Frontaliere pregiudicato: e noi ce lo teniamo!

Interpellanza al Consiglio federale

 

Il Canton Ticino ha rifiutato di rinnovare il permesso G ad un cittadino italiano, in quanto a carico di quest’ultimo erano state pronunciate in Italia ripetute condanne per un totale di svariati anni di detenzione, e la persona risultava inoltre latitante nella vicina Penisola.

Il cittadino italiano colpito dal provvedimento l’ha impugnato fino al Tribunale federale. Il TF, con disappunto dell’autorità cantonale, ha tuttavia accordato l’effetto sospensivo al ricorso.

Il fatto che nemmeno in casi come questi risulti possibile una revoca efficace e tempestiva del permesso G,  ma venga concesso l’effetto sospensivo (di modo che il pregiudicato rimane legalmente su territorio elvetico), è un’ulteriore e preoccupante conferma di come, a seguito della libera circolazione delle persone, il controllo sull’immigrazione sia andato perso.

 

Chiedo pertanto al lod. CF:

1)   non ritiene il CF che sarebbe necessaria una modifica legislativa onde garantire che – per lo meno in casi della gravità di quello sopra indicato – l’effetto sospensivo del ricorso possa venire escluso?

2)   Non ritiene il CF che situazioni come quelle di cui sopra siano indice di una preoccupante deriva della libera circolazione delle persone?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

Quanti impieghi a rischio sulla piazza finanziaria?

Interpellanza al Consiglio federale

 

Nei giorni scorsi il CEO di UBS Sergio Ermotti ha dichiarato che, a seguito della recente evoluzione politica in materia di segreto bancario (accordi fiscali e strategia del denaro pulito), sarebbero a rischio fino ad un quarto dei posti di lavoro sulla piazza finanziaria svizzera, vale a dire 20-25mila impieghi.

Le dichiarazioni di Ermotti confermano quelle rilasciate in precedenza dal suo predecessore ai vertici di UBS, Oswald Grübel.

Il CEO di UBS ha inoltre deplorato la fretta dell’autorità politica nell’adeguarsi alle pretese UE, diventate sempre più pesanti dopo ogni cedimento sul fronte elvetico, quando si sarebbe potuto temporeggiare.

A lato di quanto sopra, il Consiglio d’Europa nei giorni scorsi ha votato una risoluzione in cui si prospetta l’aumento della pressione sui paradisi fiscali. In base alla lista stilata da un’ong, la Svizzera risulterebbe in cima alla graduatoria dei paradisi fiscali, ancora prima di Hong Kong o delle piazze asiatiche.

Chiedo pertanto al lod. CF:

1)     Come commenta il CF le dichiarazioni mediatiche dell’attuale e del precedente CEO di UBS, secondo cui la recente evoluzione politica in materia di segreto bancario, come pure la strategia del denaro pulito, metterebbero a rischio 20-25mila posti di lavoro sulla piazza finanziaria svizzera? Il CF condivide questa stima? Se no, qual è la stima corretta a mente del CF?

2)     Nelle dichiarazioni in oggetto, viene pure stigmatizzata la velocità dell’autorità politica nell’adeguarsi alle pretese, peraltro sempre più ingorde, dell’UE. Qual è la posizione del CF al proposito? Sarebbe stato possibile temporeggiare? Se no, perché? Se sì, per quale motivo non lo si è fatto?

3)     Come valuta il CF la risoluzione del Consiglio d’Europa contro i presunti paradisi fiscali, e come intende reagire alla lista, utilizzata nella stesura di tale risoluzione, che colloca impropriamente la Svizzera in testa ai paradisi fiscali?

4)     Come valuta il CF il fatto che la “strategia del denaro pulito”, con ogni probabilità, resterà un unicum a livello mondiale?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

Lega dei Ticinesi

 

 

Un brutto modo di commemorare il 1° maggio

 

Yves Rossier, fino a ieri direttore dell’UFAS (Ufficio federale delle assicurazioni sociali) e da oggi segretario di Stato del DFAE, nei giorni scorsi si è prodotto in dichiarazioni di questo tenore: “l’immigrazione è una benedizione per la Svizzera e non solo per le assicurazioni sociali: basti pensare al personale negli ospedali, nelle case anziani, nelle università e nelle nostre aziende in generale”.

E’ piuttosto singolare che l’ex direttore dell’UFAS non si renda conto del fatto che, per citare solo un esempio  in un ambito che ben conosce, ossia le assicurazioni sociali, in Ticino il 40% delle persone in assistenza è straniera, ma gli stranieri non sono affatto il 40% della popolazione residente nel nostro Cantone, bensì ca il 26%. Sono dunque ampiamente sovrarappresentati tra i beneficiari di prestazioni sociali, ciò che ben difficilmente può essere considerata una benedizione per le finanze di queste ultime.

 

Ancora più preoccupante è però che la persona che da oggi è il numero due del Dipartimento affari esteri se ne esca con dichiarazioni – di tipo evidentemente politico –  del tenore:  “l’immigrazione è una benedizione”. Asserzioni che denotano o ignoranza o disinteresse o mancanza di rispetto nei confronti dei problemi, proprio legati all’immigrazione, che affliggono le regioni di confine quali il Ticino: aumento della disoccupazione, criminalità d’importazione, delinquenza transfrontaliera, esplosione degli ingressi clandestini (metà dei quali da parte di pregiudicati).

Un capitolo a sé potrebbe poi essere aperto sui problemi che l’immigrazione ha causato negli Stati a noi confinanti.

 

Anche il frontalierato è migrazione, e venire a dire ai Ticinesi che oltre 54mila frontalieri sono “una benedizione”, che 15’300 notifiche per lavoro di breve durata sono “una benedizione”, e via elencando, è un atteggiamento allarmante. A maggior ragione quando tali improvvide dichiarazioni vengono dal neo numero 2 del DFAE, Dipartimento il cui ruolo in materia migratoria non è irrilevante. Fa inoltre specie che Rossier, ancora prima di assumere il nuovo incarico, contraddica in modo plateale il datore di lavoro cui deve la promozione, ossia il Consiglio federale. Il quale, come noto, ha invocato la clausola di salvaguardia a limitazione del rilascio dei permessi B a cittadini in arrivo da 8 nuovi Stati membri UE.

 

Il primo maggio coincide ironicamente con l’entrata in funzione, ai vertici del DFAE, di un funzionario che sembra voler ignorare gli effetti altamente negativi della migrazione eccessiva e fuori controllo – come è quella attuale – sul mercato del lavoro, specie nelle zone di confine: non è certo un bel modo per festeggiare la giornata dei lavoratori.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

La Svizzera è in guerra

Come spesso accade, i nodi vengono al pettine e dimostrano che ancora una volta, l’ennesima, la Lega e il Mattino avevano ragione.

Sergio Ermotti, CEO di UBS, nelle sue dichiarazioni dello scorso fine settimana non l’ha mandata molto a dire: da quattro anni, ha detto Ermotti, è in corso una guerra economica contro la piazza finanziaria elvetica da parte di Stati e banche straniere. L’obiettivo è quello di impossessarsi di una fetta – il più possibile grossa – dei capitali stranieri gestiti dalla piazza elvetica, che il CEO di UBS cifra a 2200 miliardi  di Fr (che non sono noccioline).

Siamo quindi in guerra. Ed era ora che qualcuno del ramo lo confermasse senza troppi giri di parole, concordando con quello che da tempo dice la Lega (altro che “balle populiste e razziste”).

In effetti, la guerra economica contro la Svizzera è cominciata assai prima, con la vicenda dell’oro ebraico: la questione morale era, come sempre, una  foglia di fico per nascondere interessi di tutt’altro genere. E non certo legati a questioni belliche.

 

25mila posti di lavoro

La guerra economica contro la Svizzera non sarà senza conseguenze. Ermotti in questo senso ha confermato le previsioni fatte le scorse settimane dal suo predecessore Oswald Grübel: la piazza finanziaria elvetica lascerà sul campo almeno 20-25mila posti di lavoro.

Con la differenza però che sotto la direzione Grübel UBS, con certi comportamenti, ha prestato il fianco ai nemici della Svizzera, sicché l’ex CEO non è molto nella condizione di pontificare.

Siamo in guerra, ma il Consiglio federale e il parlamento invece di reagire hanno ceduto su tutta la linea, alzando bandiera bianca ancora prima che il “nemico” facesse a tempo a fare cip. La calata di braghe è stata immediata e su tutta la linea. Come se non bastasse, si calano le braghe davanti a Stati falliti, vedi il caso dell’Unione europea.

 

Ubbidire ad un’UE fallita

Proprio così: l’Unione europea è fallita, la stessa Europa ha ormai imboccato, e da un pezzo, la strada del tramonto. Non è più in grado di creare lavoro per i suoi cittadini, non ha più il controllo sulle frontiere, è invasa da moltitudini di finti rifugiati in arrivo dal Nordafrica, ad alto tasso di criminalità. Metà degli Stati membri è sull’orlo del fallimento o è già fallita. Nei pressi delle principali capitali si sono create Banlieues impenetrabili, da terzo mondo. E’ chiaro che siamo alla frutta. Il sipario sta per calare.

E il governo elvetico ancora ubbidisce agli ordini di un’Europa fallita, in una clamorosa corsa al cedimento ad oltranza – e a catena. Si cede sulle percentuali di liberatoria con uno stato: giocoforza si deve cedere con tutti gli altri. L’europarlamento (istituzione di nullafacenti strapagati con benefits da mille e una notte, finanziati con i soldi di cittadini che non sanno più da che parte voltarsi per arrivare a fine mese) adesso farfuglia di scambi automatici. Poco ma sicuro, il Consiglio federale è pronto ad alzare bandiera bianca anche su questo, seguito pecorescamente dai partiti $torici e, di conseguenza, dal parlamento.

 

L’internazionale comunista

Non solo è uno scandalo che l’autorità politica svizzera, dopo che i suoi cittadini hanno lavorato duro per decenni per costruire il paese, adesso lo svenda cedendo alle pressioni di Stati falliti.

Ancora più scandaloso è che si prospetti la perdita di 25mila posti di lavoro sulla piazza finanziaria svizzera, senza che nessuno faccia un cip. Peggio: la $inistra, che ormai non ne azzecca una nemmeno per sbaglio, da un lato finge di scaldarsi per ogni ristrutturazione, dall’altro è assolutamente d’accordo di buttare a mare 25mila posti di lavoro nella piazza finanziaria. Anzi, sull’altare dell’ubbidienza ad oltranza ad un’UE fallita ne vorrebbe distruggere ancora di più, passando direttamente allo scambio automatico d’informazioni. Ennesima dimostrazione che questa parte politica non si è mai mossa dall’internazionale comunista. Anche quando tenta di darsi una patina di apparente “moderazione”.

Urge un referendum che spazzi via la politica finora praticata dal Consiglio federale, ciò che dovrebbe di conseguenza portare alle dimissioni chi l’ha praticata e promossa, ossia la ministra del 5% Eveline Widmer Schlumpf, che peraltro siede in Consiglio federale senza alcuna legittimazione.

 

Mr.Dati

Fa poi sorridere, amaramente, la presa di posizione, sempre nei giorni scorsi, di Mr. Dati, ossia l’ex consigliere nazionale dei Verdi Hanspeter Thür, il quale “difende al 100% il segreto bancario, quale espressione di un principio fondamentale dello Stato di diritto elvetico, ossia la protezione della sfera privata di cui fa parte anche quella finanziaria”. Ineccepibile nei contenuti, meno per quel che riguarda la tempistica. Dov’eri fino adesso, Mr Dati ex Consigliere nazionale verde? A contare i girini negli stagni?

Lorenzo Quadri

 

I ristorni dei frontalieri non sono più dovuti

La Commissione delle finanze e dei tributi del Consiglio degli Stati a larga maggioranza (8 a 3) ha deciso nei giorni scorsi di respingere l’iniziativa cantonale ticinese che mira a ridurre dall’attuale 38.8% al 12.5% il tasso di ristorno delle imposte alla fonte dei frontalieri. Una brutta sorpresa? Brutta sicuramente, sorpresa un po’ meno, visto che la citata Commissione è recidiva. E’ infatti la seconda volta che il paludato gremio affossa l’iniziativa ticinese, opponendole una mozione annacquata ed assolutamente inutile, al limite della presa per i fondelli, patrocinata a suo tempo dall’ex senatore Dick Marty.

Che cosa è cambiato, però, tra il primo e il secondo Njet da parte della Camera alta? E’ cambiato che nel frattempo il Consiglio nazionale ha accettato l’iniziativa cantonale ticinese, in un dibattito che ha visto l’intervento convinto di 7 deputati ticinesi su 8.

Ci si sarebbe quindi potuti legittimamente attendere una riflessione da parte dei senatori. Così non è stato, ed il segnale che giunge è pessimo.

Da un lato infatti il secondo njet costituisce l’ennesimo schiaffo al Ticino ed al federalismo; e proprio non ce n’era bisogno.

Dall’altro, è inutile che i senatori, dall’alto delle loro cariche, vengano a raccontarci storielle. Il ristorno al 38.8%, un tasso allucinante, è diventato privo d’oggetto e quindi non è più dovuto. Negare che sia così significa, semplicemente, misconoscere la realtà dei fatti (ed abboccare, ancora una volta, all’esca italiana).

 

Due motivi

Il tasso di ristorno al 38.8% è diventato privo d’oggetto per due motivi.

1) Il tasso al 38.8%, inizialmente fissato al 40%, era stato accordato come contropartita all’Italia in cambio del riconoscimento del nostro segreto bancario: si trattava, in altre parole, di un “pizzo”. Un pizzo versato pressoché interamente dal nostro Cantone (visto che la stragrande maggioranza dei frontalieri italiani sono attivi in Ticino). Non per nulla al Ticino, in occasione del dibattito del 1974, il Consiglio federale promise un indennizzo (per ottenere l’accordo della Deputazione ticinese) per poi rimangiarsi la parola nel giro di breve tempo.

Visto però che l’Italia non riconosce più il segreto bancario elvetico, ed anzi a causa di esso ha inserito la Svizzera nelle famose black list dalle quali non sembra intenzionata a toglierla, un tasso di ristorno superiore a quello stabilito con l’Austria (12.5%: l’unico tasso concordato in regime di libera circolazione delle persone con l’UE) non ha alcuna ragione di esistere.

2) Come detto, nel 1974 il tasso di ristorno era del 40%. Poi, verso la metà degli anni Ottanta, venne leggermente ridotto al 38.8%. Ohibò, e perché? Perché ci si accorse che, malgrado ai tempi (la deleteria libera circolazione delle persone era ancora di là da venire) i frontalieri fossero obbligati a rientrare quotidianamente al loro domicilio, qualcuno non rientrava. Di conseguenza, si ritoccò la percentuale verso il basso. Quindi il tasso di ristorno si calcola sulla base del rientro quotidiano del frontaliere in Italia. L’obbligo di rientrare al domicilio ogni sera è però venuto a cadere a seguito della devastante libera circolazione delle persone. Quanti degli oltre 54mila frontalieri presenti in Ticino tornano ancora tutte le sere in Italia? Mistero. Il controllo non esiste. A questo punto l’unico termine di paragone diventa il solo accordo sui ristorni concluso nell’”era” dei Bilaterali. Vale a dire quello austriaco, che fissa il tasso di ristorno al 12.5%. Da qui l’iniziativa cantonale ticinese.

 

La beffa dell’Emmental

Anche in materia di ristorni dei frontalieri non poteva mancare quel tocco finale che aggiunge la beffa al danno. C’è infatti anche un ulteriore motivo, chiaramente marginale rispetto al riconoscimento del segreto bancario, che contribuì, nell’ormai remoto 1974, alla fissazione dello stratosferico tasso di ristorno al 40%. Trattasi, udite udite, dell’aumento dei contingenti di esportazione di Emmental Svizzero in Italia. Quindi il Ticino per quasi 40 anni ha pagato con i propri soldi la vendita in Italia di un formaggio prodotto a Berna!

 

Bloccare definitivamente

Per tirare le somme: La Commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio degli Stati vuole imporre al Ticino di pagare un indennizzo non dovuto, in quanto ormai privo d’oggetto. E’ ovvio che il nostro Cantone non può in nessun caso accettarlo.

Un motivo in più, dunque, per risolvere il problema alla radice bloccando definitivamente il versamento dei ristorni.

 Lorenzo Quadri

CN Lega

Lugano: sempre più persone in assistenza

Sul fronte delle persone in assistenza, qualcosa sta cambiando; purtroppo in negativo. A Lugano il loro numero aumenta. E’ illusorio immaginare che la situazione della “city” rappresenti un caso isolato e non rispecchi, invece, quel che accade a livello cantonale.

Il numero dei casi d’assistenza aperti ha subito un’impennata negli scorsi mesi. Abituati a navigare, negli ultimi anni, su una media tra i 750 e gli 800 casi, a fine 2011 a Lugano si era superata la quota mille. E l’ultimo dato, di questi giorni, parla di 1150 casi aperti.

Se le persone in assistenza aumentano, i motivi possono essere due. O crescono i nuovi casi, o diminuiscono i casi chiusi, ossia le persone che non sono più a beneficio dell’assistenza. Il che ancora non vuole per forza dire che queste persone si siano rese economicamente indipendenti. Una parte di esse potrebbe semplicemente essere finita a carico di altri aiuti sociali; ad esempio l’invalidità.

In concreto a Lugano si osservano entrambi i fenomeni, con particolare incidenza del secondo: chi entra in assistenza fa sempre più fatica ad uscirne, ciò che suggerisce un mercato del lavoro grippato. Ad esempio: se nel primo trimestre 2011 si sono chiusi 73 casi d’assistenza, nello stesso periodo di quest’anno erano solo 51, ovvero la cifra più bassa del quadriennio.

E’ evidente che l’aumento esponenziale del numero dei frontalieri in settori professionali in cui non c’è certamente carenza di forza lavoro residente gioca la sua parte, non di poco conto, nei problemi occupazionali del Cantone.

Notizie poco entusiasmanti giungono  anche dal fronte dell’età delle “new entry” in assistenza.

Infatti, tra le 420 nuove domande  presentate a Lugano nel corso dell’anno 2011, la fascia d’età più rappresentata è quella dai 21 ai 25 anni, con 69 casi. In precedenza non era così. Se a queste 69 domande si aggiungono quelle inoltrate da persone di età compresa tra i 26 ed i 30 anni, che sono 40, arriviamo a 109 nuove richieste di assistenza presentate da persone tra i 21 e i 30 anni.

Traduzione: sempre più giovani non riescono ad entrare nel mondo del lavoro.

C’è poi un altro elemento di cui bisogna tenere conto. La città di Lugano da tempo compie un grande sforzo sul piano dell’inserimento professionale, mettendo a disposizione oltre 200 programmi di lavoro. Senza di essi, le persone in assistenza sarebbero ancora più numerose.

Senza voler fare del catastrofismo, appare chiaro che compito dell’ente pubblico è impegnarsi per alleviare questa spiacevole situazione; pur nella consapevolezza di non disporre, purtroppo, della bacchetta magica.

In primo luogo, sarebbe buona cosa che il Consiglio comunale approvasse in tempi brevi il secondo credito quadro anticrisi (il messaggio è stato licenziato ormai da mesi).

Al di là di questo, è importante 1) conoscere meglio i motivi che portano un numero crescente di persone a finire a carico dello Stato sociale; 2) intensificare i contatti con i datori di lavori presenti sul territorio; 3) creare una rete di domanda ed offerta; questo tanto per citare alcuni semplici esempi. A Lugano si fa già parecchio. Ma le cifre dicono che bisogna fare ancora di più. Non è né semplice né scontato: la città si sta attrezzando. Con l’obiettivo non già di limitarsi ad accrescere le conoscenze teoriche o statistiche sul fenomeno dell’assistenza, per quanto queste ultime costituiscano la base di partenza, ma di fornire degli strumenti operativi e delle risposte concrete.

Lorenzo Quadri

Municipale di Lugano

Lo Stato lucra sul pericolo

Prosegue a ritmo serrato la criminalizzazione dell’automobilista con l’obiettivo di incassare le contravvenzioni. Non sapendo più dove attaccarsi per mungere ad oltranza il traffico privato ed i suoi annessi e connessi, evidentemente considerato dai ben(?)pensanti(?) e dai politikamente korretti la causa di tutti i mali, ecco che a Berna ci si arrampica sui vetri.  Al punto di accanirsi contro chi segnala la presenza di controlli sulla velocità. Quello che in altri paesi è giudicato un servizio di pubblica utilità, o addirittura un obbligo, da noi, a seguito della consueta impostazione talebana, diventa un reato. Addirittura un reato grave.

Partiamo dagli antefatti. Il programma Via Sicura consiste nell’elevazione a legge di due principi:

        La criminalizzazione dell’automobilista

        La messa sotto tutela dell’utente della strada.

Concetti come libertà e responsabilità, che stanno alla base  della nostra identità elvetica, vengono ancora una volta obbrobriosamente defenestrati. E’ lo stesso modus operandi che sta dietro ad altre “riforme” (o sedicenti tali), applicate o abortite, negli ambiti più svariati.

Ad esempio la famosa iniziativa che voleva vietare agli svizzeri la custodia a domicilio delle armi legalmente detenute: sportive, militari o da collezione che fossero.

Nel caso dell’iniziativa contro le armi legali, i  cittadini, chiamati a votare il 13 febbraio 2011, hanno sventato il tentativo di scardinamento dei principi di libertà e responsabilità che stanno alla base della nostra cultura elvetica. Tuttavia tali tentativi proseguono, essendo la conseguenza di una mentalità che ha il chiaro obiettivo di sfasciare il nostro Paese. Di sfasciarlo a partire dai principi che tradizionalmente lo reggono. Principi che danno fastidio proprio perché specifici  –  e pertanto non eurocompatibili.

E questa mentalità, ammantata del solito politikamente korretto, è ormai diffusa a tutti i livelli della politica e dell’amministrazione.

Il programma Via Sicura ne costituisce dunque un’altra manifestazione, in un ambito del tutto diverso rispetto alle armi: quello dell’automobile.

Il programma Via Sicura vieta categoricamente gli avvertimenti  sui controlli radar. E’ chiaro: l’automobilista, che si ostina ad usare il proprio veicolo invece del bus, del tram, della bicicletta ad energia solare, del monopattino, dell’aliante o del cavallo, è cattivo. Dunque deve pagare.

In campo di segnalazione dei controlli radar, il Consiglio federale voleva addirittura punire i casi gravi (?) con il carcere. Il che costituisce un controsenso grottesco. Infatti, l’automobilista avvisato del controllo rallenta. E proprio questo dovrebbe essere lo scopo dei controlli radar:  far rallentare. Ma evidentemente non è così. La volontà è invece quella di lasciare che l’automobilista commetta l’infrazione, quindi che crei la situazione di pericolo, per poi poterlo multare ed incassare la contravvenzione. Con la criminalizzazione degli avvisi dei controlli radar questo principio viene dunque benedetto con tutti i crismi. L’ente pubblico lucra di proposito sulle situazioni di pericolo, invece di cercare di evitarle!

E’ poi il colmo che allo stato attuale, con le recenti (e già disconosciute) revisioni di legge, di fatto prima di andare in prigione bisogna avere commesso come minimo una strage. Mentre i delinquenti vengono depenalizzati, si criminalizza chi segnala la presenza di controlli radar. Quale sarà la conseguenza? L’automobilista che, dopo aver superato una postazione radar, “biluxa” a quelli che arrivano in senso opposto, andrà incontro ad una mega-multa?

Il Consiglio nazionale aveva almeno avuto la decenza di ammorbidire l’indecente proposta. Ossia, aveva deciso che il massimo della pena poteva essere la sanzione pecuniaria.

Poi è arrivato il Consiglio degli Stati con la brillante pensata: specificare nella legge che la sanzione massima è di 180 aliquote giornaliere. La conseguenza, fin troppo prevedibile, sarebbe un appiattimento sulla sanzione massima, che verrebbe appioppata a go-go. L’aliquota giornaliera dipende dal reddito. Un reddito medio deve fare i conti con 400 Fr. 400 Fr per  180 fa 72mila Fr di multa!

E questa versione è stata approvata a maggioranza dalla commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, riunita lunedì e martedì. Quindi prepariamoci al trionfo dell’incongruenza: criminali depenalizzati, megamulte per chi avvisa dei controlli radar, quindi contribuisce ad aumentare la sicurezza sulla strada. Tutto in nome del politikamente korretto.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

La nostra bandiera non è un “non-problema”

Con la (prevedibile) bocciatura da parte del Gran Consiglio della mozione, presentata nel 2007 dal sottoscritto e da Norman Gobbi, che chiedeva che una bandiera straniera potesse essere esposta solo a condizione di accompagnarla con una bandiera svizzera di dimensioni almeno pari, il legislativo cantonale non rimedia una bella figura.

 

La proposta contenuta nella mozione non costituiva né una limitazione della libertà di espressione, né un divieto. Avrebbe invece offerto la possibilità di affermare la nostra identità nazionale e le nostre specificità, valorizzando il simbolo della nostra nazione. Questa è una necessità reale, essendo l’identità elvetica costantemente sotto attacco da parte di chi, in nome dell’internazionalismo e del politicamente corretto, questa identità e queste specificità vorrebbe eliminarle per renderci sempre più eurocompatibili. Con l’obiettivo di far aderire il nostro paese ad un’UE sull’orlo del baratro.

 

L’esposizione della nostra bandiera è quindi lungi dall’essere un non-problema – a parte il fatto che la politica cantonale è piena di non-problemi. Come detto, riaffermare la nostra identità svizzera è una scelta politica importante e necessaria.

Se poi ci sono cittadini stranieri che ritengono eccessivo ed insostenibile l’obbligo di dover eventualmente accompagnare la bandiera del loro paese con la nostra, questi cittadini dovrebbero se del caso interrogarsi sulla loro permanenza in Svizzera.

 

Ma estremamente deludente e  fuori posto è  stato il comportamento di alcuni deputati (ex colleghi), che hanno creduto intelligente creare, durante il dibattito, un clima di sfottò: come se la bandiera svizzera potesse essere oggetto di scherno. Questi deputati possono solo vergognarsi.

 

In ogni caso, il discorso sulle bandiere è lungi dall’essere concluso, dal momento che una mozione analoga a quella respinta dal Gran Consiglio è stata presentata, mesi fa, in Consiglio nazionale, dove è tutt’ora pendente.

 

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Già deputato in Gran Consiglio

Volontariato: persa un’altra occasione!

Volontariato: persa un’altra occasione!

 

Il Gran Consiglio ha respinto un’iniziativa parlamentare dell’ex deputato Lorenzo Quadri che voleva rendere deducibili fiscalmente le spese legate all’esercizio del volontariato. La colpa dell’iniziativa? Probabilmente, la solita: quella di venire da un esponente del nostro Movimento…

 

Lo squallore della politica dei partiti storici, il cui fil rouge è quello di non dare MAI ragione all’odiata Lega, emerge in certi casi con prepotenza inquietante.

E’ quanto accaduto questa settimana in Gran Consiglio con il rifiuto, da parte della maggioranza del Legislativo cantonale, di un’iniziativa parlamentare generica presentata nel novembre 2010 dall’allora deputato leghista Lorenzo Quadri, poi ripresa da Michele Guerra, che si è assunto l’onere di difenderla – con energia e competenza – davanti alla Commissione tributaria del Gran Consiglio.

Si trattava di un’iniziativa volta a venire incontro a chi si impegna nel volontariato sociale.

Ne abbiamo parlato con l’autore dell’atto parlamentare, Lorenzo Quadri.

Qual era la richiesta dell’iniziativa?

Cito dal testo: si chiede di “elaborare ed inserire nel diritto tributario cantonale una base legale affinché le spese occasionate dall’esercizio del volontariato possano essere dedotte fiscalmente”.

E il perché dell’iniziativa?

L’obiettivo della proposta era, ovviamente, oltre a quello di riconoscere la preziosa attività fornita dai volontari, di dare un incentivo in più, che potesse tornare utile nel reclutamento di nuove forze dedite al volontariato.

In molti campi infatti i volontari costituiscono una preziosa risorsa, un complemento all’attività dei professionisti. Pensiamo ad esempio alle residenze per anziani. Un settore di cui ho una conoscenza diretta, essendone capodicastero a Lugano. Il personale degli istituti, pur con tutta la dedizione e buona volontà, ha delle disponibilità di tempo limitate, per cui non può fermarsi a chiacchierare con l’anziano solo, o intrattenerlo al bar. Né chiaramente può, al di là delle attività programmate, accompagnarlo a fare una passeggiatina o a comprare qualcosa. Questi sono invece i compiti che si può assumere il volontario o la volontaria, che in questo modo fornisce un sostegno prezioso a  molti anziani soli. Nel quartiere di Viganello le volontarie e il volontario dell’associazione PIA esercitano da oltre un ventennio un’attività molto valida e strutturata. Costituiscono un modello che sarebbe bello poter “esportare” anche negli altri quartieri. Purtroppo è molto difficile riuscirci.

E quindi?

Vista l’importanza assunta dal volontariato, e visto il valore aggiunto che esso porta alla qualità di vita di molte persone sole, rendere fiscalmente deducibili le spese connesse a questa attività mi pare proprio il minimo. Come detto in questo modo si fornirebbe, oltre ad un doveroso riconoscimento, anche un piccolo incentivo. Forse non determinante, ma tutto aiuta. Dal voto parlamentare devo però dedurre che, al di là delle parole al vento, in fondo alla politica cantonale questo tema non interessa. Oppure, per l’ennesima volta, non si è voluto dare seguito ad una proposta che aveva la gravissima ed insanabile pecca di essere stata presentata da un leghista.

E questo la sorprende ancora?

No, anzi. Mi sarei stupito del contrario. Ciononostante, non nascondo un po’ di delusione. Sono anni che, anche a livello federale, si discute di agevolazioni, anche fiscali, del volontariato, senza però mai riuscire a venirne ad una. Adesso c’era la possibilità di fare qualcosa in concreto, a livello cantonale. Invece, nascondendosi dietro le solite scuse e dietro il consueto frasario ritrito (è vero che… ma lo strumento fiscale non è adatto… e poi ci sono difficoltà di applicazione), si respingono tutte le proposte costruttive, colpevoli di venire dalla parte sbagliata. Col pretesto del “si potrebbe fare diversamente”, non si fa proprio un bel niente. Come di consueto. Ci tengo comunque a ringraziare Michele Guerra per l’impegno messo nel difendere la proposta, purtroppo invano.

MDD

 

 

Ristorni: le bufale di Roma

Secondo il sottosegretario dell’Economia e delle Finanze del governo italiano non eletto Vieri Ceriani, l’accordo sull’imposizione dei frontalieri del 1974 costituirebbe “una questione non collegata né collegabile ai negoziati fiscali”.

Uscirsene con simili dichiarazioni significa, semplicemente, raccontare panzane.

L’accordo del 1974, con il  suo tasso di ristorno esorbitante (40%,  graziosamente ridotto al 38.8% una decina di anni dopo a seguito della constatazione che un certo, ai tempi piccolo, numero frontalieri, malgrado gli obblighi, non rientravano quotidianamente al domicilio) è nato proprio come contropartita al segreto bancario: la Svizzera non fornisce informazioni all’Italia sui conti elvetici, ma le versa, a titolo di compensazione, una quota ingente ed inaudita dei ristorni. A pagare il prezzo di questo accordo è il Ticino al quale, ai tempi del dibattito alle Camere federali, era stato promesso un indennizzo da parte della Confederazione. Promessa che il Consiglio federale, però, si rimangiò in breve tempo.

I ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, dunque, erano la contropartita per il riconoscimento del segreto bancario svizzero da parte dell’Italia. Altro che “questione non collegata e non collegabile”! Di conseguenza, visto che oggi la vicina ed ex amica Penisola non riconosce più la legittimità del nostro segreto bancario, ed il premier non eletto Mario Monti vuole lo scambio automatico d’informazioni, i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri non sono più dovuti. Più chiaro di così.

Da questo granitico punto di partenza si possono dipanare considerazioni collaterali di vario tipo. Ad esempio:

– poiché la Svizzera fa lavorare 55mila frontalieri italiani, è vergognoso che l’Italia inserisca il nostro paese sulle black list e si aspetti pure che le paghiamo i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri;

– I ristorni sono direttamente collegati al rientro quotidiano al domicilio dei frontalieri, come dimostra il leggero abbassamento del tasso di ristorno, a metà degli anni 80, proprio a seguito della constatazione che non tutti rientravano a domicilio. Tale obbligo d rientro è però decaduto con l’entrata in vigore della nefasta libera circolazione delle persone. Di conseguenza l’unico termine di paragone è l’accordo firmato con l’Austria nel 2006 che prevede ristorni del 12.5% e non certo del 38.8%!

La fregnaccia secondo la quale i ristorni non sarebbero “collegati né collegabili ai negoziati fiscali” è stata detta dal sottosegretario del governo  non eletto alla Camera dei deputati, rispondendo ad un’interrogazione di Franco Narducci.

Fa almeno piacere che nella sua replica l’interrogante abbia dichiarato che «Visti i precedenti, si deve ritenere che con il perdurare del muro contro muro che caratterizza le relazioni tra Roma e Berna, nel mese di giugno, prossima scadenza per il ristorno fiscale, si arriverà al blocco totale dell’erogazione a favore dei Comuni italiani». A parte che Berna di fare muri, purtroppo, proprio non è capace: anche in Italia hanno capito che a giugno i ristorni delle imposte dei frontalieri verranno bloccati nella misura del 100%, e se lo aspettano. Non vorremmo mica deluderli?

Lorenzo Quadri