Trattative con l’Italia: tempistica “sospetta”!

Comunicato

 

La ministra delle finanze Eveline Widmer Schlumpf ha annunciato, nell’ambito di  un incontro svoltosi con la stampa estera, che il prossimo incontro con il presidente del Consiglio italiano Mario Monti “per continuare le discussioni avviate il 12 giugno” si terrà in novembre.

Ovvero a 5-6 mesi di distanza dal precedente incontro, ciò che suscita qualche perplessità in merito alle precedenti dichiarazioni congiunte “di voler raggiungere presto un’intesa”. Se ne deduce dunque, in particolare, che la Svizzera è destinata a rimanere a lungo sulle liste nere italiane illegali.

Lascia dunque perplessi la mancanza, presumibilmente ancora per parecchio tempo, del conseguimento  di quei  risultati minimi – eliminazione della Svizzera dalle liste nere –  da parte elvetica che costituiscono la base di partenza per delle trattative che possano portare ad un qualche risultato.

In sostanza dunque si rafforza ulteriormente il sospetto di scarsa incisività da parte elvetica, quando le notorie condizioni economiche della controparte non la mettono certamente in una posizione di forza.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

“Lugano cambia”: un esordio di successo

 

Lugano sbarca in Svizzera interna battendo moneta. La campagna “Cambio Lugano Cambia” è stata presentata alla stampa una decina di giorni fa. Si tratta di una proposta innovativa dal punto di vista sia della tecnica promozionale che dei contenuti. La città di Lugano sarà presente fisicamente in cinque città della Svizzera interna (San Gallo, visitata gli scorsi lunedì e martedì), Berna, Lucerna, Basilea e Zurigo) con un’apposita struttura (vedi foto), posta in luoghi di grande traffico pedonale. All’interno del “gazebo” il turista potrà scambiare un ricordo di Lugano di qualsiasi tipo (anche vocale…) con 30 Fr luganesi: un vero “cambio”, dunque. I 30 Fr luganesi potranno venire spesi, al corso di uno a uno con il Franco svizzero, negli esercizi convenzionati (negozi, ristoranti, alberghi, musei, ecc): attualmente sono circa 200, in continua crescita.

 

Essere presenti in Svizzera interna

“Punto di partenza – spiega il capodicastero turismo Lorenzo Quadriera la volontà di promuovere Lugano nelle città d’Oltregottardo con una presenza fisica. Si tratta, in sostanza, di andare a prendere il turista a casa sua e di incentivarlo a venire a Lugano. Una volta deciso questo principio, si trattava di farlo diventare realtà, ossia di decidere come, concretamente, essere presenti in Svizzera interna con un’immagine che fosse in grado di creare interesse tra il pubblico, come pure tra i media d’Oltralpe, che avrebbero dovuto parlarne per fare da cassa di risonanza. Dopo una prima proposta non soddisfacente proveniente da un’agenzia esterna, si è deciso di “mettere sotto”  i servizi cittadini, ossia la neonata agenzia di comunicazione con i suoi collaboratori esterni. Il mandato, non certo semplice, era quello di portare un prodotto valido in tempi ristretti. Direi che questo obiettivo è stato raggiunto in pieno, grazie alla collaborazione tra agenzia di comunicazione, dicastero turismo, ente turistico, ed operatori privati. Questa campagna è, tra l’altro, il primo frutto nato dalla sinergia  tra due nuove creature: il dicastero turismo, che esiste da quest’anno, e l’agenzia di comunicazione, creata da poche settimane. Un progetto trasversale sotto vari aspetti: da un lato collaborazione tra dicasteri della città, dall’altro tra dicastero turismo ed ente turistico, dall’altro ancora tra settore pubblico ed economia privata. Penso che questa via vada intrapresa sempre più spesso. Nella campagna “Lugano cambia”  va riconosciuto il ruolo importante  avuto dal segretario generale della città di Lugano, Mauro Delorenzi, che ha spianato molte strade sia come referente dell’agenzia di comunicazione della città che come membro del CdA di Lugano turismo”.

Cosa ti piace maggiormente del progetto? “L’insieme è a mio parere valido in ogni sua parte, mi è piaciuto subito il guizzo provocatorio dello stampare moneta. Ma anche il messaggio che viene portato è a mio avviso quello giusto. Non si vuole né adagiarsi sui cliché da Sonnenstube con palme, lago, pedalò, bei paesaggi, ma neppure rifiutarli. Entrambe le cose sarebbero sbagliate. Noi non rinneghiamo di certo l’immagine tradizionale, ma diciamo che a Lugano c’è anche molto altro: animazione, eventi, cultura… il solo Longlake festival attualmente in corso, ad esempio, prevede qualcosa come 200 eventi gratuiti. Non ci sono città paragonabili a Lugano che possano vantare un’offerta del genere”.

 

Il “battesimo”

Intanto il “Cambio Lugano Cambia” ha avuto il suo battesimo ad inizio settimana, a San Gallo; prossimo appuntamento sarà Berna, martedì e mercoledì.

Ad Alessandro Stella, direttore dell’Ente turistico del Luganese, e presente sul posto, abbiamo chiesto come è andata questa prima esperienza. “Molto bene sotto ogni aspetto, direi. Malgrado il tempo non fosse dei migliori… Tutti quanti sono venuti a cambiare i franchi luganesi sono rimasti positivamente colpiti dall’iniziativa: sia chi già la conosceva, sia chi è arrivato per caso, senza sapere di cosa si trattasse”. E il riscontro mediatico, che gioca una parte importante nella campagna?

“Anch’esso è stato ottimo – risponde Stella – tutti i principali organi d’informazione, dalla DRS ai maggiori giornali, ci hanno dato spazio e visibilità”.

 

MDD

Piazza finanziaria: non distruggiamo le nostre risorse!

Gli accordi fiscali con Germania, Gran Bretagna ed Austria sono il frutto di una politica del cedimento ad oltranza che pagheremo a carissimo prezzo. Del resto, con un Consiglio federale a maggioranza di Centro$inistra, oltre che europeista, e con dei negoziatori europeisti, non ci si può attendere nulla di diverso.  E’ chiaro che chi, in rappresentanza del nostro paese, tratta con l’UE pensando che la ragione non stia dalla propria parte, ma da quella avversa, e che quindi ritiene di essere in torto, non difenderà mai gli interessi della Svizzera.

Del resto, e l’abbiamo ripetuto più volte, con l’Unione europea siamo in guerra finanziaria. Avremmo però il vantaggio che il nemico sia di fatto fallito. Usiamo il condizionale perché a Berna ci si comporta come se l’UE dovesse durare ancora per mille anni: sottomessi, ansiosi di mettersi in regola. Come se, una volta ottenuti gli accordi Rubik, gli stati europei non pretenderanno sempre di più, in una continua spirale di rivendicazioni da una parte e di cedimenti dall’altra. Nei paesi UE ed in particolare in Italia il vento cambia rapidamente. E l’accordo sottoscritto il giorno prima è contestato già il giorno dopo. Stati bancarottieri, che mettono in fuga i loro concittadini con un fisco predatorio, si avventano come iene sulla piazza finanziaria svizzera. La quale, incredibilmente e scandalosamente, non viene difesa. Perché il Consiglio federale, ed in prima linea la ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf, accettano di farsi colpevolizzare.

 

Licenziamenti già in corso

La piazza finanziaria è in grave pericolo. Non in un futuro lontano. Adesso. Non si può nemmeno dire che “presto cominceranno i licenziamenti”, perché i licenziamenti sono già iniziati. Solo che non fanno rumore. Vengono furbescamente consumati uno per volta, non in blocco. Ma si moltiplicano. Padri di famiglia licenziati in tronco. Madri con figli a carico lasciate a casa ad un paio d’anni dalla pensione e dopo 15 anni al servizio dello stesso datore di lavoro. Proposte di fare la valigia ed andare a Singapore, a Nassau, ad Hong Kong per anni: prendere o lasciare. E se non ti va bene, c’è la fila di frontalieri che aspetta. Tanto quotidianamente le aziende ticinesi vengono letteralmente bombardate di curricoli inviati per posta, per fax, per e-mail, da parte di candidati dalla vicina Penisola. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

 

4000 posti di lavoro a rischio

Nessuno che lavori sulla piazza finanziaria può più dirsi sicuro di avere, domani, ancora la scrivania. Con gli accordi fiscali con Germania, Gran Bretagna ed Austria la situazione precipiterà. Nicolas Pictet, presidente dei banchieri privati, ha parlato di un 30% dei posti di lavoro a rischio. Stiamo parlando di almeno 4000 impieghi in Ticino! 4000 persone che ricevono un buon stipendio, con il quale pagano le tasse (non poche) e fanno girare l’economia, presto finiranno con le gomme a terra. E con ben magre prospettive. Perché se in passato a 55 anni si era fuori dal mercato del lavoro, adesso si rischia di esserne già fuori a 45. Se del caso, c’è il plurilaureato frontaliere più che felice di venire a lavorare in una banca ticinese, grazie alla libera circolazione delle persone, allo stipendio di una cassiera.

Il danno per il nostro tessuto sociale ed economico sarà enorme. Ma a Berna questo non importa. L’importante è adeguarsi alle regole di un’UE che oggi c’è e tra qualche mese o anno magari nemmeno esisterà più!

 

Harakiri economico

Ad una simile distruzione volontaria delle nostre risorse, un vero harakiri economico fatto a suon di cedimenti ad oltranza, noi diciamo NO. Il popolo ha (ancora) uno strumento per difendersi. Il referendum contro gli accordi fiscali con Germania, Gran Bretagna ed Austria. Accordi che – ed è chiaro anche a quello che mena il gesso – oltre ad essere deleteri di loro, costituiscono un pericoloso precedente per le trattative con l’Italia. E’ infatti evidente che chi ci governa è pronto a calare le braghe anche davanti ad una nazione in bancarotta quale è la vicina Penisola.

 

San Gottardo: una prima, grande vittoria

Fino a pochi mesi fa, nessuno ci avrebbe creduto. Invece, alla fine, mercoledì il Consiglio federale ha deciso per la realizzazione di un secondo tunnel autostradale del Gottardo, senza aumento di capacità. Quindi un Gottardo a due canne, ma ogni tunnel avrà una sola corsia in una sola direzione.

Certo, è presto per cantare vittoria. Vittoria la si potrà cantare solo quando sarà in funzione la trivella, la “Sissi” di turno. Prima c’è ancora di mezzo una votazione parlamentare. E, verosimilmente, anche una votazione popolare. Infatti il Consiglio federale ha sì deciso di sottoporre il raddoppio al Parlamento ma per il tramite di un progetto sottoposto al referendum. Referendum che la $inistra ha già annunciato. Incredibile: i $inistrorsi, non ancora contenti di aver sostenuto la libera circolazione delle persone col risultato di portare al soppiantamento dei residenti con frontalieri e padroncini per non parlare del dumping salariale, non ancora contenti di aver spalancato le nostre frontiere alla criminalità straniera, non ancora contenti di rifiutarsi di espellere gli stranieri delinquenti (asilanti compresi) e/o che si approfittano della nostra socialità, non ancora contenti di aver sfasciato il segreto bancario e la piazza finanziaria svizzera (ciò che porterà a decine di migliaia di disoccupati in più), non ancora contenti di far scappare i contribuenti ricchi, vogliono anche tagliar fuori il Ticino dal resto della Svizzera per tre anni, contestando una delle poche decisioni sensate prese dall’esecutivo nazionale.

 

Finalmente un po’ di buonsenso

Tuttavia, il fatto che in Consiglio federale sia – finalmente – penetrato il buonsenso, è senz’altro positivo. Come già detto in più occasioni, l’aria che tirava fino a pochi mesi fa era del tutto diversa. Si dava per scontato che un secondo traforo non ci sarebbe mai stato. Anzi, chi parlava di completamento era considerato un marziano. Il Consiglio federale, mercoledì, ha preso l’unica decisione sensata possibile. L’opzione “chiusura del Gottardo per tre anni e mezzo con misure accompagnatorie” non avrebbe mai funzionato. Avrebbe comportato la devastazione di enormi porzioni di territorio per costruire mega-stazioni di trasbordo dalla strada alla ferrovia a Biasca (per i camion) e ad Airolo (per la auto), intasando il Ticino di veicoli in attesa di essere caricati sul treno (altro che ecologia). Avrebbe pure comportato centinaia di milioni di Fr di spese a fondo perso. Le stazioni si trasbordo sarebbero infatti state destinate allo smantellamento a tunnel risanato.

 

Un investimento per il futuro

Di fatto, dunque, il risanamento del tunnel con chiusura e misure accompagnatorie costerebbe due miliardi, provocherebbe disagi immensi e non porterebbe alcun valore aggiunto: centinaia di milioni buttati a mare in misure accompagnatorie provvisorie e non funzionanti, per poi ritrovarsi sempre con la stessa galleria bidirezionale  –  e quindi estremamente pericolosa. Questo proprio quando con Via Sicura ci si inventano misure sempre più restrittive dicendo di voler aumentare la sicurezza stradale. La logica e il buon senso si ribellano ad un tale cumulo di proposte assurde. E alla fine anche il Consiglio federale ha dovuto arrendersi all’evidenza. Il raddoppio costa 2.8 miliardi, quindi 800 milioni in più. Ma esso costituisce un vero investimento. E non taglierebbe fuori il Ticino per tre anni dal resto della Svizzera, provocando un danno economico enorme.

In questo cambiamento di rotta, frutto del lavoro su più livelli di politici e comitati di sostegno, la Lega dei Ticinesi  può essere orgogliosa di aver svolto un ruolo di primo piano.

Il secondo tunnel al Gottardo è infatti inserito nel programma del nostro Movimento fin dagli esordi, mentre titolare del dossier in Consiglio di Stato è Marco Borradori. Inoltre chi scrive è uno dei due membri ticinesi della Commissione dei trasporti del Consiglio nazionale.

Lorenzo Quadri

CN Lega

 

Aziende svizzere in mani estere

La sostituzione degli svizzeri con stranieri sul posto di lavoro interessa anche le direzioni d’impresa. Da uno studio della società Guido Schilling, specializzata nella ricerca di quadri aziendali, emerge un dato allarmante: già oggi il 45% dei manager impiegati dalle principali aziende elvetiche proviene dall’estero. Si prevede che questa quota supererà il 50% nel 2015. Traduzione: nel giro di un paio d’anni, la maggioranza dei dirigenti delle principali società svizzere sarà straniero.

Una situazione che, qui in via Monte Boglia, ci pare assai inquietante sotto vari aspetti. In prima linea, per quel che riguarda l’assunzione di dirigenti stranieri al posto di dirigenti svizzeri. Forse che non ci sono svizzeri in grado di assumere ruoli di primo piano nell’economia? Forse che le nostre università non sono d’eccellenza? Poi, per il fatto che il CEO straniero potrebbe portare in Svizzera una cultura (o in-cultura) d’azienda estranea alla nostra tradizione, e basata – ad esempio – su operazioni al limite del lecito; ed inoltre non ha legami col territorio e non sente, pertanto, alcuna responsabilità sociale nei confronti del Paese.

L’ “inforestieramento dirigenziale” deve preoccupare?

 

Gli svizzeri non sanno più lavorare?

Franco Ambrosetti, presidente della Camera di commercio, dell’industria e dell’artigianato ticinese (CCIA-Ti) non nasconde che “una certa preoccupazione c’è. In effetti, il problema non è nuovo. Già alla fine degli anni Sessanta, sono sbarcate in tutta Europa aziende americane i cui dirigenti erano solo americani, che non conoscevano la mentalità europea, né la capivano. E questo generava frizioni. Poi il problema si è risolto da solo, nel senso che questi manager o se ne sono andati da soli vista la loro incompatibilità con la realtà locale, oppure si sono europeizzati. E’ chiaro che la prospettiva di avere, nel giro di un paio d’anni, nelle principali aziende svizzere, una maggioranza di direttori stranieri qualche interrogativo lo suscita, specie se questo tipo di processi avviene troppo in fretta. Anche perché c’è da chiedersi come mai non vengono assunti manager svizzeri. Dove sono finiti? Forse che gli svizzeri non sono più in grado di guidare delle aziende? Oppure i CEO “nostrani” sono andati tutti all’estero?”.

Ma il fenomeno può essere frenato? “Con la globalizzazione, mi pare difficile – risponde Ambrosetti – e va considerato che gli stipendi alti che caratterizzano il nostro paese, uniti all’euro basso, ci rendono particolarmente attrattivi per il lavoratore straniero: manager compreso. Non credo che sia possibile inventarsi degli strumenti legali per contrastare questo processo”.

 

“A questa situazione mi ribello”

Decisamente preoccupato Nando Ceruso, vicesegretario sindacale OCST: “I manager stranieri possono porre dei gravi problemi di cultura imprenditoriale. Non conoscono il contesto del paese dove operano, e nemmeno il suo diritto del lavoro. Inoltre, c’è il rischio concreto che il dirigente straniero collochi, a propria immagine, manodopera d’importazione a tutti i livelli aziendali, riducendo gravemente gli sbocchi professionali  del personale indigeno. Del resto, la recente storia di certe grandi banche elvetiche ci dimostra quello che può succedere affidandosi a manager d’importazione…”.

“A livello d’industria – prosegue Ceruso – la situazione può essere anche peggiore. Il rischio che il CEO straniero dimostri scarsa, o nessuna considerazione nei confronti del tessuto professionale locale e degli interessi del territorio, non è campato in aria . Il fatto che già ora il 45% dei dirigenti delle grandi aziende elvetiche sia straniero, e che nel giro di qualche anno i manager stranieri possano diventare la maggioranza, mi inquieta. La cultura del lavoro svizzera è stata a lungo un punto di forza del Paese; un “atout” che veniva guardato dall’estero con ammirazione e anche con invidia. Adesso si pone la concreta prospettiva di un suo inquinamento con politiche aziendali spregiudicate, estranee alle nostre tradizioni, portate da  manager esteri che se infischiano degli interessi del territorio, ed anche dei sindacati e della politica; dirigenti che non sentono alcuna responsabilità morale nei confronti di un paese, di una comunità, di cui non fanno parte e con cui non hanno legami; anche perché nei giro di un paio d’anni potrebbero trovarsi dall’altra parte del mondo. Questo diversamente dall’imprenditore locale, che ha legami col territorio e che sente una responsabilità nei confronti della popolazione con cui convive. Il problema si fa poi anche politico: fino a quando i cittadini svizzeri saranno disposti ad accettare di essere esclusi dalle attività create dai loro antenati? Io a questa situazione mi ribello”.

 

Problema formazione

Per Fabio Regazzi, vicepresidente AITI (Associazione industrie ticinesi) e consigliere nazionale, «Questo fenomeno evidenzia soprattutto il problema della formazione dei dirigenti svizzeri. Se si attinge a curricoli stranieri significa che il nostro sistema di formazione per manager di alto livello non funziona. Quindi bisogna anzitutto chiedersi cosa cambiare nelle nostre università. Le conseguenze di questa situazione possono sì comportare un impoverimento della nostra cultura imprenditoriale, ma per certi versi anche costituire uno stimolo per i manager svizzeri a migliorare le proprie conoscenze e capacità. Sono perciò dell’avviso che una sana competizione anche in questo ambito non sia del tutto negativa. Dall’altro canto – conclude Regazzi – nella storia recente dell’economia i più clamorosi dissesti (vedi Swissair, UBS) sono il frutto di strategie scellerate adottate da manager svizzeri».

Lorenzo Quadri

Tredicesima AVS: il PPD scopiazza!

Adesso vogliamo proprio vedere con quale smaccata arrampicata sui vetri gli azzurri settimana prossima in Gran Consiglio giustificheranno il loro voto contro la proposta leghista

 

Le contraddizioni tornano indietro e il PPD, al proposito, è alla resa dei conti.

Venerdì il Granconsigliere popolare democratico Gianni Giudicelli ha presentato una mozione al Consiglio di Stato  per l’attenuazione degli effetti soglia nelle prestazioni complementari AVS, e per una diversa considerazione della sostanza nelle zone periferiche.

Gli argomenti addotti, a quanto si legge sulla stampa, sono i seguenti. Da un lato si osserva che gli anziani con un reddito poco sopra la soglia della PC perdono il diritto a varie prestazioni finanziate dalla Complementare.

D’altro canto, si segnala il fenomeno degli anziani, e citiamo, «che giunti al pensionamento dopo aver lavorato una vita, generalmente residenti nelle zone periferiche, non possono beneficiare della PC perché in sede di valutazione di diritto viene considerata anche la sostanza (abitazione primaria o beni immobiliari, quali terreni o rustici, spesso ricevuti in eredità, privi di ipoteca e con scarso valore commerciale)». Questi argomenti paiono copia-incollati dal Mattino: si tratta infatti dei famosi anziani con casetta, che tirano la cinghia dovendo vivere della sola AVS: non ricevono la Complementare a causa della casetta.

La Tredicesima AVS proposta dalla Lega dei Ticinesi è proprio destinata, tra l’altro, alle categorie indicate dalla mozione PPD. Ossia, gli anziani che pur non beneficiando della PC hanno un reddito analogo (ad esempio tramite un magro secondo pilastro) e a quelli con una modesta sostanza immobiliare (abitazione, rustico, terreno, eccetera).

E’ evidente quindi che le due proposte si coprono ampiamente. Si basano sulle medesime considerazioni.

 Eppure, anche in tempi recenti, a denigrare la Tredicesima AVS dicendo che sono tutte fregnacce sono stati proprio esponenti del PPD, improvvisatisi esperti in problemi sociali! E magari questi stessi esponenti hanno pure firmato la mozione Guidicelli, non rendendosi conto di dimostrare, in questo modo, che il re è nudo.

Qui i conti proprio non tornano, mentre appare in tutta la sua evidenza quello che abbiamo già avuto modo di scrivere a più riprese; ossia che il PPD si oppone alla Tredicesima AVS solo perché a proporla è la Lega. Del resto non è certo la prima volta che il PPD prima denigra le proposte della Lega, poi le fotocopia: è successo con i controlli al confine, è successo con i ristorni dei frontalieri, adesso accade con la Tredicesima AVS.

La Tredicesima AVS parte dal presupposto che ci sono degli anziani di condizione economica modesta che vanno aiutati, ciò che vale in particolare per i proprietari di una casetta. Che sono poi gli stessi argomenti portati dalla mozione PPD.

La prossima settimana il Gran Consiglio dovrà esprimersi sull’iniziativa popolare, lanciata dalla Lega, per la Tredicesima AVS. L’esito è scontato. Inutile dire che il PPD ha firmato compatto il rapporto contrario. Poi però se ne esce con questa mozione. Si converrà che, quando ci si oppone in maniera categorica ad una proposta, e la si denigra e demonizza pure come ha fatto e  fa il PPD con la Tredicesima AVS, bisogna allora proporre qualcosa di radicalmente diverso e non delle sfumature sul tema.

Altrimenti si fa una figura barbina, rendendo plateale che l’opposizione alla proposta leghista è un’opposizione di principio e per partito preso: semplicemente perché alla Lega bisogna SEMPRE dare torto, qualsiasi proposta avanzi!

E’ dunque chiaro che, dopo aver presentato questa mozione, nei prossimi giorni i popolari democratici hanno un solo modo per non perdere  la faccia in Gran Consiglio: votare sì alla Tredicesima AVS.

Un referendum per salvare migliaia di posti di lavoro

Il dado è tratto o, meglio, il referendum è lanciato. Stiamo parlando ovviamente del referendum contro gli accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania ed Austria. Accordi che prevedono liberatorie con tassi esorbitanti, anche superiori al 40%, che non contemplano la reciprocità, che spalancano la porta alle fishing expeditions e che – ciliegina sulla torta – obbligano la Svizzera a fungere da esattore fiscale per Stati che non sono in grado di far pagare le imposte ai propri cittadini: cosa, questa, che non sta né in cielo né in terra.

I citati accordi fiscali, conclusi dalla ministra delle Finanze del 5% Eveline Widmer Schulmpf – che fa una politica di sinistra poiché dalla sinistra è stata eletta, in flagrante violazione delle più elementari regole democratiche – avranno conseguenze catastrofiche sulla piazza finanziaria svizzera in generale e ticinese in particolare.

Nicolas Pictet, presidente dei banchieri privati, ha parlato di un terzo dei posti di lavoro a rischio. Il minimo che si può dire, naturalmente, è che Pictet poteva anche svegliarsi prima, invece di tentare di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati e gli accordi già votati alle Camere federali. Lo stesso discorso vale per i delegati cantonali e federale alla protezione dei dati, che a mezzanotte meno cinque si sono svegliati a difendere il segreto bancario in quanto tassello essenziale della protezione della sfera privata. Dov’era il signor Pictet, dov’erano i delegati alla protezione dei dati negli ultimi due anni, quando il segreto bancario veniva smontato per pezzo dal Consiglio federale?

Un paio d’anni fa l’allora ministro delle Finanze Merz dichiarava: “Il segreto bancario non è negoziabile”. Adesso il Consiglio federale, a suon di cedimenti quotidiani, autorizza addirittura le fishing expeditions. Sì perché l’accordo con la Germania permette a quest’ultima di effettuare ogni anno 500 controlli campione sui conti di cittadini tedeschi. Se questa non è una fishing expedition ne è per lo meno una stretta parente. E – poco ma sicuro – il peggio deve ancora venire.

 

Le grandi banche

Le grandi banche possono non piacere. Ma il referendum contro questi accordi non è affatto un favore alle grandi banche le quali, anzi, appoggiano la svendita della piazza finanziaria svizzera operata dalla ministra delle Finanze abusiva. Alle grandi banche  interessa mettere una pietra su irregolarità passate e garantirsi l’accesso senza problemi ai mercati degli Stati firmatari. A loro, poco importa lo sfascio della piazza finanziaria svizzera e la perdita di un terzo (se non di più) dei suoi posti di lavoro. Quello che non guadagnano qui, lo guadagneranno altrove. Ad esempio a Singapore. O a Londra. Sì, perché mentre il governo svizzero cala pavidamente le braghe davanti alle pretese di un’Unione europea fallita, all’interno dell’UE i paradisi fiscali rimangono. Rimangono e si rafforzano.

 

Precedente deleterio

E’ poi evidente che gli accordi sottoscritti con Germania, Gran Bretagna ed Austria rappresentano un pericoloso precedente per le trattative con l’Italia. Infatti, poco ma sicuro è che la ministra del 5% andrà a promettere liberatorie del 40% e cederà su tutta la linea anche con un paese in bancarotta quale è la vicina Penisola. La quale, sia detto per inciso, da eventuali accordi Rubik otterrà comunque solo briciole poiché il cittadino italiano, e a ragione, non ha più alcuna fiducia nel proprio governo non eletto, avendo quest’ultimo sfacciatamente infranto la parola data: i capitali scudati sono infatti stati tassati, ritassati, e tassati ancora.

 

Salviamo migliaia di posti di lavoro

Lanciare il referendum contro gli accordi fiscali non significa affatto fare un regalo alle grandi banche. Significa, invece, difendere svariate migliaia di posti di lavoro in Ticino. Posti che andranno semplicemente persi se i trattati in questione dovessero entrare  in vigore. Chi vuole migliaia di bancari disoccupati in più? Chi vuole una caduta del gettito fiscale e dei consumi generati da questi bancari? Noi no di certo! Dov’è la $inistra con i piedi al caldo, sempre pronta ad inveire contro gli sgravi fiscali, quando qui si preparano enormi perdite anche per l’erario pubblico?

 Per cui, se non volete buttare a mare migliaia di posti di lavoro, firmate e fate firmare il referendum!

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

 

 

 

 

Turismo e negozi aperti di domenica

I negozianti di Locarno hanno lanciato l’appello: hanno chiesto di poter, almeno nella stagione estiva, aprire i battenti la domenica, e in settimana fino alle 22.30. Come c’era da aspettarsi, la petizione è stata respinta.

La diatriba sugli orari di apertura dei negozi si infittisce in Svizzera e in Ticino, dove sul tema si discute da ormai un ventennio. Fino agli ultimi sviluppi noti, che mettono a rischio l’apertura domenicale del Foxtown. Una patata bollente che, tra l’altro, il DFE ha anche tentato di scaricare sulla Deputazione ticinese alle Camere federali.

Se in Ticino come nel resto della Svizzera la situazione rimane caotica, appena oltreconfine hanno , invece, idee sono ben chiare. Infatti si costruiscono grandi centri commerciali aperti sette giorni su sette con l’intento dichiarato di attirare la clientela ticinese. Non solo approfittando del “frontalierato della spesa” (che starebbe alla coscienza del singolo evitare) legato all’euro e al differenziale dei prezzi, ma anche puntando, e lo si dice apertamente, sugli orari d’apertura decisamente più estesi.

Il lavoro domenicale, purché adeguatamente retribuito e purché il tempo libero possa venire recuperato, non è più un tabù in molti settori. Si lavora di domenica negli ospedali, nelle cliniche, nelle case anziani, si lavora di domenica in polizia, si lavora di domenica nel trasporto pubblico, si lavora di domenica nell’informazione, si lavora di domenica nella ristorazione e nell’albergheria,  si lavora di domenica nelle carceri, si lavora di domenica negli impianti sportivi, si lavora di domenica nel settore degli spettacoli, dei congressi, dei musei, solo per citare gli esempi più ovvi. Il numero delle persone che lavorano la domenica aumenta. Lo fanno tutti controvoglia? Si sentono tutti dei forzati o delle vittime? Sicuramente no. Il lavoro domenicale permette di creare dei posti di lavoro. Molte donne madri di famiglia arrotondano – o potendo arrotonderebbero – volentieri con delle ore domenicali.

Uno dei conclamati punti deboli del turismo nel nostro Cantone è la schematicità degli orari d’apertura dei negozi.

Tra euro, brutto tempo e collegamenti ferroviari interrotti, il turismo ticinese – che ormai si trova in concorrenza diretta con le mete più rinomate raggiungibili con voli low cost – non si può permettere di andare avanti per forza d’inerzia. Perché non consentire a quei commercianti che vogliono lavorare la domenica di farlo? La richiesta locarnese di deroghe speciali estive pro-turismo non era certo un’eresia. Che orari d’apertura dei negozi più adatti ai ritmi del turista (anche del visitatore di giornata, in gita “fuori porta”) e meno simili a quelli di uno sportello bancario gioverebbero al settore turistico, che non è  proprio il più irrilevante del Cantone, è fuori di dubbio. Oltretutto si tratta di una deroga limitata ad un preciso periodo dell’anno. Perché non pensare ad una serie di aperture straordinarie finalizzate al turismo,  vincolate al rispetto dei diritti dei lavoratori e all’impiego di residenti?

Fa specie sentire i $indakati ro$$i, noti per l’intransigenza delle loro posizioni, tirare in ballo a giustificazione del categorico njet al lavoro domenicale anche la Messa, quando torna comodo, ed inneggiare alla sacralità della domenica, chiosando con magniloquenza che il divieto di lavoro domenicale sarebbe una questione “di civiltà”. E quelli che già adesso lavorano la domenica (compresi i preti, tra l’altro), cosa sono, tutti incivili?

Lorenzo Quadri

Controlli nelle banche: e poi?

Per la serie, meglio tardi che mai, il Consiglio di Stato comincia a sospettare che nel settore amministrativo, comprese le banche, stia avvenendo una sostituzione di dipendenti ticinesi con frontalieri. Ma va?

Per questo il Consiglio di Stato, rispondendo ad un’interrogazione, ipotizza dei controlli. Del resto ignorare il problema non porterebbe a nulla. L’unico   a non averlo capito è il famigerato segretariato di Stato dell’Economia (SECO). Quello dell’”immigrazione uguale ricchezza”. Quello che, ancora nei mesi scorsi, preparava per il Consiglio federale una velina in cui si leggeva: non risulta che in Ticino sia in atto un soppiantamento dei residenti da parte di personale frontalieri.

Come no. Il numero totale dei frontalieri presenti in Ticino è passato, dal 1999 al 2011, da 26mila a 54mila; quello  dei frontalieri nel terziario è esploso da 10mila a 29mila (+180%); e secondo la SECO questo sarebbe possibile senza un soppiantamento dei residenti.  I conti non tornano proprio. Del resto basta ricordare una semplice cifra relativa all’anno scorso: il numero di posti di lavoro creati in Ticino nell’arco del 2011 è stato di ca 3000 unità, ma i frontalieri sono aumentati di 6000. Fossero aumentati di 3000, come è stato il caso nel 2010, ciò avrebbe significato che tutti i nuovi posti di lavoro creati sono andati a dipendenti in arrivo da oltreconfine. Un aumento di 6000 vuole invece dire che, dove prima lavoravano dei ticinesi, adesso lavorano dei frontalieri. Quindi una sostituzione – o soppiantamento che dir si voglia.

Che il Consiglio di Stato,  dopo averne mangiate dieci fette, si accorga che era polenta, non può che essere valutato positivamente. Peccato che lo stesso Consiglio di Stato, quando prese posizione, prima dell’ultima votazione popolare sul tema, a favore della libera circolazione delle persone (quando per principio il CdS non dà indicazioni di voto su temi federali) non abbia affatto indicato il rischio di soppiantamento dei residenti sul mercato del lavoro, e l’abbia anzi smentito ad oltranza. Del resto in buona compagnia. Vero kompagni? Vero partiti $torici?

Tuttavia, i controlli servono a qualcosa se associati con possibilità di sanzioni. E’ infatti stato proprio questo uno dei principali temi di discussione nel dibattito in Consiglio nazionale sul potenziamento delle misure accompagnatorie ai Bilaterali, dibattito tenutosi nella sessione parlamentare conclusa venerdì. In questa occasione si sono giustamente denunciate le sanzioni irrisorie nei confronti dei falsi indipendenti. Nei confronti della banca, dell’assicurazione, della fiduciaria eccetera che assume dipendenti frontalieri e lascia a casa i ticinesi non esiste però nessuno tipo di sanzione. Se qualcuno pensa che ricevere  una telefonata da parte dell’Ufficio del lavoro costituisca, per il datore di lavoro  con pochi scrupoli, un deterrente in grado di arginare l’increscioso fenomeno di soppiantamento, forse si stanno coltivando delle pericolose illusioni. Le misure accompagnatorie lo dimostrano: i controlli (che vanno fatti) non sortiscono i risultati sperati dove ci sono le sanzioni;  figuriamoci dove non ci sono.

Va bene controllare, ma poi? La morale è sempre la stessa. Se non si fa in modo che il residente abbia la precedenza nelle assunzioni, e questo a titolo obbligatorio, non se ne uscirà mai.

Lorenzo Quadri

 

L’UE fallita vuole imporci le sue leggi

E il Consiglio federale, pur di accontentare i suoi padroni di Bruxelles, si inventa compromessi cervellotici a spese dei cittadini svizzeri

 

 

L’Unione europea è ormai giunta al capolinea. Un cospicuo numero di Stati membri è ad un passo dalla bancarotta, o è già fallita come la Grecia. L’implosione dell’euro, per puntellare il quale la Banca nazionale spende decine di miliardi, è considerata un’ipotesi sempre più plausibile.

La libera circolazione delle persone si è dimostrata un fallimento. I  premier europei, contro il parere dei balivi di Bruxelles, hanno deciso per il ripristino dei controlli al confine. La società multikulturale è completamente fallita.

 I governi di $inistra recentemente eletti sono al potere con il voto islamico. Come emerge dallo studio condotto al proposito dal politologo Kern, che non ci risulta iscritto alla Lega dei Ticinesi, «musulmani e $inistra condividono l’avversione per i tradizionali valori giudaico-cristiani» e «l’Islam sostiene con convinzione il dogma multikulturale dei $ocialisti, e intende utilizzarlo per promuovere l’islamizzazione dell’Europa».

L’UE non è in grado di dare lavoro ai suoi cittadini, e se ne sono accorti perfino i finti rifugiati magrebini, alcuni dei quali, giunti in Europa con chissà quali intenti, dopo un tour tra Italia, Spagna, Francia, hanno commentato: «siete finiti».

Questa Unione europea artificiale, deleteria per i popoli cui è stata imposta e chiaramente vicina allo sfascio, ha ancora il coraggio di avanzare delle pretese e di imporre dei Diktat. E con chi fa la voce grossa? Ma naturalmente con la Svizzera, l’unica che ancora le dà retta.

L’UE vorrebbe imporci la ripresa automatica di una barcata di sue leggi. Eh già. Cosa ce li abbiamo a fare un parlamento e soprattutto dei diritti popolari, se le leggi ci vengono calate dall’alto dai balivi di Bruxelles, non eletti da nessuno e quindi privi di qualsiasi legittimazione democratica, e senza la possibilità, per il popolo sovrano, di emettere un cip? Mentre noi andiamo a votare per poter sottoporre al giudizio popolare gli accordi internazionali, l’UE allo sfascio vuole imporci le sue leggi. Naturalmente con la complicità della $inistra che, perdente davanti popolo con le sue smanie multikulturali ed internazionaliste, tenta di imporle tramite UE, bypassando la volontà dei cittadini.

E il Konsiglio federale cosa fa? Un governo degno di questo nome avrebbe mandato l’UE, che pretende di imporci le sue leggi, a quel paese nel giro di venti secondi. Invece l’Esecutivo elvetico, servile come sempre, si inventa escamotage cervellotici, assurdi, antidemocratici e naturalmente a danno dei cittadini svizzeri, pur di accontentare i suoi padroni europei – i quali, come da copione, non sono soddisfatti.

Noi di leggi dell’UE non ne vogliamo. La centralistica ed antidemocratica UE, oltre ad essere finita (se ne accorgono perfino i finti rifugiati magrebini) ha portato solo sventure ai popoli che ne fanno parte. Il nostro motto è: più euroincompatibili siamo, meglio è. Bisogna mettere con ogni mezzo i bastoni tra le ruote all’omologazione europea, bloccando la marcia di avvicinamento della Svizzera a Bruxelles. Altrimenti, sarà la nostra rovina.