Scuola ro$$a: il governicchio metta il DECS sotto tutela

Visto che il kompagno Bertoli dichiara che intende aggirare la volontà popolare…

 

Il direttore del DECS kompagno Manuele “La scuola che NON verrà Bertoli” lo ha detto o lasciato intendere, in modo più o meno esplicito, in varie occasioni. La prima volta nel pomeriggio di quella stessa domenica 23 settembre in cui il popolo ticinese ha saggiamente asfaltato la scuola ro$$a.

Cosa ha detto il kompagno direttore del DECS? Che lui della volontà popolare se impipa.

Il popolazzo becero (quello “che vota sbagliato”) ha detto no alla scuola che verrà? Lui intende introdurla lo stesso con la tattica del salame (una fetta alla volta). Questo è il rispetto della $inistra per i diritti popolari. Tale atteggiamento è peraltro apparso in tutta evidenza nell’isterica “shitstorm” (=tempesta di cacca) scatenata dalla gauche-caviar contro l’iniziativa “per l’autodeterminazione”, essenziale per  preservare i diritti popolari. Ma su questo abbiamo già avuto più volte modo di scrivere.

Intenzioni sempre più esplicite

Sulla scuola che NON verrà, la volontà di aggirare il voto popolare sgradito si è fatta vieppiù esplicita.  Un paio di settimane fa si è raggiunto il clou. Prima nella commissione scolastica del Gran Consiglio, poi in un’intervista al portale Ticinonews, il direttore del DECS ha dichiarato in sostanza che “la scuola che verrà, verrà comunque”.

E dopo simili exploit, e per giunta recidive (ricordiamo la “famosa” dichiarazione, sempre di Bertoli, secondo la quale si sarebbe dovuto “rifare il voto del 9 febbraio”) i kompagni del PS hanno ancora il coraggio di mettere fuori la faccia per chiedere i voti per le elezioni cantonali? I diritti popolari vanno bene solo quando si tratta di ottenere cadreghe, dopodiché “passata la festa, gabbato lo santo”?

Anche senza i crediti…

Chiaramente, dopo l’asfaltatura popolare della scuola ro$$a, il DECS non ha a disposizione i crediti necessari per la sperimentazione. Tuttavia ciò non impedisce al capodipartimento ed ai suoi burocrati (tutti targati P$) di far rientrare comunque, come detto con la tattica del salame (una fetta alla volta) le modifiche respinte in votazione popolare. Basta che non chieda crediti supplementari o che compensi i maggiori costi all’interno del budget del Dipartimento. E corre voce – specialmente negli ambienti scolastici – che proprio questo stia accadendo. I primi campanelli d’allarme li abbiamo suonati qualche tempo fa da queste colonne segnalando l’assunzione, in una scuola, di misteriose figure previste dalla riforma rossa.

Risulta inoltre che gruppi di lavoro e di progetto azionati per la Scuola che verrà siano ancora operativi malgrado il  njet popolare.

L’atto parlamentare

Sul tema è stata di recente presentata un’ interrogazione al CdS da parte di Sergio Morisoli (che è stato in prima linea nella campagna contro la Scuola che verrà attirandosi gli insulti e di  travasi di bile dei soldatini del P$) e cofirmatari.

Nell’atto parlamentare si evidenziano aspetti inquietanti. A partire dal fatto che il direttore del DECS si è rifiutato ad inizio ottobre di ricevere una piccola delegazione del comitato referendario contro la scuola rossa sostenendo che “siccome il comitato è stato costituito esclusivamente in funzione della votazione, non è più possibile considerarlo come interlocutore”.Apperò. Il comitato referendario non è più un interlocutore dopo la votazione, ma invece chi lavorava sulla scuola ro$$a può continuare a farlo malgrado l’esito della votazione popolare? Quando si dice: “due pesi e due misure”…

Il nocciolo

Pure allarmante la seguente domanda contenuta nell’interrogazione citata. E si tratta di domanda retorica. Gli interroganti sanno già la risposta. Che, nel concreto, è Sì. “Corrisponde al vero che docenti, assistenti ed altre persone continuano ad essere pagati e/o sgravati dal monte ore per continuare a lavorare sulla Scuola che verrà respinta dal popolo? Corrisponde al vero che le varie strutture di progetto, di ricerca, eccetera sono tuttora attive e continuano secondo i piani che precedevano la bocciatura della SCV”?

Il nocciolo della questione è racchiuso qui.

CdS sveglia!

E’ chiara una cosa. La volontà popolare deve essere rispettata. Il governicchio deve vigilare affinché il DECS non attui comunque i propri  piani tramite sotterfugi ed in spregio di quanto deciso dalle urne.

Detto in altre parole: il kompagno Bertoli ha esplicitato che non intende rispettare l’esito della votazione sulla scuola rossa. Di conseguenza, i colleghi di esecutivo lo devono mettere sotto tutela (politica).

Lorenzo Quadri

Frontalieri che odiano la Svizzera: altro licenziamento

Troppi “permessi G” detestano il Paese al quale devono la pagnotta: fare repulisti

Un paio di settimane fa un’ “aquila” ha pensato bene di filmarsi mentre, per una banale multa di parcheggio, sbroccava contro gli “svizzeri di merda” e contro i poliziotti ticinesi “ignoranti e razzisti”, e poi di pubblicare il tutto su Instagram.

Nei giorni scorsi un altro furbone, sempre per una banale multa, ha pubblicato su faccialibro (facebook) il post che vedete qui riprodotto.

Cos’hanno in comune questi due soggetti?

  • Sono frontalieri
  • Odiano la Svizzera e le sue istituzioni
  • Per le loro esternazioni “social” sono stati licenziati: “simili atteggiamenti sono incompatibili con la nostra cultura aziendale”;questa l’argomentazione dei due (ormai ex) datori di lavoro.

Il boomerang

L’accaduto ci dà la misura – oltre che dell’incapacità di usare i social, i quali possono trasformarsi in micidiali boomerang – dell’astio, se non vero e proprio odio, che nutrono troppi permessi G nei confronti del paese al quale devono la pagnotta. I due “beccati” non sono dei casi isolati. Solo l’odio può giustificare simili reazioni del tutto spropositate per delle banali contravvenzioni.

Ma i licenziamenti dimostrano anche che sputare nel piatto dove si mangia può costare caro. Perché i datori di lavoro hanno poi a che fare con il pubblico; con i loro clienti. I quali. se scoprono che certi comportamenti non vengono sanzionati, potrebbero anche inkazzarsi e decidere per un boicottaggio.

E’ bene che i frontalieri che odiano la Svizzera se ne restino al di là della ramina. I licenziamenti dei due scriteriati sono dunque da valutare positivamente. Sarebbe anche ora che magari qualcuno oltreconfine cominciasse ad accorgersi che proprio così fessi da farsi invadere e poi anche insultare, gli svizzerotti non sono ancora.

Ancora meglio sarebbe se al posto dei frontalieri lasciati a casa venissero assunti ticinesi e non altri frontalieri.

Considerazioni spicciole

Si può disquisire se sia giusto perdere il lavoro per un post. Al proposito alcune considerazioni spicciole:

  • Se dimostri di odiare la Svizzera, è giusto che non lavori in Svizzera
  • Pensaci bene prima di sputare nel piatto dove mangi.
  • Molti ticinesi, anche padri e madri di famiglia, sono stati lasciati a casa senza nessun post, ma semplicemente in quanto sostituiti da frontalieri. Per cui, c’è poco da starnazzare di “rappresaglia contro i frontalieri” come nel Belpaese qualcuno sta già facendo tanto per mettersi in mostra.
  • Con una notevole tolla, Oltreramina strillano contro la “mancanza di protezione dal licenziamento”che vige in Svizzera. Dimenticandosi che è proprio grazie a questa mancanza di protezione, abbinata alla devastante libera circolazione delle persone, che migliaia e migliaia di frontalieri lavorano in Ticino, in sostituzione di ticinesi lasciati a casa “senza giusta causa”.
  • In altre parole: la “mancanza di protezione dal licenziamento” ha fatto la fortuna di migliaia di frontalieri. Adesso scoprono l’altra faccia della medaglia.

Lorenzo Quadri

Vuoi il passaporto? Almeno dieci anni senza assistenza

Il Canton Argovia ha appena dato un giro di vite alle naturalizzazioni facili. E noi?

 

Nei giorni scorsi il Gran Consiglio del Canton Argovia ha deciso, a larga maggioranza (82 favorevoli e 46 contrari), di dare un giro di vite alle naturalizzazioni facili di persone a carico dello Stato sociale. Argovia ha infatti stabilito di portare dai tre ai dieci anni precedenti alla naturalizzazione il periodo durante il quale il candidato non deve essere stato a beneficio dell’assistenza sociale. Argovia non è il primo Cantone a scegliere questa via. Ed il Ticino? In Ticino siamo fermi al “minimo sindacale” di tre anni.

Ma da dove saltano fuori questi tre anni? Si tratta del termine previsto dall’Ordinanza sulla cittadinanza svizzera, entrata in vigore nella sua nuova versione lo scorso febbraio.

Essa prevede, quale requisito d’integrazione nella vita economica, che negli ultimi tre anni l’aspirante cittadino elvetico non sia stato a carico dell’assistenza; o, in alternativa, che abbia restituito quanto percepito. Tuttavia ai Cantoni è lasciata facoltà di allungare questo termine. C’è chi ha già deciso in tal senso. Ultimo in ordine di tempo, appunto, il Canton Argovia, che come detto l’ha portato a dieci anni.

Cosa aspettiamo?

Evidentemente la domanda – già posta in passato da queste colonne – è: cosa aspettiamo ad introdurre anche in Ticino il termine di 10 anni?

O vuoi vedere che gli argoviesi “possono”, ma i ticinesi no? Forse che la grande maggioranza dei deputati argoviesi, evidentemente di varia estrazione partitica (se il giro di vite l’hanno votato in 82…), sono tutti dei “beceri populisti e razzisti”?

Oppure alle nostre latitudini si ha semplicemente paura dell’odio e delle denigrazioniche i $inistrati del “devono entrare tutti”, ed i politikamente korretti in generale, riversano in quantità industriali su chi osa opporsi alle loro pretese di svendita del passaporto rosso? (Ovviamente l’obiettivo di una simile politica è chiaro: non solo taroccare le statistiche sugli stranieri residenti, ma creare un numero crescente di cittadini votanti che sono svizzeri solo sulla carta, mentre nella realtà non sono integrati e non si riconoscono nel nostro Paese).

Non è la panacea, ma…

Certo: l’aumento del periodo di tempo antecedente la naturalizzazione in cui il richiedente non deve essere stato a carico dell’assistenza non basta, da solo, a risolvere il problema delle naturalizzazioni facili.  Però aiuta. Non è infatti raro, tanto per fare un esempio, che gli islamisti che aspirano al passaporto rosso siano stati anche a carico dello Stato sociale. E un criterio oggettivo e numerico, come l’aver percepito l’assistenza (integrazione economica), è certamente più facile da gestire e da valutare di quello dell’integrazione in senso lato. In effetti, non è perché il candidato ha imparato a memoria prima dell’esame di naturalizzazione alcune nozioni sulla storia, la geografia e l’organizzazione politica del nostro paese che può essere considerato integrato.

Aumentare le tariffe

E c’è anche un altro aspetto da correggere: i costi delle naturalizzazioni.

Secondo la nuova legge, quanto fatturato ai richiedenti deve solo coprire le spese amministrative generate dalla domanda di cittadinanza. Ma allora come mai in Ticino naturalizzarsi costa in totale attorno ai 2000 Fr (la fattura varia a seconda del Comune) mentre nel Canton Soletta siamo ad una media di 5000 Fr?

Altrimenti detto: se a Soletta fanno pagare 5000 Fr, non si vede perché anche noi non potremmo applicare la stessa tariffa!

Lorenzo Quadri

 

Fisco: l’attuale immobilismo non può durare ancora a lungo

Ticino sempre meno attrattivo per le aziende. Per non parlare di ceto medio e single

Come volevasi dimostrare l’attrattività di questo sfigatissimo Cantone per le imprese sta andando sempre più a ramengo. L’ultimo studio pubblicato da Credit Suisse non lascia molto spazio all’immaginazione. Nella graduatoria nazionale delle localizzazioni più interessanti per le attività economiche il Ticino si trova al quint’ultimo posto.  Il bello (si fa per dire) è che in futuro la situazione è destinata a peggiorare. A seguito della riforma fiscale federale, secondo lo studio del Credit Suisse, il Ticino perderebbe ulteriore attrattiva ed un posto in classifica. Insomma, sempre più fanalino di coda.

Ostaggio dei $inistrati?

E’ quindi evidente che il tema degli sgravi fiscali dovrà essere affrontato e questo alla faccia dei populisti ro$$overdi che, solo a sentir pronunciare l’esecrata parola, “sgravi”, diventano cianotici. Questi signori, capaci solo di blaterare che “lo Stato deve”, dimenticando che lo Stato non è un’entità astratta calata dal cielo ma siamo noi cittadini e soprattutto i nostri borselli, non possono tenere in ostaggio un Cantone.

Aziende virtuose

La riforma fiscale dovrà evidentemente premiare le aziende virtuose ovvero quelle che assumono ticinesi. In questo campo infatti imperversa l’immobilismo. La stessa cosa vale in ambito di commesse pubbliche, che continuano allegramente ad andare a ditte che lasciano a casa ticinesi per sostituirli con frontalieri. Che simili malandazzi vengano ancora premiati con appalti da parte dell’ente pubblico, pagati con i nostri soldi, è una vera presa per i fondelli.

Mobilità in palta

Intervistato sul CdT di mercoledì il direttore del DFE Christian Vitta ha logicamente sottolineato che le statistiche sull’attrattività per gli insediamenti economici vengono stilate in base a vari indicatori, che non contano solo le aliquote fiscali e blablabla. Vero. Ed infatti un altro importante fattore su cui si misura l’attrattività di una destinazione è la  mobilità. Ed in Ticino, soprattutto a sud del Ceneri, la mobilità è allo sfascio.  Per questo possiamo dire grazie all’invasione da sud voluta dal triciclo PLR-PPD-P$! Spalancare le frontiere contribuisce all’affossamento della piazza economica ticinese. Infatti ha ripercussioni deleterie su uno dei principali fattori che ne determina l’attrattività: la mobilità, appunto.

E il colmo è che il PLR, sedicente partito dell’economia, è il primo a strillare che la libera circolazione delle persone è una vacca sacra e non si tocca. Altro che sostenere gli interessi dell’economia! Del resto, è evidente che un partito il cui presidente fa il funzionario della Confederazione (lauto stipendio pubblico garantito a vita) non può in nessun caso essere rappresentativo di chi “fa impresa”.

Peggio che fermi

Naturalmente gli sgravi fiscali non possono essere destinati solo alle aziende ma devono avvantaggiare anche i cittadini e specialmente quelli del ceto medio.

Dire che su questo fronte il Ticino è fermo al palo da un quindicennio è vero solo in parte. La realtà è ben peggiore. Infatti i premi di cassa malati sono esplosi nel corso degli anni. E dal momento che l’assicurazione malattia è obbligatoria, può essere paragonata ad un prelievo fiscale. Di conseguenza il ceto medio ha visto il saccheggio delle proprie tasche crescere in maniera insostenibile. E questo proprio mentre, a seguito della devastante libera circolazione delle persone (ancora grazie, triciclo PLR-PPD-P$!) crescevano precariato, dumping salariale, povertà.

I single

Quanto ai single, aspettano da decenni una fiscalità più equa, ma i politicanti del triciclo non ne vogliono sapere. Adesso qualcuno di loro, visto l’avvicinarsi delle elezioni, immagina di prendere per i fondelli la gente dichiarandosi favorevole (ovviamente dopo il 7 aprile… passata la festa, gabbato lo santo!). Purtroppo carta canta. E nel giugno dello scorso anno, quando il parlamento cantonale votò sull’iniziativa Canonica che chiedeva per l’appunto una fiscalità più equa per i singles, solo Lega, Udc ed un paio di esponenti PLR votarono a favore. Tutti gli altri contro!

Stranieri e kultura

Chiaro: per una riforma fiscale (non i giochetti col moltiplicatore cantonale proposti in funzione elettorale dal buon Vitta: a proposito, già dimenticati?) secondo la partitocrazia non c’è mai “margine”. Se i conti cantonali vanno male, non ci sono soldi. Se vanno bene, bisogna mettere fieno in cascina e pensare al debito pubblico. E alle tasche dei contribuenti, invece, quando ci pensiamo?

Lo abbiamo ripetuto un’infinità di volte nel corso degli anni. Il problema dei conti cantonali non sono le entrate bensì le uscite fuori controllo. Dove si taglia? Cominciare a risparmiare su prestazioni sociali a stranieri e kultura e dintorni è già un buon inizio. Una cosa è certa: l’attuale immobilismo fiscale non può andare avanti ancora a lungo.

Lorenzo Quadri

“Svizzeri di merda”: e la frontaliera viene licenziata

Chiaro monito ai troppi “permessi G” che sputano nel piatto dove mangiano

 

Il video, pubblicato giovedì dal Mattinonline, ha avuto conseguenze. Adesso speriamo che l’ex datore di lavoro dimostri la propria buona volontà assumendo un/a ticinese al posto dell’insultatrice: mandate i CV!

Giovedì, il Mattinonline ha pubblicato un video postato su Instagram da una frontaliera. La gentil donzella, dopo essersi beccata una banale multa di posteggio – multa giustificata: aveva parcheggiato fuori dalle strisce – ha sbroccato. Di conseguenza, invece di imprecare “in privato” come avrebbe fatto qualsiasi persona dotata di un minimo di buonsenso, ha pensato bene di filmarsi mentre pronunciava una sequela d’improperi contro gli svizzeri (“svizzeri di merda”) contro i poliziotti elvetici (“ignoranti e razzisti”), e via andando. Essendosi filmata in primo piano, il suo viso era ben riconoscibile. Dando prova di rara furbizia, ha postato il video sui social (cosa non si fa per qualche “like”…) dove è diventato ben presto virale, suscitando “vivaci reazioni”.  E, nel giro di breve tempo, è approdato anche sul tavolo, o piuttosto sul monitor, del suo datore di lavoro.

Venerdì si è così saputo che l’azienda – un gruppo internazionale con sede nel Luganese – per cui la donna lavora(va) ha deciso di licenziarla. Motivo: comportamento inaccettabile e danno d’immagine.

Con questa decisione arriva un segnale importante: sputare nel piatto dove si mangia può avere conseguenze. E ci mancherebbe altro, vien da dire!
Di frontalieri che insultano la Svizzera e gli svizzeri dimenticandosi grazie a chi hanno la pagnotta sul tavolo ce ne sono a iosa (basta andare a dare un’occhiata nei social). Giusto che questa gente, se odia la Svizzera, se ne stia a casa propria. I datori di lavoro prendano nota. E anche i frontalieri. E, specie se lavorano in ufficio, si ricordino di una cosa: c’è  una buona probabilità che prima al loro posto ci fosse un ticinese, che magari adesso è in disoccupazione o in assistenza. Nel caso concreto della giovane insultatrice, gli uccellini cinguettano che sia andata proprio così.

Si comprenderà dunque che, data la situazione sul mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone, devastato dalla libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$, la soglia di tolleranza verso frontalieri che insultano la Svizzera e gli svizzeri sia piuttosto bassa.

Oltretutto la giovane in questione se l’è pure andata a cercare col lanternino: che bisogno c’era di girare il video di improperi e di pubblicarlo in rete dove tutti possono vederlo? Vuol dire che il tuo astio nei confronti del paese dove ti pagano lo stipendio è fuori controllo: quindi cosa ci stai a fare?

Assumere un/a ticinese

Adesso  speriamo che il datore di lavoro, che ha voluto fare bella figura nei confronti degli svizzeri licenziando la scriteriata, vorrà fare un passo in più ed assumere al suo posto un/a ticinese: mandate i CV!

A proposito del datore di lavoro, vediamo comunque di non santificarlo perché ha optato per l’unica scelta possibile, ossia il licenziamento della frontaliera: evidentemente pensava alla propria immagine, non alla situazione occupazionale in Ticino.

Nello Stato…

Intanto che nel privato chi sputa nel piatto in cui mangia  perde il lavoro, funzionari cantonali e docenti di una certa area politica continuano a sbroccare su faccialibro (facebook): vedi il funzionario “nato a Palermo” passato dal DSS al DECS, che insulta la Lega ed i leghisti, ed il docente di Barbengo che paragonava il voto sulla civica al nazismo. Ma naturalmente non succede nulla. Se invece a “farla fuori dal vaso” è qualcuno di “destra”, scatta subito il circo equestre della morale a senso a unico.

Lorenzo Quadri

 

Nessun nuovo centro asilanti!

Va bene chiudere il bunker. Ma gli “ospiti” vengano rimandati a casa loro!

Ma guarda un po’. Adesso torna alla “ribalta” il credito di progettazione, già licenziato ad agosto dal governicchio, per un nuovo centro asilanti in quel di Camorino, di ben 180 posti. La somma richiesta è di 300mila franchetti, come detto solo per la progettazione. A cui poi farà ovviamente seguito la richiesta di svariati milioni per l’esecuzione.

Il nuovo centro asilanti dovrebbe sostituire il famoso bunker di Camorino su cui monta la panna alla grande il sedicente kollettivo R-esistiamo (quanti dei membri hanno il passaporto rosso?); quello che a Bellinzona organizza bivacchi illegali a sostegno dell’immigrazione illegale, con tanto di patetici insulti, sempre i soliti, alle istituzioni, definite “fascioleghiste” (perché questa è la tolleranza e l’apertura mentale dei $inistrati: chi non ci sta a far entrare tutti e a mantenere tutti è un “fascista”). Chissà come mai, il kollettivo ha potuto beneficiare della compiacente tolleranza del capodicastero polizia di Bellinzona targato PLR. Sarebbe interessante sapere se ad un gruppo di “normali” di cittadini sarebbe stato concesso di campeggiare abusivamente in piazza della Foca senza alcun intervento da parte delle forze dell’ordine.

Chiudere senza sostituzione

Va benissimo chiudere il centro per finti rifugiati di Camorino. Ma senza alcuna sostituzione, però. Gli ospiti – tutti giovanotti che non scappano da nessuna guerra – vanno rimpatriati. Se i bunker della Protezione civile vanno bene per i militi svizzeri, andranno bene anche per i migranti economici. E se i migranti economici non sono contenti dell’accoglienza svizzera, nessuno li trattiene. Sono liberissimi di tornare al natìo paesello – magari portandosi dietro i kompagni del Kollettivo, che così potranno finalmente rendersi utili aiutando in loco – o di chiedere asilo altrove.

Ma è facile presumere che per i kompagni del Kollettivo un simile discorso sia incomprensibile, in quanto il militare mica l’hanno fatto. O perché non sono svizzeri, o per altri motivi.

Sempre più attrattivi?

Di costruire centri asilanti nuovi di pacca, quindi di spendere ancora più soldi del solito sfigato contribuente per i finti rifugiati, non se ne parla nemmeno. Tanto più che ciò equivarrebbe ad aumentare la nostra attrattività per i migranti economici. Facendo così gli interessi di quelle associazioni contigue al P$ che sul business ro$$o dell’asilo ci lucrano alla grande.

Morale della favola. Se qualcuno a Palazzo delle Orsoline si immagina di calare le braghe davanti alle pagliacciate (uhhh, che pagüüüraaa!) del kollettivo R-esistiamo e di approvare crediti per un nuovo centro, naturalmente “Deluxe”, per finti rifugiati, farà bene a stare attento/a alla cadrega in vista delle elezioni di aprile. Ovviamente (?) attendiamo con ansia la votazione per poter poi pubblicare sul Mattino “chi ha votato come”.

Lorenzo Quadri

Festival dei diritti umani: le patetiche risposte del DECS

Tante panzane per giustificare il sostegno statale alla propaganda degli amichetti

 

Qui si raschia davvero il fondo del barile! Nei giorni scorsi il CdS – nel concreto: il DECS del kompagno Bertoli – ha risposto all’interrogazione del deputato leghista Massimiliano Robbiani sul sostegno cantonale al Festival dei diritti umani, manifestazione in cui si è fatta propaganda di votazione contro l’iniziativa “Per l’autodeterminazione” (c’è tempo fino a mezzogiorno per votare SI’!) e si sono pure raccolte firme per concedere la bandiera svizzera alla nave Aquarius (taxi per finti rifugiati con lo smartphone). Il sedicente Festival dei diritti umani, come noto, gode di sponsorizzazioni pubbliche: Confederella, Cantone, città di Lugano, che l’atto parlamentare di cui sopra metteva in discussione.

Tante fregnacce

La risposta del governicchio – cioè del DECS – è un concentrato di fregnacce politikamente korrette.

In sostanza, il CdS dice che il Festival dei diritti umani non è finanziato con “soldi pubblici” ma tramite  il Fondo Swisslos; che pensare di impedire (?) ai partecipanti di dire qualsiasi cosa gli passi per la testa sarebbe contrario alla libertà d’espressione e quindi anticostituzionale (accipicchia!); e comunque a decidere il sostegno è la Commissione consultiva del Consiglio di Stato in ambito kulturale (per la serie: io non c’ero e se c’ero dormivo).

Questa risposta governativa è semplicemente penosa.

Alcuni punti

1) Burocrati del DECS, chi ha mai detto che bisogna “impedire” lo svolgimento del Festival? Un conto è impedire, un conto è non sponsorizzare. Ma i galoppini del ro$$o Dipartimento lo sanno cos’è la libertà d’espressione? La libertà d’espressione è la facoltà di esprimere le proprie posizioni senza interferenze dello Stato. Quindi un obbligo di non-intervento dello Stato. Non il diritto di ottenere finanziamenti pubblici per i propri eventi! Il che sarebbe un obbligo di intervento dello Stato; ovvero proprio il contrario! Classico esempio della deleteria mentalità $inistrata che perverte le libertà costituzionali dei cittadini in presunti diritti di attaccarsi alla mammella pubblica.

2) Il Fondo Swisslos da cui si attinge per finanziare il Festival non è il pozzo di San Patrizio. Se si foraggia questa manifestazione di propaganda politica, poi i soldi mancano ad altri eventi, “magari” più meritevoli. E di questi ce ne sono a iosa.

2) I diritti umani sono senz’altro importanti. La loro strumentalizzazione per altri fini, invece, non è accettabile. L’immigrazione clandestina, sostenuta dal Festival, non è un diritto; men che meno è un diritto umano.

3) Il CdS – cioè il DECS del compagno Bertoli – non sembra nemmeno rendersi conto (forse è troppo abituato a fare propaganda di regime…) che c’è una bella differenza tra la libertà di espressione e la propaganda pre-votazione. Lo Stato dovrebbe promuovere la libertà d’espressione. Ma non lo fa. O meglio, lo fa a geometria variabile (sostiene solo la libertà di espressione degli amichetti della casta, vedi la Doris uregiatta che vorrebbe chiudere i giornali gratuiti perché le danno fastidio). La propaganda di votazione, invece, non può essere sostenuta dallo Stato. Eppure lo è. Naturalmente solo quando si tratta di puntellare le posizioni dell’establishment. Ad esempio l’opposizione all’iniziativa per l’autodeterminazione, come nel caso del Festival dei diritti umani.

4) Se fosse stato organizzato un evento dove si “dibatteva” (ovvero: ci si parlava addosso a senso unico) e si faceva propaganda di votazione a sostegno dell’autodeterminazione, di sicuro non sarebbero arrivati né contributi dal Fondo Swisslos, né loghi di Confederella, Cantone e città di Lugano.

5) Nella sua risposta, il CdS ha perfino la faccia di tolla di sciacquarsi la bocca con “l’anticostituzionalità”. Ma per cortesia. Anticostituzionale è non applicare la preferenza indigena malgrado sia stata votata dal popolo. Anticostituzionale è ignorare l’esito delle votazioni popolari (ad esempio tentando di far rientrare dalla finestra la scuola ro$$a, vero kompagno Manuele “La scuola che NON verrà” Bertoli?). Pretendere che lo Stato non appoggila propaganda di votazione sarebbe anticostituzionale? Qui qualcuno è fuori come un balcone.

6) Esilarante il riferimento (scarica-barile) alla Commissione consultiva del CdS in ambito kulturale. Per scoprire chi compone questa pomposa Commissione basta digitarne il nome in Google e si trova subito un simpatico documento in pdf. Il lettore ci scuserà se non lo ricopiamo; ma, tra Commissione e sottocommissioni, i membri sono la metà di mille. Con una caratteristica comune: A parte un paio di eccezioni, sono tutti esponenti della peggio gauche-caviar-radikal-chic. Con tanto di ex direttori di periodici P$-UNIA e residuati bellici dell’informazione ro$$a della Pravda di Comano. C’è perfino un inquisito. E poi ci si chiede come mai una commissione del genere preavvisa favorevolmente il sostegno ad un “Festival” pro immigrazione clandestina e contro l’autodeterminazione? Qui ormai siamo a livelli da barzelletta.

7) Governicchio e DECS bocciati. Rifare il compito!

 Lorenzo Quadri

 

RSI: faziosità ed arroganza

Inaudito: il presidente RAI Marcello Foa e Tito Tettamanti trattati come delle nullità

L’allucinante e-mail mandata da un giornalista di Comano – nell’esercizio delle sue funzioni, non da privato cittadino – al circolo Cultura insieme di Chiasso

Nei giorni scorsi, il circolo Cultura insieme di Chiasso ha organizzato un (assai frequentato) dibattito su mass media e società, dal titolo “A che punto è la notte” (vedi articolo a pag. 30). Invitati due relatori di indubbio prestigio e competenza: il finanziere Tito Tettamanti ed il presidente della RAI Marcello Foa. Moderatore: Corrado Bianchi Porro.

Apriti cielo. Alla Pravda di Comano, la scelta dei relatori ha provocato reazioni grottescamente scomposte. Un giornalista della RSI, dal proprio indirizzo elettronico professionale, ha infatti inviato al presidente del Circolo avv. Flavio Cometta la seguente comunicazione:

Vi ringrazio per l’informazione sull’evento. Sono allibito per la scelta dei due relatori da parte del vostro Circolo: chiamare due personaggi così discussi e così discutibili per una conferenza sull’informazione, senza nemmeno una controparte, significa dare un “taglio” unilaterale alla serata. Sono sicuro che la Svizzera italiana ha molto di meglio e, soprattutto, di più credibile da offrire per parlare di media e di società”.

L’identità del giornalista non è nota. Per scrupolo di correttezza, il destinatario dell’email non intende rivelarla. Ma contenuto e toni  della comunicazione lasciano davvero basiti. Che boria! Che totale mancanza di professionalità! Teniamo presente che il messaggio è stato trasmesso in veste ufficiale, dall’indirizzo professionale del giornalista; quindi coinvolge il suo datore di lavoro. Non si tratta di una presa di posizione da privato cittadino.

Messaggio rivelatore

L’email è drammaticamente rivelatrice della mentalità e dell’andazzo imperanti all’emittente che dovrebbe essere di “servizio pubblico”.

Quando un dibattito ha relatori, anche indubbiamente importanti come nel caso concreto, ma che non piacciono – per motivi ideologici – ai sinistrati redattori della RSI, si snobba l’evento e ci si permette pure di bacchettare con spocchia gli organizzatori. Invece, per ogni flatulenza emessa dagli amichetti ro$$i, ecco che la Pravda di Comano si mobilita in forze (e nümm a pagum).  Vedi ad esempio il caso recente della manifestazione di quattro gatti a Bellinzona a sostegno dell’immigrazione illegale, amplificata e magnificata dalla RSI in spregio di qualsiasi parvenza di servizio pubblico, ma solo per fare propaganda alle posizioni “gradite”. Una manifestazione dove venivano attaccati personalmente singoli esponenti leghisti. E senza uno straccio di contraddittorio.
Di conseguenza, che alla RSI si abbia ancora il coraggio di accusare altri di “dare tagli unilaterali”, di “non fare contraddittori”, va ben oltre il ridicolo. Ma se a Comano è prassi quotidiana! Quando si dice: “la pagliuzza e la trave”. Con la differenza, però, che il circolo Cultura insieme di Chiasso non è finanziato con il canone più caro d’Europa e non ha i conseguenti obblighi di oggettività. La RSI invece ce li ha eccome. Ma si comporta come se non gli avesse. Cosa ne pensa il compagno direttore Canetta?

La direttrice indicata della SRF Nathalie Wappler ha dichiarato in una recente intervista che l’emittente statale dovrebbe smettere di fare “giornalismo di opinione” (eufemismo per indicare “giornalismo fazioso”). Alla RSI nessuno si sogna di fare un discorso del genere. Comprensibilmente. Perché non avrebbe alcuna credibilità. Occorrerebbe prima fare tabula rasa (o quasi) nelle redazioni.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Pagare la disoccupazione ai frontalieri? Col piffero!

La Lega presenta l’iniziativa cantonale. Attendiamo al varco il triciclo PLR-PPD-P$

E intanto nel Canton Argovia, dove i frontalieri sono “solo” 12mila…

Ma tu guarda questi argoviesi, che ci sorprendono in positivo.

Malgrado infatti il numero dei frontalieri nel ridente Cantone della Doris sia irrisorio (ca 12 mila), il Gran Consiglio locale ha deciso nei giorni scorsi, con 77 voti contro 50, di sottoporre alle Camere federali un’iniziativa cantonale che chiede alla Confederella di non versare le indennità di disoccupazione ai frontalieri.

Sulla disoccupazione dei  frontalieri infatti i ministri degli affari sociali della fallita UE hanno deciso un “cambiamento di paradigma” che, se applicato, sarebbe una catastrofe per gli svizzerotti. Secondo lorsignori ministri la disoccupazione dei frontalieri non la dovrebbe più pagare lo Stato di residenza come ora, bensì l’ultimo paese dove i frontalieri hanno lavorato.

E questi sarebbero gli “amici” europei con cui, a dar retta al triciclo spalancatore di frontiere, dovremmo assolutamente concludere sempre più accordi? Quelli che, sempre secondo la partitocrazia, dovrebbero comandare in casa nostra? Ma andate affan…!

“Bisogna oliare”

La nuova disposizione deve ancora venire esaminata dal parlamento europeo. Si può solo sperare nella sua proverbiale lentezza.

Ma una cosa è certa: se, come è probabile (per non dire garantito) l’europarlamento seguirà la proposta dei ministri, è evidente che i camerieri dell’UE in Consiglio federale caleranno le braghe nel giro di un nanosecondo. Perché, come ha ben spiegato il tamdem PLR-PPD Caprara-Lombardi, a Bruxelles si deve sempre dire di sì; “Bisogna oliare”.

E allora gli argoviesi hanno pensato bene di mettere le mani in avanti. Hanno presentato la loro iniziativa cantonale che chiede di non conformarsi al diktat UE, nel caso in cui arrivasse.

Problema di tutta la Svizzera

Il Canton Argovia ha un problema di frontalieri? No. Le cifre, come abbiamo visto, sono piccole. Però la nuova imposizione europea graverebbe sulle casse dell’assicurazione contro la disoccupazione (AD) elvetica per centinaia di milioni di Fr. L’ha detto la SECO (quella delle statistiche taroccate pro-libera circolazione delle persone). E, se la SECO ammette che la situazione è disastrosa, le si può ben credere.

Le centinaia di milioni che uscirebbero dalle casse della nostra AD per pagare le rendite anche ai frontalieri sono un problema di tutta la Svizzera. Ricordiamo che nel 2012 vennero effettuati importanti tagli alle rendite dei senza lavoro svizzeri (la Lega era contraria) per motivi di risparmio. Però le centinaia di milioni per pagare la disoccupazione ai frontalieri ci sono? Quando i balivi di Bruxelles comandano, le esigenze di risparmio si dissolvono come neve al sole?

Danno doppio

Il Ticino, con 65mila frontalieri, si troverebbe inoltre costretto a potenziare gli uffici regionali di collocamento (URC) per far fronte alle iscrizioni di permessi G. Il conto di questa operazione lo pagherebbe per intero il solito sfigato contribuente ticinese; non la Confederazione. Quindi  per noi sarebbe danno doppio. Danno doppio a cui si aggiunge la beffa.  Se i frontalieri si iscrivono agli URC, questi devono occuparsi di collocare anche loro. E questo può avvenire solo a danno dei ticinesi.

Inoltre: è evidente che l’AD svizzera non avrà nessuna possibilità di verificare se i frontalieri che percepiscono la disoccupazione elvetica lavorano in nero Oltreramina.

La Lega si muove

Il fatto che Argovia abbia presentato un’iniziativa cantonale dimostra che le conseguenze catastrofiche del “cambiamento di paradigma” dell’UE a proposito della disoccupazione dei frontalieri non sono una balla della Lega populista e razzista.

La quale Lega, chiaramente, non è rimasta con le mani in mano ed ha presentato un’iniziativa parlamentare analoga a quella argoviese. E’ evidente che attendiamo la partitocrazia al varco. Ed è altrettanto evidente che anche i rappresentanti leghisti a Berna torneranno a battere il chiodo.

Socialità: casse svuotate

Intanto il Consiglio federale ha ammesso che – malgrado i soldatini della partitocrazia raccontino il contrario, mentendo – il settore delle assicurazioni sociali rientra eccome nello sconcio accordo quadro istituzionale. Credere che i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale riusciranno ad escluderlo, è come credere a Babbo Natale.

La conseguenza di questa situazione è facile da immaginare. Il nostro stato sociale, a seguito di accordi internazionali del menga, finirebbe alla mercé di tutti i cittadini UE. Proprio come rischia di accadere ora con la disoccupazione. E – colmo dei colmi – a decidere sul saccheggio dei nostri soldi sarebbero dei giudici stranieri.

Ecco i bei regali della partitocrazia PLR-PPD-P$$ e della sua politica della calata di braghe compulsiva davanti a Bruxelles.

Ce n’è più che abbastanza per votare sì all’iniziativa   “per l’autodeterminazione”! Forza, c’è tempo fino a domenica prossima!

Lorenzo Quadri

 

Il deputato pro-frontalieri sbrocca

Ah beh, questa sì che ci mancava! Uno sconosciuto deputato pentastellato della fascia di confine italica, tale Niccolò Invidia (Invidia chi?),  ha pensato bene di mettersi a remenarla sulla campagna “Bala i ratt” reiterando le solite patetiche accuse di razzismo all’indirizzo di Lega dei Ticinesi ed Udc, definendo la campagna “una cazzata indefinibile” e farneticando che 65mila frontalieri sarebbero necessari al Ticino. 65mila frontalieri equivalgono ad un terzo della forza lavoro ticinese, ma questo “dettaglio” sembra sfuggire al “nostro”.

Ohibò, eccone un altro – dopo l’impareggiabile Lara Comi, che infatti si è ben presto fatta sentire, con le consuete ovvietà –  che si fa marketing con i frontalieri pensando di acquisire visibilità.
Per parafrasare questo sconosciuto deputato pentastellato: la storiella che il Ticino avrebbe bisogno di 65mila frontalieri sì che è una “cazzata indefinibile”. 30mila in meno sarebbero più che abbastanza.
Non contento, il parlamentare M5S si bulla di bloccare il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri: quindi vuole che i frontalieri continuino ad essere dei privilegiati fiscali, a discapito degli italiani che lavorano in patria: i suoi concittadini non frontalieri prendano nota.
Il signor Invidia racconta inoltra di non meglio precisate “nuove iniziative” che intraprenderà a tutela dei frontalieri (probabilmente nemmeno lui sa quali). Le nostre invece sono consolidate. Continueremo a batterci:

– per la preferenza indigena (Prima i nostri)
– per la fine della libera circolazione delle persone
– per il blocco dei ristorni dei frontalieri
– per l’introduzione di una tassa d’entrata per i frontalieri
– contro l’aberrante prospettiva che la Svizzera paghi le indennità di disoccupazione ai frontalieri come se fossero residenti.
Questo signor Invidia abiterà anche  – dichiara lui – a 10 minuti di macchina dal Ticino, ma della situazione nel nostro Cantone pare non aver  capito un tubo. Sembra non aver nemmeno compreso che i 65mila frontalieri sono solo quelli attivi in Ticino; non in tutta la Svizzera!

Delle due l’una: o finge di non capire perché così gli fa comodo, oppure non capisce proprio.

Magari ricordarsi ogni tanto grazie a chi questi 65mila hanno la pagnotta sul tavolo…

Lorenzo Quadri

 

 

In Ticino la cittadinanza svizzera è venduta ai saldi

Costi delle naturalizzazioni: il nostro Cantone è tra quelli più “convenienti”

 

Perché a Soletta il passaporto rosso costa 5000 Fr mentre a Lugano solo 2000?

Il costo di una naturalizzazione  varia da Cantone a Cantone e da Comune a Comune. In base alla nuova legge federale, la somma chiesta al candidato deve coprire le spese, ma non può servire per “fare cassetta”. A dire il vero, più che a fare cassetta – ciò che oltretutto potrebbe far venire “idee malsane” a qualche Comune – il costo potrebbe/dovrebbe semmai avere effetto deterrente. Per  sottolineare che, contrariamente a quanto sognano i $inistrati del P$ (Partito degli Stranieri) il passaporto non è solo un pezzo di carta.

Le cose però non stanno così.

Differenze significative

Le differenze nei costi delle naturalizzazioni sono importanti. Come spesso accade nel nostro sistema federalista, il costo totale è composto da una tariffa federale (uguale per tutti: 100 Fr per uno straniero maggiorenne, 50 per un minorenne, 75 a testa per i coniugi), da una cantonale (che varia da Cantone a Cantone) e da una Comunale (ogni Comune ha la sua). Quindi: non solo ci sono differenze importanti tra Cantoni, ma anche all’interno di uno stesso Cantone.

Un vero ginepraio in cui adesso intende intervenire Mr Prezzi. Era meglio se si occupava d’altro. Ad esempio, dei premi di cassa malati. Difficilmente infatti l’intervento del sorvegliante dei prezzi servirà ad aumentare i costi di naturalizzazione. Semmai servirà a farli scendere.

Ticino buon mercato

La tassa cantonale varia da 450 Fr del Canton Vaud (e ti pareva) ai 1500 di Friburgo. Il Ticino si situa nella fascia medio-bassa, ovvero 640 Fr. A Lugano, una pratica di naturalizzazione ordinaria costa, per la parte comunale, 1300 Fr, mentre una naturalizzazione agevolata 400. In caso ritiro della domanda di naturalizzazione, il richiedente viene comunque chiamato alla cassa: più è avanzata la procedura, più alto è il conto. Chi ritira la domanda dopo il rapporto commissionale, ad esempio, paga 1050 Fr.

A Lugano, tirando le somme, tra tassa federale, cantonale e comunale, diventare svizzeri costa sui 2000 Fr. Sarebbe possibile presentare un conto più salato? La risposta è sì. Basti pensare che a Soletta la fattura globale è di circa 5000 Fr: più del doppio! Anche nel Canton Friburgo il conto è più elevato che in Ticino. Il Cantone preleva una tassa di 1500 Fr; quasi 1000 franchetti in più di quella richiesta alle nostre latitudini.

“Sa pò”

La conclusione è scontata. Far pagare di più per l’ottenimento della cittadinanza svizzera, anche in Ticino, “sa pò”. Questo vale sia per il Cantone  che per i Comuni (ad esempio, Brissago chiede solo 450 Fr). Se a Soletta si pagano 5000 Fr, perché la stessa cifra non potrebbe essere riscossa anche a Lugano o a Bellinzona o in qualsiasi altro Comune ticinese? Le fotocopie solettesi sono forse stampate su carta con filigrana d’oro?

Svendite

Già il passaporto rosso viene (metaforicamente) svenduto tramite naturalizzazioni facili. Ossia naturalizzazioni di persone non integrate: perché “bisogna aprirsi”! E se qualcuno non ci sta, la cricca ro$$overde multikulti insorge e  si mette a starnazzare al razzismo ed al fascismo. Infatti, secondo la gauche-caviar, “il solo fatto che uno straniero abbia presentato domanda di naturalizzazione dimostra che è integrato”; ovvero: basta chiedere e si diventa svizzeri in automatico.

Non basta svendere il passaporto in senso metaforico. Adesso “scopriamo” che viene svenduto anche nel senso letterale del termine.

Intanto altrove…

Purtroppo non ci vuole il Mago Otelma per prevedere che l’intervento di Mr Prezzi non farà che peggiorare la situazione. Dovesse ottenere un qualche risultato, sarà quello di mettere (ulteriormente) ai saldi la cittadinanza svizzera. Sempre meglio!

E intanto che gli svizzerotti vengono accusati di xenofobia e razzismo da organismi internazionali che valgono meno di zero – e questo malgrado abbiamo il 25% di popolazione straniera e la metà “con passato migratorio” (in Ticino gli stranieri sono il 30% e c’è dunque ragione di credere che i cittadini “con passato migratorio” siano, a questo punto, la maggioranza) – in Giappone gli stranieri sono meno del 2% della popolazione. E nessuno fa un cip. Non sappiamo come funzionino le naturalizzazioni nel Paese del Sol Levante. Ma su una cosa siamo pronti a scommettere: “facili” non sono di sicuro!

Lorenzo Quadri

Casinò di Campione: “nümm a pagum” grazie ai bernesi

Il Consiglio federale si arrampica sui vetri, ma la situazione è ingiustificabile 

Ancora una volta la colpa è di accordi internazionali autolesionisti che i camerieri dell’UE sono corsi a firmare con le braghe abbassate fino alle caviglie

Come volevasi dimostrare il Consiglio federale attinge a piene mani alle casse dell’assicurazione contro la disoccupazione (AD) per regalare milioni agli ex dipendenti del Casinò di Campione residenti in Ticino, parecchi dei quali con permesso B. Costoro non hanno mai versato un franco di contributi alla disoccupazione elvetica.

I camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno infatti ribadito, rispondendo all’interpellanza di chi scrive, che versare le rendite di disoccupazione agli ex dipendenti della casa da gioco dell’enclave è cosa buona, giusta e doverosa. Ma bravi!

I tagli

Forse lor$ignori si sono dimenticati che nel 2012, la Lega era contraria, vennero effettuati tagli drastici alle indennità di disoccupazione dei cittadini svizzeri,raccontando la solita fregnaccia delle “esigenze di risparmio”. (Poi però  i soldi per fare regali miliardari alla fallita UE – perché, EuroSenatore Lombardi (PPD)  dixit, “bisogna oliare”, ed il presidente del PLRT Bixio Caprara applaude entusiasta – si trovano sempre; ma questo è un altro discorso).

Quindi, sui disoccupati svizzeri si risparmia. A quelli di Campione si fanno i regali. Come detto, i disoccupati di Campione non hanno mai versato nelle casse della nostra AD un solo centesimo.

Oltretutto, il Casinò di Campione è (era) una vera e propria cattedrale nel deserto. Non solo per quel che riguarda l’edificio (meglio noto come “ecomostro”). L’organico della casa da gioco è stato gonfiato come una rana dalle autorità dell’enclave (ne avevano facoltà) con motivazioni politiche e nepotistiche: assunzioni di amici, parenti, raccomandati, e chi più ne ha più ne metta. Le pubbliche dichiarazioni al proposito fatte dall’ex sindaco Roberto Salmoiraghi sono illuminanti. E non solo l’organico era gonfiato, ma anche le paghe.

Tutto ciò è avvenuto, come è ovvio che sia (Campione è territorio italico) senza che gli svizzerotti potessero fare un cip.

Chi ci mette una pezza?

Poi, quando il giocattolino (giocattolone) si  è rotto e tutto è andato in palta, chi è stato chiamato a metterci una pezza? Ma gli svizzerotti, ovviamente! Con i soldi dei lavoratori e dei datori di lavoro elvetici.

E che pezza: l’operazione Campione infatti, con tutta probabilità, costerà alle casse della “nostra” disoccupazione una cifra vicina ai 5 milioni di franchetti, e scusate se sono pochi. E intanto Roma – Campione è in Italia, mica in Svizzera! – si defila. Del resto, che bisogno avrebbe di star lì a scaldarsi? Ci sono già gli svizzerotti che pagano…

Ingiustificabile

In tutto questo non c’è alcuna logica. E’ evidente. Ed i camerieri dell’UE in Consiglio federale possono girarla e pirlarla come vogliono. Davanti ai lavoratori ed ai datori di lavoro svizzeri, il pagamento delle rendite di disoccupazione ai dipendenti del Casinò di Campione non è in alcun modo giustificabile. Regali a chi non ha mai pagato e tagli sulla pelle di chi ha pagato: ma dove siamo?

Accordi del piffero

Ed infatti, la spiegazione con cui il Consiglio federale immagina di pararsi le terga  è rovinosa: dobbiamo pagare perché questo “è previsto all ‘articolo 65 del Regolamento (CE) n. 883/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004 relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale”. Apperò!  Eccoli qua gli accordi internazionali del piffero! Dei veri e propri capolavori diautolesionismo(Tafazzi al confronto è un dilettante) che i balivi bernesi corrono a sottoscrivere con le braghe calate ad altezza caviglia! Corrono perché, secondo costoro, quando Bruxelles comanda, i tapini elvetici possono solo chinarsi a 90 gradi ed obbedire! Questa è peraltro la visione sdoganata anche dal presidente del PLRT Bixio Caprara.

Un motivo in più

Ecco un motivo in più per far saltare la devastante libera circolazione delle persone che, oltre all’invasione da sud con tutte le conseguenze del caso, ci regala anche “appendici” come la rendita di disoccupazione ai dipendenti del Casinò di Campione!

Abbiamo dunque un bell’esempio concreto di cosa sono gli “indispensabili” accordi internazionali. Quelli che, secondo la partitocrazia PLR-PPD-P$$, dovrebbero avere la priorità sulla Costituzione e sulla volontà popolare!

Non è finita

Comunque, la vicenda della disoccupazione ai dipendenti del Casinò di Campione non finisce qui.Nella prossima sessione delle Camere federali (inizio il 26 novembre) verranno presentati altri atti parlamentari sul tema.

Lorenzo Quadri

 

 

Il Belpaese lo ribadisce: Ticino mucca da mungere!

Intanto in questo ridente Cantone i lavoratori svizzeri sono sempre più in minoranza

 

Di recente è stato costituito l’Osservatorio permanente sul lavoro transfrontaliero. Trattandosi di osservatorio transfrontaliero, pare ovvio che i suoi fari siano puntati sull’esplosione del frontalierato. E su quello che potrebbe accadere nel caso in cui i ticinesi decidessero finalmente di reagire al disastro combinato dalla partitocrazia spalancatrice di frontiere.

La stampa è esplicita

Di recente su “La Provincia” di Varese Giacomo Mazzarino,della locale Camera di Commercio, è stato esplicito: “In provincia di Varese ci sono attualmente circa 30mila disoccupati: se dovesse passare la politica del “prima i nostri” che alcuni si augurano in Canton Ticino, questo numero raddoppierebbe di colpo, con tutte le conseguenze che si possono immaginare”.

Il quotidiano Varesotto ha pure messo l’accento sull’importanza dei ristorni: “un tesoro che vale oltre 73 milioni di euro di entrate dirette per i comuni di frontiera, ma anche un ammortizzatore fondamentale per superare la crisi economica ed occupazionale che ha colpito duramente in questi anni il nostro Paese”.

Ammissione ufficiale

Ecco dunque l’ammissione ufficiale che, grazie alla devastante libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$ che ha pure azzerato il “maledetto voto” del 9 febbraio (e che adesso pretende di imporci lo sconcio accordo quadro istituzionale ed i giudici stranieri) il Ticino è diventato la mucca da mungeredelle province italiche limitrofe.

Infatti, come scritto la scorsa settimana su queste colonne, in Ticino i lavoratori stranieri sono ormai in maggioranza. Gli svizzeri sono solo il 49.8%. Naturalmente in questa percentuale non vengono considerati i naturalizzati di fresco. Se si tenesse conto anche di tale categoria, il tasso di svizzeri precipiterebbe ulteriormente verso il basso.

La maggioranza dei lavoratori attivi in Ticino sono dunque stranieri. La parte del leone la fanno i frontalieri. Questi ultimi sono ormai quasi un terzo dei lavoratori attivi nel nostro Cantone.  Ringraziamo la devastante libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$.

A nostro danno

Il triciclo ha dunque trasformato il Ticino nella mucca da mungere per i vicini del Belpaese. Ciò è accaduto a tutto danno dei ticinesi. Risolviamo – o comunque mitighiamo – i problemi occupazionali del Varesotto del Comasco e lasciamo i nostri concittadini a casa in disoccupazione ed in assistenza. Ed infatti le cifre dell’assistenza continuano ad infrangere un record dopo l’altro. Idem dicasi per quelle della povertà. A tal proposito, la differenza tra la situazione nazionale e quella ticinese è clamorosa. In Svizzera le persone a rischio di povertà sono il 14.7%; in Ticino ben più del doppio, ovvero il 31.3%. E poi l’élite internazionalista multikulti ha ancora il coraggio di venirci a raccontare la fregnaccia che “immigrazione uguale ricchezza”? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

E i ristorni?

A questo si aggiungono, come correttamente rilevato dal quotidiano varesino “La Provincia” (vedi sopra), i ristorni dei frontalieri. Ristorni che la partitocrazia in Consiglio di Stato si ostina a versare. La cifra cresce a dismisura: diretta conseguenza dell’esplosione del numero dei permessi G. Nel 2017 eravamo quasi ad 84milioni di franchetti. Un vero e proprio tesoro, che ha varcato la ramina senza colpo ferire. Il triciclo governativo (Vitta, Bertoli, Beltra) ha infatti respinto, come da svariati anni a questa parte, le proposte dei leghisti Zali e Gobbi di blocco totale o parziale. Su come vengono usati questi soldi, “La Provincia” è esplicita: essi sono “un ammortizzatore fondamentale per superare la crisi economica ed occupazionale che ha colpito duramente in questi anni l’Italia”.Altro che opere infrastrutturali di interesse italo-svizzero!

Regali a Campione

Come ciliegina sulla torta, “qualcuno” ha avuto la brillante idea di mettersi in testa di pagare le rendite di disoccupazione agli ex dipendenti del Casinò di Campione d’Italia, che mai hanno versato i contributi. In più continuiamo ad erogare “per solidarietà” i servizi alla disastrata enclave, nella perfetta consapevolezza che le relative fatture non verranno mai saldate. Sarebbe bello sapere a quanti cittadini ticinesi in difficoltà l’ente pubblico eroga elettricità ed acqua senza chiedere il pagamento della fattura, e tutto “per solidarietà”.

A mo’ di ringraziamento, da sud un giorno sì e l’altro pure ci arrivano accuse di “razzismo contro gli italiani”.

Certo che siamo proprio fessi! A parti invertite, il Belpaese avrebbe blindato le frontiere con la Svizzera da un pezzo. Ed azzerato i ristorni!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

 

 

Rapine in casa: e intanto la partitocrazia…

 

Nei giorni scorsi sono stati arrestati due delinquenti stranieri – un 22 enne algerino ed un 25enne marocchino – con l’accusa di aver messo a segno una serie di furti con scasso in abitazioni ed automobili, in Ticino e nei Grigioni. Durante una razzia in una casa, le due “risorse da integrare” hanno picchiato l’inquilino.

Ma come: “immigrazione non era uguale a ricchezza”?

La settimana precedente si è invece celebrato il processo, tra l’altro con una richiesta di pena ridicola (tre anni) al criminale rumeno che a Minusio 11 anni fa fece irruzione in un’abitazione assalendo a coltellate, oltre trenta, gli anziani occupanti. E tutto per un bottino di poche centinaia di Fr.

Grazie alla politica delle frontiere spalancate, voluta dal solito triciclo PLR-PPD-P$, le rapine in casa, in presenza degli abitanti, diventeranno sempre più una realtà anche da noi. Nel Belpaese, purtroppo, lo sono già.

Ma almeno lì, grazie al nuovo governo gialloverde, è stato potenziato il diritto alla legittima difesadi chi viene aggredito in casa propria, ma anche sul posto di lavoro. Nelle scorse settimane la modifica di legge che tutela le vittime è stata approvata a larga maggioranza dal Senato.

Non così in Svizzera. A Berna la partitocrazia, imbesuita dal politikamente korretto, rifiuta schifata ogni proposta di potenziamento della legittima difesa, strillando istericamente al Far West.

Complimenti signori del triciclo, avanti così. Invece di rendere la vita più facile a chi viene aggredito in casa propria e si difende, continuate a spingere i cittadini a non difendersi dai delinquenti, e quindi a mettersi in pericolo per paura di finire sul banco degli imputanti. Solo nei confronti degli automobilisti la partitocrazia vara leggi draconiane:  vedi la ciofeca “Via Sicura”. Quando si tratta di delinquenti, invece, il buonismo-coglionismo la fa da padrone. I signori della partitocrazia pensano di vivere ancora ai tempi in cui, alle nostre latitudini, il massimo della delinquenza era il ladro di polli. Invece proprio loro hanno spalancato le frontiere alla criminalità straniera più feroce. E non vogliono nemmeno che i cittadini si difendano.

Lorenzo Quadri

Frontalieri in diminuzione?

“Casualmente” la statistica esce in vista della votazione sull’autodeterminazione

Quando si dice: “i casi della vita”! Non facciamoci prendere per il lato B!

Quando si dice la propaganda di regime! Secondo l’Ufficio federale di statistica (cifre taroccate come la SECO?) il numero dei frontalieri in Ticino sarebbe leggermente diminuito. E subito la stampa di regime, fautrice della devastante libera circolazione delle persone, corre a dedicare al presunto “sgub” (scoop) – sempre che non si tratti dell’ennesima fake news – titoloni ed approfondimenti. La finalità è evidente ed è sempre la solita. Fare il lavaggio del cervello a sostegno degli accordi con l’UE. Per la serie: vedete che non sono poi così nefasti come i beceri populisti e razzisti vogliono farvi credere? “Sono solo percezioni”! Tout va bien, Madame la Marquise!

Quadruplicati pochi anni

In effetti, viene proprio da ridere. Si monta la panna, fino a farla diventare burro Floralp, su nemmeno 2000 frontalieri in meno nel settore terziario. Naturalmente (ah, i vuoti di memoria!) ci si dimentica di dire che, grazie alle frontiere spalancate volute dalla partitocrazia PLR-PPD-PS, il numero di frontalieri nel terziario è quadruplicato nel giro di pochi anni: da 10 mila a 40mila.E per 2000 in meno – che con tutta probabilità verranno presto recuperati – su 40mila, si viene a cianciare di svolte epocali? Ma va là!

Intanto, diminuzione o no dei frontalieri, le cifre dell’assistenza restano da record, e la spesa generata diventa sempre più insostenibile. Evidentemente la soluzione non può essere quella di spalmare diversamente la fattura tra i Comuni. Occorre invece che la spesa si riduca. E per ottenere questo risultato ci sono due cose da fare: 1) applicare la preferenza indigena votata dal popolo 2) togliere i sussidi ai permessi B.

Naturalmente la stampa di regime si guarda bene dal dire che se i frontalieri sono un attimino diminuiti non è perché al loro posto lavorano ticinesi, ma che dietro ci potrebbero essere ben altri motivi: ad esempio la saturazione del mercato del lavoro, la diminuzione degli impieghi, o la trasformazione dei permessi G in permessi B, magari farlocchi (residenza fittizia in Ticino).

Le strane coincidenze

E naturalmente è una pura coincidenza, nevvero, che queste statistiche (taroccate?) vengano divulgate proprio in contemporanea con l’arrivo a domicilio delle schede di votazione sull’iniziativa “per l’autodeterminazione”,vero? Quando si dice i casi della vita!

Da settimane ormai la casta ed i suoi soldatini in politica vaneggiano di “centinaia di accordi internazionali in pericolo” nel caso in cui gli svizzerotti approvassero l’iniziativa “per l’autodeterminazione”. Di queste “centinaia di accordi” non sono però in grado di citarne nemmeno uno. Bene: uno, che è anche il solo, lo diciamo noi. La libera circolazione, che fa a pugni con la preferenza indigena ed i contingenti all’immigrazione votati dal popolo. Ecco quindi che, con perfetto tempismo, l’Ufficio federale di statistica se ne esce con la storiella (vera o fake news?) della diminuzione – peraltro irrilevante! – del numero dei frontalieri. Come dire che la libera circolazione non genera alcuna invasione, ma quando mai! Sono tutte balle populiste!

E la stampa di regime, altrettanto puntuale, corre a fare da megafono. Avanti con il lavaggio del cervello!

Lorenzo Quadri

 

Triciclo: sette anni di letargo prima di accorgersi che…

Calcolo degli alimenti: al Ticino non si possono applicare i parametri di Zurigo

 

Correva l’anno di grazia 2011, quindi sono passati sette anni, quando chi scrive, in qualità di deputato in Gran Consiglio, inoltrava una mozione che chiedeva di rivedere il sistema di calcolo dei contributi che i genitori non affidatari sono tenuti a versare all’ex coniuge per il mantenimento dei figli. La mozione è stata ripresa e portata avanti dal deputato leghista Michele Guerra dopo la mia uscita dal parlamento cantonale (grazie!).

Il problema è che in Ticino i contributi alimentari vengono calcolati sulla base delle tabelle di Zurigo; questo a seguito di una vetusta decisione della Prima Camera civile del Tribunale d’appello.

Le tabelle di Zurigo, come dice il nome, sono commisurate alla situazione – e agli stipendi – di Zurigo. Ma la realtà ticinese è “un po’” diversa. E lo diventa sempre di più. Grazie alla libera circolazione delle persone, voluta dal triciclo PLR-PPD-P$, il divario tra le paghe ticinesi e quelle d’Oltregottardo cresce inesorabilmente. Si chiama pressione al ribasso sui salari. E non è una “percezione”, checché ne dicano i burocrati della SECO (quelli specializzati in statistiche farlocche) ed i ricercatori frontalieri dell’IRE.

Per non parlare delle persone a rischio di povertà. Che in Ticino sono quasi un terzo (!) della popolazione; nel resto della Svizzera meno del 15%. Ci siamo “aperti”, come blatera l’establishment un giorno sì e l’altro pure. Ed ecco i risultati. Altro che “ricchezza”!

Sotto la soglia

I contributi alimentari calcolati sulla base delle tabelle di Zurigo fanno sì che parecchi genitori non affidatari finiscano non solo sotto la soglia della povertà, ma addirittura sotto quella del minimo vitale, pur lavorando. “Il genitore non affidatario, a seguito della non deducibilità degli alimenti non beneficerà né di sussidi né di aiuti statali col risultato di trovarsi con un reddito disponibile residuale di gran lunga inferiore al minimo vitale stabilito nella LAS e nella LEF”, recita la mozione.

Senza contare che, se vuole esercitare il suo diritto di tenere con sé i figli nel fine settimana, il genitore non affidatario deve disporre di un appartamento di dimensioni adeguate ad ospitarli. E quindi pagare il relativo affitto (elevato). Altrimenti, nisba!

Non son uno standard

Altro elemento importante: le tabelle di Zurigo non sono affatto uno “standard nazionale”. Altri Cantoni fanno calcoli ben diversi. I contributi alimentari previsti nel Canton Argovia, ed esempio, sono chiaramente inferiori. In alcuni Cantoni romandi gli alimenti sono una percentuale del reddito. Questo significa che il Ticino ha tutto il margine di manovra (“sa pò!”) per trovare una soluzione adeguata alla sua realtà. Tanto più che, con la metà dei matrimoni che finiscono in divorzi, il problema degli alimenti non è certo una questione “di nicchia”.

Blaterano di povertà e poi…

E’ inaudito che in un Cantone in cui tutte le aree politiche si sciacquano la bocca con la “povertà” ci siano voluti sette anni (!) – dal 2011 ad oggi – affinché il Gran Consiglio cominciasse a chinarsi su una distorsione evidente. Che può senz’altro essere (ed in vari casi è) fonte di povertà. E sì che non serve essere dei premi Nobel per l’economia per rendersi conto che i calcoli economici fatti sulla realtà zurighese non possono essere applicati pari-pari (copia-incolla) a quella ticinese. Non sarà che, in tempo di isteria  “me too”, non è politikamente korretto sollevare un problema che tocca principalmente uomini (visto che nella stragrande maggioranza dei casi il genitore non affidatario è il padre)?

Ancora sette anni?

Solo nei giorni scorsi a grande maggioranza il Gran Consiglio ha deciso di dare seguito alla mozione proponendo – alla buon’ora! – di dare il via libera all’abbandono delle tabelle di Zurigo per passare ad un sistema di calcolo che sia aderente alla nostra realtà. Adesso si tratta di individuare i nuovi parametri. Si parla anche di un apposito programma informatico. Speriamo solo che non ci vogliano altri sette anni per avere la nuova base di calcolo. Perché sarebbe l’ennesima presa per i fondelli!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Lugano: i kompagni vogliono il dormitorio… ma per chi?

E’ evidente che di creare strutture per attrarre clandestini non se ne parla neanche

 

In quel di Lugano, adesso il PS insiste perché si crei un dormitorio per i senza tetto, preferibilmente nei pressi della stazione FFS. Anche il Gigi di Viganello ha capito che dietro la mozione socialista, presentata nei giorni scorsi, c’è l’imboccata. La richiesta non coglie di sorpresa. Il tema “dormitorio” è infatti oggetto di approfondimento da parte dei servizi comunali da prima dell’inoltro della mozione. Evidentemente i punti da chiarire sono vari: logistici (cosa serve? Ci sono degli spazi idonei a disposizione?), organizzativi (chi gestisce?), economici (chi paga il conto?). Ammesso che l’aspetto logistico possa essere risolto e che la struttura venga gestita interamente da un’associazione terza a costo zero per la città (difficile da credere, ma non poniamo limiti alla provvidenza), rimane il punto cruciale. Quello della necessità di un dormitorio, e per chi.

I cittadini svizzeri e domiciliati, nel caso si trovassero per un qualche motivo senza un tetto sulla testa, non devono andare sotto i ponti: possono far capo ai servizi sociali che organizzano soggiorni temporanei in pensioni o modesti alberghi. Sempre che lo desiderino: esistono anche persone “originali” che, almeno nella bella stagione, preferiscono dormire all’aperto. Se portati in una pensione, se ne vanno subito.

Di questa possibilità non può usufruire – e ci mancherebbe altro! – chi si trova illegalmente su territorio elvetico: immigrati clandestini, asilanti con decreto d’espulsione, frontalieri del furto con scasso residenti in campi Rom italici che pernottano in Ticino per essere già “sul posto di lavoro”, eccetera. E’ evidente che di realizzare dormitori per una simile “utenza” non se parla nemmeno. Sarebbe un invito esplicito a venire a Lugano.

Il vecchio dormitorio

In passato un dormitorio cosiddetto di “bassa soglia” in città (zona Resega) c’era, gestito con le ACLI e la croce rossa. La struttura venne chiusa qualche anno fa poiché la gestione tramite vegliatori volontari non forniva le sufficienti garanzie di sicurezza, ed una professionalizzazione sarebbe costata più dei collocamenti in albergo, data la poca utenza.

Chi poteva accedere al vecchio dormitorio? Solo cittadini domiciliati nel Luganese. Per precisa scelta politica del Municipio.

A queste condizioni, si può anche immaginare – se la fattibilità pratica ed economica fosse data – di riaprire un dormitorio. Ma di certo non si aprono dormitori per  attirare clandestini a Lugano. Ed il vago sospetto è che il PS, quando parla di dormitori, pensi proprio a chi soggiorna illegalmente alle nostre latitudini.

Infine, chi dovesse avvistare una persona che dorme su una panchina, invece di scattare la foto col telefonino per poi inviarla ai portali online, potrebbe magari chiederle se ha bisogno di qualcosa.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Nazismo: il silenzio ipocrita dei moralisti a senso unico

Manifesti contro la polizia affissi nella notte: i “soliti noti” tacciono omertosi

A Lugano compaiono dei volantini che paragonano la polizia cantonale ai nazisti. Ma stranamente nessuno tra quelli che starnazzavano per il caso del sergente autore di post balordi su facebook ha qualcosa da dire. Citus mutus. Chissà come mai, eh?

Ma guarda un po’. Nella notte tra venerdì e sabato in quel di Lugano sono “misteriosamente comparsi” dei manifesti con svastica in cui si accusa la polizia cantonale di essere nazista. Ne ha dato notizia ieri il portale Ticinonews (da cui proviene la foto).

Non si sa chi siano gli autori dell’ennesima genialata: Molinari? $inistrati? Si sa invece chi, di solito dedito allo starnazzamento moralista al massimo dei decibel, questa volta rimane più muto di una tomba etrusca.

Attendiamo infatti – e il Mago Otelma prevede che le attenderemo per un pezzo – le prese di posizione scandalizzate dell’inutile e manipolata Commissione federale contro il razzismo, dei moralisti a senso unico, della Federazione svizzera delle società israelite, della stampa di regime (a partire dal giornale di servizio dei radiko$ocialisti), della Pravda di Comano, e di tutti quelli che hanno montato la panna fino a trasformarla in burro (“operazione Floralp”) sul famoso (?) caso del sergente della polizia cantonale condannato per esternazioni balorde su facebook.

Ohibò, nei volantini contro la polizia cantonale i crimini del nazismo e le sue vittime vengono banalizzati in modo gravissimo. Come mai nessuno ha nulla da dire?
Ah già, ma qui non c’è la possibilità di spalare palta su qualche esponente leghista, per cui… silenzio sepolcrale! I solitamente logorroici galoppini di partito che sfruttano per obiettivi di campagna elettorale il mantra della “lotta contro il razzismo” (vedi anche il caso dei chierichetti di Chiasso) improvvisamente diventano come le tre scimmiette: non vedono, non sentono, non parlano!
Questi soggetti, peraltro, sono rimasti ipocritamente in silenzio anche davanti al caso del docente di Barbengo che ha paragonato la civica al nazismo. Da notare che costui, a quanto pare, continua a sbroccare su faccialibro facendo l’hater “eroicamente” nascosto dietro un profilo farlocco. Naturalmente il compagno direttore del DECS, sempre pronto a fare la morale via social agli odiati leghisti, al proposito non ha nulla da commentare. Chiaro: il docente è di sinistra e la sua gentil consorte si presta addirittura a fare da testimonial per il portale-foffa dei soldatini del P$ Gas (intestinale), quello specializzato in insulti gratuiti e bullismo: ragion per cui, l’è tüt a posct!
La presa per i fondelli continua!

Lorenzo Quadri

Ticino Film Commission: mezzo milione per mille pernottamenti?

Altro che votare un nuovo credito quadro: se la vogliono, che la finanzino i privati

 

Se la partitocrazia pensa di votare il credito di due milioni per tenere in vita artificialmente anche per i prossimi quattro anni un gremio del tutto superfluo, che non osi mai più venire a parlare di “revisione dei compiti dello Stato”. Vero PLR e PPD?

In luglio il CdS ha licenziato il Messaggio per la richiesta di un credito di oltre due milioni di franchetti per la Ticino Film Commission (TFC) per il quadriennio 2018 – 2022. Ovvero, mezzo milione all’anno. L’attuale credito (2014-2018) è infatti agli sgoccioli.

La Commissione della gestione del Gran Consiglio, probabilmente con qualche mal di pancia, ha firmato il rapporto favorevole alla concessione del credito. Vi ha però aggiunto un emendamento in base al quale, dopo un biennio, la TFC dovrà presentare al Consiglio di Stato ed alla Commissione della gestione una valutazione del proprio operato (autocertificazione?) con una proposta di finanziamento alternativo. Aria fritta: il compito alla TFC di cercarsi fonti di finanziamento alternative alle tasche del solito sfigato contribuente era già indicato nel precedente mandato, ma naturalmente non se ne è fatto nulla.

Il parlamento deciderà sul nuovo credito quadro nella seduta che inizia domani.

Si sarà capito che non ci sta bene regalare altri due milioni di Fr (soldi pubblici) alla Ticino Film Commission. Questo per vari motivi.

Indotti?

Cominciamo dai tanto magnificati indotti. Nel Messaggio, il governicchio si sdilinquisce sui 3500 pernottamenti che avrebbe generato la Ticino Film Commission tra il 2015 ed il 2017. Peccato che 3500 pernottamenti in tre anni facciano poco più di 1000 pernottamenti all’anno. In Ticino i pernottamenti annuali sono 2.5 milioni. Si converrà che i 1000 in più non possono aver cambiato le sorti della Repubblica e Cantone. A maggior ragione se si pensa che ognuno di questi 1000 pernottamenti è costato 500 Fr al solito sfigato contribuente ticinese, dal momento che (come detto) ogni anno la TFC si succhia mezzo milione!

E i soldi privati?

Poi il finanziamento. La Ticino Film Commission è finanziata interamente dal Cantone. Come detto, le era stato attribuito il compito di cercarsi fonti di sostentamento alternative alle casse statali. Ovvero fonti private. Infatti, visto che i benefici – o presunti tali – derivanti dalla presenza di questa commissione  vanno solo ai privati, non si capisce perché invece le spese dovrebbero essere accollate in toto all’ente pubblico.

Inutile dire che l’esercizio di ricerca di fondi privati è miseramente fallito (ammesso che sia stato tentato). Di soldi privati non ne arrivano (chissà come mai, se gli indotti generati dalla commissione sono così importanti?). E il solito sfigato contribuente viene chiamato a metterci una pezza. Non è così che funziona.

Il Festival

Già che ci siamo, si potrebbe anche obiettare che la TFC prevede di versare annualmente 130mila Fr di incentivi, mentre gli stipendi ai suoi dipendenti ammontano a 220mila cucuzze.

La voce “stipendi” è dunque parecchio più elevata di quella “incentivi”.  Ciò significa che siamo di fronte ad un piano occupazionale.

Quanto al Festival del cinema di Locarno: evidentemente non ha bisogno della Film Commission, dal momento che esiste da oltre settant’anni, mentre la TFC è operativa dal 2015. Si potrebbe anche disquisire sul fatto che il presidente della Film Commission sia il vicepresidente cantonale del PLR Nicola Pini, il quale non risulta disporre di particolari competenze né cinematografiche né turistiche. Ah già, ma Pini è del partito “giusto”: sicché le competenze sono date a prescindere.

Alla faccia dei compiti fondamentali!

Senza contare che da tempo immemore i politicanti di questo sfigatissimo Cantone si sciacquano la bocca con la panzana della “revisione dei compiti dello Stato”. Dove per revisione si intende riduzione. Invece l’unica revisione che si fa è quella al rialzo, e nümm a pagum. Osiamo sperare che nessuno pretenderà di venirci a raccontare che la Ticino Film Commission sarebbe un compito fondamentale dello Stato: perché gli ridiamo in faccia.

Uno spassionato suggerimento a chi si interessa di turismo: invece di inventarsi crediti quadro da due milioni per quattro anni per finanziare commissioni inutili, ci si chieda come mai a Como hanno così tanti turisti che non sanno più nemmeno dove metterli, mentre in Ticino…

Inoltre: se la TFC ha tutta questa pretesa valenza turistica, che la finanzi Ticino Turismo. Ma con i soldi che ha già a disposizione, evidentemente. Senza chiedere un centesimo in più.

 

Lorenzo Quadri

“Festival dei diritti umani: via il sostegno istituzionale”

Quadri: “L’evento fa propaganda politica di parte in vista di una votazione popolare”

E uno dei promotori ha pure distribuito formulari per la petizione-ciofeca che chiede di concedere la bandiera svizzera al taxi per finti rifugiati con lo smartphone Aquarius

Al cosiddetto Film festival dei diritti umani (vedi articolo a lato) questa volta l’hanno fatta fuori dal vaso.

Il Festival è  in calendario a Lugano fino ad oggi. Venerdì sera il regista Markus Imhof ha pensato bene di lanciare un appello contro l’iniziativa per l’autodeterminazione, ed ha distribuito moduli per la raccolta firme per la petizione-ciofeca (lui figura tra i promotori)  che vorrebbe accordare al taxi per clandestini Aquarius la bandiera svizzera: così i migranti economici a bordo della nave ce li teniamo tutti in Svizzera!

Sempre venerdì sera, il rapper d’Oltreramina Frankie hi-nrg mc (Frankie chi?) ha invece invocato la chiusura del centro per finti rifugiati di Camorino.

Anche a noi va bene la chiusura, ma senza alcuna sostituzione: gli attuali ospiti li rimandiamo a casa loro.

“Ritirare il sostegno istituzionale”

Simili appelli politici in vista di una votazione popolare non sono piaciuti al municipale di Lugano e consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, il quale annuncia che chiederà a Berna ed a Lugano di ritirare il sostegno istituzionale al Film festival dei diritti umani.

“I  signori del cosiddetto festival dei diritti umani –scrive Quadri su facebook – abusano dell’etichetta dei diritti umani per fare campagne politiche (propaganda contro l’iniziativa per l’autodeterminazione in votazione il 25 novembre, raccolta di firme per concedere la bandiera svizzera al taxi per finti rifugiati Aquarius, e chissà quante altre boiate analoghe). Di conseguenza, non possono continuare a beneficiare del sostegno ufficiale di Confederazione, Cantone e città di Lugano. Se vogliono fare il club politico della gauche-caviar multikulti, lo facciano con le loro risorse ma senza gli sponsor istituzionali. Che come tali devono essere sopra le parti. Se infatti a qualcuno venisse in mente di organizzare un evento per promuovere il Sì all’iniziativa per l’autodeterminazione, col cavolo che Confederella, Cantone e città di Lugano si presterebbero a fare da sponsor ufficiali! Quanto al rapper italico che sproloquia su commissione sul centro asilanti di Camorino (ma lo sa costui dov’è Camorino?), che cominci a guardare in casa propria”.

Di conseguenza, Quadri annuncia che, a Berna come parlamentare ed a Lugano come municipale, chiederà che venga “ritirato il sostegno di Confederazione e città ad una manifestazione dove si fa campagna politica in vista di importanti appuntamenti con le urne (iniziativa per l’autodeterminazione). Mi auguro che qualcuno avanzi formalmente la stessa richiesta per quel che riguarda il Cantone”. “Le istituzioni– conclude l’esponente leghista – non si possono permettere di piazzare il proprio logo su iniziative di propaganda in vista di una votazione”.

MDD