Cassa malati: nuova legnata!

La partitocrazia bernese, PLR in primis, ha deciso di mantenere le iniquità attuali

 

E naturalmente, ma tu guarda i casi della vita, la stampa di regime non fa un cip

Ennesima cappellata bernese della partitocrazia. La quale infierisce contro il Ticino anche a proposito dei premi di cassa malati: quindi su una questione della massima importanza. Per 105 voti contro 62 e 19 astensioni, la maggioranza del Consiglio nazionale, ex partitone in prima linea, ha approvato una mozione della Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio degli Stati che chiede di mantenere l’attuale definizione delle regioni di premio.

A prima vista potrebbe sembrare una questione cervellotica, tecnocratica. Ma le conseguenze pratiche sono notevoli. Soprattutto per il Ticino ed i ticinesi. Approvando questa mozione, infatti, la partitocrazia ha cementato i finanziamenti trasversali tra regioni. Ossia quei travasi di fondiche fanno sì che, da ormai due decenni, i ticinesi paghino premi di cassa malati pompati rispetto ai costi sanitari effettivamente generati.

Premi pompati

In entrambe le Camere federali la partitocrazia, PLR in primis, ha deciso che l’attuale, iniqua situazione va mantenuta; e quindi che i ticinesi (e non solo loro) devono andare avanti a pagare premi dopati! Mentre altri continueranno, con i nostri soldi, a beneficiare di premi inferiori a quel che dovrebbero essere.

Nel nostro Cantone, lo sappiamo, i premi di assicurazione malattia fuori di cranio sono uno dei principali crucci della popolazione. Assieme alla situazione disastrata sul mercato del lavoro: anch’essa provocata, ma guarda un po’, dalla partitocrazia PLR-PPD-P$$ tramite devastante libera circolazione.

Un terzo della popolazione ticinese non riesce a pagare i premi di cassa malati senza aiuti statali, e la spesa per i sussidi è alle stelle. Sicché, lo sfigato contribuente del ceto medio non solo paga (senza sussidi) i propri premi, ma con le sue imposte finanzia anche i contributi a chi ne ha bisogno.

Robin Hood al contrario

I premi salgono in media del 4% ogni anno, però il direttore del DSS è Beltrasereno. Da anni ed annorum i ticinesi vengono colpevolizzati per i premi alle stelle. L’accusa è quella di consumare troppe prestazioni sanitarie.  Invece una parte della “pillola” è dovuta proprio ai travasi tra una regione e l’altra: i premi dei ticinesi (così come quelli degli abitanti di altri Cantoni “paganti”) risultano gonfiati per finanziare l’abbassamento artificiale di quelli dei cittadini di altre parti della Svizzera. Dove oltretutto i salari sono più elevati che da noi; anche perché non c’è il dumping salariale generato dall’invasione di frontalieri voluta dalla partitocrazia. Insomma: si toglie a chi è messo peggio per dare a chi sta meglio. Robin Hood al contrario!

Il furto continua

La situazione testé descritta non è mai stata corretta. La lobby cassamalatara alle Camere federali l’ha sempre impedito. La restituzione dei premi che i ticinesi hanno pagato in eccesso, come sappiamo, si è risolta in una presa per i fondelli: ci sono state ridate le briciole. Il furto a danno dei ticinesi prosegue; e non se ne vede la fine. Adesso arriva la mozione della commissione del Consiglio degli Stati, già approvata dai cosiddetti “senatori” che ormai ne fanno peggio di Bertoldo (vogliono perfino regalare 1.3 miliardi di Fr alla fallita UE), a dire che la situazione attuale, con premi pompati artificialmente, va bene (?) e dunque va lasciata com’è!

Obbrobio approvato

E la partitocrazia in Consiglio nazionale che fa? Approva, a larga maggioranza, l’obbrobriosa mozione! La approva addirittura contro la volontà del governicchio federale! Ovvero: il Consiglio federale era anche disposto a cercare delle soluzioni per correggere le iniquità, ma la partitocrazia – PLR in testa – ha per contro deciso che la situazione attuale deve rimanere immutata.

Morale della favola: i ticinesi continueranno a subire i premi gonfiati. E sappiamo chi ringraziare!

“Buongoverno”?

Ecco dunque come l’ex partitone – rappresentanti ticinesi compresi – si occupa dei principali problemi della gente:

  • I ticinesi devono vanno spremuti all’infinito con premi di cassa malatigonfiati artificialmente;
  • Bisogna calare le braghe davanti ai funzionarietti di Bruxelles e sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale!

Ricordarsene il 7 aprile!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

A Berna un parlamento di maiali?

Caso “molestie”: come prendere a calci la propria (già traballante) reputazione

Il parlamento federale già non gode di grande reputazione di suo. Non è una sorpresa: la partitocrazia PLR-PPD-P$$ si è ormai specializzata nell’affossamento della volontà popolare sgradita.  Vedi la rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio.

La reputazione della maggioranza parlamentare, ossia del triciclo PLR-PPD-P$$, è andata a ramengo esattamente un anno fa, con la decisione di rottamare il “maledetto voto” del 9 febbraio, sgradito ai camerieri dell’UE.

Visto che rendersi odiosi politicamente ancora non bastava, “bisognava” compiere lo stesso esercizio anche su altri livelli.

Yannick Buttet, vicepresidente del PPD nonché consigliere nazionale – uno di quelli che amano sciacquarsi la bocca con i “valori della famiglia” -, sposato con figli, si trova coinvolto in una squallida vicenda di stalking ai danni dell’ex amante (del suo stesso partito e pure lei sposata con figli). Inoltre, è accusato di molestie all’indirizzo di giornaliste e di colleghe deputate. E allora cosa succede? Succede che qualcuno coglie la palla al balzo.

Un’amministrazione federale che evidentemente non è a rischio di born out per il troppo lavoro, assieme a politicanti che godono nel gonfiare lo Stato come una rana con nuovi compiti, si inventa un’apposita “Delegazione amministrativa” (uella!). Con l’incarico di occuparsi delle molestie sessuali in parlamento. La Delegazione si mette subito al “lavoro” (si fa per dire). Prima iniziativa: distribuire a tutti i deputati un volantino in cui si spiega la differenza tra una molestia sessuale ed un flirt. Evidentemente si pensa che il livello dei deputati – che pure, se sono lì, una qualche esperienza di vita dovrebbero pur averla – sia quello di preadolescenti in tempesta ormonale e totalmente gnucchi. Senza questo indispensabile volantino, mai avrebbero capito che non si possono palpeggiare a piacimento colleghe, giornaliste, addette amministrative…

L’amministrazione si gonfia

Dai comportamenti indegni di un esponente del partito “della famiglia” si è fatto nascere un problema generalizzato. Che viene immediatamente preso a pretesto per inventarsi nuovi, grotteschi compiti statali. Così la macchina amministrativa si gonfia sempre di più. Perdinci, “bisogna agire”! Questi parlamentari sono tutti zozzoni! E le deputate, evidentemente cresciute nella bambagia, non sono in nessun caso in grado di respingere eventuali avance indesiderate senza l’intervento dello Stato-balia! Ecco la bella immagine che si dà delle Camere federali.

Figura di palta

Il parlamento, già screditatosi da solo grazie alle calate di braghe della maggioranza davanti all’UE, alla rinuncia integrale a difendere la Svizzera e le sue prerogative dall’assalto alla diligenza (non è politikamente korretto! E se poi ci accusano di “xenofobia”?), con la pantomima attorno al caso Buttet demolisce definitivamente i rimasugli di credibilità. Neanche le aule parlamentari fossero il salotto di casa Weinstein o della Villa Certosa di berlusconiana memoria. La stampa gossippara ci va a nozze. Qualche politicante in cerca di visibilità mediatica a buon mercato salta immediatamente sul carro. Ed è l’unico/a a guadagnarci. Le “istituzioni” rimediano invece l’ennesima figura di palta. Poi ci si chiede come mai la loro credibilità fa la fine del Titanic.

Lorenzo Quadri

E dàgli con la fregnaccia della “Svizzera razzista”!

La spennacchiata manifestazione di un collettivo ha “animato” ieri il centro di Berna

 

Quale evento ha animato l’uggioso pomeriggio bernese di ieri, sabato quattro febbraio? Ma una bella manifestazione contro il razzismo (?). Bella si fa per dire, dal momento che si è trattato piuttosto di un gruppetto di qualche centinaio di persone, quindi non propriamente folle oceaniche. Naturalmente la copertura mediatica da parte dei portali di regime è stata ampiamente sovradimensionata. Vedremo i giornali odierni. Ma d’altra parte non solo le pagine cartacee, ma anche quelle web, con qualcosa bisogna pur riempirle. E se c’è l’occasione di montare la panna sull’inconsistente problema del razzismo in Svizzera, con l’intento di indottrinare e colpevolizzare il popolo  becero che vota sbagliato… tanto di guadagnato!

Tutti dentro

Gli organizzatori del  non propriamente epocale evento bernese erano, ça va sans dire, dei $inistrorsi del “devono entrare (e rimanere) tutti”. Non è una battuta. Il collettivo organizzatore si chiama proprio così: “Bleiberecht für Alle”, diritto di restare per tutti. Naturalmente di restare a carico del contribuente, mica degli organizzatori. Che le tasse forse nemmeno le pagano. Magari perché loro stessi sono a carico.

Fanfaronate

Ma ad urtare sono le fantasiose tesi che il collettivo tenta goffamente di sdoganare, con la fattiva collaborazione dei media di regime. “In Svizzera c’è un problema di razzismo – fanfaronano i manifestanti in un comunicato – la discriminazione e la stigmatizzazione degli stranieri (?) sono profondamente ancorate (uella) nella società elvetica”.

Uhhh, che pagüüüüraaa! Ma come ci sentiamo in colpa! Tutti ad auto fustigarsi in pubblica piazza, meglio se a 10 gradi sotto zero!

Paese razzista?

Ma gli spalancatori di frontiere non sono ancora stufi raccontare sempre le stesse fregnacce ideologiche smentite dalle cifre?

Già perché, secondo costoro, un paese come la Svizzera, che ha il 25% di stranieri (in Ticino siamo addirittura al 30%, a Lugano al 37%) sarebbe un paese razzista. Un paese come la Svizzera, dove ogni anno vengono naturalizzate 40mila persone (quanti i non integrati?) ovvero in proporzione il quadruplo che in Germania, sarebbe un paese razzista. Un paese che spende miliardi del contribuente per l’asilo ed altri miliardi in aiuti all’estero, sarebbe un paese razzista. Un paese che nel 2016 ha fatto entrare 40mila migranti economici – quando in Spagna ne sono arrivati poco più di 15 mila! – sarebbe un paese razzista. Un paese che tiene le frontiere spalancate mentre perfino all’interno dell’UE sospendono l’applicazione dei disastrosi accordi di Schengen, è un paese razzista. Un paese dove un rifugiato riceve dallo Stato più soldi di un anziano con la sola AVS, sarebbe un paese razzista. Un paese dove ci sono famiglie di asilanti che costano all’ente pubblico 60mila Fr al mese, sarebbe un paese razzista. Un paese che si rifiuta di espellere perfino i terroristi islamici se questi si troverebbero in pericolo ritornando nella loro nazione d’origine, sarebbe un paese razzista. Dobbiamo continuare?

Bravi kompagni del collettivo “devono rimanere tutti”. Avete fatto il vostro verso contro gli svizzerotti chiusi e xenofobi, che magari mantengono pure qualcuno di voi. Adesso potete tornare soddisfatti al centro sociale a fumarvi quel che più vi aggrada.

Lorenzo Quadri

 

 

 

L’UE vuole farci pagare la disoccupazione dei frontalieri!

Un motivo in più per DISDIRE la devastante libera circolazione delle persone

 

E se il direttore del DFE Christian Vitta si aspetta davvero che “Berna si muoverà”, vuol dire che crede ancora a Gesù Bambino: davanti all’UE, e lo abbiamo visto benissimo nei giorni scorsi, Berna sa solo calare le braghe senza condizioni

Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. La partitocrazia spalancatrice di frontiere non ha fatto a tempo a tradire il popolo affossando il voto del 9 febbraio, che già i funzionarietti dell’UE ringraziavano i loro camerieri per il servizio svolto e arrivavano con un nuovo “regalo” al Ticino e alla Svizzera.

Certo, perché gli svizzerotti non possono assolutamente azzardarsi a pretendere delle modifiche alla fallimentare libera circolazione delle persone. In compenso i trombati (definizione dell’industriale radikalchic Carlo De Benedetti) di Bruxelles possono cambiare le carte in tavola a piacimento. Naturalmente a nostro danno. Ecco cosa ci si guadagna a gettare la Costituzione nel water per ridursi a zerbini dell’UE!

Nubi all’orizzonte

Cosa è successo, dunque? E’ successo che a Bruxelles vorrebbero cambiare le regole del gioco sulla disoccupazione dei frontalieri. Il progetto è il seguente: in futuro la disoccupazione dei frontalieri non la dovrebbe più pagare lo Stato di residenza, come ora, bensì quello dove i frontalieri hanno lavorato, maturando quindi il diritto alla rendita. Questo cosa vuol dire? Che i 62’200 e rotti frontalieri attivi in Ticino, nel caso perdessero il lavoro riceveranno la disoccupazione svizzera.

Cosa ciò implichi, è chiaro.

Per la Confederazione, un importante onere finanziario in più: così magari ci verranno pure a dire che per pagare la disoccupazione ai frontalieri bisogna tagliarla agli svizzeri, perché non ci sono soldi per tutti.

Per il Cantone, un pesante onere amministrativo. Se, come sostiene il sindacato OCST, i frontalieri italiani disoccupati sono circa 8000, significa che in Ticino gli URC dovranno assumere un bel po’ di funzionari in più per gestire gli incarti dei disoccupati frontalieri! E chi paga il conto? I balivi di Bruxelles o il contribuente di questo sempre meno ridente Cantone?

La beffa

E non è finita: se otterranno la disoccupazione in Svizzera, i frontalieri si iscriveranno tutti agli Uffici regionali di collocamento. Di conseguenza, beneficeranno delle misuricchie decise a Berna nell’ambito dell’affossamento del 9 febbraio, che mirano a sostenere (?) gli iscritti all’URC, indipendentemente dalla residenza! Quindi anche i frontalieri! Ennesima dimostrazione che la preferenza indigena votata dal popolo è stata totalmente sotterrata dai lecchini bernesi dell’UE.

Iniziative sciagurate

E’ il massimo: con la tassazione ordinaria dei frontalieri, il Cantone rischia di dover assumere nuovi funzionari del fisco per calcolare le deduzioni cui avranno diritto i frontalieri: quindi più spesa per meno gettito. Con questa nuova trovata della disoccupazione pagata dallo  Stato dove il frontaliere lavorava, dovremmo potenziare gli URC apposta per i disoccupati residenti oltreramina.

Quanto ci verranno a costare queste sciagurate iniziative?

Nuova calata di braghe

E’ ovvio che a fare le spese della nuova scelleratezza sulla disoccupazione dei frontalieri attualmente al vaglio di Bruxelles sarà chi di frontalieri ne ha tanti. In prima linea il Ticino.

Ed infatti il direttore del DFE Christian Vitta – subito dopo che il suo partito, il PLR, a Berna ha annientato il voto del 70% dei ticinesi sul 9 febbraio – ha suonato il campanello d’allarme. “Berna deve muoversi, occorre un dibattito politico (?) all’interno della Svizzera”, ha dichiarato Vitta alla RSI.

Se il buon Christian si aspetta davvero che Berna si muoverà per un problema che riguarda in prima linea il Ticino, vuol dire che crede ancora a Gesù bambino (vabbè che siamo vicini a Natale). Come abbiamo visto negli scorsi giorni, nei rapporti con l’UE Berna non ha che un motto: calare le braghe ad altezza caviglia, sempre e comunque.

Disdire la libera circolazione
Complimenti Consiglio federale, partiti $torici, stampa di regime, padronato, sindacati e spalancatori di frontiere assortiti! Continuate a difendere ad oltranza la libera circolazione delle persone, che così ci arrivano anche i “regali” sulla disoccupazione dei frontalieri!

La soluzione è una sola: DISDIRE il deleterio accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone!

Lorenzo Quadri

 

Macelleria postale: lo smantellamento prosegue

La mannaia si abbatte anche sulle caselle, mentre il CdS si illude che sarà ascoltato

 

Il Consiglio di Stato ticinese ha di recente incontrato una delegazione della dirigenza della Posta. Tema della riunione, le nuove strategie del cosiddetto Gigante giallo, che come sappiamo intende chiudere 600 uffici postali da qui al 2020, in un’operazione che interesserà anche 1200 collaboratori. Questo malgrado la Posta realizzi 700 milioni di utili all’anno: quindi non si trova affatto nella necessità di tagliare per pareggiare i conti (e men che meno per sopravvivere).

Dal momento che la Posta in questo sempre meno ridente Cantone occupa oltre 1400 persone, è  chiaro che anche il Ticino sarà pesantemente toccato dalle iniziative dei “grandi strateghi” gialli.

Da notare, ma tu guarda i casi della vita, che se al momento dell’annuncio della riforma i manager postali “non escludevano” licenziamenti, adesso li danno per certi (tipica tattica del salame).

Ci sono le app

E’ chiaro che ad essere penalizzate dalla chiusura di uffici postali saranno in particolare le regioni periferiche. Ma per gli adrenalici manager gialli non c’è problema: tanto ci sono le app per telefonino. Come no. Peccato che, diversamente dai finti rifugiati, mica tutti gli svizzeri hanno lo smartphone ultimo modello. E mica tutti sono d’accordo di farsi monitorare in qualsiasi cosa facciano, pagamenti compresi, dal “grande fratello” della rete; ciò in barba alla famosa privacy che sta sempre più diventando un vago ricordo.

Vago ricordo

Come un vago ricordo rischia di diventare l’importante ruolo di datore di lavoro  delle ex regie federali, che sta andando allegramente a farsi benedire. Il che è particolarmente problematico in Ticino, dove anche sulla piazza finanziaria è in atto un’emorragia di impieghi. Vedi svendita del segreto bancario, vedi sfacelo della BSI e conseguenti licenziamenti (in entrambi i casi i responsabili ci sono e sono noti. Vero ex ministra del 5%? Vero Sir Alfred?).

Nuova sorpresa

Nei giorni scorsi è arrivata l’ultima sorpresa targata gigante giallo: la Posta intende penalizzare con una sanzione mensile di 20 franchi i titolari di una casella postale che non ricevono almeno tre lettere al giorno. Questa misura va a colpire chi il servizio postale a domicilio non ce l’ha – magari perché vive in una zona discosta – o chi ce l’ha ma è “poco funzionale” perché la corrispondenza viene recapitata dopo mezzogiorno. Non per tutti la casella postale è un capriccio. Ovviamente i grandi strateghi del Gigante giallo sosterranno che ci sono le email…

Lo smantellamento del servizio pubblico è in atto, ma qualcuno manca all’appello: il  Consiglio federale ed in particolare la ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni Doris Leuthard, PPD, da cui non viene un cip. Letargo? Oppure l’è tüt a posct?

Pie illusioni

Il Consiglio di Stato ha dunque senz’altro fatto bene ad incontrare i vertici della Posta per esprimere le proprie preoccupazioni. Peccato che si tratti di parole al vento, visto che il CdS non ha voce in capitolo. Il copione è quello già visto “x volte” in occasione delle chiusure di uffici postali nei comuni. Il municipio interessato protesta, la Posta prende atto e poi chiude lo stesso perché “ne ha facoltà”. Così andrà anche con i Cantoni. Gli appelli del governo ticinese  cadranno nel vuoto. La Posta li ascolta solo pro forma, poi fa quello che vuole. Se non si muove la proprietà, ossia la Confederazione, la linea dei manager postali non cambierà di una virgola. E Berna si muoverà? C’è da dubitarne. I  partiti, almeno finora, non hanno fatto una piega davanti alla macelleria annunciata. Inoltre e soprattutto: gli utili della Posta, che sono una forma di tassazione indiretta, tornano molti comodi al Consiglio federale, il quale può poi servirsene come gli torna più comodo. Ad esempio per finanziare finti asilanti o per versare aiuti all’estero.

Lorenzo Quadri

Siamo il Paese del Bengodi per tutti gli approfittatori!

Stranieri che rifiutano di integrarsi e di lavorare, e noi li manteniamo ad oltranza!

Ma tu guarda che bella gente che ci arriva “in casa” grazie all’immigrazione scriteriata! E naturalmente noi, in nome del buonismo-coglionismo e del multikulti, la manteniamo pure!

Nei giorni scorsi è balzata agli onori, o piuttosto ai disonori, della cronaca d’Oltralpe la vicenda di tale Emir T, un 40enne bosniaco musulmano residente a San Margrethen (SG) che rifiuta clamorosamente di integrarsi: ha vietato ad una delle sue figlie di frequentare le lezioni di nuoto, ad un’altra quelle di sci e al figlio più piccolo partecipazione ad un saggio musicale. Inoltre, il signore in questione non ha mai cercato un lavoro ed ha accumulato 300mila Fr di debiti con l’assistenza sociale. I suoi atteggiamenti renitenti gli sono costati varie multe, ma mai una pena detentiva.

Ma come, gli immigrati nello stato sociale che rifiutano di integrarsi non erano tutta una fola della Lega populista e razzista? Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza?

E le espulsioni?

Malgrado ne abbia fatte – e continui a farne! – peggio di Bertoldo, il bravo straniero musulmano perfettamente integrato non viene espluso! Gli svizzerotti continuano a mantenerlo! Cacciare questo approfittatore, dicono le autorità locali, “sa po’ mia”, perché la legge non lo permetterebbe! Sicché il “buon” Emir se la ride a bocca larga e continua per la sua strada. Tanto sa che gli svizzerotti continueranno a foraggiarlo. Ma allora è proprio vero che questo è il paese del Bengodi per gli approfittatori stranieri!

Scandaloso: le leggi non sono dalla parte del contribuente sfruttato, bensì da quella dell’immigrato che si fa mantenere e non compie alcuno sforzo per rendersi economicamente indipendente.

Ma come, non ci avevano mica promesso che con la nuova legge sugli stranieri il numero di espulsioni sarebbe aumentato di otto volte, passando dalle attuali 500 all’anno a 4000? E allora, com’è che ci teniamo tutta la foffa d’importazione?

Il ritorno di “Carlos”

Ci piacerebbe proprio sapere quanti stranieri che rifiutano di integrarsi continuano a rimanere in Svizzera a nostre spese. Perché il caso del bosniaco  di San Margrethen non è certo isolato, anzi. Ed infatti, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, si è scoperto che il famigerato Carlos, ossia il giovane delinquente sudamericano che costava al contribuente zurighese oltre 20mila fr al mese in prestazioni sociali varie, è tornato a commettere reati violenti. Lo scorso 8 novembre infatti la procura di Zurigo ha aperto nei suoi confronti un procedimento penale per lesioni.

Ricordiamo che il bravo giovane “non patrizio”, appassionato di Thai Box,  non si è mai sognato di lavorare: eh certo, perché bicipiti e deltoidi sono pompati, ma la cannetta rimane di cristallo di Boemia! E poi, a cosa serve lavorare quando gli svizzerotti fessi ti mantengono nel lusso con i soldi delle loro imposte?

Föö di ball!

E’ poi una bella soddisfazione vedere come la barcata di soldi pubblici spesi per l’ “inserimento” del bravo giovane sudamericano – nel corso degli anni oltre un milione di franchetti! – siano andati letteralmente in fumo, dal momento che Carlos continua a delinquere (a proposito: come mai, dato che il bellimbusto è ormai maggiorenne da un pezzo, nelle foto pubbliche il suo faccione viene sempre censurato?).

Emir T, Carlos e tutti quelli come loro, via subito dalla Svizzera!

E magari qualcuno farebbe bene ad accorgersi che la gente ne ha piene le scuffie di vedere che i soldi delle sue imposte vengono usati per mantenere simili individui. Attenzione: a furia di tirare la corda, primo o poi la rabbia popolare divamperà. E allora altro che politikamente korretto, “bisogna aprirsi” e buonismo-coglionismo…

Lorenzo Quadri

Dai burocrati bernesi l’ennesimo schiaffo al Ticino

Ve le diamo noi le rassicurazioni all’Italia sulla non discriminazione dei frontalieri!

E’ ora di fare finalmente piazza pulita dei “diplomatici” spalancatori di frontiere e svenduti all’UE come De Watteville

Ma guarda un po’! Il sottosegretario italiano agli affari europei, tale Sandro Gozi, avrebbe dichiarato, secondo le note d’agenzia, che “il governo svizzero non approverà nessuna legge che contenga discriminazioni nei confronti dei frontalieri italiani, sia quelli che lavorano già, sia quelli che cercheranno lavoro in Svizzera in futuro”. Rassicurazioni molto importanti (?) in questo senso sarebbero giunte al Gozi dal Segretario di Stato Jacques De Watteville (quello che andava a Roma a parlare in inglese).

Ohibò, qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole.

1) Tanto per cominciare, adesso vogliamo sapere dal Consiglio federale in che termini è stata data la “rassicurazione” di cui sopra; quando e su incarico di chi. Se le cose stanno come riportato dalle note d’agenzia, sarebbe la conferma (autocertificata) che il governo svizzero è composto da camerieri dell’UE che se ne sbattono della volontà popolare. Interpellanza parlamentare in arrivo.

2) E’ evidente, poi, che la discriminazione  nei confronti dei frontalieri ci sarà eccome perché così hanno deciso i cittadini svizzeri. Si chiama preferenza indigena e verrà applicata. Anzi, visto che il voto del 9 febbraio ha ormai quasi tre anni, è scandaloso che il Consiglio federale non abbia ancora applicato la preferenza indigena nei settori di sua competenza, come ha proposto di fare Norman Gobbi per “prima i nostri” a livello cantonale.

3) Se “negoziare” per i burocrati bernesi  è sinonimo di calare immediatamente le braghe davanti alla controparte, calpestando i diritti popolari, non c’è da stupirsi se i risultati sono un flop.

4) Non è ora di mandare definitivamente in pensione De Watteville, già tirapiedi dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf? Quello che avrebbe negoziato (?) con Roma i famosi accordi sulla fiscalità dei frontalieri che mai vedranno la luce? Senza contare che sempre lo stesso De Watteville pretendeva addirittura che la deputazione ticinese a Berna si impegnasse a convincere il Consiglio di Stato a rinunciare alla richiesta del casellario giudiziale per i permessi B e G. E’ il colmo! Secondo l’illuminata visione di questo burocrate spalancatore di frontiere, il Ticino dovrebbe solo calare le braghe e rinunciare a difendersi dall’invasione da sud. Ma non se ne parla nemmeno! E’ ora di fare finalmente piazza pulita di questi “diplomatici” svenduti all’UE.

5) Prendiamo atto che il Consiglio federale continua a prendere a schiaffi il Ticino ed i ticinesi, affermando “tranquillo come un tre lire” che, malgrado le votazioni popolari contrarie, il Ticino continuerà ad essere terra di conquista per la Penisola. Di questo ovviamente i camerieri dell’UE che siedono in governo dovranno rispondere.

Lorenzo Quadri