Scuola ro$$a: il governicchio metta il DECS sotto tutela

Visto che il kompagno Bertoli dichiara che intende aggirare la volontà popolare…

 

Il direttore del DECS kompagno Manuele “La scuola che NON verrà Bertoli” lo ha detto o lasciato intendere, in modo più o meno esplicito, in varie occasioni. La prima volta nel pomeriggio di quella stessa domenica 23 settembre in cui il popolo ticinese ha saggiamente asfaltato la scuola ro$$a.

Cosa ha detto il kompagno direttore del DECS? Che lui della volontà popolare se impipa.

Il popolazzo becero (quello “che vota sbagliato”) ha detto no alla scuola che verrà? Lui intende introdurla lo stesso con la tattica del salame (una fetta alla volta). Questo è il rispetto della $inistra per i diritti popolari. Tale atteggiamento è peraltro apparso in tutta evidenza nell’isterica “shitstorm” (=tempesta di cacca) scatenata dalla gauche-caviar contro l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, essenziale per  preservare i diritti popolari. Ma su questo abbiamo già avuto più volte modo di scrivere.

Intenzioni sempre più esplicite

Sulla scuola che NON verrà, la volontà di aggirare il voto popolare sgradito si è fatta vieppiù esplicita.  Un paio di settimane fa si è raggiunto il clou. Prima nella commissione scolastica del Gran Consiglio, poi in un’intervista al portale Ticinonews, il direttore del DECS ha dichiarato in sostanza che “la scuola che verrà, verrà comunque”.

E dopo simili exploit, e per giunta recidive (ricordiamo la “famosa” dichiarazione, sempre di Bertoli, secondo la quale si sarebbe dovuto “rifare il voto del 9 febbraio”) i kompagni del PS hanno ancora il coraggio di mettere fuori la faccia per chiedere i voti per le elezioni cantonali? I diritti popolari vanno bene solo quando si tratta di ottenere cadreghe, dopodiché “passata la festa, gabbato lo santo”?

Anche senza i crediti…

Chiaramente, dopo l’asfaltatura popolare della scuola ro$$a, il DECS non ha a disposizione i crediti necessari per la sperimentazione. Tuttavia ciò non impedisce al capodipartimento ed ai suoi burocrati (tutti targati P$) di far rientrare comunque, come detto con la tattica del salame (una fetta alla volta) le modifiche respinte in votazione popolare. Basta che non chieda crediti supplementari o che compensi i maggiori costi all’interno del budget del Dipartimento. E corre voce – specialmente negli ambienti scolastici – che proprio questo stia accadendo. I primi campanelli d’allarme li abbiamo suonati qualche tempo fa da queste colonne segnalando l’assunzione, in una scuola, di misteriose figure previste dalla riforma rossa.

Risulta inoltre che gruppi di lavoro e di progetto azionati per la Scuola che verrà siano ancora operativi malgrado il  njet popolare.

L’atto parlamentare

Sul tema è stata di recente presentata un’ interrogazione al CdS da parte di Sergio Morisoli (che è stato in prima linea nella campagna contro la Scuola che verrà attirandosi gli insulti e di  travasi di bile dei soldatini del P$) e cofirmatari.

Nell’atto parlamentare si evidenziano aspetti inquietanti. A partire dal fatto che il direttore del DECS si è rifiutato ad inizio ottobre di ricevere una piccola delegazione del comitato referendario contro la scuola rossa sostenendo che “siccome il comitato è stato costituito esclusivamente in funzione della votazione, non è più possibile considerarlo come interlocutore”.Apperò. Il comitato referendario non è più un interlocutore dopo la votazione, ma invece chi lavorava sulla scuola ro$$a può continuare a farlo malgrado l’esito della votazione popolare? Quando si dice: “due pesi e due misure”…

Il nocciolo

Pure allarmante la seguente domanda contenuta nell’interrogazione citata. E si tratta di domanda retorica. Gli interroganti sanno già la risposta. Che, nel concreto, è Sì. “Corrisponde al vero che docenti, assistenti ed altre persone continuano ad essere pagati e/o sgravati dal monte ore per continuare a lavorare sulla Scuola che verrà respinta dal popolo? Corrisponde al vero che le varie strutture di progetto, di ricerca, eccetera sono tuttora attive e continuano secondo i piani che precedevano la bocciatura della SCV”?

Il nocciolo della questione è racchiuso qui.

CdS sveglia!

E’ chiara una cosa. La volontà popolare deve essere rispettata. Il governicchio deve vigilare affinché il DECS non attui comunque i propri  piani tramite sotterfugi ed in spregio di quanto deciso dalle urne.

Detto in altre parole: il kompagno Bertoli ha esplicitato che non intende rispettare l’esito della votazione sulla scuola rossa. Di conseguenza, i colleghi di esecutivo lo devono mettere sotto tutela (politica).

Lorenzo Quadri

Razzismo: una commissione che è diventata una farsa

Dopo la modifica dell’articolo 261 bis del CPS, un motivo in più per fare piazza pulita

Le Camere federali hanno di recente deciso di estendere l’articolo 261 bis del codice penale, ovvero la famigerata norma contro il razzismo, alla discriminazione in base all’orientamento sessuale.

L’articolo 261 bis ha scopi puramente politici. Primo passo: si infila nel codice penale – a suon di ricatti morali – il reato di discriminazione razziale. Passo successivo: lo si estende a macchia d’olio per criminalizzare posizioni politiche che con la discriminazione razziale non hanno nulla a che vedere. Ovvero le posizioni contrarie alle frontiere spalancate ed al “devono entrare tutti”. In questo modo si induce alla censura, e, soprattutto, all’autocensura.  Il disegno è chiaro: lavaggio del cervello pro frontiere spalancate e pro-multikulti.

Gli obiettivi

Anche l’osceno Patto ONU sulla migrazione, che sempre più paesi giustamenterifiutano di sottoscrivere, va nella stessa direzione. I suoi obiettivi sono: introdurre la libera circolazione delle persone a livello mondiale, trasformare l’immigrazione illegale non solo in un diritto, ma addirittura in un diritto umano, e criminalizzare l’opposizione politica alle frontiere spalancate facendola rientrare nella categoria degli “hate speech” ovvero i discorsi di incitazione all’odio (uhhh, che pagüüüraaa!). E naturalmente il ministro degli esteri binazionale Ignazio KrankenCassis, PLR, voleva recarsi in pompa magna a Marrakech, accompagnato dal circo equestre dei suoi tirapiedi dipartimentali, a firmare l’ennesima ciofeca. Ma bene!

Silenzio sull’islamizzazione

E’ quindi evidente che l’obiettivo dell’articolo 261 bis non è quello dichiarato di impedire la discriminazione razziale. Il vero scopo è imporre le frontiere spalancate, il “devono entrare tutti” ed il multikulti.

Va poi ricordato che l’articolo in questione mette l’accento sull’antisemitismo. Era la metà degli anni 90 e gli animi si scaldavano per la famosa vicenda dell’oro ebraico. Peccato che nel frattempo le cose siano radicalmente cambiate. Qual è oggi il pericolo per gli ebrei in Svizzera? Non certo qualche ex nazista ormai centenario. E nemmeno tre imbecilli con svastica tatuata e capelli a spazzola. Il pericolo è l’islamizzazione,provocata dagli spalancatori di frontiere, in prima linea dalla $inistra. La quale, oltretutto, fomenta l’antisemitismo diffondendo odio contro Israele.

I $inistrati multikulti fanno entrare in Svizzera migranti economici islamisti che sono antisemiti, razzisti, sessisti, eccetera. Gli ebrei da anni sono in fuga dalla Francia: l’arrivo in massa di finti rifugiati africani ha reso il paese invivibile per loro.

Razzismo d’importazione

Nel nostro paese l’antisemitismo non viene certo dall’interno. E’ d’importazione. Viene dall’immigrazione scriteriata di persone in arrivo da “altre (in)culture”. Quell’immigrazione propagandata proprio dall’articolo 261 bis. Sicché questa norma non impedisce l’antisemitismo, ma lo diffonde.

A ciò si aggiunge l’ipocrisia dell’inutile e patetica Commissione federale contro il razzismo, che mai ha fatto un cip sul razzismo degli immigrati. Silenzio tombale. Si limita a montare la panna, strumentalmente, contro gli odiati “sovranisti e populisti” e a fare sfoggio di stucchevole morale a senso unico. Come l’articolo 261 bis, è uno strumento politico dell’establishment internazionalista pro-saccoccia. Nient’altro. Ed infatti è gestita da politicanti spalancatori di frontiere. La realtà è che il razzismo degli svizzeri non è un problema. Il razzismo degli immigrati sì. Una Commissione antirazzismo che non riconosce questo stato di cose è una farsa, ed è pure nociva. Quindi va abolita quando prima.

L’evoluzione

L’ultima evoluzione legislativa è quella citata all’inizio: in futuro l’articolo 261bis dovrà sanzionare anche la discriminazione in base all’orientamento sessuale. A maggior ragione, dunque, non sta in piedi che esista una Commissione federale contro il razzismo, visto che la norma non è più contro il razzismo, bensì contro la discriminazione. A rigor di logica, dunque, la Commissione andrebbe chiusa già per questo motivo. Ma visto che la Commissione risponde ad una sola esigenza, ossia dare l’impressione che esista un problema di razzismo tra gli svizzeri, per spingerli a far entrare tutti a suon di ricatti morali, è evidente che la casta spalancatrice di frontiere, che l’ha voluta, non sarà mai d’accordo di abolirla.

Lorenzo Quadri

 

Consiglieri federali doppio passaporto? Il triciclo dice sì!

Nuova performance della partitocrazia PLR-PPD-P$$ che svende la Svizzera ogni giorno

Certo che siamo proprio allo sbando! Dopo il voto in Consiglio nazionale nei giorni scorsi, sappiamo che a Berna il triciclo PLR-PPD-P$$ e partitini di contorno, compatto e senza eccezioni – e vale anche per i rappresentanti ticinesi – è contrario a che i Consiglieri FEDERALI (!) siano tenuti ad avere una sola nazionalità. In altre parole: alla partitocrazia, quella che svende la Svizzera ogni giorno in nome delle “aperture”, va bene che un Consigliere federale abbia due o tre o più passaporti.

L’esito della votazione in Consiglio nazionale  sull’iniziativa parlamentare Chiesa è stato lapidario: 64 sì contro ben 125 no. L’iniziativa, difesa dalla leghista Pantani, chiedeva appunto (analogamente ad una precedente mozione Quadri, che si estendeva anche ai deputati federali) che i membri del CF fossero tenuti a possedere unicamente il passaporto rosso.

E’ davvero il colmo che, nel massimo esecutivo del paese, possano sedere persone naturalizzate che non si sentono nemmeno abbastanza svizzere da “accontentarsi” del solo il passaporto rossocrociato.

 Due ipotesi

Quale motivo potrebbe addurre un eventuale Consigliere federale naturalizzato per non rinunciare al passaporto del paese d’origine? Le opzioni sono solo due. O non vuole privarsi (in particolare per il futuro) dei vantaggi che derivano dall’avere un secondo passaporto da utilizzare a seconda della convenienza del momento, pensando in particolare a quando non siederà più nel governicchio federale. Oppure, sempre dopo la fine del mandato governativo, intende mettersi a fare politica nel paese d’origine. In entrambi i casi è evidente che la persona non merita di sedere in Consiglio federale. Se (tanto per fare un esempio a caso) un Consigliere federale, titolare anche del passaporto italiano, dovesse trovarsi a trattare con l’Italia, da che parte si schiererebbe? Siamo certi che difenderebbe gli interessi della Svizzera? La sua lealtà sarebbe chiaramente messa in discussione. Il rifiuto di rinunciare al passaporto tricolore sarebbe un elemento contro di lui. La credibilità del governo ne risentirebbe.

Sarebbe poi interessante sapere in quali altri Stati si accetterebbero senza un “cip” dei ministri con doppio passaporto.  Vuoi vedere che, ancora una volta, solo gli svizzerotti…?

$inistrati allo sbando

Nella vicenda dei Consiglieri federali con nazionalità multipla, spicca per l’ennesima volta l’incoerenza e la morale a senso unico dei $inistrati (fautori del “devono entrare tutti” e delle naturalizzazioni facili di persone non integrate). Proprio i kompagnuzzi si riempiono la bocca, naturalmente solo quando fa comodo a loro, con i “conflitti d’interesse”, veri o presunti, dei politicanti… però fingono di non vedere il monumentale conflitto d’interessi che deriva dal governare il paese con in tasca il passaporto di un’altra nazione! Multikulti über Alles! Kompagni, ma andate a pettinare bambole!

Si rileva inoltre che, ancora una volta, la partitocrazia non vuole imporre alcuna rinuncia ai naturalizzati, i quali risultano di conseguenza avvantaggiati nei confronti degli svizzeri di nascita che, per forza di cose, di passaporto ne hanno soltanto uno.

Voto agli stranieri?

Anche in materia di cittadinanza dei politici, si prosegue con la tattica del salame. Di calata di braghe in calata di braghe, si arriverà all’introduzione del diritto di voto e dell’eleggibilità degli stranieri.

Adesso si stabilisce che un Consigliere federale (non un consigliere comunale di un comune di 1000 abitanti!) può avere altri passaporti oltre a quello rosso. Un domani si stabilirà che non è nemmeno più necessario che abbia la cittadinanza svizzera: è becero populismo e razzismo! “Bisogna aprirsi!”.

Lorenzo Quadri

 

La kompagna Simonetta ai Trasporti? Una catastrofe

Il nuovo Consiglio federale è sempre più eurofilo, e la ripartizione dei dipartimenti…

 

Ohibò, la difficile impresa dell’attribuzione dei dipartimenti nel governicchio federale è riuscita già lunedì dopo un primo tentativo andato a vuoto venerdì.

Domenica scorsa su queste colonne abbiamo commentato l’elezione delle due nuove consigliere federali. Al di là della questione femminile, che politicamente dovrebbe essere del tutto irrilevante – perché un consigliere federale lo si sceglie per le sue posizioni e non per questioni di genere – la nomina di Viola Amherd e di Karin Keller Sutter (detta KKS, pronuncia Ka-Ka-eS) è un passo in più sulla strada della rottamazione della Svizzera. KKS è – politicamente parlando – la fotocopia del suo predecessore “Leider” Ammann (destra economica euroturbo); Amherd è la terza $ocialista in Consiglio federale.

Quindi, come scritto la scorsa settimana, questo è un Consiglio federale pronto a calare le braghe davanti a qualsiasi Diktat degli eurofalliti e a firmare trattati internazionali del menga come l’accordo quadro istituzionale o il patto ONU che vuole trasformare l’immigrazione clandestina in un diritto umano.

I Dipartimenti

Cosa dire, invece, a proposito della distribuzione dei dipartimenti? I partiti sono corsi  a dichiarare la propria “soddisfazione” (?); ma anche qui gli aspetti negativi prevalgono. A dimostrazione che non vogliamo fare del disfattismo “tanto per”, cominciamo a citare i due aspetti positivi:

  • Ka-Ka-eS al Dipartimento di giustizia e polizia (ex Simonetta): è indubbiamente un passo avanti, perché c’è motivo di credere – sarebbe un dramma se così non fosse – che l’arcigna sangallese, già responsabile di questo settore nel suo Cantone, sia fautrice di una politica più restrittiva in materia di finti rifugiati rispetto alla ministra del “devono entrare tutti” Sommaruga.
  • Parmelin all’Economia. Il “nuovo” Dipartimento, ex “Leider” Ammann, è certamente più appetibile del Militare considerato (a torto o a ragione) una Peppa Tencia. Ma il Dipartimento dell’economia ha un ruolo importante nelle trattative con l’UE (spesso in tandem con gli Esteri). Parmelin ha dunque l’occasione di dargli un’impronta maggiormente UDC, e quindi più sovranista. Speriamo che ce la faccia.

Passiamo ora agli aspetti negativi, purtroppo preponderanti. In ordine di nequizia:

  • Sommaruga al “mammuth” DATEC (ex Doris) ovvero Ambiente, trasporti, energia e telecomunicazioni. Questa è una vera sciagura. Le conseguenze saranno:
  • jihad ideologica ro$$overde contro gli automobilisti, ovvero tasse e balzelli “come se non ci fosse un domani”;
  • road-pricing, mobility-pricing e chissà quante altre boiate-pricing;
  • più nessun investimento nella rete stradale (si fanno solo piste ciclabili);
  • fatwa contro i riscaldamenti a nafta e chi ancora ne ha;
  • volare tornerà ad essere un lusso per ricchi (visto che gli aeroplani inquinano, avanti con le tasse!);
  • norme ambientali sempre più tafazziane, con gli svizzerotti che si penalizzano masochisticamente per raggiungere standard ambientali irrealistici dall’impatto globale nullo, viste le dimensioni della Svizzera;
  • e nel frattempo, frontiere spalancate e quindi: invasione di auto di frontalieri e sovrappopolazione da cui discende più inquinamento, più spostamenti, più cementificazione. Piaccia non o non piaccia ai kompagni ro$$overdi, protezione dell’ambiente ed immigrazione scriteriata sono due obiettivi inconciliabili. Chi vuole proteggere l’ambiente doveva sostenere le richieste della vituperata iniziativa Ecopop.
  • KrankenCassis rimane agli Esteri. E quindi continuerà a svendere la Svizzera all’UE, come fatto finora, promettendo linee rosse e poi non rispettandole, sottoscrivendo accordi internazionali capestro e poi scaricandosi dalle proprie responsabilità facendo decidere altri (vedi: accordo quadro istituzionale mandato in consultazione, patto ONU rifilato al Parlamento, e così via).
  • Amherd, la terza $ocialista in CF, alla Difesa? Ossignùr!

Oltre alle questioni personali, ci sono le riflessioni legate ai partiti:

  • Non sta né in cielo né in terra che il P$ abbia due dipartimenti di serie A: Interni e Trasporti e telecomunicazioni. Da questo punto di vista à il primo partito. Ma i voti dicono altro. Per contro, l’UDC, che è il partito più votato della Svizzera, si trova con un dipartimento di serie A (finanze) ed uno di serie “A-“: economia.
  • Il PPD viene clamorosamente retrocesso: dal Mammuth DATEC alla Peppa Tencia della Difesa. Ciò avrà evidentemente anche conseguenze elettorali negative per il partito, che già non se la passa benissimo. Se gli uregiatti si dichiarano soddisfatti dall’assegnazione dei dipartimenti, significa che o mentono, o sono affetti da una grave forma di “sindrome di Tafazzi” (il personaggio televisivo che si martellava gli attributi con una bottiglia).

Lorenzo Quadri

Burocrati recidivi: le frontiere devono restare spalancate

Malgrado l’epidemia di furti “con scoppio”, i valichi secondari non si chiudono

 

Come volevasi dimostrare, i burocrati federali non ne vogliono sapere di chiudere i valichi secondari di notte.  Malgrado le Camere federali, approvando la mozione Pantani, abbiano deciso la chiusura. Come sappiamo, tre valichi (Pedrinate, Novazzano-Marcetto, Ponte Cremenaga) il primo aprile del 2017 sono stati chiusi in prova per sei mesi, provocando starnazzamenti assortiti da parte dei vicini a sud. Trascorsi i sei mesi di prova, la misura è stata abrogata dai burocrati federali.

Furti con botto

Di recente nel Mendrisiotto è scoppiata un’epidemia di furti con botto (con esplosione) ai bancomat. Gli autori: criminali – presumibilmente in arrivo dall’Europa dell’Est – basati in Lombardia. E da dove entrano ed escono questi delinquenti stranieri? Evidentemente, dai valichi incustoditi. Oggi ci sono gli scassinatori di bancomat con esplosivo (e lo scoppio potrebbe anche degenerare in tragedia, sbagliare nel maneggiare esplosivi può avere gravi conseguenze… e non solo per chi maneggia). Domani potrebbe essere il turno dei rapinatori che aggrediscono le persone in casa. Al di là della ramina, purtroppo, questa è cronaca (nera) quotidiana (o quasi). E sappiamo che la partitocrazia PLR-PPD-P$$ ha istericamente rifiutato, contrariamente a quanto accaduto in Italia, di potenziare il diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito nella propria abitazione.

Frontalierato del crimine

Il Consiglio federale – o piuttosto: i burocrati del Dipartimento federale delle finanze – rispondendo lunedì ad una domanda della deputata leghista Roberta Pantani (autrice della mozione sul tema) sulla chiusura dei valichi secondari, ha confermato che è consapevole che il Ticino, e soprattutto il Mendrisiotto, è esposto al frontalierato del crimine (ci sarebbe mancato che non ne fosse consapevole), che la sicurezza è importante, che… che… che; ma quando si tratta di venire al dunque – ovvero: ma ‘sti valichi si chiudono o no? – la risposta è njet. Quindi una esplicita decisione del Parlamento viene disattesa. Le motivazioni? Fanfaluche, con tutto il rispetto parlando.

Due argomenti

Argomento 1: la misura non servirebbe dal punto di vista della sicurezza. Cari burocrati bernesi, questa la andate a raccontare a qualcun altro. Che la chiusura notturna dei valichi secondari non risolverebbe da sola tutti i problemi di sicurezza del Ticino o del Mendrisiotto è evidente, e nessuno pretende che sia così. Però aiuterebbe. Perché è chiaro anche al Gigi di Viganello che, sotto il profilo della sicurezza, è meglio un cancello chiuso che un cancello aperto. Detto questo: a sostenere la storiella dell’inefficacia sono, ma tu guarda i casi della vita, gli stessi burocrati che volevano farci credere che anche la richiesta del casellario giudiziale, introdotta nel 2015 dal leghista Norman Gobbi, non serviva ad un tubo quando invece ha evitato l’arrivo in Ticino di centinaia di delinquenti pericolosi. Senza contare quelli che, sapendo della richiesta del casellario, hanno rinunciato a presentare la domanda: che naturalmente non possono essere quantificati.

In realtà, è chiaro che “inefficace” nel caso concreto significa una cosa assai diversa, ovvero: “sgradita al Belpaese”. Ed infatti ecco arrivare l’argomento 2 della risposta governativa: “la chiusura dei valichi secondari renderebbe più difficile la collaborazione con l’Italia”. Eccoci dunque al vero nocciolo della questione! Ancora una volta, Berna cala le braghe davanti al Belpaese nell’ illusione di ottenere non si sa bene quale collaborazione (certo non la ratifica del nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri, essendo quest’ultimo ormai morto, sepolto e mummificato).  O magari il terrore è che qualche rappresentante italico possa andare a piagnucolare a Bruxelles?

Quindi: per i burocrati federali i buoni rapporti con la vicina Penisola – che ringrazia facendoci fessi davanti e di dietro: ma i tapini non se ne rendono conto… – sono più importanti della sicurezza del Mendrisiotto e del Ticino in generale.

Lorenzo Quadri

 

Frontalieri che odiano la Svizzera: altro licenziamento

Troppi “permessi G” detestano il Paese al quale devono la pagnotta: fare repulisti

Un paio di settimane fa un’ “aquila” ha pensato bene di filmarsi mentre, per una banale multa di parcheggio, sbroccava contro gli “svizzeri di merda” e contro i poliziotti ticinesi “ignoranti e razzisti”, e poi di pubblicare il tutto su Instagram.

Nei giorni scorsi un altro furbone, sempre per una banale multa, ha pubblicato su faccialibro (facebook) il post che vedete qui riprodotto.

Cos’hanno in comune questi due soggetti?

  • Sono frontalieri
  • Odiano la Svizzera e le sue istituzioni
  • Per le loro esternazioni “social” sono stati licenziati: “simili atteggiamenti sono incompatibili con la nostra cultura aziendale”;questa l’argomentazione dei due (ormai ex) datori di lavoro.

Il boomerang

L’accaduto ci dà la misura – oltre che dell’incapacità di usare i social, i quali possono trasformarsi in micidiali boomerang – dell’astio, se non vero e proprio odio, che nutrono troppi permessi G nei confronti del paese al quale devono la pagnotta. I due “beccati” non sono dei casi isolati. Solo l’odio può giustificare simili reazioni del tutto spropositate per delle banali contravvenzioni.

Ma i licenziamenti dimostrano anche che sputare nel piatto dove si mangia può costare caro. Perché i datori di lavoro hanno poi a che fare con il pubblico; con i loro clienti. I quali. se scoprono che certi comportamenti non vengono sanzionati, potrebbero anche inkazzarsi e decidere per un boicottaggio.

E’ bene che i frontalieri che odiano la Svizzera se ne restino al di là della ramina. I licenziamenti dei due scriteriati sono dunque da valutare positivamente. Sarebbe anche ora che magari qualcuno oltreconfine cominciasse ad accorgersi che proprio così fessi da farsi invadere e poi anche insultare, gli svizzerotti non sono ancora.

Ancora meglio sarebbe se al posto dei frontalieri lasciati a casa venissero assunti ticinesi e non altri frontalieri.

Considerazioni spicciole

Si può disquisire se sia giusto perdere il lavoro per un post. Al proposito alcune considerazioni spicciole:

  • Se dimostri di odiare la Svizzera, è giusto che non lavori in Svizzera
  • Pensaci bene prima di sputare nel piatto dove mangi.
  • Molti ticinesi, anche padri e madri di famiglia, sono stati lasciati a casa senza nessun post, ma semplicemente in quanto sostituiti da frontalieri. Per cui, c’è poco da starnazzare di “rappresaglia contro i frontalieri” come nel Belpaese qualcuno sta già facendo tanto per mettersi in mostra.
  • Con una notevole tolla, Oltreramina strillano contro la “mancanza di protezione dal licenziamento”che vige in Svizzera. Dimenticandosi che è proprio grazie a questa mancanza di protezione, abbinata alla devastante libera circolazione delle persone, che migliaia e migliaia di frontalieri lavorano in Ticino, in sostituzione di ticinesi lasciati a casa “senza giusta causa”.
  • In altre parole: la “mancanza di protezione dal licenziamento” ha fatto la fortuna di migliaia di frontalieri. Adesso scoprono l’altra faccia della medaglia.

Lorenzo Quadri

Vuoi il passaporto? Almeno dieci anni senza assistenza

Il Canton Argovia ha appena dato un giro di vite alle naturalizzazioni facili. E noi?

 

Nei giorni scorsi il Gran Consiglio del Canton Argovia ha deciso, a larga maggioranza (82 favorevoli e 46 contrari), di dare un giro di vite alle naturalizzazioni facili di persone a carico dello Stato sociale. Argovia ha infatti stabilito di portare dai tre ai dieci anni precedenti alla naturalizzazione il periodo durante il quale il candidato non deve essere stato a beneficio dell’assistenza sociale. Argovia non è il primo Cantone a scegliere questa via. Ed il Ticino? In Ticino siamo fermi al “minimo sindacale” di tre anni.

Ma da dove saltano fuori questi tre anni? Si tratta del termine previsto dall’Ordinanza sulla cittadinanza svizzera, entrata in vigore nella sua nuova versione lo scorso febbraio.

Essa prevede, quale requisito d’integrazione nella vita economica, che negli ultimi tre anni l’aspirante cittadino elvetico non sia stato a carico dell’assistenza; o, in alternativa, che abbia restituito quanto percepito. Tuttavia ai Cantoni è lasciata facoltà di allungare questo termine. C’è chi ha già deciso in tal senso. Ultimo in ordine di tempo, appunto, il Canton Argovia, che come detto l’ha portato a dieci anni.

Cosa aspettiamo?

Evidentemente la domanda – già posta in passato da queste colonne – è: cosa aspettiamo ad introdurre anche in Ticino il termine di 10 anni?

O vuoi vedere che gli argoviesi “possono”, ma i ticinesi no? Forse che la grande maggioranza dei deputati argoviesi, evidentemente di varia estrazione partitica (se il giro di vite l’hanno votato in 82…), sono tutti dei “beceri populisti e razzisti”?

Oppure alle nostre latitudini si ha semplicemente paura dell’odio e delle denigrazioniche i $inistrati del “devono entrare tutti”, ed i politikamente korretti in generale, riversano in quantità industriali su chi osa opporsi alle loro pretese di svendita del passaporto rosso? (Ovviamente l’obiettivo di una simile politica è chiaro: non solo taroccare le statistiche sugli stranieri residenti, ma creare un numero crescente di cittadini votanti che sono svizzeri solo sulla carta, mentre nella realtà non sono integrati e non si riconoscono nel nostro Paese).

Non è la panacea, ma…

Certo: l’aumento del periodo di tempo antecedente la naturalizzazione in cui il richiedente non deve essere stato a carico dell’assistenza non basta, da solo, a risolvere il problema delle naturalizzazioni facili.  Però aiuta. Non è infatti raro, tanto per fare un esempio, che gli islamisti che aspirano al passaporto rosso siano stati anche a carico dello Stato sociale. E un criterio oggettivo e numerico, come l’aver percepito l’assistenza (integrazione economica), è certamente più facile da gestire e da valutare di quello dell’integrazione in senso lato. In effetti, non è perché il candidato ha imparato a memoria prima dell’esame di naturalizzazione alcune nozioni sulla storia, la geografia e l’organizzazione politica del nostro paese che può essere considerato integrato.

Aumentare le tariffe

E c’è anche un altro aspetto da correggere: i costi delle naturalizzazioni.

Secondo la nuova legge, quanto fatturato ai richiedenti deve solo coprire le spese amministrative generate dalla domanda di cittadinanza. Ma allora come mai in Ticino naturalizzarsi costa in totale attorno ai 2000 Fr (la fattura varia a seconda del Comune) mentre nel Canton Soletta siamo ad una media di 5000 Fr?

Altrimenti detto: se a Soletta fanno pagare 5000 Fr, non si vede perché anche noi non potremmo applicare la stessa tariffa!

Lorenzo Quadri

 

UE: ricattini ed elemosine

Gli eurobalivi continuano a prenderci per i fondelli. Ma a Berna non se ne accorgono

 

Per l’equivalenza della borsa le soluzioni si trovano. Ma se caliamo le braghe sulla nostra sovranità, non ci sarà ritorno

Proseguono i giochetti di Bruxelles sull’equivalenza della borsa svizzera, che gli eurobalivi intendono riconoscere solo fino a fine anno. Adesso spunta la proroga di sei mesi (che peraltro è solo un’ipotesi sul tavolo, non una decisione). Questi eurofalliti pensano di ricattarci con l’equivalenza della borsa, che però si dimostra sempre più un petardo bagnato visto che le alternative esistono eccome. E poi questi funzionarietti, che ci ricattano, hanno ancora il coraggio di parlare dello sconcio accordo quadro istituzionale come di un “accordo di amicizia” (citazione dal presidente della Commissione UE, il “diversamente sobrio” “Grappino” Juncker)? L’amicizia è tutt’altra cosa ed i camerieri bernesi di Bruxelles faranno bene a scendere dal pero che è ora!

Petardo bagnato

Pur consapevoli che usare a scopi ricattatori l’equivalenza della borsa è un petardo bagnato, gli eurobalivi insistono. Gli svizzerotti sono abituati a calare le braghe, sicché… avanti!

Oltretutto costoro, con la boria che li contraddistingue, pensano ancora di fare i grandi offrendo (?) la proroga di 6 mesi dell’equivalenza della borsa svizzera. Di fatto un’elemosina.

 Una schifezza

Questi ricatti grandi e piccoli mirano a farci concludere lo sconcio accordo quadro istituzionale, quello che il Consiglio federale ha mandato in consultazione, non avendo gli attributi per dire di no. Perché, come scritto la scorsa settimana, il trattato giunto sul tavolo del Consiglio federale è una sconcezza: se ne è accorto perfino il presidente uscente della Confederella, kompagno Alain Berset, che infatti venerdì ha dichiarato che “sarà difficile far accettare l’accordo quadro”.

Ed infatti le linee rosse, cosiddette invalicabili, sono state miseramente calpestate senza remora alcuna. L’accordo prevede la rottamazione delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone e l’applicazione in Svizzera della direttiva UE sulla cittadinanza (ovvero: immigrati comunitari all’assalto del nostro Stato sociale; ed inoltre impossibilità di espellere i delinquenti stranieri se questi sono cittadini UE). Il trattato è un’oscenità, però l’ex partitone, in evidente stato confusionale (troppi aperitivi pre-natalizi?) ha avuto  il coraggio di parlare di un “successo” del suo ministro degli esteri (ex) doppiopassaporto KrankenCassis. Se questo è un successo, figuriamoci i flop!

 L’interesse di chi?

E’ evidente che un simile accordo ciofeca non è nell’interesse della Svizzera. L’insistenza con cui gli eurobalivi pretendono di imporcelo, a suon di ricatti, ben dimostra a che interessi risponde: a quelli della fallita UE. Sicuramente non ai nostri.

E mentre a Bruxelles va in scena il desolante teatrino dei ricatti e delle elemosine, alti papaveri PPDog e liblab vengono a raccontarci la fetecchiata epocale che dovremmo regalare 1.3 miliardi alla fallita UE “per oliare”.

Che vadano affan…

Una cosa è certa: gli eurobalivi ed i loro ricattini possono andare affandidietro. Per la questione dell’equivalenza della borsa, troveremo senz’altro delle soluzioni. Ma, se caliamo le braghe sulla nostra sovranità, non ci sarà ritorno.

Su un piatto della bilancia ci sono accordi economici vantaggiosi per pochi danarosi esponenti della casta (Economiesuisse e compagnia cantante). Sull’altro la nostra sovranità, la nostra indipendenza, i nostri diritti popolari. Col piffero che si sacrifica la Svizzera sull’altare del borsello rigonfio di pochi!

Lorenzo Quadri

 

Fisco: l’attuale immobilismo non può durare ancora a lungo

Ticino sempre meno attrattivo per le aziende. Per non parlare di ceto medio e single

Come volevasi dimostrare l’attrattività di questo sfigatissimo Cantone per le imprese sta andando sempre più a ramengo. L’ultimo studio pubblicato da Credit Suisse non lascia molto spazio all’immaginazione. Nella graduatoria nazionale delle localizzazioni più interessanti per le attività economiche il Ticino si trova al quint’ultimo posto.  Il bello (si fa per dire) è che in futuro la situazione è destinata a peggiorare. A seguito della riforma fiscale federale, secondo lo studio del Credit Suisse, il Ticino perderebbe ulteriore attrattiva ed un posto in classifica. Insomma, sempre più fanalino di coda.

Ostaggio dei $inistrati?

E’ quindi evidente che il tema degli sgravi fiscali dovrà essere affrontato e questo alla faccia dei populisti ro$$overdi che, solo a sentir pronunciare l’esecrata parola, “sgravi”, diventano cianotici. Questi signori, capaci solo di blaterare che “lo Stato deve”, dimenticando che lo Stato non è un’entità astratta calata dal cielo ma siamo noi cittadini e soprattutto i nostri borselli, non possono tenere in ostaggio un Cantone.

Aziende virtuose

La riforma fiscale dovrà evidentemente premiare le aziende virtuose ovvero quelle che assumono ticinesi. In questo campo infatti imperversa l’immobilismo. La stessa cosa vale in ambito di commesse pubbliche, che continuano allegramente ad andare a ditte che lasciano a casa ticinesi per sostituirli con frontalieri. Che simili malandazzi vengano ancora premiati con appalti da parte dell’ente pubblico, pagati con i nostri soldi, è una vera presa per i fondelli.

Mobilità in palta

Intervistato sul CdT di mercoledì il direttore del DFE Christian Vitta ha logicamente sottolineato che le statistiche sull’attrattività per gli insediamenti economici vengono stilate in base a vari indicatori, che non contano solo le aliquote fiscali e blablabla. Vero. Ed infatti un altro importante fattore su cui si misura l’attrattività di una destinazione è la  mobilità. Ed in Ticino, soprattutto a sud del Ceneri, la mobilità è allo sfascio.  Per questo possiamo dire grazie all’invasione da sud voluta dal triciclo PLR-PPD-P$! Spalancare le frontiere contribuisce all’affossamento della piazza economica ticinese. Infatti ha ripercussioni deleterie su uno dei principali fattori che ne determina l’attrattività: la mobilità, appunto.

E il colmo è che il PLR, sedicente partito dell’economia, è il primo a strillare che la libera circolazione delle persone è una vacca sacra e non si tocca. Altro che sostenere gli interessi dell’economia! Del resto, è evidente che un partito il cui presidente fa il funzionario della Confederazione (lauto stipendio pubblico garantito a vita) non può in nessun caso essere rappresentativo di chi “fa impresa”.

Peggio che fermi

Naturalmente gli sgravi fiscali non possono essere destinati solo alle aziende ma devono avvantaggiare anche i cittadini e specialmente quelli del ceto medio.

Dire che su questo fronte il Ticino è fermo al palo da un quindicennio è vero solo in parte. La realtà è ben peggiore. Infatti i premi di cassa malati sono esplosi nel corso degli anni. E dal momento che l’assicurazione malattia è obbligatoria, può essere paragonata ad un prelievo fiscale. Di conseguenza il ceto medio ha visto il saccheggio delle proprie tasche crescere in maniera insostenibile. E questo proprio mentre, a seguito della devastante libera circolazione delle persone (ancora grazie, triciclo PLR-PPD-P$!) crescevano precariato, dumping salariale, povertà.

I single

Quanto ai single, aspettano da decenni una fiscalità più equa, ma i politicanti del triciclo non ne vogliono sapere. Adesso qualcuno di loro, visto l’avvicinarsi delle elezioni, immagina di prendere per i fondelli la gente dichiarandosi favorevole (ovviamente dopo il 7 aprile… passata la festa, gabbato lo santo!). Purtroppo carta canta. E nel giugno dello scorso anno, quando il parlamento cantonale votò sull’iniziativa Canonica che chiedeva per l’appunto una fiscalità più equa per i singles, solo Lega, Udc ed un paio di esponenti PLR votarono a favore. Tutti gli altri contro!

Stranieri e kultura

Chiaro: per una riforma fiscale (non i giochetti col moltiplicatore cantonale proposti in funzione elettorale dal buon Vitta: a proposito, già dimenticati?) secondo la partitocrazia non c’è mai “margine”. Se i conti cantonali vanno male, non ci sono soldi. Se vanno bene, bisogna mettere fieno in cascina e pensare al debito pubblico. E alle tasche dei contribuenti, invece, quando ci pensiamo?

Lo abbiamo ripetuto un’infinità di volte nel corso degli anni. Il problema dei conti cantonali non sono le entrate bensì le uscite fuori controllo. Dove si taglia? Cominciare a risparmiare su prestazioni sociali a stranieri e kultura e dintorni è già un buon inizio. Una cosa è certa: l’attuale immobilismo fiscale non può andare avanti ancora a lungo.

Lorenzo Quadri

La panna montata sulla non-notizia

I camerieri dell’UE in Consiglio federale non ne vogliono sapere dell’iniziativa contro la libera circolazione? E allora? Cosa c’è di soprendente?

Il Consiglio federale, come da copione, nei giorni scorsi ha strillato il proprio njet all’iniziativa popolare contro la devastante libera circolazione delle persone. E naturalmente la stampa di regime è corsa subito a scriverci i titoloni di prima pagina!

L’obiettivo è sempre il medesimo: fare il lavaggio del cervello ai cittadini! Dare il massimo risalto alla consueta manfrina pro-frontiere spalancate prodotta dai camerieri dell’UE in Consiglio federale. Ovvio che costoro dicano di no alla fine della devastante libera circolazione delle persone: dopo anni ed anni di martellante propaganda, di lavaggio del cervello e di terrorismo di regime per introdurla e conservarla, cos’altro potevano raccontare i tapini?

Sempre contro i cittadini

Ancora una volta, tuttavia, il disprezzo della casta nei confronti della volontà popolare emerge con prepotenza. Infatti, ma guarda un po’, il 9 febbraio 2014 la maggioranza degli Svizzeri votò  l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. Essa avrebbe dovuto portare o ad una disdetta, o ad una ridefinizione della devastante libera circolazione delle persone. Invece, come ben sappiamo, niente di tutto questo è accaduto. Sotto le cupole federali, il triciclo PLR-PPD-P$$ ha cancellato il voto popolare sgradito.

Di conseguenza, per rispetto della volontà popolare espressa ormai quasi 5 anni fa, il Consiglio federale avrebbe dovuto quanto meno accompagnare il proprio njet ad un controprogetto. Ma poco cambia.

Anche il parlamento…

Non c’è bisogno del Mago Otelma per prevedere che, dopo lo scontato njet del governicchio federale, arriverà quello – altrettanto scontato – della partitocrazia in Parlamento. Ovvio: se, a chi ha istericamente voluto la libera circolazione delle persone e continua a difenderla per tornaconto suo e/o dei suoi padroni, si va a chiedere se vuole abolirla, quale risposta ci si può attendere se non un no?

Scontato che anche su questi futuri njet annunciati la stampa di regime correrà, munita di robusti frullini, a montare la panna, fino a farla diventare burro. Malgrado si tratti, come detto, di non notizie.

L’importante è comunque che:

  • Nessuno si sogni di ritirare l’iniziativa calando le braghe davanti alla casta! Del resto, per i promotori sarebbe un autogoal deleterio in termini di credibilità. Se si crede in una battaglia, la si combatte fino in fondo. Quale che sia l’esito.
  • Sull’iniziativa voterà il popolo. E allora vedremo chi vuole continuare con: invasione da sud, dumping salariale, delinquenza d’importazione, aria impestata, viabilità a ramengo, eccetera eccetera! Il caso Brexit dimostra che senza devastante libera circolazione, quindi riprendendo il controllo dell’immigrazione, non solo si può vivere bene; si vive molto meglio!

Lorenzo Quadri