Pur di ricattare moralmente i ticinesotti si sfida anche il ridicolo. Bertoli e l’apartheid: alle boiate non ci sono limiti

Al kompagno Manuele “bisogna rifare il voto del 9 febbraio” Bertoli, le provocazioni, evidentemente, piacciano molto. Specie quelle contro gli svizzeri. Vedi, appunto, la storiella della votazione sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” che andrebbe rifatta perché non gli va a genio.

Ma l’ultima sortita del Consigliere di Stato socialista in materia di stranieri nel nostro paese, pubblicata dal Corriere del Ticino nello spazio destinato alle opinioni, non rientra più nel campo delle provocazioni. Rientra invece a pieno titolo in quello delle boiate. Del resto lo stesso quotidiano, forse in un sussulto di pudore, non ha pubblicato lo scritto di Bertoli nelle prime pagine, come sarebbe stato logico trattandosi del contributo di un ministro, bensì l’ha relegato a fondo giornale, in zona “poveri morti”.

Un terzo di stranieri
Il consigliere di Stato P$, nella sua opinione, arriva a paragonare la Svizzera, segnatamente il Ticino, al Sudafrica dell’Apartheid. Perché? Ma perché ogni tanto qualche straniero da lungo tempo in assistenza viene rimandato nel paese d’origine.

Come si possano azzardare accostamenti come quello di cui sopra in un Cantone dove il 30% della popolazione è straniera, (naturalmente senza contare la pletora di naturalizzati di fresco), rimane un mistero. Ma certamente non è un caso isolato: si tratta del solito insipido ritornello, condito di ricatti morali, che sentiamo recitare ad ogni dibattito televisivo in cui si parli di immigrazione. E visto che le redazioni televisive le gestiscono i kompagni di partito di Bertoli, la rappresentatività degli ospiti è in genere 5 spalancatori di frontiere contro uno, alla faccia dell’equidistanza e del servizio pubblico.

E’ questa l’etica?
Ora, se di tanto in tanto qualche straniero in assistenza viene invitato, tramite decisione governativa o giudiziaria, a lasciare il paese, ciò avviene in base a precise leggi e giurisprudenza. Leggi e giurisprudenza cui il consigliere di Stato Bertoli candidamente dichiara di opporsi. Ecco quindi che gli alti esponenti P$, quelli che – Bertoli per primo! – amano ribadire fino allo sfinimento il principio della legalità (ma evidentemente solo quando fa comodo) perorano il non rispetto della legge. Che i ticinesotti “chiusi e gretti” non osino espellere nessuno straniero. Né mantenuto, né delinquente. Il diktat è chiaro: i ticinesi non solo  dovrebbero permettere a tutti di arrivare qui, ma allo stesso modo dovrebbero pure mantenere chiunque. Senza limiti di tempo né di importo. E se non lo fanno,  vengono infamati da un loro Consigliere di Stato. E’ questa la tanto decantata etica della $inistruccia cantonticinese? E’ normale e tollerabile che un ministro  si vanti di opporsi all’applicazione della legge solo perché quest’ultima non è conforme alle sue ideologie spalancatrici di frontiere? Oppure le leggi valgono solo per chi ha il passaporto rosso?

Boiata doppia
Il paragone ad effetto con l’apartheid in cui Bertoli incautamente si lancia è una boiata per due motivi.
Primo: se davvero vigesse da noi un regime razzista e discriminatorio come quello evocato, non avremmo percentuali stratosferiche di cittadini stranieri che vivono da noi, e soprattutto non avremmo un fenomeno d’immigrazione completamente fuori controllo: perché mai tutti vorrebbero venire a stare in un paese che umilia e maltratta gli stranieri? Forse perché la realtà  è alquanto diversa?

Secondo: con l’improvvido parallelismo con l’apartheid, il direttore del DECS raggiunge il risultato esattamente opposto a quello sperato. Cos’era, infatti, l’apartheid? La marginalizzazione e la discriminazione, in casa propria, di popolazioni autoctone ad opera di colonizzatori stranieri. In questo senso sì, potremmo dire che in Ticino c’è l’apartheid, ma grazie alla politica delle frontiere spalancate e della rottamazione della Svizzera condotta da Bertoli e dal suo partito. Infine, se in Ticino, come dice il ministro P$, si costruiscono muri (dove?) se siamo paragonabili al Sudafrica degli anni più bui, Bertoli è in ogni momento libero di trasferirsi in un paese dove gli stranieri vengono trattati meglio. Sempre che ne trovi, ovviamente.
Lorenzo Quadri