Ristorni e iniziative fotocopia

Domani  in Consiglio nazionale si dibatterà sull’iniziativa cantonale ticinese presentata un anno fa, ma incentrata su un tema quanto mai attuale: i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.

L’iniziativa cantonale chiede che i ristorni vengano rinegoziati con l’Italia in modo da tenere conto del principio della reciprocità e di abbassarne il tasso, ancora assurdamente fissato al 38.8%, allineandolo al 12.5% stabilito nel 2006 con l’Austria.

Sulla reciprocità: come noto oggi essa non esiste, visto che il Belpaese, per i (pochi) frontalieri al contrario, all’erario ticinese non versa un copeco.

Il tasso di ristorno al 38.8%, cifra astronomica, era invece stato deciso nel remoto 1974: si trattava di un “pizzo” all’Italia, la quale, in cambio della ricca compensazione, si impegnava ad accettare il segreto bancario elvetico. Al proposito abbiamo visto come è andata a finire: essendo l’Italia, assieme agli USA, il nemico numero uno del nostro segreto bancario, è chiaro come il sole che non c’è più alcun motivo per pagare il “pizzo”. E nemmeno per pagare i ristorni, che si auspica verranno bloccati in eterno.

L’iniziativa cantonale contiene anche una terza richiesta: se la Confederazione ritiene di non poter abbassare il tasso di ristorno dal 38.8% al 12.5% austriaco, la differenza al Ticino la deve versare Berna.

A qualcuno queste richieste sembrano familiari?

Niente di strano: la Lega batte da anni questi chiodi. Ed è stata la prima a presentare sottoforma di atti parlamentari le richieste confluite nell’iniziativa cantonale. Iniziativa che è stata bellamente copiata dagli atti parlamentari leghisti: trattasi dunque dell’ennesima iniziativa fotocopia, o Xerox che dir si voglia, da parte dei partiti $torici: i quali prima denigrano le proposte leghiste come populiste e razziste, poi le copiano senza ritegno. Lo abbiamo visto sui frontalieri, lo abbiamo visto sulla criminalità transfrontaliera, lo abbiamo visto sui ristorni – e la lista delle fotocopiature non è finita.

Ironia della sorte, a seguito delle rigide procedure organizzative del Consiglio nazionale, l’unico  deputato ticinese che domani potrà prendere la  parola in aula su questo tema sarà Fulvio Pelli, che è relatore. Gli altri non potranno intervenire (se non, al limite, ponendo delle domande).

Ovviamente nessuno si fa illusioni su quale sarà il destino dell’iniziativa cantonale.

Poiché bisogna a dare a Cesare quel che è di Cesare, è importante sottolineare che la paternità delle richieste che verranno discusse domani al Nazionale, richieste nell’interesse del Ticino, è della Lega dei Ticinesi;  non certo del PLR né di Fulvio Pelli.

Lorenzo Quadri

Roberta Pantani

CN Lega

 

Segreto bancario: lo sfacelo annunciato

Fermezza nel cedimento. Ancora una volta, come prevedibile, il Consiglio nazionale a larga maggioranza (110 contro 56) si è accodato questa sera al Consiglio federale nel decretare la fine del segreto bancario elvetico nei confronti degli USA. Analoghi smantellamenti seguiranno,  a non averne dubbio, nei confronti dell’UE.

Il governo ed il parlamento elvetico accettano senza battere ciglio ogni Diktat degli USA, i quali mantengono i paradisi fiscali al loro interno, e neppure si sognano di avanzare pretese nei confronti di piazze finanziarie “esotiche”, le quali stanno già approfittando dei continui colpi inferti ai rimasugli del segreto bancario svizzero.

La perdita in materia di posti di lavoro sarà sensibile. Il substrato fiscale e sociale ne patirà duramente. La disoccupazione nel settore terziario aumenterà, come aumenterà la sostituzione di residenti con frontalieri.

Il Consiglio nazionale non ha voluto nemmeno dare un segnale a difesa dei posti di lavoro della piazza finanziaria; che, evidentemente, vengono reputati impieghi di serie B.

Chi si è opposto a questo smantellamento avrà ancora una volta la magra consolazione di sentirsi dare ragione a posteriori.

 

Lorenzo Quadri

Roberta Pantani

Consiglieri nazionali

Lega dei Ticinesi

Libera circolazione: ma non andava tutto bene?

Proseguono, da parte del Consiglio federale, i cerotti sulla gamba di legno in materia di libera circolazione delle persone.

Il governo nazionale ha infatti annunciato urbis et orbis di aver trasmesso al Parlamento il pacchetto per l’adeguamento delle misure collaterali alla libera circolazione delle persone. Ma come: la famigerata SECO, quella del dirigente ed ex sindacalista ro$$o Serge Gaillard noto per la brillante affermazione “immigrazione uguale ricchezza”, non diceva che andava tutto bene? E questa posizione  fuori dal mondo non è forse stata pappagallata per anni dai Consiglieri federali titolari del dipartimento dell’economia, vedi Doris Leuthard (che i maligni paragonano ad un grosso uccello bianco che non è un cigno) e Schneider Ammann? Dumping salariale in Ticino? “Dai nostri dati non emerge”! Frontalieri che soppiantano i ticinesi nelle assunzioni? “Dai nostri dati non emerge!” Abusi nel terziario? “Dai nostri dati non emerge!” Però 52mila frontalieri in continuo aumento, come pure le 15’300 notifiche di lavoro temporaneo da parte di artigiani d’Oltreconfine, che si traducono in 628mila giornate lavorative, che a loro volta si traducono in una cifra d’affari di mezzo miliardo (cifra andata persa agli operatori locali e finita in tasche d’Oltreconfine), quelli emergono! E com’è possibile, secondo la SECO e il Consiglio federale, che dati del genere, in un Cantone di 320mila abitanti, rimangano senza conseguenze nefaste?

Sicché, dopo la lunga serie di “non emerge”, ed in palese contraddizione con la medesima, adesso il Consiglio federale propone il pacchetto d’adeguamento delle misure collaterali. Ma come: non andava tutto a meraviglia?

Il pacchetto d’adeguamento, comune, non deve dare adito ad illusioni di sorta: si riduce a qualche cerottino qua e là. Ad una serie di proposte che, per avere un minimo di efficacia, necessiterebbero di risorse finanziarie ed umane enormi, che evidentemente Berna non si sogna di mettere a disposizione.

Queste misure accompagnatorie hanno tutta l’aria del contentino che, in nome del politicamente corretto, “bisognava” accordare ai Cantoni di confine. Ma lì tutto comincia e lì tutto finisce. Non sarà con simili proposte che si risolveranno i gravissimi problemi causati dalla libera circolazione delle persone al mercato del lavoro ticinese. Perché questi problemi non sono risolvibili. Se non buttando all’aria la libera circolazione delle persone. Nessuna misura fiancheggiatrice ci porterà fuori dal pantano. Queste misure hanno ampiamente dimostrato di non funzionare. La realtà è che per il Ticino, proprio come avevano previsto la Lega e il Mattino, la libera circolazione delle persone è stata una sciagura. L’unica via d’uscita consiste nel buttare all’aria la libera circolazione delle persone, reintroducendo clausole preferenziali per i residenti e contingenti sulle notifiche per lavoro di breve durata. Alternative non ce ne sono.

 

Aperture dei negozi: siamo all’harakiri

Come c’era da temere, il Consiglio di Stato ci ricasca e non autorizza l’apertura straordinaria dei negozi al 19 marzo (festa del papà) come pure al 15 aprile. Aperture straordinarie saranno possibili solo nel periodo natalizio.                         

Ancora una volta, dietro c’è lo zampino del Tribunale amministrativo (Tram) già prodottosi in perle analoghe a detrimento dell’economia e del tessuto lavorativo cantonale: pure l’anno scorso all’ultimo momento, a seguito di un ricorso, era stato posto il veto all’apertura dei negozi il giorno di San Giuseppe. Vale anche la pena ricordare, in altro ambito, la scintillante decisione, sempre del Tram, di radiare dal bando di concorso per i docenti cantonali il requisito della conoscenza delle lingue nazionali, che permetteva di scremare già in partenza un buon numero di candidati docenti frontalieri dalla scuola pubblica ticinese.

Mentre nel Paese si dibatte sui problemi del turismo ticinese, confrontato con dati poco rallegranti, ecco che arriva la decisione governativa che sega le gambe a due giornate molto interessanti per il turismo di giornata e non solo.

La prima conseguenza concreta di questa improvvida decisione si è già vista: la cancellazione a Lugano da parte dell’Associazione via Nassa, della manifestazione “Nassa in fiore”, in calendario dal 12 al 15 aprile: ovvero in concomitanza con l’apertura dei negozi, poi negata, del 15 aprile nell’ambito di Emozioni Ticino. Una manifestazione interessante che avrebbe trasformato in un giardino fiorito il “salotto di Lugano”,  a beneficio di residenti e turisti.

Serve a poco interrogarsi e almanaccare sui problemi del turismo e dei commerci se poi, con decisioni come quella del Consiglio di Stato sulle aperture straordinarie, ci si tira la zappa sui piedi da soli. Ormai non si può nemmeno più dire che “si perdono delle occasioni”. Le occasioni le si sbattono proprio via. Volontariamente.

Il tutto, va da sé, per la gioia del commercio d’Oltreconfine, che se la ride, e alla grande, della cavillosità ticinese: per la concorrenza italiana una vera miniera d’oro. Proprio in questi giorni a Lavena è stato inaugurato un nuovo centro commerciale aperto 7 giorni su 7. Il quale può ovviamente contare, oltre che sugli orari d’apertura, sui vantaggi dati dal cambio. E sulla fattiva collaborazione del Tram e del CdS.

In queste condizioni, non c’è da scandalizzarsi se i commerci annunciano licenziamenti. Licenziamenti per i quali si potranno ringraziare il Tram, il Consiglio di Stato ed i ricorrenti contro le aperture straordinarie.

Per quel che riguarda Lugano, ma evidentemente non solo, la decisione di sbarrare le saracinesche impedendo di lavorare a chi vuole farlo, e questo anche a tutela dell’occupazione e a vantaggio del turismo, è un’aberrazione. Farsi male da soli? No, ormai siamo già all’harakiri.

Lorenzo Quadri

Capodicastero turismo

Città di Lugano

 

Il Consiglio federale “toppa” ancora

Per l’ennesima volta, il Consiglio federale dimostra di avere completamente perso la bussola in materia di rapporti con l’Italia. Il 15 febbraio scorso rispondendo ad un’interpellanza del sottoscritto sul tema del contenzioso fiscale tra Svizzera ed Italia, il CF metteva nero su bianco: «Secondo recenti dichiarazioni, il governo Monti è in procinto di studiare la possibilità di un accordo di cooperazione in materia fiscale (imposizione alla fonte in ambito internazionale) con la Svizzera sul modello di quelli firmati con la Germania e il Regno Unito». Senza indicare chi avrebbe rilasciato simili dichiarazioni, ed in che occasione.

Quindi il Consiglio federale, e non è la prima volta, appena un paio di settimane fa lasciava intravvedere la possibilità di una prossima conclusione di un accordo italo-svizzero. Con un chiaro messaggio sottointeso: esercitare pressioni sul Consiglio di Stato ticinese per lo sblocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.

Invece, ancora una volta, la realtà si rivela una doccia fredda per le illusioni elvetiche.  Al termine del Consiglio europeo di Bruxelles, le dichiarazioni del capo del governo italiano non eletto sono di tenore diametralmente opposto rispetto alle dichiarazioni ufficiali di Berna. “L’Italia – ha infatti detto Monti – non intende sottoscrivere Accordi bilaterali con la Svizzera sul tema fiscale”. Si punta sull’impostazione comunitaria.

E’ chiara quindi l’intenzione italiana di continuare a considerare la Svizzera una sorta di Stato canaglia. Altrettanto chiaro è che il Consiglio federale, per l’ennesima volta ha preso un grosso abbaglio: riteneva la soluzione bilaterale vicina, mentre invece propria questa soluzione viene ora esclusa da Monti.

Queste continue smentite dimostrano  in modo purtroppo inequivocabile che i rapporti con l’Italia sono fuori controllo. Il Consiglio federale non ha in mano la situazione e viene continuamente preso in contropiede. L’incapacità di Berna nel rapportarsi con i vicini a sud raccoglie sempre nuove e sconcertanti conferme. Il Consiglio federale non sarebbe uscito allo scoperto, mettendo nero su bianco su un atto ufficiale che «il governo Monti è in procinto di studiare la possibilità di un accordo di cooperazione in materia fiscale (imposizione alla fonte in ambito internazionale) con la Svizzera sul modello di quelli firmati con la Germania e il Regno Unito» se non fosse stato effettivamente convinto di questa presunta intenzione. Per l’ennesima volta ha preso lucciole per lanterne.

Questi abbagli a ripetizione non sono limitati al tema degli accordi fiscali, ma si estendono ad altri dossier di grande importanza per il Ticino, vedi il proseguimento a sud di AlpTransit.

In questo contesto il Ticino, primo bersaglio delle misure di pressione (leggi atti ostili) di Roma nei confronti di Berna, che quest’ultima dimostra di non sapere né contrastare né prevedere, deve quindi sapersi difendere.

Ovvio il mantenimento del blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri e la sua conferma anche per i ristorni del 2011.

Tuttavia, in prospettiva di nuovi attacchi comunitari alla Svizzera mirati a sfasciare i rimasugli del segreto bancario (chissà come mai questi attacchi non sono mai diretti verso piazze come Hong Kong, Macao, Singapore…?) si impongono misure nell’ambito della libera circolazione delle persone. Non si può porgere l’altra guancia all’infinito. Il fatto che il  Ticino dia  lavoro a 52mila frontalieri e a decine di migliaia di artigiani italiani, che sia quindi uno dei datori di lavoro più importanti per la vicina Penisola, non può essere considerato un dato acquisito e men che meno una realtà scontata ed immutabile. Soprattutto in considerazione delle gravi e pericolose distorsioni che la libera circolazione delle persone sta producendo sul mercato del lavoro ticinese, come pure sulla sicurezza del territorio.

 

 

Frontalieri: non raccontiamo storielle…

Interrogazione al Consiglio federale

Salari dei frontalieri: quali verifiche, e dove?

 

Nella sua risposta del 22.02.2012 all’interpellanza  11.4113, “Libera circolazione in Ticino, davvero non ci sono problemi?” il Consiglio federale si produce in una serie di affermazioni che non possono essere condivise, in quanto non corrispondono alla realtà del territorio ticinese così come viene rilevata dall’Ufficio del lavoro.

Il Consiglio federale scrive che «non ha trovato alcun elemento di prova di un soppiantamento dei lavoratori residenti da parte dei frontalieri. Tuttavia i dati non consentono neppure di escludere un fenomeno di questo tipo». Quest’ultima frase rappresenta una pregevole novità, purtroppo subito contraddetta da quella successiva: «Dall’analisi dei dati suddetti non è emersa l’esistenza di una particolare pressione salariale nei Cantoni di confine».

Il CF informa inoltre che nel 2012 «presterà particolare attenzione all’andamento dei salari d’ingresso nelle regioni di confine. A tale scopo sono previste verifiche dei salari versati ai frontalieri occupati nei settori più vulnerabili di alcuni Cantoni di confine, come il Cantone Ticino».

Chiedo al CF:

1)       Quali sono i settori “più vulnerabili” e nei quali verranno effettuate delle verifiche dei salari versati ai frontalieri?

2)       Cosa si intende in concreto con “verifiche”? Con quale frequenza verrebbero effettuate le verifiche? Con quali mezzi? Con quali sanzioni?

3)       Come  valuta  il CF il risultato della recente inchiesta Vimentis, dalla quale emerge un vasto malcontento nei confronti della libera circolazione delle persone (il 43% degli Svizzeri vorrebbe rinegoziare l’accordo, il 36% mantenerlo, il 16% disdirlo, mentre il 5% non esprime un’opinione)?

4)       In Ticino nel 2011 secondo i dati dell’Ufficio del lavoro del DFE sono state svolte ben 628mila giornate lavorative da artigiani e ditte italiane, nell’ambito delle notifiche di breve durata (max 90 giorni), per una cifra d’affari stimabile a mezzo miliardo di Fr. Non ritiene il CF che questa situazione renda necessari degli interventi?

5)       Il CF non reputa che la presenza, sulla piazza luganese, di segretarie frontaliere pagate poco più di 1000 euro al mese per un impiego a tempo pieno costituisca una pressione sui salari?

6)       Il CF è consapevole che la libera circolazione delle persone in Ticino causa non solo problemi vistosi, ma si scontra con un crescente rifiuto da parte della popolazione?

 

 

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

Gottardo: passo avanti da non sprecare!

A causa dei lavori di risanamento al tunnel autostradale del Gottardo, il traforo in questione rischia di rimanere chiuso per almeno tre anni. Questo significherebbe per il Ticino tre anni e più di isolamento dal resto della Svizzera. Ma non si tratta solo di un problema regionale, bensì nazionale ed internazionale.

 E’ chiaro dunque che nel nostro Cantone, contro lo scenario di chiusura triennale, deve avvenire una mobilitazione in grande stile. Una mobilitazione che coinvolga non solo i vari livelli istituzionali (Consiglio di Stato, deputazione alle Camere federali,  Comuni) ma anche le associazioni economiche di categoria: principalmente del turismo – Ticino turismo, enti locali, hotelleriesuisse, gastroticino,… – ma non solo. In caso di chiusura triennale del Gottardo a finire molto male non sarebbe  infatti solo il turismo (che già non se la passa bene), ma anche tutti gli altri settori economici.

 

Scelta politica

Nei prossimi mesi a livello federale verrà fatta una scelta politica della massima importanza per le ripercussioni che avrà sul nostro Cantone. O chiusura triennale del San Gottardo con misure fiancheggiatrici (che però si sa già in anticipo che non funzioneranno, ma in compenso costeranno uno sproposito), oppure completamento del traforo autostradale. Per completamento si intende la costruzione di un nuovo tunnel senza però che questo porti ad un aumento di capacità, altrimenti sarebbe necessaria una modifica della Costituzione. Si tratterebbe dunque di avere due tunnel monodirezionali, ciascuno con una sola corsia. Ciò che  costituirebbe tra l’altro un enorme passo avanti anche sotto il profilo della sicurezza rispetto all’attuale galleria bidirezionale.

 

Varianti “alla pari”

Inizialmente, a Berna si escludeva la realizzazione di una nuova “canna” e si parlava solo di chiusura per tre anni. Ma adesso, dopo aver approfondito il tema, anche sotto le cupole federali si comincia a realizzare che le cosiddette “misure fiancheggiatrici” (un nome che già di per sé porta jella, vedi le misure fiancheggiatrici degli Accordi bilaterali, completamente fallite) volte a mitigare i danni della chiusura triennale, costerebbero quasi come una nuova galleria. Anche la tempistica non sarebbe molto diversa, dal momento che le citate misure prevedono la costruzione di stazioni di trasbordo per caricare i veicoli sul treno a Biasca (per i camion) e ad Airolo per le auto. Stazioni che occuperebbero superfici di centinaia di migliaia di metri quadri. E’ evidente che contro l’edificazione di queste mostruosità ci saranno ricorsi e referendum a tutto andare, con tutte le conseguenze del caso per quel che riguarda la tempistica dell’eventuale realizzazione.

Ora, lunedì e martedì della scorsa settimana si è riunita a Berna la Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale. Tra i temi all’ordine del giorno c’era anche il risanamento del tunnel autostradale del Gottardo. Ebbene la citata Commissione ha votato, all’unanimità, un postulato che chiede al Consiglio federale un confronto approfondito tra la variante “chiusura per tre anni con misure accompagnatorie” e la variante “realizzazione di un secondo traforo senza aumento di capacità”. Ciò costituisce, senza con questo farsi illusioni, un passo avanti interessante. Infatti, il messaggio uscito dalla Commissione all’indirizzo del Consiglio federale è chiaro: il secondo tunnel autostradale del Gottardo non costituisce un’ipotesi balzana ed irrealizzabile, come era considerata fino a qualche mese fa, ma un’opzione concreta e fattibile. Un’opzione sullo stesso piano della chiusura triennale, e di pari dignità. I prossimi mesi saranno decisivi. Se il Ticino vuole evitare tre anni e più di isolamento dal resto della Svizzera, con conseguenze deleterie, deve dunque muoversi ora.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Membro commissione Trasporti e Telecomunicazioni

Padroncini: urgono contingenti

Mentre a livello federale l’indagine Vimentis rivela che la maggioranza degli intervistati è insoddisfatta dell’accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone – il 43% degli Svizzeri vorrebbe rinegoziare l’accordo, il 36% mantenerlo, il 16% disdirlo, mentre il 5% non esprime un’opinione – dall’Ufficio del lavoro del DFE giunge una notizia allarmante. Ossia che nell’anno 2011 gli artigiani italiani hanno svolto in Ticino 628mila giornate lavorative. Una cifra da far accapponare la pelle.

 

Giornate lavorative

Queste 628mila giornate lavorative sono il frutto delle oltre 15’300 notifiche di lavoro di breve durata inoltrate da padroncini, artigiani, distaccati UE in Ticino lo scorso anno. Da notare che nel 2010 erano il 30% in meno. Da notare pure che quelli indicati sono i dati ufficiali: quelli reali sono ben più elevati. Secondo gli Accordi bilaterali, questi operatori economici UE possono lavorare in Ticino fino a 90 giorni senza bisogno di alcun permesso, ma semplicemente notificandosi. La notifica può avvenire addirittura tramite e-mail: quando si dice stendere il tappeto rosso…

 

Esplosione ingiustificata

L’evoluzione dell’economia ticinese non giustifica affatto una simile esplosione dei “notificati”. E nemmeno si può venire a raccontare la storiella che costoro sarebbero specialisti che non si trovano in Ticino. Lo scorso anno abbiamo potuto dare un’occhiata di sfroso alla lista dei lavori svolti da questi  “notificati”. Ebbene si trattava di opere di giardiniere, di montaggio mobili, di posa piastrelle. Lavori per cui di sicuro l’offerta ticinese non manca.

Degno di nota poi il fatto che tra chi si era rivolto ad artigiani d’Oltreconfine ci fossero i nomi di noti esponenti dei partiti $torici. Quando si dice “dare l’esempio”…

 

Mezzo miliardo perso

L’informazione recentemente partorita dall’Ufficio del lavoro è molto importante. Tant’è che da queste colonne l’avevamo richiesta già da mesi. 628mila giornate lavorative, immaginando – e non è una stima fuori di testa – che una giornata di lavoro abbia un valore di 800 Fr – equivalgono a mezzo miliardo di franchi di cifra d’affari.

Ciò significa che, solo nell’anno 2011, una cifra d’affari di mezzo miliardo è andata persa all’economia ticinese, a beneficio di quella d’Oltreconfine.

Per quel che riguarda il genere di lavoro svolto ed i committenti, non c’è motivo di credere che la situazione sia diversa rispetto al 2010.

 

Residenti soppiantati

Poiché questi padroncini fanno quello che vogliono, e le tasse e gli oneri sociali non li pagano (anche perché mettersi in regola con il fisco predatorio della Vicina Penisola significa andare incontro alla rovina), essi possono proporsi a prezzi decisamente inferiori rispetto a quelli necessari alla concorrenza ticinese che vive in Ticino. Controllare tutti i cantieri è impossibile. Anche perché molti sono in ambienti interni (verniciatura, falegnameria) e dall’esterno mica si vedono.

Naturalmente il prezzo inferiore proposto dagli artigiani notificati comporta anche una componente di rischio. Se a lavoro finito sorgono dei problemi, andare a ripescare il padroncino d’oltreconfine non è certo uno scherzo. Ma l’esplosione del numero delle notifiche testimonia che, a quanto pare, in genere si reputa che il santo valga la candela.

Le cifre ufficiali, inferiori a quelle reali, dimostrano che una simile incondizionata – e tutt’altro che reciproca – libertà d’accesso di operatori italiani al bacino Ticinese porta alla catastrofe. Perché, come nel caso dei frontalieri “classici”, anche qui chi arriva da Oltreconfine lavora al posto dei residenti. I contingenti si fanno sempre più urgenti.

Consiglio federale e frontalierato: cerotti sulla gamba di legno

La risposta del Consiglio federale all’interpellanza del sottoscritto sui gravi problemi in cui il Ticino si dibatte a seguito della libera circolazione delle persone (dumping salariale, lavoratori residenti sostituiti da frontalieri, concorrenza sleale dei padroncini italiani a danno degli artigiani ticinesi,…) e le proposte in esso contenute,  hanno tutta l’aria del classico cerotto sulla gamba di legno.

In effetti, l’intero documento è molto più “menavia” rispetto a come viene presentato dai riassunti apparsi nei media. A credito dell’esecutivo federale va detto che, nella sua risposta, si intravvede quanto meno un  vago cambiamento d’impostazione. Finora, secondo il Consiglio federale, in Ticino con i Bilaterali andava tutto a meraviglia. Frontalieri che lavorano al posto dei residenti? Ma quando mai! Adesso la versione è leggermente diversa, in compenso più contorta. Infatti il Consiglio federale scrive di «non aver trovato alcun elemento di prova di un soppiantamento dei lavoratori residenti da parte dei frontalieri. Tuttavia i dati non consentono neppure di escludere un fenomeno di questo tipo». Poi, però, si torna a negare clamorosamente l’evidenza: «Dall’analisi dei dati suddetti non è emersa l’esistenza di una particolare pressione salariale nei Cantoni di confine». Forse che le segretarie a 1000 euro al mese non sono forse una pressione sui salari?

Quella che mediaticamente è stata presentata, in modo piuttosto azzardato, come una grande rivelazione è però l’informazione seguente: «Nel 2012 il Consiglio federale presterà particolare attenzione all’andamento dei salari d’ingresso nelle regioni di confine. A tale scopo sono previste verifiche dei salari versati ai frontalieri occupati nei settori più vulnerabili di alcuni Cantoni di confine, come il Cantone Ticino». Meglio di niente, si dirà. Bella scoperta. Ma quali sono, secondo il Consiglio federale, i “settori più vulnerabili”? Non viene detto da nessuna parte. E poi: cosa si intende per “verifiche”? Verifiche a tappeto? Verifiche a campione di un permesso su 10mila? Verifiche una volta e poi chi si è visto si è visto?

Come si vede, si rimane parecchio sul vago.

Piaccia o non piaccia, dalla situazione attuale non si esce se non tornando a ridare la priorità ai lavoratori indigeni. Ovvero: si rilascia il permesso per l’assunzione di un frontaliere solo se è dimostrato che non si è trovato un residente. Ma di questo il Consiglio federale non vuole proprio sentir parlare: perché, sottolinea, l’accordo sulla libera circolazione non lo permette. Grazie tante: lo sapevamo da un pezzo. Ed è per questo che l’accordo in questione va rivisto o fatto saltare.

Concludere poi con l’affermazione «Il Consiglio federale ritiene che l’attuale sistema offra ai Cantoni sufficienti strumenti per impedire ricadute negative della libera circolazione delle persone sui salari» denota scarsa della situazione ticinese. D’altra parte, è interessante notare che non vengono citate le ricadute negative sull’occupazione.

E’ ancora una volta evidente che a Berna i problemi del Ticino  vengono considerati – a voler essere generosi – con una buona dose di superficialità.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

Le case di vacanza sono il nemico?

Sull’iniziativa “Basta con la costruzione sfrenata di abitazioni secondarie” decideranno i cittadini svizzeri il prossimo 11 marzo. L’iniziativa vuole fissare il numero delle residenze secondarie in ogni Comune ad un massimo del 20%. Il Ticino è quasi tutto in zona rossa. Ossia, a parte nei centri urbani, quasi ovunque il valore soglia è già raggiunto.

L’iniziativa viene proposta come mirata a tutelare i cantoni turistici, ma se così fosse non si spiegherebbe come mai Grigioni e Vallese sono sul piede di guerra. In effetti, le residenze secondarie sono un elemento importante del turismo. Senza di esse regioni discoste già spopolate sarebbero ancora più abbandonate. Il problema è, come sempre, di misura. Ricordiamoci poi che nelle nostre valli la maggioranza delle residenze secondarie sono di ticinesi.

C’è poi un problema non di poco conto. Trattasi della telenovela, se così si può chiamare, dei rustici. Come noto il Ticino si trova di fatto messo sotto tutela dalla Confederazione. L’ARE, Ufficio federale per lo sviluppo territoriale, fa opposizione di principio contro qualsiasi domanda di costruzione per la ristrutturazione di rustici. Dopo infinite difficoltà, si intravede una soluzione. Il Gran Consiglio ha votato il PUC PEIP 1, cui però dovrà fare seguito il PUC PEIP 2, e allora forse si riuscirà finalmente a rilasciare le licenze edilizie per la ristrutturazione dei rustici e per la loro trasformazione, appunto, in residenze secondarie. Ma se si mette il tetto del 20%, di rustici ne potranno venire ristrutturati assai pochi.

Che in passato ci siano stati degli eccessi cementificatori è difficile da negare. Questo non vale però solo per le residenze secondarie. Al  momento infatti più che delle case di vacanza, bisognerebbe preoccuparsi per la continua costruzione di palazzoni che non si sa chi andrà ad abitare. Tornando alle residente secondarie,  dal 1° luglio scorso è in vigore la revisione  della legge federale sulla pianificazione del territorio, che rende obbligatorio, entro il 2014, l’aggiornamento dei piani direttori, allo scopo di limitare il numero di nuove abitazioni di vacanza. La legge prevede inoltre di promuovere l’industria alberghiera, le abitazioni primarie a prezzi moderati e di incrementare l’occupazione delle residenze secondarie.

Dunque, per evitare gli eccessi di letti freddi sono sicuramente meglio misure mirate e calibrate secondo la realtà dei singoli Cantoni e Comuni, e non i Diktat giacobini come quelli proposti dall’iniziativa: calati dall’alto e uguali per tutti,  questi Diktat sono lesivi del federalismo e delle specificità del territorio, e vanno attualmente per la maggiore in certi ambienti, in particolare quelli rosso-verdi.

Del resto il fatto che perfino gli uffici federali – quelli che per principio fanno opposizione contro ogni domanda di ristrutturazione di rustici che proviene dal Ticino in nome della “tutela del territorio” – siano contrari all’iniziativa “Basta con la costruzione sfrenata di abitazioni secondarie”, reputandola eccessiva, parla da sé. Se è eccessiva per loro…