Ristorni dei frontalieri: no limits!

I ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri continuano a tenere banco, come del resto è corretto che sia.

L’ultimo avvenimento in ordine di tempo è sconcertante: si tratta infatti  della richiesta, da parte di sindacati italiani, che i datori di lavoro ticinesi dei frontalieri accantonino e versino agli istituti previdenziali italiani i fondi per la disoccupazione.

Si tratterebbe dunque di una forma aggiuntiva di ristorno. Ossia, invece di diminuire, i ristorni andrebbero addirittura ad aumentare.

 

Un’uscita del genere da parte dei sindacati italiani della fascia di confine è quantomeno improvvida, dimostra tuttavia ancora una volta la necessità di intervenire finalmente sull’annosa questione dei ristorni.

 

A credito di questi ultimi, va però rilevato che i sindacati della fascia di confine ammettono anche che gli accordi bilaterali non sono per nulla tali, avendo portato ad occasioni di lavoro solo per la parte italiana.

 

A peggiorare ulteriormente la situazione, le dichiarazioni del parlamentare italiano Marco Zacchera il quale ha comunicato che il Sottosegretario agli affari esteri avrebbe dichiarato, rispondendo ad un suo atto parlamentare, di aver ricevuto assicurazioni dalla Consigliera federale Widmer Schlumpf dell’intenzione della Svizzera di non rivedere i ristorni.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

         Il Consiglio di Stato viene tenuto costantemente informato dai passi della Confederazione in materia di ristorni delle imposte dei frontalieri italiani, essendo direttamente toccato dal problema?

         Al CdS risulta che la Consigliera federale Widmer Schlumpf abbia fornito assicurazioni al governo italiano che la Confederazione non sarebbe intenzionata a modificare i ristorni?

         In caso di risposta affermativa alla domanda precedente: qual è la posizione del CdS al proposito?

         Quali passi concreti intende intraprendere il CdS affinché venga aperto un contenzioso con l’Italia al fine di giungere alla doverosa ed attesa revisione dei ristorni delle imposte dei frontalieri?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

Avanti con la clausola “salva-ticinesi”!

Un paio di mesi fa il Tribunale amministrativo (Tram) ha emanato una delle sue numerose e sciagurate decisioni contro l’interesse del Ticino e dei Ticinesi. Trattasi della sentenza in base alla quale nei bandi di concorso per l’assunzione dei docenti cantonali non è più possibile inserire il requisito della conoscenza delle lingue nazionali. Un escamotage che permetteva di arginare elegantemente l’assalto dei docenti frontalieri, che le lingue nazionali non le conoscono. Ma per i giudici del Tram si tratta di una discriminazione contraria alla libera circolazione delle persone. Ed infatti era proprio così: volutamente!

 Cose da matti: mentre l’Italia ci inserisce su liste nere di paradisi fiscali, liste contrarie ad ogni legalità e decenza, noi siamo qui a stracciarci le vesti per i bandi di concorso per i docenti cantonali! Grazie al Tram, poniamo le premesse per l’esplosione dei docenti frontalieri, e questo nella nostra scuola pubblica i cui stipendi sono il triplo o il quadruplo di quelli vigenti oltreconfine (e aggiungiamoci pure il vantaggio dell’euro debole). Quando si dice essere allocchi fino in fondo. Quando capiremo che i nostri vicini a Sud di accordi internazionali non ne rispettano mezzo nemmeno per sbaglio?

 

Titoli preferenziali

All’ennesima exploit del Tribunale amministrativo, a cui qualcuno dovrà far capire che la magistratura non è un corpo estraneo residente su Marte ma è inserita nel contesto del nostro paese di cui deve fare gli interessi, ci si proponeva di porre rimedio, in una qualche misura, per il tramite dei titoli preferenziali. Ossia rendere la conoscenza delle lingue nazionali titolo preferenziale per l’assunzione di docenti cantonali. Naturalmente si tratta di una scelta di ripiego. Perché comporta la necessità di vagliare centinaia di candidature d’Oltreconfine, e spalanca le porte ad una pletora di ricorsi da parte di candidati italiani scartati a causa del requisito preferenziale. Molto più semplice sarebbe stato continuare a poterli escludere in partenza. Cosa che però la sentenza del Tram impedisce.

Una scelta di ripiego è comunque meglio di niente. Deve però essere fatta. Perché difendere l’occupazione dei ticinesi, per il nuovo Consiglio di Stato  non è un optional, bensì un’assoluta priorità. A maggior ragione quando si tratta di posti pubblici. Al proposito, anche negli appalti pubblici sarebbe tempo ed ora di inserire una percentuale minima (elevata) di lavori che vanno effettuati da ditte con sede nel Cantone.

Tornando alla questione del titolo preferenziale della conoscenza (scolastica) delle lingue nazionali. E’ doveroso inserirlo non solo nei bandi di concorso per l’assunzione di docenti cantonali, ma anche in quelli di tutta l’amministrazione cantonale, onde avere il mezzo di poter escludere, con il minor numero possibile di intoppi, candidati non residenti nel Cantone.

Questo titolo preferenziale obbligatorio è stato inserito nei bandi di concorso del Cantone, e se sì, è stato introdotto ovunque? Domanda in arrivo per il Consiglio di Stato.

Lorenzo Quadri

Elezioni: dagli al popolo bestia!

Dal 10 aprile a questa parte sui mass media sembra che si parli solo della Lega. Troppa grazia! A non essere accettabile è però il tono di sufficienza con cui numerosi esimi (?) commentatori considerano gli elettori leghisti.

Per carità, capiamo la stizza di chi, per tanti anni, ha fatto i propri comodi con la cosa pubblica, e pertanto credeva di poter andare avanti allo stesso modo in secula seculorum: per costoro il risveglio dell’11 aprile è stato duro. Ma dopo la stizza, prima o poi (almeno poi) dovrebbe anche subentrare un minimo vitale di autocritica. Così non sembra essere. La colpa della sconfitta è immancabilmente dei “populisti” (termine pronunciato come se fosse una bestemmia) ma soprattutto la colpa è del “popolo bestia” che, a dar retta agli esimi (?) commentatori, sarebbe stolto al punto da accodarsi al primo venditore di pentole che passa per strada.

E, ovviamente, l’avversario premiato dalle urne non ha alcun merito proprio. Non sia mai! Non fosse che la Lega esiste da vent’anni, per spiegare – o piuttosto: per travisare – il risultato del 10 aprile, avrebbero tirato in ballo anche il “fondoschiena del principiante”.

Forse ai nostrani “opinion leader” (lo mettiamo in inglese che fa più trendy) sfugge il fatto che a votare quella Lega che loro considerano un’accozzaglia di bifolchi magari pure affetti da scabbia e colera, ci sono anche – se si vuole adottare i titoli di studio quale metro di valutazione; peraltro opinabile, ma questo è un altro discorso – fior di accademici, dirigenti, ricercatori.

Dal disprezzo nei confronti dei cittadini-elettori (fatto gravissimo!) si passa poi a puntare pateticamente il dito contro la “comunicazione”. La Lega ha un settimanale di partito, si indignano gli esimi (?) commentatori. Come se il settimanale in questione piovesse dal cielo e non fosse frutto di enorme fatica ed impegno (anche in termini finanziari). Come se la libertà di stampa fosse qualcosa di disdicevole. Ma soprattutto, come se la Lega fosse l’unica forza politica a disporre di uno strumento divulgativo. E non ci riferiamo certamente ai fogli di partito con più redattori che lettori, ma a ben altri esempi: tanto per citarne uno tra i vari possibili, forse che LaRegione non è un giornale di partito? Forse che nelle ultime settimane non l’ha dimostrato in modo plateale? Non si tratta di un rimprovero, ma di una semplice constatazione.

A sconcertare è l’ossessivo tentativo, da parte di chi ha perso le elezioni, di trovare sempre altrove i responsabili della sconfitta; i quali, va da sé, sono assolutamente immeritevoli: i populisti, il popolo bestia, la “comunicazione”. Come se il problema fosse di “comunicazione” e non di contenuti.

Chi ha perso – e da anni! – i contatti col Paese, chi ha negato – per anni! – l’esistenza di gravi problemi legati ad esempio alla libera circolazione delle persone perché il “politicamente corretto” deve venire prima di ogni altra cosa e “perché non bisogna mai dare ragione alla Lega”, adesso paga pegno.

I responsabili della Waterloo di Plr e PS  non sono né i “populisti”, né il “popolo bestia” e nemmeno i mezzi di comunicazione. Responsabili sono i politici dei partiti storici che si sono, ostinatamente e recidivamente, rifiutati di vedere la realtà di questo Cantone.

Chi disprezza i cittadini e le loro preoccupazioni non solo perde, ma merita di perdere.

Lorenzo Quadri

Deputato e municipale

Lega dei Ticinesi

Ma guarda un po’: rissa con coltello tra asilanti!

Il centro per richiedenti l’asilo di Chiasso è al completo e come consuetudine si manifestano i problemi causati da queste persone.

E si manifestano non solo all’esterno del centro con furti, ubriachezza, molestie ai passanti, eccetera, ma anche all’interno della struttura.

 La sera di lunedì 25 aprile presso il centro asilanti è infatti scoppiata una rissa che ha visto coinvolti due algerini ed un tunisino – la nazionalità dei protagonisti è stata resa nota dal CdT di martedì – conclusasi con due feriti leggeri da arma da taglio.

Per quanto le ferite siano fortunatamente leggere, il fatto che siano state inferte tramite arma da taglio è grave.

Sul posto sono interventi gli agenti della polizia cantonale e comunale, oltre ai servizi sanitari.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

       Quali provvedimenti di tipo penale sono stati presi nei confronti dei protagonisti della rissa con coltello?

       Sono state sporte delle denuncie? Con quali conseguenze per la permanenza a Chiasso delle persone responsabili della rissa?

       Quanti agenti della polizia cantonale sono stati impiegati nell’operazione, e per quale spesa?

       Quanto è costata in totale al Cantone (interventi di polizia, sanitari, ecc) la rissa di lunedì sera?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

FFS: nubi sulle officine

 

A sorpresa, dopo essere rimasto in carica per soli due anni e mezzo, ha repentinamente dato le dimissioni (o è stato invitato a rassegnarle?) per il 6 maggio il direttore delle Officine FFS di Bellinzona, Sergio Pedrazzini.

 

La tempistica – immediatamente dopo le elezioni – appare quanto meno curiosa. Ci sono forse state pressioni affinché le dimissioni non avvenissero poco prima dell’appuntamento con le urne?

Naturalmente il problema principale non è di tempo bensì di sostanza: c’è infatti da chiedersi se, come molti ritengono, la partenza del direttore non costituisca un segnale negativo per “l’autonomia” dello stabilimento di Bellinzona, nel quale di recente si è moltiplicato il personale frontaliero ed interinale: si parla infatti di circa 60 frontalieri. E’ forse questo il nuovo corso occupazionale che vorrebbe imprimere la sede centrale?

Pare inoltre che in tempi recenti il direttore partente delle Officine FFS si sia incontrato con la direttrice del DFE, Laura Sadis.

 

Chiedo pertanto al lodevole Consiglio di Stato:

         Il CdS era informato delle intenzioni del direttore delle Officine FFS di Bellinzona di dimissionare?

         Corrisponde al vero che il direttore partente delle Officine FFS di Bellinzona si è incontrato nelle scorse settimane con la direttrice del DFE? Se sì, con quale esito?

         Quanti sono attualmente i dipendenti frontalieri delle OBe? Quanti gli interinali? Come si sono evolute queste categorie nell’ultimo anno?

         Le Officine FFS di Bellinzona manterranno un margine di manovra oppure diventeranno interamente dipendenti dalla sede centrale la quale potrebbe imporre politiche del personale dannose per il territorio (vedi ampio ricorso a frontalieri, interinali, ecc)? E’ intenzione del CdS attivarsi affinché questo scenario non si verifichi, e affinché venga dunque tutelata l’occupazione dei residenti?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

LaPrealpina: i conti non tornano!

Da due settimane in Ticino e nella fascia di confine italiana, si parla solo di Lega.

Venerdì la Prealpina di Varese si è lanciata in un’ennesima, ritrita intemerata contro il nostro movimento – e anche contro il sottoscritto – firmata dal caporedattore Vincenzo Coronetti, politicamente ondivago ($ocialista platealmente convertitosi a Forza Italia), che al momento approfitta di un vuoto di potere creatosi all’interno del quotidiano varesino.

L’abbiamo detto e ripetuto mille volte: è insostenibile che in Ticino ci siano 20mila residenti che non trovano un lavoro – compresi giovani laureati! – e 50mila frontalieri in continuo aumento; ed in aumento proprio in quei settori come il terziario, in cui la forza lavoro ticinese basta e avanza a coprire le richieste del mercato. Quindi il numero dei frontalieri deve venire contingentato. E lo stesso deve avvenire con i padroncini.

La Lega dei Ticinesi, come dice il nome, difende gli interessi dei ticinesi in Ticino. I quali, quando sono alla ricerca di un posto di lavoro, devono avere la precedenza rispetto a chi arriva dal Belpaese. Se cittadini italiani della fascia di confine non trovano lavoro in Italia, e di conseguenza devono venire in Ticino a portare via il lavoro ai residenti, non è certo colpa della Lega né del Ticino; la colpa è semmai delle autorità italiane. E sia chiaro che la Lega dei Ticinesi non ce l’ha con i frontalieri in sé: è normale che chi non trova lavoro in casa propria, vada a cercarlo altrove. La Lega dei Ticinesi non può però accettare che questo accada – come da anni sta accadendo – a scapito dei ticinesi. Nel 2010 nel nostro Cantone sono stati creati 3000 nuovi posti di lavoro. Il numero dei frontalieri è cresciuto di 3000 unità. Il tasso di disoccupazione tra i residenti è cresciuto. Possiamo tollerare questa situazione? Noi diciamo chiaramente di no. Di conseguenza, dovranno giocoforza andarci di mezzo frontalieri, padroncini, ecc. Ci spiace per loro ma, se il loro paese non è in grado di farli lavorare, la colpa non è di sicuro né del Ticino né della Lega. Noi ci preoccupiamo che i ticinesi abbiano lavoro in Ticino. Coronetti, in un prossimo “fondo”, chieda piuttosto al suo governo perché 50mila cittadini italiani della fascia di confine non hanno lavoro in Italia.

Fa poi specie che l’editorialista della Prealpina per le sue elucubrazioni debba andare ad agganciarsi ad un’interrogazione del sottoscritto sui lavori sulla tratta svizzera della Stabio-Arcisate: un’interrogazione che, con i rapporti italo-svizzeri, c’entra come i cavoli a merenda. La prossima volta che il buon Coronetti vuole tirarmi in ballo per presunti atti politici anti-italiani (in realtà si tratta di atti politici pro-ticinesi, ma evidentemente la differenza gli sfugge) è pregato di contattarmi prima: gli potrò indicare una mezza quintalata di miei atti parlamentari più idonei alla sua bisogna di quello impropriamente tirato in ballo. Ad esempio, potrei segnargli che sono stato il primo a sollevare davanti al Consiglio di Stato, con un’interrogazione del 20 aprile 2007, la questione degli spropositati ristorni all’Italia delle imposte alla fonte prelevate ai frontalieri (da notare che per i pochi “frontalieri al contrario”, alla Svizzera non viene ristornato un centesimo).

Fuori posto in maniera quasi agghiacciante la conclusione dello scritto di Coronetti: ovvero «questi comportamenti, le campagne di “bala i ratt”, gli insulti e le minacce rischiano solo di inasprire i rapporti dopo anni di buon vicinato e di civile convivenza. Ne vale la pena?».

Una domanda al caporedattore della Prealpina: mai sentito parlare di scudi Tremonti, di Fiscovelox, di liste nere italiane, di spioni della guardia di finanza mandati a Chiasso e a Lugano, di decreti antisvizzeri (l’ultimo oggetto di intervento da parte dell’UE)? Se c’è qualcuno che ha guastato i rapporti di buon vicinato, questo qualcuno è solo e soltanto la controparte italiana. In quest’ambito il Ticino e la Svizzera hanno semmai la colpa gravissima di aver (finora) dormito; di non aver mai preso delle contromisure nei confronti di questi veri e propri atti di guerriglia economica, abbandonando la piazza economica e finanziaria ai loro destini.

Adesso è ora di cominciare. O magari qualcuno, al di là del confine, pensava di poter andare avanti all’infinito con l’andazzo inaugurato da Tremonti e questo sulla linea di pensiero di quel capo del personale frontaliere che eludeva allegramente le leggi ticinesi perché, testuale, «tanto gli svizzeri sono fessi e non si accorgono di niente»?

 Lorenzo Quadri

Mascotte: il mitico gatto-maiale!

Stabio-Arcisate: cominciano le gabole!

Il consorzio guidato dalla Ing Claudio Salini Spa di Roma ha come noto ottenuto dalle FFS l’appalto per la posa dei binari sulla tratta svizzera della Mendrisio-Varese.

Su questa scelta erano già stati avanzati dei dubbi per il tramite dell’interrogazione 38.11. I dubbi sollevati in quell’atto parlamentare nascono da alcune vicende, non proprio edificanti, relative all’impresa capofila, vicende ampiamente riportate dagli organi d’informazione italiani. Si ricorda che la Ing Claudio Salini Spa si era in precedenza aggiudicata anche la tratta italiana della Mendrisio – Varese.

Rispondendo all’interrogazione 38.11, il CdS non trovava nulla da eccepire al fatto che l’importante appalto per la posa binari sulla tratta elvetica della Mendrisio-Varese fosse andato alla citata impresa romana, né mostrava preoccupazione per i “precedenti” di quest’ultima per quanto attiene a ritardi e superamento dei preventivi.

Nei giorni scorsi tuttavia i lavori sulla tratta italiana della Mendrisio-Varese sono tornati sotto i riflettori della stampa varesina a seguito della denuncia del sindacato Feneal-Uil.

Il sindacato ha infatti denunciato che, su 33 operai impiegati dalla citata azienda sul cantiere, 30 sono assunti dalla Tempor, un’agenzia interinale di Lecco. Una percentuale decisamente allarmante ed insostenibile. Le contestazioni del sindacato si estendono anche al rispetto dell’igiene, della sicurezza sul lavoro e perfino all’acqua potabile, di cui i lavoratori rimarrebbero sprovvisti.

Il massiccio utilizzo di personale interinale reclutato da agenzie italiane, come pure le altre segnalazioni di Feneal-Uil, preoccupano nella misura in cui gli scenari descritti (se confermati) potrebbero verificarsi anche sulla tratta svizzera della Mendrisio-Varese.

 

Chiedo pertanto al lod. Consiglio di Stato:

 

       Il CdS è a conoscenza dei problemi riscontrati sulla tratta italiana della Mendrisio-Varese, appaltata allo stesso consorzio che si occuperà anche della tratta elvetica?

       Il CdS non reputa che tali problemi potrebbero verificarsi anche in Ticino?

       Come intende attivarsi il CdS affinché questo non accada?

 

Con la massima stima

Lorenzo Quadri

 

Casse piene, tasche vuote!

La Posta svizzera sta battendo tutti i record di utili. Nel 2010 si è portata a casa 910 milioni di Fr, e scusate se sono pochi.

Ciononostante, i manager gialli ancora non sono soddisfatti. Ed infatti proseguono indiscriminatamente a tagliare, a colpi di machete. Tagli nel Mendrisiotto, in piccoli comuni; ma anche in grandi, come a Lugano, da tempo oggetto di reiterati tentativi postali di chiudere uffici nei quartieri.

Neppure il centro della “city” è stato risparmiato dalla fregola da sforbicicchio: i dirigenti dell’ex Gigante giallo sono riusciti  a far sparire una bucalettere dal centralissimo autosilo di via Motta con il pretesto di razionalizzare (?) il giro di vuotatura. A seguito della protesta congiunta di Muncipio e commercianti, la bucalettere è poi tornata al proprio posto. Ma il tentativo è sintomatico. Sintomatico anche di un totale disinteresse, da parte dei vertici postali, per quello che costituisce il tessuto economico locale: per un piccolo bar, un negozietto, un’edicola, togliere anche solo una bucalettere può fare la differenza.

La Posta, ex regia federale, segue peraltro la linea tracciata dalla Confederazione, il che è ancora più grave. Mentre gli altri governi si preoccupano di trovare formule per rilanciare l’occupazione e l’economia, il Consiglio federale, con allarmante mentalità da pizzicagnolo, dimostra di avere un solo chiodo fisso: i conti in pareggio. E così, invece di aiutare i cittadini in difficoltà, li penalizza ulteriormente. Si svuotano le già magre tasche della gente per rimpinguare le stracolme casse federali. Fino a giungere ad un paradosso scandaloso: 3.6 miliardi di Fr d’attivo nei conti 2010, a fronte di tagli all’assicurazione contro la disoccupazione e ad un continuo disimpegno nell’ambito dei sussidi di cassa malati.

Tagli alla LADI che penalizzano soprattutto il Ticino, maggiormente toccato dalla piaga della mancanza di lavoro per i residenti (non certo per i frontalieri o per i padroncini). Meno indennità di disoccupazione; finito con la possibilità di riportare il termine quadro a 520 giorni allorquando il tasso di disoccupazione supera, per un certo numero di mesi, il 5%; basta con la possibilità di riaprire un nuovo termine quadro con i programmi d’inserimento professionale. Stop, Fertig, Schluss.

Cosa fanno i senza lavoro che si vedono levare anzitempo le prestazioni? O assistenza o invalidità. Ecco che persone senza impiego vengono così trasformate in casi sociali. Intanto la Confederazione incassa 3.6 miliardi che verranno polverizzati per sostenere l’Euro, o per versare contributi di coesione a quello sfacelo che è l’UE.

E cosa pensare della proposta di portare il costo della vignetta autostradale a 100 Fr, promossa dalla neo ministra dei trasporti Doris Leuthard, che i maligni paragonano ad un grosso uccello bianco che non è un cigno? Ancora la vecchia politica $inistrorsa delle mani in tasca al cittadino, meglio ancora se automobilista e dunque delinquente per definizione.

Casse pubbliche piene, tasche degli svizzeri vuote. E’ questa la politica che vogliamo?

Lorenzo Quadri

Clandestini: il vero volto dell’UE

Come volevasi dimostrare, e come era peraltro ovvio, i flussi di clandestini nordafricani cominciano ad arrivare in Ticino.

L’Unione europea ha piantato in asso l’Italia: anche questo era previsto. L’UE si conferma per quello che è, uno squallido bidone. Impone agli Stati membri (e non solo a loro) di smantellare le frontiere perché alcuni padroni del vapore vogliono la manodopera a basso costo per fare dumping salariale. E’ chiaro che lo smantellamento delle frontiere interne comporta giocoforza la necessità di rafforzare quelle esterne. Fin dai tempi dell’allargamento ad Est dell’UE ai nuovi nove Stati membri, la cui conseguenza è lo spostamento delle frontiere esterne dell’Unione europea, che vengono a coincidere con quelle di quei paesi, l’avevamo detto: queste frontiere esterne rimarranno dei colabrodo. Perché Bruxelles non si sogna di potenziarle. Ed è quello che accade in Italia, con l’UE che si defila davanti agli sbarchi in massa di clandestini nordafricani a Lampedusa.

In Francia Marine Le Pen ha detto che bisogna sospendere subito l’applicazione degli Accordi di Schengen e il presidente Sarkozy è sulla stessa lunghezza d’onda.

Ciò significa che i confini svizzeri, non essendoci, o essendo più difficili, altre vie di sbocco, verranno sempre più presi di mira dai clandestini sbarcati a Lampedusa.

Ma c’è anche un altro fattore della massima importanza, sottolineato nei giorni scorsi anche dal Corrierone del Ticino. Ossia che questi migranti, tutti clandestini, puntano direttamente alla Svizzera perché qualcuno gli ha spiegato che le nostre procedure d’asilo sono più rapide, e che da noi svizzerotti fessi è più facile trovare una sistemazione definitiva.

In altre parole, il problema è sempre lo stesso: siamo troppo trattativi. E questa situazione va corretta e con la massima urgenza. E’ impensabile continuare ad essere una sorta di paradiso per finti asilanti. E tutto solo per paura di passare per razzisti e xenofobi.  Intanto a Chiasso i finti rifugiati magrebini già causano problemi di ordine pubblico, traffico di stupefacenti, molestie, risse e furti.

 

Confronto impari

Con i paesi a noi vicini, non giochiamo certo ad armi pari. Perché l’Italia, pur di sbarazzarsi – comprensibilmente, dal suo punto di vista – del maggior numero possibile di clandestini (perché come detto di questo si tratta) non intende rispettare le regole.

Non è certo un caso che nella scorsa settimana Striscia la notizia abbia divulgato un servizio che mostrava come la frontiera italo-svizzera in provincia di Varese abbondi di buchi nella ramina, e sia quindi fin troppo facile da attraversare. In Italia a chi può interessare un’informazione del genere se non per l’appunto ai clandestini? E c’è di più: è esattamente nell’interesse della Vicina Penisola che i clandestini magrebini tentino di entrare in Svizzera attraversando il confine a piedi e non in treno. Perché, se arrivano via treno, dimostrano loro provenienza dall’Italia, a cui vengono pertanto riconsegnati. Ma per chi viene trovato su territorio svizzero (a meno sia stato colto sul fatto, ossia sull’attraversamento del confine) come si fa a dimostrare senza dubbio da dove arriva?

Cosa fare allora? Ovviamente, blindare i confini. Ma non solo. Bisogna anche dissuadere i clandestini dal venire in Svizzera. Questo può accadere solo per il tramite di una politica d’asilo meno buonista  (che fa rima con cretinista). Tradotto: procedure più lunge, meno garanzie di ammissione, alloggi di standard inferiore.

Lorenzo Quadri