Canone più caro d’Europa: le giravolte dell’economia

Prima sostengono la nuova legge. Poi si accorgono che è un boomerang. E il conto…?

 Prosegue il circo sul canone radioTV più caro d’Europa. I rappresentanti dell’economia oggi protestano per l’imposizione delle imprese. Ma è utile ricordare che questi ambienti, un tutt’uno con i politicanti della casta, a suo tempo non si sono opposti alla nuova Legge sulla radiotelevisione che ha reso il canone obbligatorio per tutti, aziende comprese; e neppure hanno sostenuto la “criminale” iniziativa No Billag.

Questo perché gli  inciuci tra la casta e l’emittente di regime sono troppi forti. La SSR fa propaganda politica a sostegno della partitocrazia e dei suoi politicanti, e contro gli odiati “populisti”. Naturalmente solo contro i “populisti” di destra. A quelli di $inistra (vedi “onda verde”) regge la coda ad oltranza.

Imbarazz, tremend imbarazz

Sicché quei politicanti della casta, che sono contemporaneamente lobbysti degli ambienti economici, si sono trovati in una situazione di imbarazz, tremend imbarazz. Mettendosi contro la Tv di Stato rischiavano di esporsi alle rappresaglie della medesima. Ovvero: niente più inviti a dibattiti oziosi né interviste in ginocchio. Quindi, niente più possibilità di mettere fuori la facciadavanti alle telecamere; niente più campagna elettorale con i soldi del canone. Tuttavia, accontentare l’emittente di regime – o la capodipartimento del partito “giusto” – significava scontentare gli ambienti economici stessi. Tenere il piede in troppe scarpe può diventare assai complicato!

Avessero remato contro…

Adesso, ma tu guarda i casi della vita, le aziende si accorgono che, a seguito della nuova Legge sulla radioTV, appoggiata anche dai loro soldatini sotto le cupole federali, non solo pagano anche loro il canone, ma lo pagano ad un costo spropositato. La pillola annuale può superare i 35mila franchetti.  Oltretutto l’ammontare è calcolato in base alla cifra d’affari e non all’utile. Tutte cose che si sapevano benissimo già nel 2015, ai tempi della votazione sulla nuova LRTV, entrata in vigore ad inizio del corrente anno di disgrazia 2019. Ma allora dai soldatini dell’economia non giunse un cip di protesta. E, se pensiamo che la LRTV venne approvata in votazione popolare con uno scarto irrisorio, attorno alle 3000 schede di in tutta la Svizzera, ci rendiamo ben conto che, se gli ambienti economici avessero “remato contro”, la legge che oggi loro stessi contestano con tutta probabilità non sarebbe mai entrata in vigore.

Adesso che arrivano le fatture del canone, i rappresentanti dell’economia “improvvisamente” escono dal letargo e contestano sia l’imposizione che il metodo di calcolo.

Due varianti

Come leggere questa ennesima giravolta della casta? Le interpretazioni possibili sono solo due.

  • Variante “io non c’ero e se c’ero dormivo”.I politicanti che rappresentano gli ambienti economici, nella foga di reggere la coda all’emittente di regime, hanno approvato giulivi la nuova legge sulla radioTV senza nemmeno sapere cosa votavano. Adesso che le aziende si trovano le salate fatture sul tavolo, tentano goffamente di metterci delle pezze a posteriori.
  • Variante “furbetti del quartierino”.I politicanti di cui sopra hanno votato con cognizione di causa. Con in testa un disegno ben preciso. Prima mossa: approviamo la nuova legge per fare contenti gli amici della SSR. Seconda mossa: troviamo il modo di esonerare le aziende dal pagamento, per poi infinocchiare i cittadini scaricando sul loro groppone tutti i costi.

Aspettiamo l’iniziativa

Che far pagare anche alle aziende il canone più caro d’Europa sia illogico, è chiaro. Non si va in ditta per guardare la televisione, ma per lavorare. Almeno altrettanto chiaro è però che, in caso di esenzione delle società, la quota di canone che verrebbe a mancare NON dovrà finire a carico dei cittadini! Semplicemente, la SSR – gonfiata come una rana – dovrà accontentarsi di meno entrate!

Intanto aspettiamo il lancio dell’iniziativa popolare per abbassare il canone a 200 Fr.

Lorenzo Quadri

Canone radioTV: il disastro Serafe ed i furti legalizzati

Passare da una società d’incasso all’altra è come passare dalla padella alla brace

 La Serafe, ovvero la società zurighese d’incasso che ha preso il posto della Billag, ne combina peggio di Bertoldo, con la complicità dei burocrati dell’Ufficio federale della comunicazione (Dipartimento ex Doris, ora Simonetta).

Si ricorderà che l’impopolare Billag era stata liquidata da Berna, ma tu guarda i casi della vita, pochi mesi prima della votazione sulla “criminale” – ed omonima –  iniziativa No Billag.

Evidentemente, la Serafe ha presentato un’offerta più vantaggiosa della concorrente. Ma altrettanto evidentemente, vista la pletora di casotti combinati con indirizzi sbagliati, fatture a casaccio, e via andando, non era – e non è – in grado di fornire le prestazioni richieste.

Senza base costituzionale

Dal primo gennaio 2019 è infatti entrato in vigore il nuovo sistema di riscossione del canone più caro d’Europa. Tutti sono costretti a pagare. Compreso chi non ha né Tv, né radio, né autoradio, né radiosveglia, né smartphone, né tablet, né collegamenti internet, né un qualsiasi apparecchio atto alla ricezione di programmi radiotelevisivi. La modifica di legge, approvata dal popolo a strettissima maggioranza nel giugno del 2015, ha di fatto trasformato il canone in un’imposta. Senza però la necessaria base costituzionale. Il che potrebbe anche causare qualche problemino all’emittente di regime, nel caso qualcuno volesse sottoporre la questione al Tribunale federale.

Opting out

Tutti dunque devono pagare il canone più caro d’Europa. L’unica possibilità per schivarselo, ma solo per 5 anni, è ricorrere al cosiddetto “opting out” (uella): ossia autocertificare, tramite apposito formulario da richiedere alla Serafe, di non possedere alcun apparecchio in grado di ricevere programmi radiotelevisivi. Quindi nemmeno un collegamento internet. Una chicca: sulle istruzioni si legge che il formulario per l’opting out si può anche scaricare da internet. Ma chi lo fa si frega da solo: infatti dimostra di possedere un allacciamento alla rete…

Persone giuridiche

Come noto, anche le aziende da quest’anno pagano il canone. E lo pagano non in base all’utile, bensì alla cifra d’affari. Si parte da 365 Fr per chi ha una cifra d’affari annua tra mezzo milione e 999’999 Fr, che diventano 910 per le aziende tra l’1 ed i 5 milioni, 2280 per quelle tra i 20 ed i 100 milioni e su fino ad un massimo di 35’590 Fr.

Che le imprese siano chiamate alla cassa è particolarmente assurdo. I dipendenti ed i titolari già pagano il canone. Ed in ditta ci si va per lavorare. Non per guardare la televisione. Che nella grande maggioranza dei casi nemmeno c’è.

Risveglio tardivo

Adesso che arrivano le salate fatture, i rappresentanti degli imprenditori si mordono le dita. Si pentono di non aver appoggiato il referendum contro la nuova Legge sulla radioTV. Già, ma perché non l’hanno fatto? Elementare, Watson: questi rappresentanti di categoria sono anche politicanti dell’establishment. Quindi, figurarsi se osavano schierarsi contro l’emittente di regime! E se poi questa, per ripicca, avesse messo di intervistarli e di slinguazzarli?

Nel frattempo, è stata depositata un’iniziativa parlamentare che chiede di abolire il canone a carico delle imprese. Il Mago Otelma prevede che la partitocrazia, a maggioranza, la affosserà. Per la goduria della TV di Stato, le cui casse continuano a gonfiarsi come rane.

Valanga di reclami

Torniamo alla Serafe. Da quando, ad inizio anno, ha preso in mano la riscossione del canone più caro d’Europa, ne sono successe di ogni. Le fatture spedite sono state 3.6 milioni. Tra telefonate, lettere ed email di protesta, arrivate sia alla Serafe stessa che all’Ufficio federale della comunicazione, i reclami hanno raggiunto quota mezzo milione. Si parla di oltre 200mila telefonate (!), di quasi 100mila email, di oltre 155mila lettere. E chissà quante, tra questa valanga di lamentele, hanno ottenuto risposta, visto che a marzo Serafe risultava avere appena 12,5 (!) dipendenti?

Qui c’è come il sospetto che, passando da Billag a Serafe, si sia passati dalla padella alla brace. E i disservizi li sconta  – come sempre – il solito sfigato contribuente. Il quale, oltre a dover pagare, magari per un servizio di cui nemmeno usufruisce (o di cui usufruisce in minima parte), si rode pure il fegato!

Il tesoretto

E non dimentichiamo che c’è sempre in ballo il famoso “tesoretto”. Ossia i 600 milioni extra che la Serafe incasserà nel 2019, in accordo con l’Ufcom, tramite la fatturazione “parziale”. Un trucchetto che porterà parecchie economie domestiche a pagare un canone maggiorato per l’anno in corso. Di questo furto legalizzato ai danni dei cittadini beneficerà la solita SSR.

Nella sessione primaverile delle Camere federali, da poco conclusa, chi scrive ha presentato una mozione al Consiglio federale chiedendo la restituzione integrale del maltolto alle economie domestiche. Anche qui, attendiamo la partitocrazia al varco.

Lorenzo Quadri

Canone radioTV: sul furto da 600 milioni scandalosa omertà

Una decina di giorni fa, il quotidiano romando LeMatin, che ormai esiste solo in versione online (www.lematin.ch), ha fatto un’interessante scoperta, che ha spiegato in un lungo ed approfondito servizio, corredato con tabelle di calcolo.

La Serafe, ovvero la società d’incasso incaricata della riscossione del canone più caro d’Europa al posto della famigerata Billag, su indicazione dei burocrati delrUfficio federale delle comunicazioni (UFCOM) nell’anno di disgrazia 2019 ci ruberà 600 milioni. Questa cifra andrà a costituire untesoretto, estorto ai cittadini, di cui beneficerà in massima parte l’emittente di regime SSR.

Le mani nelle tasche

Le modalità della ruberia le ha ben spiegate Le Matin nel servizio citato. Si tratta della fatturazione parziale che le economie domestiche starno ricevendo per posta. La popolazione svizzera è infatti stata divisa in 12 “fasce” di pagatori, una per ogni mese. La divisione, dice l’UFCOM, è avvenuta in modo casuale. Chi – ad esempio viene chiamato alla cassa per ottobre, riceve una fattura parziale del canone, per i primi 10 mesi dell’anno, quindi da gennaio ad ottobre 2019. In seguito riceverà il canone intero, da 365 Fr, per i 12 mesi successivi (novembre 2019 – novembre 2020). Dove sta l’inghippo? Sta nel fatto che il canone non è come un abbonamento ad un giornale. Non ha un termine. Va pagato a vita (a meno di un trasferimento all’estero). Quindi con le fatture parziali si crea un indebito tesoretto. Per l’anno 2019, il canone risulta maggiorato. Si mettono le mani nelle tasche dei cittadini per ingrassare ulteriormente l’emittente di regime (peraltro già gonfiata come una rana). Che poi uti-UFCOM lizza i soldi del canone per fare propaganda politica e lavaggio del cervello a favore dell’UE, delle frontiere spalancate, dell’immigrazione incontrollata, dei finti rifugiati, e contro gli odiati “populisti”. Oltre a fare campagna elettorale ai suoi protetti ed alle sue protette tramite inviti compulsivi a pontificare in video.

Restituire il maltolto!

Fatto sta che chi, per sfiga sua, si è trovato inserito nel gruppo di quanti cominceranno a pagare il canone pieno a dicembre 2019, e quindi riceverà una fattura parziale superiore ai 300 Fr, di fatto paga quasi un anno di canone in più. Che non gli verrà mai dato indietro.

Come promesso la scorsa settimana, la Lega non intende stare a guardare. E pretenderà dall’Uflìcio federale delle comunicazioni – la cui nuova responsabile politica è la kompagna Simonetta Sommaruga – che il maltolto venga restituito fino all’ultimo centesimo. Ve lo diamo noi il tesoretto per i compagni di merende della SSR!

Omertà della casta

Allo scandalo del ladrocinio perpetrato dalla “banda bassotti” UFCOM – SSR – Consiglio federale se ne aggiunge un altro. Quello dell’omertà. Qui si stanno rubando ai cittadini svizzeri 600 milioni di Fr – quasi la metà del famigerato contributo di coesione che la partitocrazia vuole regale alla fallita UE “per oliare” – ma nessuno fa un cip. Solo il Mattino e il Mattinonline hanno ripreso il servizio di Le Matin. Solo la Lega ha preso posizione. Dov’è la partitocrazia?

Non pervenuta; come al solito quando ci sono di mezzo gli amichetti dell’emittente di regime. Meglio tenerseli buoni: non sia mai che, se li facciamo arrabbiare, poi non veniamo più invitati a mettere fuori la faccia davanti alle telecamere; vero, politicanti del triciclo?

Difensori dei consumatori?

E le associazioni a tutela dei consumatori? Disperse nelle nebbie! Chiaro: queste associazioni sono ormai delle succursali del P$, ovvero il partito che ha colonizzato le redazioni della SSR. E dunque: citus mutus! Cane non mangia cane!

Basti pensare che la neodirettrice del DATEC autore del ladrocinio, ovvero la kompagna Simonetta Sommaruga, prima di entrare nel governicchio federale faceva la presidenta dell’Associazione svizzera dei consumatori…

adesso, con il furto da 600milioni, abbiamo un bell’esempio concreto di come la Simonetta difende i consumatori.

Piccole imprese

C’ Intanto, in queste settimane, i titolari di piccole imprese stanno ricevendo dalla Serafe la bolletta del canone. “Perché devo pagare il canone per la mia ditta, dove non ci sono televisori – si chiedono questi piccoli imprenditori –

quando già lo pago come persona privata, sia io che i miei dipendenti?

Risposta: perché così hanno voluto, nell’ordine: la Doris uregiatta, i suoi burocrati, il triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali e la risicata maggioranza della popolazione svizzera che nel giugno del 2015 ha accettato la nuova legge sulla radiotelevisione, la quale ha trasformato il canone radiotelevisivo in una tassa pro SSR. L’affossamento della “criminale” iniziativa No Billag ha fatto il resto.

“Opting ouf

E chi non ha né una radio, né un televisore, né un’autoradio, né una radiosveglia, né un allacciamento ad internet, né uno smartphone, né un tablet e quindi in nessun modo può guardare la TV o ascoltare la radio? Paga lo stesso. Con quest’unico correttivo: bontà (?) della casta, per cinque anni potrà esercitare il diritto di “opting out” (uella). Ossia, potrà chiedere per iscritto ai balivi della Serafe (avanti con la burocrazia!) di essere esentato dal pagamento del canone, autocertificando nell’apposito formulario l’assenza di un qualsiasi apparecchio “atto alla ricezione” (il formulario contiene l’elenco degli apparecchi proibiti) e contemporaneamente autorizzando l’UFCOM a svolgere controlli a sorpresa a casa sua per verificare l’esattezza di quanto dichiarato.

E se per caso ha fatto il furbetto… megamulta da 5000 Fr!

“Utilizzare il canone radiotv anche per la stampa scritta”

Mozione Quadri al Consiglio federale: se si vuole la pluralità nell’informazione…

Impiegare una parte del canone radioTV per finanziare la stampa scritta. Questa proposta è stata presentata tramite mozione dal deputato leghista Lorenzo Quadri durante la sessione estiva delle Camere federali, conclusasi la scorsa settimana. In base a quali riflessioni?

“La carta stampata si trova notoriamente in difficoltà, in tutte le regioni linguistiche della Svizzera –commenta Quadri -. In Ticino è eloquente il  fallimento del Giornale del Popolo. In occasione della recente votazione sull’iniziativa No Billag si è molto parlato della pluralità d’informazione, questo per sostenere la SSR. Ma la discussione manca il bersaglio. La pluralità dell’informazione in Svizzera è infatti a rischio anche a causa della SSR. Mentre infatti  la monopolista SSR continua a beneficiare del canone, de facto trasformato in imposta, ed alle emittenti private vengono riconosciute le briciole per creare il necessario consenso attorno al canone,  la stampa cartacea rimane abbandonata a sé stessa. Ed esposta, su un mercato pubblicitario sempre più ristretto, alla concorrenza sleale praticata dalla stessa SSR, che incassa il canone”.

Non c’è una contraddizione tra sostenere il No Billag e proporre ora una forma diversa di distribuzione del canone?

La popolazione svizzera ha deciso, a larga maggioranza, a favore del canone radioTV. Uno degli argomenti principali dei sostenitori del canone era la pluralità dell’informazione. Se si vuole la pluralità dell’informazione, allora occorre aiutare la stampa cartacea.

Ma la sua proposta prevede un aumento del canone per assegnarne poi una parte ai giornali?
No. Il canone non va in nessun caso aumentato. Va anzi diminuito. Sono sempre stato a favore del canone a 200 Fr. Non ho cambiato posizione. E’ dal canone attuale, o da un futuro canone più basso, che si ricaverebbero gli aiuti alla stampa cartacea ipotizzati nella mia mozione. La SSR  dispone di troppe risorse. Queste vengono in parte sprecate in trasmissioni che non sono di servizio pubblico, mentre l’informazione proposta in varie occasioni non adempie ai requisiti del  servizio pubblico. Parzialità e propaganda di regime sono all’ordine del giorno. Le promesse di cambiamento fatte prima della votazione sul No Billag sono state disattese in toto: evidentemente erano solo degli specchietti per le allodole per ingannare i votanti. La pluralità dell’informazione, auspicata dalla grande maggioranza della popolazione svizzera, non si ottiene foraggiando ad oltranza l’emittente di regime, ma distribuendo le risorse a disposizione in modo più equo, tenendo conto anche del ruolo determinante e qualitativo della stampa scritta. La cui sopravvivenza come noto è a rischio.

Quale stampa scritta dovrebbe beneficiare di una quota parte del canone? Anche quella politicamente schierata?
Se si vuole promuovere la pluralità, sì. Compresa quella schierata contro l’establishment. Non si tratta di aiutare gli amichetti compiacenti.

L’ATS, Agenzia telegrafica svizzera, potrebbe rientrare nel concetto da lei proposto?

Sì, eventualmente anche i portali online. Penso che occorra ragionare in termini di panorama mediatico. E’ ancora sensato pagare il canone più caro d’Europa soloper finanziare un’emittente di monopolio, schierata e sovradimensionata, che invece di fornire un’informazione oggettiva si è autoconferita la missione di ammaestrare il popolazzo al pensiero unico? Questa non è “pluralità”, ma proprio il contrario.

Come valuta le chance di accettazione della sua proposta?

Scarse, ovviamente. Il Consiglio degli Stati, inoltre, ha di recente bocciato una proposta analoga. Ma la politica deve occuparsi anche della moria di pubblicazioni cartacee. E possibilmente cercare di porvi rimedio. Poi, sono consapevole che per fare quanto suggerisco occorrerebbe una modifica costituzionale e quindi una votazione popolare. Ma il tema va lanciato. Anche per verificare quali sono le posizioni delle varie forze politiche al proposito. Interessa davvero la pluralità dell’informazione in Svizzera? Oppure i soldatini della SSR l’hanno semplicemente utilizzata come pretesto?

MDD

 

RSI: i fumogeni sull’indotto

Con il 240 milioni di canone obbligatorio, a generare “ricadute” sono capaci tutti…

 

Lo studio, lo abbiamo già scritto in passato, è come lo scaraffone della nota canzone: è bello a mamma sua. Dove per mamma nel concreto si intende “committente”. Sicché, in tempi decisamente sospetti, ecco comparire lo studio del Bak Basel che magnifica gli indotti della RSI sull’economia locale. I tempi sono sospetti perché a Comano e a Besso aleggia il terrificante spettro dell’iniziativa No Billag.

L’indagine, costata 27’500 Fr (non prelevati dal canone, si affrettano a precisare i vertici dell’emittente di regime: coda di paglia?) quantifica detti indotti in 213 milioni di Fr, che corrisponderebbero a 1600 posti di lavoro. L’equivalente del settore alberghiero, esultano con la massima goduria i vertici RSI.

Scelta azzeccata

Una cosa va detta. Almeno una “scelta strategica” – per utilizzare un termine tanto pomposo quanto abusato, visto che oggi anche quella del colore delle piastrelle del water viene definita una “scelta strategica”  – azzeccata, l’azienda l’ha fatta. Puntare sull’aspetto economico. Basta sciacquarsi la bocca con fregnacce politically correct  su “coesione nazionale”, “promozione dell’italianità in Svizzera (che non ha mai contato così poco come ora, alla faccia della “promozione”), “crescita culturale” e via sproloquiando. Riconoscere che il vero interesse del Cantone per la RSI è quello legato ai posti di lavoro. In sostanza, un grosso piano occupazionale, lo diceva già il Nano tanti anni fa.

Pagare non è un optional

Detto questo, lo studio “pro saccoccia committente” del Bak Basel non porta molto lontano. La RSI incassa ogni anno 240 milioni di fr di canone; ci mancherebbe che non creasse indotti sul territorio! Questi milioni la RSI non li riceve per bravura propria, ma tramite obbligo legale. Tutte le economie domestiche sono costrette a pagare il canone, tra l’altro il più caro d’Europa; e questo – “grazie” alla nuova legge – anche se non hanno né una radio né una televisione. Paga anche chi non vuole o non può usufruire dei servizi della SSR. Sicché parlare degli indotti della RSI è un po’ come parlare di quelli dell’amministrazione cantonale a Bellinzona.  Certo che ci sono, ma li paga il contribuente. Per lo stesso motivo, il paragone con il settore alberghiero è un puro fumogeno. Gli alberghi i pernottamenti se li devono guadagnare. Non sono prescritti per legge! La legge obbliga invece i cittadini a  pagare il canone radiotv.

Non si sa poi se lo studio Bak Basel abbia calcolato anche gli indotti che non restano sul territorio ticinese. Ad esempio perché, tramite appalti o subappalti, vanno a ditte di oltreconfine. Sarebbe questo il dato più interessante. Ma naturalmente si tratterebbe di chiaro autogoal.

Sanno che…

Il moltiplicarsi di fumogene operazioni di marketing pro RSI, così come il lobbying politico in cui si sta lanciando alla grande il duo Canetta – Gigio Pedrazzini, dimostrano che a Comano la paura di prendersi una nuova “tranvata” dalle urne ticinesi in occasione del voto sull’iniziativa No Billag è concreta. Ohibò. Ma perché averne paura visto che – a detta dei vertici dell’emittente –  l’informazione è assolutamente equidistante, propaganda di regime non se ne fa (vergogna, beceri populisti e razzisti che osate pensarlo!) ed i ticinesi, stando alle opinioni autoincensatorie pubblicate dal direttor Canetta sul CdT – amano la RSI alla follia? O vuoi vedere che anche gli alti papaveri radiotelevisivi sotto sotto sanno che non è proprio così?

Lorenzo Quadri

Riuscita l’iniziativa popolare contro il canone radiotv. Ma la SSR va avanti come se “niente fudesse”

E’ riuscita, per buona pace della SSR, l’iniziativa “Sì all’abolizione del canone radiotelevisivo”. I promotori hanno raccolto 112mila firme valide, a cui vanno aggiunte 36mila sottoscrizioni supplementari di persone che non hanno diritto di voto.

Il testo dell’iniziativa prevede che la Confederazione non possa riscuotere canoni, né sovvenzionare o gestire emittenti radioTV. Se l’iniziativa dovesse essere approvata dal popolo, dunque, la SSR continuerebbe ad esistere; però dovrebbe autofinanziarsi. Non ci vuole il mago Otelma per prevedere che gli 1.3 miliardi di canone che incassa oggi, la SSR non li troverebbe di certo sugli alberi.

Il malcontento crese
Già il fatto che l’iniziativa sia riuscita, qualcosa vuol dire. I segnali di malcontento nei confronti dell’emittente di presunto servizio pubblico si moltiplicano.

E’ il caso di ricordare – anche se nell’azienda si preferisce andare avanti “come se niente fudesse”, contando sulla memoria corta degli svizzerotti – che in giugno la nuova legge sulla radioTV è passata a livello nazionale per il rotto della cuffia, mentre in Ticino è stata asfaltata.  Credendo, nella propria supponenza, di potersi permettere tutto, compreso obbligare a pagare il canone più caro d’Europa anche chi non vuole o non può guardare la televisione o ascoltare la radio,  la dirigenza aziendale si è voluta sottoporre al giudizio popolare, convinta che la vertenza sarebbe andata liscia come una lettera alla posta. Mal gliene è incolto, visto che è stata tritata. Un’azienda che vive per il pubblico è stata bocciata dal pubblico: grave. E questo malgrado la spudorata campagna pro SSR tirata in piedi dal governo, dai media di regime, dai manutengoli di ogni ordine e grado (a partire dagli autocertificati intellettualini rossi da tre e una cicca, che fanno parte dell’inventario degli studi radiotelevisivi).

La marchetta alle private
Anche le TV private sono state della partita. Per convincerle a salire sul carro si è usato uno stratagemma banale ma efficace: aumentare la percentuale di canone a loro destinata dal 4% al 6%. Una marchetta decisa da Berna ma finanziata dagli utenti, che non ha mancato di sortire l’effetto desiderato.

Nuova asfaltatura?
In Ticino, solo la Lega ed il Mattino si sono opposti alla modifica di legge. E la maggioranza dei ticinesi ha seguito. Ciò avrebbe dunque dovuto far nascere a Comano almeno il sospetto che forse le critiche mosse dalla Lega alla RSI sulla partigianeria dell’informazione, sulla trasformazione del servizio pubblico in propaganda antileghista, $inistrorsa, politikamente korretta e spalancatrice di frontiere, e non da ultimo sull’utilizzo del canone per finanziare giochini decerebrati, non era solo frutto del noto populismo e razzismo, ma magari aveva anche qualche fondamento reale. Nulla di tutto questo è accaduto. Come già scritto, l’unico cambiamento da giugno è stato nella modalità di gestione delle critiche. Se prima si snobbava (come dire: per ‘sti straccioni che ci pagano il canone non sprechiamo nemmeno un secondo) adesso si replica ad ogni “cip” con ipersensibilità stizzosa. Ma, adesso come in passato, l’autocritica rimane assente. L’andazzo immutato. Dagli attentati di Parigi, strumentalizzati per fare propaganduccia politikamente korretta a favore del multikulti e delle frontiere spalancate, ai dibattiti sulla candidatura Gobbi al Consiglio federale con l’ex corrispondente RSI da Berna, oggi pensionato, a dire peste e corna del candidato, della Lega e dell’Udc, esemplificando bene quale sia la linea dell’azienda, passando per le trasmissioni di Falò sui padroncini concepite apposta nel tentativo di mettere in cattiva luce i  Consiglieri di Stato leghisti, lo sfacelo continua come prima. Con la prospettiva di una votazione popolare sull’iniziativa “Sì all’abolizione del canone”, con tutto quello che comporterebbe tale ipotesi per la SSR (cioè: chiudere baracca) c’è da chiedersi se questa sia una strategia intelligente. Certo, l’iniziativa non passerà a livello federale. Non c’è bisogno del Mago Otelma per prevederlo. Ma se in Ticino dovesse invece venire accettata, o comunque totalizzare una buona percentuale di voti favorevoli, con quale coraggio la corte dei miracoli di Comano (quella che, a detta del direttor Canetta, farebbe “giornalismo al di sopra delle parti”), potrà ancora mettere fuori la faccia, sia nel nostro Cantone che a Berna?
Lorenzo Quadri