Contrassegni autostradali: piuttosto che il road pricing…

Meglio tenersi la vecchia vignetta che rischiare nuove vessazioni contro gli automobilisti

 

Con la consueta tattica del salame (una fetta alla volta) il Consiglio federale torna alla carica sulla vignetta autostradale elettronica.

E’ vero: nell’era in cui tutti si riempiono la bocca con la “digitalizzazione” (pensando che faccia figo), nell’era delle app per qualsiasi boiata, potrebbe anche fare specie che si debba ancora incollare il contrassegno autostradale al vetro dell’automobile. E poi, diciamolo: staccarlo per sostituirlo con quello nuovo (e gennaio si avvicina) è un’autentica devastazione per i “gioielli di famiglia”. Ma chi non vuole trovarsi il parabrezza tappezzato nel giro di poco tempo non ha alternativa.

Tra l’altro: la tassa per l’uso delle autostrade mica avrebbe dovuto essere transitoria? Ed invece… Ennesima dimostrazione che, quando viene introdotto un nuovo balzello, poi diventa impossibile levarselo dalle scatole. Una verità da tenere sempre bene a mente.

Sana diffidenza

Eppure, malgrado le lacune della vignetta “cartacea”, noi di quella  elettronica diffidiamo. Qualcuno dirà: i soliti “Neinsager”! E perché, poi, insistere ad andare avanti col contrassegno ormai ultratrentennale che qualcuno, nell’anno di disgrazia 2018, potrebbe a buon diritto definire come la corazzata Potëmkin nel film di Fantozzi?

Perché la vignetta elettronica è rischiosa. Lo è per vari motivi. Tanto per cominciare, è il primo passo per introdurre, con la tattica del salame, obbrobri quali il road pricing, il mobility pricing, ed altre boiate radikalchic mirate a mungere gli automobilisti e soprattutto a limitarne la libertà. Il road pricing serve evidentemente a scoraggiare la gente dall’andare in centro in macchina facendo pagare pedaggi. E’ la stessa logica che sta dietro al fallimentare PVP (Pirla Vai Piano) di Lugano, il quale porta una grossa parte di responsabilità nella desertificazione del centro città.

Ovviamente adesso il Consiglio federale spergiura che sono tutte balle populiste; che non è assolutamente vero che la vignetta elettronica costituisce il primo passo per il road pricing. Ma per credere ancora alle promesse di questi camerieri di Bruxelles, bisogna essere caduti dal seggiolone da piccoli.

Nuove funzioni?

Inoltre, con il rapido avanzare della tecnologia, chi ci assicura che tra qualche anno la vignetta elettronica non verrà farcita di altre funzionalità – oltre alla questione del road pricing – e tutte con sempre il solito obiettivo, ossia la vessazione dell’automobilista?

Ad esempio, qualcuno potrebbe pensare di servirsi della vignetta elettronica per creare un “grande fratello” con cui controllare i conducenti. Ed ovviamente controllarne anche eventuali infrazioni: velocità, permanenza eccessiva nei parcheggi, e così via. Fantascienza, paranoia? Forse, ma forse anche no. La shitstorm (=tempesta di cacca) politikamente korretta contro le odiate automobili e gli automobilisti viziosi imperversa. Ed è supportata dal continuo lavaggio del cervello ad opera della stampa di regime (a cominciare da quella di sedicente servizio pubblico).

Ulteriore stranezza

C’è poi un’ulteriore stranezza: la vignetta elettronica sarà attaccata alla targa, mentre quella cartacea è appiccicata sul veicolo. Questo significa che, con l’attuale contrassegno, chi ha le targhe trasferibili deve comprare due vignette; a chi invece acquisterà quello elettronico ne basterà uno solo.

Poiché, fino a prova contraria, un conducente può guidare una sola macchina per volta,  non sta né in cielo né in terra che chi ha le targhe trasferibili debba acquistare due vignette. Ma il Dipartimento (quasi ex) Doris per lunghi anni, e malgrado le numerose sollecitazioni anche parlamentari, si è sempre rifiutato di metter mano alla questione. Adesso invece ne fa un atout a sostegno del – fortemente voluto – contrassegno elettronico. Qui gatta ci cova!

Di conseguenza, per non farsi fregare, è consigliabile tenersi il vecchio contrassegno, e le imprecazioni al momento di sostituirlo. Meglio qualche minuto di invettive all’anno che il road pricing e, un domani, chissà cos’altro!

Lorenzo Quadri

 

L’UE ci discrimina e noi le regaliamo 1.3 miliardi!

“Grazie” al triciclo PLR-PPD-P$$ al Consiglio degli Stati, lo sfacelo è ormai completo

Mercoledì gli eurobalivi annunciano che l’equivalenza della Borsa svizzera non verrà riconosciuta dopo il 31 dicembre. Giovedì i “senatori” si chinano a 90 gradi e decidono di regalare all’UE 1.3 miliardi. In qualsiasi altra parte del mondo, la gente sarebbe già scesa in piazza con i forconi

Come volevasi dimostrare, non c’è limite al peggio e nemmeno al calabraghismo del triciclo PLR-PPD-P$ davanti ai suoi padroni di Bruxelles.

Giovedì il Consiglio degli Stati è riuscito a votare a favore del versamento del cosiddetto “miliardo di coesione”. Che non è un miliardo, bensì un miliardo ed un terzo; e che non è nemmeno il primo che paghiamo alla fallita UE.

Altro che “oliare”…

Questa cifra enorme, naturalmente di proprietà dei cittadini svizzeri, verrebbe versata senza uno straccio di obbligo, né di contropartita.  Ormai, i politicanti non tentano nemmeno più di far credere alla fregnaccia che questi versamenti scriteriati avrebbero un qualche riscontro positivo concreto per la Svizzera. E’ universalmente ammesso che non ce ne sarebbe l’ombra. Si tratta semplicemente di fare una marchetta a Bruxellesaffinché ci “tratti con fair play”. In altre parole, un pizzo mafioso.

Come ha spiegato il senatore PPD Pippo Lombardi – che con il suo voto determinante ha fatto accettare il contributo di coesione dalla Commissione di politica estera del Consiglio degli Stati, da lui presieduta – si tratta “oliare certi meccanismi”.

E questi sarebbero i nostri partner contrattuali? Gente a cui dobbiamo pagare dei pizzi? Ma mandiamoli affanc! E invece no: come al solito, gli svizzerotti si chinano a 90 gradi.

La clausola-barzelletta

In sprezzo del ridicolo, e pensando che la gente sia scema, il Consiglio degli Stati si è inventato una risibile clausola per vincolare il versamento della maxi-marchetta miliardaria alla “non discriminazione” della Svizzera da parte dell’Unione europea. Certo, come no. E’ evidente che, qualora il triciclo PLR-PPD-P$$ decidesse di pagare il pizzo all’UE (perché davanti a Bruxelles “dobbiamo” calare le braghe, sempre e comunque) non ci sarà nessuna retromarcia. Qualsiasi cosa accada. Ogni ipotesi di blocco del pagamento – dice niente il tormentone sui ristorni dei frontalieri? – verrebbe immediatamente affossata dalla partitocrazia, che farebbe sfoggio del  consueto terrorismo di regime. Verrebbe agitato lo spettro di chissà quali spaventose ritorsioni nel caso in cui gli svizzerotti decidessero di fare uno sgarbo a Bruxelles e blablabla.

Discriminati di nuovo!

A rendere la nuova calata di braghe ancora più sconvolgente, il fatto che essa è giunta proprio all’indomani dell’ennesima discriminazione contro la Svizzera decisa a Bruxelles.Infatti l’UE non intende riconoscere l’equivalenza della borsa elvetica dopo il 31 dicembre.

Dunque: mercoledì arriva la nuova discriminazione degli eurobalivi nei nostri confronti. E, il giorno dopo, come reagiscono i camerieri dell’UE al Consiglio degli Stati, esponenti ticinesi compresi? Invece di bocciare all’unanimità il pagamento del pizzo, decidono di versarlo! Da restarci di melma. Una cosa del genere non accadrebbe da nessuna parte al mondo. Poi, forse pensando di salvarsi la faccia, gli illustri senatori si mettono a  blaterare della patetica “clausola di correttezza” di cui sopra. Una clausola che è una vera presa per i fondelli. Del tutto priva di qualsiasi effetto pratico, serve solo ad evitare che la gente scenda in piazza con i forconi, vedendo come i suoi sedicenti “rappresentanti” vogliono gettare nel water 1.3 miliardi di franchi dei loro soldi. Soldi che farebbero assai comodo nelle casse dell’AVS, tanto per fare un esempio.

I balivi se la ridono

I balivi di Bruxelles se la ridono a bocca larga. Fare fessi gli svizzerotti è più facile che rubare le caramelle ad un bambino. Il bello è che tra qualche mese questi signori della partitocrazia che ogni giorno svendono la Svizzera e la trasformano nello zimbello d’Europa, avranno ancora il coraggio di mettere fuori la faccia per elemosinare voti.

Lorenzo Quadri

Le frontiere spalancate sono istigazione al femminicidio?

Altro che gli obbrobriosi manifesti di Plein! Ecco la domanda da porre al CdS

 

Allora: i cartelloni utilizzati da Philippe Plein per pubblicizzare il “black friday”, che rappresentano donne assassinate dai “prezzi killer”, sono una schifezza. Una provocazione di bassa tacca per suscitare scandalo e quindi far parlare e quindi (nella speranza dei promotori) aumentare le vendite. Niente di nuovo sotto il sole del mercato pubblicitario, che funziona così da tempo immemore. Solo che l’asticella della decenza viene spostata sempre più in là. Fa anche specie che uno stilista, che come tale dovrebbe creare cose belle, abbia poi bisogno di simili obbrobri per venderle.

Sul fatto che i manifesti di Plein siano aberranti non ci piove. Ma poi certuni moralisti (soprattutto moraliste) a senso unico hanno voluto montare la panna ad oltranza, a fini politici, partendo completamente per la tangente.

La panna montata

Così un gruppo di politicanti di $inistra e dintorni ha pensato bene di interrogare il Consiglio di Stato sui turpi manifesti chiedendo se “non ci siano gli estremi per istigazione al femminicidio”.

Capiamo l’esigenza di certi politicanti di mettere fuori la faccia ad ogni costo, specie con l’avvicinarsi di aprile; ma non è perché una cosa fa schifo che diventa automaticamente criminale. Se poi si pensa che a sottoscrivere una simile ciofeca di atto parlamentare ci sono anche deputati che fanno gli avvocati, uno si chiede se la laurea costoro l’abbiano conseguita ad un’università serale del Burundi (con tutto il rispetto per il Burundi).

Sorvolando sul fatto che il “femminicidio” non esiste da nessuna parte del codice penale (allora, per questioni di parità di genere, dovrebbe esistere anche il “maschicidio”); tutte le rappresentazioni di persone uccise sono istigazioni all’omicidio? In galera tutti gli scrittori e sceneggiatori di gialli e thriller? Processo postumo per Agatha Christie e Alfred Hitchcock? Quanti quadri ed affreschi, anche di grandi maestri, dobbiamo bruciare rispettivamente intonacare? Al rogo le tele di Artemisia Gentileschi che rappresentano Giuditta che decapita Oloferne (istigazione al maschicidio?) con una verve “splatter” in confronto alla quale i manifesti di Plein sono robetta da scuola d’infanzia?

Il problema è l’immigrazione

E’ poi imbarazzante che le politicanti ro$$e che si riempiono la bocca con la violenza sulle donne per un manifesto obbrobrioso (ma se invece di donne, Plein avesse messo uomini uccisi, sarebbe stato tutto a posto? Il problema è di violenza o, come si usa dire oggi, di “genere”?) tacciano sulla vera causa dell’aumento della violenza domestica alle nostre latitudini: ovvero l’immigrazione scriteriata, che loro però difendono a spada tratta. E sì: ancora una volta, i numeri parlano chiaro. In Svizzera la metà dei casi di violenza domestica è commessa da stranieri. Che però sono un quarto della popolazione. Questo significa che in proporzione gli uomini stranieri delinquono il doppio.Per cui, se avessero un minimo di onestà intellettuale, i residuati bellici del femminismo gauche-caviar ammetterebbero che la violenza domestica è un problema non di uomini in generale, ma di uomini stranieri. A maggior ragione se in arrivo da “altre culture”. Di recente in Francia un finto rifugiato del  Bangladesh, stupratore recidivo, è stato lasciato libero poiché, secondo i giudici, non aveva i “codici culturali” (?) per capire il reato: per lui, per la sua “cultura”, le donne occidentali, ree di vestirsi e di comportarsi in un certo modo, sono tutte prostitute.

Naturalmente su questo caso, assai più grave di un cartellone pubblicitario, silenzio tombale delle femministe ro$$e paladine del “devono entrare tutti”!

La vera domanda

A mettere in pericolo le donne non sono i cartelloni di Plein, che costituiscono semmai un attentato al buon senso ed al buon gusto, ma non certo alla sicurezza. A mettere in pericolo le donne è l’immigrazione scriteriata; la politica del “far entrare tutti” i finti rifugiati in arrivo da “altre culture”, incompatibili con la nostra. “Culture” secondo le quali una donna che non gira avvolta in un pastrano lungo fino ai piedi e con in faccia lo straccio dei piatti è una prostituta a disposizione di tutti. Lo ha dichiarato senza mezzi termini perfino la giornalista italiana di sinistra Lucia Annunziata: “le donne sono in pericolo a causa dell’immigrazione”. Altro che Plein!

Per cui, chiedere al governicchio se i manifesti di Plein costituiscano “istigazione al femminicidio” fa ridere i polli. La domanda da porre sarebbe: “le frontiere spalancate costituiscono istigazione al femminicidio?”. Ma naturalmente le kompagne non si sognano di formularla. Chissà come mai, eh?

Lorenzo Quadri

“Svizzeri di merda”: e la frontaliera viene licenziata

Chiaro monito ai troppi “permessi G” che sputano nel piatto dove mangiano

 

Il video, pubblicato giovedì dal Mattinonline, ha avuto conseguenze. Adesso speriamo che l’ex datore di lavoro dimostri la propria buona volontà assumendo un/a ticinese al posto dell’insultatrice: mandate i CV!

Giovedì, il Mattinonline ha pubblicato un video postato su Instagram da una frontaliera. La gentil donzella, dopo essersi beccata una banale multa di posteggio – multa giustificata: aveva parcheggiato fuori dalle strisce – ha sbroccato. Di conseguenza, invece di imprecare “in privato” come avrebbe fatto qualsiasi persona dotata di un minimo di buonsenso, ha pensato bene di filmarsi mentre pronunciava una sequela d’improperi contro gli svizzeri (“svizzeri di merda”) contro i poliziotti elvetici (“ignoranti e razzisti”), e via andando. Essendosi filmata in primo piano, il suo viso era ben riconoscibile. Dando prova di rara furbizia, ha postato il video sui social (cosa non si fa per qualche “like”…) dove è diventato ben presto virale, suscitando “vivaci reazioni”.  E, nel giro di breve tempo, è approdato anche sul tavolo, o piuttosto sul monitor, del suo datore di lavoro.

Venerdì si è così saputo che l’azienda – un gruppo internazionale con sede nel Luganese – per cui la donna lavora(va) ha deciso di licenziarla. Motivo: comportamento inaccettabile e danno d’immagine.

Con questa decisione arriva un segnale importante: sputare nel piatto dove si mangia può avere conseguenze. E ci mancherebbe altro, vien da dire!
Di frontalieri che insultano la Svizzera e gli svizzeri dimenticandosi grazie a chi hanno la pagnotta sul tavolo ce ne sono a iosa (basta andare a dare un’occhiata nei social). Giusto che questa gente, se odia la Svizzera, se ne stia a casa propria. I datori di lavoro prendano nota. E anche i frontalieri. E, specie se lavorano in ufficio, si ricordino di una cosa: c’è  una buona probabilità che prima al loro posto ci fosse un ticinese, che magari adesso è in disoccupazione o in assistenza. Nel caso concreto della giovane insultatrice, gli uccellini cinguettano che sia andata proprio così.

Si comprenderà dunque che, data la situazione sul mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone, devastato dalla libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$, la soglia di tolleranza verso frontalieri che insultano la Svizzera e gli svizzeri sia piuttosto bassa.

Oltretutto la giovane in questione se l’è pure andata a cercare col lanternino: che bisogno c’era di girare il video di improperi e di pubblicarlo in rete dove tutti possono vederlo? Vuol dire che il tuo astio nei confronti del paese dove ti pagano lo stipendio è fuori controllo: quindi cosa ci stai a fare?

Assumere un/a ticinese

Adesso  speriamo che il datore di lavoro, che ha voluto fare bella figura nei confronti degli svizzeri licenziando la scriteriata, vorrà fare un passo in più ed assumere al suo posto un/a ticinese: mandate i CV!

A proposito del datore di lavoro, vediamo comunque di non santificarlo perché ha optato per l’unica scelta possibile, ossia il licenziamento della frontaliera: evidentemente pensava alla propria immagine, non alla situazione occupazionale in Ticino.

Nello Stato…

Intanto che nel privato chi sputa nel piatto in cui mangia  perde il lavoro, funzionari cantonali e docenti di una certa area politica continuano a sbroccare su faccialibro (facebook): vedi il funzionario “nato a Palermo” passato dal DSS al DECS, che insulta la Lega ed i leghisti, ed il docente di Barbengo che paragonava il voto sulla civica al nazismo. Ma naturalmente non succede nulla. Se invece a “farla fuori dal vaso” è qualcuno di “destra”, scatta subito il circo equestre della morale a senso a unico.

Lorenzo Quadri

 

Il patto ONU trasformerà l’immigrazione in un diritto

Ed in più vuole criminalizzare chi si oppone alla politica delle frontiere spalancate

Il patto ONU per la migrazione, spacciato per “innocuo”, evidentemente non lo è affatto. Esso mira ad introdurre la libera circolazione delle persone a livello mondiale. Quindi a trasformare l’immigrazione clandestina in un diritto. Di più: in un diritto umano. Invece, l’aspirazione a non essere invasi da migranti economici non integrabili, è becero populismo. L’ennesimo pacchiano sfoggio di pensiero unico spalancatore di frontiere che tanto piace alle élite internazionaliste ed alle multinazionali che si riempiono le tasche.

Non solo. Il lavaggio del cervello a sostegno dell’immigrazione scriteriata, come abbiamo imparato, va di pari passo con la denigrazione e la delegittimazione di chi vi  si oppone. Ed infatti il patto ONU prevede anche di criminalizzare la critica alle frontiere spalancate, trasformandola in un reato. Come ha osservato un eurodeputato, il patto prevede di far dilagare a macchia d’olio in concetto di “hate speech”, ovvero di incitazione all’odio. Secondo il patto ONU, chi si oppone all’immigrazione clandestina si renderà colpevole di incitazione all’odio. Il sogno dei $inistrati dalla morale a senso unico. Quelli che si sono inventati il reato penale di discriminazione razziale per poterlo poi estendere abusivamentea posizioni politiche che con la discriminazione razziale non c’entrano un tubo. Questo per i soliti fini di censura politica e di criminalizzazione ai danni di chi si oppone all’immigrazione incontrollata, voluta dalla casta e dai suoi utili idioti.

“Non vincolante”?

E’ poi evidente che la storiella del patto legalmente “non vincolante” fa ridere i polli. Non se la beve nessuno. Il patto sarà anche forse (per il momento) legalmente non vincolante. Ma politicamente lo è eccome: sta scritto nero su bianco. Inoltre: qualcuno ha già visto gli svizzerotti firmare un accordo e poi non rispettarlo pedissequamente anche contro i propri interessi? Il patto, se sottoscritto, diventerà ben presto vincolante; almeno per noi. Perché burocrati, politicanti federali, e soprattutto i legulei del Tribunale federale, lo renderanno tale.

Purtroppo, da una settimana…

E’ chiaro che, dopo il voto di domenica sull’iniziativa “per l’autodeterminazione”, gli spalancatori di frontiere si sentiranno legittimati a firmare compulsivamente  ciofeche come il patto ONU sulla migrazione. “Cagate pazzesche” (cit. Fantozzi) che prevedono frontiere spalancate e museruola penale a chi le critica. Del resto i $inistrati, il giorno stesso della trombatura dell’iniziativa Per l’autodeterminazione, sono corsi a blaterare che bisogna assolutamente (?) firmare il patto. Segno che esso è impegnativo e deleterio, contrariamente alle balle di fra’ Luca che qualcuno pretende che ci beviamo.

Sempre più paesi rifiutano di aderire al Patto, perché – al contrario degli svizzerotti – alla loro sovranità ci tengono.

Il ministro degli esteri (ex) doppiopassaporto Ignazio KrankenCassis, inizialmente voleva recarsi a Marrakech a firmare l’ennesimo accordo del menga con al seguito tutta la corte dei miracoli di burocrati euroturbo. Poi ha optato per una retromarcia tattica (che è l’equivalente alla rinuncia al passaporto italiano dieci minuti prima dell’elezione in Consiglio federale). Dopo il voto di domenica, si sentirà legittimato a firmare, visto che quasi il 70% dei cittadini elvetici ha votato a favore degli accordi internazionali e contro la nostra sovranità.

Feudo islamista

All’ONU e nei suoi gremi dei piffero, è il caso di ricordarlo, a menare il torrone sono i paesi islamisti. Questo gremio, in cui mai saremmo dovuti entrare, ha sempre meno a che vedere con i nostri valori ed i nostri principi. Altro che firmare nuovi patti. Uscire dall’ONU! Del resto, perfino l’ex procuratrice capo del tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia Carla del Ponte – quindi non una becera leghista populista e razzista – ha dichiarato che l’ONU è un bidone!

Lorenzo Quadri

Un brutto giorno per il Paese

La maggioranza ha votato contro l’autodeterminazione ed a favore degli eurobalivi

 

Piccola consolazione: in Ticino, grazie alla Lega ed al Mattino, il risultato è comunque stato nettamente migliore rispetto alla media nazionale

L’iniziativa Per l’autodeterminazione purtroppo non ce l’ha fatta.

Era forse prevedibile che sarebbe andata a finire così; la casta, con dovizia di mezzi finanziari (quante centinaia di biglietti da mille hanno messo sul tavolo i soldatini di EconomieSuisse?), per mesi ha bombardato i cittadini con propaganda di regime, terrorismo economico, ricatti morali e fandonie assortite. E’ stata attivata una shitstorm (=tempesta di cacca)  contro l’iniziativa. Ma ancor più contro i promotori, denigrati come “spregevoli nemici dei diritti umani”. I camerieri dell’UE hanno inscenato una campagna d’odio contro chi difende la democrazia diretta e la sovranità nazionale.Sembrava di essere tornati ai tempi del No Billag!

Chiaramente, tutto questo era immaginabile fin dall’inizio. Ma altrettanto chiaramente, la speranza è l’ultima a morire.

D’altra parte, la campagna ufficiale a sostegno dell’iniziativa, anche dall’interno giudicata “poco incisiva”, non ha aiutato. Si spera che almeno questa lezione sia stata assimilata. Non si combatte il terrorismo di regime dei rottamatori della Svizzera con brodini politikamente korretti.

In Ticino

C’è almeno la (modesta) soddisfazione che in Ticino la percentuale di Sì è stata nettamente superiore alla media nazionale (ben il 13% in più: 46% contro 33%). Questo è chiaramente ascrivibile alla Lega ed al Mattino. Se a livello a nazionale l’iniziativa è stata votata solo dagli elettori Udc o poco più, in Ticino lo scenario è stato assai diverso. Purtroppo non è bastato ad ottenere una maggioranza, anche se l’obiettivo non è stato mancato poi di tanto.  In ogni caso, a livello federale non avrebbe fatto alcuna differenza.

Sarebbe tuttavia stato bello che i ticinesi, che si sono visti annientare il fondamentale voto del 9 febbraio dalla partitocrazia proprio in nome di fallimentari accordi internazionali, avessero reagito esprimendosi in modo chiaro a sostegno dei diritti popolari. Così non è stato. E il triciclo eurolecchino avrà ora  buon gioco nel dire che in fondo agli svizzeri non importa poi tanto se le loro votazioni vengono azzerate; sicché, avanti con il golpe contro il popolo!

Fosche prospettive

Le prospettive dopo il voto di domenica sono fosche. Il rischio  (per usare un eufemismo) più immediato è che i legulei del Tribunale federale – messi lì dalla partitocrazia col sistema del mercato delle vacche – d’ora in poi faranno sempre passare il diritto internazionale davanti alla Costituzione. E ricordiamoci che il diritto internazionale è una specie di blob che si espande senza nessun controllo.

E soprattutto si rischia che la partitocrazia, ed in particolare i camerieri dell’UE in Consiglio federale, si sentano ora “invogliati” a firmare accordi internazionali – ciofeca a tutto andare: la grande maggioranza dei cittadini elvetici ha indicato di preferirli alla Costituzione! A partire, ça va sans dire, dallo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE. Quello che ci imporrebbe: la ripresa dinamica cioè automatica del diritto UE; i giudici stranieri; la direttiva dell’Unione europea sulla cittadinanza (ovvero: non espellere nessuno e mantenere tutti); la fine delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone; l’invasione di TIR da 60 tonnellate; la fine  delle banche cantonali con garanzia dello Stato; e chissà cos’altro ancora conterrà questo obbrobrioso vaso di Pandora!

Il patto ONU

E ricordiamoci che c’è sempre in ballo la firma del patto ONU sulla migrazione. Un trattato che  – con la tattica del salame: una fetta alla volta – mira all’introduzione della libera circolazione delle persone a livello mondiale.Un patto che sempre più paesi, a giusto titolo, rifiutano di sottoscrivere, per difendere la propria sovranità. Cosa che farebbe qualsiasi Stato con un minimo di attributi. La firma elvetica, invece, è stata solo rinviata. Non certo cancellata. Il ministro degli Esteri PLR (ex) doppio passaporto smania per sottoscrivere. Addirittura, la sua intenzione iniziale era quella di andare a Marrakech in pompa magna e con al seguito tutta la sua corte dei miracoli di burocrati internazionalisti. Poi c’è stata la retromarcia tattica. Ma è evidente che il voto di domenica spiana la strada alla svendita della Svizzera. E alla storiella del patto non vincolante (soft law), va da sé, non ci crede nessuno. Tanto più che gli svizzerotti, con il consueto autolesionismo da primi della classe, lo farebbero diventare immediatamente vincolante.

Ha vinto la paura

Domenica 25 novembre 2018 i diritti popolari sono usciti sconfitti dalle urne, mentre i camerieri di Bruxelles stanno ancora festeggiando con caviale e champagne. In prima linea i $inistrati, quelli che vogliono l’adesione della Svizzera all’UE. Che infatti sono corsi a starnazzare la propria incontenibile gioia.

E’ proprio il caso di dire che domenica scorsa ha vinto la paura. Paura di presunte ritorsioni (?) internazionali e di sfracelli economici che esistono solo nella fantasia del triciclo PLR-PPD-P$$ che se li è inventati. Altri paesi non hanno avuto paura di riprendersi la propria sovranità, vedi la Brexit.

La battaglia continua

Per una curiosa coincidenza, l’Anghela Merkel, in contemporanea con il No Svizzero all’autodeterminazione – che è poi un Sì agli eurobalivi  – ha dichiarato ad un evento che “gli stati nazionali dovranno cedere la propria sovranità”. Dopo il voto di domenica scorsa, questo è il futuro che ci aspetta. Chi è causa del suo mal…
E’ ovvio, comunque, che  la nostra battaglia contro l’asservimento all’UE e contro la devastante libera circolazione delle persone continua. Prossimamente ci aspettano altri appuntamenti della massima importanza. Ad esempio la (probabile) votazione sullo sconcio accordo istituzionale citato sopra. E poi quella sull’iniziativa contro la libera circolazione delle persone. Insomma: le occasioni per rifarsi non mancheranno.

Lorenzo Quadri

 

 

Accordo quadro: Levrat, chi credi di prendere per il lato B?

E sia chiaro che non si decide niente con due “ministri” con già le valigie in mano!

 

Dopo anni di eurolecchinaggio spinto, il presidente del P$$, partito che vuole l’adesione all’UE, blatera di referendum contro l’accordo quadro: ma pensa che gli svizzeri siano scemi?

La telenovela sullo sconcio accordo quadro istituzionale prosegue!

Ricordiamo per l’ennesima volta (repetita iuvant) che questo accordo colonialeci porterebbe:

  • La ripresa dinamica, ovvero automatica, del diritto UE;
  • I giudici stranieri;
  • La fine delle già striminzite misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone;
  • L’obbligo di recepire la direttiva UE sulla cittadinanza; il che significa: tutti gli immigrati comunitari saranno liberi di attaccarsi alla mammella dello Stato sociale elvetico senza alcun limite, mentre agli svizzerotti sarà impossibile espellere i delinquenti stranieri se questi sono cittadini UE;
  • Invasione di TIR da 60 tonnellate (chissà come mai i kompagni ro$$overdi a questo proposito tacciono omertosi?);
  • Fine della banche cantonali con garanzia dello Stato;
  • Eccetera eccetera.

Frena, Ugo!

La discussione nel governicchio federale sulla sottoscrizione o meno dello sconcio accordo quadro istituzionale era prevista per venerdì scorso. E, secondo i cinguettii degli uccellini bernesi,  il testo proposto dal ministro degli esteri italosvizzero Ignazio KrankenCassis (PLR) sarebbe una tale improponibile ciofeca,con rottamazione di tutte le linee rosse (perché, forse qualcuno si era bevuto la fandonia delle “linee invalicabili”?), da non trovare nemmeno una maggioranza in Consiglio federale. Il che è tutto dire!

La discussione governativa, però, è stata rinviata ed agendata a venerdì prossimo. E qui si pone un ulteriore problema. Non sta  né in cielo né in terra che su un tema di tale importanza per il futuro del paese statuiscano due ministri con già le valigie in mano (la Doris uregiatta e “Leider” Ammann). Questo sarebbe valso se si fosse deciso venerdì scorso, e vale a maggior ragione se si deciderà venerdì prossimo, con i successori dei due uscenti già scelti dalla partitocrazia federale ma non ancora entrati in carica.

Levrat, ci sei o ci fai?

Fa poi ridere i polli l’ipocrita risveglio a scoppio ritardato del kompagno Christian Levrat, presidente del P$$, che adesso pensa di prendere per i fondelli la gente ipotizzando un referendum contro l’accordo quadro istituzionale.

Ma questo Levrat ci è o ci fa?  Fino ad un paio di mesi fa blaterava che lo sconcio trattato coloniale andava firmato subito (sic). Il $uo partito ha nel programma l’adesione della Svizzera all’UE. Ed il P$$ si è sempre schierato dalla parte dei balivi di Bruxelles e contro la sovranità svizzera ed i nostri diritti popolari.

Adesso che le elezioni federali si avvicinano, il buon Levrat si accorge (dopo averne mangiate cinquanta fette) che l’accordo quadro comporta la FINE di quelle misure accompagnatorie con cui i $inistrati si sono sempre riempiti la bocca nel goffo tentativo di giustificare le loro posizioni eurolecchine, deleterie per i lavoratori svizzeri?  Eh no, non ci siamo proprio! Come recita il noto slogan: “non siamo mica scemi!”.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Nessun nuovo centro asilanti!

Va bene chiudere il bunker. Ma gli “ospiti” vengano rimandati a casa loro!

Ma guarda un po’. Adesso torna alla “ribalta” il credito di progettazione, già licenziato ad agosto dal governicchio, per un nuovo centro asilanti in quel di Camorino, di ben 180 posti. La somma richiesta è di 300mila franchetti, come detto solo per la progettazione. A cui poi farà ovviamente seguito la richiesta di svariati milioni per l’esecuzione.

Il nuovo centro asilanti dovrebbe sostituire il famoso bunker di Camorino su cui monta la panna alla grande il sedicente kollettivo R-esistiamo (quanti dei membri hanno il passaporto rosso?); quello che a Bellinzona organizza bivacchi illegali a sostegno dell’immigrazione illegale, con tanto di patetici insulti, sempre i soliti, alle istituzioni, definite “fascioleghiste” (perché questa è la tolleranza e l’apertura mentale dei $inistrati: chi non ci sta a far entrare tutti e a mantenere tutti è un “fascista”). Chissà come mai, il kollettivo ha potuto beneficiare della compiacente tolleranza del capodicastero polizia di Bellinzona targato PLR. Sarebbe interessante sapere se ad un gruppo di “normali” di cittadini sarebbe stato concesso di campeggiare abusivamente in piazza della Foca senza alcun intervento da parte delle forze dell’ordine.

Chiudere senza sostituzione

Va benissimo chiudere il centro per finti rifugiati di Camorino. Ma senza alcuna sostituzione, però. Gli ospiti – tutti giovanotti che non scappano da nessuna guerra – vanno rimpatriati. Se i bunker della Protezione civile vanno bene per i militi svizzeri, andranno bene anche per i migranti economici. E se i migranti economici non sono contenti dell’accoglienza svizzera, nessuno li trattiene. Sono liberissimi di tornare al natìo paesello – magari portandosi dietro i kompagni del Kollettivo, che così potranno finalmente rendersi utili aiutando in loco – o di chiedere asilo altrove.

Ma è facile presumere che per i kompagni del Kollettivo un simile discorso sia incomprensibile, in quanto il militare mica l’hanno fatto. O perché non sono svizzeri, o per altri motivi.

Sempre più attrattivi?

Di costruire centri asilanti nuovi di pacca, quindi di spendere ancora più soldi del solito sfigato contribuente per i finti rifugiati, non se ne parla nemmeno. Tanto più che ciò equivarrebbe ad aumentare la nostra attrattività per i migranti economici. Facendo così gli interessi di quelle associazioni contigue al P$ che sul business ro$$o dell’asilo ci lucrano alla grande.

Morale della favola. Se qualcuno a Palazzo delle Orsoline si immagina di calare le braghe davanti alle pagliacciate (uhhh, che pagüüüraaa!) del kollettivo R-esistiamo e di approvare crediti per un nuovo centro, naturalmente “Deluxe”, per finti rifugiati, farà bene a stare attento/a alla cadrega in vista delle elezioni di aprile. Ovviamente (?) attendiamo con ansia la votazione per poter poi pubblicare sul Mattino “chi ha votato come”.

Lorenzo Quadri

Sì all’autodeterminazione, Sì alla democrazia, Sì alla Svizzera

C’è ancora qualche ora di tempo per salvare i diritti popolari: non sprechiamola!

 

L’iniziativa “per l’autodeterminazione” (detta anche “contro i giudici stranieri”) prevede che la nostra Costituzione – e di conseguenza anche l’esito delle votazioni popolari – abbia la preminenza sul diritto internazionale. In caso di conflitto, gli accordi internazionali  incompatibili con la Costituzione federale vanno rinegoziati e, qualora fosse impossibile, disdetti.

Questa iniziativa farebbe finalmente chiarezza. Ed impedirebbe alla casta, ed in particolare alla partitocrazia PLR-PPD-PSS, di cancellare l’esito di votazioni popolari sgradite con il pretesto dell’incompatibilità con qualche accordo internazionale. Vedi quanto accaduto con il “maledetto voto” del 9 febbraio 2014.

Non c’è un paese al mondo in cui il diritto internazionale abbia sistematicamente la preminenza sulla Costituzione. Ma la Svizzera, con una perniciosa decisione del Tribunale federale del 2012,  ha scelto di intraprendere proprio questa strada. La Costituzione è la Carta fondamentale dello Stato. I contrari all’iniziativa vogliono trasformarla in carta straccia.

La votazione del prossimo 25 novembre sull’iniziativa “per l’autodeterminazione” è una votazione della massima importanza. La posta in gioco è, lo dice il nome stesso, l’autodeterminazione. Ovvero la nostra democrazia ed i nostri diritti popolari, che l’establishment euroturbo sta smontando pezzo per pezzo. Chiaro: è solo grazie ai diritti popolari se la Svizzera non è diventata uno Stato membro dell’UE. Teniamolo bene a mente!

Fermiamo il golpe della casta

Il disegno delle élite è chiaro: togliere potere al popolo, quindi ai cittadini, per trasferirlo ad organizzazioni sovranazionali non elette da nessuno. Questo perché “il popolazzo becero vota sbagliato”: non si conforma facilmente ai diktat internazionali anti-identitari, pro-frontiere spalancate e pro-immigrazione incontrollata. Dunque va esautorato.

L’attacco dell’establishment ai diritti popolari è in corso da anni. Se l’iniziativa “per l’autodeterminazione” dovesse venire respinta, quest’opera di rottamazione – un vero e proprio golpe contro i cittadini svizzeri – conoscerebbe un’impennata. Il Tribunale federale darebbe sempre la precedenza agli accordi internazionali. Questo significherebbe, ad esempio, che di fatto nessun criminale straniero verrebbe più espulso dalla Svizzera se è un cittadino UE, poiché è in vigore la libera circolazione delle persone.

Il patto ONU

Proprio in queste settimane varie commissioni parlamentari federali si stanno esprimendo sulla sciagurata ipotesi di un’adesione della Svizzera al patto ONU sulla migrazione. L’obiettivo finale del patto è l’introduzione di una libera circolazione delle persone a livello mondiale. Adesso viene travestito da “soft law” e quindi, per turlupinare l’opinione pubblica, venduto come un insieme di disposizioni non vincolanti. Ma la realtà è un’altra. Non a caso sempre più paesi si chiamano fuori, appunto per tutelare la propria sovranità.

Anche per bloccare sul nascere il continuo processo di svendita della nostra sovranità,  occorre votare Sì all’iniziativa “per l’autodeterminazione”.

Le fregnacce dei contrari

Un Sì il 25 novembre è un Sì al “modello svizzero”. Ed è questo modello che ha dato al Paese stabilità politica, determinando anche il successo della nostra piazza economica. L’autodeterminazione giova anche all’economia. Non bisogna quindi credere al terrorismo di regime, del tutto simile a quello messo in campo nel 1992 ai tempi del voto sull’adesione allo SEE, ed alle sue fantasiose storielle sulle “centinaia di accordi internazionali in pericolo” se passasse l’iniziativa. Dov’è l’elenco di queste “centinaia di accordi”? Non c’è. Perché esse, come ha dichiarato un illustre giurista, “esistono solo nel mondo della fantasia”. Ciò vale anche per l’altro stucchevole mantra utilizzato dai contrari all’autodeterminazione a scopo di lavaggio del cervello e di ricatto morale. Ovvero quello dei “diritti umani in pericolo”. I diritti umani sono già contemplati dalla nostra Costituzione. Per garantire il rispetto dei diritti umani in casa nostra non abbiamo bisogno né di Diktat comunitari, né dei giudici stranieri della Corte europea dei diritti dell’uomo CEDU (a cui peraltro non aderisce nemmeno l’UE). I giudici della CEDU sono riusciti a decidere, in recenti sentenze, che, se il “sentimento religioso” cristiano può essere tranquillamente offeso, quello islamico no. Sicché, in nome della “pace religiosa”, dovremmo rinunciare alla nostra libertà di espressione, che è un diritto fondamentale. E la Svizzera avrebbe bisogno di questi giudici stranieri? Giudici che affossano i nostri diritti fondamentali per inginocchiarsi agli islamisti? E’ già Carnevale?

C’è tempo fino a mezzogiorno per votare Sì all’autodeterminazione, Sì ai diritti popolari e Sì alla Svizzera!

 

Lorenzo Quadri

 

SRF, direttrice-shock: “basta con il giornalismo fazioso”

Ma come, non erano tutte balle del Mattino populista e razzista? Ed invece… 

Sarà un’intenzione seria o un bluff? E cosa ne pensano a Comano, dove la propaganda di regime prosegue “come se niente fudesse”?

Nathalie Wappler, direttrice designata della SRF, due settimane fa ha rilasciato alla NZZ am Sonntagun’intervista per certi versi sorprendente.

Al proposito dell’informazione della TV di Stato, la sciura Nathalie ha infatti dichiarato che “non dobbiamo (alla SRF) fare giornalismo d’opinione, perché questo provoca perdita di fiducia”. Giornalismo d’opinione, evidentemente,  è un eufemismo che sta ad indicare “giornalismo fazioso”. O, ancora meglio, “propaganda di regime”.

Un passo avanti

La direttrice designata ammette dunque che allo stato attuale il giornalismo della SRF è “d’opinione” ovvero fazioso. E’ già un passo avanti. Finora tutti i capoccioni dell’emittente hanno sempre affermato l’esatto contrario, non facendosi scrupolo di negare l’evidenza.

E’ difficile dire se l’intenzione della signora Wappler sia davvero quella dichiarata a mezzo stampa, o se si tratti solo di una “captatio benevolentiae” cioè di una boutade da furbetta per rendersi gradita ai cittadini (giustamente) scontenti della SSR.

Tattica o realtà?

E’ infatti assai probabile che la direttrice indicata sia ben consapevole che le promesse fatte dai vertici della Tv di Stato durante l’isterica campagna contro la “criminale” iniziativa No Billag sono state disattese in modo sfacciato. La nuova concessione alla SSR per il periodo 2012-2022 è quasi peggiorativa della versione precedente. Addirittura, c’è un articolo che prevede “più attenzione alle persone con passato migratorio”. Come se non ce ne fosse già a sufficienza! E’ il massimo: paghiamo il canone più caro d’Europa per fare una televisione per migranti.

Allo stesso modo, il tanto decantato piano R, quello che dovrebbe ridurre l’elefantiasi dell’emittente di regime, è una presa per il “R”etro. Ecco dunque che la futura direttrice SRF  si è sentita in dovere di indicare che qualcuno intenzionato a cambiare c’è.

Se l’intenzione sia reale o solo “tattica” è difficile dire. Ammettendo che la signora sia in buona fede, rimane sempre in vigore il vecchio adagio: tra il dire e il fare…

Se davvero si vuole cambiare…

Ed infatti bisogna vedere cosa la direttrice riuscirà a realizzare. Quando, come nel caso della SSR, l’86% dei giornalisti è di $inistra o di centro$inistra – tutta gente che pretende di usare i soldi del canone più caro d’Europa per fare il lavaggio del cervello alla popolazione in base alle proprie inclinazioni ideologiche – hai voglia di predicare il “giornalismo non d’opinione”. Se vuoi davvero che ci sia un cambiamento, puoi solo fare tabula rasa nelle redazioni. Ma è evidente che non si tratta di uno scenario realistico.

A Comano

Intanto alla RSI il problema non se lo pongono affatto. Negli sfarzosi uffici di Comano, un discorso come quello di Wappler non si sentirà mai. Lì si continua allegramente con la propaganda di regime. E ci si inkazza pure se qualcuno lo fa notare. Ad esempio, il responsabile dell’informazione regionale Massimiliano Herber ha preso assai male il reclamo presentato contro il Quotidiano del 27 ottobre. Nella trasmissione, la TV di Stato dava ampio spazio ad una (del tutto irrilevante) manifestazione di tre gatti a sostegno dei finti rifugiati, in cui si predicava l’illegalità, si prendevano di mira singoli esponenti leghisti e si denigrava il Mattino come “razzista”.

Ed infatti domenica il dirigente televisivo ha pensato bene di sfogare la propria stizza con un post assai poco professionale (vedi foto). La narrazione farlocca ben dimostra come viene gestita l’informazione alla Pravda di Comano. Il che è uno stimolo a continuare a presentare reclami (volendo se ne potrebbero inoltrare a raffica, ma evidentemente nessuno ha il buon tempo…). Chiaro che l’effetto pratico è nullo: l’ombudsman è lì per dare ragione all’emittente. Però, come ben si è visto, danno molto fastidio a capi e capetti. E son soddisfazioni!

Lorenzo Quadri