Intanto la partitocrazia vota contro la legittima difesa

Rapina in casa a Sementina: per ora pochi casi, ma in futuro, “grazie” al triciclo…

Venerdì, poco prima di mezzanotte, in quel di Sementina due malviventi a volto coperto hanno fatto irruzione nell’appartamento di un 56enne svizzero. L’uomo è stato minacciato e legato ad una sedia, nel mentre che i rapinatori svaligiavano l’appartamento. Dopo aver messo a segno il colpo, i delinquenti si sono dileguati. Mentre la vittima è riuscita a liberarsi e a dare l’allarme. Nessuno è rimasto ferito. Questo lo scarno comunicato del Ministero pubblico su una vicenda che a noi, notoriamente beceri populisti e razzisti, fa nascere spontanea qualche domandina.

Destinati ad “europeizzarci”

Tanto per cominciare: chi sono i due rapinatori? Chissà come mai, abbiamo il sospetto che non si tratti di “patrizi di Corticiasca” (e nemmeno di Monte Carasso). Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza? Ma come, le frontiere spalancate giorno e notte non avrebbero dovuto aumentare (!) la sicurezza? (Quest’ultima fregnaccia della casta non se la berrebbe nemmeno un bambino dell’asilo).

Ma soprattutto: quella messa a segno è una rapina in casa, in presenza dell’inquilino, che è stato aggredito dai malviventi. Si tratta di una “tipologia di reato” che dalle nostre parti, per fortuna, è ancora relativamente rara. Non così al di là della ramina (anche poco al di là). Non serve il Mago Otelma per prevedere quale sarà l’evoluzione in regime di devastante libera circolazione delle persone e di frontiere spalancate, ovvero di libera circolazione dei delinquenti. Anche in campo di rapine in casa, siamo destinati ad “europeizzarci”. Ringraziamo il triciclo PLR-PPD-P$$!

C’è un altro elemento da considerare. In futuro sempre più persone, soprattutto anziane (ma non solo), abiteranno da sole. Saranno quindi facile bersaglio di delinquenti senza scrupoli.

Eppure, davanti a questa situazione, in Consiglio nazionale la partitocrazia è riuscita ad affossare l’iniziativa di chi scrive che chiedeva ilpotenziamento del diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito in casa propria.

Hai capito i soldatini della casta?

Prima spalancano le frontiere alla criminalità straniera violenta (perché “bisogna aprirsi”). Poi bloccano qualsiasi misura volta ad evitare l’arrivo di delinquenti stranieri, vedi la chiusura notturna dei valichi secondari – mozione Pantani, da mettere in vigore subito! – o la sospensione dei fallimentari accordi di Schengen (una decisione, questa, già presa e prolungata ad oltranza da svariati Paesi UE). Già, perché la priorità della casta internazionalista non è la sicurezza della Svizzera e dei suoi abitanti. Ma quando mai! La priorità è la sottomissione ad accordi internazionali del piffero!

Poi arriva il climax: non ancora contenta, la partitocrazia PLR-PPD-P$$ rifiuta scandalizzata di potenziare il diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito in casa propria. Il che di fatto significa impedire alle vittime di difendersi, criminalizzando chi lo fa. E’ il colmo: chi si difende da delinquenti penetrati nella sua abitazione (un luogo dove chiunque ha il sacrosanto diritto di sentirsi al sicuro), e di cui ovviamente non è in grado di valutare la pericolosità, rischia di finire sul banco degli imputati. Questo è ciò che accade ora. Se poi la vittima di un’aggressione in casa si difende con un’arma da fuoco, apriti cielo! Ed infatti sempre la stessa partitocrazia ha calato le braghe davanti al Diktat dell’UE che vuole disarmare i cittadini onesti. Per fortuna contro questo ennesimo sconcio è stato lanciato il referendum, che è riuscito trionfalmente. Adesso speriamo nella volontà popolare.

Il bel regalo

Cittadini inermi, disarmati, a cui si impedisce di difendersi, alla mercé di una pericolosa delinquenza d’importazione a cui si sono spalancate le porte. Ecco l’ennesimo “bel regalo” della partitocrazia alla Svizzera; ed in particolare alle regioni di confine, che sono per ovvi motivi le più esposte. Prima o poi ci scapperà il morto, e allora si saprà chi ringraziare.

C’è da sperare che i cittadini, al momento di depositare la scheda elettorale nell’urna, ne terranno debito conto.

LORENZO QUADRI

Perché il caso Lojacono non deve cadere in dimenticatoio

Modificare la legge è necessario non solo per regolare il passato, ma anche per il futuro

Nei giorni scorsi è stata presentata una nuova interpellanza al governicchio cantonale su un tema alquanto spinoso: il terrorista rosso Alvaro Lojacono Baragiola. I firmatari sono Boris Bignasca, Jacques Ducry e Sebastiano Gaffuri. Gli interrogativi sollevati sono di quelli che generano “imbarazz, tremend imbarazz”: come è possibile che un terrorista ricercato a livello internazionale abbia ricevuto il passaporto svizzero? Chi era il Consigliere di Stato a capo del Dipartimento di Polizia, degli Interni e della Giustizia al tempo dei fatti? (Risposta: Fulvio Caccia, PPD). E soprattutto: che rapporti c’erano tra il governo o tra suoi membri con la famiglia Baragiola? A questa facoltosa famiglia apparteneva infatti la madre del Lojacono, proprietaria della sfarzosa Villa Orizzonte a Castelrotto, dove, a quanto pare, nacque il merlot del Ticino. E dove il Consiglio di Stato ticinese negli anni Ottanta si recò in corpore, assieme al governo argoviese, per un incontro extra muros.A fare gli onori di casa a tutto questo popo’ di politicanti, insieme a mammà, c’era proprio lui, il brigatista pluriassassino che grazie al passaporto svizzero ha schivato, e sta tuttora schivando, un ergastolo ed una condanna a 17 anni in Italia (pur avendo trascorso 11 anni all’Hotel Stampa).

Ad aggiungere scandalo allo scandalo, il fatto che il terrorista italiano Lojacono, dopo essersi taroccato il cognome acquisendo quello della madre (Baragiola appunto), abbia beneficiato, e tuttora benefici, del pubblico impiego. Prima alla RSI, adesso all’Università di Friburgo. Alla faccia di tutti gli svizzeri onesti che si trovano in disoccupazione.

Il punto centrale

L’interpellanza Bignasca-Ducry-Gaffuri, fintamente ingenua, solleva il punto centrale della questione. Nemmeno il Gigi di Viganello è disposto a credere che il brigatista Lojacono, ricercato internazionale, con una fedina penale lunga come l’elenco del telefono, abbia potuto diventare svizzero, taroccarsi il cognome, e lavorare per enti pubblici senza connivenze altolocate. Che l’importanza della famiglia materna rende plausibili.

Il tentativo, fatto trent’anni orsono, di scaricare tutta la colpa su una funzionaria distratta che “non si sarebbe accorta”, fa, ovviamente, ridere i polli.

Reputazione internazionale?

Il problema non riguarda solo il passato, ma anche il presente ed il futuro. A riesumare il caso Lojacono, la consegna all’Italia del terrorista Cesare Battisti, pure lui latitante da oltre trent’anni, ma in America latina.

E che sia proprio la Svizzera, non qualche dittatura sudamericana, a proteggere un Lojacono, è cosa che grida vendetta. Alla faccia della famosa “reputazione internazionale”, evidentemente spolverata solo quando fa comodo, e in special modo quando si tratta di spalancare le frontiere o di calare le braghe davanti a qualche Diktat europeo.

Se Lojacono, invece di un brigatista, fosse stato un criminale nazista, sarebbe stato estradato da un bel pezzo. Senza andare troppo per ilsottile. E senza tante pippe mentali giuridiche (alcune al limite dell’orripilante).

Pensare al futuro

Il punto è il seguente: i terroristi devono poter essere estradati anche se hanno il passaporto svizzero. Se la legge attuale non lo consente, la si modifica. E non si tratta solo di risolvere un singolo caso, per quanto scandaloso. Non si fanno leggi “ad personam”. Il problema diventerà presto di stretta attualità con i terroristi islamici beneficiari delle naturalizzazioni facili volute dalla partitocrazia. Per questo, il caso Lojacono non deve essere un fuoco di paglia legato ad un evento contingente come la consegna di Battisti all’Italia, destinato a cadere nel dimenticatoio allo scandalo successivo.

Le regole sulle estradizioni vanno corrette ed aggiornate non solo per sistemare il passato e per rendere finalmente giustizia, dopo quarant’anni, alle famiglie delle vittime del Lojacono – il quale ha ancora la faccia di tolla di calare lezioni di umanità! – ma anche per tutelarci in prospettiva futura. Quando non avremo più a che fare con brigatisti rossi in età AVS, ma con seguaci del terrore islamico.

LORENZO QUADRI

Naturalizzare tutti per non creare “tensioni inutili”

La partitocrazia regala passaporti rossi. E con motivazioni sempre più bislacche

Non abbiamo intenzione di tollerare né le naturalizzazioni “per quieto vivere” di stranieri non integrati, e nemmeno la continua denigrazione di chi giustamente pretende rigore nel concedere l’attinenza comunale!

Cari $ignori del triciclo PLRPPD- P$ (soprattutto questi ultimi): il passaporto elvetico è prezioso, anche se alcuni di voi lo considerano carta straccia

In quel di Locarno tornano a tenere banco le naturalizzazioni “dubbie”. Nella sua ultima seduta il Consiglio comunale ha dibattuto su tre candidature. Secondo quanto riportato sui giornali, i contrari alle tre naturalizzazioni hanno sottolineato che i candidati discussi, pur vivendo da vario tempo da noi, parlerebbero male l’italiano e non avrebbero “familiarizzato con il modo di vivere, gli usi ed i costumi svizzeri”. Da notare che il relatore del rapporto contrario alla concessione dell’attinenza comunale è un esponente del PLR e non un leghista populista e razzista. Alla fine, però, l’hanno spuntata i favorevoli. E così, grazie alla partitocrazia, sono state concesse tre nuove naturalizzazioni facili.

Alcune considerazioni

Chi scrive evidentemente non conosce il dossier né le persone coinvolte, quindi non è in grado di esprimersi sull’effettiva integrazione dei candidati. Tuttavia alcune considerazioni di carattere generale sulle naturalizzazioni facili sono possibili e doverose.

1) Il conferimento della cittadinanza elvetica è un atto irreversibile. Il passaporto rosso, una volta concesso, non può più essere ritirato. A meno che il neosvizzero si renda colpevole di terrorismo. Essendo la Svizzera diventata, grazie alle frontiere spalancate ed al fallimentare multikulti, il paese del Bengodi per estremisti islamici, i casi di terroristi naturalizzati sono destinati a moltiplicarsi. Ma anche in quel caso, arriverà qualche giudice straniero della Corte europea dei diritti dell’uomo a blaterare che espellere questi terroristi “sa po’ mia” perché sarebbero in pericolo nel paese d’origine. Ergo, la naturalizzazione è un atto irreversibile (e lo rimane anche ai tempi dell’Isis). Di conseguenza, se sussistono dubbi non va concessa.

2) La naturalizzazione non è il punto di partenza del percorso d’integrazione, bensì il punto d’arrivo. La concessione della cittadinanza elvetica è il riconoscimento dell’avvenuta integrazione, non un incentivo per continuare ad integrarsi (e poi, una volta che il neo-svizzero ha portato a casa il passaporto rosso… passata la festa, gabbato lo santo).

3) Durante il dibattito in Consiglio comunale (partendo dal presupposto che quanto riportato sui giornali sia fedefacente), da parte dei favorevoli alla naturalizzazione facile dei candidati di “dubbia integrazione” si è sentito un campionario di “perle”.

Del tipo: a) “Si parla di atti amministrativi e non politici o intrepretativi”; “Ci sono interpretazioni influenzate da pregiudizi”. E no, la naturalizzazione non è un atto amministrativo. E’ un atto politico. Quindi comporta una scelta politica. Creare un nuovo cittadino elvetico non è come compilare un formulario delle imposte. Oltremodo squallido il tentativo, da parte della gauche-caviar, di squalificare i dubbi sull’effettiva integrazione di un candidato come dei “ pregiudizi”. Ennesima dimostrazione e dell’intolleranza della $inistra nei confronti di chi osa pensarla diversamente.

b) “ Al posto di affrontare il concetto di integrazione bisogna promuovere il rispetto reciproco”. Non si vede perché una cosa dovrebbe escludere l’altra. Ma è degno di nota il tentativo di smontare il requisito dell’integrazione, in nome della consueta massima $inistrata: “devono entrare tutti, devono restare tutti e tutti devono diventare svizzeri”: e quindi, non si parli più di integrazione! Visto che tale concetto “si presta ad interpretazioni” lo aboliamo direttamente e diamo il passaporto a rosso a tutti! Bella prospettiva, complimenti. Bella per quelle forze politiche che svendono la Svizzera ogni giorno e quindi, per far passare le loro posizioni antisvizzere e per ottenere sostegno elettorale, hanno bisogno di naturalizzati che non si sentano svizzeri, che non si riconoscano nelle peculiarità svizzere e che votino ed eleggano di conseguenza.

c) “ Polemiche che creano tensioni inutili e controproducenti”. Ah ecco. Adesso sollevare dei legittimi dubbi sull’integrazione degli aspiranti al passaporto elvetico significa “creare tensioni inutili e controproducenti”.

Sicché, “per non creare tensioni”, facciamo diventare svizzero chiunque lo richieda! d) Per finire, la chicca: “ bisogna esplorare nuove forme di partecipazione, coinvolgere maggiormente gli stranieri che vivono qui (…)”. In altre parole: bisogna fare in modo che tra uno svizzero ed un migrante non ci sia più alcuna differenza. Il passaporto rosso deve diventare carta straccia. E a questo punto, già che ci siamo, introduciamo il voto agli stranieri.

Preoccupante

Il fatto che la maggioranza del legislativo locarnese, approvando le tre naturalizzazioni contestate, abbia deciso di dar retta alle posizioni sopra indicate è preoccupante.

Dimostra come le naturalizzazioni facili siano una realtà, ovviamente non solo in riva al Verbano. Testimonia del tentativo di denigrare e di ricattare moralmente chi chiede rigore nella concessione della cittadinanza svizzera. E lo chiede perché – piaccia o non piaccia ai sinistrati spalancatori di frontiere e multikulti – il passaporto svizzero è prezioso.

Andazzo generalizzato

Questo andazzo evidentemente non si manifesta solo a Locarno. Basti pensare che il padre basilese musulmano che vietava alle figlie la partecipazione alle lezioni di nuoto aveva una domanda di naturalizzazione in corso. E come la mettiamo con quei candidati e quelle candidate al passaporto rosso che durante l’esame rifiutano di dare la mano alle persone del sesso opposto? Li facciamo diventare tutti svizzeri perché in fondo riconoscersi nel nostro modo di vivere, nei nostri usi e costumi è un fatto secondario, e poi, suvvìa, mica vorremo “creare delle tensioni inutili” con l’assurda e razzista pretesa che un neo-cittadino elvetico si senta anche svizzero!

La pazienza è finita

E’ sempre più evidente che in campo di naturalizzazione urge un giro di vite. Le naturalizzazioni facili di persone non integrate “per quieto vivere”, “per non discriminare” e per altre analoghe “cagate pazzesche” (cit. Fantozzi) non siamo disposti a tollerarle.

LORENZO QUADRI

Richiesta del casellario: una storia di successo!

Ma guarda un po’: la richiesta dell’estratto del casellario giudiziale serve! Come abbiamo letto la scorsa settimana, la prassi introdotta da Norman Gobbi nel 2015 ha impedito il rilascio o il rinnovo di un permesso B o G a 251 delinquenti pericolosi. Tutta foffa straniera che, senza la richiesta del casellario – “grazie” alla devastante libera circolazione delle persona voluta dal triciclo PLR-PPD-P$$ – adesso si troverebbe sul nostro territorio a combinarne peggio di Bertoldo. O magari alloggerebbe a nostre spese all’Hotel Stampa (creato per l’appunto per i delinquenti stranieri, che costituiscono fino all’80% degli “ospiti”) dove ci costerebbe 400 Fr al giorno.

Pochi?

A chi dice che 251 permessi rifiutati o non rinnovati sono pochi è facile replicare: 1) 251 delinquenti pericolosi in meno in Ticino certamente non sono pochi! 2) Ovviamente questa statistica non tiene conto (e come potrebbe?) dell’effetto deterrente. Ossia di tutti quelli che, sapendo della richiesta dell’estratto del casellario, hanno rinunciato a presentare domanda per un permesso di frontaliere o di dimorante. E questi casi potrebbero essere migliaia!

Carichi pendenti

E’ anche opportuno ricordare che inizialmente, per maggior sicurezza, veniva richiesto anche il certificato dei carichi pendenti; il casellario infatti contiene solo condanne cresciute in giudicato. Purtroppo però la partitocrazia in governicchio, davanti alle pressioni congiunte del Belpaese – che non ha apprezzato la misura (i vicini a sud immaginano forse di rifilarci i loro criminali?) – e dei camerieri dell’UE in Consiglio federale, che si schierano sistematicamente contro il Ticino e dalla parte dell’Italia, ha calato le braghe sui carichi pendenti.

Il tirapiedi dell’ex ministra

Ma c’è di peggio, e non bisogna dimenticarlo. La burocrazia federale, e per essere precisi l’ex Segretario di Stato De Watteville, già tirapiedi dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, ha pure tentato di fare pressioni sulla deputazione ticinese a Berna affinché questa a sua volta chiedesse al governicchio di rinunciare alla richiesta del casellario. Perché, blaterava lo spocchioso burocrate, bisogna “oliare” i rapporti con il Belpaese. Ohibò, ‘sta fregnaccia del “bisogna oliare” cominciamo a sentirla un po’ troppo spesso! A cosa servano simili operazioni di lubrificazione lo hanno capito anche i sassi: a niente. Infatti il Belpaese ci prende per i fondelli all’infinto sul nuovo (ormai non più tanto nuovo) accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Inoltre, sentenziava De Watteville, il casellario sarebbe “inutile”. Come no! Si fosse dato retta a questo balivo bernese, adesso non avremmo né il casellario né men che meno l’accordo fiscale sui frontalieri. Ed in Ticino si trasferirebbe allegramente tutta la foffa. Perché, per immaginare che Roma avrebbe sottoscritto il citato accordo in cambio dell’abolizione del casellario, bisogna essersi bevuti il cervello. Eppure questi sono i ragionamenti (?) che vengono fatti nell’amministrazione federale. E non dall’ultimo güzzalapis arrivato, ma dei vertici! Da chi decide la linea diplomatica da tenere! E poi ci chiediamo come mai gli svizzerotti restano regolarmente fregati?

E il colmo è che perfino il triciclo PLR-PPD-P$ in governicchio si era detto pronto a rinunciare alla richiesta del casellario in cambio della firma italica sull’accordo fiscale. Non se ne è fatto nulla.

Valichi da chiudere

C’è anche un altro aspetto da tenere presente. I burocrati federali che hanno tentato di venderci la fanfaluca che la richiesta del casellariogiudiziale “non serve”, sono gli stessi che hanno sabotato la chiusura notturna dei valichi secondari, approvata dal parlamento federale che ha sostenuto la mozione della leghista Roberta Pantani. Con che argomento? Che non serve, ça va sans dire!

E’ quindi evidente che sulla chiusura notturna dei valichi occorre tornare alla carica perché – nel caso qualcuno non l’avesse ancora capito – in linguaggio bernese “non serve” equivale a: “non piace alla vicina Repubblica, rispettivamente ai funzionarietti di Bruxelles”. E davanti a questa gentaglia, secondo la casta, noi svizzerotti dovremmo sempre e comunque chinarci a 90 gradi!

LORENZO QUADRI

Canone radioTV: sul furto da 600 milioni scandalosa omertà

Una decina di giorni fa, il quotidiano romando LeMatin, che ormai esiste solo in versione online (www.lematin.ch), ha fatto un’interessante scoperta, che ha spiegato in un lungo ed approfondito servizio, corredato con tabelle di calcolo.

La Serafe, ovvero la società d’incasso incaricata della riscossione del canone più caro d’Europa al posto della famigerata Billag, su indicazione dei burocrati delrUfficio federale delle comunicazioni (UFCOM) nell’anno di disgrazia 2019 ci ruberà 600 milioni. Questa cifra andrà a costituire untesoretto, estorto ai cittadini, di cui beneficerà in massima parte l’emittente di regime SSR.

Le mani nelle tasche

Le modalità della ruberia le ha ben spiegate Le Matin nel servizio citato. Si tratta della fatturazione parziale che le economie domestiche starno ricevendo per posta. La popolazione svizzera è infatti stata divisa in 12 “fasce” di pagatori, una per ogni mese. La divisione, dice l’UFCOM, è avvenuta in modo casuale. Chi – ad esempio viene chiamato alla cassa per ottobre, riceve una fattura parziale del canone, per i primi 10 mesi dell’anno, quindi da gennaio ad ottobre 2019. In seguito riceverà il canone intero, da 365 Fr, per i 12 mesi successivi (novembre 2019 – novembre 2020). Dove sta l’inghippo? Sta nel fatto che il canone non è come un abbonamento ad un giornale. Non ha un termine. Va pagato a vita (a meno di un trasferimento all’estero). Quindi con le fatture parziali si crea un indebito tesoretto. Per l’anno 2019, il canone risulta maggiorato. Si mettono le mani nelle tasche dei cittadini per ingrassare ulteriormente l’emittente di regime (peraltro già gonfiata come una rana). Che poi uti-UFCOM lizza i soldi del canone per fare propaganda politica e lavaggio del cervello a favore dell’UE, delle frontiere spalancate, dell’immigrazione incontrollata, dei finti rifugiati, e contro gli odiati “populisti”. Oltre a fare campagna elettorale ai suoi protetti ed alle sue protette tramite inviti compulsivi a pontificare in video.

Restituire il maltolto!

Fatto sta che chi, per sfiga sua, si è trovato inserito nel gruppo di quanti cominceranno a pagare il canone pieno a dicembre 2019, e quindi riceverà una fattura parziale superiore ai 300 Fr, di fatto paga quasi un anno di canone in più. Che non gli verrà mai dato indietro.

Come promesso la scorsa settimana, la Lega non intende stare a guardare. E pretenderà dall’Uflìcio federale delle comunicazioni – la cui nuova responsabile politica è la kompagna Simonetta Sommaruga – che il maltolto venga restituito fino all’ultimo centesimo. Ve lo diamo noi il tesoretto per i compagni di merende della SSR!

Omertà della casta

Allo scandalo del ladrocinio perpetrato dalla “banda bassotti” UFCOM – SSR – Consiglio federale se ne aggiunge un altro. Quello dell’omertà. Qui si stanno rubando ai cittadini svizzeri 600 milioni di Fr – quasi la metà del famigerato contributo di coesione che la partitocrazia vuole regale alla fallita UE “per oliare” – ma nessuno fa un cip. Solo il Mattino e il Mattinonline hanno ripreso il servizio di Le Matin. Solo la Lega ha preso posizione. Dov’è la partitocrazia?

Non pervenuta; come al solito quando ci sono di mezzo gli amichetti dell’emittente di regime. Meglio tenerseli buoni: non sia mai che, se li facciamo arrabbiare, poi non veniamo più invitati a mettere fuori la faccia davanti alle telecamere; vero, politicanti del triciclo?

Difensori dei consumatori?

E le associazioni a tutela dei consumatori? Disperse nelle nebbie! Chiaro: queste associazioni sono ormai delle succursali del P$, ovvero il partito che ha colonizzato le redazioni della SSR. E dunque: citus mutus! Cane non mangia cane!

Basti pensare che la neodirettrice del DATEC autore del ladrocinio, ovvero la kompagna Simonetta Sommaruga, prima di entrare nel governicchio federale faceva la presidenta dell’Associazione svizzera dei consumatori…

adesso, con il furto da 600milioni, abbiamo un bell’esempio concreto di come la Simonetta difende i consumatori.

Piccole imprese

C’ Intanto, in queste settimane, i titolari di piccole imprese stanno ricevendo dalla Serafe la bolletta del canone. “Perché devo pagare il canone per la mia ditta, dove non ci sono televisori – si chiedono questi piccoli imprenditori –

quando già lo pago come persona privata, sia io che i miei dipendenti?

Risposta: perché così hanno voluto, nell’ordine: la Doris uregiatta, i suoi burocrati, il triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali e la risicata maggioranza della popolazione svizzera che nel giugno del 2015 ha accettato la nuova legge sulla radiotelevisione, la quale ha trasformato il canone radiotelevisivo in una tassa pro SSR. L’affossamento della “criminale” iniziativa No Billag ha fatto il resto.

“Opting ouf

E chi non ha né una radio, né un televisore, né un’autoradio, né una radiosveglia, né un allacciamento ad internet, né uno smartphone, né un tablet e quindi in nessun modo può guardare la TV o ascoltare la radio? Paga lo stesso. Con quest’unico correttivo: bontà (?) della casta, per cinque anni potrà esercitare il diritto di “opting out” (uella). Ossia, potrà chiedere per iscritto ai balivi della Serafe (avanti con la burocrazia!) di essere esentato dal pagamento del canone, autocertificando nell’apposito formulario l’assenza di un qualsiasi apparecchio “atto alla ricezione” (il formulario contiene l’elenco degli apparecchi proibiti) e contemporaneamente autorizzando l’UFCOM a svolgere controlli a sorpresa a casa sua per verificare l’esattezza di quanto dichiarato.

E se per caso ha fatto il furbetto… megamulta da 5000 Fr!

Vogliono dissanguare la nostra socialità!

Ohibò: perfino il blasonato quotidiano radikalchic zurighese Tages Anzeiger si è accorto che la direttiva UE sulla cittadinanza avrebbeconseguenze disastrose sui costi della socialità in Svizzera.

La direttiva in questione ci verrebbe imposta da Bruxelles nel caso in cui i politicanti federali fossero tanto stolti da sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale; quello che piace all’italosvizzero KrankenCassis (PLR), al gremio di soldatini PLR di Economiesuisse, ed in generale alla casta.

Infatti, se la Svizzera, grazie ai camerieri di Bruxelles sotto le cupole federali, decidesse di firmare l’ignobile accordo quadro, il risultato sarebbe che non potremmo di fatto più allontanare nessuno straniero cittadino UE a carico dell’assistenza. Dovremmo mantenere tutti! Non solo disoccupati arrivati in Svizzera con contratti di lavoro farlocchi che “misteriosamente” vengono disdetti poche settimane dopo l’ottenimento del permesso di dimora. Anche immigrati che in Svizzera non hanno mai lavorato, studenti, e chi più ne ha più ne metta!

E’ evidente che una simile scellerata regolamentazione provocherebbe un autentico assalto alla diligenza ai danni delle casse del nostro Stato sociale! E poi i politicanti del triciclo PLR-PPD-P$$, che vogliono una simile aberrazione, hanno ancora il coraggio di venirci a dire che non ci sono soldi per l’AVS e che quindi dobbiamo andare in pensione a 90 anni? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

A ciò si aggiunge che, sempre in base alla citata direttiva UE, non potremmo più espellere nessun criminale straniero se questo è cittadino UE. Di conseguenza, la votazione popolare sull’espulsione degli stranieri che delinquono verrebbe bellamente cancellata dalla casta, nella sua fregola di servile sottomissione ai padroni di Bruxelles!

Interpellata dal TagesAnzeiger sui costi che potrebbe comportare per il solito sfigato contribuente rossocrociato l’applicazione in Svizzera della direttiva UE sulla cittadinanza, la Segreteria di Stato per la migrazione ha affermato che “non ci sono calcoli affidabili”. Chiaro: per questi burocrati l’obiettivo è calare le braghe sempre e comunque. Costi quel che costi. Tanto paga Pantalone!

Come mai in Svizzera non esistano ancora i gilet gialli, rimane un mistero.

LORENZO QUADRI

Per il P$ si mette malissimo

Ex funzionario abusatore: compaiono nuovi nomi. Guarda caso, tutti $ocialisti

Mentre il colpevole continua a beneficiare dell’anonimato – fosse stato leghista, sarebbe già stato pitturato da un pezzo in prima pagina su tutti i giornali – il suo partito, autocertificato grande difensore delle donne ed abituato a calare la morale agli altri (naturalmente a senso unico) si trova in grosse difficoltà. La cadrega governativa traballa?

Si allarga lo scandalo “in salsa $ocialista” dell’ex funzionario abusatore targato P$ (già consigliere comunale di Lugano nonché collaboratore del defunto quindicinale sedicente satirico Il Diavolo). Sulla scena compaiono nuovi personaggi, secondo la gerarchia del DSS, che a loro volta ne coinvolgono altri. Ed infatti, accertate le pesanti colpe dell’ex funzionario, si tratta ora di fare piena chiarezza su chi ha imboscato le segnalazioni nei suoi confronti, permettendogli così di farla franca per anni. Al punto che taluni reati sono perfino caduti in prescrizione, e l’abusatore reiterato non andrà nemmeno in prigione.

Chiaro: le nostre leggi e la nostra giustizia, come sappiamo da un po’, sono inflessibili solo con gli sfigati automobilisti incappati nelle maglie dell’aberrante Via Sicura. Con i delinquenti veri, invece… vai col buonismo- coglionismo!

Nuovi nomi

Sicché nei giorni scorsi è salito alla ribalta il nome di Ivan Pau Lessi, attualmente pensionato, già capo dell’Ufficio delle famiglie e dei minorenni, nonché ex municipale P$ di Giubiasco, nonché nominato sempre dal P$ nel Consiglio della magistratura. Sentendosi chiamato in causa dalle dure parole del giudice Marco Villa contro lo Stato che “non ha ascoltato le vittime”, Pau Lessi ha trasmesso un memoriale al CdS e si è autosospeso (?) dal Consiglio della magistratura. Non stiamo ovviamente a ripetere quanto già scritto su tutti i giornali nei giorni scorsi. Al proposito, però, una considerazione: questa moda politikamente korretta delle autosospensioni ci pare proprio, per citare il ragionier Fantozzi, “una cagata pazzesca”; ed oltretutto, che valore legale ha? Delle due l’una: o non hai nulla da rimproverarti ed in quel caso rimani al tuo posto, oppure hai combinato qualcosa e allora non ti “autosospendi”, ma ti dimetti. A maggior ragione ti dimetti dal Consiglio della magistratura, che è un’istituzione importante e non la bocciofila di Corippo (con tutto il rispetto per Corippo).

Cosa vuol dire “mi autosospendo”? Che forse ho la coscienza sporca ma aspetto che me lo dica l’inchiesta amministrativa?

Pau Lessi ha a sua volta tirato in ballo il proprio superiore dell’epoca, ossia Roberto Sandrinelli, aggiunto di direzione presso la Divisione dell’azione sociale e delle famiglie nonché – ma tu guarda i casi della vita – candidato P$ al Consiglio di Stato nel 2011.

Il nome di Martino Rossi, già direttore della Divisione appena citata nonché ex capogruppo P$ (e ridàgli!) in Consiglio comunale di Lugano, era invece già uscito la scorsa settimana.

Il beneficio dell’anonimato

Parlando di nomi, l’unico che non appare sui media è proprio quello dell’ex funzionario abusatore. Perché non compare? Perché, in sprezzo del ridicolo, gli organi d’informazione si trincerano dietro il pretesto della “protezione delle vittime”. Che, nel caso specifico, è un’inaudita presa per i fondelli.

In effetti, l’autore è già identificato con ruolo, funzione, compiti, anni in cui era in attività, carica politica rivestita in passato, collaborazioni con il defunto quindicinale sedicente satirico contiguo al P$ “Il Diavolo”, eccetera. In presenza di tutti questi elementi noti, l’identità dell’innominabile funzionario-abusatore $ocialista è un segreto di pulcinella. Quindi, la pubblicazione del nome non cambierebbe nulla sul piano dell’identificabilità delle vittime. Cambia solo su quello dell’identificabilità del delinquente. Evidentemente nel caso concreto si ha a che fare con un protetto del partito “giusto” a cui si vuole risparmiare la gogna mediatica che invece altri – senza l’appartenenza politica giusta e senza gli amici giusti – hanno dovuto subire ad oltranza per reati assai meno schifosi.

Ribadiamo per l’ennesima volta: se l’innominabile ex funzionario P$ fosse stato un leghista, si sarebbe immediatamente trovato pitturato in prima pagina con nome, cognome e fotografia.

Qualcuno ha parlato

Qualcuno però ha parlato, o meglio ha scritto. Trattasi dell’avvocato Tuto Rossi che sulla sua pagina facebook (che chiunque può consultare) non solo ha pubblicato nome e cognome dell’ex funzionario, ma ha spiattellato particolari di una vicenda giudiziaria che, evidentemente, conosce bene.

Tra questi il seguente, allucinante estratto dell’atto d’accusa: “Nel 2001 il funzionario statale ultraquarantenne, ha convinto il Consiglio di stato a fondare il Forum dei Giovani e a nominarlo coordinatore.

Fin dalla prima riunione ha messo gli occhi su ragazzine di 15 anni. Con almeno una ha avuto frequentazioni intime; ha poi individuato quella più fragile che un paio d’anni dopo ha portato a casa sua, l’ha drogata e costretta a subire l’atto sessuale. Ha poi portato in Italia e dato in pasto a una coppia di suoi amici scambisti una ragazzina appena diciottenne, e dopo averle fatto assumere droga “per farla sciogliere di più”, le hanno fatto (…).

Si è procurato alcuni taglietti ai polsi (facilmente ricuciti da un’amica ginecologa) per ricattare una giovane sostenendo che si sarebbe suicidato se lei non gli avesse praticato un coito orale.

Ha approfittato di una proiezione riservata della Commissione Cinema Giovani, di cui era Presidente, per infilare le dita nella vagina di una sua dipendente continuando nell’atto, anche se la giovane piangeva”.

Diteci voi se un simile soggetto merita di godere dell’anonimato solo perché è del partito “giusto” e con gli amici “giusti”!

Strumentalizzazioni calunniose?

Già che parliamo di partito. Il kompagno Igor Righini, presidente del P$, evidentemente in enormi difficoltà – diciamo pure che, a seguito di questa storiaccia, il partito $ocialista è immerso a bagnomaria nella palta – se ne è uscito a dire che accostare il partito all’accaduto sarebbe una “strumentalizzazione politica calunniosa”.

Ö la Peppa!

Allora: il funzionario abusatore innominabile è P$ (ex consigliere comunale di Lugano nonché collaboratore del Diavolo); Pau-Lessi è P$ (ex municipale di Giubiasco e membro autosospeso (?) del consiglio della magistratura); Roberto Sandrinelli è P$ (già candidato al Consiglio di Stato nel 2011); Martino Rossi è P$ (già capogruppo in consiglio comunale di Lugano); Patrizia Pesenti (direttrice del DSS al tempo dei fatti) è P$… Tutti esponenti del partito $ocialista, sedicente grande difensore delle donne nonché abituato a calare la morale agli altri, naturalmente sempre e solo a senso unico!

Però il presidente del partito $ocialista kompagno Righini sostiene che citare il P$ è squallida e calunniosa strumentalizzazione politica?

Come diceva Totò: “Ma ci faccia il piacere”!

LORENZO QUADRI

Un carcere che ha vinto la prova della radicalizzazione

Iniziamo dai dati nudi e crudi emersi questa settimana: circa 80 persone incarcerate su cento in Ticino l’anno scorso era di nazionalità straniera (per essere precisi l’82% nel carcere Giudiziario della Farera e il 70% al Penitenziario della Stampa). Siamo un Cantone di frontiera, in pratica la porta d’entrata per chi giunge in Svizzera da Sud o d’uscita per coloro che lasciano la nostra nazione. La nostra posizione geografica ci mette per forza di cose a confronto con flussi di persone che altri Cantoni non conoscono. E non si può essere ingenui al punto da pensare che tra tutti questi cittadini che entrano ed escono ci siano solo fior di galantuomini.

“È proprio per questo motivo che si rende necessario il costante controllo di tutto il territorio cantonale, e delle zone più vicine alla frontiera in particolare, se vogliamo mantenere elevata la sicurezza in Ticino!” afferma Norman Gobbi, Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni. “Sicurezza che è sempre stata e sempre sarà la priorità numero uno della mia attività politica.”

Molte sono state le misure implementate dal Consigliere di Stato leghista per il raggiungimento di questo obiettivo, sostenuto da fatti e cifre che dimostrano chiaramente quanto il Ticino sia diventato e continua a essere sempre più sicuro. Ne è un esempio la ristrutturazione e il potenziamento della Polizia cantonale, oggi in grado di dare risposte immediate ed efficaci ai fenomeni criminali e di agire anche in funzione deterrente; la collaborazione con il Corpo delle Guardie di Confine, senza dimenticare l’introduzione dell’obbligo di presentare il casellario giudiziale nelle richieste di permessi per gli stranieri. Nel corso di queste due legislature i cambiamenti sono stati tangibili.

Ma torniamo ai dati statistici diffusi questa settimana, i quali permettono di approfondire con il Direttore del Dipartimento delle istituzioni la gestione delle nostre strutture carcerarie.

“Al Penitenziario vige un sistema rigido di controlli, sicuramente il regime più performante di tutta la Svizzera, il quale permette di evitare possibili problemi in questa struttura chiusa. E ben sappiamo che basta poco per accendere pericolose micce e creare minacce effettive anche ai danni di donne e uomini chiamati a garantire la sicurezza all’interno del carcere”, commenta Norman Gobbi. “I risultati sono ottimi e incoraggianti, anche perché tale fermezza resta comunque rispettosa della persona.”

La massiccia presenza di stranieri tra la popolazione carceraria contribuisce a innalzare il livello di potenziale pericolo. Uno di questi è legato alle varie forme di radicalizzazione (in particolare di matrice islamica) che potrebbero verificarsi e che in altre strutture, per esempio nella Svizzera francese, sono effettivamente avvenute.

Il lavoro svolto al Penitenziario è davvero efficace, perché vengono messe in atto tutta una serie di misure per evitare l’insorgere di questi fenomeni di radicalizzazione. Fino a oggi, grazie a questi sforzi, siamo sempre riusciti a scongiurare tali pericoli. E questo testimonia la bontà del lavoro svolto giornalmente e puntualmente dalle collaboratrici e dai collaboratori attivi nei vari ambiti della nostre strutture di espiazione di pena.”

Un ruolo importante lo giocano inoltre le misure di occupazione e reinserimento di chi sconta la pena. I detenuti possono lavorare in una falegnameria, in una legatoria, in una stamperia; vi è un reparto d’assemblaggio di giocattoli e vengano stampate le targhe per le vetture immatricolate in Ticino. Senza dimenticare coloro che sono impiegati nei laboratori dei servizi interni: cucina, lavanderia e stireria. “ L’obiettivo –conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi – mira al reinserimento del detenuto nella società una volta scontata la pena, per scongiurare i rischi di recidiva”. Da un lato quindi fermezza dei controlli interni sui detenuti, ma dall’altro anche l’impegno verso una loro compiuta riabilitazione.

Armi: una battaglia da vincere

Il referendum contro il Diktat UE è riuscito alla grande, ma il “bello” arriva adesso

 

Proprio ieri, dando l’ennesima luminosa dimostrazione di coerenza uregiatta, il presidente nazionale PPDog Gerhard Pfister durante l’assemblea dei delegati raccontava la fregnaccia del secolo: “Il PPD è l’ultimo pilastro (?) delle peculiarità svizzere”.Boiata più grossa non poteva essere pronunciata. Ed infatti la smentita, plateale, è arrivata in tempo reale. La stessa assemblea ha infatti approvato, a maggioranza schiacciante, la sottomissione (leggi: calata di braghe) della Svizzera alla direttiva disarmista dell’UE. Ovvero ad un Diktat che rottamale peculiarità svizzere, essendo contrario alle nostre tradizioni, alle nostre leggi ed anche alla nostra volontà popolare. Altro che PPD “pilastro delle nostre peculiarità”!

Importanza primaria

Al di là della clamorosa figura marrone (non è la prima e non sarà certo l’ultima) del PPD: la questione della direttiva disarmista di Bruxelles è di primaria importanza per il Paese.

Come sappiamo, il Consiglio federale (italo-svizzero KrankenCassis in primis, e questo in barba alle promesse fatte: ma ormai conosciamo il soggetto…) ed il triciclo eurolecchino PLR-PPD-P$$ in Parlamento per l’ennesima volta si sono chinati a 90 gradi davanti all’UE. Hanno infatti accettato di adeguarsi al Diktat che vuole disarmare i cittadini svizzeri onesti con il pretesto – farlocco – della lotta al terrorismo islamico. Pretesto farlocco poiché i terroristi islamici, lo ha capito anche il Gigi di Viganello, della direttiva comunitaria se ne fanno un baffo.

Contro questa scellerata decisione della partitocrazia è stato lanciato il referendum. Ed il referendum è riuscito alla grande.Ha raccolto ben 125mila firme, quando ne sarebbero bastate 50mila. Questo risultato lascia, ovviamente, ben sperare. Ma la battaglia è ancora tutta da combattere. Non basta raccogliere tante firme; bisogna vincere la votazione, prevista per maggio. Ed è proprio il caso di dire che “bisogna”. In gioco infatti non c’è solo la questione, per quanto importante, delle armi detenute legalmente dai cittadini svizzeri onesti. In gioco sono la nostra autonomia, la nostra indipendenza e la nostra sovranità. Perché è chiaro: se l’establishment cala le braghe questa volta, è evidente che lo farà sempre. E senza nemmeno bisogno dello sconcio accordo quadro istituzionale…

Lorenzo Quadri

Iniziativa sugli insediamenti stop alla sindrome di Tafazzi

Con il populismo di $inistra, la Svizzera si è già scottata più volte: vedi “Via Sicura”

Inutile nascondersi dietro un dito. Se si vuole la libera circolazione delle persone senza limiti, se si vuole “far entrare tutti”, la logica conseguenza è che bisogna costruire, quindi cementificare, per alloggiare i nuovi arrivati. E bisogna pure costruire le infrastrutture necessarie, strade in primis

Eccessiva, ideologica, antisvizzera. Queste le caratteristiche dell’iniziativa  “Contro la dispersione degli insediamenti” lanciata dai giovani verdi, su cui saremo chiamati a votare il prossimo 10 febbraio. L’ iniziativa prevede di bloccare a tempo indeterminato le zone edificabili sul nostro territorio.

Un’iniziativa del genere andrebbe respinta già solo per il suo pacchiano antifederalismo. Il federalismo è infatti un valore svizzero, che però certa partitocrazia internazionalista vorrebbe rottamare. Per contrastare questo andazzo, le proposte che prevedono di togliere competenze ai Comuni ed ai Cantoni per consegnarle su un piatto d’argento ai burocrati  federali andrebbero bocciate già di bel principio. A maggior ragione quando si tratta, come in questo caso, di gestione e pianificazione del territorio.  Cioè delcompito di prossimità per eccellenza.

Populismo di $inistra

Nel merito del contenuto dell’iniziativa: si tratta di un ulteriore sfoggio di populismo di sinistra (alla faccia di chi continua a rinfacciarlo all’odiata “destra”). Nel 2013 il popolo ha accettato la revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT), con misure incisive volte a contrastare la dispersione degli insediamenti. Per passare da una regolamentazione restrittiva ad una talebana come quella proposta dai verdi, e questo nel giro pochissimi anni, dovrebbe essersi verificata nel frattempo una situazione di grave emergenza. Per fortuna non è così. Gli iniziativisti parlano alla pancia dei cittadini (stranamente, quando lo fa la “destra” è uno scandalo, quando invece lo fa la sinistra va tutto bene) ricamando sull’allarme cementificazione. Che nel corso degli anni si siano costruite varie brutture è manifesto. Ma è anche il caso di ricordare che in Ticino gli insediamenti ricoprono circa il 5.6% del territorio, le zone agricole il 12.9%, e che oltre la metà della superficie del Cantone è composta da bosco. Possiamo quindi permetterci di restare su una via restrittiva ma ragionevole, regolata da una base legislativa moderna: le disposizioni che datano del 2013, non del 1913, quindi non possono certo essere considerate superate dagli eventi. Non servono derive estremiste.

Del resto il disastro fatto con Via Sicura, con l’attuale “coda polemica” a proposito della dottoressa milanese del traffico, dovrebbe aver aperto gli occhi su quel che succede quando si legifera sotto la pressione del populismo rossoverde. Stesso discorso per l’uscita della Svizzera dal nucleare, decisa di pancia e – ma guarda un po’ – nell’approssimarsi delle elezioni federali del 2011 sull’onda di quanto accaduto a Fukushima. Ai cittadini elvetici il prezzo (in soldoni) di questa scelta riserverà tante amare soprese.

I nostri borselli

Anche l’iniziativa “contro la dispersione degli insediamenti” avrebbe conseguenze per i nostri borselli. Una sua approvazione farebbe aumentare i costi dei terreni e quindi delle case e quindi gli affitti. Senza contare che essa toccherebbe anche le edificazioni pubbliche: scuole, case per anziani, centri sportivi, ospedali, eccetera.

Degno di nota che gli iniziativisti denuncino gli eccessi edilizi senza però affrontare il vero problema. Che è quello migratorio. Se si vuole la libera circolazione delle persone senza limiti, se si vuole “far entrare tutti”, la logica conseguenza è che bisogna costruire, quindi cementificare, per alloggiare i nuovi arrivati. E bisogna pure costruire le infrastrutture necessarie, strade in primis. Non stiamo parlando di quattro gatti: ogni anno immigrano in Svizzera dalla sola UE circa 80mila persone. Per proteggere il paesaggio, bisognava sostenere l’iniziativa Ecopop, che prevedeva dei tetti massimi per l’immigrazione (articolo 2: “In Svizzera la popolazione residente permanente non può crescere in seguito ad immigrazione di oltre lo 0,2 per cento annuo nell’arco di tre anni”).

Invece i primi a sparare addosso a quell’iniziativa ed ai suoi promotori, denigrando l’una e gli altri con le consuete accuse di “fascismo”, furono proprio i rossoverdi.

Di operazioni tafazziane (dal noto personaggio televisivo che si martellava i “gioielli di famiglia” con una bottiglia) sotto pretesti ambientali ne abbiamo già fatte a sufficienza. Cerchiamo di non reiterare. Il  10 febbraio votiamo No all’iniziativa “contro la dispersione degli insediamenti”.

Lorenzo Quadri