Decisioni pro-burqa? Svizzera fuori dall’ONU, che è ora!

I tamberla vengono a raccontarci che il velo integrale sarebbe un “diritto umano”!

 

L’ONU, che faremmo meglio a chiamare bidONU, continua a sorprendere, naturalmente in male.

Nei giorni scorsi il Comitato per i diritti umani dell’ONU, ennesimo inutile gremio di questo inutile organismo, è riuscito – per fortuna non all’unanimità – ad uscirsene con la seguente fantascientifica decisione: il divieto di burqa francese (su cui è stato modellato quello ticinese) costituirebbe una violazione dei diritti umani. E’ il colmo!

Una cosa va detta subito: la decisione del Comitato per i diritti umani dell’ONU conta meno di zero.Infatti il Comitato in questione non è un tribunale. Di conseguenza, non può emettere uno straccio di sentenza o di decisione vincolante. Al massimo delle raccomandazioni. Per contro, la Corte europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) è un tribunale. E di certo non si tratta di un covo di beceri leghisti, populisti e razzisti. Ebbene la CEDU, contrariamente al Comitato ONU, ha stabilito che il divieto di burqa è perfettamente compatibile con i diritti umani.

Quindi,  nel caso qualcuno avesse dei dubbi, il divieto di dissimulazione del viso votato dal popolo ticinese, e che prossimamente sarà oggetto anche di una votazione a livello federale, è in una botte di ferro.

Organismi farlocchi

La decisione dell’inutile comitato dell’ONU dà per contro la misura, semmai ce ne fosse ancora bisogno, di come questa organizzazione sia faziosa, farlocca e completamente in balia di paesi islamisti e dittaturette assortite. Rappresentanti di Stati dove i diritti umani sono un oggetto del tutto sconosciuto pretendono di venire a calare lezioni alle democrazie occidentali, tra cui la Svizzera. Sostenere poi che obbligare le donne ad andare in giro con lo straccio dei piatti in faccia sarebbe un “diritto umano”, vuol dire essere privi di ogni

senso della decenza oltre che del ridicolo.

E noi dovremmo star qui a prendere lezioni – e magari rimproveri! – da simili comitati del piffero? Come quando il Venezuela (una dittatura!) si è messo a starnazzare contro la Svizzera pretendendo che censurasse la stampa di “destra” in quanto “xenofoba”…

La pagliacciata pro-burqa non è la prima cappellata dell’ONU e di certo non sarà l’ultima (anzi). Essa conferma che la Svizzera deve cominciare ad uscire da qualcuno di questi gremi internazionali farlocchi e faziosi. Gli Stati Uniti, come noto, sono usciti dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU (UNHRC). Cosa aspettiamo a fare la stessa cosa? Anzi, usciamo direttamente dall’ONU che è meglio!

Lorenzo Quadri

Burqa: San Gallo come il Ticino Establishment ancora asfaltato

Domenica nera per la casta, trionfo dei diritti popolari (che l’élite vuole sabotare)

 

La scorsa domenica è stata una domenica nera, l’ennesima, per la casta. Almeno per quel che riguarda le votazioni cantonali.

In Ticino la scuola rossa, sostenuta furiosamente dall’establishment, è stata asfaltata. Nel Canton San Gallo, invece, è stata plebiscitata con il 70% dei voti l’iniziativa che chiedeva di introdurre il divieto di burqa sul modello ticinese. E questo proprio nel quinto anniversario del voto nel nostro Cantone.

L’iniziativa ticinese, promossa dal “Guastafeste” Giorgio Ghiringhelli e sostenuta da un comitato interpartitico in cui la Lega era ampiamente rappresentata, venne accompagnata da pesanti polemiche e dileggi da parte dell’establishment multikulti ed islamofilo. Da un lato la casta si scagliava contro l’iniziativa blaterando che si trattava di un “non problema” (così un “non problema” da riempirne pagine e pagine, ed ore ed ore di palinsesto); dall’altro faceva terrorismo di regime fantasticando sui presunti danni che l’introduzione del divieto avrebbe provocato al turismo arabo in Ticino. Danni che puntualmente non si sono verificati.

Inutile dire che l’establishment multikulti, chiuso nella propria cecità ideologica, non si preoccupa affatto del disastro che comporta l’avanzata islamista per le nostre libertà ed i nostri diritti fondamentali. Libertà e diritti che non sono scontati. Non sono caduti dal cielo. Sono frutto di secoli di lotte. Ma la casta è pronta a smantellarli in tempo di record in nome del “dobbiamo aprirci” e del “devono entrare tutti”.  E lo dimostra ogni giorno, con la sua scandalosa inattività nel campo della lotta all’avanzata del terrorismo islamico.

Voto federale

Il voto sangallese sul burqa è certamente di buon auspicio in vista di quello federale, previsto per l’anno prossimo. E su questo tema, la Pravda di Comano non ha mancato di segnalaR$I (in negativo) realizzando una puntata di Falò sul turismo arabo in Svizzera: trasmissione che altro non era se non uno spot di votazione contro il divieto di velo integrale. Basti pensare che terminava con l’invito, da parte di una donna in niqab, a non sostenere il divieto. Eccolo qui, il servizio pubblico (?) per cui paghiamo il canone più d’Europa: lavaggio del cervello pro-multikulti e pro islamisti.

Senza i diritti popolari…

Le due votazioni cantonali della scorsa domenica – scuola ro$$a e divieto di burqa – non hanno in comune solo l’asfaltatura dell’establishment ed il trionfo degli “spregevoli populisti”. Hanno in comune anche di essere frutto dell’esercizio dei diritti popolari.Senza un’iniziativa popolare non ci sarebbe stato il divieto di burqa, né in Ticino né a San Gallo. Senza un referendum, in questo sfigatissimo Cantone la scuola pubblica $ocialista sarebbe già realtà, con tutte le (gravi) conseguenze del caso. E la partitocrazia, invece di chiedersi come mai sempre più spesso nelle votazioni popolari viene asfaltata, e regolarsi di conseguenza, cosa fa? Vuole limitare i diritti popolari. Per governare contro la volontà dei cittadini. Quegli stessi cittadini da cui però pretende, come se “niente fudesse”, il voto ogni quattro anni, per cementare illustri deretani sulle preziose cadreghe. Complimenti!

Lorenzo Quadri

 

Divieto di Burqa: i cinque anni di un voto apripista

Il 22 settembre 2013, il 65% dei ticinesi approvava l’iniziativa del Guastafeste

 

E proprio oggi, per una curiosa ma significativa coincidenza, si vota nel Canton San Gallo

Sono passati cinque anni giusti dalla votazione sul divieto di burqa. Era infatti il 22 settembre del 2013 quando il popolo ticinese approvò a larga maggioranza (circa il 65%) l’iniziativa lanciata dal Guastafeste, ed appoggiata da un comitato interpartitico dove la Lega era ben rappresentata, che chiedeva di vietare la dissimulazione del volto.

Prima del voto, la casta spalancatrice di frontiere e multikulti non risparmiò  ai promotori dell’iniziativa spocchia, denigrazione e dileggio. Si tratta di un “non problema”, blaterava la stampa di regime. Che poi, in modo del tutto schizofrenico, ne riempiva pagine e pagine. Ma come: se era un non problema…

Non solo uno straccio

Non sono mancate nemmeno le opposizioni pro-saccoccia di chi paventava crolli turistici, che poi non si sono verificati. Dimostrandosi così disposto a sacrificare i nostri valori, i nostri diritti, le nostre libertà per qualche franchetto. Perché, è evidente, burqa e niqab non sono solo degli stracci che coprono la faccia. Sono l’emblema dell’islamismo che pianifica l’invasione dell’Europa e l’assoggettamento alle sue regole, incompatibili con le nostre. Gli spalancatori di frontiere islamofili e pro-burqa vogliono gettare nel water, in nome di scellerate (ma politikamente korrettissime) “aperture”, secoli di battaglie per le nostre libertà.

Voto lungimirante

Quanto accaduto in Europa e nel mondo nei cinque anni trascorsi dalla storica votazione sulla dissimulazione del volto – quello ticinese è infatti il primo divieto di burqa introdotto per volontà popolare – hanno dimostrato quanto fosse giusta quella battaglia. Oggi le voci contro il burqa e contro l’avanzata islamista si sono moltiplicate. Voci  autorevoli. Voci anche di sinistra: si pensi ad esempio all’importante intellettuale tedesco Thilo Sarrazin che senza mezzi termini nel suo ultimo libro ha dichiarato che occorre fermare l’avanzata islamica in Occidente.  Invece la $inistruccia elvetica (elvetica per modo dire, visto l’altissima percentuale di neo-svizzeri) continua a difendere il burqa e gli islamisti, e smania per rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera. Senza pudore, i bolliti residui del femminismo ro$$o blaterano della “libertà” di costringere le donne a girare con una coperta in testa. A partire dalla ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. Queste signore non si rendono nemmeno conto che, se si va avanti così, quella che loro hanno la faccia tosta di definire “libertà” (?)  diventerà un obbligo per le donne occidentali. Anche in casa nostra. Sicché le loro figlie e nipoti sapranno chi ringraziare. Come l’isteria multikulti possa ottenebrare il buonsenso fino a questo punto, rimane un mistero.

Nel Canton San Gallo…

Il divieto di burqa ticinese è stato il primo tassello, non solo simbolico, della resistenza all’islamizzazione della Svizzera.  Una scelta lungimirante dei cittadini ticinesi che approvarono la nuova disposizione costituzionale  sfidando gli anatemi (uhhhh, che pagüüüraaaa!) della casta buonista-coglionista  e dei suoi intellettualini e scribacchini di regime. Una scelta che attirò sul Ticino i riflettori internazionali. La strada da percorrere è ancora tanta. Ma la consapevolezza che l’islam è nemico dell’Occidente e che non può essere integrato si sta facendo strada.

Proprio oggi nel Canton San Gallo il popolo sta votando sull’introduzione di un divieto di burqa analogo al nostro. Un Sì sarebbe un bel regalo di compleanno per l’iniziativa ticinese. Essendo poi riuscita anche l’iniziativa a livello federale, sul burqa si voterà in tutta la Svizzera. Onore al merito, dunque, a chi ha fatto da apripista.

Lorenzo Quadri

Il divieto di Burqa vale anche per il “volpecittà”

La rete giustamente reagisce alla foto della donna velata nel parcheggio del Foxtown

 

Ha suscitato parecchio clamore in rete la pubblicazione della foto di due donne, presumibilmente madre e figlia, che nel parcheggio del Foxtown a Mendrisio recitavano la preghiera della sera. La più anziana indossava un burqa, mentre suo marito aspettava in macchina. La foto è stata trasmessa da un lettore al portale LiberaTV.

E’ forse il caso di ricordare che il divieto di Burqa è stato plebiscitato dal popolo ticinese. E quindi va fatto rispettare. Vale anche al “volpecittà” e non si possono fare eccezioni per il tornaconto del suo “patron” (che di sostegni dalla politica ne ha già ricevuti a sufficienza). Anche perché c’è come il vago sospetto che, quando si tratta di multare un’auto con targhe rossoblù per posteggio scaduto, si assista a ben altra solerzia.

Visto poi che in vari paesi islamici un cristiano (o un credente di qualsiasi fede diversa) non si può certo mettere a pregare in un posteggio pena l’arresto o peggio, non si vede perché i soliti svizzerotti fessi dovrebbero tollerare tutto in nome delle aperture, dello scellerato multikulti, del terrore di vedersi additare come “razzisti ed islamofobi”. Con l’Islam e le sue manifestazioni non ci si può permettere di transigere. Il disegno di conquista è evidente. La conquista si fa per gradi ed i principali alleati sono proprio i buonisti-coglionisti politikamente korretti. Quelli che guai ad imporre a chi arriva da “altre culture” – ma forse sarebbe meglio dire da altre inculture – il rispetto delle nostre regole! Al contrario, siamo noi che dobbiamo calare le braghe davanti alle pretese altrui. Non è così che funzionano le cose. Come i turisti  svizzeri che si recano in Arabia Saudita si adeguano alle regole del posto, lo stesso devono fare i visitatori arabi che vengono da noi.

C’è chi lecca

Visto poi che a quanto sembra la vettura della famigliola con donna in burqa aveva targhe della Vicina Penisola, non si può nemmeno venire a tirare in ballo interessi turistici dato che si tratta di turismo da outlet: l’unica ricaduta sul territorio è semmai quella a beneficio del Foxtown.

Naturalmente i politicanti dei partiti storici, specie se vicini al patron del “volpecittà”, sono corsi a dire che certo, il divieto di burqa votato dal popolo va fatto rispettare “ma con buon senso”. Buonsenso secondo costoro vuol dire non applicare la leggese ciò lede in qualche modo gli interessi del potente di turno. Ma bene! Alla stessa stregua chiediamo allora che – ad esempio –  venga applicato con “buonsenso”, ovvero NON venga applicato, il bidone Via Sicura ed altre norme che servono a criminalizzare gli automobilisti nell’ambito di un disegno politikamente korretto  (e Via Sicura, diversamente dalla legge antiburqa, mica è stata votata dal popolo). Perché allora, già che ci siamo, non applicare “con buonsenso” tutto il codice penale?

Sì al buonsenso, ma…

Certamente ci vuole “buonsenso” anche nell’applicazione della norma antiburqa. Solo che “buonsenso” nel caso concreto significa semplicemente che la polizia non circonda con il mitra spianato la donna che prega in burqa ed il di lei marito, ma con cortese fermezza li informa che in Ticino vige il divieto di dissimulazione del viso, e sempre con cortese fermezza emette la relativa contravvenzione. Così come farebbe, o dovrebbe fare, con qualsiasi altra infrazione paragonabile. Del resto il burqa è vietato anche alla Mecca; sicché la richiesta di toglierlo non può certo cogliere di sorpresa alcun/a musulmano/a.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

Asfaltati il Consiglio federale e l’élite del multikulti

Sondaggio oltregottardo: il 76% degli svizzeri favorevoli al divieto di Burqa

Ma come: i politikamente korretti spalancatori di frontiere fautori del multikulti, prima del 2013 non ci hanno tirato la testa come un lampione blaterando ossessivamente che il burqa sarebbe un “non problema”? Ed invece, ma guarda un po’, il tema agli svizzeri interessa eccome. Infatti dal sondaggio commissionato da Le Matin e dalla SonntasgZeitung, e divulgato la scorsa domenica, è emerso che il 76% dei cittadini elvetici è favorevole al divieto di burqa in tutta la Svizzera (mentre un 3% è indeciso).

Come noto, sul tema è pendente un’iniziativa popolare, riuscita negli scorsi mesi, e sulla quale si voterà, però, non prima del 2019. Iniziativa modellata su quella ticinese, promossa dal Guastafeste Giorgio Ghiringhelli ed approvata nel settembre 2013 dal 65.4% dei votanti.

Schiaffo alla casta

Ebbene, un risultato così netto, quasi bulgaro – praticamente l’80% di favorevoli – è un unicum. A maggior ragione a così tanta distanza dalla votazione, quando il dibattito sull’iniziativa antiburqa (a livello federale) nemmeno è cominciato.

L’esito del sondaggio, è evidente, costituisce l’ennesimo schiaffo alla casta del fallimentare multikulti. Quella che vuole l’islamizzazione della Svizzera e la conseguente rottamazione dei nostri valori fondamentali. Casta di cui fa parte anche la maggioranza del Consiglio federale. Ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, in primis.

Il voltafaccia

Interessante, poi, notare che i sette scienziati del CF, nel ribadire la propria opposizione ad un divieto generalizzato di burqa (Non sia mai! E se poi qualche organizzazione internazionale ci accusa di r-r-r-razzismo???) sono riusciti a prodursi nella seguente dichiarazione: il tema deve essere lasciato all’autonomia dei Cantoni. Che tolla, $ignori e $ignore ministre! Si dà infatti il caso che, quando si trattava di mettere i bastoni tra le ruote al divieto ticinese, la tesi sostenuta dall’establishment fosse diametralmente opposta. Ossia: non ha senso che ogni Cantone abbia una propria regolazione, la questione andrebbe semmai decisa a livello federale.

Chi è il 20%?

Visto dunque che a dire Njet al divieto di Burqa rimarrebbe un 20% della popolazione, c’è da chiedersi chi sarebbe questo 20% di amici di Nora Illy, di Nicholas Blancho, del Rachid Nekkaz e compagnia brutta. Non è difficile trovare una risposta. In prima linea si tratta dei kompagnuzzi spalancatori di frontiere. Quelli che vogliono rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera. Quelli che berciano contro “razzismo e sessismo”. Però sono i primi a) ad importarlo spalancando le frontiere ai finti rifugiati musulmani che “devono entrare tutti” e b) a servirsene nelle loro campagne d’odio contro i vituperati “populisti”. Poi probabilmente ci saranno  i neo-svizzeri non integrati. Ovvero i beneficiari delle naturalizzazioni facili che tanto piacciono alla gauche-caviar di cui sopra.

Costernati

Immaginiamo la costernazione delle élite multikulti davanti all’esito del sondaggio sul divieto di burqa. Costernazione destinata a crescere esponenzialmente alla seconda parte della notizia. Dalla medesima indagine emerge infatti che quasi il 70% degli interpellati è favorevole al divieto di indossare nelle scuole veli islamici che coprano i capelli. Inaudito! “Ma allova questo popolazzo becevo è pvopvio vazzista! Bisognevebbe levavgli il divitto di voto, visto che vota sempve sbagliato!”, esclama indignata la gauche-caviar.

Il “bello” è che stiamo parlando della stessa élite multikulti che adesso, nell’ambito della sua isterica campagna contro il No Billag, ha la faccia di tolla di spacciarsi per paladina dei diritti popolari.

Lorenzo Quadri

Un ultimo sforzo contro il burqa

Il termine della raccolta firme per l’iniziativa nazionale sta per scadere

 

Ormai siamo alla frutta: il tempo per raccogliere le firme per l’iniziativa antiburqa a livello federale sta per scadere. In questo giornale, a pagina 16, trovate il formulario da ritagliare e da spedire: chi non l’ha ancora fatto, provveda subito! Ogni firma conta perché, a quanto pare, l’esito della raccolta sarà piuttosto tirato.

Logica conseguenza

L’iniziativa chiede in sostanza che il divieto di “dissimulazione del viso” votato dal 65% del popolo ticinese, valga a livello nazionale. Estendere il divieto ticinese a tutta la Svizzera è la cosa più logica da farsi. Tra l’altro, su questo sono d’accordo tutti. Anche la $inistruccia.

Quando infatti alle Camere federali si trattava di concedere la garanzia federale alla modifica costituzionale ticinese, la cricca multikulti ed islamizzatrice della Svizzera, alla spasmodica ricerca di argomenti per dire Njet alla volontà dei ticinesi quindi per bastonare il 65% dei cittadini del nostro Cantone perché “bisogna aprirsi”, sostenne che un divieto solo in Ticino non aveva senso;  ma semmai lo si sarebbe dovuto stabilire a livello federale. Bene, proprio questo è l’intento dell’iniziativa popolare in corso: contenti, $ignori e $ignore della gauche-caviar? Oppure adesso che si parla di divieto nazionale vi volete produrre in uno dei vostri consueti salti della quaglia e sostenere che devono invece essere i singoli Cantoni a decidere?

Terra bruciata attorno all’islamismo

Il divieto di burqa, lo abbiamo ripetuto un’infinità di volte, non è affatto una questione di lana caprina, e non è nemmeno solo un problema di sicurezza. Sono in gioco invece i nostri valori di democrazia occidentale, che oggi più che mai occorre difendere. E’ necessario fare terra bruciata attorno al radicalismo islamico: ai suoi esponenti deve essere chiaro che la Svizzera non è posto per loro e che non intende tollerare né loro, né le loro regole, né i loro simboli.

Gli spalancatori di frontiere vogliono condurci nel baratro, islamizzando la Svizzera. Diciamo forte e chiaro, anche col divieto di  burqa, che il popolo elvetico vuole proprio il contrario. Il divieto di velo integrale è, ovviamente, solo un tassello del mosaico. Ma un tassello importante. Dunque, non “toppiamo” l’occasione per introdurlo a livello nazionale. Se l’iniziativa non riesce, avremo perso il treno. Quindi, facciamo un ultimo sforzo nella raccolta firme: ne vale la pena!

Lorenzo Quadri

 

Divieto di burqa in Ticino: una storia di successo

Non è perché le multe sono state poche che la legge è inutile: ma che teoria è? 

E adesso avanti con la sua introduzione a livello nazionale

E’ passato un anno dall’introduzione in Ticino della nuova legge antiburqa, e c’è quindi chi traccia bilanci. Il divieto di dissimulazione del viso, è bene ricordarlo, venne approvato dal popolo ticinese, con ben il 65.4% dei voti, nel settembre 2013. Ci sono dunque voluti quasi tre anni prima che la volontà popolare diventasse realtà. Ma almeno, seppur in ritardo, lo è diventata. In altri casi invece…

Che discorsi sono?

Chi, ovvero i fautori del multikulti spalancatore di frontiere, quelli che la volontà popolare la rispettano solo quando (sempre più raramente) coincide con la loro, hanno subito montato la panna sul fatto che nell’anno trascorso le multe comminate a donne in burqa o in niqab sono state poche.  E quindi, secondo l’illuminato parere di costoro, la “nuova” legge sarebbe inutile.  Ohibò.  C’è da sperare che lo scopo primario delle leggi sia proprio quello di evitare che vengano commessi dei reati: si chiama prevenzione. Non quello di lasciare che vengano commessi per poi sanzionarli a posteriori, magari con l’obiettivo di fare cassetta o di riempire le prigioni, a seconda della gravità dell’infrazione.

Ci piacerebbe a questo punto sapere quante multe sono state comminate per infrazione del divieto di fumare negli esercizi pubblici: un divieto per cui i politikamente korretti vanno in brodo di giuggiole. Probabilmente, poche anche in questo caso. Un’altra legge inutile, da abolire?

Il dibattito deve continuare

Se le multe “per burqa” sono state poche, questo dimostra che l’informazione è stata efficace, in particolare verso le turiste: sanno che in Ticino non si può girare a volto coperto e si adeguano senza problemi. La legge non ha inoltre avuto alcuna ripercussione negativa sui flussi turistici.

Ma soprattutto, poche o tante che siano le multe appioppate, è importante che la legge ci sia. Ed è importante che il dibattito sia stato fatto, e che continui ad esserci. Grazie alla legge antiburqa, sono stati messi dei paletti. Paletti indispensabili per chiarire che qui vigono le nostre regole, le nostre usanze, le nostre tradizioni, i nostri valori. I quali  non sono piovuti dal cielo: ce li siamo costruiti e conquistati. Non ci troviamo affatto, come vorrebbe invece qualche multikulti spalancatore di frontiere, con una tabula rasa; con una situazione di vuoto dove chiunque può arrivare e farsi i propri comodi, vivere secondo le proprie regole, e creare società parallele. Le democrazie occidentali, a maggior ragione la nostra, hanno delle caratteristiche ben precise. L’immigrato che non le vuole rispettare sta (o torna) a casa sua.

Presa di coscienza

Il dibattito su burqa e dintorni va fatto e deve continuare perché comporta una presa di coscienza. I contrari al divieto di burqa si oppongono perché non vogliono tale presa di coscienza.

Del resto, se così non fosse, perché scaldarsi tanto, raggiungendo il limite dell’isteria, se – come dicono a $inistra – il divieto di burqa non serve a niente? Se è davvero inutile, che fastidio può dare?

Un discorso a parte lo merita poi la squallida ipocrisia di chi non voleva il divieto di dissimulazione del viso in un solo Cantone perché “queste regole devono essere uniformi a livello nazionale”, e poi si oppone al divieto su scala nazionale sostenendo che “devono essere i Cantoni a decidere”. Ma chi si pensa di prendere per i fondelli?

Un argine

Il divieto di burqa non è solo un simbolo, ma è un argine. Promuoverlo a livello nazionale, come fanno alcuni, puntando solo sull’aspetto della sicurezza, è sbagliato e controproducente. Chi lo fa, immagina in questo modo di schivare le solite ritrite accuse di razzismo ed islamofobia. Perché schivarle? Molto meglio lasciare che vengano invece lanciate: così si può dimostrare che si tratta di fregnacce. Inoltre, l’aspetto della sicurezza è certo un elemento, perché nascosti sotto una palandrana che copre da capo a piedi si può commettere ogni sorta di reato, ma è un elemento secondario. Il vero tema è un altro. Il vero tema sono i fondamenti della nostra società minacciati dall’immigrazione scriteriata di persone non integrabili  e da una deleteria politica dell’accoglienza indiscriminata (“devono entrare tutti”).  Ed è per tali questioni basilari che vale la pena raccogliere firme e condurre campagne di votazione mirate ad inserire il divieto di burqa nella Costituzione: ovvero, là dove stanno i nostri valori fondamentali. Per le semplici misure di sicurezza non serve scomodare la Costituzione. Non serve nemmeno il voto popolare. Basta un’ordinanza governativa.

Lorenzo Quadri

I signori senatori pro-burqa saranno asfaltati dal popolo

Il Consiglio degli Stati affossa l’iniziativa contro la dissimulazione del viso 

Anche il rappresentante ticinese targato PLR alla Camera dei Cantoni, vota contro la volontà del 65% dei cittadini del suo Cantone

E ti pareva! Il Consiglio degli Stati a larghissima maggioranza – 29 favorevoli, 9 contrari e 4 astenuti – ha respinto un’iniziativa parlamentare (del deputato Udc Walter Wobmann) che chiedeva l’introduzione del divieto di burqa a livello nazionale. Invece la Camera del popolo lo scorso settembre quella stessa iniziativa l’aveva approvata, seppur a maggioranza risicata.

Intanto l’iniziativa popolare contro il velo integrale è in fase di raccolta firme, di modo che con tutta probabilità saranno i cittadini a decidere sul tema.

Il giorno dopo la festa della donna…

I signori senatori e le signore senatrici politikamente korretti/e hanno dunque messo a segno una nuova operazione all’insegna del tafazzismo. Per l’effimera goduria di aver asfaltato l’odiata “destra xenofoba” si sono sparati negli zebedej. Non ci vuole infatti la sfera di cristallo per prevedere che, in votazione popolare, i senatori sostenitori del burqa verranno asfaltati.

Certo che in politica la “coerenza” la fa come sempre da padrona: il giorno prima (8 marzo) tutti a regalare mimose e a sciacquarsi la bocca con i diritti della donna (naturalmente a scopo di campagna elettorale) e le deputate addirittura sferruzzavano orrendi berretti rosa. Invece il 9 marzo, passata la festa gabbato lo santo: pur di non riconoscere che l’odiata “destra xenofoba” ha RAGIONE, tutti a votare per il burqa: quindi per l’oppressione della donna, per l’estremismo islamico, per l’islamizzazione della Svizzera. E che dire delle senatrici che appoggiano il burqa in nome delle aperture e della multikulturalità completamente fallita? Forse a loro stesse non toccherà. Ma quando le loro figlie e nipoti saranno costrette – in Svizzera, non in Pakistan – a girare nascoste sotto uno straccio, sapranno chi ringraziare.

La coerenza della partitocrazia

La Camera alta ha poi fornito una serie di “perle”. Quando si trattava di concedere la garanzia federale (uella) alla modifica costituzionale antiburqa votata dal popolo ticinese, svariati politicanti dei partiti $torici (soprattutto a $inistra) oltre a manifestare la propria schifata contrarietà di principio a qualsiasi iniziativa che affermasse i valori occidentali nei confronti di immigrati in arrivo da paesi lontani (perché bisogna essere aperti, multikulti e calabraghe) blateravano che non aveva senso introdurre il divieto in un Cantone: la dissimulazione del viso avrebbe semmai dovuto essere proibita a livello federale. E adesso che si tratta di votare un divieto federale, qual è il pretesto per non votarlo? Che devono decidere i Cantoni! Apperò!

PLR ancora contro il Ticino

Ciliegiona sulla torta. Tra quanti hanno votato contro il divieto di burqa c’è pure il senatore liblab Fabio Abate. Ancora una volta dunque il rappresentante ticinese PLR alla Camera dei Cantoni vota contro la volontà del 65% dei votanti del suo Cantone, che il divieto di burqa l’hanno plebiscitato. Si ripete dunque quanto accaduto con il 9 febbraio. Altro che rappresentare il Ticino a Berna! Com’era il nuovo slogan? PLR vicino alla gente? Per fortuna! Ancora una volta, l’ex partitone dimostra di essere contro la gente. I ticinesi faranno bene a prenderne nota.

Lorenzo Quadri