Turisti cinesi: il problema varca il Gottardo

I nodi vengono al pettine. E, ancora una volta, quello che è stato scritto sul Mattino le scorse settimane viene puntualmente dimostrato dai fatti.

Le perquisizioni dei torpedoni di turisti cinesi alla dogana di Chiasso Brogeda stanno diventando un problema sempre più grosso. In sostanza, i pullman vengono fermati dalla Guardia di finanza italiana, e gli occupanti rivoltati come un calzino, alla ricerca di beni di lusso acquistati in Ticino, su cui far pagare l’IVA del 21%. Su un rolex da 10mila Fr, fanno 2100 Fr. Da pagare in contanti. Sull’unghia. E’ già successo che un pullman rimasse bloccato per ore in dogana proprio perché non c’era il “cash”. L’indicazione data ai malcapitati turisti è quella di farsi poi risarcire in aeroporto, cosa che non funziona mai per un motivo o per l’altro. Perché nello sfruttare la burocrazia per il proprio tornaconto, i nostri vicini a sud sono bravissimi, e noi abbiamo solo da imparare.

Il primo a segnalare pubblicamente il problema è stato il sottoscritto. Naturalmente da Oltreconfine hanno tentato di negare l’evidenza. E i soliti media hanno tentato, allo stesso modo, di squalificare la vicenda come l’ennesimo delirio anti-italiano del solito leghista. Ma, ancora una volta, l’ennesima, gli è andata buca.

 

Problema reale

Il problema esiste ed è concreto e reale. Tanto che sono mobilitati Svizzera Turismo, Ticino turismo, la SECO. Come detto la pratica adottata in Italia non è illegale. Ma viene abusata con un obiettivo preciso. Il solito. Quello di danneggiare l’economia ed il turismo elvetico. Ed infatti i controlli a danno dei turisti cinesi avvengono solo ai confini con il Ticino.

Ecco come viene ripagato lo sblocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Inutile dire, poi, che la Svizzera rimane sulle quattro black list italiane illegali.  Intanto la  ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf ancora si allude che i rapporti tra Svizzera ed Italia siano sulla via della normalizzazione.

 

Tempo di contromisure

Adesso le perquisizioni dei turisti cinesi hanno varcato il Gottardo. Anche a Lucerna monta la protesta. Alla vicenda, il TagesAnzeiger ha dedicato un esteso articolo. Anche il Municipio di Lugano ha deciso di scrivere a Berna, ai Consiglieri federali Burkhalter (titolare del Dipartimento degli Esteri) e Schneider Ammann, ministro dell’Economia.

Il rischio che si corre è noto: la perdita dei turisti cinesi, un mercato interessante, in crescita, e su cui si è investito parecchio. Ed infatti i tour operator cinesi già progettano di stralciare il Ticino dalle loro destinazioni per il 2013, e da subito la parola d’ordine è: niente shopping da noi!

Per questo bel risultato, possiamo ringraziare la vicina ed ex amica Penisola, la quale non perde neanche mezza occasione per boicottarci. Senza che, va da sé, da parte nostra ci sia una qualsivoglia reazione. Ad esempio, cominciare a bloccare in dogana e a controllare sistematicamente  54mila frontalieri che ogni giorno entrano in Ticino, e migliaia di padroncini.

Facciamo così: per ogni turista cinese perquisito al valico di Chiasso Brogeda, noi alla dogana svizzera rivoltiamo come calzini, bloccandoli per ore, 100 frontalieri. Poi vediamo se la controparte italiana non scenderà a più miti consigli! Ma finché subiremo senza reagire, è poco ma sicuro che continueremo a perdere. E a farci fregare.

 

 

L’Italia ci fa perdere i turisti cinesi

Comunicato stampa

 

Turisti cinesi in arrivo dal Ticino perquisiti alla dogana italiana di Chiasso Brogeda: la situazione peggiora

 

A rischio l’intero segmento di mercato turistico e gli importanti investimenti promozionali che vi sono stati effettuati

 

Il problema relativo ai controlli cui vengono da qualche tempo sottoposti, al valico di Chiasso Brogeda, da parte della Guardia di finanza italiana, i torpedoni di turisti cinesi che entrano in Italia dal Ticino, lungi dal risolversi, si sta invece acuendo.

In sostanza, i torpedoni di turisti cinesi vengono fermati, e gli occupanti perquisiti, alla ricerca di acquisti di valore effettuati in Ticino. Su tali acquisti viene fatta pagare l’IVA al 21%, con l’indicazione di farsi risarcire all’aeroporto: ma il risarcimento, notoriamente, non funziona mai.

Le cifre prelevate quale IVA possono anche essere decisamente consistenti (pensiamo al 21% del costo di un orologio “Rolex”). Sarebbe peraltro un errore ritenere che il problema interessi solo i turisti cinesi che fanno shopping al Foxtown poiché il raggio dello shopping si estende almeno fino a Lugano.

Da informazioni assunte risulta inoltre che questa prassi venga applicata unicamente ai valichi col Ticino. Si tratterebbe dunque di nuova, ulteriore misura discriminatoria applicata dall’Italia ai danni dell’economia del nostro Cantone. Questo quando i rapporti dovrebbero “normalizzarsi”.

Va rilevato che la base legale per effettuare tali controlli esiste. Ma viene applicata, come rileva anche Svizzera Turismo, solo da qualche tempo e solo a danno del Ticino.

Come previsto, le conseguenze negative delle perquisizioni ai danni dei torpedoni di turisti cinesi che entrano in Italia dal Ticino si stanno facendo sempre più concrete. Infatti, i tour operator cinesi, per evitare ai propri clienti nuove disavventure, superato il primo shock stanno predendo contromisure. Contromisure che consistono nell’escludere il Ticino dai propri itinerari, per lo meno in prospettiva 2013. E già ora il motto è: “niente shopping in Ticino”.

Si prospetta così un danno doloroso al nostro commercio e al nostro turismo, che già non se la passa nel migliore dei modi. Va ricordato che il mercato cinese è un segmento su cui si sono investite parecchie risorse. Tutto il lavoro svolto e gli sforzi profusi rischiano ora di venire annullati a seguito delle perquisizioni italiane, se non si troverà una soluzione in tempi brevi.

Sul tema è stato sensibilizzato anche il Consigliere federale Burkhalter, ministro degli Esteri, tramite lettera del sottoscritto inviata nei giorni scorsi. Svizzera turismo e Ticino turismo sono già all’opera. La SECO è stata anch’essa coinvolta.

C’è da chiedersi se non sia il caso di cominciare ad applicare, da parte elvetica, misure di controllo sistematico altrettanto legali di quelle messe in campo dalla dogana italiana,  ma da svolgersi quotidianamente ed in modo approfondito sui 54mila frontalieri e sulle migliaia di “padroncini” e distaccati che quotidianamente entrano in Ticino.

E’ comunque evidente, e la vicenda dei turisti cinesi non è che un ulteriore esempio, che i rapporti tra Svizzera ed Italia sono lungi dalla normalizzazione. E certamente non per colpa della Svizzera. 

A subirne i danni sono, ancora una volta, il turismo e l’economia ticinese. Che si spera verranno ora adeguatamente ed efficacemente difesi anche a livello federale.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

Gottardo: non facciamoci fuorviare

Visto che sappiamo già che la posizione  espressa dal governo del Canton Uri  sul completamento del tunnel autostradale del Gottardo verrà ampiamente strumentalizzata dalla $inistra, mettiamo le mani in avanti.

Premessa: la $inistra vuole tagliar fuori per tre anni il Ticino dal resto della Svizzera, sostenendo che i lavori di risanamento al tunnel autostradale del Gottardo devono essere svolti senza disporre di un secondo tubo. Questo modo di procedere porterebbe un danno incalcolabile alla nostra economia, cosa che però  non preoccupa più di tanto la $inistra essendo quest’ultima composta in massima parte da funzionari statali e docenti. Del resto solo il fatto che il Consiglio federale abbia cambiato radicalmente impostazione  e sia ora a favore del secondo tunnel, la dice lunga. Al proposito va sottolineato il ruolo svolto nel cambiamento di rotta dal lavoro congiunto del Consiglio di Stato, e segnatamente del direttore del Dipartimento del territorio Marco Borradori, della Deputazione ticinese alle Camere federali (in particolare dei rappresentanti ticinesi alle Commissioni dei Trasporti degli Stati e del Nazionale, ossia, rispettivamente, Filippo Lombardi agli Stati e Lorenzo Quadri e Fabio Regazzi al Nazionale), del mondo economico, turistico,  delle associazioni di categoria, di molti Comuni, eccetera.

Perfino a Berna si sono dunque resi conto che la chiusura per oltre tre anni con misure accompagnatorie inefficienti, già  votate al fallimento in partenza, sarebbe un disastro. Un disastro anche finanziario: per costruire le megastazioni di trasbordo per auto e tir si spenderebbe  fino ad un miliardo di Fr. Interamente a fondo perso, perché le strutture dovrebbero essere smantellate a risanamento ultimato.

Se il Consiglio federale ha cambiato radicalmente posizione, ciò che non è di sicuro usuale, vuol dire che l’opzione sostenuta ancora solo dalla $inistra del risanamento con tre anni di isolamento del Cantone – poi le migliaia di disoccupati in più che saranno la logica conseguenza di una simile operazione potranno andare a chiedere un lavoro direttamente alla $inistra – è del tutto insostenibile. Comporterebbe costi immani a fondo perso ed inoltre non risolverebbe in nessun modo il problema della sicurezza.

Ora, venerdì è stata divulgata la notizia, che verrà sicuramente amplificata dai contrari al completamento del Gottardo, che il Consiglio di Stato del Canton Uri si è espresso contro il secondo tunnel.

In realtà questa presa di posizione non rispecchia affatto la volontà del Cantone. L’esecutivo urano ha giocoforza dovuto adeguarsi all’esito di una votazione popolare, estremamente malgestita e tenutasi sulla scorta di informazioni parziali, da cui è emerso un no al secondo tunnel. Ma il governo urano è da sempre a favore del completamento del traforo. Ma soprattutto, il Cantone è ferocemente contrario alle mega-stazioni di trasbordo, elemento essenziale del rifacimento senza seconda galleria.

E’ quindi evidente che la presa di posizione del Consiglio di Stato del Canton Uri non costituisce in alcun modo una vittoria per chi vuole isolare il Ticino per oltre tre anni dal resto della Svizzera e fargli perdere migliaia di posti di lavoro. Al contrario: nel Canton Uri si sta formando un comitato interpartitico a favore del completamento…

Lorenzo Quadri

 

Accordi fiscali: un referendum per evitare il baratro

Ci è voluto un po’ di tempo per iniziare concretamente, ma alla fine ci siamo. La raccolta delle firme per il referendum contro gli Accordi fiscali con  Gran Bretagna, Germania ed Austria è partita da una settimana e procede ormai a pieno regime.

Questo referendum è sicuramente uno dei più importanti della politica svizzera degli ultimi anni. Perché la posta in gioco è altissima. Ne va non solo della nostra Piazza finanziaria – che è una delle risorse più importanti del Paese – ma anche della nostra sovranità nazionale. Si tratta inoltre di far giungere dal popolo, a questo Consiglio federale campione intergalattico di cedimento ad oltranza, un messaggio chiaro ed inequivocabile: così non si va avanti.

I rapporti con un’UE sull’orlo del baratro e con gli USA anch’essi in declino (con tanto di Stati falliti) non possono essere improntati ad una simile base. Con l’UE e con gli Stati Uniti siamo in guerra economica. Costoro hanno inoltre a più riprese dimostrato che le concessioni fatte da Berna, per quanto avvenute a tambur battente, non saranno mai sufficienti ad accontentarli: vorranno sempre di più.

Le conseguenze degli accordi fiscali sulla piazza finanziaria svizzera e ticinese le abbiamo indicate più volte, ma le ripeteremo ad oltranza affinché nessuno possa fingere di non sapere. Un terzo dei posti di lavoro sono in pericolo. Per il Ticino, vuol dire ritrovarsi con almeno 4000 disoccupati in più nel settore finanziario. E cosa faranno questi futuri disoccupati, che magari hanno lavorato in banca o in una fiduciaria per due decenni e adesso hanno cinquanta o più anni e famiglie a carico? Per dirla in burocratese: in che ambito professionale potranno essere riciclati questi profili? E soprattutto, chi li assumerà? Davanti a migliaia di persone si sta aprendo un baratro: sarà bene che ce ne rendiamo tutti conto. Non solo i lavoratori direttamente toccati, ma anche il resto della popolazione. Perché perdere 4000 impieghi sulla piazza finanziaria equivale ad una catastrofe sociale, oltre che economica.

E’ a dir poco sconvolgente sentire i soliti politicanti dei partiti storici parlare con leggerezza, in riferimento alla piazza finanziaria, di “attività che hanno fatto il loro tempo”, di “situazione che doveva finire”, e dell’”opportunità (sic!) di riorientarsi su nuove risorse”.

Punto primo: il fatto che si parli di “opportunità” in relazione alla cancellazione di 4000 posti di lavoro – e di posti di lavoro ben retribuiti, che permettono ai loro titolari di far girare l’economia – è roba, come diceva quel tale, da «metter mano alla pistola».

Punto secondo: chi li riqualifica e li fa lavorare i 4000 futuri disoccupati (tra cui molti ultracinquantenni) del settore finanziario ticinese? Forse i politicanti di cui sopra?

La nostra piazza finanziaria va difesa con ogni mezzo. E non per fare un favore alle grandi banche, le quali della Svizzera e del Ticino se ne infischiano (la Svizzera la usano solo per il marchio, mentre di tutto il resto chissenefrega) bensì per salvare migliaia di posti di lavoro. E non solo, ma per salvare anche decine di milioni di entrate fiscali e di indotti economici. E per evitare a migliaia di famiglie ticinesi di finire nel baratro della disoccupazione e dell’assistenza.

E che dire poi dell’obbligo che si vorrebbe imporre alla Svizzera, tramite gli accordi Rubik con Germania, Gran Bretagna ed Austria, di fare da esattore fiscale per conto di questi Stati? Cosa siamo noi, i lacché dell’UE?

Firmare massicciamente il referendum non vuol dire solo darsi da fare per salvare migliaia di posti di lavoro. Significa anche mandare un segnale chiaro al Consiglio federale: la politica del cedimento ad oltranza deve finire.

Lorenzo Quadri

 

 

Cassa malati: l’amnistia per morosi rischia di svanire nel nulla

Tutto come da copione. Dal sito comparis.ch risulta che l’anno prossimo i premi di cassa malati aumenteranno ulteriormente del 3%. Si tratta di una previsione a livello nazionale. Non è dato al momento di sapere, dunque, cosa succederà in Ticino. Tuttavia è chiaro che la musica è sempre la stessa. Ossia che i premi crescono. E crescono, a questo punto, tendenzialmente all’infinito. 

Eppure c’è stato un momento in cui sembrava – o per lo meno: si voleva far credere – che la tendenza si sarebbe potuta invertire, almeno per i ticinesi, che hanno pagato per anni premi eccessivi.

I (pochi) fautori del managed care tenteraano ora di sostenere che con il loro sistema la musica sarebbe cambiata. Non è vero. Infatti, anche a voler prendere per buone le tesi dei sostenitori, i costi globali sarebbero diminuiti dell’1%, il tutto senza influenza alcuna sui premi di cassa malati.

 

Morosi

C’è anche un altro problema non di poco conto, ed è quello dei morosi di cassa malati. I quali da inizio anno sono stati “amnistiati”:  nel senso che il Cantone rifonde agli assicuratori l’85% dei premi (e delle partecipazioni,…) arretrati dei morosi in carenza beni, ed in cambio l’assicuratore ripristina la copertura. L’obiettivo dell’esercizio dovrebbe però essere, a questo punto, che il moroso amnistiato (se non proprio tutti, almeno una buona fetta…)  che è tornato ad avere la copertura, versi regolarmente il premio. In caso contrario rischia di venire nuovamente sospeso, se il Cantone giudicherà – in base a parametri rigorosi – che avrebbe potuto pagare e non l’ha fatto per cattiva volontà.

 

L’amnistia semisconosciuta

Il rischio è che molti morosi, con buona probabilità nemmeno sanno di essere stati amnistiati e quindi, pensando di essere sospesi come prima, e ritenendo il debito ormai comunque irrecuperabile, e quindi la copertura definitivamente persa, continuano a non pagare.

Il risultato è che torneranno sospesi un’altra volta, con penalizzazioni ancora più pesanti di prima, senza essere riusciti a cogliere l’opportunità unica che è stata loro offerta. Ai Comuni è stato dato (dal Cantone) il compito di contattare i morosi che nonostante l’amnistia non si sono messi in regola, ossia che non hanno pagato regolarmente i premi, per far sì che si rimettano in carreggiata.

 

Gli elenchi che non arrivano

Per svolgere il proprio compito tuttavia i Comuni devono disporre dell’elenco di chi non ha pagato i premi di cassa malati. Questa informazione, che è in possesso, ovviamente, degli assicuratori, avrebbe dovuto essere disponibile per fine marzo. Siamo a metà luglio e gli elenchi non ci sono ancora.

Il risultato è che nel frattempo il debito verso la cassa malati di chi non ha pagato i premi è già cresciuto, diventando probabilmente già irrecuperabile. Si tratta di un debito che cresce in fretta e che, dunque, non ci mette molti mesi ad uscire dalla portata di persone che in genere si trovano già vicine alla soglia di povertà.

Il risultato è che queste persone finiranno nuovamente sospese e il Cantone, una volta spiccato l’atto di carenza beni, si troverà a dover pagare l’85% del debito al loro posto.

Morale: l’amnistia di inizio anno rischia di concludersi con un fallimento. Ed il continuo aumento dei premi di cassa malati di certo non aiuta.

Lorenzo Quadri

13a AVS: nessun motivo plausibile per rifiutarla

 

Finalmente, dopo due anni d’attesa, il prossimo 23 settembre si potrà votare sulla Tredicesima AVS. Ossia sull’iniziativa popolare lanciata dalla Lega dei Ticinesi dal nome: “un aiuto concreto agli anziani in difficoltà”. Si tratta, come tutti sanno, di un vecchio cavallo di battaglia del nostro Movimento che viene – oggi come ieri – avversato unicamente per motivi partitici: MAI dare ragione alla Lega. Lo si è visto in maniera plateale a Lugano, quando il Consiglio comunale ha bocciato con argomentazioni vacue il messaggio licenziato all’unanimità dal Municipio.

Poi a Lugano, grazie anche all’impegno della Lega, ci si è potuti attivare diversamente, tramite revisione e potenziamento del regolamento sociale comunale, che adesso tutti lodano: va ribadito che nulla di tutto questo sarebbe avvenuto senza l’impulso leghista pro-Tredicesima AVS.

Si tratta però di due tipi d’intervento molto diversi, che possono benissimo convivere: il regolamento sociale comunale è un aiuto puntuale per far fronte a spese concrete (con tanto di fattura), la Tredicesima AVS è un contributo annuale ricorrente destinato ai nostri anziani (svizzeri o residenti in Svizzera da almeno 12 anni) di condizione economica modesta. Quindi non ai milionari, ma a quelli che beneficiano della prestazione complementare o che hanno un reddito analogo o inferiore a quello garantito dalla PC senza ottenerla. Si tratta di un problema che il nostro Movimento, “vox clamans in deserto”, solleva da molti anni ormai, da sempre inascoltato: e non perché l’argomento non sia reale, ma sempre per il solito motivo citato sopra, ossia che non bisogna MAI dare ragione alla Lega.

Questi anziani, quelli che non ricevono la PC ma hanno un reddito analogo o addirittura inferiore (ma rimangono “fregati” perché proprietari di una casetta, dell’ appartamento in cui vivono, di un terreno o di un rustico magari ereditato che fa “saltare” il diritto a ricevere la complementare) sono i più sfavoriti. Dopo la cinquecentesima fetta, se ne è accorto anche il PPD il quale, proprio nelle scorse settimane, ha presentato una mozione a tema in Gran Consiglio. Poi però, in plateale contraddizione – ma in perfetta coerenza col sacro dogma del “non bisogna MAI dare ragione alla Lega” – i rappresentati pipidini in Parlamento sono riusciti nell’acrobatica impresa di votare contro la Tredicesima AVS.

 

L’aspetto “meritocratico”

La Tredicesima AVS contiene anche, ed è un pregio, una componente di meritocrazia. Tra i poveri (o relativamente poveri visto che in Ticino nessuno, per fortuna, dorme sotto i ponti) gli anziani non sono necessariamente quelli messi peggio – con l’eccezione però dei proprietari di casetta costretti, causa sostanza immobiliare, a tirare a campare con la sola AVS. Il reddito minimo garantito dalla Prestazione complementare è infatti superiore a quello garantito dall’assistenza. Gli anziani poveri non sono, di regola, i più poveri dei poveri. E allora? Vogliamo paragonare l’anziano ticinese che, con il suo lavoro e con i suoi sacrifici, ha costruito la nostra società, il nostro (sempre più relativo) benessere e che, giunto all’ultima parte della sua esistenza si trova ancora, per tutto ringraziamento, a dover tirare la cinghia dopo una vita di privazioni, allo straniero arrivato l’altro ieri in Svizzera per mettersi a carico del nostro Stato sociale, e che prontamente – grazie ai soliti noti – vi attinge senza mai aver versato un centesimo di contributi? Noi la differenza la vogliamo fare. Eccome che la vogliamo fare!

 I nostri anziani meno fortunati meritano un riconoscimento, un “plus”. Sottoforma, appunto, di Tredicesima AVS. Per questo il nome “Tredicesima AVS”, per quanto tecnicamente scorretto per indicare l’iniziativa leghista, è però molto esemplificativo.

Anche la Tredicesima è una forma di riconoscimento. Un riconoscimento che i “noss vecc” meritano più di altri e che, dal punto di vista dei costi, è assolutamente sostenibile.

Lorenzo Quadri

Gottardo: i perché di una decisione

L’iniziativa popolare con l’obiettivo di portare sempre alle urne i cittadini sui trattati internazionali importanti non l’ha spuntata. Questo non vuole però dire che su tali accordi non si voterà. Dovrà però esserci qualcuno che si sobbarcherà il compito, di certo non leggero, di raccogliere le firme: perché un referendum riesca, ce ne vogliono 50 mila in 100 giorni.

Quel qualcuno ci sarà nel caso degli accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania ed Austria. L’ASNI ha annunciato il referendum e in Ticino la Lega sarà della partita.

Gli accordi approvati a maggioranza dalle Camere federali altro non sono che il frutto della politica del cedimento ad oltranza del Consiglio federale davanti alle pretese di un’UE sull’orlo del baratro.

I Confederati nel 1291 resistettero agli Asburgo che avrebbero dominato l’Europa per un millennio; oggi il Consiglio federale alza bandiera bianca anche davanti a nazioni fallite. I tempi sono proprio cambiati!

I trattati con Gran Bretagna, Germania ed Austria, con liberatorie al 30-40%, rappresentano un pericoloso precedente per le negoziazioni in corso con l’Italia. Non solo, ma avranno un prezzo altissimo: i banchieri privati parlano di anche il 30% dei posti di lavoro a rischio, le cifre avanzate dai fiduciari non sono più allegre.

Questo vuol dire migliaia di disoccupati sulla piazza finanziaria ticinese. Con il corollario che ne consegue. Precarietà, sostituzione di ticinesi con frontalieri. Inoltre, caduta del potere d’acquisto e degli indotti creati dai bancari e, ovviamente, netta perdita di gettito fiscale. Fa specie che la Sinistra, sempre pronta a scagliarsi istericamente contro ogni ipotesi di sgravio fiscale, sembri non rendersi conto di quest’ultimo aspetto (nemmeno degli altri, per la verità).

Il Consiglio federale, come pure le Camere, non hanno fatto il proprio dovere nei confronti del Paese. Invece di difenderne le risorse ed i posti di lavoro hanno ceduto davanti a tutte le pressioni internazionali in arrivo da UE, OCSE e compagnia bella. Le conseguenze, se gli accordi conclusi diventeranno realtà, non tarderanno a manifestarsi, e saranno tragiche. Se qualcuno poi si illude che simili trattati taciteranno gli appetiti di un’Europa farcita di Stati in bancarotta, che ha messo gli occhi sulla nostra piazza finanziaria, per questo qualcuno si prepara un amaro risveglio. La Svizzera rispetta i patti. Gli altri no.  Oltretutto non passa quasi giorno senza che si apprenda di qualche nuovo cedimento federale nei confronti dell’UE. Gli accordi sottoscritti, ben lungi dal mettere la parola fine alla débâcle della piazza finanziaria svizzera in generale e ticinese in particolare, non saranno che l’inizio. Il fatto che l’accordo con la Germania spalanchi le porte alle fishing expeditions creando la possibilità di controlli a campione, la dice lunga.

Da sottolineare, poi, la mancanza di reciprocità: forse che in Austria – nazione che si tiene ben stretto il proprio segreto bancario pur essendo membro dell’Unione europea – non ci sono capitali elvetici? E come la mettiamo con la piazza londinese e con le bizzarre isolette nella Manica? Il fatto che da queste “location” non confluirà in Svizzera un centesimo, è un ulteriore chiaro indizio che i tre trattati “benedetti” a Berna non sono frutto di una negoziazione, ma di una resa unilaterale da parte elvetica.

Che poi la Svizzera si impegni a fungere da esattore fiscale per conto di paesi che non sono in grado di far pagare le imposte ai propri cittadini, ponendosi così in una funzione servile, è anche lesivo della nostra sovranità.

Né deve trarre in inganno il sostegno che gli accordi Rubik riscuotono presso le grandi banche, la cui priorità è mettere una pietra su trascorsi imbarazzanti (eufemismo). A queste multinazionali il futuro della piazza elvetica interessa poco. Gli accordi approvati porteranno, semplicemente, ad una fuga di capitali (e di conseguenza di posti di lavoro) dalla Svizzera verso lidi esotici. Le grandi banche compenseranno in tali lidi ciò che non guadagneranno più  nel nostro Paese. Senza danno per l’utile globale.

I posti di lavoro sulla nostra piazza finanziaria – e a rischio ci sono migliaia di impieghi – meritano di venire difesi con forza contro una simile politica della bandiera bianca. Per questo il referendum deve riuscire.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi 

 

 

Accordi fiscali: la politica della bandiera bianca

L’iniziativa popolare con l’obiettivo di portare sempre alle urne i cittadini sui trattati internazionali importanti non l’ha spuntata. Questo non vuole però dire che su tali accordi non si voterà. Dovrà però esserci qualcuno che si sobbarcherà il compito, di certo non leggero, di raccogliere le firme: perché un referendum riesca, ce ne vogliono 50 mila in 100 giorni.

Quel qualcuno ci sarà nel caso degli accordi fiscali con Gran Bretagna, Germania ed Austria. L’ASNI ha annunciato il referendum e in Ticino la Lega sarà della partita.

Gli accordi approvati a maggioranza dalle Camere federali altro non sono che il frutto della politica del cedimento ad oltranza del Consiglio federale davanti alle pretese di un’UE sull’orlo del baratro.

I Confederati nel 1291 resistettero agli Asburgo che avrebbero dominato l’Europa per un millennio; oggi il Consiglio federale alza bandiera bianca anche davanti a nazioni fallite. I tempi sono proprio cambiati!

I trattati con Gran Bretagna, Germania ed Austria, con liberatorie al 30-40%, rappresentano un pericoloso precedente per le negoziazioni in corso con l’Italia. Non solo, ma avranno un prezzo altissimo: i banchieri privati parlano di anche il 30% dei posti di lavoro a rischio, le cifre avanzate dai fiduciari non sono più allegre.

Questo vuol dire migliaia di disoccupati sulla piazza finanziaria ticinese. Con il corollario che ne consegue. Precarietà, sostituzione di ticinesi con frontalieri. Inoltre, caduta del potere d’acquisto e degli indotti creati dai bancari e, ovviamente, netta perdita di gettito fiscale. Fa specie che la Sinistra, sempre pronta a scagliarsi istericamente contro ogni ipotesi di sgravio fiscale, sembri non rendersi conto di quest’ultimo aspetto (nemmeno degli altri, per la verità).

Il Consiglio federale, come pure le Camere, non hanno fatto il proprio dovere nei confronti del Paese. Invece di difenderne le risorse ed i posti di lavoro hanno ceduto davanti a tutte le pressioni internazionali in arrivo da UE, OCSE e compagnia bella. Le conseguenze, se gli accordi conclusi diventeranno realtà, non tarderanno a manifestarsi, e saranno tragiche. Se qualcuno poi si illude che simili trattati taciteranno gli appetiti di un’Europa farcita di Stati in bancarotta, che ha messo gli occhi sulla nostra piazza finanziaria, per questo qualcuno si prepara un amaro risveglio. La Svizzera rispetta i patti. Gli altri no.  Oltretutto non passa quasi giorno senza che si apprenda di qualche nuovo cedimento federale nei confronti dell’UE. Gli accordi sottoscritti, ben lungi dal mettere la parola fine alla débâcle della piazza finanziaria svizzera in generale e ticinese in particolare, non saranno che l’inizio. Il fatto che l’accordo con la Germania spalanchi le porte alle fishing expeditions creando la possibilità di controlli a campione, la dice lunga.

Da sottolineare, poi, la mancanza di reciprocità: forse che in Austria – nazione che si tiene ben stretto il proprio segreto bancario pur essendo membro dell’Unione europea – non ci sono capitali elvetici? E come la mettiamo con la piazza londinese e con le bizzarre isolette nella Manica? Il fatto che da queste “location” non confluirà in Svizzera un centesimo, è un ulteriore chiaro indizio che i tre trattati “benedetti” a Berna non sono frutto di una negoziazione, ma di una resa unilaterale da parte elvetica.

Che poi la Svizzera si impegni a fungere da esattore fiscale per conto di paesi che non sono in grado di far pagare le imposte ai propri cittadini, ponendosi così in una funzione servile, è anche lesivo della nostra sovranità.

Né deve trarre in inganno il sostegno che gli accordi Rubik riscuotono presso le grandi banche, la cui priorità è mettere una pietra su trascorsi imbarazzanti (eufemismo). A queste multinazionali il futuro della piazza elvetica interessa poco. Gli accordi approvati porteranno, semplicemente, ad una fuga di capitali (e di conseguenza di posti di lavoro) dalla Svizzera verso lidi esotici. Le grandi banche compenseranno in tali lidi ciò che non guadagneranno più  nel nostro Paese. Senza danno per l’utile globale.

I posti di lavoro sulla nostra piazza finanziaria – e a rischio ci sono migliaia di impieghi – meritano di venire difesi con forza contro una simile politica della bandiera bianca. Per questo il referendum deve riuscire.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi 

 

 

Turismo: basta con il livellamento verso il basso!

Intervista pubblicata sul MDD dell’8 luglio 2012;

argomento: la rottura tra gli enti turistici del Locarnese e del Luganese e Ticino Turismo

 

*****


Il Municipio di Lugano sostiene la posizione degli enti turistici del Locarnese e del Luganese. I motivi?

A Lugano il settore turistico è stato oggetto, negli scorsi mesi, di un’ importante ed impegnativa riorganizzazione, che ha visto da un lato la fusione tra l’ente turistico di Lugano e quello del Malcantone, dando vita al nuovo Ente Turistico del Luganese. Dall’altro, è stato creato un vero Dicastero turismo della città, con la competenza primaria per quel che riguarda il territorio comunale. E’ chiaro quindi che sul Ceresio non si ha la benché minima intenzione di lasciarsi spossessare di risorse e di competenze, visto che attualmente in direzione di Ticino turismo partono milioni senza che si vedano, in ritorno, dei risultati apprezzabili. Da qui il sostegno del Municipio all’iniziativa dei due enti turistici regionali. Spero che a Bellinzona ci si renda conto che la questione non potrà essere appianata con conciliaboli o pour parler. Serve un radicale cambiamento di rotta.

Il direttore uscente di Ticino Turismo, Tiziano Gagliardi, ha dichiarato nel corso dell’assemblea che non ci si può far prendere dal mantra: “chi ha i soldi comanda”.

Premessa: non si tratta di entrare in polemica con Gagliardi, perché il problema è di strutture e non di persone. Detto questo: il direttore di Ticino Turismo si aspetta forse che chi paga milioni sia disposto ad accettare tranquillamente di farsi espropriare e di farsi comandare? Non raccontiamo barzellette…

Ma l’unione non fa la forza?
No, se unione significa frenare chi va troppo veloce perché bisogna portare tutti sullo stesso piano. Con impostazioni di questo tipo si entra nelle solite logiche di livellamento verso il basso. Chi ha le risorse per tirare il carro deve essere messo nelle condizioni di poterlo fare. Nell’interesse di tutti. Senza poli trainanti questo Cantone non andrà da nessuna parte. Nemmeno nel settore turistico.

L’alleanza Lugano-Locarno è per lo meno insolita…

Ticino Turismo è riuscito a mettere d’accordo Lugano e Locarno: non è un’impresa da poco…

 

 

Turismo: non fermiamo le locomotive

Il turismo, croce e delizia di questo Cantone, ultimamente più croce che delizia, è uno degli argomenti di discussione preferiti, fornendo a schiere di tuttologi lo spunto per dire la loro, magari autoproclamandosi “esperti”.

Da tempo è in corso una nuova revisione della Legge cantonale sul turismo. All’orizzonte si prospettano progetti misteriosi e sigle che ricordano modelli di telefonino (TMC, TTH, SST, DMO,…).

La procedura ufficiale di consultazione non è ancora avviata. Tuttavia quel che trapela dai vari gruppi di lavoro non pare esattamente rassicurante.

A titolo “preventivo” (come disse quell’ex presidente USA) vale la pena evidenziare alcuni aspetti.

Riforme in senso centralistico, volte ad attribuire ancora più risorse e competenze a Ticino turismo, non sono accettabili. Il prodotto turistico è strettamente collegato al territorio. Una definizione poco elegante dal punto linguistico, ma illustrativa è la seguente: “il prodotto turistico è composto da una serie di elementi disposti ed organizzati, in una determinata area, che hanno lo scopo di soddisfare il turista”. Emerge quindi in modo chiaro la competenza dell’ente di prossimità. Ovvero Comuni ed Enti regionali. Essi conoscono il territorio con le sue specificità. Devono quindi avere le competenze e le risorse per creare il prodotto turistico, ed anche promuoverlo e propagandarlo. I diversi aspetti non possono essere scissi, come invece avviene ora.

In Ticino esistono alcune destinazioni che costituiscono un marchio turistico forte e di valenza nazionale ed internazionale. Questi punti di forza – per quanto possa sembrare banale dirlo – vanno valorizzati. Per farlo sono però necessari dei margini di manovra reali e non di facciata. Ad esempio: Lugano è un marchio turistico, Locarno è un marchio turistico, Ascona idem. Il Ticino di per sé, invece, non lo è. Ognuna delle destinazioni “forti” sopra citate ha delle sue peculiarità ed un suo pubblico. Le differenti vocazioni dei comprensori non possono essere semplicemente ignorate con accorpamenti contronatura (ad esempio: mettere assieme Lugano e Locarno, come qualcuno progetta di fare). Men che meno possono essere diluite in castranti sovrastrutture cantonali. Le quali dovrebbero semmai limitarsi a compiti di coordinamento e di osservatorio.

Invece, ancora una volta si rischia di incappare nel deplorevole vizio del livellamento verso il basso. Vizio peraltro visibile anche in materia di politica comunale. I poli forti, quelli che hanno (avrebbero) le competenze e le risorse per emergere, vengono frenati “per non creare disparità”. Perché tutti devono essere “portati sullo stesso piano”. Ma chi l’ha detto?

Una simile politica comporta la perdita delle “locomotive” e la caduta nella mediocrità. Con danno per tutti. Josep Acebillo, in una conferenza di un paio di anni fa, disse: «non può esistere un Cantone forte senza un polo forte».

Che il turismo non se la passi nel migliore dei modi è manifesto. Del resto si tratta di un fenomeno generalizzato. A Lugano, per rilanciare il settore, è stata messa in campo un’importante riorganizzazione: da un lato la nascita del Dicastero Turismo della Città, dall’altro la fusione tra Lugano Turismo e l’Ente turistico del Malcantone. Questa riorganizzazione, la collaborazione tra Dicastero ed Ente e – elemento molto importante – di entrambi con gli attori economici presenti sul territorio, si è rapidamente tradotta in progetti concreti: dal potenziamento delle manifestazioni all’azione “Lugano Cambia” attualmente in “tournée” nella Svizzera tedesca. Non è che l’inizio. Le autonomie locali, là dove funzionano e sono forti, vanno valorizzate. E’ quindi evidente che un’esautorazione, sotto qualsiasi forma, a vantaggio di fumogene strutture di valenza cantonale, non entra nemmeno in linea di conto. Né si è disposti ad entrare nel merito di ulteriori logiche (s)perequative miranti a sottrarre risorse a chi non solo le produce, ma è anche in grado di farle rendere: ciò che non necessariamente è il caso dell’ente turistico cantonale.

Lorenzo Quadri

Capodicastero turismo

Città di Lugano