Depressione fa rima con libera circolazione

Il Ticino si trova in cima alla lista delle regioni svizzere colpite da sintomi depressivi medi e gravi, con il 5.6% della popolazione affetta da queste patologie. Segue la regione lemanica con il 4.4%. Lo indica il terzo rapporto di monitoraggio dell’Osservatorio sulla salute (Obsan) pubblicato di recente. Si tratta dell’ennesima coincidenza? Siamo jellati in tutto? Ci ha “orinato addosso l’allocco (o il gufo)” (traduzione letterale del detto dei nostri vecchi) anche questa volta? Siamo piagnoni ad oltranza?

Probabilmente no, e anche senza grandi studi scientifici non è difficile immaginare che il record di casi depressivi sia strettamente correlato al  degrado generale causato, come al solito, dalla libera circolazione delle persone.

Infatti il nesso tra depressione e mancanza di lavoro è immediato. E non ci si deve lasciare trarre in inganno dalle statistiche ufficiali farlocche che indicano ad esempio, per questo mese, un calo della disoccupazione. Il calo della disoccupazione è semmai stagionale ed è legato all’avvio della stagione turista. Non indica però nemmeno lontanamente una ripresa dell’occupazione. Ed infatti le cifre della disoccupazione, grazie ai tagli federali, si abbelliscono a scapito di quelle dell’assistenza e dell’AI. Basti pensare che a Lugano, nella “ricca” Lugano, nel 2011 si è toccato il record di 1000 casi d’assistenza, ovvero 200 in più rispetto all’anno precedente; valuta la scorsa settimana, erano 1100.  Cifra che sarebbe ancora più alta se non ci fossero i programmi di lavoro della città, che impiegano 200 persone. La tendenza cantonale non è di sicuro diversa.

Già negli anni scorsi inoltre, rispondendo ad interrogazioni parlamentari sull’elevato numero di invalidi per motivi psichici in Ticino, il Consiglio di Stato rilevava come i tassi di disoccupazione superiori alla media nazionale del nostro Cantone si traducessero poi in depressioni che potevano portare fino all’invalidità psichica.

Con il passare del tempo la situazione sul fronte del mercato del lavoro è peggiorata ad oltranza. Nel 2006 i frontalieri in Ticino erano 38mila, a fine 2011 erano 54mila e continuano ad aumentare. C’è quindi stata, in 5 anni, una crescita del 40.1% dei frontalieri. Crescita che non si rispecchia affatto in un aumento analogo degli impieghi. Ciò significa dunque che i Ticinesi faticano sempre più ad inserirsi sul mercato del lavoro; sul mercato del lavoro del loro Cantone. Circostanza che viene confermata, ancora una volta, dalle cifre dell’assistenza a Lugano. Nel 2011 sono state presentate 420 nuove domande; e la fascia d’età più rappresentata, con 69 casi, è quella dei giovani tra i 21 ed i 25 anni. Questi giovani, quindi, non riescono nemmeno ad iniziare ad esercitare un’attività lucrativa. Ed entrare in assistenza già a 20 anni significa rischiare di non uscirci più. Contando poi le nuove domande d’assistenza presentate  (sempre a Lugano  nel 2011) da persone sotto i 30 anni, si arriva a 109. Si stanno creando dei casi sociali.

I segnali sono chiari: a seguito della libera circolazione delle persone il mercato del lavoro ticinese si degrada sempre di più e, con esso, quale logica conseguenza, anche la salute psichica della popolazione del nostro Cantone.

Clausole di salvaguardia: non facciamoci fregare!

Il Konsiglio federale, ma anche i partiti $torici, di questi tempi, visto che la situazione sul fronte della migrazione si fa sempre più esplosiva (in particolare per quel che riguarda i frontalieri) hanno cominciato a riempirsi la bocca con l’applicazione della clausola di salvaguardia prevista dagli Accordi bilaterali.

Al proposito bisogna dire le cose come stanno: le clausole di salvaguardia sono “cosa buona e giusta” nel senso che costituiscono un segnale importante sia all’indirizzo del governo federale che a quello degli eurobalivi di Bruxelles. Tuttavia, oggi come oggi, la loro utilità pratica oscilla tra il nullo e l’irrisorio: infatti, vi pare forse plausibile che i sette di Berna potessero prendere seriamente delle misure in grado di dare fastidio ai padroni europei? Ma non sia mai!

Quindi, è importante che nessuno si faccia infinocchiare: le clausole di salvaguardia hanno, di fatto, una pura funzione declamatoria e non sono in nessun caso un’alternativa ai contingenti, che vanno assolutamente reintrodotti, né ad altre misure volte a far sì che la Svizzera torni ad avere il controllo sull’immigrazione. Controllo che, come noto, è andato a farsi benedire a seguito degli Accordi bilaterali: cosa assolutamente vergognosa ed inaccettabile.

Ma perché le clausole di salvaguardia sono, all’atto pratico, prive di effetto (se così non fosse il Consiglio federale non si sognerebbe di anche solo pensare ad una loro applicazione)?

Prima di tutto, non si applicano ai frontalieri, ma solo ai permessi L (durata 4-12 mesi) e ai permessi B (durata da 12 mesi a 5 anni). Quindi il principale problema del Ticino non viene nemmeno toccato.

Ma non è tutto: la clausola di salvaguardia prevede infatti che, se il numero dei nuovi permessi di soggiorno  nelle categorie L o B è superiore al 10% rispetto alla media dei tre anni precedenti, la Svizzera, per i due anni successivi, può porre un tetto massimo ai nuovi permessi nella categoria in cui tale requisito è adempiuto. Il tetto massimo corrisponde al numero medio dei permessi rilasciati nei tre anni precedenti, più il 5%.

La clausola  viene applicata separatamente ai permessi L o B.

Ora, l’esplosione dei permessi B con l’UE a 17 (“vecchia UE”) è avvenuta nel 2007, con la caduta dei contingenti alla sciagurata libera circolazione delle persone. Prima, infatti, i permessi B erano contingentati a 15’300 all’anno. Nell’anno 2007 sono esplosi a 94mila, per poi assestarsi attorno ai 50 – 55mila.

Quindi, invocare la clausola di salvaguardia sarebbe stato possibile e sensato nel 2008, o al più tardi nel 2009. Non nel 2012, visto che la media dei tre anni precedenti, tutti appartenenti all’era “post-contingenti”, è più o meno stabile. Quindi per la migrazione dai vecchi Stati UE la clausola di salvaguardia non può essere invocata.

Diverso il discorso per gli 8 nuovi Stati membri della (dis)unione europea Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica ceca e Ungheria (per Romania e Bulgaria è ancora in vigore il contingentamento).

I permessi B rilasciati a cittadini dei citati 8 Stati sono passati da 1800 nel 2009 a 5000 nel 2011.

In questo caso sarebbe dunque possibile invocare la clausola si salvaguardia sui permessi B. Non però sui permessi L, dove l’evoluzione dal 2009 al 2011 non la giustifica. Visto che però, come detto, la clausola deve essere invocata separatamente per ogni categoria (e qui sta l’ulteriore fregatura!) anche applicandola ai permessi B rilasciati a cittadini dei citati 8 Stati, il risultato sarebbe che i permessi B verrebbero sostituiti da quelli L. Ci sarebbe, in altre parole, un travaso dall’una all’altra categoria. In ogni caso, non sarebbero qualche migliaio di permessi B in meno a risolvere i problemi d’immigrazione della Svizzera. Men che meno quelli del Ticino, che sono in massima parte provocati da frontalieri e padroncini.

E’ quindi importante non lasciarsi infinocchiare. Le clausole di salvaguardia possono (e devono) essere invocate, ben coscienti però che si tratta di pure azioni dimostrative: l’effetto pratico è pressoché nullo. Urge continuare a puntare con decisione sui contingenti!

SECO: una direttiva indecente!

Come volevasi dimostrare, eravamo ben informati. La scorsa settimana da queste colonne riferivamo dell’ultima sortita della nefanda SECO, ossia il Segretariato di Stato dell’Economia; quello del “non risulta che i  frontalieri sostituiscano i ticinesi nelle assunzioni”, “non risulta che in Ticino si verifichino dei fenomeni di dumping salariale legato alla libera circolazione delle persone” e soprattutto della disgraziata equazione ”immigrazione uguale ricchezza”.

L’ennesima malefatta della SECO consiste in nuova direttiva che prevede che anche i frontalieri possano avere accesso ai servizi offerti dagli Uffici regionali di collocamento (URC) senza però ottenere le indennità di disoccupazione (ci sarebbe mancato anche questo).

Il mancato diritto alle indennità poco toglie all’indecenza della prescrizione. Che in pratica si traduce così: i collocatori ticinesi dovranno lavorare per piazzare dei frontalieri. La sola idea grida vendetta. Ci troviamo con 54mila frontalieri, in crescita esponenziale specie nel settore terziario, dove si sostituiscono ai ticinesi i quali rimangono, di conseguenza, senza lavoro. Infatti non è di certo un caso se a Lugano le persone in assistenza hanno raggiunto quota mille casi.

 E lo Stato, con i soldi pubblici, dovrebbe impegnarsi, secondo le direttive della SECO, nella collocazione di frontalieri, ovviamente a scapito dei ticinesi in cerca d’impiego, dal momento che i posti di lavoro non si moltiplicano magicamente e – soprattutto – sono lungi dal bastare per tutti. A questo proposito, basta indicare un paio di cifre. Nell’anno 2011 in Ticino sono stati creati circa 3000 posti di lavoro, mentre i frontalieri sono aumentati di 5600 unità, ossia quasi del doppio. Il saldo per i residenti è, evidentemente, negativo. La citata sostituzione è una realtà.

Vista la situazione, dunque, compito dell’ente pubblico non può che essere quello di tutelare l’occupazione dei residenti. Ed invece, succede esattamente il contrario. Ecco che gli uffici di collocamento, secondo la direttiva della SECO, si vedono incaricati di creare posti di lavoro per i frontalieri. Come se non bastassero già  i reiterati inviti italiani (da parte dei sindacati, della stampa, delle associazioni economiche…) ai propri concittadini ad approfittare dei vantaggi offerti dal frontalierato.

Al danno si aggiunge la beffa se si pensa che l’applicazione della direttiva SECO, come spiegava domenica scorsa da queste colonne, da noi intervistato, il capo della Sezione del lavoro del DFE Sergio Montorfani, necessiterebbe un congruo potenziamento del personale degli URC. Quindi non solo l’ente pubblico ticinese dovrebbe impiegare risorse per collocare frontalieri a scapito dei ticinesi, ma, per farlo, dovrebbe spendere ancora di più!

Tutto questo avviene, come al solito, in nome del principio della non discriminazione applicato, sempre come al solito, in modo autolesionista dalla Svizzera, mentre Oltreconfine vigono ben altri parametri: occorrerebbe prendere esempio.

La direttiva della SECO è semplicemente vergognosa, l’ennesimo pesce in faccia al Ticino in arrivo da Oltregottardo. Non applicarla è, a maggior ragione nelle circostanze occupazionali attuali, un  dovere civile.

 

Povertà: a Lugano 1000 casi d’assistenza

In Ticino 35mila persone vivono sotto la soglia della povertà. Il dato, pubblicato nei giorni scorsi dall’Ufficio federale di statistica, non è certo rallegrante. Il problema, ovviamente, è in prima linea il lavoro: non ce n’è per tutti.

Non è una sorpresa apprendere che ad essere  particolarmente toccate sono le economie domestiche senza figli. La presenza di situazioni di bisogno tra le persone sole emergeva anche dallo “studio sulla povertà” realizzato dalla Città di Lugano nel 2009 e pubblicato ad inizio 2010; uno studio che verrà aggiornato nei prossimi mesi.

Da quell’indagine emergeva che circa il 60% dei bisognosi era composto da persone sole, mentre un altro 20% da nuclei di due persone. In altre parole: l’80% dei poveri residenti a Lugano era (è) costituito da economie domestiche composte da una o due persone.

Sul fronte della povertà la situazione in questi due anni non è certamente migliorata. I dati attuali, e non solo quelli cantonali citati in entrata, non danno motivo di ottimismo.

A Lugano i casi aperti di assistenza sono ormai un migliaio; nel 2010 erano 200 di meno, dal momento che navigavano attorno agli 800.

Le nuove domande nel corso del 2011 sono state 420, mentre nel 2010 erano 303: il che equivale ad una crescita del 39%.

Tale significativo incremento che non trova purtroppo riscontro nei casi chiusi, ossia tra quanti escono dall’assistenza: 262 nel 2011 contro 245 nel 2010. Questo significa che chi entra in assistenza fa poi sempre più fatica ad uscirne.

Si nota inoltre come il numero dei casi d’assistenza in gestione sia cresciuto in modo significativo nel corso dell’anno 2011: se infatti nel primo trimestre essi erano ancora “solo” 830, nel quarto erano saliti a 1084.

I dati inquietanti proseguono sul fronte dell’età delle persone in assistenza.

Infatti, tra le 420 nuove domande presentate a Lugano nel 2011, la fascia d’età più rappresentata è quella dai 21 ai 25 anni, con 69 casi. Negli scorsi anni non era così. Se a queste 69 domande si aggiungono le domande inoltrate da persone di età compresa tra i 26 ed i 30 anni, che sono 40, arriviamo a 109 nuovi casi di persone in assistenza tra i 21 e i 30 anni.

Traduzione: sempre più giovani non riescono ad entrare nel mondo del lavoro.

Quasi settanta ragazzi tra i 21 ed i 25 anni in assistenza in più rispetto al 2010 non sono un’evoluzione che lascia tranquilli. A maggior ragione se si pensa che il dato è ulteriormente mitigato dai programmi occupazionali organizzati dalla città. Manifesta dunque la necessità di incrementare questi programmi tramite approvazione e messa in vigore del nuovo credito quadro anticrisi.

Non ci vuole la bacchetta magica per immaginare che la causa principale di questa situazione sia la mancanza di lavoro, oppure la precarietà del medesimo. E la riforma della Legge sulla disoccupazione ci ha messo del suo. Infatti 111 dei 420 nuovi casi d’assistenza registrati a Lugano lo scorso anno ricorrono all’aiuto pubblico a causa di reddito insufficiente, 80 perché non hanno alcun reddito, e 132 perché hanno terminato le indennità di disoccupazione: di questi ultimi, 62 sono imputabili alla riforma della LADI.

Cifre eloquenti, dunque, che rendono ancora più evidente, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessità di creare occupazione per i residenti. Una necessità che è però incompatibile con la libera circolazione delle persone. Infatti nel corso del 2011 sono stati creati in Ticino 3000 nuovi posti di lavoro, ma i frontalieri sono aumentati di 5600 unità.

Bisogna dunque scegliere cosa si vuole: o ritorno della priorità dei residenti nelle assunzioni, oppure continua ed allarmante crescita delle persone in assistenza.

Lorenzo Quadri

 

47.6 milioni ben spesi

47.6 milioni di Fr sono una cifra molto importante; anche a Lugano. Una cifra molto importante per un progetto molto importante, che ha ottenuto martedì sera il beneplacito del Consiglio comunale. Parliamo della nuova casa anziani di Pregassona, che ha ottenuto la “luce verde” dopo una gestazione durata oltre un quarto di secolo.

Una struttura che però non sarà solo una residenza per anziani, bensì un vero centro polifunzionale. Perché, oltre alla casa anziani “classica” (con apposito reparto per persone affette da demenze senili e giardino separato dedicato a questi pazienti) ci sarà il centro diurno Alzheimer, ci sarà un asilo nido e ci sarà la sede dello SCUDO (servizi cure a domicilio) ciò che permetterà, tra l’altro, importanti collaborazioni con il personale della residenza per anziani.

I nuovi posti letto creati saranno 114, ciò che permetterà alla Città di Lugano di disporre, a partire dal 2015, di 646 posti suddivisi su sei istituti (Casa Serena, La Piazzetta, Residenza Gemmo, Residenza alla Meridiana, il Castagneto e, appunto, Pregassona).

La nuova struttura risponde ad un’esigenza manifesta, legata all’invecchiamento della popolazione. Non sarà però un edificio chiuso in se stesso, ma un centro di quartiere, con un parco ed una piazza che, oltretutto, riqualificheranno il contesto urbano in cui il nuovo edificio si inserirà.

 

Una sfida non facile

Una sfida non facile, quella della nuova residenza di Pregassona. Da un lato si avevano delle richieste di contenuti, da parte della Città, decisamente ambiziose. Dall’altro a disposizione c’era un terreno grande sì, ma non immenso, e leggermente in discesa. Non, dunque, i 40mila metriquadri del parco di Casa Serena in cui è relativamente facile inserire di tutto e di più, ma qualcosa di più difficile da gestire.

Inoltre, gli obiettivi di contenuto dovevano essere raggiunti non solo dal profilo quantitativo, ma anche da quello qualitativo: la nuova casa per anziani – centro polifunzionale doveva offrire il “top”.

Il progetto scelto permette di risolvere al meglio la difficile equazione. La complessità di rispondere a molteplici esigenze, la necessità di trovare varie “quadrature del cerchio” e l’aspetto innovativo dell’opera hanno comportato delle modifiche al progetto iniziale, ciò che ha causato un aumento dei costi rispetto a quelli ipotizzati tramite le stime di massima effettuate in sede di credito di progettazione. Lì si parlava di una spesa di 38milioni; adesso che il progetto è stato analizzato in tutte le sue parti, la spesa sale ai 47.6 milioni citati in apertura. Che tuttavia si traducono, e questo va sottolineato, in un costo per posto letto che è nella media cantonale.

Si può parlare di sforamento? No: perché si spenderà di più non per ottenere lo stesso risultato, ma per fare di più e meglio. La qualità di vita degli ospiti ne trarrà indubbio beneficio – e parliamo degli anziani di oggi come di quelli di domani – e lo stesso vale per le condizioni di lavoro dei dipendenti (che a loro volta influenzano la qualità di vita dei residenti).

Lugano, fin dalla nascita, nel lontano 1910, del Ricovero di assistenza comunale, ha dimostrato lungimiranza pionieristica e attenzione nei confronti della popolazione anziana.

La nuova residenza per anziani – centro polifunzionale si inserisce perfettamente in questa tradizione, dandole ulteriore lustro.

47.6 milioni di Fr sono tanti. Ma, in questo caso, sono ben spesi.

Lorenzo Quadri

Capodicastero Istituti Sociali

Città di Lugano

Iniziative popolari: due pesi e due misure

Come mai Berna ha così fretta di mettere in vigore l’iniziativa contro le case di vacanza mentre se la prende moooolto comoda con quella che prevede l’espulsione dei delinquenti stranieri?

 

Come volevasi dimostrare, c’è grande preoccupazione per le conseguenze dell’iniziativa contro le residenze secondarie – quindi contro i rustici e contro il turismo – approvata a livello federale con maggioranza risicata (50.6%) lo scorso 11 marzo. In Ticino l’iniziativa è stata respinta.

Nel caso di altre iniziative approvate dal popolo con margine ben più ampio e in tempi precedenti, la Confederazione ben si guarda dall’attivarsi come dovrebbe. Sicché la concretizzazione degli articoli votati è ancora in alto mare. Si pensi ad esempio a quel che accade, o piuttosto non accade, nel caso dell’iniziativa per l’espulsione degli stranieri che delinquono o che abusano del nostro Stato sociale.

L’iniziativa anti-rustici, invece, sembra godere di un canale preferenziale a dir poco sospetto. Lo zelo messo in campo dalla direttrice del DATEC Doris Leuthard – che i maligni paragonano ad un grosso uccello bianco che non è un cigno –  non ha precedenti.

Intanto gli iniziativisti, mentre da un lato dichiarano di auspicare “norme d’applicazione intelligenti e non troppo rigide”, dall’altro giocano al rialzo appena possibile.

Chiariamo subito una cosa: il Consiglio federale, prima di sognarsi di bloccare anche solo una licenza edilizia per una nuova casa di vacanza in Ticino, deve tradurre in realtà l’espulsione degli stranieri delinquenti, così come votata dal popolo.

 

Comuni sotto tutela

I Cantoni turistici, per lo meno, si sono attivati subito. Quale sia il rischio per il Ticino lo sappiamo. Nel nostro Cantone il tetto massimo del 20% di residenze secondarie è superato pressoché ovunque; nelle regioni discoste lo è ampiamente. L’iniziativa mette queste regioni sotto tutela. I Comuni non possono più decidere autonomamente quante case di vacanza vogliono sul proprio territorio. I primi a rischiare di cadere sotto la falce talebana sono i rustici. 7-8000 oggetti si trovano (si trovavano?) sulla rampa di lancio per l’ottenimento della sospirata licenza edilizia, in base al PUC-PEIP 2 che dovrebbe venire votato in Gran Consiglio nel giro di un mesetto. Un lavoro immane che, a meno di chiari correttivi nell’applicazione dell’iniziativa, si dimostrerà del tutto inutile perché di rustici, a seguito della quota massima del 20%, non se ne potrà ristrutturare nemmeno uno.

A ciò va aggiunto che l’iniziativa contro le residenze secondarie penalizzerà pesantemente anche l’industria alberghiera, privata della possibilità di finanziarsi tramite gli Aparthotel, come pure le aziende edili locali.

 

Iniziativa discriminatoria

L’iniziativa non esplica i propri effetti in modo uniforme sul territorio nazionale, ma penalizza in modo particolare pochi Cantoni: in prima linea il nostro (e ti pareva), il Vallese ed i Grigioni. Con questo  agire discriminatorio si tira pesantemente la corda del federalismo. Il Vallese ha già minacciato la disobbedienza civile, dicendo che, semplicemente, si rifiuterà di applicare l’eventuale blocco edilizio. Lo ha fatto forte di un risultato “bulgaro” all’interno del Cantone. In Ticino il popolo ha rifiutato l’iniziativa, ma con una maggioranza meno netta. Resta il fatto che l’unica risposta ad una Berna federale che si dimostrasse sorda alle esigenze dei Cantoni sarebbe lo strappo. Strappo tanto più giustificato nella misura in cui – come emerge dal caso dell’iniziativa per l’espulsione degli stranieri che delinquono –anche in materia di iniziative popolari approvate vige il sistema dei due pesi e delle due misure, in base al quale le proposte $inistrorse godono di sfacciati canali preferenziali. Chissà come mai?

Lorenzo Quadri

Libera circolazione: ecco cosa ci si guadagna

Ve le ricordate le storielle raccontate da tutti i partiti $torici prima delle varie  votazioni sulla libera circolazione delle persone e sugli accordi di Schengen/Dublino? Non ci sarà affatto un aumento della delinquenza, si predicava; sono tutte frottole della Lega populista e razzista, anzi: smantellando i controlli in dogana  la sicurezza aumenterà. Sissignori, si è perfino avuto il coraggio di venire a dire che smaltellando i controlli ai confini la sicurezza sarebbe aumentata.

Ovviamente la Lega e il Mattino non sono stati zitti ed hanno puntualmente denunciato – sia dalle pagine di questo giornale, sia tramite il lavoro politico nei vari livelli istituzionali in cui abbiamo l’onore di essere rappresentati – quello che stava accadendo sul territorio. Ossia, aumento macroscopico della criminalità.

Allora si è inventata la nuova storiella, ossia quella della  “percezione”: non è vero che i reati sono aumentati, dicevano gli internazionalisti, è solo un problema di percezione. La gente ha l’impressione fallace di essere meno sicura, e perché ha questa percezione? Ma naturalmente perché la Lega populista e razzista continua a mettere la pulce nell’orecchio alla gente. Quindi era ancora colpa della Lega.

Purtroppo però, come sosteneva qualcuno, i fatti sono testardi. E anche le cifre. Cosa dicono le cifre? Dicono che in Ticino, nell’anno di grazia 2011, i furti con destrezza sono passati da 588 a 807 (con una crescita del 37%), i borseggi sono stati 691 e quindi hanno segnato un aumento addirittura dell’82%, i furti nei veicoli sono cresciuti anch’essi del 37% da 1116 a 1536 casi, e i furti con scasso sono invece passati da 2135 a 2379 (+11%).

Adesso speriamo che qualcuno abbia almeno la decenza di non venirci a raccontare che il +82% di  borseggi, il + 37% di furti con destrezza, il + 37% di furti nei veicoli, e così via, sono stati commessi da delinquenti patrizi di Frasco o di Corzoneso.

E’ chiaro ed evidente che gli autori di questi reati arrivano da Oltreconfine, dove il controllo sul territorio è andato perso da un pezzo. Tra l’altro, si ricorderà che in aprile, ma anche in ottobre in occasione delle elezioni federali, i controlli alle frontiere erano un tema “forte” di tutti i partiti (esclusi i kompagni). Ovvero: dopo aver denigrato le tesi leghiste sulla sicurezza ai confini, i partiti $torici le hanno sfrontatamente fotocopiate a scopo elettorale. La resa dei conti non ha però tardato ad arrivare: quando infatti in Consiglio nazionale, nella sessione appena conclusa, si è trattato di votare su un’iniziativa che chiedeva di impedire un’ulteriore indebolimento della sorveglianza di frontiera tramite trattati internazionali, i partiti $torici hanno votato contro.

Oltretutto, ad ulteriore conferma che gli aumenti spropositati dei reati sopra citati sono la diretta conseguenza della deleteria libera circolazione delle persone e degli accordi di Schengen, c’è anche un’altra cifra. Quella relativa ai clandestini. Solo nelle ultime settimane, sui treni internazionali che hanno fatto sosta a Chiasso sono stati individuati ben 590 clandestini: lo riportato il Corrierone nei giorni scorsi. Di questi 590 oltre 300, ossia più della metà, erano persone ricercate dalle autorità svizzere o estere per reati anche gravi (quali rapine). A costoro sono stati inoltre sequestrati numerosi tirapugni, coltelli, taser e altri simpatici gingilli analoghi.

Questi sono, messi nero su bianco e cifrati, i regali della libera circolazione delle persone, dello smantellamento dei controlli al confine e degli Accordi di Schengen; accordi da cui perfino il presidente francese Sarkozy dichiara di voler uscire –  e la Francia, contrariamente alla Svizzera, è uno Stato membro della catastrofica UE. Altro che “frottole della Lega populista e razzista”!

 

 

 

 

 

 

Accordi internazionali, uno scempio per la democrazia

Non è certo una sorpresa apprendere che il Consiglio federale è contrario al voto popolare obbligatorio sugli accordi internazionali. Sul tema si voterà il 17 giugno, data in cui verrà sottoposta al giudizio delle urne l’iniziativa popolare “Accordi internazionali, decida il popolo!”.

Il Consiglio federale non ha mai dimostrato particolare simpatia nei confronti dei diritti popolari, ciò che peraltro, per un governo, è quasi fisiologico. Ma questo Consiglio federale ha un motivo particolare per temere il giudizio dei cittadini: ed è il fatto che non li rappresenta per nulla. L’Esecutivo elvetico viene infatti eletto tramite inciuci parlamentari, e quello attualmente in carica non rispetta in alcun modo la forza elettorale dei partiti: l’Udc, principale forza politica svizzera, si trova ad avere un solo rappresentante, a parimerito con il Partito borghese democratico che, in un regime per l’appunto “democratico”, con il suo 5% di consensi, un Consigliere federale non se lo potrebbe sognare nemmeno dopo una scorpacciata di funghi allucinogeni.

La Svizzera si ritrova dunque con un governo chiaramente di centro-sinistra: ossia un governo il cui programma contraddice la volontà popolare, che alle elezioni di ottobre non ha assolutamente dato al paese un orientamento di questo tipo (per fortuna). Sicché  ad ogni chiamata alle urne il rischio di sconfessione, per i Consiglieri federali, è altissimo.

E il rischio cresce in maniera esponenziale in materia di trattati internazionali. Il perché è presto detto: il diritto internazionale è la negazione della democrazia. Questi trattati sono infatti partoriti, o meglio abortiti, da un gruppuscolo di superburocrati di Bruxelles che non sono stati eletti da nessuno ma che impongono le loro regole agli Stati membri, esautorandone gli organi politici i quali, essendo eletti dal popolo, sono gli unici legittimati a legiferare, al contrario degli euroburocrati.

E’ rarissimo che i trattati internazionali vengano sottoposti al giudizio del Sovrano e quando accade solitamente non la spuntano. Perché gli accordi internazionali esautorano il popolo, facendogli piovere addosso regole che non ha voluto e contro le quali poi non può più difendersi. Si potrebbe obiettare che i Bilaterali vennero approvati dai cittadini svizzeri (ma mai dai ticinese): si votasse adesso, però, il risultato sarebbe diverso, come emerge dai sondaggi più recenti.

Per un Consiglio federale che ha più volte dimostrato di non essere nemmeno lontanamente in grado di difendere le prerogative della Svizzera e della sua gente (plateale la calata di braghe su tutta la linea in materia di segreto bancario), è meglio gettarsi tra le braccia dell’UE in modo da non aver più niente da difendere. Così ci si facilita la vita. Far votare dal popolo gli accordi internazionali, che limitano gravemente la possibilità di autodeterminazione del popolo medesimo, rischia però di rovinare questo bel progettino, mandando all’aria qualche trattato e addirittura – orrore! – rischiando di far fare ai camerieri di Berna qualche figuraccia nei confronti dei padroni di Bruxelles.

Con la ben nota sicumera, i politicanti ripetono che l’elettore non deve votare sugli accordi internazionali perché “non capisce”. Ma la vera spiegazione è proprio opposta: non deve votare perché rischierebbe di capire benissimo.

Lorenzo Quadri

«Italienisch, was?»

Aziende romande e ticinesi di fatto tagliate fuori: alla faccia del plurilinguismo e del federalismo!

 

Che il Consiglio federale del plurilinguismo svizzero se ne impipi alla grande non è certo una novità. Del resto, se ne impipa di tutto il federalismo, dal momento che le prerogative del Ticino vengono bellamente ignorate. Invece di tutelare l’economia del nostro Cantone, da Berna si vuole fomentarne l’impoverimento, e trasformarlo in una regione depressa ridotta a vivere di sussidi. E’, d’altra parte, proprio questo il programma della $inistra (ma per i kompagni vivere alle spalle dello Stato è la normalità). $inistra che anela all’adesione all’UE, che vuole tre anni di isolamento del Ticino dal resto della Svizzera tramite chiusura del tunnel autostradale del Gottardo, che sabota il turismo con l’iniziativa contro le residenze secondarie e contro i rustici, che mira a sfasciare la piazza finanziaria, che mette in fuga gli stranieri ricchi per tenersi quelli delinquenti e quelli a carico del nostro stato sociale e che, tanto per mettere la ciliegina sulla torta, ha pure in programma l’abolizione dell’esercito.

Fatto sta che la ministra delle Finanze del 5%, Eveline Widmer Schlumpf-Puffo, eletta con i voti del Centro-$inistra, non solo ha mandato a ramengo il segreto bancario, ma sta pure discriminando alla grande le ditte ticinesi e romande negli appalti pubblici.

A sottolineare l’ennesima situazione indecente sotto il profilo del federalismo, è l’Hebdo sull’edizione del 22 marzo. Gli è che lo scorso 28 febbraio il Consiglio federale ha nominato la Commissione acquisti della Confederazione. Si tratta di una Commissione interdipartimentale, la cui totalità dei membri è, udite udite, svizzero tedesca.

Nel corso dell’anno 2010, nel 36% dei concorsi della Confederazione la lingua ufficiale era unicamente il tedesco: ciò significa che tutto il personale della ditta vincitrice deve conoscere il tedesco sia parlato che scritto. Ci sono poi dipartimenti che, nell’ambito dell’informatica, hanno ingaggiato dei capiprogetto che parlano il tedesco e nessun’altra lingua nazionale.

Il risultato di questi criteri “a misura di svizzero-tedeschi” è che le ditte “latine” di trovano, spesso e volentieri, tagliate fuori dai concorsi della Confederazione. Prova ne sia che – come emerge dalle cifre pubblicate dall’Ufficio federale della logistica e riprese dall’Hebdo – nel 2010 le aziende romande hanno partecipato solo 9% dei concorsi pubblici della Confederazione, e quelle ticinesi solo al 3%.

Evidentemente l’onnipresenza del tedesco scoraggia le Piccole e medie imprese latine a farsi avanti, considerando inoltre il grande dispendio di tempo che comporta, per una piccola azienda, la presentazione di un’offerta redatta in un’altra lingua.

Morale: le ditte ticinesi, ma anche quelle della Svizzera francese, risultano di fatto escluse dalla maggioranza degli appalti della Confederazione. La Ministra delle Finanze nonché presidente Widmer Puffo,  malgrado ci sia una legge sulle lingue, non solo non ha fatto nulla per migliorare la situazione all’atto pratico, ma l’ha addirittura peggiorata. «In materia di plurilinguismo, la presidente della Confederazione delude su tutta la linea» titola l’Hebdo, che non è il Mattino della domenica.

Questo tanto per chiarire dove si va a finire a nominare Consiglieri federali che rappresentano a malapena il 5% della popolazione, solo per “farla” all’odiata Udc (primo partito  nazionale) e all’odiato Blocher. E oltretutto pretendendo di far credere di aver nominato dei “fulmini di guerra” quando invece la realtà è ben diversa. Non c’è proprio nulla che possa giustificare, o anche solo attenuare, la vergognosa violazione delle più elementari regole democratiche che ha portato alla nomina della ministra del 5%.

Lorenzo Quadri

Mettiano l’Italia in una Black list



La  famigerata agenzia delle entrate italiana, nota per le performance illegali (vedi fiscovelox) insiste nel considerare la Svizzera uno Stato canaglia. L’impostazione emerge chiaramente dalle dichiarazioni rilasciate dal direttore centrale dell’accertamento dell’Agenzia delle entrate a margine di una conferenza stampa.

Secondo il citato alto funzionario, non c’è motivo per levare la Svizzera dalla black list italiana dei paesi che non collaborano sotto il profilo fiscale. Questo malgrado il segreto bancario sia stato progressivamente smantellato.

Bene, speriamo che questa ed altre affermazioni analoghe aprano finalmente gli occhi anche alla Confederazione ed al Consiglio federale, che ancora culla illusioni su una vicina normalizzazione dei rapporti con l’Italia. Non solo, ma riteneva pure ingiustificata l’iniziativa cantonale ticinese, approvata invece dal Consiglio nazionale durante la scorsa sessione, che chiedeva una drastica riduzione della quota dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri.

 Tale normalizzazione dei rapporti è invece ancora al di là da venire, ciò che implica in primo luogo che il blocco dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri deve venire mantenuto anche per quel che riguarda gli importi del 2011, e nella misura del 100%.

Ancora una volta, Oltreconfine ci si dimentica che il solo Canton Ticino dà lavoro a 54mila frontalieri italiani;  circostanza, questa, che imporrebbe un trattamento ben diverso. A ciò si aggiungono svariate migliaia di padroncini. Un simile numero di addetti non solo è tutt’altro che necessario all’economia ticinese, ma costituisce, al contrario, un pregiudizio per il nostro mercato del lavoro. Pregiudizio ampiamente dimostrato dall’aumento dei casi di assistenza: solo a Lugano si è raggiunta a fine 2011 la quota mille, mentre nel 2010 c’erano 200 casi in meno.

Dato che la vicina Penisola insiste nell’inserire la Svizzera in black list arbitrarie, allora non si vede per quale motivo, in nome della tanto decantata reciprocità che dovrebbe informare i rapporti bilaterali, la Svizzera non dovrebbe a sua volta inserire l’Italia in una lista nera, parimenti arbitraria. Una lista che preveda, ad esempio, importanti limitazioni unilaterali della libera circolazione delle persone con il Belpaese. Magari stabilendo che, da subito, non viene più rilasciato alcun permesso per frontalieri a cittadini italiani per quel che riguarda il settore terziario.

Ma si potrebbe anche pensare di mettere in difficoltà i negozi italiani della fascia di confine (in particolare i grandi magazzini) che apertamente puntano alla clientela ticinese, tramite l’introduzione di franchigie molto basse per la spesa transfrontaliera.
Trattare con i guanti chi, dal canto suo, non perde occasione per prenderci a pesci in faccia, è chiaramente contrario al principio della reciprocità. Un principio che deve valere anche nel campo delle ritorsioni.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi