La casta usa i dipendenti della SSR come scudi umani

No Billag: la propaganda della TV di Stato si fa sempre più martellante

 

Il lavaggio del cervello contro la “criminale” iniziativa No Billag che la TV di Stato sta praticando da mesi – almeno da novembre – con i soldi del canone, è la miglior conferma che il 4 marzo bisogna votare Sì a No Billag.  Tale lavaggio del cervello è infatti un’operazione vergognosa che nulla ha a che vedere con il servizio pubblico. E’, semplicemente, propaganda di regime,  oltretutto infarcita di panzane. Altro che “baluardo contro le fake news”. La TV di Stato, controllata dalla partitocrazia, con le redazioni colonizzate dai kompagni, è la prima produttrice di “fake news”; sul No Billag  e non solo.  Fa stato l’intramontabile motto: “in temp da guèra, püssée ball che tèra”.

E di sicuro la casta, di cui la SSR è organo propagandistico e centro di potere, in guerra lo è eccome. Anzi, più che una guerra è proprio una jihad. Una jihad contro il “popolazzo becero”, sempre meno disposto a farsi ricattare dall’establishment spalancatore di frontiere. Anche perché, con la rivoluzione digitale, il cittadino non è più succube dell’informazione di regime della monopolista SSR, manipolata dalla partitocrazia (controllo dell’informazione uguale potere). Dispone di innumerevoli fonti alternative. E’ quindi meno incline a bersi tutte le panzane propinate dal  “pensiero unico”.

I politicanti vogliono ingigantire sempre di più la TV di Stato – che nel corso dei decenni si è gonfiata come una rana – per garantirsi il potere. Il potere e le cadreghe, da spartire con logiche partitiche e dinastiche.

Logiche “di regime”

La SSR è di regime perché funziona con logiche da anni Trenta del Novecento (quando è stata fondata). E’ una specie di agenzia educativa del popolo bestia. Il quale va appunto educato, o  rieducato, secondo il “pensiero unico” imposto dalla casta: libera circolazione “indispensabile”, frontiere spalancate, multikulti, nessuna limitazione dell’immigrazione, sudditanza nei confronti dell’UE, preferenza indigena da rottamare, svizzeri da criminalizzare come razzisti…  E’ la propaganda così come la intendevano gli appositi ministri dei regimi autoritari. I contenuti sono cambiati. Il metodo no.

Senza dimenticare l’aspetto utilitaristico: i politicanti difendono il canone obbligatorio più caro d’Europa con argomentazioni carnascialesche (tipo: “No Billag – No Svizzera”) ed isteria decisamente degna di miglior causa perché la RSI permette a lorsignori di farsi campagna elettorale con i soldi del canone. I cadregari dei partiti giusti, con le idee giuste, vengono premiati con presenze ossessive negli studi di Comano, nonché con compiacenti microfoni a disposizione per ogni “flatulenza”. Una vera e propria manna per l’ego a mongolfiera di certuni; una manna da difendere con le unghie e con i denti! E’ servizio pubblico al contrario: il beneficiario finale non è il cittadino che lo paga, bensì la partitocrazia.

Il ritornello

La panzana più evidente, che peraltro è praticamente l’unico argomento degli oppositori della “criminale” iniziativa No Billag, è il ritornello che essa porterebbe alla chiusura della SSR (e quindi della RSI). Non è vero. La SSR continuerebbe ad esistere; ovviamente dovrebbe riformarsi in modo radicale, e mettersi a dieta. Ma questo accadrà in ogni caso, indipendentemente dall’esito della votazione sul No Billag, perché la rivoluzione digitale e la globalizzazione sono delle realtà. Perfino il direttore generale della SSR Gilles Marchand ha ammesso che diventa sempre più difficile giustificare un canone obbligatorio. Il tempo non si ferma votando No al No Billag.

Lavoratori di serie A e lavoratori di serie B

Fa specie vedere politicanti, magari assieme a qualche anziano professore, che non hanno fatto un cip né a proposito della devastazione della nostra piazza finanziaria a seguito delle calate di braghe davanti all’UE  – quasi 3000 posti di lavoro persi solo nelle banche ticinesi! –  e nemmeno sullo sfascio del mercato del lavoro  causato dalla libera circolazione delle persone (che loro anzi sostengono come il “bene supremo”!), scendere in piazza e stracciarsi le vesti in presunta difesa degli impieghi alla SSR. E tutti quelli che non lavorano per l’emittente pubblica cosa sono: lavoratori di serie B?

Nel caso qualcuno non l’avesse ancora capito: i dipendenti della TV di Stato vengono semplicemente utilizzati come scudi umani. La dirigenza della SSR, controllata dalla partitocrazia, ne combina peggio di Bertoldo e poi si nasconde dietro i collaboratori per minacciare i cittadini. Per la serie: guardate che se osate ribellarvi e votare “sbagliato”, poi ci vanno di mezzo i dipendenti! Sarà “colpa vostra”! Eh no, cari $ignori, troppo facile. Se il 4 marzo la SSR dovesse uscire perdente dalle urne, la colpa sarà dei “capitani” (manager e politicanti) che l’hanno condotta alla bocciatura popolare!

Il piano B

Il piano B (in caso di approvazione del No Billag), evidentemente, è fattibile. L’USAM (Unione svizzera arti e mestieri) ha avanzato delle proposte concrete. Ma naturalmente i contrari al No Billag negano ad oltranza, continuando a reiterare il ricatto della chiusura. Chiaro: non farlo, ammettere che le alternative ci sono, equivarrebbe a perdere una campagna basata sul terrorismo, sui ricatti e sul populismo più becero (e poi i populisti sarebbero gli altri?).

Agitazione ingiustificata

Infine, l’agitazione della RSI, dei suoi soldatini che berciano insulti sui “social”, dei politicanti della casta, è del tutto fuori luogo in Ticino. Il futuro del canone obbligatorio non lo decidono certamente i quattro gatti del comitato ticinese di sostegno al No Billag. E non lo decideranno nemmeno i votanti ticinesi, poiché la partita si gioca Oltregottardo. Ma è chiaro che i vertici della RSI, già asfaltati dai cittadini nel 2015 in occasione della votazione sulla nuova LRTV, temono il “bis” come la peste. E ne hanno ben donde.

Lorenzo Quadri

No Billag: establishment tra panzane e terrorismo

I contrari all’iniziativa fedeli al motto: “in temp da guèra, püssée ball che tèra”

 

Nel clima di isteria generalizzata creato di proposito dall’establishment attorno alla “criminale” iniziativa No Billag (neanche si trattasse di decidere le sorti della Svizzera! No Billag è oggettivamente un tema secondario) i contrari all’iniziativa hanno scelto di ispirarsi al noto principio: “in temp da guèra, püssée ball che tèra”.

Alle balle, lor$ignori hanno aggiunto le campagne denigratorie ad personam contro chi ufficialmente sostiene l’iniziativa (il comitato dei quattro gatti): la modalità è tipica della $inistruccia, che infatti alla Pravda di Comano la fa da padrona.

1200 disoccupati?

Tra le numerose panzane raccontate, cominciamo a prenderne in considerazione un paio.

La prima: “se passa la (criminale) iniziativa No Billag, la RSI chiude e ci saranno 1200 disoccupati in più”.

 Già il fatto che in Ticino la TV di Stato abbia 1200 dipendenti dovrebbe essere motivo di scandalo e non certo di vanto. Sarebbe come se per l’amministrazione cantonale lavorassero 50mila persone. Bullarsi di essersi gonfiati come una rana grazie all’eccesso di soldi prelevati forzosamente dalle tasche dei cittadini, mentre gli altri media si arrabattano per sopravvivere, non pare una grande strategia difensiva.

La strada è segnata

Ma in ogni caso, né la RSI né la SSR chiuderanno. Dovranno però cambiare radicalmente e – è ovvio – ridimensionarsi. Non solo perché oggi sono pachidermiche in modo del tutto ingiustificato anche per rapporto alla produttività ed alle necessità del territorio e del tanto decantato “servizio pubblico”, concetto stiracchiato senza vergogna per farci rientrare di tutto e di più, tanto il conto lo paga il solito sfigato contribuente. Dovranno cambiare e ridimensionarsi perché la rivoluzione digitale lo impone. Lo stesso direttore generale della SSR Gilles Marchand ha ammesso che è sempre più difficile giustificare un canone obbligatorio per tutti. La strada è dunque già segnata. Non si scappa. Se l’iniziativa No Billag venisse asfaltata, la SSR, e quindi anche la RSI, potrà tirare a campare così come è ora al massimo  per qualche altro annetto. Poi la resa dei conti arriverà comunque.

Chi rischia la cadrega?

Certo, il 5 marzo, in caso di approvazione (oggettivamente improbabile) dell’iniziativa No Billag, qualcuno rischia fortemente di venire lasciato a casa: i dirigenti dell’emittente di regime che l’hanno portata alla bocciatura popolare.

Mai una campagna di votazione è stata combattuta con uno squilibrio così clamoroso tra le forze in campo. Da un lato l’establishment al gran completo. Che spazia a 360 gradi. Dalla partitocrazia che vede minacciato un proprio importante centro di potere (la SSR, che le maggioranze politiche utilizzano per manipolare l’opinione pubblica, per farsi propaganda elettorale, per spartirsi cadreghe ed impieghi) ai greppianti della kultura, che attingono a piene mani ai soldi del canone: lampante dimostrazione che la tassa pro-SSR serve a finanziare un’enorme mangiatoia  a beneficio degli amici degli amici; il servizio pubblico è solo un debole – sempre più debole – pretesto.

Se malgrado la grottesca sproporzione tra le forze in campo in vista del 4 marzo (quattro gatti contro l’intero establishment) la TV di Stato dovesse venire bastonata dalle urne, la responsabilità sarà dei suoi dirigenti e dei suoi conducator politici (Doris uregiatta in prima fila) che hanno voluto andare al muro contro muro, rifiutando qualsiasi compromesso. E’ quindi evidente che qualcuno dovrà fare le valigie. I vertici SSR che declamano slogan catastrofisti in caso di approvazione della “criminale” iniziativa No Billag non stanno difendendo il posto di lavoro dei loro collaboratori (dei quali peraltro non necessariamente gliene importa poi granché: o ci siamo già dimenticati dei licenziamenti “all’americana” in  quel di Comano?). Stanno difendendo le proprie cadreghe.

Le promesse da marinaio

Seconda panzana (o gruppo di panzane): tutte le promesse, da parte dei vertici SSR/RSI,  di emendarsi se il popolo vorrà mantenere l’anacronistica, eccessiva ed ingiusta tassa pro-SSR. Nelle scorse settimane ne abbiamo sentite che di più non si potrebbe. Peccato che siano le classiche balle di fra’ Luca. L’emittente di regime ha avuto decenni di tempo per correggere la rotta. Non l’ha mai fatto. Ha scelto di  andare avanti “come se niente fudesse”. Di snobbare le critiche con la consueta spocchia. Di continuare a farsi i propri comodi, in un’illusione di intoccabilità.  Nella primavera del 1789, con la rivoluzione francese alle porte, a Versailles si susseguivano feste e balli. A Comano è successa la stessa cosa.

Nel 2015 (votazione sul canone obbligatorio) la TV di Stato venne già stata bocciata dalla metà dei cittadini svizzeri. Oggi come allora, i rimproveri sono gli stessi: inaccettabile imporre di pagare il canone più caro d’Europa anche a chi non vuole o non può consumare, strutture elefantesche, servizio pubblico trasformato in propaganda di regime (filo UE, pro-frontiere spalancate, pro- multikulti; e sempre contro gli odiati “populisti”).

Cosa hanno fatto la SSR ed i suoi politicanti di riferimento per correggere il tiro? Niente!

La posizione della Lega

A chi si sorprende (o finge di farlo) perché  la Lega sostiene il No Billag, è facile rispondere. La posizione del Movimento non è caduta improvvisamente dal cielo. A parte che fu il Nano ad inventare gli aeroplanini col canone Billag, la Lega per un quarto di secolo ha cercato il dialogo con l’emittente. Che naturalmente è stato rifiutato a priori: alla TV di Stato ritengono di avere ragione per definizione. Si sono sempre reputati i detentori della Verità: atteggiamento tipico della gauche-caviar. La Lega ha anche tentato la via di far sentire la propria voce dall’interno dell’ “azienda”, partecipando alle elezioni della CORSI (organo ormai diventato del tutto inutile). Risultato: la partitocrazia, e la RSI stessa, alle assemblee CORSI hanno mobilitato in massa i propri soldatini per sbarrare la strada all’eventuale elezione di odiati populisti. La CORSI e la RSI sono cosa nostra! Giù le mani!

Quando poi un paio di esponenti del Movimento hanno graziosamente ottenuto l’accesso alla CORSI, si sono ritrovati a  fare le foglie di fico. Ed infatti hanno deciso, dopo un po’, di andarsene. Commento del presidente della CORSI Gigio Pedrazzini: “Se ne vanno? Non è importante”. Mancava che aggiungesse: “non aspettavamo altro, finalmente fuori dai santissimi”, ma il senso è chiaro.

Cambiare la RSI dall’interno non è possibile. Semplicemente perché la RSI non è ormai più in grado di cambiare. I malandazzi sono cementificati e strutturali.  Lo scossone deve venire dall’esterno con il No Billag.

Lorenzo Quadri

 

Adesso promettono, ma poi…

No Billag: in casa SSR vale il principio del “passata la festa, gabbato lo santo” 

I primi impegni che verranno disattesi: mantenere il canone a 365 Fr dopo il 2020 ed abolire il privilegio dei dipendenti che non pagano il canone

Ma guarda un po’. Il direttore della Pravda di Comano, kompagno Maurizio Canetta, ormai sta rilasciando un’intervista al giorno contro l’iniziativa No Billag. Nuova  dimostrazione che i vertici della SSR hanno ormai perso la trebisonda a causa della votazione del  4 marzo. Lanciatissimi in un’operazione di lavaggio del cervello al popolazzo, stanno però ottenendo il risultato contrario a quello desiderato. Infatti la gente ne ha già piene le scuffie, e mancano ancora più di tre mesi  alla votazione.

Il bello è che solo pochi giorni fa sono  state pubblicate delle direttive nelle quali si legge più o meno: “l’emittente non fa campagna politica contro la (criminale) iniziativa No Billag, no agli isterismi, siamo equilibrati e sopra le parti”. Per fortuna!

Tutti pagano, tranne…

In una interminabile intervista concessa (uella) al portale LiberaTV,  Canetta tematizza il privilegio di cui beneficiano i dipendenti della SSR. Ossia: non pagano il canone radiotv. Capita l’antifona? Tutti devono pagare il canone. Anche chi non ha una televisione né una radio. Anche chi è cieco e sordo. Infatti a seguito della votazione del 2015 il canone è stato trasformato in un’imposta pro SSR. Che tutti devono sborsare. Alla faccia del principio del “chi consuma paga” con cui la partitocrazia ama riempiersi la bocca; ma evidentemente solo quando torna comodo.  Tutti pagano, compreso chi non consuma. Ma i dipendenti dell’emittente no.

E che Canetta e/o il presidente dell’inutile CORSI Gigio Pedrazzini abbiano almeno la decenza di non venirci a raccontare la storiella che “l’azienda paga il canone ai collaboratori”. L’azienda un piffero! A pagare sono gli utenti con il loro canone. Perché è da lì che vengono i soldi della SSR. O magari qualcuno pensa che nell’ampio parco di Comano – opportunamente cintato per paura di intrusioni (sic) – i franchetti crescano sulle piante?

Perché solo adesso?

Va da sé che in quel di Comano la questione del canone se la pongono solo oggi, in vista della votazione  sull’iniziativa No Billag. Senza questa votazione, nessuno si sarebbe sognato di tematizzare quello che adesso tutti – Pedrazzini e Canetta compresi – bollano come indebito privilegio.  Senza il No Billag, tutto sarebbe stato dato per scontato in eterno. Anzi: se in condizioni “normali” qualche tapino avesse osato sollevare obiezioni circa l’esenzione dal canone dei dipendenti RSI, sarebbe stato immediatamente spernacchiato e ridotto al silenzio. Giù le zampe! I diritti acquistiti non si toccano!

Come mai, inoltre, i buoni  Canetta e Pedrazzini, che da anni ormai siedono ai vertici dell’emittente di regime, al “privilegio anacronistico” ci pensano solo ora? Come mai non l’hanno fatto prima? Il tempo non è di certo mancato. Soprattutto: come mai non ci hanno pensato nemmeno dopo l’asfaltatura rimediata dalle urne ticinesi nel giugno 2015 quando si votò sul canone obbligatorio? Ennesima dimostrazione che in casa RSI, come pure in casa SSR, se ne sono sempre sbattuti  di ogni critica. Mettersi in discussione? Non sia mai! Noi siamo “dalla parte giusta”;  gli altri sono beceri populisti! Atteggiamento tipico della gauche-caviar…

Nel water

Del resto, anche quello che mena il gesso ha capito che, se l’iniziativa No Billag dovesse venire asfaltata, tutti questi bei discorsi sulla fine dei “privilegi anacronistici” verranno gettati direttamente nella tazza del water. La stessa sorte toccherà alla riduzione temporanea del canone a 365 Fr all’anno.

Ricapitolando:

  • Senza l’iniziativa No Billag, la Doris uregiatta non avrebbe deciso di abbassare per due anni (2018 e 2019) il canone a 365 Fr. Se detta iniziativa dovesse venire asfaltata, è ovvio che dal 2020 il canone tornerà a risalire a 451 Fr annuali.
  • Senza l’iniziativa No Billag, mai sarebbe stato messo in discussione il privilegio dei dipendenti SSR che non pagano il canone. Se l’iniziativa dovesse venire asfaltata, tutto andrà in dimenticatoio.
  • Ed infatti, il buon Canetta sta già mettendo le mani in avanti a proposito del canone dei collaboratori della RSI: nell’intervista a LiberaTV precisa che c’è di mezzo la convenzione collettiva dei dipendenti dell’emittente di regime,  che bisogna trattare con i $indakati e blablabla. Traduzione: adesso che bisogna fare campagna per la votazione sull’iniziativa No Billag vi facciamo balenare tante belle promesse e poi… passata la festa, gabbato lo santo!

Lorenzo Quadri

Iniziativa No Billag: adesso la parola passa ai cittadini

La partitocrazia è schierata compatta e si prepara a fare il lavaggio del cervello

 

Nessuna sorpresa al Consiglio nazionale sul No Billag. A larga maggioranza, l’iniziativa è stata respinta con 122 voti a 42, con 16 astenuti. Nemmeno il controprogetto che prevede l’abbassamento del canone a 200 Fr l’ha spuntata. La partitocrazia si è dunque allineata. Consiglio federale, Consiglio degli Stati e Consiglio nazionale sono tutti d’accordo. La “spregevole” (secondo loro) iniziativa va respinta senza controprogetto.

La portata di queste decisioni va tuttavia relativizzata. Si tratta infatti unicamente di stabilire le indicazioni di voto della Confederazione, da indicare sul libretto trasmesso agli elettori. Trattandosi di un’iniziativa popolare, la parola finale l’avranno i cittadini nelle urne.

Democrazia in pericolo?

La casta si schiera dunque compatta dietro l’emittente di regime. I pochi Sì raggranellati dall’iniziativa (dopo il rifiuto di entrata in materia sul controprogetto) vengono tutti dalla Lega e dal campo Udc. Il mercanteggiamento emerge con evidenza. Al Nazionale, lo  si leggeva pure tra le righe di certi interventi. La SSR dà visibilità a noi politicanti; ci fa campagna elettorale: perché dunque dovremmo contrastarla in qualche modo? E se poi non veniamo più invitati alle trasmissioni?

Questo ragionamento, puramente opportunistico, viene poi infiocchettato con fetecchiate sui massimi sistemi. Come quella sulla democrazia in pericolo. Eh già: chiedere che si discuta sul ruolo e sulle risorse di cui deve disporre la TV di Stato significa mettere in pericolo la democrazia. Come no: la democrazia in Svizzera esiste grazie alla SSR che di fatto è un monopolio statale. Oltretutto intenzionato a gonfiarsi ad oltranza. E questo significa evidentemente levare spazio ad altri media (non solo elettronici). Il che è più o meno il contrario della democrazia. Idem con patate la storiella della coesione nazionale. Anch’essa esiste da ben prima della creazione della SSR!

Il ricatto

E che dire del continuo becero ricatto cui le minoranze linguistiche vengono sottoposte perché beneficiano di una quota parte di canone superiore a quella che pagano? La ridistribuzione viene brandita come una clava, per stroncare ogni critica all’emittente di regime. Visto che voi esponenti delle minoranze linguistiche “ricevete” (?) di più di quel che pagate, zitti e mosca. Ma stiamo scherzando?

E’ il caso di ricordare che le particolarità ticinesi vengono tenute in considerazione solo a geometria variabile. In questo ridente Cantone anche il mercato del lavoro, che è assai più importante della RSI, presenta delle particolarità (per usare un eufemismo). Leggasi invasione da sud. Il Ticino paga di gran lunga il prezzo più alto della devastante libera circolazione delle persone. Di  questo però alla partitocrazia federale assai poco importa.

Autolesionismo

Ciliegina sulla torta, a smentire la tesi della “SSR intoccabile perché tutto quello che fa è servizio pubblico” provvede l’emittente stessa. Di recente è riuscita a pubblicare sul canale youtube di una sua trasmissione un video in cui una coppia di presentatori illustra il modo migliore per masturbarsi. Più che al servizio pubblico, qui siamo al “servizietto”. Se la SSR ha le risorse per realizzare simili programmi, vuol dire che ha troppe risorse.

Un buon risultato…

L’iniziativa No Billag non ha chance di vittoria, certamente non a livello nazionale. Questo l’hanno capito anche i paracarri. Ma un buon risultato  in votazione popolare dovrà giocoforza portare ad una discussione seria sulle risorse a disposizione della SSR, sul suo mandato di servizio pubblico ed ovviamente sul canone più caro d’Europa, maldestramente trasformato in un’imposta pro-SSR. Discussione in cui, c’è da sperare, i critici della radioTV pubblica, che adesso la partitocrazia tenta di infangare come traditori, potranno contare sul sostegno di una fetta importante di elettorato favorevole al No Billag.

Lorenzo Quadri

No Billag: passo dopo passo, la resa dei conti si avvicina

Malgrado la disparità delle forze in campo, la SSR è in panico: coda di paglia?

 

A passi decisamente lenti, la tanto discussa e denigrata iniziativa No Billag si avvia verso la votazione popolare.

Come noto, in Consiglio degli Stati sia la Commissione (dei trasporti e delle telecomunicazioni) che poi il plenum hanno urlato il proprio No all’iniziativa, rifiutandosi però anche di formulare qualsivoglia controprogetto. Stesso scenario alla Commissione del nazionale.  Il plenum della Camera bassa inizierà a discuterne giovedì. L’esito finale è scontato. Scontato ma, all’atto pratico, irrilevante. In effetti, ciò che decide il parlamento, trattandosi di iniziativa popolare, è solo la raccomandazione di voto da inserire nel libretto informativo che verrà trasmesso ai cittadini.  Una raccomandazione che conta come il due di briscola.

Quattro gatti

Sul fatto che l’iniziativa No Billag sia estrema è difficile obiettare, visto che essa prevede l’azzeramento del canone, attualmente di 460 Fr all’anno. Questo tipo di proposte difficilmente (eufemismo) fa breccia. Specie alle nostre latitudini. Eppure l’agitazione in casa della SSR, come pure della RSI e della CORSI, è da tempo ai massimi livelli. Ohibò, qualcuno ha forse la coda di paglia? E sì che lo scontro è ad armi – a dir poco – impari. Gli iniziativisti sono quattro gatti. Il sostegno politico di cui godono è ridotto all’osso. La stampa di regime è schierata compatta contro l’iniziativa “populista”. Perché dunque tutta questa agitazione, con i massimi papaveri dell’azienda a fare personalmente opera di galoppinaggio?

In sprezzo del ridicolo

Alle nostre latitudini, il presidente della CORSI Gigio Pedrazzini, in sprezzo totale del ridicolo, ha addirittura invocato la patria in pericolo, parlando della votazione sul No Billag come di “un confronto epocale, dal cui esito potranno dipendere le sorti della vita democratica”. Eh già, perché se la Svizzera è una democrazia il merito è della Pravda di Comano! Semmai è vero il contrario, visto che l’emittente statale fa propaganda di regime pro-pensiero unico (sudditanza all’UE, frontiere spalancate, multikulti) e contro  gli odiati “populisti”. Inoltre, la bulimia di risorse della SSR, che non si fa alcuna remora nel razziare il sempre più scarso mercato pubblicitario a danno dei media privati, nuoce alla pluralità dell’informazione. Di conseguenza, nuoce anche alla democrazia.

Fa poi specie che le stesse cerchie che rottamano una votazione popolare dall’esito sgradito alle élite, ossia il “maledetto voto” del 9 febbraio,  adesso accusino i promotori del No Billag di “mettere in pericolo la democrazia”. Che tolla!

Coda di paglia?

Il motivo di tanta agitazione in casa SSR, in considerazione come detto anche della plateale disparità delle forze in campo, può dunque essere solo uno: la coda di paglia. In effetti, ad ogni critica di parzialità, l’emittente pubblica ha sempre risposto con le consuete smentite categoriche. Ma forse non è poi così convinta. Altrimenti non si spiega il panico scatenato a Comano dall’ormai famoso studio dell’Ufficio federale della comunicazione (che di certo non è un gremio di beceri leghisti)  dal quale è emerso che la radio RSI snobba la Lega.

Del resto già nel giugno 2015, in occasione della votazione sull’aberrante canone obbligatorio, praticamente la metà della popolazione svizzera ha bocciato la SSR. In Ticino il No ha vinto con il 52.3% dei voti. Ma se la partigianeria della Pravda di Comano fosse, come amano ripetere i vertici dell’azienda, solo una balla della Lega populista e razzista, non è certo credibile che oltre il 52% dei ticinesi se la sia bevuta. Come non è credibile che la RSI con 1200 collaboratori venga messa in difficoltà dalla lillipuziana redazione del Mattino! Ma evidentemente il gigante poggia su piedi d’argilla.

Un solo messaggio

Come detto, la posizione dell’iniziativa No Billag è “estrema”; ma anche la controparte, SSR e partitocrazia (come sempre saldamente alleate) lo è. Nel senso che non è disposta a rinunciare nemmeno ad una piccola percentuale del canone a vantaggio dei cittadini che sempre meno guardano la Tv ed ascoltano la radio (soprattutto le giovani generazioni). Il mondo cambia, ma la SSR pretende di conservare intatti tutti i propri privilegi. E pensare  che le sue entrate aumentano automaticamente con la crescita della popolazione. Infatti, dal 2013 al 2016 gli incassi del cantone sono passati da 1.203 miliardi a 1.218: quindi una crescita di 15 milioncini.

Da un lato dunque la SSR è manifestamente impanicata in vista della votazione No Billag ben sapendo che il malcontento esiste. Dall’altro,  alla metà della popolazione che già nel 2015 bocciò l’emittente di regime, trasmette un solo messaggio: voi beceri bifolchi avete votato sbagliato, mentre noi facciamo tutto giusto. Bravi, avanti così!

Un buon risultato…

Votare sì all’iniziativa No Billag non porterà all’eliminazione del canone. Le possibilità che l’iniziativa venga accettata sono tendenti a zero. Un buon risultato servirà tuttavia a riportare con i piedi per terra i vertici dell’emittente di regime. Quelli che vanno in giro a dire che la democrazia in Svizzera dipende da loro.

E servirà anche ad aprire la strada ad una riduzione del canone. Perché, davanti ad una seconda “legnata” popolare dopo quella, non ancora digerita, del giugno 2015, la SSR dovrà giocoforza scendere a più miti consigli.

Lorenzo Quadri

I paggetti della SSR contro l’iniziativa No Billag

Anche la commissione del nazionale non ne vuole sapere di abolire il canone radiotv

 

Per l’iniziativa No Billag non ci sono state chance neanche nella commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale (CTT-N). L’iniziativa è stata respinta senza controprogetto, così come già accaduto agli Stati: sia nell’apposita commissione che nel plenum.

A disturbare è che nemmeno delle controproposte, anche moderate, abbiano ottenuto delle maggioranze. E sì che le opzioni erano sul tavolo. Nell’ordine: ridurre il gettito totale del canone di 100 milioni a 1,1 miliardi all’anno (tagli dell’8.5%); abbassare il canone a 350 Fr;  oppure a 200 (come chiedeva una petizione alcuni anni fa).

Ma nella CTT-N solo gli esponenti del gruppo Udc ed il verde liberale hanno dimostrato apertura alle proposte alternative. Da tutti gli altri, chiusura talebana. Compresi i liblab, i quali hanno “benedetto” il sistema attuale. Evidentemente, la casta sostiene compatta la propria emittente di servizio.

Posizioni estreme

L’iniziativa “No Billag” sarà forse estrema. Ma anche la posizione della SSR – e della Doris uregiatta che le regge indiscriminatamente la coda – lo è.

Non solo l’emittente di regime di rifiuta di rinunciare anche ad un solo centesimo delle sue entrate, ma vuole sempre di più. Infatti  gli introiti del canone radioTV aumentano con l’aumentare del numero delle economie domestiche (più gente che paga il canone). Quindi, in effetti, per la SSR “immigrazione uguale ricchezza”. Basti pensare che dal 2013 al 2016 le entrate del canone sono passate da 1,203 miliardi a 1,218. Ovvero, 15 milioncini in più, e scusate se sono pochi.

Vuole sempre di più

Sicché, qui c’è qualcuno che non solo incassa il canone più caro d’Europa, ma vuole sempre di più. Più soldi ma anche più attività, sottraendo risorse e spazi agli altri (ed in particolare agli organi d’informazione privati). Questo avviene con il supporto della partitocrazia, la quale puntella ad oltranza la sua emittente. Ovviamente, perché serve a propagandare le idee giuste.  Pro frontiere spalancate, pro immigrazione incontrollata, pro-establishment. E soprattutto sempre contro gli odiati “populisti”.

Senza dimenticare che l’emittente titilla l’ego dei politicanti tramite inviti a stracchi dibattiti televisivi; ed i politicanti ricambiano il tempo d’antenna (e le possibilità di autopromozione)  con il sostegno nei gremi opportuni. Do ut des! Mica si assumeranno atteggiamenti critici col rischio di non venire più invitati…

E intanto i cittadini, alla faccia del politikamente korrettissimo principio del “chi consuma paga” che ci viene propinato ad oltranza quando si tratta di introdurre nuovi balzelli, sono obbligati a pagare il canone più caro d’Europa, anche se non vogliono (o non possono) usufruire della prestazione che sono costretti ad acquistare. Il contrario del “chi consuma paga”, quindi.

Le consuete fregnacce

Anche nella Commissione del nazionale si sono sentite – guarda un po’: da $inistra – le sconce fregnacce sulla coesione nazionale e sulla democrazia che sarebbero messe in pericolo dall’iniziativa No Billag. Uhhh, cha pagüüüraaa! Come se la coesione nazionale e la democrazia fossero un’invenzione della SSR. Esistevano molto prima, ed esisteranno ancora quando la radioTV di Stato sarà scomparsa. Inoltre la SSR è semmai nociva alla democrazia, visto che, grazie alle tariffe pubblicitarie a prezzi dumping (possibili grazie alle entrate del canone), toglie risorse ad altri organi d’informazione.

I cittadini sono scemi?

Nel giugno 2015 metà della popolazione elvetica ha bocciato la nuova legge sulla radiotv. E’ quindi evidente che i cittadini non sono soddisfatti della SSR. Eppure la partitocrazia non vuole cambiare una virgola. Figuriamoci, non sono le prestazioni della SSR ad avere qualche problemino: sono, come al solito, i cittadini scemi che votano sbagliato. Doppiamente scemi se si tratta di ticinesi, visto che i costi della RSI sono superiori all’ammontare del canone prelevato dagli abitanti del nostro Cantone. Questa la geniale teoria della ministra delle telecomunicazioni. Brava Doris, tu sì che hai capito tutto! La casta ha sempre ragione mentre i votanti che la sconfessano sono degli idioti.  Avanti così, che vedrai le legnate nelle urne…

Bisognerà votare l’iniziativa

Visto che nemmeno le controproposte più moderate all’iniziativa No Billag passano, e visto che di continuare a dare sempre più risorse all’emittente di regime per fare propaganda pro-UE, pro-immigrazione scriteriata, pro-multikulti  e pro-frontiere spalancate non se ne parla nemmeno, non resta altro da fare che sostenere l’iniziativa No Billag. Così magari qualcuno, evidentemente colpito da deliri di onnipotenza, al punto arrogarsi il merito per l’esistenza della democrazia e della coesione nazionale in Svizzera (!), torna sulla terra.

Lorenzo Quadri

Il Consiglio degli Stati asfalta l’iniziativa No Billag

I senatori puntellano l’emittente di regime e non vogliono nemmeno un controprogetto

 

Al Consiglio degli Stati i Senatori hanno asfaltato l’iniziativa No Billag. All’unanimità la Camera dei Cantoni ha bocciato l’iniziativa e non ha nemmeno voluto sentire parlare di un controprogetto.

Insomma, per i senatori a proposito della SSR “tout va bien, Madame la Marquise”. Ecco come legittimare tutti gli andazzi e malandazzi attuali, dando di fatto carta bianca all’emittente (politicamente schierata con i soldi del canone). L’è tüt a posct! Andate pure avanti così!
Deludente, ma forse prevedibile, è soprattutto una cosa: che nessuno alla Camera alta abbia sostenuto che all’iniziativa No Billag si potrebbe quanto meno affiancare un controprogetto. Vedremo se al Nazionale (prima in Commissione, dove il tema approderà in aprile, poi in plenum) la SSR beneficerà della stessa slinguazzante accondiscendenza politikamente korretta. E non è che gli ammonimenti privi di conseguenze servano a qualcosa: il loro tempo è finito.

 Il solito ritornello

Vedremo quanti si riempiranno la bocca con il trito ritornello della “coesione nazionale” e della “promozione dell’italianità”. Trito e bugiardo: perché la nazione esiste da bel un po’ prima della SSR ed esisterà ancora quando la televisione la si guarderà solo nei musei, esposta come reperto. La strategia è decisamente perdente: i giovani la TV non la seguono nemmeno più. Sotto i 24 anni, secondo l’ultimo sondaggio, la guardano in due su dieci. La coesione nazionale la si preserva con un veicolo snobbato dai giovani, quindi dal futuro della nazione? Ma va là…

Quanto alla promozione dell’italianità, se questo fosse l’obiettivo della SSR (e della RSI) vorrebbe dire che ci troviamo davanti ad uno dei più grandi flop della storia nazionale: miliardi spesi, e l’italianità non ha mai contato così poco.

La realtà è molto più prosaica: la partitocrazia difende l’emittente di regime (oltre che lottizzata) che le fa da megafono. Ne inculca le idee e le ideologie nel pubblico pagante: frontiere spalancate, no ai beceri populisti, libera circolazione über alles, “bisogna aprirsi”. Certo, emittente di servizio; ma non di servizio pubblico. C’è una “leggera” differenza.
Il ricattino

Oltretutto, non proporre un controprogetto all’iniziativa No Billag ed arrivare pure a ricattare le minoranze linguistiche (“guardate che se osate votare l’iniziativa poi ci andate di mezzo”) non è nemmeno un atteggiamento particolarmente accorto. Sembra anzi una provocazione. E’ forse il caso di ricordare che, in occasione della votazione sul canone obbligatorio, la RSI venne asfaltata dai votanti ticinesi.

Senza una proposta alternativa meno estrema dell’iniziativa, chi ha una posizione giustamente critica nei confronti della SSR, invece di schierarsi nel campo degli adulatori incondizionati, potrebbe anche votare per il No Billag. Ma forse ci sono politicanti che negli studi radiotelevisivi hanno ormai messo radici. E magari temono che, se adottassero una posizione meno zerbinesca nei confronti dell’azienda, verrebbero invitati meno spesso. E quindi avrebbero meno occasioni di farsi propaganda e di gonfiarsi l’ego in pubblico. Ah, la vanità! Già il Re Sole si armava la marina distribuendo titoli nobiliari.

Non ci vuole il mago Otelma per prevedere che l’iniziativa No Billag non passerà. Ma un risultato importante, soprattutto in Ticino, potrebbe portare tutta una serie di conseguenze difficilmente ponderabili.
Delinquenti?

Naturalmente nel dibattito agli Stati, i sostenitori dell’iniziativa No Billag sono sistematicamente trattati da scriteriati e delinquenti. Ma forse, se esiste un’iniziativa No Billag, una bella fetta di responsabilità la porta proprio la SSR. RSI compresa. E’ quindi comprensibile che l’azienda sia preoccupata: coda di paglia?

Lorenzo Quadri

 

La macchina della propaganda di regime si mette in moto

Iniziativa No Billag: la data della votazione non è ancora stata fissata, ma…

 

La data della votazione popolare sull’iniziativa No Billag non è ancora stata fissata. Però in questo ridente Cantone la propaganda di regime contro l’iniziativa è già iniziata. E questa volta il regime userà l’artiglieria pesante.

La scorsa settimana infatti, in vista della votazione di cui sopra, il governo cantonale ha incontrato il direttore generale della SSR Roger De Weck, il direttore della RSI kompagno militante Maurizio Canetta nonché una delegazione della CORSI composta dal presidente Gigio Pedrazzini e dai membri Anna Biscossa e Lele Gendotti (quindi due ex consiglieri di Stato ed un’ex presidente di partito).

Evitare il tragico bis

Eh già: nella votazione popolare del giugno del 2015, il canone obbligatorio per tutti – anche per chi non ha né radio né televisore – è stato approvato per un soffio a livello federale (stranamente questa volta nessuno a $inistra ha chiesto di rifare la votazione, chissà come mai?). In Ticino, invece, è stato asfaltato. Sicché onde scongiurare un tragico bis, questa volta si agirà d’anticipo. La propaganda di regime deve avere il tempo di fare il lavaggio del cervello agli svizzerotti in generale, ed ai ticinesotti in particolare… Ovviamente a suon di minacce e ricatti. La maggior parte dei quali fatti sulla pelle dei ticinesi e dei romandi. Il copione è già scritto.

Sostegno “a prescindere”

Tuttavia, da quello che emerge dalle cronache dell’incontro tra il CdS ed i vertici della SSR e della CORSI, la TV di Stato suona sempre la stessa musica. Pretende il sostegno politico “a prescindere”. Autocritica? Connais-pas! La SSR e la RSI vanno sostenute per il semplice fatto che esistono. E per chi non è pronto a prestare opera di slinguazzamento incondizionato, è già operativa la macchina del fango. “Becero affossatore! Scriteriato delinquente! Traditore dell’italianità”! Del resto De Weck è un $inistro e come tale ragiona: tolleranza zero nei confronti di chi non la pensa come lui.

C’è un problema

Tuttavia, c’è un problemino. Non è perché il governo si schiera con largo anticipo dalla parte dell’emittente statale che il popolo ticinese respingerà compatto l’iniziativa No Billag. Il voto occorre conquistarselo. Questo significa che bisogna dare delle risposte sensate a chi – tanto per dirne una – lamenta la “non equidistanza” (per usare un eufemismo) della RSI nel trattare i temi che hanno implicazioni politiche. Ripetere indispettiti che “l’è tüt a posct perché lo diciamo noi” comincia ad annoiare.

Esempio spicciolo di questi giorni. RSI News ha avuto  la brillante idea di pubblicare in pompa magna tre vignette di Trump che l’emittente ha fatto realizzare in esclusiva (uella) da tre vignettisti messicani. Poiché non risulta che la nostra  TV di Stato abbia fatto lo stesso con Obama (e sì che gli spunti satirici non mancherebbero di certo, a partire dal conferimento del premio Nobel più farlocco della storia) è evidente che ci troviamo davanti ad un caso di smaccata partigianeria.  Che peraltro ritroviamo pari-pari nelle corrispondenze RSI dagli USA. Il presidente “populista” va infamato; Obama invece va magnificato per il semplice fatto che è nero e di $inistra.

Ora,  se la risposta dei vertici di Comano all’osservazione di alcuni utenti sulle vignette anti-Trump è del tenore di quelle che si sono lette sulla paginetta facebook aziendale (del tipo “lei è prevenuto… lei non è sereno… lei ripete slogan letti la domenica (!)”), tanti auguri per la votazione sull’iniziativa No Billag! E’ così che si pensa di recuperare consensi e simpatie?

Il pluralismo secondo De Weck

Un capitoletto a parte lo meritano gli ipocriti argomenti buonisti portati da De Weck nell’incontro con il Consiglio di Stato all’insegna della collaborazione con i media privati e del “volemose tutti bene nell’interesse del giornalismo”. Per rendere la SSR più simpatica, il direttore generale (in scadenza; il suo successore è già stato nominato, naturalmente senza concorso, dalla CORSI nazionale: per la serie, è tutta “cosa nostra”)  si presenta come un dirigente del settore pubblico aperto alle collaborazioni col privato. Che oggi vanno tanto di moda.

Peccato che il concetto di “salviamo il giornalismo” di De Weck si riassuma così: tiriamo in piedi una bella holding (uella) pubblicitaria assieme ai compagni di merende della Swisscom (compagni di merende in quanto trattasi di azienda a maggioranza di proprietà della Confederazione) e agli amichetti radikalchic euroturbo del gruppo editoriale Ringier (il patron Michael Ringier: “nessun giornalista contrario all’adesione della Svizzera all’UE lavorerà mai per una mia testata”). Poi, grazie alla nuova “sinergia”, ci pappiamo una fetta sempre più grossa del mercato pubblicitario tagliando fuori gli altri. Per la serie: non solo ci cucchiamo il canone più caro d’Europa, ma facciamo man bassa anche di inserzioni. Magari vendute a prezzi dumping, visto che grazie agli 1.3 miliardi di Fr annui di canone incassati ci possiamo permettere tariffe taroccate.

Per la serie: certo, salviamo il giornalismo, ma solo il nostro e quello dei nostri amichetti radikalchic che sono schierati come noi dalla parte giusta. Gli altri, invece, che vadano in malora. Il pluralismo secondo il direttore SSR!

Certo che con simili atteggiamenti si conquistano voti come se piovesse. Come no…

Lorenzo Quadri

 

Canone radioTV: non c’è solo l’iniziativa No Billag…

A Comano cresce l’agitazione, mentre si mobilitano le truppe cammellate P$

 

Forse è solo un’impressione ingannevole, tuttavia pare che alla RSI e dintorni si respiri una certa agitazione. Intanto qua e là compaiono dei dibattiti sul tema dell’emittente pubblica, la cui “equidistanza” viene messa in dubbio da più parti. Obiettivo di questi dibattiti è far credere che in casa RSI ci sia volontà di pluralismo e di confronto, quando è evidente che si tratta di esercizi fini a se stessi. Si organizza il dibattito dando spazio alle voci critiche per ostentare davanti al popolino quanto si è bravi e democratici. Poi, appena conclusa la trasmissione, si va avanti esattamente come prima.

Finché era solo la Lega…

Chiaro: finché era solo la Lega, o eventualmente la Lega e l’Udc, a denunciare gli sbilanciamenti a $inistra della radioTV di Stato,  a Comano e a Besso se ne impipavano alla grande. Tutte balle della Lega populista e razzista: come la sostituzione dei residenti con padroncini, il dumping salariale, la delinquenza d’importazione, l’immigrazione nello Stato sociale, eccetera. Finché era la votazione sul canone obbligatorio ad andare storta, si poteva anche fare finta di niente: tanto si sa che il popolo becero vota sbagliato. Senza contare che,  dopo pochi mesi, nel suo rapporto sul servizio pubblico radiotelevisivo, il Consiglio federale si è affrettato a dichiarare che l’è tüt a posct: non bisogna correggere né cambiare nulla. Anzi no,  dalla SSR si auspicava addirittura maggiore attenzione alle persone con passato migratorio; perché è per fare una TV per immigrati che si paga il canone più caro d’Europa. Sicché cominciamo a cancellare il dialetto ed introduciamo, invece, le trasmissioni sottotitolate in arabo.

Il boomerang

Ma il mantra del “l’è tüt a posct” potrebbe rivelarsi un pericoloso boomerang soprattutto quando è manifesto che le cose stanno un po’ diversamente: da un sondaggio è ad esempio emerso che il 60% degli utenti ritiene che l’emittente pubblica sia partigiana quando riferisce su questioni politiche. Ma soprattutto, in questo momento sono in atto alcune cosette che, per i reggenti di Comano e Besso, si potrebbero tradurre in “cavoli non dolcificati”.

Iniziativa No Billag

La più vistosa di queste cosette è l’avvicinarsi della votazione sull’iniziativa per l’abolizione del canone Billag (data non ancora fissata, ma dal voto non si scappa). Se la RSI dovesse venire di nuovo sconfessata dalle urne ticinesi, come accaduto per il canone obbligatorio, la faccenda si farebbe spessa. Si tratterebbe infatti della seconda asfaltatura consecutiva, ed inoltre non si potrebbe più tirar fuori la storiella che il voto non era sulla RSI in sé, ma solo sulle modalità di riscossione del canone: la carta è già stata giocata nel giugno 2015.

In vista di questo appuntamento con le urne, le truppe cammellate si stanno mobilitando. Infatti il P$ vorrebbe che il Consiglio di Stato si mettesse a fare campagna, naturalmente contro il No Billag. Perché come noto il Consiglio di Stato non deve prendere posizione sui temi federali, tranne che quando si tratta di sostenere le tesi di $inistra.

Questa intempestiva difesa d’ufficio da parte del P$ è assai sospetta,  perché dà proprio l’impressione che i signori delle frontiere spalancate, dell’adesione all’UE e del “devono entrare tutti” stiano correndo in soccorso del loro organo propagandistico. Chiaro: se anche la TV di Stato cominciasse ad opporsi al mantra del “dobbiamo aprirci”, perfino la famosa cabina telefonica diventerebbe troppo grande per le riunioni plenarie del P$.

Scherzetti parlamentari

Ma altre cose avvengono nella penombra parlamentare, lontano dai riflettori. Come questa: alle Camere federali potrebbe emergere una maggioranza in grado di cambiare una regola del gioco fondamentale. Attualmente l’ammontare del canone radioTV (illegalmente trasformato in imposta) lo decide il Consiglio federale. Ma un domani il parlamento potrebbe avere i numeri per attribuirsi questa competenza. Magari proprio argomentando che l’ammontare di una imposta non lo può decidere il governo.

Quale ragione c’è per compiere un passo del genere? Il disegno che ci sta dietro è semplice. Il Consiglio federale non si sogna di diminuire il canone (come ben si legge nel rapporto sul servizio pubblico citato sopra, Tout va bien Madame la marquise, sicché nulla deve cambiare). Invece una maggioranza parlamentare di “destra”, se la decisione dovesse un domani spettare al Legislativo,  prenderebbe in mano il machete. Con legittimità tanto maggiore se l’iniziativa No Billag dovesse ottenere un buon risultato in votazione popolare (che a livello nazionale non passerà, è pacifico).

Atto di fede?

L’agitazione in quel di Comano è dunque giustificata. Però non inganna nessuno, poiché la volontà di cambiare non si vede. La linea su cui si punta è sempre la stessa: la radioTV di Stato va difesa a prescindere, per un atto di fede, e chi non ci sta è uno spregevole Giuda. Se gli alti papaveri della RSI pensano di andare avanti così, auguri.

Lorenzo Quadri

La RSI taglia l’offerta, ma il canone resta uguale

Dal 2020 LA2 verrà spenta e confinata al web: e la programmazione sportiva in TV?

Ma guarda un po’. La RSI ha confermato che LA2 nel 2020 chiuderà i battenti. Nel senso che il secondo canale televisivo della RSI non esisterà più nella forma attuale ma verrà trasferito sul web con contenuti modificati.

Ciò significa che le dirette e gli approfondimenti sportivi attualmente in onda su LA2 non si potranno più vedere in TV ma solo sul computer o sui dispositivi mobili. (Della programmazione della seconda rete citiamo solo lo sport perché, se viene cancellato dal palinsesto qualche soporifero dibattito politico in cui intervengono sempre i soliti tromboni, non se ne accorge nessuno).

La novità naturalmente viene venduta (male) come un passo avanti (?), un adeguamento alle abitudini dei giovani. Il che è francamente ridicolo, perché i giovani la televisione “lineare” non la guardano proprio, e le cose non cambiano spostandola sul web.

Per il pubblico “diversamente giovane” – che poi è la grande maggioranza dell’utenza della RSI – quello che non smanetta sul tablet ma è tecnologicamente fermo al telecomando, si tratta invece di un chiaro smantellamento.

E qui viene in mente il modus operandi della Posta, che chiude 600 uffici postali dicendo che ci sono le app per telefonino, e tenta di spacciare l’operazione come “miglioramento del servizio”. Evidentemente prendere la gente per scema è il nuovo corso delle aziende pubbliche federali.

Più risorse, ma intanto si taglia

Chiamiamo dunque questi “miglioramenti del servizio”, questi “avvicinamenti al pubblico giovane”, con il loro nome: smantellamenti. E quello progettato in casa RSI ha l’aggravante di arrivare dopo che l’obbligo di pagare il canone radioTV è stato imposto anche a chi non ha né la radio né il televisore.

E cosa si diceva per giustificare la plateale ingiustizia dell’estensione dell’obbligo del pagamento del canone più caro d’Europa anche a chi non ha né radio né TV? Si diceva che la SSR ha bisogno di tante risorse perché deve garantire un’offerta equivalente nelle tre regioni linguistiche.

Ohibò. Ma quindi, se l’offerta deve essere “equivalente nelle tre  regioni linguistiche”, anche nella Svizzera tedesca ed in Romandia ci saranno canali che verranno chiusi e deportati sul web? Risposta del direttore della RSI kompagno Maurizio Canetta: No, ciò accade solo alla RSI perché quest’ultima dispone di meno mezzi.

Offerta meno “equivalente”?

Qui i conti non tornano: si sta forse smontando proprio quell’ “offerta equivalente” usata come pretesto per giustificare nel 2015 il canone obbligatorio per tutti, ed adesso il rifiuto dell’iniziativa No Billag? L’ “offerta equivalente” su cui si sono montati ettolitri di panna sta forse diventando sempre meno equivalente? Gli utenti della SSR, per parafrase Orwell, sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri?

Non è che ci hanno raccontato – e ci stanno tuttora raccontando – un sacco di fregnacce?

E il canone?

In casa RSI si prospetta di tagliare sull’offerta. Dal 2020 chi non ha computer o tablet o altro non vedrà più le dirette sportive. Addio derby hockeistico Lugano-Ambrì, tanto per fare un esempio. Per molti utenti non si tratta di un taglio di poco conto.

Visto che l’offerta diminuisce, è ovvio che bisogna diminuire anche il canone. Da questo non si scappa. O si pensa di prendere i cittadini per i fondelli all’infinito?

Lorenzo Quadri

Minoranze linguistiche utilizzate come scudi umani

Iniziativa “No Billag”: il ricatto del Consiglio federale per reggere la coda alla SSR

 

Come da copione il Consiglio federale propone di respingere, senza controprogetto, l’iniziativa No Billag, che chiede l’abolizione del canone radiotv. Comincia quindi ufficialmente la propaganda di regime a sostegno dell’emittente di regime SSR. E c’è da aspettarsi che la campagna in questione sarà martellante, in considerazione dell’esito, nel giugno 2015, della votazione sulla Legge sulla radiotelevisione (LRTV). La modifica sottoposta a giudizio popolare chiedeva come noto di trasformare il canone radioTV in un’imposta che tutti sono chiamati a pagare: anche chi non possiede un apparecchio di ricezione, anche chi non vuole o non può usufruire di programmi radiotelevisivi. Il canone obbligatorio è stato respinto dai votanti ticinesi mentre, a livello nazionale, è passato per il rotto della cuffia (stranamente da $inistra nessuno ha chiesto di rifare la votazione, chissà come  mai?). E’ chiaro che in ballo non c’era solo il nuovo balzello. Si è trattato di una votazione sulla SSR. Esito: la maggioranza dei ticinesi ha bocciato la RSI. E metà della popolazione svizzera ha bocciato la SSR.

“Tüt a posct”

Davanti a questo risultato, la posizione del Consiglio federale lascia basiti. A sorprendere non è che il governo respinga l’iniziativa No Billag: questo era scontato. Stupisce per contro, in negativo, che  nemmeno si degni di formulare delle proposte alternative.

Non solo: di recente il Consiglio federale ha pubblicato un rapporto sul servizio pubblico in campo radiotelevisivo in cui rifiuta ogni serio dibattito sul tema. “L’è tüt a posct” scrivono i sette – ed in prima linea la ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni Doris Leuthard, PPD – nel logorroico documento.  Al massimo ci si aspetta dalla SSR (udite udite) “più attenzione ai telespettatori con passato migratorio”. Sicché gli svizzerotti dovrebbero pagare il canone più caro d’Europa per fare una radioTV su misura per gli immigrati.

Il rapporto è stato contestato perfino all’interno della stessa amministrazione federale (!), con la Commissione della concorrenza e la SECO che criticavano il rifiuto di mettere in discussione la reale estensione del servizio pubblico finanziato dal canone diventato obbligatorio. I giochini scemi sono servizio pubblico? Le serie TV comprate all’estero sono servizio pubblico? Lo sport internazionale è servizio pubblico?

Partigianeria

E naturalmente, il Consiglio federale non ha nulla da eccepire nemmeno su un’altra questione fondamentale, ossia la partigianeria dell’informazione della SSR e della RSI, le quali non perdono occasione per fare propaganda politica pro-Ue e pro-frontiere spalancate; alla faccia dell’equidistanza e dell’imparzialità politica prescritta dal mandato di servizio pubblico. A ciò si aggiunge che gli organi interni, come il consiglio del pubblico della CORSI, che dovrebbero garantire una parvenza di controllo democratico sull’azienda e sui programmi, non contano un tubo, ma sono delle semplici foglie di fico.

Schiaffo ai cittadini

Davanti ad un’iniziativa che chiede l’abolizione tout-court del canone radioTV, davanti al precedente di metà della popolazione svizzera che in votazione boccia la SSR, il Consiglio federale avrebbe, come minimo, dovuto prendere atto del disagio e formulare, in alternativa alla drastica richiesta dei “No Billag”, delle proposte di riforma del sistema. Invece niente, zero al quoto! “L’è tüt a posct”!  Non si cambia nulla! Ci si limita a confidare nella bocciatura popolare dell’iniziativa No Billag e ad affidarsi al Creatore.

Questo atteggiamento non è solo uno schiaffo alla metà dei cittadini svizzeri che hanno bocciato la LRTV, a cui si fa chiaramente capire che il loro parere conta meno del due di briscola, ma è pure irresponsabile. Invece di cercare di comprendere il malcontento che regna nei confronti della SSR e di porvi rimedio, lo si nega ad oltranza, esasperando ancora di più gli animi.

Ticinesi come scudi umani

Non ancora contento, il Consiglio federale utilizza le minoranze linguistiche – di cui ha dimostrato in più occasione di impiparsene – come scudi umani. Questo il tenore del ricattino governativo: guardate che se approvate l’iniziativa No Billag, ad andarci di mezzo saranno le minoranze ed in particolare i ticinesi. Ai ticinesi ed agli altri confederati viene dunque mandato un messaggio chiaro. Ai ticinesi: non osate manifestare il vostro malcontento nelle urne o sarà peggio per voi. Ai confederati: se votate No Billag vi infamiamo come i beceri becchini della coesione nazionale.

Intanto la RSI…

Deplorevole il ricorso alle minoranze linguistiche ed in particolare alla nostra quale strumento ricattatorio. Strano: quando si tratta di devastante libera circolazione delle persone, il Consiglio federale dei problemi del Ticino se ne impipa. Per parare il fondoschiena alla SSR, invece, ecco che la minoranza italofona diventa all’improvviso importante.

Se il comportamento del Consiglio federale è irresponsabile, ancora di più lo è quello della RSI che, malgrado la sonora batosta (asfaltatura) popolare ricevuta nel giugno dello scorso anno, va avanti “come se niente fudesse” ad abusare del servizio pubblico per fare propaganda politica di $inistra.  Avanti così, che il risveglio rischia di essere molto doloroso.

Lorenzo Quadri

 

Sostegno incondizionato all’emittente di regime

Iniziativa No Billag: il Consiglio federale scende in campo 

Il njet governativo, talebano e vagamente schifato, è la naturale conseguenza di una lunga serie di slinguazzate che si fanno beffe della volontà dei cittadini

Come volevasi dimostrare, il Consiglio federale torna in campo a sostegno dell’emittente di regime, ossia la SSR di sedicente servizio pubblico. Oggetto del contendere è l’iniziativa No Billag. Quell’iniziativa, depositata alla fine del 2015 con 112mila firme valide, che chiede l’abolizione del canone radiotelevisivo.

Il governo ha preso posizione sull’iniziativa invitando a respingerla senza uno straccio di controprogetto. Figuriamoci: la Pravda pro-frontiere spalancate non si tocca. Né si mette in discussione.

Ci sarebbe da ridere…

La sortita del Consiglio federale non è certo una sorpresa. Infatti solo un paio di mesi fa, nel suo rapporto sul servizio pubblico radiotelevisivo, il governo si era prodotto in una languida slinguazzata a sostegno della SSR.

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Nel giugno 2015, quindi poco più di un anno fa, metà della popolazione svizzera, e la maggioranza di quella ticinese, ha asfaltato la SSR. Si ricorderà quale fu l’esito della votazione sulla trasformazione del canone radioTV in una nuova tassa, un iniquo balzello che anche chi non ha né televisione né radio sarà costretto a pagare; questo a partire dal 2018.

Da notare che, malgrado la proposta di canone obbligatorio per tutti sia stata approvata, a livello nazionale, con un minimo scarto di poco più di 3000 voti, nessuno di quei politikamente korretti a cui la democrazia fa proprio schifo ha parlato – diversamente dal caso del 9 febbraio o, per andare sul piano internazionale, del Brexit – di “votazioni da rifare” (o quanto meno di schede da ricontare). Chissà come mai, eh? Ah già, ma questa volta chi ha “votato sbagliato” era in minoranza, seppur di pochissimo, per cui…

Utenti ancora snobbati

Davanti ad un responso delle urne che avrebbe dovuto far suonare parecchi campanelli d’allarme – SSR bocciata da praticamente la metà dei cittadini svizzeri – il Consiglio federale si è prodotto in uno stucchevole rapporto all’insegna del “l’è tüt a posct”; non si cambia nulla. Nemmeno si discute. Pare ovvio che quella metà dei votanti che ha depositato nelle urne il No al nuovo balzello  pro SSR si sarebbe aspettata ben altro. Invece…

Anzi, a voler essere precisi il rapporto sul servizio pubblico del Consiglio federale una critica la conteneva. Questa: ci si aspetta “più sforzi a favore di persone con passato migratorio”. Ah, bene! Quindi dovremmo pagare il canone più caro d’Europa perché si faccia una TV per migranti, che predichi il multikulti, le frontiere spalancate ai finti rifugiati  e la rottamazione dei valori svizzeri. Ma allora il Consiglio federale, malgrado le dichiarazioni contrarie, si sta impegnando per far vincere l’iniziativa No Billag: con simili assist…

Figura marròn

L’acritico reggimento di coda alla SSR è intanto già costato al Consiglio federale una figura marròn. Perché, mentre il governo sposava giulivo  le tesi inginocchiate dell’Ufficio federale della comunicazione, altri gremi – che fanno sempre capo all’Esecutivo! – raccontavano una storia ben diversa. La Commissione della concorrenza, ad esempio, è entrata a gamba tesa sul rapporto governativo: “non c’è stata alcuna verifica di quali programmi sono davvero indispensabili al servizio pubblico; quest’ultimo deve arrivare solo dove non arriva il mercato”. 

Non si discute

Il seguito di tutto questo lingua in bocca con la SSR non poteva dunque essere che il njet, talebano e vistosamente schifato, all’iniziativa No Billag.

A scandalizzare non è tanto il No del CF all’iniziativa in sé. Le sue chance di riuscita, almeno a livello federale, sono peraltro “assai scarse” (per usare un eufemismo).  Scandaloso è il rifiuto di entrare nel merito di qualsiasi critica o discussione, e di formulare delle proposte alternative sul mandato di servizio pubblico. Ripetere a pappagallo che va tutto bene, quando così manifestamente non è, non funziona. Non funziona in tema mercato del lavoro e non funziona neppure in tema SSR.

Mandato violato

Il mandato di servizio pubblico dell’emittente di regime si è trasformato in un monopolio. Oltretutto, viene regolarmente violato. Infatti l’informazione SSR non è politicamente equidistante, ma è di parte (sempre della stessa parte). Senza andare a cercare molto lontano: basta guardare l’osceno martellamento mediatico con cui la RSI, ad ogni telegiornale, tenta di ricattare moralmente i ticinesotti “chiusi e gretti” per costringerli a spalancare le porte ai finti rifugiati  con lo smartphone (giovani uomini che non scappano da alcuna guerra). Divulgando pure la fregnaccia disinformativa che gli svizzeri avrebbero “chiuso le frontiere”. Questa sarebbe informazione oggettiva, questo sarebbe servizio pubblico?

Come se non bastasse, per fare propaganda partigiana si utilizzano pure le trasmissioni d’intrattenimento. Per poi dire che, trattandosi appunto di intrattenimento, esso non sottostà alle esigenze di equidistanza politica che valgono per l’informazione.

Il ricatto morale

Pensare di prendere gli utenti per fessi e poi pretenderne il sostegno incondizionato nelle votazioni popolari è chiedere un po’ troppo.  E non attacca neppure l’ennesimo ricatto con cui si tenta di far passare la difesa “aprioristica” della SSR come un dovere morale, un obbligo all’insegna della tutela delle minoranze linguistiche e della “risorsa per il paese”. Con questo argomento il Consiglio federale si riempie ipocritamente la bocca per giustificare il suo rifiuto dell’iniziativa No Billag. Ma è un po’ facile ricordarsi della minoranza ticinese solo quando torna comodo. Stranamente, su temi assai più importanti della RSI, ad esempio la devastante libera circolazione delle persone, il Consiglio federale ed i suoi tirapiedi la minoranza ticinese la prendono a legnate senza farsi tanti problemi.

Avanti così, che dopo la votazione No Billag potrebbero essere in tanti a leccarsi le ferite. Perché, se l’iniziativa dovesse non diciamo  venire approvata in Ticino, ma anche solo ottenere un consenso importante, per la torre d’avorio di Comano arriverebbero tempi di vacche anoressiche.

Lorenzo Quadri

Commissione della concorrenza a gamba tesa sulla SSR

Mentre per il Consiglio federale “tout va bien, Madame la marquise”

 

Intanto si avvicina la resa dei conti: la votazione sull’iniziativa popolare No Billag

L’iniziativa popolare federale “No Billag”, che vuole l’abolizione del canone radiotelevisivo, è ufficialmente riuscita il 13 gennaio di quest’anno. Quindi i cittadini svizzeri dovranno andare a votare. L’ultima consultazione a tema SSR è stata quella del giugno 2015 sull’aberrante canone obbligatorio. Per l’azienda, una vittoria di Pirro: come noto, l’emittente l’ha spuntata per poche migliaia di voti. Stranamente, nessuno dei moralisti a senso unico a cui la democrazia fa sommamente schifo (tranne nelle sempre più rare occasioni in cui dalle urne sortisca il responso da loro  auspicato) chiese una riconta dei voti. Chissà come mai? Ah già, questa volta il risultato era quello “giusto”; per cui, viva le maggioranze strarisicate!

Nessun interrogativo?

Quell’esito tirato, con tanto di bocciatura in Ticino, dovrebbe far sorgere qualche interrogativo anche in prospettiva della votazione sull’iniziativa No Billag. Intendiamoci: le sue chance di riuscita, almeno a livello federale, sono nulle. Anche in considerazione dei ricatti e del terrorismo che verranno messi in campo prima del voto. Ma, se l’iniziativa dovesse ottenere comunque un buon seguito, pur non spuntandola, per la SSR sarebbero “cavoli non dolcificati”.

Autocritica? Non esiste

Dopo la votazione del giugno 2015 sul canone obbligatorio, l’autocritica da parte dell’azienda (ed in particolare della RSI che venne asfaltata dalle urne ticinesi) è stata pari a zero, malgrado le promesse del giorno dopo. Passata la festa gabbato lo santo. Sarebbe dunque stato legittimo attendersi, almeno da parte del Consiglio federale, un qualche segnale di apertura nei confronti di metà della popolazione svizzera, che con il suo voto bocciò la SSR. Invece, l’ultimo rapporto governativo sulla radiotelevisione è un tripudio di “Tout va bien, Madame la Marquise”. Non c’è bisogno di cambiare niente. Va bene che il mandato di servizio pubblico copra anche i giochini scemi. E, soprattutto, va benissimo che la radiotv di servizio pubblico diventi il bollettino parrocchiale  della $inistra euroturbo e spalancatrice di frontiere. Verifiche sul ruolo politico dell’emittente? Eresia!

Tv per migranti?

Ah no, nel rapporto del Consiglio federale una piccola critica alla SSR c’è: ci si aspetta, udite udite, “più sforzi a favore di persone con un passato migratorio”. Ma bene! Quindi dovremmo pagare il canone più caro d’Europa per finanziare una televisione su misura per gli immigrati. E, sempre per venire incontro agli immigrati, cominciamo a bandire il dialetto, visto che  non lo capiscono, ed introduciamo invece  trasmissioni in lingue slave e arabe. Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole.

Ma la Comco…

Eppure nemmeno a Berna  tutto fila liscio. Perché, se il Consiglio federale pubblica il suo rapporto all’insegna del “l’è tüt posct”, ci sono degli uffici federali, che sottostanno al dipartimento dell’economia di “Leider” Ammann – e quindi allo stesso Consiglio federale – che raccontano una storia  diversa. La Commissione della concorrenza, ad esempio, entra a gamba tesa: “non c’è stata alcuna verifica di quali programmi sono davvero indispensabili al servizio pubblico; quest’ultimo deve arrivare solo dove non arriva il mercato”. Anche la SECO si è opposta allo stiracchiamento sconsiderato del concetto di servizio pubblico, utilizzato come coperchio per tutte le pentole. Peccato che la SECO, essendosi completamente screditata con le statistiche farlocche su disoccupazione e frontalieriato, sia  ormai fuori concorso.

Ammissione di colpa

Molto significativa è la replica dell’Ufficio federale della comunicazione alle critiche interne all’amministrazione pubblica: “Anche con l’intrattenimento si fa servizio pubblico: per suo tramite si possono far passare delle informazioni importanti e un’immagine del mondo”. Perdindirindina! Intesa come una giustificazione, questa frase è, invece, una chiara ammissione di colpa. Infatti, con la dichiarazione appena citata, si riconosce ciò  che la RSI ha sempre negato. Ossia che l’emittente statale si serve delle trasmissioni di presunto intrattenimento per fare propaganda politica di parte. Ad esempio lasciando, nei programmi di “magazine”, microfoni liberi a spalancatori di frontiere, lecchini dell’UE, moralisti a senso unico, talebani del multikulti e compagnia cantante, di modo che costoro possano raccontare all’utente tutto quello che vogliono. E se qualcuno osa protestare per l’informazione non politicamente equidistante? Risposta: Ah, ma era intrattenimento, non un programma d’informazione. Quindi il principio dell’equidistanza non vale.

Difesa “a prescindere”?

Ma bravi: evidentemente la presa per i fondelli continua. Visto che la RSI è un importante datore di lavoro, e visto che, come sappiamo, nella suddivisione del canone radiotv la Svizzera italiana “ci guadagna”, c’è gente che crede di essere intoccabile e di potersi permettere di tutto. Chi critica è il vile nemico che vuole sabotare le risorse eccetera. Per qualcuno è forse ora di tornare con i piedi per terra. In caso contrario, provvederanno i votanti con una nuova mazzuolata al momento della votazione sull’iniziativa No Billag.

Lorenzo Quadri

Il canone è il più caro d’Europa a causa del federalismo, o i motivi sono altri? RSI: i programmi costano un occhio, e non è tutto…

Ma guarda un po’: ecco che “improvvisamente” spuntano le cifre sui costi delle trasmissioni della RSI. Cifre che, a quanto pare, sono state sempre negate perfino al Comitato del Consiglio regionale della CORSI. Al quale, come figura nel suo sito, compete “di stabilire (…) la distribuzione delle risorse finanziarie fra le varie reti e aree di programma”. Questo è assai inquietante. Oltre che indicativo del ruolo, o piuttosto del non ruolo, della CORSI. Se un CdA non può neanche vedere i costi dell’azienda, a cosa serve? La domanda, evidentemente, è retorica. La risposta è nota. La CORSI non serve ad un tubo. E’ una semplice foglia di fico, creata per dare l’impressione che ci sia un legame tra l’azienda e il Paese e che quest’ultimo – che paga il canone più caro d’Europa – abbia qualcosa da dire. Ma in realtà non è così. Infatti la Lega è uscita dalla CORSI. E lo ha fatto a ragion veduta.

Non ci sono margini?
Adesso però i costi delle trasmissioni sono stati resi noti. E – per la serie: a pensar male si commette peccato eccetera – si capisce perché non li si è voluti divulgare in precedenza. Infatti le cifre pubblicate sono tali da far aggrottare più di un sopracciglio (si può dire così, direttore nonché kompagno militante Maurizio Canetta, o è offensivo?).
Falò costa 150mila fr a puntata che in totale fanno 7 milioni e mezzo di franchi all’anno (sic!). Patti Chiari 114mila, SQuot 51mila. Al Quotidiano sono destinati 11 milioni all’anno mentre 11.6 al Telegiornale: e se si pensa che quest’ultimo non perde occasione per fare propaganda Pro-UE e pro-frontiere spalancate, una qualche domandina nasce spontanea.

La lunga lista è stata pubblicata nei giorni scorsi su vari organi d’informazione, e non ha senso ripeterla.
Sostenere che a fronte di costi di questo genere non ci siano margini di risparmio, ossia che non è possibile fare televisione con meno soldi, appare assai poco credibile. Del resto basta pensare ai budget assai più limitati a disposizione delle emittenti private.

La coperta è corta
La coperta del servizio pubblico, allegramente utilizzata per giustificare di tutto e di più, si fa sempre più corta. Punto primo perché il servizio pubblico deve anche essere tale e non contenere propaganda di parte, quando invece quasi il 70% degli utenti ritiene che la RSI non sia imparziale sui temi politici. Ma evidentemente a Comano e a Besso il messaggio non passa. E c’è chi si crede chiamato alla missione (?) di convertire – con i soldi pubblici – i ticinesotti “chiusi e gretti” al masochismo internazionalista, politikamente korretto e buonista-coglionista.

Punto secondo, perché è un po’ facile raccontare che il servizio pubblico non si può fare senza il pubblico e quindi per creare l’audience (?) bisogna infarcire i palinsesti di giochini scemi e serie acquistate, senza che da qualche parte ci sia un limite. Forse, se non si fosse abusato del “servizio pubblico” per giustificare l’ingiustificabile, adesso non sarebbe in corso il dibattito politico a Berna sui confini di questo nebuloso concetto. Dibattito che rischia di trasformarsi in un vero e proprio boomerang sui denti della RSI. La quale comunque è un importante datore di lavoro in Ticino, ma non per questo autorizzata a prendersi qualsiasi licenza. A partire da quella di gestire il suo importante ruolo occupazionale in base alle solite logiche clientelari: assunzioni di interi gruppi familiari, di raccomandati di partito, di “parenti di”, eccetera.

Revisione dei compiti
La “revisione dei compiti dello Stato” vale per qualsiasi ente pubblico. RSI compresa. Per risparmiare bisognerà fare delle scelte e rinunciare a qualcosa. Ma soprattutto, l’azienda dovrà riguadagnare radicamento e credito nel territorio; quel territorio in cui la maggioranza dei cittadini ha posizioni diverse rispetto a quelle obbligatorie nella torre d’avorio di Comano e Besso. Se invece si crede di poter continuare spocchiosamente sulla strada attuale: tanti auguri! Specie in vista della votazione popolare sull’iniziativa No-Billag.

E gli altri 130 milioni?
Un’ultima osservazione. I costi dei programmi RSI sono molto eloquenti non solo per quello che dicono, ma anche per quello che non dicono.

Tirando le somme, i costi delle trasmissioni arrivano a circa 100 milioni all’anno. La fetta di canone di cui beneficia la RSI è di circa 230 milioni. Dove evaporano i 130 che mancano all’appello?
Lorenzo Quadri

Lo studio conferma: la RSI è politicamente faziosa

Ma come, non dovevano essere tutte balle del Mattino populista e razzista? Ma a Comano s’intende andare avanti “come se niente fudesse”

Ci vuole già una certa creatività per venire smentiti alla grande e pretendere ancora di avere ragione. A Comano questa creatività ce l’hanno. E’ infatti stato divulgato il risultato dello studio che la RSI ha commissionato all’Università di Losanna per capire le ragioni del voto ticinese del giugno 2015. Un voto che, come sappiamo, ha asfaltato la RSI.

Quel voto avrebbe imposto correzioni immediate. Cosa fanno, invece, gli illuminati vertici di Comano? Commissionano uno studio per sentirsi dire che “tout va bien, Madame la Marquise”. E se lo studio dice altro (tradimento!)? Nessun problema: gli si fa comunque dire quello che si vuole sentire.

Qual è infatti il dato saliente che emerge dall’indagine dell’Uni di Losanna? Questo: quasi il 70% degli intervistati ritiene che la RSI presenti la politica in modo fazioso. Ma come: il direttore nonché kompagno militante Maurizio Canetta non ama ripetere che il giornalismo della TV pubblica “è al di sopra delle parti”?

Da non credere
Il mandato di servizio pubblico è l’unica giustificazione al canone. Ed impone l’equidistanza politica. Ma 7 intervistati su 10 ritengono che la RSI lo stia violando. E’ grave. Come reagiscono il direttor Canetta ed il presidente CORSI Gigio Pedrazzini davanti a questo dato? Come se “niente fudesse”! Ma allora tanto valeva non fare lo studio. Si sarebbero risparmiati soldi del canone.

Dice infatti Canetta: “molti hanno interpretato l’esito del voto del 2015 come uno schiaffo alla RSI. Ora abbiamo uno studio che permette una lettura diversa” (Ehhh??). Fa eco Pedrazzini: “L’esito del voto ha suscito commenti sia nella nostra regione che nel resto della Svizzera. C’è chi ha parlato di sanzione alla RSI ma grazie a questa inchiesta la prospettiva cambia” (Doppio ehhhh??).

Beh, c’è davvero da non credere alle proprie orecchie. L’indagine dice che il 70% degli utenti considera la RSI politicamente faziosa. E questo risultato viene utilizzato per sostenere proprio il contrario. L’è tüt a posct. Quindi, non bisogna cambiare niente. Piena libertà alle redazioni di Comano e Besso di fare propaganda politico-partitica pro frontiere spalancate ed anti Lega ed Udc con i soldi del canone!

Nei giorni scorsi…
Nei giorni scorsi si è del resto ben visto con quale libidine la RSI ha trattato la sconfitta a livello nazionale (ma non in Ticino) dell’iniziativa d’attuazione. Ed è solo l’ultimo atto. Anche il meno grave: oramai le bocce erano ferme. Il peggio è accaduto nelle settimane precedenti il voto. Per la goduria della partitocrazia, l’emittente si è impegnata nello sdoganare nell’opinione pubblica tesi farlocche. Vedi quella dell’iniziativa che avrebbe colpito tutti gli stranieri, mentre colpiva solo i delinquenti. O quella della “mobilitazione contro” da parte della società civile, quando invece non si è mobilitata la società civile, bensì l’élite spalancatrice di frontiere; in altre parole, la solita casta. Quella che comanda anche a Comano e a Besso.

Iniziativa No Billag
Le prese di posizione sullo studio dell’Università di Losanna rendono evidente che i vertici della RSI non vogliono alcun cambiamento di rotta. La RSI deve rimanere uno strumento di propaganda politica. Gestito sempre da una sola parte, ça va sans dire.

Ma arriverà il voto sull’iniziativa No-Billag il cui esito in Ticino, anche grazie allo scandalo dei licenziamenti all’americana, appare piuttosto scontato. Se in questo ridente Cantone l’iniziativa verrà approvata, RSI potrà dare la colpa solo a se stessa.
Lorenzo Quadri