Trattative Svizzera – Italia: fregati ancora una volta?

Interrogazione al Consiglio di Stato

 

Trattative tra Svizzera e Italia e coinvolgimento del Ticino

 

Numerose fonti di informazione danno per imminente la conclusione dell’accordo fiscale tra Svizzera ed Italia per regolare lo scambio di informazioni tra le quali quelle bancarie sono certamente le più importanti.

Su questo tema, il Municipio di Lugano ha commissionato al prof Marco Bernasconi ed alla docente SUPSI Donatella Ferrari uno studio che analizzasse da un lato lo scambio di informazioni fiscali nel contesto delle convenzioni internazionali sulle doppie imposizioni e, dall’altro, la misura del ristorno delle imposte alla fonte dei frontalieri.

Lo studio, effettuato nell’ottica dei difficili rapporti Svizzera-Italia, e consegnato tra l’altro anche al lod. Consiglio federale, costituisce un’analisi specialistica ed approfondita che, per la prima volta, illustra la genesi delle due tematiche trattate e le strette correlazioni tra esse esistenti.

 

Va rilevato che al momento non sussiste alcuna fretta, data la situazione politica ed economica della vicina Penisola, di concludere accordi Svizzera-Italia in materia di doppia imposizione. Ed in ogni caso, il CdS non può accettare che tali trattative – se effettivamente in essere ed addirittura nelle loro fasi conclusive – si svolgano senza il suo fattivo coinvolgimento, essendo il Ticino parte direttamente in causa.

Oggetto delle trattative sarebbe la ricerca con l’Italia di  una soluzione analoga a quelle recentemente negoziate con la Germania e il Regno Unito. Come è noto le banche svizzere incassano per conto della Germania e del Regno Unito due imposte:

·       un’imposta per regolare i capitali collocati in Svizzera e non dichiarati al fisco del loro Paesi da parte di residenti in Germania e nel Regno Unito, e

·       un’imposta ricorrente, per gli anni a venire, sui redditi dei capitali (dividendi, interessi, utili in capitali, ecc.).

Con la conclusione di questi accordi fiscali si rinuncerebbe da parte di Germania e Regno Unito a richiedere lo scambio di informazioni automatico. Non si vuole entrare nei dettagli di questi accordi fiscali poiché non lo riteniamo necessario ai fini della richiesta oggetto di questo atto parlamentare. Infatti sembra che i negoziati in corso con l’Italia vogliono regolare lo scambio di informazioni conformemente a quanto pattuito con Germania e Regno Unito senza affrontare contestualmente l’esame dell’accordo fiscale sui frontalieri. Questa sensazione, che auspichiamo sia smentita dai fatti, la si ricava dalla lettura dei giornali italiani, che danno peso soltanto al problema dello scambio di informazione e dall’aumento di gettito che ne deriverebbe per l’Italia, senza accennare minimamente alla questione riguardante l’accordo sui frontalieri.

Siccome non è possibile, per il momento almeno, conoscere il contenuto dei negoziati, siamo persuasi che sia necessario riaffermare alcuni criteri riferiti all’accordo sui frontalieri. A nostro modo di vedere sia lo scambio di informazioni, stabilito dall’art. 27 della convenzione fiscale generale con l’Italia, sia la questione del ristorno dei frontalieri, regolato dall’art. 15 cpv. 4 della medesima convenzione, devono essere oggetto di un’unica trattativa. Questo perché la soluzione dello scambio di informazioni fiscali riguarda tutti i Cantoni della Confederazione, che ne avrebbero un sicuro giovamento, mentre l’accordo sui frontalieri riguarda marginalmente i Cantoni del Vallese e dei Grigioni, ma in modo molto importante il Canton Ticino. Basti ricordare che dal 1974 ad oggi sono stati versati ai Comuni di frontiera italiani più di un miliardo di franchi e, annualmente, il Ticino versa tra i 50 e i 60 milioni di franchi. Non vorremmo che – in considerazione dell’interesse preponderante della Confederazione di risolvere la questione dello scambio di informazioni – l’interesse del Ticino a ridurre la propria partecipazione finanziaria al ristorno delle imposte sui frontalieri venisse trascurato oppure venisse risolto con una diversa impostazione, il cui risultato sarebbe comunque quello di penalizzare il nostro Cantone.

La mancata revisione dell’accordo sui frontalieri in termini contingenti diverrebbe più difficile a medio termine, poiché verrebbe a mancare la forza contrattuale riferita all’interesse dell’Italia di poter beneficiare di un introito importante derivante dalla sanatoria dei capitali non dichiarati e dall’imposta ricorrente.

Ma il pericolo potrebbe derivare anche da una modifica sostanziale dell’accordo sui frontalieri.

Le possibilità sono molteplici come attestano i diversi accordi che la Svizzera ha pattuito per i frontalieri residenti con gli Stati limitrofi. A nostro giudizio l’unico trattato al quale si può fare riferimento è quello sottoscritto con l’Austria poiché è stato negoziato dopo l’entrata in vigore della libera circolazione delle persone conclusa tra Svizzera ed UE nel 2002. Con l’Austria è stato convenuto un ristorno a carico della Svizzera pari al 12.5% delle imposte pagate in Svizzera dai residenti in Austria.

Potrebbe anche essere ipotizzata una soluzione che stabilisca il diritto di imposizione dell’Italia per i residenti nelle zone di frontiera italiane che lavorano in Ticino. In tal caso dall’imposta italiana pagata dai frontalieri, dovrebbe essere dedotta l’imposta pagata in Svizzera. In questo modo verrebbe risolta una disparità di trattamento tra i residenti della fascia di confine italiana, che a norma dell’art. 1 dell’accordo sui frontalieri, pagano le imposte soltanto in Svizzera, e i residenti in altre zone d’Italia che pagano le imposte in Italia con la deduzione di quelle pagate in Svizzera. Se Svizzera ed Italia trovassero un accordo in tal senso il Ticino potrebbe continuare ad imporre il reddito del lavoro dipendente dei frontalieri senza essere più obbligato a ristornare il 38.8 delle imposte ai Comuni di frontiera italiani. È evidente che con questa impostazione i frontalieri, residenti nella fascia di frontiera, pagherebbero imposte più elevate di quelle attuali poiché la progressione delle aliquote in Italia sui redditi medio alti è molto più incisiva di quella svizzera.

Per i Comuni di frontiera l’ammontare delle imposte a loro favore sarebbe determinato dalla legislazione interna italiana e quindi dai rapporti con lo Stato centrale. Questa soluzione non era possibile nel 1974 poiché l’art. 3 comma 3 del Testo unico delle imposte sui redditi esentava dall’imposta i redditi del lavoro conseguiti all’estero in via continuativa da parte di residenti in Italia. L’abrogazione dell’esenzione di tali redditi a decorrere dal 2003 rende ora praticabile questa via.

 

Da quanto sopra risulta che le conclusioni dei negoziati tra Svizzera ed Italia potrebbero limitarsi soltanto a regolare lo scambio di informazioni (e magari nemmeno in modo soddisfacente) escludendo l’accordo sui frontalieri, oppure a trovare per questa questione, alternative di diversa natura. Indipendentemente dall’impostazione che sarà negoziata dalle parti, è essenziale che il Cantone Ticino veda ridotto in modo sostanziale il proprio impegno finanziario. Se la Confederazione, al fine (ovviamente corretto) di salvaguardare il segreto bancario nell’ambito dello scambio di informazioni ritiene di non modificare l’onere finanziario a carico del Ticino, essa dovrà indennizzare adeguatamente il Ticino, ciò per salvaguardare la parità di trattamento tra i Cantoni, che è una componente essenziale del federalismo.

 

Chiediamo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

                       Il CdS è stato coinvolto nelle trattative in essere tra Svizzera ed Italia, e in che misura?

                       Il CdS ritiene di essere sufficientemente coinvolto?

                       Qual è lo stato delle trattative Svizzera-Italia a quanto risulta al CdS?

                       Quali indicazioni concrete ha fornito il CdS alla delegazione svizzera?

                       E’  intenzione del CdS rendere partecipe la delegazione svizzera delle riflessioni contenute nel presente atto parlamentare?

 

Con la massima stima

 

Lorenzo Quadri

Paolo Sanvido

Sergio Morisoli

Amanda Rückert

Michele Guerra

Andrea Giudici

Eros Mellini

Fiorenzo Dadò

Marco Chiesa

Sergio Savoia

Marco Passalia

Roberto Badaracco

Wimder Schlumpf: permanenza ingiustificata

La Consigliera federale (per ora) Eveline Widmer Schlumpf ha annunciato la propria ricandidatura. Non che ci fossero dubbi al proposito, era impensabile che gettasse la spugna ancora prima di sottoporsi al giudizio dell’Assemblea federale. Il problema della signora, che ha usurpato il posto di Christoph Blocher vincitore delle elezioni del 2007 partecipando ad uno schifoso golpe parlamentare ordito dalla $inistra e dagli uregiatti, sono i numeri. Proprio non ci sono, visto che il PBD, neo partituncolo della Consigliera federale, è fermo ad attorno il 5% dei consensi.

Poiché, inoltre, è evidente che Udc e P$$ hanno diritto a due seggi in governo, la cadrega di Widmer Schlumpf andrebbe se del caso sottratta al Plr. E la capogruppo Gabi Huber ha già detto, evidentemente, che il suo partito non si sogna nemmeno di regalargliela.

La presunta qualità del lavoro svolto da Widmer Schlumpf non è un argomento. Primo: che la signora sia stata così brava come vuole far credere è ancora tutto da dimostrare. Il fatto che, con lei alla guida delle Finanze, la Confederazione sia andata a siglare accordi di doppia imposizione, ossia a calare le braghe, con Stati del livello del Kazakistan, indica piuttosto il contrario. Neppure il pasticcio dello stitico pacchetto anticrisi per contrastare il franco forte (prima due miliardi, comunque troppo pochi, poi meno di uno) depone a suo favore.

In ogni caso, di gente capace di lavorare ce n’è a bizzeffe: fosse anche brava, la signora non ha di certo l’esclusiva.

Punto secondo: in politica, piaccia o no, i seggi li ottiene chi ha i voti. Niente voti, niente seggio. Punto. La permanenza in carica di un Consigliere federale senza i voti è uno scandaloso aggiramento della democrazia. Che, se la democrazia conta ancora qualcosa in questo Paese, non può essere tollerato.

La cosa che più fa imbufalire è però il tentativo di Widmer Schlumpf di giustificare il perseguire della simbiosi tra la cadrega governativa e le proprie natiche adducendo l’argomento della continuità.

Una dichiarazione – peraltro fatta in termini analoghi dal presidente del PPD nazionale Darbellay, ciò che non gioca a favore della grigionese – che denota una faccia di tolla al limite dell’inconcepibile. Con quale coraggio chi ha estromesso Christoph Blocher, che aveva vinto le elezioni, dal Consiglio federale, viene adesso ad appellarsi alla continuità?

La continuità di Widmer Schlumpf è come la morale del gruppo Salavaticino: strettamente a senso unico. Se la continuità fosse un argomento valido, allora, proprio in nome della continuità, Widmer Schlumpf non avrebbe dovuto usurpare un seggio che non le spettava.

Quando ha accettato si partecipare attivamente al complotto per l’estromissione di Blocher dal Consiglio federale, Widmer Schlumpf sapeva benissimo a cosa andava incontro. Sapeva perfettamente che, a fine legislatura, il suo posto in Consiglio federale non ci sarebbe più stato, a meno di un’improbabile riconciliazione con l’Udc.

Widmer Schlumpf ha scelto di lasciare la comoda e sicura cadrega di ministro delle Finanze grigionese per una carica più alta, ma più instabile (non per la natura della carica, ma per le circostanze assolutamente aberranti a seguito della quale l’ha ottenuta). E’ stata per quattro anni Consigliera federale. Adesso, semplicemente, il gioco è finito. Sic transiit gloria mundi.

Lorenzo Quadri

 

Gran Bretagna e “integrazione”

Dalla multiculturale Gran Bretagna il Daily Mail lancia l’allarme su quel che accade nelle scuole islamiche. I bambini colpevoli di non aver fatto un compito, di non aver memorizzato a dovere un verso del Corano, o di non aver pregato a volume sufficientemente alto, vengono presi a pugni o a sberle, o costretti ad accovacciarsi coprendosi le orecchie con le mani nella posizione detta “del pollo” e poi percossi.

Sarebbero oltre 400 le denuncie  presentate negli ultimi tre anni alle autorità britanniche, ma solo due di queste sono giunte ad una sentenza. La giustizia preferisce sorvolare per non essere accusata di razzismo e le famiglie temono che, denunciando i maltrattamenti subiti dai figli, dovrebbero poi fare i conti con le rappresaglie della comunità musulmana. «Paure giustificate – scrive il Daily Mail – in quanto in alcuni casi i genitori che si sono rivolti alle forze dell’ordine hanno subito intimidazioni e aggressioni».

E non è tutto, perché in talune scuole islamiche inglesi ai bambini verrebbe insegnato a disprezzare lo stile di vita britannico “ispirato da Satana”, a “stare lontani da chi non porta la barba come si sta lontani dai serpenti” e altre amenità di questo genere. Insomma, una vera e propria ghettizzazione, altro che integrazione, mentre i doposcuola islamici si svolgono sei giorni su sette e durano due ore per volta: un indottrinamento in piena regola.

Questi sono gli amari frutti di una politica migratoria incontrollata; come quella che certuni soggetti dal facile moralismo a corrente alternata tuttora si ostinano a predicare anche alle nostre latitudini. Invece di pretendere che chi arriva da paesi da lontani e da culture diverse si conformi alle nostre regole, al nostro modo di vita, alle nostre usanze e ai nostri costumi – e chi ritiene di non poterlo fare non è obbligato a rimanere in Svizzera -, si impone alla popolazione residente di essere lei ad adattarsi e a tollerare. Si pongono così le basi per la creazione di enclavi dove non vigono le regole dello Stato ospitante, ma altre, con esse incompatibili. E, in nome del politicamente corretto, e guidati dalla fobia patologica di passare per razzisti, si tollerano sempre più eccezioni ai principi cardine del nostro Stato di diritto. Si rinuncia a far valere le nostre regole, anche le più elementari: libertà d’espressione, libertà di credo, parità fra uomo e donna, separazione tra religione e Stato. Due secoli e mezzo di lotte per i diritti civili vengono così buttati a mare senza troppi patemi d’animo: l’importante  è non rischiare di passare per xenofobi.

Al punto che anche in Svizzera qualcuno (e stiamo parlando di accademici, che non hanno la scusante della mancanza di istruzione) arriva ad ipotizzare di recepire forme di Sharia nell’ordinamento giuridico elvetico. Ovvero, arriva ad ipotizzare una giustizia a due velocità, diritti diversi, pene diverse a dipendenza della religione dell’imputato. Un’aberrazione assolutamente intollerabile, che oltretutto spianerebbe la via a molte altre a seguire.

La situazione britannica, riportata dal Daily Mail nei termini sopra indicati, deve servire da monito anche alle nostre latitudini. O si cambia paradigma, si riprende il controllo dei flussi migratori e si chiarisce al di là di ogni dubbio che chi si trasferisce in Svizzera deve anche sposarne le regole, le leggi, le usanze (e non solo lo Stato sociale assai largheggiante nei confronti dei migranti), o si rende evidente che non ci si inventa norme ad hoc per venire incontro a persone in arrivo da culture diverse (che non sono minimamente obbligate a rimanere in Svizzera, se ritengono di non potersi adattare) oppure quello che il Daily Mail scrive oggi sulla situazione britannica lo potrà scrivere un domani anche la stampa svizzera sulla situazione elvetica. (Solleviamo invece dal compito la radiotelevisione di cosiddetto servizio pubblico, irrimediabilmente indottrinata).

Lorenzo Quadri

 

Delinquenti stranieri: si dicano le nazionalità!

 

Interrogazione al Consiglio di Stato

 

Fino a quando si continuerà a nascondere la nazionalità degli autori di reati?

 

Ancora una volta si pone il problema della nazionalità degli autori di reati e della scelta  ufficiale, non condivisibile, di non renderla nota, limitandosi ad indicare, nei comunicati di polizia (e non necessariamente in modo sistematico) se si tratta di cittadini svizzeri o di cittadini stranieri.

 

Una distinzione che non è sufficientemente precisa e non si capisce quale controindicazione ci possa essere nel rivelare la nazionalità di persone che commettono reati – trattandosi di un’informazione che di certo non rientra nella sfera privata delle persone – se non quella di tentare di nascondere che, troppo spesso, le nazionalità dei delinquenti attivi su suolo ticinese sono sempre le medesime: poche e ricorrenti.

 

Anche nel caso dell’inseguimento automobilistico avvenuto lo scorso venerdì sera e conclusosi a Camorino, che ha portato all’arresto di tre persone tra cui una minorenne per i reati di furto e danneggiamento (nella vettura è stata rinvenuta della refurtiva ed attrezzi per lo scasso) ci si è limitati a dichiarare che gli arrestati sono di nazionalità straniera e che l’automobile ha targhe francesi.

Il che ancora non vuol dire che le persone arrestate siano di nazionalità francese, ma semmai solo che risiedono in Francia.

L’informazione dunque non solo non è completa ma rischia pure di risultare fuorviante.

 

L’argomentazione addotta in passato dal CdS a giustificazione dell’omertà sulla nazionalità degli autori di reati, ossia la necessità di proteggere l’identità di prevenuti, non regge, dal momento che è solo in casi estremamente rari dalla nazionalità e da altre circostanze eventualmente divulgate qualcuno potrebbe risalire all’identità dell’autore; ed anche in quei casi con tutta probabilità non a seguito dell’informazione sulla nazionalità, ma di quella sulle altre circostanze.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

       Per quali motivi ci si ostina a non voler rivelare la nazionalità di autori di reati, se non per tacere informazioni “scomode” sotto il profilo del politicamente corretto?

       Di che nazionalità sono le persone arrestate a seguito dell’inseguimento indicato nella premessa?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

Esperti d’esame pagati come docenti?

Interrogazione al Consiglio di Stato

 

Settore sociosanitario della Divisione della formazione professionale, esperti d’esame pagati con la tariffa docenti?

 

 

Il Mattino della domenica del 23 ottobre us segnalava che, in seno alla Divisione della formazione professionale, settore sociosanitario, si sarebbe verificata una rilevante e costosa disfunzione, la quale sarebbe proseguita per anni.

 

Gli esperti di questo settore sarebbero infatti stati remunerati, invece che con la tariffa da esperto, con quella da docente. Le differenze sono notevoli: l’indennità di insegnamento è di 120 Fr all’ora, quella da docente di 190 Fr al giorno.

 

Di conseguenza, gli esperti che hanno potuto beneficiare di questo errore da parte della Divisione della formazione professionale, hanno conseguito un guadagno che, in realtà, non era dovuto.

 

Esprimendosi sull’articolo citato in apertura in una lettera aperta al presidente della Lega dei Ticinesi Giuliano Bignasca, il direttore del DECS Manuele Bertoli invitava a chiedere chiarimenti “tramite strade un po’ più dignitose (dell’articolo), ad esempio con atti parlamentari”.

 

Accogliendo volentieri l’invito del direttore del DECS, chiediamo dunque al lod. Consiglio di Stato:

 

       corrisponde al vero che gli esperti del settore sociosanitario del DFP sono stati remunerati con la tariffa docenti invece che con quella di esperti (decisamente meno elevata)?

       Se sì, quando è cominciato questo errore, e quando vi si è posto fine?

       Quanti periti sono stati remunerati come se stessero insegnando, e per quale somma totale?

       La differenza tra la tariffa incassata e quella dovuta, dovrà essere restituita? Se sì in quali tempi e modi?

       Come mai la direzione della DFP, la Sezione delle finanze e il controllo cantonale delle finanze non si sono accorti dell’errore?

       Sono previste inchieste amministrative sull’accaduto?

 

Con la massima stima

Michele Guerra

Lorenzo Quadri

 

Controlli mirati sui TIR UE

 

Mozione al Consiglio di Stato

 

Controlli mirati sui TIR europei in transito parassitario attraverso il nostro Cantone

 

Il recente controllo di polizia “Contracto” effettuato presso l’area di sosta autostradale di Moleno sui TIR diretti verso nord ha evidenziato ben 27 contravvenzioni su una sessantina di autoarticolati controllati dalla polizia cantonale e dalle guardie di confine.

In particolare, le condizioni di un TIR sloveno erano disastrose: il sistema frenante era gravemente compromesso di modo che il veicolo costituiva un reale pericolo per la sicurezza stradale.

 

L’esperienza fatta con l’operazione Contracto ha dunque evidenziato come i TIR UE, in transito parassitario attraverso il Ticino, oltre a causare problemi viari e ambientali, spesso costituiscano dei veri pericoli. Da qui l’opportunità di ostacolare questo transito parassitario “regalatoci” dall’Unione europea, agevolando invece il transito interno.

 

Con la seguente mozione si chiede pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

          Di intensificare, anche sulla scorta dell’operazione Contracto, i controlli mirati ai mezzi pesanti UE in transito parassitario attraverso la Svizzera.

 

Lorenzo Quadri

Tutelare i disoccupati ticinesi

Interrogazione al Consiglio di Stato

 

Tra i vari svantaggi portati al Ticino dalla riforma della Legge sull’assicurazione contro la disoccupazione (LADI) entrata in vigore lo scorso primo aprile, figura l’articolo 23 capoverso 3 bis. Questa nuova disposizione che ha lo scopo di impedire che persone senza lavoro che seguono un programma d’inserimento professionale organizzato da un ente pubblico possano, a seguito di quest’ultimo, maturare il diritto all’apertura di un termine quadro LADI (cosa che invece accadeva in precedenza).

 

Come spiega al proposito la direttiva della SECO “023-Prassi LADI 2011/16”, del luglio 2011, “lo scopo di queste disposizioni è di impedire l’insorgere di un diritto alla disoccupazione determinato dall’ente pubblico”.

 

Ci troviamo in sostanza davanti ad uno scarica-barile di persone senza lavoro dalla Disoccupazione all’Assistenza, ossia dalla Confederazione (che finanzia la LADI) ai Cantoni ed ai Comuni (che pagano le prestazioni assistenziali). Uno scarica-barile perfettamente in linea con lo stile della riforma LADI.

 

E’ quindi importante che il campo d’applicazione dell’articolo 23 cpv 3 bis LADI risulti il più possibile ristretto: ovvero, che il minor numero possibile di iniziative d’inserimento professionale ricada sotto tale norma.

Si tratta insomma di cercare in qualche misura di salvaguardare la possibilità, per i disoccupati che seguono provvedimenti d’inserimento professionale, di maturare il diritto alla riapertura di un termine quadro LADI.

 

Al proposito, la citata direttiva della SECO recita:

“In generale, tutti i provvedimenti di inserimento professionale e di integrazione rientrano nel campo d’applicazione dell’articolo 23 capoverso 3 bis LADI (…). Nella maggior parte dei casi tali provvedimenti sono facilmente reperibili, poiché essi si svolgono chiaramente al di fuori del mercato del lavoro primario e sono diretti da un responsabile di progetto incaricato di organizzare un’occupazione per le persone che beneficiano delle prestazioni delle assicurazioni sociali. Tuttavia sussiste una zona “grigia”, in particolare se questi provvedimenti sono organizzati presso amministrazioni cantonali e comunali o associazioni private e organizzazioni parastatali. Invitiamo quindi Cantoni a prendere contatto con la SECO per discutere di tali provvedimenti ed evitare qualsiasi malinteso (…)”.

 

Nell’ottica di, come indicato in precedenza, salvaguardare almeno in parte la possibilità per i disoccupati che seguono provvedimenti d’inserimento professionale di maturare il diritto alla riapertura di un termine quadro LADI, è importante che il Cantone raccolga l’invito della SECO: questo nel tentativo di beneficiare, in una qualche misura – vista anche la difficile situazione occupazionale nel nostro Cantone – della “zona grigia” citata dalla SECO.

 

Si chiede pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

       Il CdS ha discusso con la SECO onde definire i termini d’applicazione (limitandoli il più possibile) dell’articolo 23 cpv 3 bis LADI?

       Se sì, con quale esito?

       Se no, quando avverrà tale presa di contatto?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

Michele Guerra

Cassa malati: i premi aumentano!

I premi di cassa malati sarebbero dovuti diminuire del 10.3%. Questo non ce lo possiamo né dobbiamo dimenticare. Visto che, come sappiamo, è successo ben altro. E’ successo infatti che i premi sono diminuiti in media di meno dell’1%. In media, appunto. Ciò significa che c’è anche gente che i premi di cassa malati, invece che diminuire, se li è visti aumentare. E’ il caso di una lettrice che ci ha segnalato che il suo premio è passato da 376 Fr mensili nel 2011 a 403 nel 2012. O un lettore che ci ha invece comunicato che lui lo scorso anno ha pagato in totale 4911 Fr di premi, mentre nel 2012 ne dovrà sborsare 5029. E si tratta di persone affiliate a casse malati diverse.

Per anni i ticinesi hanno pagati premi di cassa malati troppo elevati: e adesso che si tratta di restituire quanto è stato pagato in esubero, ecco che a Berna si inventano sistemi cervellotici per dare indietro solo una parte, diluendola oltretutto su più anni. La fregatura continua, e il cittadino ticinese, come abbiamo avuto modo di scrivere, viene turlupinato su più fronti: perché non solo paga premi troppo elevati, ma con le sue imposte è anche chiamato a finanziare i sussidi che servono a diminuire i premi a chi non è in grado di pagare. Inoltre, il travaso di oneri dagli assicuratori malattia al Cantone non viene compensato da diminuzioni di premio.

Adesso arriva il conto: il Consiglio di Stato batte cassa e vorrebbe ottenere 40 milioni di Fr in più dai Comuni. In caso di rifiuto questo soldi verranno chiesti ai cittadini tramite aggravi fiscali: questa la minaccia lanciata. Una quota dei  40 milioni extra è legata al finanziamento dei sussidi di cassa malati.

E qui decisamente casca l’asino. Se infatti i premi di cassa malati non sono diminuiti, e quindi non si è risparmiato sussidi come si sarebbe dovuto, la colpa non è certo dei comuni e nemmeno dei cittadini.

Sarebbe infatti stato compito del Cantone battere i pugni sul tavolo per ottenere la riduzione. Al proposito si ricorderà che il DSS (nella scorsa legislatura) ha invece smantellato l’ufficio dell’assicurazione malattia, perdendo così un centro di competenze creato in 20 anni di lavoro in un momento particolarmente critico: ovvero proprio quando si trattava di rivendicare doverose riduzioni dei premi di cassa malati e c’era quindi bisogno di tutta l’artiglieria e le argomentazioni possibili. Un errore tattico clamoroso, di cui – da queste colonne l’avevamo detto subito – si sarebbe ben presto pagato il prezzo.

Ed infatti le previsioni si sono puntualmente avverate.

Prima della fissazione dei premi di cassa malati 2012, non risulta che il DSS si sia strappato i panni di dosso per fare pressioni affinché arrivasse la doverosa diminuzione. Anzi: i toni, laddove avrebbero dovuto essere battaglieri, sono stati fin da subito rassegnati e dimessi.

La riduzione non c’è stata (riduzione che avrebbe costituito, di fatto, uno sgravio fiscale a vantaggio delle famiglie) e adesso, a mo’ di beffa che si aggiunge al danno: perché adesso il Cantone, che come detto non è privo di responsabilità per la situazione attuale, se ne esce addirittura con la minaccia di un aggravio fiscale. E’ evidente che questo modo di fare non può essere tollerato e va respinto al mittente senza tanti se né ma.

Lorenzo Quadri

 

GRAZIE TICINO!!

Ancora un po’ frastornato dalla lunga giornata, che fa seguito ad un periodo a dir poco “intenso”, ringrazio di cuore i Ticinesi che mi hanno sostenuto al di là delle più rosee aspettative, rendendomi addirittura il più votato in assoluto dei consiglieri nazionali eletti!

Una grande soddisfazione, un grande onore ma anche una grande responsabilità: mi impegnerò al massimo per dimostrarmene all’altezza!

Grazie a tutti!!

 

Cassa malati: la triplice fregatura

I cittadini ticinesi, con i premi di cassa malati 2012, sono stati fregati ancora una volta. Dire che si tratta di una sola fregatura è in realtà riduttivo, dal momento che siamo davanti a tre raggiri simultanei. Tre fregature in una, come negli sconti multipack.

Prima fregatura: la più ovvia, ossia i premi da pagare troppo alti.

Seconda fregatura: il cittadino, con le proprie imposte, paga gli 85 milioni di Fr extra legati al nuovo finanziamento del sistema ospedaliero, spesa che si aggiunge ai premi.

Fregatura numero tre: a causa dei premi troppo alti, aumenta la fattura dei sussidi per il pagamento dei premi di cassa malati. Fattura pagata ancora una volta dal contribuente con le sue imposte.

E’ ovvio dunque che il Consiglio di Stato non può permettersi di pretendere di mungere soldi ai Comuni, e ancora meno ai cittadini, in particolare per quel che riguarda la voce del sussidiamento dei premi di cassa malati, quando il governo in questione, per usare un eufemismo, non si è propriamente tirato giù la pelle di dosso per ottenere una congrua diminuzione dei premi a carico dei ticinesi – e, di conseguenza, dei sussidi a carico dell’ente pubblico necessari a renderli sopportabili.

La triplice fregatura dei premi  2012 dimostra, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, che il sistema attuale è bacato e non funziona. Esempio lampante: non c’è neppure la possibilità di impugnare in via giudiziaria i premi da rapina, poiché questi sono stati approvati da un’autorità (l’ufficio federale della Sanità) facendo uso del suo apprezzamento; apprezzamento al quale un tribunale non può sostituire il proprio.

Per non parlare poi di quella cassa malati che ai suoi affiliati ha propinato addirittura un aumento del 16%…

E’ evidente che la concorrenza tra le casse malati non funziona e non ha fatto diminuire i premi. Essa consente tuttavia alle casse in questione di usare i soldi dei nostri premi per (ad esempio):

       giocare (e perdere) in borsa;

       lanciarsi in costose campagne marketing;

       pagare stipendi e bonus stellari ai propri dirigenti.

 

Almeno tre grossi vantaggi

La cassa malati unica e pubblica, per l’assicurazione di base, non sarebbe la panacea (il problema dei costi della salute rimarrebbe) ma avrebbe essa almeno tre grossi vantaggi.

Il primo, più evidente, è la trasparenza nei conti, che adesso manca.

Il secondo, è che la cassa pubblica potrebbe essere finanziata con fondi pubblici, ad esempio della Banca nazionale, che attualmente brucia miliardi degli svizzeri come noccioline nel vano tentativo di puntellare l’euro allo sfascio (perché metà degli Stati membri UE è in bancarotta). Ma allora, un po’ di questi soldi impieghiamoli per finanziare parte dei costi dell’assicurazione di base di cassa malati, che a livello nazionale costa ca 23 miliardi all’anno. Così facendo, i premi a carico del cittadino potrebbero essere abbassati sensibilmente, anche dimezzati: ciò che costituirebbe, de facto, uno sgravio fiscale.

Il terzo vantaggio è che, con un assicuratore unico e pubblico, i premi di cassa malati, almeno per chi ha un’attività pubblica dipendente, potrebbero venire detratti direttamente dallo stipendio, un po’ come avviene con l’AVS. In questo modo non ci sarebbe più il problema dei sospesi e dei morosi che si tenta di risolvere con leggi cervellotiche e macchinose “liste nere” (che fanno tanto Tremonti).

Lorenzo Quadri