota ottanta milioni.

E il terzo?

Come mai non se ne viene a una? Semplice, perché in Consiglio di Stato non si trova un terzo “ministro” che si unisca ai due leghisti in modo da costituire una maggioranza per bloccare i ristorni. E’ bene ricordarlo: in Consiglio di Stato, ed ovviamente anche in Gran Consiglio, la Lega è partito di maggioranza relativa.Questo significa che la maggioranza assoluta ce l’ha il triciclo  PLR-PPD-P$$. Il quale affossa tutte le proposte che non sono all’insegna delle braghe calate ad altezza caviglia davanti a Berna e a Bruxelles. Le sezioni ticinesi dei partiti storici sono telecomandate dai partiti federali, i quali degli interessi di questo sfigatissimo Cantone se ne impipano in grande stile. Quanto accaduto con “Prima i nostri” insegna.

Proposta minimalista

La scorsa settimana il Consigliere di Stato leghista Claudio Zali, con l’appoggio del collega Gobbi, ha presentato una proposta che prevede di versare i ristorni al Belpaese solo come remunerazione di opere di interesse comune (italo-svizzero) dopo che sono state realizzate. Del resto i ristorni dovrebbero servire proprio a finanziare questo genere di investimenti. Invece finiscono a tappare i buchi di gestione corrente dei comuni italici beneficiari. La proposta leghista  non solo è perfettamente ragionevole ma, come scritto la scorsa settimana, è addirittura minimalista:i ristorni andrebbero bloccati integralmente e senza tante storie. Sarebbe quindi uno scandalo se la proposta dei due leghisti non ottenesse una maggioranza in CdS.

“Trattative in corso”?

Nei giorni scorsi anche la commissione della gestione del Gran Consiglio ha fatto il suo verso sui ristorni. Ha approvato una mozione PPD che chiede al governo di avviare delle trattative con il Belpaese affinché “la quota parte delle imposte alla fonte venga utilizzata per il finanziamento di servizi ed infrastrutture in favore della mobilità transfrontaliera”.Qui siamo ancora al di sotto (ben al di sotto) del minimalismo: se manca il coraggio per compiere anche questo minuscolo passettino, tanto vale chiudere baracca subito. Eppure a qualcuno manca: non parliamo del solito P$, ma addirittura all’ex partitone. Il rapporto di minoranza contrario alla mozione, ossia il rapporto che chiede che i ticinesotti continuino a pagare al Belpaese gli 80 milioni annui senza motivo e senza fare un cip, è redatto dal deputato liblab Matteo Quadranti e sottoscritto appunto da P$ e PLR.

Addirittura, stando a quanto riportato sui media, in tale documento si legge che il tema sarebbe “superato dalle negoziazioni in corso tra Svizzera ed Italia sul nuovo accordo fiscale”. Cosa, cosa? Ma è un rapporto commissionale del PLR o il copione di un film di Alvaro Vitali?

Anche i paracarri hanno capito che il nuovo accordo sulla fiscalità non verrà mai sottoscritto dalla vicina Repubblica, che le “trattative” sono una semplice presa per i fondelli che si protrae da anni; ed il giulivo tandem PLR-P$ ci viene a parlare di “negoziazioni in corso”?

Inoltre: il PLR non era quello che, in un passato remoto (2014)  ed ormai dimenticato, aveva lanciato una petizione per la disdetta della famigerata Convenzione del 1974, quella che prevede i ristorni?
Evidentemente nel frattempo il vento è cambiato (non sarà mica perché l’attuale presidente PLR di lavoro fa il funzionario della Confederella?) e la parola d’ordine è diventata: giù le braghe davanti a Berna, a Roma e a Bruxelles!

Attendiamo i pretesti

Aspettiamo adesso di vedere con quale acrobatica arrampicata sui vetri il Beltraministro uregiatto rifiuterà la proposta dei ministri leghisti  sul versamento dei ristorni, dopo che la Commissione della gestione ha approvato una mozione del suo partito che va nella stessa direzione.

Ah già: si racconterà la solita fregnaccia che “avviare delle trattative” sui ristorni non significa bloccarli, che le prove di forza (?) sono sbagliate, che “sa po’ mia”, che “e se la Doris telefona, poi cosa le racconto” e avanti così!

Il Ticino avrebbe a disposizione un mezzo efficacissimo per farsi valere ed invece, grazie alla partitocrazia, si è ridotto a zimbello dei vicini a sud.

Lorenzo Quadri

Il divieto di Burqa vale anche per il “volpecittà”

La rete giustamente reagisce alla foto della donna velata nel parcheggio del Foxtown

 

Ha suscitato parecchio clamore in rete la pubblicazione della foto di due donne, presumibilmente madre e figlia, che nel parcheggio del Foxtown a Mendrisio recitavano la preghiera della sera. La più anziana indossava un burqa, mentre suo marito aspettava in macchina. La foto è stata trasmessa da un lettore al portale LiberaTV.

E’ forse il caso di ricordare che il divieto di Burqa è stato plebiscitato dal popolo ticinese. E quindi va fatto rispettare. Vale anche al “volpecittà” e non si possono fare eccezioni per il tornaconto del suo “patron” (che di sostegni dalla politica ne ha già ricevuti a sufficienza). Anche perché c’è come il vago sospetto che, quando si tratta di multare un’auto con targhe rossoblù per posteggio scaduto, si assista a ben altra solerzia.

Visto poi che in vari paesi islamici un cristiano (o un credente di qualsiasi fede diversa) non si può certo mettere a pregare in un posteggio pena l’arresto o peggio, non si vede perché i soliti svizzerotti fessi dovrebbero tollerare tutto in nome delle aperture, dello scellerato multikulti, del terrore di vedersi additare come “razzisti ed islamofobi”. Con l’Islam e le sue manifestazioni non ci si può permettere di transigere. Il disegno di conquista è evidente. La conquista si fa per gradi ed i principali alleati sono proprio i buonisti-coglionisti politikamente korretti. Quelli che guai ad imporre a chi arriva da “altre culture” – ma forse sarebbe meglio dire da altre inculture – il rispetto delle nostre regole! Al contrario, siamo noi che dobbiamo calare le braghe davanti alle pretese altrui. Non è così che funzionano le cose. Come i turisti  svizzeri che si recano in Arabia Saudita si adeguano alle regole del posto, lo stesso devono fare i visitatori arabi che vengono da noi.

C’è chi lecca

Visto poi che a quanto sembra la vettura della famigliola con donna in burqa aveva targhe della Vicina Penisola, non si può nemmeno venire a tirare in ballo interessi turistici dato che si tratta di turismo da outlet: l’unica ricaduta sul territorio è semmai quella a beneficio del Foxtown.

Naturalmente i politicanti dei partiti storici, specie se vicini al patron del “volpecittà”, sono corsi a dire che certo, il divieto di burqa votato dal popolo va fatto rispettare “ma con buon senso”. Buonsenso secondo costoro vuol dire non applicare la leggese ciò lede in qualche modo gli interessi del potente di turno. Ma bene! Alla stessa stregua chiediamo allora che – ad esempio –  venga applicato con “buonsenso”, ovvero NON venga applicato, il bidone Via Sicura ed altre norme che servono a criminalizzare gli automobilisti nell’ambito di un disegno politikamente korretto  (e Via Sicura, diversamente dalla legge antiburqa, mica è stata votata dal popolo). Perché allora, già che ci siamo, non applicare “con buonsenso” tutto il codice penale?

Sì al buonsenso, ma…

Certamente ci vuole “buonsenso” anche nell’applicazione della norma antiburqa. Solo che “buonsenso” nel caso concreto significa semplicemente che la polizia non circonda con il mitra spianato la donna che prega in burqa ed il di lei marito, ma con cortese fermezza li informa che in Ticino vige il divieto di dissimulazione del viso, e sempre con cortese fermezza emette la relativa contravvenzione. Così come farebbe, o dovrebbe fare, con qualsiasi altra infrazione paragonabile. Del resto il burqa è vietato anche alla Mecca; sicché la richiesta di toglierlo non può certo cogliere di sorpresa alcun/a musulmano/a.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

Fine del Giornale del Popolo: la solidarietà pelosa della casta

Quanti dei politicanti che lanciano appelli per il GdP sono mai stati suoi abbonati?

 

Intanto gli altri due quotidiani, mentre si profondono in lacrime di coccodrillo per la “perdita”, ridono sotto i baffi ed organizzano le operazioni di sciacallaggio

La chiusura del Giornale del Popolo è certamente una pessima notizia, anche per la pluralità dell’informazione. Mancherà una voce del mondo cattolico (anche se, per quel che riguarda il GdP, l’impressione è che, con l’ultima dirigenza, questa voce si sia sempre più adagiata sul “pensiero unico”).

A ciò si aggiunge il dramma che sta vivendo chi perderà il lavoro. Che non sono solo i giornalisti, ma tutte le figure professionali e tecniche che ruotano attorno ad una pubblicazione cartacea.

Le difficoltà economiche del Giornale del Popolo erano note. Non ci si aspettava però una chiusura dall’oggi al domani. E pare incredibile che la Curia – tenendo anche conto del considerevole patrimonio immobiliare di cui dispone – non trovi i mezzi necessari per un’ “exit” meno traumatica per i collaboratori del giornale.

Non siamo in grado di valutare quanto obbligata fosse effettivamente, per il GdP, la fine della collaborazione con il Corriere del Ticino. Ma una cosa è chiara anche al Gigi di Viganello: non si può pensare di essere “autonomi” ed “indipendenti” senza i soldi.

Solidarietà pelosa

E’ invece stucchevole la gara di solidarietà di politicanti e sedicenti (autocertificati) “VIP”. E’ un esempio clamoroso di solidarietà pelosa fatta per metter fuori la faccia e per salvare le apparenze. Dopo la macchina da guerra messa in piedi per sostenere l’emittente di regime prima della votazione sul “No Billag”, la casta non poteva certo restare in silenzio davanti alla chiusura di un quotidiano con 92 anni di storia alle spalle: avrebbe rimediato una figura marrone di proporzioni epiche.

Vedere però certi soggetti che si riempiono la bocca con la “pluralità dell’informazione”, è uno spettacolo semplicemente penoso: è tutta gente che sogna, nell’informazione, la dittatura del “pensiero unico”: frontiere spalancate, multikulti, islamofilia,… Tutta gente che se (tanto per fare un esempio) dovesse chiudere il Mattino, stapperebbe lo champagne. Altro che “pluralità”! “Pluralità” solo per chi diffonde le loro ideologie!

Pagante per l’immagine?

E soprattutto: quanti tra gli improvvisati amici del GdP sono abbonati al quotidiano? Quanti lo leggono o lo comprano in edicola? Quanti saranno disposti a sostenerlo in modo concreto (soldoni) e non solo con vani proclami che servono unicamente al marketing (elettorale) di chi li fa, ma nulla portano ai destinatari?

Le difficoltà del quotidiano della Curia erano note da tempo. Ma solo adesso che i buoi sono fuori dalla stalla politicanti e compagnia cantante scendono dal pero con le “azioni di sostegno” (che siano, va da sé, il più evidenti e pro saccoccia possibile). Non sarà che  si tratta di politicanti in campagna elettorale permanente –  la maggior parte dei quali mai è stata abbonata al GdP, perché del quotidiano in questione non gliene frega un tubo –  ma che evidentemente pensano che mettere fuori la faccia in questo momento sia pagante per la propria immagine?

Lacrime di coccodrillo

Addirittura grottesche le lacrime di coccodrillo dei vertici degli altri due quotidiani, che, mentre simulano disperazione per l’ “irreparabile perdita”, ridono sotto i baffi ed organizzano le operazioni di sciacallaggio per contendersi a suon di offerte speciali i lettori del GdP rimasti orfani. Piatto ricco mi ci ficco! Mors tua vita mea!

In nome della pluralità

Essendo appurato che una larga maggioranza degli svizzeri vuole un canone radiotv “in nome della pluralità dell’informazione” (?), ci si chieda allora se non è il caso di 1) abbassarlo e 2) toglierne una parte alla monopolista SSR per ridistribuirla alla stampa scritta e magari anche all’ATS. Ricordiamoci che i media cartacei  soffrono per colpa dell’emittente di regime che, non accontentandosi di incassare il canone più caro d’Europa, si mette pure a razziare il mercato pubblicitario. Naturalmente con il pieno sostegno della ministra “competente”: ovvero la Doris uregiatta (l’amica della Susanna “un milione all’anno” Ruoff, direttrice della Posta).

E’ chiaro che dell’eventuale ridistribuzione del canone Billag dovrebbe beneficiare TUTTA la stampa scritta. Non solo quella che piace (regge la coda) all’establishment multikulti e spalancatore di frontiere. Anche quella che gli rema contro. Altrimenti è troppo facile, oltre che ipocrita.

Se la volontà della politica è quella di utilizzare denaro pubblico per la “pluralità dell’informazione” allora occorre sostenere anche i media cartacei. Invece la casta, come ben si è visto, supporta solo la sua emittente di regime –  che è poi la prima a devastare la tanto decantata “pluralità” – e concede graziosamente le briciole alle radioTV private per tenerle a cuccia. L’ennesima presa per i fondelli. O si sostiene tutti o non si sostiene nessuno.

E gli altri?

Ultima considerazione.  I ticinesi che perdono il lavoro sono tanti, purtroppo. La causa spesso e volentieri è sempre la stessa: la devastante libera circolazione delle persone voluta dalla partitocrazia. Oppure scelte scellerate in materia di piazza finanziaria, fatte sempre dalla partitocrazia. Però per questi ticinesi che vengono lasciati a casa, la casta non fa un cip! Anzi, sentiamo addirittura esponenti dell’ex partitone “de facto” dichiarare che i ticinesi che non trovano un impiego sono dei lazzaroni e non valgono una mazza. Anche qui: due pesi e due misure.

Rinnoviamo la solidarietà a tutti i collaboratori del GdP che perderanno lavoro e che stanno sicuramente vivendo dei giorni bruttissimi; ma anche a tutti gli altri ticinesi che si trovano nella medesima situazione, nel completo disinteresse di politicanti e stampa di regime. Perché non ci sono disoccupati di serie A e disoccupati di serie B. E ricordiamoci che la casta, per i licenziati della piazza finanziaria, di manifestazioni di sostegno non ne ha mai organizzata mezza!

Lorenzo Quadri

 

Salario minimo? Solo se c’è anche la preferenza indigena

Altrimenti è un regalo ai frontalieri con spinta al ribasso sui salari dei ticinesi

Si ritorna a parlare del famoso salario minimo, attualmente al vaglio della Commissione della gestione del Gran Consiglio. Era un po’ che il tema non teneva più banco. Al punto da chiedersi dove fosse sparito… Adesso si sta disquisendo sull’ammontare del salario minimo orario, se 18 Fr, 19 o così via. Al di là di questi mercanteggiamenti, il problema di fondo è un altro, e di soluzioni non se ne vedono arrivare.

Il salario minimo di cui si discute è troppo basso per i ticinesi mentre costituisce un regalo ingiustificato ai frontalieri. La disparità di trattamento è sfacciata: non si può trattare allo stesso modo ciò che uguale non è. E la differenza tra il costo della vita al di qua e al di là della ramina è abissale. A ciò si aggiunge che in ogni caso le disposizioni sul salario minimo sono facili da aggirare: vedi il trucchetto dell’assunzione ufficiale, e quindi dello stipendio, al 50%, ma con tempo lavorativo reale al 100%. I vicini a sud sono maestri in questi stratagemmi.

Il reddito disponibile

Invece che sul salario, occorrerebbe lavorare sul reddito disponibile. Onde evitare il soppiantamento di ticinesi con frontalieri provocato dalla devastante libera circolazione delle persone, frontalieri e ticinesi non solo dovrebbero costare uguale al datore di lavoro, ma entrambi, con il salario che ottengono, dovrebbero disporre dello stesso tenore di vita. Altrimenti sotterfugi e fregature ci saranno sempre; ed i lavoratori ticinesi ne usciranno sempre perdenti.

Le difficoltà

La quadratura del cerchio risulta però assai ostica. E’ evidente che qualsiasi proposta che preveda – ad esempio – che  una parte della paga versata al lavoratore frontaliere venga trattenuta in Ticino, e questo per parificare il suo tenore di vita a quello del lavoratore residente, e reinvestita nella promozione dell’occupazione dei ticinesi, si scontrerebbe con il consueto muro di scandalizzati “sa po’ mia!” da parte della partitocrazia triciclata cameriera dell’UE.

D’altra parte prevedere un salario minimo, anche più elevato di quello di cui si sta discutendo, ma solo per i residenti, sarebbe bello ma non funziona in regime di libera circolazione delle persone. Costituirebbe infatti  un ulteriore incentivo a datori di lavoro con “poca sensibilità sociale” (magari  pseudoimprenditori d’oltreramina) ad assumere solo frontalieri.

I becchini

E’ un bel po’ che lo diciamo. Il salario minimo DEVE andare di pari passo con la preferenza indigena. Altrimenti l’operazione si trasforma in un regalo ingiustificato ai frontalieri. Un regalo che, oltretutto, non farà che peggiorare l’invasione da sud, il soppiantamento dei lavoratori ticinesi, i trucchetti per aggirare le disposizioni salariali, e l’appiattimento delle paghe dei ticinesi verso il salario minimo. In altre parole: niente preferenza indigena? Niente salario minimo. Perché non sta in piedi. L’equazione è semplice. Quelli che non vogliono “Prima i nostri”,ed in particolare i $inistrati ed i $indakati ro$$i che lucrano sul frontalierato, sono i becchini del salario minimo. Questo deve essere chiaro a tutti.

L’ultima possibilità

Ecco dunque – se la vogliamo girare in positivo – che la discussione sul salario minimo fornisce alla partitocrazia un’ultima possibilità: il triciclo retroceda dalla vergognosa decisione di non applicare “Prima i nostri” ed introduca finalmente la preferenza indigena plebiscitata per ben due volte dai Ticinesi. Se questa opportunità non verrà colta, si saprà chi ringraziare.

Poiché  come detto i salari minimi hanno un senso solo se c’è anche la preferenza indigena, invitiamotutti  quelli che hanno a cuore gli stipendi equi a  firmare e far firmare l’iniziativa popolare contro la devastante libera circolazione delle persone.

Lorenzo Quadri

 

Qui ci vuole un bel repulisti

Bellinzona, processo agli islamisti Nicolas Blancho & Co: sceneggiate inaccettabili

E’ evidente che qui urgono pulizie di primavera. Nei giorni scorsi si è tenuto al Tribunale penale federale di Bellinzona il processo a tre membri dell’associazione estremista denominata Consiglio centrale islamico svizzero (CCIS). I tre islamisti a processo sono il solito Nicolas Blancho, tale Naim Cherni e Qaasim Illi. Quest’ultimo è il marito di Nora Illi, la donna “velata” più volte giunta in Ticino per inscenare le sue stolte provocazioni contro il divieto di burqa votato dal popolo.

Ebbene, si dà il caso che i tre galantuomini, accusati di sostenere al-Qaida e per i quali il ministero pubblico della Confederazione ha chiesto due anni di carcere, siano stati accolti al loro arrivo a Bellinzona da un gruppo di bambela che gridava “Allah Akbar” ed inneggiava alla “libertà di stampa”. Che tolla! Gli integralismi islamici si appellano alla libertà di stampa – e alle altre libertà costituzionali – per diffondere un’ideologia che queste libertà le vuole distruggere. Il giochetto è evidente. Peccato che la partitocrazia multikulti ancora non se ne sia accorta! Si sveglierà, forse, quando sarà troppo tardi.

Bene, c’è da sperare che le forze dell’ordine abbiano identificato i componenti del “gruppo di sostegno” ai tre islamisti. Perché qui c’è un po’ di gente che va sbattuta fuori a calci dalla Svizzera! Ma per direttissima! Sempre che, ovviamente, la gauche-caviar non abbia già provveduto a naturalizzare tutti!

E le brutte sorprese non sono finite poiché, stando ai portali online, la Corte avrebbe sospeso l’annuncio della sentenza nei confronti del terzetto di radicalizzatori dal 25 maggio (data prevista) al 15 giugno. E questo, udite udite, per rispetto del Ramadan!

Qui qualcuno si è davvero bevuto il cervello! Da quando in qua il Ramadan è una festività svizzera? Da quando in qua i nostri tribunali devono attenersi al Ramadan? Quale sarà il prossimo passo, l’applicazione della sharia in Svizzera! Avanti con l’islamizzazione, che andremo molto lontani!

Se non si tratta di una bufala (o “fake news” come si usa dire ora), e per il momento di smentite non ne sono arrivate, è evidente che l’allucinante decisione del Tribunale penale federale di rinviare la comunicazione della sentenza “causa Ramadan” non è tollerabile. La questione non può chiudersi a tarallucci e vino. I politicanti federali devono andare fino in fondo. Certe scelte, da parte di organi che rappresentano le nostre istituzioni, non siamo disposti ad accettarle.

Lorenzo Quadri