E basta con questa menata della buona collaborazione!

Disdetta della Convenzione del 1974 sui ristorni dei frontalieri: la decisione slitta

 

La fine del mese di giugno si avvicina, e con essa il termine per il versamento annuale dei ristorni dei frontalieri al Belpaese, che ormai sono lievitati a 84 milioni di Fr.

Non ci vuole molta fantasia per immaginare che anche questa volta gli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$$ in governicchio pagheranno senza un cip.

Non se ne viene ad una

I ristorni dipendono dall’ormai famosa Convenzione del 1974 con il Belpaese. Sono anni che la politica la mena con questo trattato. Ma senza mai venirne ad una. Al proposito, durante la sessione appena terminata, il Consiglio nazionale avrebbe dovuto votare una mozione di chi scrive, in cui viene di nuovo chiesta la disdetta di tale Convenzione. Ciò anche in considerazione della totale mancanza di progressi sul fronte del nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri.

Solo che, ma tu guarda i casi della vita, l’oggetto è stato rinviato per mancanza di tempo. Sarebbe stato interessante vedere il voto dei liblab, dato che, come ben sappiamo, poco prima delle elezioni cantonali il gruppo PLR in Gran Consiglio ha acceso la Xerox e presentato una mozione (fotocopiata dalle posizioni leghiste) con la richiesta al governicchio cantonale di attivarsi a Berna per ottenere la disdetta della famosa Convenzione.

Presupposti caduti

Detta Convenzione da tempo non ha più ragione di essere. I presupposti che portarono alla sua sottoscrizione sono venuti a cadere. I ristorni erano il prezzo da pagare per il riconoscimento del segreto bancario svizzero da parte dell’Italia. Ma il segreto bancario dei clienti esteri della piazza finanziaria è stato smantellato. In Ticino questo ha provocato un disastro occupazionale. Nelle banche e nelle fiduciarie sono andate perse migliaia di posti di lavoro, naturalmente senza che nessun sindacato abbia avuto da dire alcunché.

Inoltre nel 1974 non c’era la libera circolazione delle persone. Ed infatti le convenzioni sui ristorni sottoscritte dopo l’entrata in vigore degli accordi bilaterali, ad esempio quella con l’Austria, prevedono dei versamenti chiaramente inferiori rispetto al 38.8% delle imposte alla fonte dei frontalieri contemplato nel vetusto accordo con l’Italia.

Intanto il Lussemburgo…

Nel frattempo i ristorni in partenza dal Ticino sono lievitati ad 84 milioni di Fr all’anno a seguito del continuo aumento dei frontalieri provocato dalla libera circolazione delle persone. La preferenza indigena light votata dal  parlamento federale, come previsto, si è dimostrata del tutto inutile.

Ed inoltre, è pure il caso di ricordare che il Lussemburgo non versa ristorni alla Francia e alla Germania per i “suoi” frontalieri, poiché applica in modo restrittivo la direttiva OCSE secondo cui il reddito da lavoro viene tassato dal paese in cui viene conseguito. Non si capisce perché anche la Svizzera non dovrebbe poter fare la stessa cosa, e si ostini invece ad essere campionessa di generosità. Ovviamente senza mai venire ricambiata.

Sempre meno nuovo

Il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri diventa nel frattempo sempre meno nuovo. Già nel 2015 la sua entrata in vigore venne indicata come imminente dall’allora ministra delle finanze, Eveline Widmer Schlumpf. Costei aveva annunciato misure unilaterali da parte svizzera nel caso l’Italia si fosse mostrata renitente. Inutile dire che di misure unilaterali non se ne sono viste.

L’accordo in questione è in effetti morto e sepolto. Nessuno dei governi italiani che si sono succeduti negli ultimi 4 anni lo ha mai voluto sottoscrivere. Perché nessuno vuole aumentare la pressione fiscale sui frontalieri. I quali sono tuttavia, allo stato attuale, dei privilegiati fiscali rispetto agli italiani che vivono e lavorano in Italia.

Lo stesso concetto – “non vogliamo aumentare le imposte ai frontalieri” – è stato di recente ribadito dal ministro dell’interno italiano Matteo Salvini.

E’ già estate

Ad inizio anno il capo del Dipartimento federale affari esteri, il PLR Ignazio Cassis,  ha incontrato a Lugano il suo omologo italiano Moavero. Il quale ha promesso che entro la primavera il suo governo avrebbe preso posizione sull’ accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Nel frattempo è arrivata l’ estate, ma di prese di posizione neanche l’ombra.

E’ evidente che a questo punto gli scenari possibili sono solo due: o la Confederazione denuncia la Convenzione del 1974, oppure il governo ticinese torna a bloccare il versamento dei ristorni. In caso contrario non cambierà nulla.

Collaborazione a senso unico

Dopo anni in cui molti cani sono stati menati per molte aie, è indecente sentire il  Consiglio federale ed i suoi burocrati che ancora si sciacquano la bocca con i buoni rapporti con l’Italia. Naturalmente sempre e solo a senso unico.

Emblematico il caso della chiusura notturna dei valichi secondari. La Svizzera rinuncia ad applicare una decisione che il parlamento ha preso a tutela della sicurezza del Ticino in generale e del Mendrisiotto in particolare; e questo in nome dei buoni rapporti. Ma intanto l’Italia apre e chiude valichi come più le aggrada, senza dire niente a nessuno.

Inutile dire che sul blocco dei ristorni, come pure sulla disdetta della Convenzione del 1974 attediamo la partitocrazia al varco. PLR in primis.

Lorenzo Quadri

 

 

Disoccupati di Campione: più soldi ora di quando lavoravano

Non solo ricevono le rendite di disoccupazione senza aver mai versato i contributi, ma…

Prosegue la telenovela di Campione d’Italia! Come noto, a seguito del “grounding” del Casinò e del Comune stesso, gli ex dipendenti che risiedono in Ticino hanno diritto alle indennità di disoccupazione elvetiche. Questo malgrado non abbiano mai versato i relativi contributi. Gli ex dipendenti “campionesi” residenti in Ticino sono per circa due terzi permessi B. In taluni di questi casi, oltretutto, c’è il sospetto che si tratti di permessi ottenuti tramite domicilio farlocco.

Ancora “prima gli altri”?

Da notare che negli anni scorsi, e meglio con la riforma del 2012, le indennità di disoccupazione degli svizzeri che lavora(va)no in Svizzera sono state pesantemente ridotte per motivi di risparmio (NB: la Lega si era opposta ai tagli).

Quindi: sui disoccupati svizzeri, che hanno sempre pagato i contributi, bisogna tagliare perché “gh’è mia da danée”. Per gli italiani con permesso B che lavoravano a Campione, e che i contributi non li hanno mai pagati, invece, i soldi ci sono. Ancora una volta, gli altri vengono sempre prima…

Tanto per mettere la ciliegina sulla torta, i dipendenti italiani “campionesi” non pagano nemmeno i premi di cassa malati, perché li salda la regione Lombardia al loro posto. Solo dopo il fallimento del Casinò il DSS ha inviato una circolare ai residenti in Ticino indicando che si devono affiliare ad un assicuratore elvetico.

Disoccupazioni “d’oro”?

Adesso alla surreale vicenda si aggiunge una nuova puntata. Che, se confermata, farebbe girare le scatole ad elica.

Risulta infatti che, a seguito della particolare composizione degli stipendi degli ex dipendenti del casinò e della pubblica amministrazione dell’enclave, la rendita di disoccupazione svizzera ottenuta (calcolata sull’80% dello stipendio lordo) potrebbe risultare uguale, o addirittura superiore, alla paga percepita quando costoro lavoravano.

Questo perché lo stipendio di un ex dipendente di Campione (Casinò o Comune) risulta essere composto da varie voci (tabellare italiano, assegno exclave mirato a compensare il diverso costo della vita tra Svizzera ed Italia, assegno ad personam), che vengono trattate fiscalmente in modo diverso (imposte prelevate ex ante). Un salario netto di – ad esempio – 6000 Fr corrisponde di conseguenza ad un lordo di  8000 Fr o più. Il risultato è che, con l’80% del lordo, il disoccupato di Campione potrebbe incassare la stessa somma, o addirittura una somma superiore, di quando lavorava. Per contro, il disoccupato ticinese che lavorava in Ticino, entrando in disoccupazione, deve mettere in conto una diminuzione dei propri introiti.

In altre parole, il disoccupato ex dipendente di Campione (Casinò o Comune) ottiene la rendita di disoccupazione svizzera senza aver mai versato i contributi, ed inoltre risulterebbe chiaramente avvantaggiato, a parità di salario precedente, rispetto al disoccupato ticinese che lavora(va) in Ticino.

Le domandine

Al proposito il Consiglio federale, interpellato da chi scrive, dovrà rispondere ad un paio di domandine facili-facili, presentate lunedì con atto parlamentare. Ovvero:

  • Quanti sono attualmente i disoccupati del Casinò o del Comune di Campione a beneficio delle indennità di disoccupazione svizzere?
  • Corrisponde al vero che questi disoccupati “campionesi”, a seguito della particolare composizione degli stipendi nell’enclave, potrebbero guadagnare la stessa cifra di quando lavoravano, o addirittura una somma superiore?
  • Se sì, come intende il CF correggere questa distorsione, essendo già aberrante che i disoccupati “campionesi” ottengano le rendite di disoccupazione senza aver mai versato contributi?
  • In che modo nel calcolo delle rendite di disoccupazione degli ex dipendenti di Campione (Casinò o Comune) si è tenuto conto della particolare composizione e del diverso trattamento fiscale degli stipendi di questi ultimi rispetto alle modalità elvetiche?

I debiti

Non è finita. Sempre lunedì il ministro degli esteri italosvizzero Ignazio Cassis, PLR, ha dichiarato che i debiti per oltre 5 milioni di franchetti che Campione d’Italia ha cumulato – e tuttora cumula: vedi le prestazioni che vengono erogate “per solidarietà” – nei confronti di vari enti pubblici ticinesi non possono essere dedotti dai ristorni dei frontalieri (“sa po’ mia!”), ma devono venire saldati dal Belpaese. Questo perché si tratta di due dossier separati.

Campa cavallo che l’erba cresce!

E’ evidente anche al Gigi di Viganello che, se aspettiamo che la vicina Repubblica paghi il conto, possiamo attendere un pezzo. I soldi non li vedremo mai.
Sarà anche vero che “Campione” e “ristorni” sono due dossier separati. Ma, se continuiamo a farci ingabbiare in questioni procedurali – come sotto sotto sperano i vicini a sud – resteremo sempre infinocchiati alla grande!
Un motivo in più per bloccare il versamento dei ristorni dei frontalieri. La fine di giugno si avvicina!

Anche perché: fino a quando i vicini a sud pensano che saremo disposti ed erogare prestazioni a Campione d’Italia per solidarietà, “gratis et amore dei”?

Lorenzo Quadri

 

Ristorni: braghe calate anche quest’anno?

Settimana prossima scade il termine per il versamento annuale al Belpaese

 

Oggi è il 23 giugno. Tra qualche giorno il Consiglio di Stato dovrà decidere, come ogni anno, sul versamento dei ristorni al Belpaese. I ristorni, lo ricordiamo, sono lievitati ad 84 milioni, dato che i frontalieri continuano ad aumentare (com’era già la storiella dell’ “immigrazione sotto controllo”?). 84 milioni all’anno in dieci anni fanno 840 milioni, ossia quasi un miliardo!

La posizione dei due leghisti in CdS a sostegno del blocco dei ristorni è nota da anni. Altrettanto noto è che da anni gli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$$ in governicchio fanno muro per versare il tesoretto. Chissà se magari il nuovo “ministro” PPD Raffaele De Rosa vorrà cambiare musica, o se invece si assisterà sempre al solito andazzo, con i vicini a sud che incassano, se la ridono a bocca larga degli svizzerotti, e poi, per tutto ringraziamento, non perdono un’occasione per prenderci a pesci in faccia? Purtroppo non serve il Mago Otelma per indovinare la risposta.

Accordo sepolto

Non stiamo qui a ripetere per l’ennesima volta il perché ed il per come la Convenzione del 1974, che prevede il versamento dei ristorni, è ormai superata dagli eventi. Quanto al nuovo (?) trattato con il Belpaese sulla fiscalità dei frontalieri:  è morto e sepolto. L’ha capito anche il Gigi di Viganello. Il ministro degli Esteri italico Moavero, in occasione dell’incontro di gennaio con il suo omologo nonché connazionale KrankenCassis, aveva promesso una presa di posizione del suo governo entro la primavera. E’ arrivata l’estate, ma di posizioni da parte dell’esecutivo della vicina Repubblica non se ne vedono. Ed intanto noi, grazie al triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato, continuiamo a pagare “come se niente fudesse”?

E il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri non è certo defunto “per colpa di Salvini”. La realtà è che nessun governo italiano, di nessun colore, l’ha mai voluto sottoscrivere. Evidentemente i frontalieri, che sono dei privilegiati fiscaliin patria, tengono in scacco un Paese intero. Ne prendiamo atto.

La Convenzione

E’ poi chiaro che, malgrado le fandonie raccontate 4 anni fa dalla catastrofica ex ministra del 5% Widmer Schulmpf, i camerieri dell’UE in Consiglio federale mai si sogneranno di disdire la Convenzione del 1974, anche se essa non ha più alcuna ragione di esistere. La questione dei ristorni, per Berna, è “quantité négligeable”. Come lo sono, in generale, i disastri provocati in Ticino dalla contiguità con il Belpaese in regime di devastante libera circolazione delle persone. L’arrivo in Consiglio federale di un esponente “ticinese”, come previsto, non ha cambiato una virgola.

Pesci in faccia

Intanto i vicini a Sud, partendo dal presupposto – purtroppo finora confermato – che gli svizzerotti continueranno a versare i ristorni perché “tanto sono fessi e non si accorgono di niente”, non perdono un’occasione che sia una per sputarci in faccia. Vedi l’ultima pantomima sulla chiusura notturna dei valichi secondari. E noi come reagiamo? Colmo dell’autolesionismo, eroghiamo prestazioni gratis (ovvero pagate dal solito sfigato contribuente ticinese) a Campione d’Italia “per solidarietà”. Prestazioni che Roma mai ci rimborserà!

Se anche questa volta la maggioranza del CdS deciderà di pagare i ristorni senza fare un plissé, sarà la conferma definitiva che al di là della ramina hanno ragione: siamo fessi, quindi fanno bene ad approfittarne. Chiaramente per questa situazione sappiamo chi ringraziare. Vero, triciclo PLR-PPD-P$?

Intanto il Lussemburgo…

Infine ricordiamo che il Lussemburgo di ristorni per i frontalieri che lavorano sul proprio territorio ne versa ZERO. Questo malgrado sia uno Stato membro, addirittura fondatore, dell’UE. Noi invece, grazie ai politicanti della partitocrazia con le braghe sempre abbassate ad altezza caviglia…

Lorenzo Quadri

 

Sgravi fiscali al ceto medio: basta menare il can per l’aia!

Il tesoretto nelle casse cantonali si gonfia – urgente intervenire sui single

 

Ohibò, le finanze cantonali sono in nero, in profondo nero. Gli attivi si cumulano dal 2017. Più 80.4 milioni (invece di un deficit preventivato di 33.7) in quell’anno, più 137.2 milioni per il 2018 (quando a preventivo c’era un attivo di 7.5 milioni) mentre per i primi quattro mesi del 2019  già si registra un surplus di 73 milioni.

Detto in altri termini, nelle casse pubbliche cresce il tesoretto, mentre le tasche dei cittadini si fanno sempre più vuote.

Di conseguenza, è tempo non solo di pensare, ma anche di praticare gli sgravi fiscali dopo 15 e più anni di colpevole immobilismo. Immobilismo causato dalla partitocrazia del “tassa e spendi” ostaggio compiacente dei $inistrati. Per i kompagni, lasciare nelle tasche del solito sfigato contribuente qualche franchetto in più, non certo rubato ma frutto del suo lavoro, è un reato. Non sia mai che poi lo Stato abbia a disposizione meno soldi per mantenere stranieri o per finanziare un’amministrazione pubblica costosissima ed elefantesca che passa il tempo ad inventarsi il lavoro.

Perché le altre due ruote del triciclo sono ostaggi compiacenti? Chiaro: i tesoretti nei conti statali fanno comodo ai politicanti dei partiti storici, così da poterli distribuire (in assunzioni, appalti, acquisti, ecc) in cambio di voti.

Tabù per 15 anni

Per oltre 15 anni, dunque, il partito trasversale del tassa e spendi ha trasformato gli sgravi fiscali in un tabù. Nel frattempo la competitività fiscale ticinese è precipitata. Il rischio è quello di perdere i migliori contribuenti, che potrebbero partirsene per altri lidi. Ma anche il potere d’acquisto del ceto medio è precipitato. I premi di cassa malati in continuo aumento – negli scorsi giorni è arrivato l’annuncio della probabile ennesima stangata – sono di fatto un prelievo fiscale, visto che tutti sono obbligati a pagare. Idem il canone radioTV più caro d’Europa.

Nel giugno 2018…

Sulle aliquote delle persone giuridiche si interverrà per forza, dopo l’approvazione della riforma “fisco-sociale” federale in votazione popolare lo scorso 19 maggio. E’ chiaro che occorrerà fare in modo di avvantaggiare le imprese che assumono ticinesi.

Ma non ci si può dimenticare delle persone fisiche, specie del ceto medio e dei single.

Al proposito, nel giugno dello scorso anno (quindi non secoli fa) il triciclo PLR-PPD-P$ in Gran Consiglio ha affossato l’iniziativa parlamentare generica Canonica che chiedeva una fiscalità più equa per le persone singole, seguendo lo striminzito rapportino redatto dalla deputata PLR Natalia Ferrara, attualmente candidata al Consiglio nazionale. Solo i deputati di Lega ed Udc, ed un paio di liberali, sostennero l’iniziativa.

Colmo dei colmi, a pochi mesi di distanza, in occasione delle elezioni cantonali dello scorso aprile, gli stessi politicanti che hanno votato contro l’iniziativa Canonica hanno avuto la tolla di evocare –  a solo scopo di campagna elettorale e pensando di far fessi i votanti – gli sgravi fiscali ai “single”.

La resa dei conti

Adesso i nodi vengono al pettine. L’ammontare del tesoretto non permette più di tergiversare. Pare che prima di metà luglio potrebbe uscire il messaggio del CdS con una proposta di sgravi. Si vedrà quanti e per chi. Ma è evidente che quelli che, per farsi campagna elettorale in aprile, si sono riempiti la bocca con gli sgravi ai single ed al ceto medio, e questo dopo averli sempre avversati, non potranno tirarsi indietro.

Lorenzo Quadri

 

Stop naturalizzazioni facili! Sei in assistenza? Aspetti!

Introdurre anche in Ticino l’attesa di 10 anni per chi è carico dello stato sociale

 

Sei un cittadino straniero che ha beneficiato di prestazioni assistenziali e vuoi naturalizzarti? Frena Ugo! Questo in sostanza il messaggio, giustissimo e doveroso, lanciato dal Gran Consiglio del Canton Argovia. Il Legislativo argoviese ha di recente confermato in seconda lettura, a larga maggioranza (86 voti contro 50) un giro di vite sulle naturalizzazioni facili: l’aspirante cittadino elvetico che è stato a carico dell’assistenza dovrà aspettare 10 anni – e non più solo 3 – per ottenere il passaporto rosso. Inutile dire che i $inistrati, da bravi naturalizzatori seriali, non solo hanno votato contro, ma hanno pure lanciato il referendum.

Regola federale

Secondo la nuova Ordinanza federale sulla cittadinanza svizzera (Ocit) non può essere naturalizzato “chi nei tre anni immediatamente precedenti la domanda o durante la procedura di naturalizzazione percepisce prestazioni dell’aiuto sociale”poiché “non soddisfa l’esigenza della partecipazione alla vita economica (…) salvo che le prestazioni dell’aiuto sociale siano state interamente restituite”.I Cantoni possono però scegliere di prolungare il termine dei tre anni senza assistenza fino a dieci anni. Così hanno fatto i Grigioni, e così hanno deciso di fare gli argoviesi, referendum permettendo.

Nei Grigioni

Il Canton Grigioni, che non ci risulta essere governato da beceri populisti e razzisti, è noto per le sue regolamentazioni restrittive in materia di assistenza. I furbetti in arrivo da paesi stranieri vicini e lontani che vogliono mettersi a carico del contribuente, nei Grigioni hanno vita dura. Per questo si assiste ad una migrazione verso il Ticino dove naturalmente, ben consigliati dalle solite associazioni contigue al P$, i furbetti riescono senza soverchio sforzo ad attaccarsi alla mammella dello Stato sociale.

Non sorprende dunque che proprio il Grigioni abbia deciso di portare da tre a dieci il numero di anni senza assistenza necessari per acquisire il passaporto svizzero.

In Ticino invece siamo fermi al minimo di tre anni. Al proposito è pendente, dallo scorso dicembre, un’iniziativa parlamentare generica presentata dall’allora deputato leghista Nicholas Marioli che chiede di salire a 10 anni.

Il referendum

Nel Canton Argovia, la regola dei 10 anni è stata approvata a larga maggioranza dal parlamento. Il referendum lanciato dai kompagni, con buona probabilità, si trasformerà in una débâcle. Certamente anche i $inistrati ne sono consapevoli. Ma lo lanciano comunque per farsi belli con i loro (futuri) elettori. Ovvero gli stranieri non integrati che mirano a diventare cittadini elvetici per il proprio tornaconto.

In Ticino, per contro, il Mago Otelma prevede che la partitocrazia respingerà schifata l’iniziativa Marioli e resterà attaccata alle naturalizzazioni facili come una cozza allo soglio.

Ridare valore al passaporto

Sul fatto che anche il Ticino debba adottare la regola grigionese ed argoviese non ci piove. Le naturalizzazioni facili hanno  ridotto il passaporto rosso ad un semplice pezzo di carta. Non solo “devono entrare tutti”, ma gli Svizzeri, in casa propria, non devono più  godere di alcun privilegio né priorità. Vanno parificati agli ultimi arrivati. Anzi, onde evitare infamanti (?) accuse di razzismo, agli ultimi arrivati diamo pure la precedenza. Questo andazzo deve finire. E’ urgente rivalutare il passaporto rosso. Esso deve tornare ad essere un premio per chi ha dimostrato di meritarlo. Altro che distribuirlo a piene mani a chiunque ne faccia richiesta!

Non ci sono scuse

Del resto, l’opposizione contro l’innalzamento del periodo senza assistenza da tre a dieci anni non ha proprio alcuna giustificazione plausibile. Passando alla regola dei dieci anni, il candidato alla naturalizzazione che è stato a carico del contribuente semplicemente dovrebbe attendere un po’ di più per ottenere la cittadinanza elvetica.  Ma mica verrebbe espulso. In tali casi, l’aumento del periodo attesa può essere un problema solo per chi è a caccia di neosvizzeri di dubbia integrazione per rimpolparsi il corpo elettorale. E per chi vuole le naturalizzazioni di massa per taroccare le statistiche sulla popolazione straniera.

Nomi e cognomi

Come detto, non ci vuole molta fantasia per immaginare che, nel Gran Consiglio ticinese, la partitocrazia multikulti boccerà l’iniziativa Marioli. Anche  solo per il fatto che viene dall’odiata Lega. Ma quelli che voteranno contro dovranno mettere fuori la faccia. Ed ovviamente il Mattino ne pubblicherà nomi e cognomi.

Lorenzo Quadri

Ma guarda un po’: la preferenza indigena light è un BIDONE

Oltre a non servire ad un tubo, viene pure snobbata dagli uffici di collocamento

 

Nuova conferma che il triciclo PLR-PPD-P$$ ha azzerato il voto espresso dal 70% dei ticinesi il 9 febbraio 2014: in ottobre, neanche un voto a questi partiti e ai loro politicanti! Ma non siamo ancora stufi di farci fregare da chi ci dovrebbe rappresentare?

1° luglio 2018. In tale data è entrata in vigore la cosiddetta preferenza indigena light. La preferenza indigena light è quella ciofeca con cui i camerieri dell’UE in Consiglio federale e la partitocrazia PLR-PPD-P$$ hanno rottamato il “maledetto voto” del 9 febbraio.

In realtà non si tratta nemmeno di una preferenza indigena. Si tratta semmai di una preferenza (?) degli iscritti agli Uffici regionali di collocamento (URC). Perfino parlare di “preferenza” è di per sé una truffa. In effetti, la regola prevede che in determinati settori professionali, quelli dove il tasso di disoccupazione supera l’8%, le aziende siano tenute a segnalare i posti vacanti agli uffici regionali di collocamento. Va da sé che il tasso di disoccupazione viene calcolato a livello nazionale. E non è quello reale, bensì quello delle statistiche farlocche della SECO. E’ quindi evidente che i settori a cui andrebbe applicata la cosiddetta preferenza indigena light sono nella realtà più di quelli ai quali viene effettivamente applicata.

Come funziona in concreto il meccanismo? Le aziende dei settori interessati devono annunciare agli Uffici regionali di collocamento i posti di lavoro vacanti. Gli URC hanno 5  giorni di tempo per proporre dei loro iscritti che corrispondono al profilo richiesto.  Dopo 5 giorni il datore di lavoro può pubblicare l’annuncio sugli usuali canali.

Cinque motivi

Perché la preferenza indigena light è una ciofeca? Per almeno cinque ragioni:

  • Il potenziale datore di lavoro può comunque rifiutare i candidati proposti dagli URC senza necessità di addurre alcuna motivazione.
  • Iscritto all’URC non vuole affatto dire “indigeno”. Tra gli iscritti agli Uffici regionali di collocamento ci sono anche dei frontalieri. Per il momento non molti, è vero. Ma in futuro si iscriveranno tutti i frontalieri che hanno perso l’impiego. E quindi anche loro potranno beneficiare della “preferenza”. Perché in futuro tutti i frontalieri disoccupati si iscriveranno agli URC? Perché i balivi di Bruxelles, in tempi neanche troppo lunghi, imporranno allo Stato ultimo luogo di lavoro dei frontalieri di pagargli le indennità di disoccupazione. Questo, per stessa ammissione del Consiglio federale, causerebbe alla Confederazione una spesa ulteriore di centinaia di milioni di Fr. Ma comporterebbe anche un altro effetto collaterale. Quello indicato sopra: tutti i permessi G si iscriverebbero agli URC, per beneficiare delle rendite LADI. In questo modo potranno approfittare anche della preferenza indigena. Evidentemente, sia detto per inciso, i funzionari svizzerotti non avranno alcun modo di verificare se i frontalieri che risultano disoccupati in Ticino e per questo percepiscono le stesse rendite dei residenti, poi Oltreconfine non lavorino in nero.
  • Per contro, un numero crescente di ticinesi che non ha più diritto a rendite di disoccupazione non risulta più iscritto agli URC. In effetti, ad onta del nome, il loro contributo al collocamento è assai marginale. Gli URC si limitano a fare i gendarmi sulle domande d’impiego presentate e a costringere i senza lavoro a seguire corsi che non ne aumentano in nulla la collocabilità, ma servono semmai ad ingrassare chi li organizza.
  • Se la preferenza indigena avesse una qualche efficacia nel contenere l’immigrazione in Svizzera, i funzionarietti di Bruxelles mai l’avrebbero approvata.
  • Come da copione, gli effetti della preferenza indigena light sulla migrazione sono completamente inesistenti. E’ in vigore da un anno e non è successo assolutamente nulla.

L’elemento nuovo

Adesso alla lista si aggiunge un nuovo elemento. Il Blickvi ha dedicato un interessante servizio sull’edizione di martedì. Accade infatti che gli URC, almeno nella Svizzera orientale, se ne impano della preferenza indigena. Da un’indagine effettuata sotto copertura (uella) dal citato quotidiano svizzerotedesco, è emerso che gli URC del Canton Turgovia  e del Canton San Gallo, ad un imprenditore che ha segnalato un posto vacante che necessitava di poche qualifiche, non hanno proposto alcuna candidatura. Questo malgrado nella loro banca dati avessero senza dubbio centinaia di profili corrispondenti a quello richiesto.

Ovviamente ci interesserebbe particolarmente sapere come è la situazione in Ticino: ovvero se gli URC di questo sfigatissimo Cantone fanno i compiti fino in fondo come asseriscono, oppure se anche loro seguono l’andazzo sangallese e turgoviese.

Morale della favola

l’elenco sopra dimostra, senza possibilità di appello, che la preferenza indigena light è una farsa.  La volontà popolare espressa il 9 febbraio 2014 dal 70% dei ticinesi è stata azzerata dai camerieri dell’UE in Consiglio federale e dalla partitocrazia PLR-PPD-P$$. Rappresentati ticinesi compresi. In ottobre, neanche un voto a questi partiti ed ai loro politicanti!

Lorenzo Quadri

 

Si apre lo scenario peggiore

Dopo il caso degli otto frontalieri truffatori: se un domani la disoccupazione…

 

E’ notizia recente: otto frontalieri, titolari di regolare permesso G, lavoravano in Ticino, ma contemporaneamente nel Belpaese erano a carico della disoccupazione (o meglio: della prestazione sociale analoga alla nostra disoccupazione, la cosiddetta NASPI) e ne percepivano le rendite. L’andazzo si è protratto per anni, tant’è che le prestazioni indebitamente percepite ammontano a parecchie centinaia di migliaia di euri.

L’abuso è stato scoperto, si legge sui media, a seguito di “controlli incrociati di banche dati e di verifiche documentali”. Ohibò, c’è da restarci con il naso in mezzo alla faccia.

Per scoprire una truffa tanto plateale (lavori – e nemmeno in nero, ma con regolare permesso, quindi alla luce del sole – in uno Stato, mentre a pochi chilometri di distanza risulti disoccupato) bisogna procedere a “controlli incrociati di banche dati e verifiche documentali”. Quando l’irregolarità dovrebbe saltare immediatamente all’occhio. Proprio vero che, grazie alla devastante libera circolazione delle persone, i furbetti del quartierino possono incassare indebitamente tanti bei soldoni pubblici senza che nessuno si accorga di niente.

La punta dell’iceberg

Visto che gli otto imbroglioni hanno intascato illecitamente una barcata di soldi statali, eppure non sono stati beccati per anni, e questo malgrado non si siano neanche troppo preoccupati di nascondere le malversazioni, c’è come il vago sospetto (eufemismo) che quanto emerso sia solo della punta dell’iceberg. Ovvero, c’è motivo di credere che di abusi analoghi ne avvengano a tutto spiano!

Non è un passo avanti

E’ vero che nel caso concreto lo Stato truffato non è la Svizzera bensì l’Italia. Ma non è un gran passo avanti. Non sappiamo per chi lavorassero i frontalieri truffatori. Sarebbe il colmo se fossero stati assunti al posto di ticinesi.

Inoltre, e specialmente in futuro, la truffa potrebbe facilmente avvenire anche ai danni della Svizzera. Come noto, infatti, la fallita UE sta cercando di cambiare le regole sulle rendite di disoccupazione dei frontalieri. Obiettivo: far sì che a pagarle non sia più  (per la maggior parte) il paese di residenza, come ora, bensì quello dell’ultimo impiego.

Prima o poi…

Il progetto è al momento arenato poiché non ha trovato il consenso necessario a Bruxelles. Ma prima o poi, più prima che poi, verrà estratto dal cassetto. E se l’UE dovesse applicare agli stati membri questa regola, forse che gli svizzerotti – per quanto formalmente non tenuti a farlo – non si adeguerebbero? Figuriamoci! I camerieri di Bruxelles in Consiglio federale, con triciclo PLR-PPD-P$$ al seguito, calerebbero le braghe in tempo di record, paventando chissà quali ritorsioni (?) in caso di disubbidienza! Mica siamo il Lussemburgo che, pur essendo uno Stato membro UE, non solo non versa un centesimo di ristorni, ma pare abbia già ottenuto “a titolo preventivo” eccezioni all’obbligo di dover un domani pagare la disoccupazione ai frontalieri!

Lavoro nero

Il Consiglio federale stesso ha ammesso che, se la Svizzera dovesse essere tenuta a versare la disoccupazione ai frontalieri, ciò comporterebbe una spesa di svariate centinaia di milioni di Fr all’anno. Ma c’è anche un altro aspetto. Come potrebbero le autorità elvetiche controllare che il frontaliere, che alle nostre latitudini risulta disoccupato, in Italia non lavori in nero – o magari nemmeno in nero, ma alla luce del sole? E’ evidente che non potremmo compiere controlli all’estero. E il precedente dei finti disoccupati in Italia ma frontalieri in Ticino, andato avanti per anni, promette i peggiori scenari. Insomma, si annuncia il festival degli abusi, con i furbetti del quartierino tricolore a ridersela a bocca larga degli svizzerotti “che tanto sono fessi e non si accorgono di niente”.

Il menavia

E’ evidente che, nel caso – non certo inverosimile – in cui l’UE dovesse decidere di cambiare davvero sistema sulla disoccupazione, i politicanti bernesi dovrebbero, molto semplicemente, rifiutare di adeguarsi. Il Consiglio federale è ben consapevole che una simile regolamentazione avrebbe pesanti conseguenze. Intende opporvisi? La domanda è stata formulata a chiare lettere. Ma per tutta risposta è arrivato il consueto menavia. Brutto segno.

Lorenzo Quadri

I criminali stranieri ridono

Grazie partitocrazia! Le espulsioni decise dal popolo sono diventate una farsa

 

Espulsioni di delinquenti stranieri? Ma quando mai! La partitocrazia PLR-PPD-P$$ non le vuole!

Come sappiamo, queste espulsioni sono previste nella nostra Costituzione. Sono state infatti votate dal popolo nel lontano 2010. Però la loro attuazione si è trasformata in una barzelletta. Sempre grazie al solito triciclo.

Non è un optional

L’articolo 66 a del Codice penale svizzero contiene l’elenco dei reati che comportano l’espulsione obbligatoria– sottolineiamo: obbligatoria – per lo straniero che li commette. Ma al capoverso 2 dello stesso articolo, ecco che arriva la colossale fregatura: ovvero la cosiddetta clausola di rigore, che prevede delle eccezioni nel caso in cui l’espulsione dovesse risultare una misura sproporzionata (?).

Conseguenza prevedibile di una tale ciofeca politikamente korretta: l’eccezione – quella che, secondo il governicchio federale e la partitocrazia, avrebbe dovuto essere applicata solo in casi rarissimi, che si possono contare sulle dita di una mano – è diventata la regola. Infatti un terzo dei delinquenti stranieri che dovrebbero venire espulsi rimangono invece in Svizzera. Perché i legulei dei tribunali, soldatini piazzati lì dalla partitocrazia spalancatrice di frontiere, si richiamano a presunte situazioni di rigore!

E’ manifesto che si tratta di una presa per i fondelli. Di un palese aggiramento della volontà popolare sgradita alla casta internazionalista e multikulti. La quale se ne impipa delle decisioni del popolazzo “chiuso e gretto”: se non le stanno bene, semplicemente le cancella!

Altro che “tüt a posct”!

Logica conseguenza: la clausola di rigore va abolita, dal momento che viene abusata. Ai giudici del triciclo va ritirato il giocattolo. Se quelli che avrebbero dovuto essere “pochissimi casi” sono invece diventati la regola, è chiaro che la volontà popolare, ancora una volta, è disattesa. E’ un fatto grave! Dunque urge un intervento drastico.

Ed invece, ma guarda un po’, il triciclo PLR-PPD-P$$ ha stabilito che “l’è tüt a posct”.Sicché nei giorni scorsi la partitocrazia in Consiglio nazionale ha asfaltato un’iniziativa parlamentare che chiedeva l’abolizione della clausola di rigore. Essa, dunque, resterà al proprio posto. Il malandazzo proseguirà indisturbato!

Prendere nota: i delinquenti stranieri NON VENGONO espulsi grazie al triciclo che si rifiuta di far rispettare la volontà popolare.

Ricordarsene alle elezioni di ottobre: neanche un voto ai partiti ed ai politicanti che si fanno beffe della sicurezza della Svizzera e che si schierano sistematicamente dalla parte degli immigrati delinquenti!

Lorenzo Quadri

Dogane: i vicini a sud all’ assalto delle nostre festività

Da Oltreramina parte la protesta: “gli svizzerotti limitano la libera circolazione”

Ancora una volta, ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. A Como adesso si lamentano delle festività svizzere e del divieto di transito notturno per mezzi pesanti. Questo perché le chiusure delle dogane commerciali ed il dosaggio dei camion causerebbero disagi al di là della ramina. E, tanto per cambiare, oltreconfine recitano il solito mantra dell’ “ostacolo alla libera circolazione delle persone e delle merci” per sostanziare il nuovo piagnisteo.

Oh la Peppa!

E come la mettiamo con…?

A parte che la libera circolazione e le frontiere spalancate non sono un dogma, e neppure un precetto divino, bensì un errore della storia che va corretto in tempi brevi.

  • Punto primo: le chiusure delle dogane elvetiche durante le nostre festività sono concordate con l’UE;
  • Punto secondo: le festività svizzere ci sono sempre state! Mica le abbiamo inventate oggi…
  • Punto terzo: e come la mettiamo con le festività e soprattutto con gli scioperidel Belpaese, che generano il caos al di qua della ramina? E con i continui ritardi al nostro traffico ferroviario a causa delle disfunzioni nella Penisola? Però i vicini a sud hanno ancora la tolla di venire a disintegrare i santissimi… per le festività elvetiche? Ormai siamo ai livelli della nota parabola della pagliuzza nell’occhio altrui e della trave del proprio. Però, da questa parte del confine, nessuno  che replichi agli italici contestatori con il meritato “vaffa”.

TIR UE all’assalto

Questo nuovo attacco alle nostre limitazioni al traffico pesante è un segnale chiaro. Il divieto di transito notturno dei TIR in Svizzera è sotto pressione internazionale. Di conseguenza, con lo sconcio accordo quadro istituzionale (ripresa dinamica, ossia automatica, del diritto UE, giudici stranieri, fine delle misure accompagnatorie, direttiva UE sulla cittadinanza,…)  i balivi di Bruxelles lo faranno saltare. Allo stesso modo con cui faranno saltare il divieto di transito per i bisonti da 60 tonnellate. E la partitocrazia PLR-PPD-P$$, come pure i camerieri dell’UE in Consiglio federale, bramano di sottoscrivere l’accordo coloniale.

Quindi: l’ammucchiata ro$$overde, che smania per l’accordo quadro perché “bisogna aprirsi all’UE”, smania anche per l’abolizione del divieto di traffico notturno e per l’invasione della Svizzera da parte di TIR europei da 60 tonnellate. Poiché esse ne sono la diretta conseguenza. Altro che protezione dell’ambiente!

La proposta della Lega

E’ evidente che, al di là della ramina, possono strillare quanto vogliono: le nostre “limitazioni alla libera circolazione delle merci e delle persone” (per usare il fraseggio dei vicini a sud) ce le teniamo ben strette. Giù le zampe!

Non solo: la Lega, per scoraggiare l’utilizzo della Svizzera – ed in primis del Ticino – come corridoio di transito parassitario a basso costo per mezzi pesanti UE, proporrà un aumento massiccio della tassa sul traffico pesante (TTPCP) per i camion stranieri che attraversano il nostro paese. La proposta sarà contenuta nel decalogo per le elezioni federali di ottobre.

Ricordiamo che il compagno ro$$overde Moritz Leuenberger calò le braghe davanti a Bruxelles sull’ammontare della TTPCP. Il risultato: i camion europei hanno invaso il nostro paese. Perché è la via più conveniente per il Nord Europa.

E poi questi spalancatori di frontiere euroturbo hanno ancora il coraggio di spacciarsi per paladini dell’ambiente e di venire a blaterare di “emergenza climatica”, ovviamente con il solo obiettivo di  farsi campagna elettorale?  Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Lorenzo Quadri

 

E ridàgli: targa svizzera non vuol dire conducente svizzero

 

Giornalai italici fomentano astio contro i ticinesi. Ma se chiudessimo le frontiere…

 

Ohibò, da Oltreconfine si continua a fomentare l’astio contro gli svizzerotti. Ed in questa attività eccelle (?) il quotidiano di Como La Provincia, già noto per la panna montata sugli automobilisti con targa svizzera che commettono infrazioni nel Belpaese. Su questo tema, lo scorso Natale, era stata imbastita una vera e propria telenovela. Naturalmente senza che venisse mai considerato un fattore fondamentale. Ovvero, che tra l’avere la targa svizzera sull’auto e l’essere cittadini svizzeri, ce ne corre! In Ticino un terzo della popolazione è straniera (e, se si aggiungessero i beneficiari di naturalizzazioni facili, si arriverebbe come niente alla maggioranza). E quale categoria di stranieri residenti in Svizzera, con tutta probabilità, si reca con maggior frequenza nel Belpaese? Forse gli italiani stessi?

E la proposta di legge?

Sicché i giornalai d’oltreramina, prima di strillare agli automobilisti “svizzeri” cafoni che commettono infrazioni nella vicina Repubblica,  sperando in questo modo di incrementare i lettori, dovrebbero tenere ben presente che ci sono buone probabilità che i “cafoni” in questione non siano svizzeri, bensì italiani. Quindi: prima di definire come “svizzero” un automobilista maleducato, assicurarsi che abbia davvero il passaporto rosso.

C’è chi nel Comasco ha anche cavalcato politicamente la questione. Come quel deputato di Fratelli d’Italia che negli scorsi mesi ha presentato una proposta di legge – con tanto di scimmiottature della campagna “Bala i ratt” – affinché ai conducenti stranieri che non saldano le contravvenzioni ricevute in Italia venga sequestrato il veicolo. Inutile dire che poi del disegno di legge non si è più saputo nulla.

Pure gli insulti al sindaco?

Nei giorni scorsi l’ondata di odio antisvizzero è stata nuovamente fomentata dal solito quotidiano la Provincia con un bel titolone del seguente tenore in apertura di pagina: “Svizzero parcheggia al posto dei disabili ed insulta il sindaco che lo rimprovera”. Il fattaccio si sarebbe verificato a Carlazzo. Peccato che, come al solito, non c’è alcuna prova che l’automobilista in questione fosse cittadino elvetico. L’identità dell’automobilista rimane infatti sconosciuta.

Nei mesi scorsi una Ferrari con targhe ticinesi parcheggiata su un posto riservato ai disabili a Milano aveva fatto esplodere i social media. Dopo qualche giorno di feroci polemiche, si è scoperto che il proprietario del bolide era un cittadino italiano. A Carlazzo potrebbe benissimo essere accaduta la stessa cosa. Però “si” preferisce puntare il dito accusatore contro gli svizzeri, ripetendo come un mantra il cliché, malevolo e farlocco, dei ticinesi “ligi in patria ma maleducati in casa d’altri”.

Provocazioni poco intelligenti

Nelle province di confine italiane, aizzare all’odio contro i ticinesi per vendere qualche copia di giornale aggiuntiva o per ottenere qualche click in più, non è di certo una scelta intelligente. Infatti, è bene tenere sempre presente che, tra frontalieri, padroncini e le loro famiglie, sono almeno 300mila gli abitanti della fascia di confine della Vicina Repubblica ad avere la pagnotta sul tavolo grazie al Ticino. Poiché – alla faccia degli studi farlocchi divulgati dai soliti prezzolati soldatini della casta spalancatrice di frontiere – ciò avviene spesso e volentieri a scapito dei lavoratori ticinesi, maggior rispetto e cautela da parte italiana sarebbero senz’altro doverosi. Certa gente, al di là della ramina, prima di parlare della Svizzera dovrebbe sciacquarsi la bocca. In concreto, sarebbe assai opportuno evitare di lanciare accuse a vanvera. Perché, dalle nostre parti, a qualcuno prima o poi potrebbe scappare la poesia. E allora saranno cavoli non dolcificati. Ad esempio: “gilet gialli” ticinesi che bloccano le dogane per protesta?

Lo squinternato

La querelle farlocca sul presunto “svizzero” che a Carlazzo parcheggia al posto dei disabili ed insulta il sindaco,  ha naturalmente dato il là ai vari haters da tastiera: la famosa “legione di imbecilli” di Umberto Eco.

Uno di questi idioti ha superato sé stesso pubblicando il seguente delirio (vedi il “post” sotto): “Sabato mi piazzo davanti al Bennet di Como ed ogni macchina targata TI la spacco (…) io che sono italiano alla Svizzera a fine anno lascio in tasse più della media svizzera (…) ANDATE A CAGARE (in maiuscolo) razzisti del ca…”.

Qui qualcuno sta andando fuori di testa; anzi probabilmente ci è già andato.
1) Visto che questo esagitato odia la Svizzera e gli svizzeri, cosa ci sta a fare qui? Rientrare subito al natìo paesello! Föö di ball!
2) Mettere in atto l’insano proposito indicato nel post significherebbe distruggere le macchine di tanti suoi connazionali, visto che TARGA ticinese non vuol dire automobilista ticinese.
3) Simili squinternati sono un motivo in più per evitare di andare a fare la spesa in Italia, e fare lavorare invece il commercio ticinese. Visto che, secondo l’ennesimo leone da tastiera, i ticinesi (o presunti tali) che vanno a fare la spesa in Italia sono un fastidio… non lasciare nemmeno un centesimo nel Balpaese. Così sono tutti contenti.

Lorenzo Quadri

Scuola ro$$a: serve a tanto vincere le votazioni, se poi…

I recenti episodi di propaganda di $inistra in classe non possono passare sotto silenzio

Ha fatto parecchio discutere la verifica di geografia con cui si sono dovuti confrontare gli allievi di una scuola media del Luganese. La prima domanda della prova suonava così: “abbiamo visto in classe che gli stranieri sono importanti per la popolazione del Canton Ticino. Perché?”.Il quesito è chiaramente tendenzioso. E ancora più preoccupante è quello che ci sta dietro, ovvero quel “Abbiamo visto in classe che…”.

A questo punto, nasce spontanea la domanda seguente: cosa è stato “visto” in classe? Cosa è stato insegnato? Forse che il Ticino esiste grazie agli stranieri? Forse che “immigrazione uguale ricchezza”? Forse che “devono entrare tutti”? Questa è propaganda pro-frontiere spalancate. E cosa è stato detto, invece, sulla criminalità d’importazione? Sugli effetti deleteri della libera circolazione sul mercato del lavoro ticinese, come pure sull’ambiente (tema che dovrebbe stare molto a cuore ai politikamente e climaticamente korretti) e sulla viabilità? Forse che non è stato detto proprio un bel niente?

Il principio è forse quello che dell’immigrazione incontrollata si può soltanto parlar bene, mentre criticarla è spregevole populismo e razzismo?

Punta dell’iceberg

L’episodio di cui sopra è solo la punta dell’iceberg. Nei giorni successivi sono giunte altre segnalazioni in redazione. Ad esempio: in una scuola elementare del Locarnese, ad una classe di quinta il docente ha pensato bene di insegnare ai bambini la canzone partigiana “Bella Ciao”, però con un testo modificato, incentrato sull’ambiente. Alla propaganda di $inistra si unisce il populismo climatico? Visto che le due cose, come noto, vanno di pari passo, il dubbio è legittimo.

La gauche-caviar ro$$overde si serve infatti del populismo climatico come cavallo di Troia per accattare voti. Voti che poi servono a promuovere le politiche internazionaliste e multikulti dei kompagni: dall’adesione della Svizzera all’UE alla rottamazione della piazza finanziaria; dalle frontiere spalancate all’islamizzazione del Paese. Tutte posizioni che con la tutela dell’ambiente c’entrano come il burro con la ferrovia!

Due interrogativi

Le domande sono dunque due: con le canzoni sul clima, si vuole parlare seriamente di ecologia? Oppure l’intenzione è quella di fare del populismo climatico a buon mercato, senza uno straccio di base scientifica, sull’esempio della “Gretina” svedese che bigia la scuola e va in illustri (?) consessi a straparlare di questioni su cui ne sa quanto il Gigi di Viganello?

E se si vuole parlare di clima in modo oggettivo, perché creare una canzone utilizzando la melodia di Bella Ciao, per poi cambiarne le parole? Forse che non ci sono migliaia e migliaia di altre canzoni “politicamente neutre” da cui si sarebbe potuti partire? La risposta è scontata. Se è stata scelta Bella Ciao, è per un motivo preciso. Ma è normale che questo capiti in una scuola elementare?

Chissà quanti altri episodi…

I due fatti – verifica di geografia e “Bella Ciao” – sono venuti alla luce perché alcuni genitori hanno scelto di non subire passivamente l’indottrinamento dei propri figli. Un terzo “caso” è quello della lettera sottoscritta nei mesi scorsi da svariati docenti di liceo ticinesi, in cui si incoraggiano gli scioperi studenteschi per il clima, con addirittura l’auspicio di rendere il populismo climatico oggetto di studio, ovvero di indottrinamento.

Ma chissà quanti altri episodi più o meno velati di propaganda politica ro$$overde in classe avvengono tutti i giorni nella scuola ticinese, senza che l’opinione pubblica ne sappia alcunché. Per contro, ci fosse anche solo il vago sospetto che un docente approfitta delle lezioni per fare politica “sovranista” in classe, scoppierebbe uno scandalo di proporzioni epiche.

La scuola che verrà

La scuola ro$$a del kompagno Bertoli, come sappiamo, è stata asfaltata in votazione popolare lo scorso autunno. Ma sarebbe tragico se il dibattito che ha preceduto quell’appuntamento con le urne si fosse esaurito con la votazione. In particolare, la rivendicazione della società civile di poter dire la sua sulla scuola ticinese, che non può né deve rimanere ostaggio di una sola parte politica: la gauche-caviar appunto che, in tutte le recenti votazioni popolari sulla scuola (vedi la civica, vedi appunto la scuola che verrà), è stata asfaltata.

Se però, dopo le scoppole nelle urne, poi nel concreto tutto va avanti come prima, c’è qualcosa che non funziona. Il giorno stesso dell’affossamento della “Scuola che NON verrà” in votazione popolare, il direttore del DECS ha dichiarato urbis et orbis l’intenzione di far rientrare il suo progetto dalla finestra, con la tattica del salame (una fetta alla volta). Se si pensa di lasciar fare, allora serve a tanto vincere le votazioni popolari!

Lorenzo Quadri

 

Populismo climatico: il cavallo di Troia per spalancare frontiere

L’ultimo sciopero per l’ambiente ha fatto FLOP. Ecco cosa nasconde (?) l’onda verde

 

Lo scorso venerdì 24 maggio si  è tenuto l’ennesimo, e sempre più stracco, sciopero per il clima. Naturalmente enfatizzato dalla radioTV di Stato. La RSI continua a montare la panna sul populismo climatico, con il manifesto intento di fare propaganda alla cricca ro$$overde in vista delle elezioni federali di ottobre, utilizzando all’uopo il canone più caro d’Europa.

A cosa rinunciano?

Sciopero sempre più stracco perché il numero di partecipanti, in tutta la Svizzera, è crollato. Va bene bigiare la scuola per andare in piazza, ma alla lunga tutto stufa. Ci piacerebbe poi sapere quanti dei giovani (e meno giovani) manifestanti rinunciano all’auto (comprese quelle di papà e mammà), alla moto, o a qualsiasi mezzo di trasporto a benzina per il clima; quanti rifiutano le vacanze in aereo per il clima; quanti abbassano la temperatura sotto i 18 °C per il clima; e così via.

Inoltre, se si fosse trattato di scioperi non per l’ambiente – quindi non di propaganda per la gauche-caviar – ma, ad esempio, a sostegno della sovranità nazionale e contro la sudditanza nei confronti della fallita UE, vogliamo proprio vedere se le istituzioni, a partire da quelle scolastiche, avrebbero dimostrato la medesima compiacenza (quando non vera e propria incitazione) nell’autorizzare a parteciparvi. E la sovranità e l’indipendenza della Svizzera sono assai più minacciate del clima. Lì sì che c’è un’emergenza!

Propaganda per la $inistra

Il populismo climatico non serve all’ambiente. Serve a portare voti alla gauche-caviar. A tale scopo è sostenuto dalla casta e dagli intellettualini. Chi vota per il populismo climatico vota per il programma della $inistra verde-anguria. Ossia, vota l’adesione all’UE, vota le frontiere spalancate, vota lo sconcio accordo quadro istituzionale, vota il multikulti, vota l’islamizzazione della Svizzera, vota l’abolizione dell’esercito, vota l’esplosione di tasse e balzelli, vota le naturalizzazioni facili, vota i regali miliardari all’estero, vota l’accoglienza indiscriminata di finti rifugiati con lo smartphone, vota il sabotaggio dei diritti popolari, eccetera eccetera. Questo conglomerato di boiate politikamente korrette non giova all’ecosistema. Al contrario, gli nuoce. L’immigrazione incontrollata e le frontiere spalancate sono deleterie per l’ambiente: vedi i 65mila frontalieri che arrivano tutti i giorni, uno per macchina. Un recente, e “naturalmente” ben slinguazzato studio del WWF, ci racconta che in Svizzera, nei primi quattro mesi dell’anno, avremmo consumato le risorse naturali a disposizione per il 2019. Ammesso e non concesso che ciò sia vero, cosa di cui dubitiamo assai: la causa non va ricercata nella dissennatezza degli svizzerotti, che mai come ora sono stati attenti all’ambiente. Va ricercata nella sovrappopolazione dovuta all’immigrazione incontrollata: siamo qui in troppi!

Acqua al mulino di…

Votare per il populismo climatico significa portare acqua al mulino di chi non perde occasione per svenderci all’UE e per demolire la nostra autonomia e la nostra identità. A parte che i Verdi (di ogni sfumatura) ed il P$ sono impossibili da distinguere – mai una volta che votino diversamente – tra le perle dei sedicenti ambientalisti alle Camere federali ci vengono in mente queste tre:

  • Opposizione isterica al potenziamento del diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito in casa propria;
  • Richiesta, da parte di una consigliera nazionale verde, di rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera;
  • E, ultima in ordine di tempo, richiesta – sempre da parte di una deputata Verde al Nazionale – di cancellare la Festa nazionale del primo d’agosto per sostituirla con una commemorazione, il 16 marzo, dell’introduzione del voto alle donne. Certo che se la poverina pensa di migliorare la posizione della donna, e la stima di cui godono le donne in politica, con simili boutade idiote, forse non è al suo posto.

Ecco le posizioni politiche che si va a sostenere correndo dietro al populismo climatico, il quale è solo un (facile) cavallo di Troia per sdoganare interessi di tipo ben diverso!  Altro che ambiente!

Domandina facile

Infine, il quesito rimasto sempre senza risposta: come mai gli ambientalisti nostrani non hanno sostenuto, ma hanno invece denigrato ad oltranza, l’iniziativa Ecopop che – proprio in considerazione delle risorse naturali limitate e della necessità di usare razionalmente il territorio – poneva dei limiti rigidi all’immigrazione?

Facile: perché questi ambientalisti sono, come detto a più riprese, dei Verdi-anguria. Verdi fuori, ro$$i dentro. Quindi, le frontiere spalancate e il “devono entrare tutti” vengono prima della protezione dell’ecosistema. Molto prima.

Lorenzo Quadri

Catastrofismo climatico: basta con le “gretinate”!

Il populismo rossoverde imperversa, e si sa chi saranno i primi ad andarci di mezzo

Il populismo climatico, lo abbiamo ben visto, va per la maggiore. Le manifestazioni “a tema” anche. Specie quando hanno il gradito effetto collaterale di permettere di bigiare la scuola. Del resto la 16enne svedese Greta Thunberg, icona del momento (?), è semplicemente una ragazzina che bigia le lezioni per andare in giro per il mondo (chi paga?) a raccontare cose su cui non ha alcuna preparazione: non è mica una scienziata. Dietro di lei, a sfruttarla strumentalizzandone anche la malattia, una potente macchina propagandistica e finanziaria. E gli interessi che questa potente macchina serve, stiamone pur certi, non sono quelli dell’aria pulita.  Se questi sono gli esempi che si vogliono dare ai giovani…

Da notare poi che, da quando è iniziata la protesta sul presunto surriscaldamento, fa un freddo cane.

Politica a scuola

E di certo nella scuola ticinese c’è chi simili esempi li dà eccome. Lo scorso marzo è circolata una lettera sottoscritta da 40 docenti dei licei  di Mendrisio, di Lugano 1 e di Bellinzona in cui, con toni esaltati, i firmatari esortavano i colleghi a non ostacolare la partecipazione allo “sciopero studentesco mondiale per il clima”.

Un esempio davvero clamoroso di politica a scuola. Ma a tal proposito naturalmente il DECS targato P$ non ha avuto nulla da dire. Chiaro: si tratta di politica del partito “giusto”. Si fosse trattato di uno sciopero contro l’asservimento della Svizzera all’UE (tanto per fare un esempio), vogliamo proprio vedere se un appello ad agevolare la partecipazione degli allievi, ad opera di un nutrito gruppo di insegnanti, non avrebbe suscitato pesanti reazioni; dal Dipartimento in primis, ma anche dai moralisti a senso unico che sono soliti infesciare le pagine di “spazio aperto” dei giornali.

Certo che, se il tema dell’ambiente nelle scuole si pensa di affrontarlo con simile isterismo ideologico, butta proprio male!

Le emergenze in Ticino

Adesso c’è chi pretenderebbe che il Ticino dichiarasse l’emergenza climatica. Quale beneficio potrebbe portare a livello globale – perché il clima è evidentemente un fenomeno globale – una simile pensata, non è dato di sapere.

Chi sono primi bersagli del populismo climatico, invece, l’ha capito anche il Gigi di Viganello. E quindi diciamolo forte e chiaro: “basta con le gretinate”!

E’ evidente che di vessare ancora di più gli automobilisti o i proprietari di una casetta con riscaldamento a nafta tramite ulteriori tasse, balzelli e divieti non se ne parla nemmeno. Tanto più che ci becchiamo comunque tutto l’inquinamento in arrivo dalla Lombardia.
In Ticino c’è semmai un’emergenza occupazionale, provocata dalla devastante libera circolazione delle persone voluta anche dai compagni rossoverdi. Da questa emergenza, ecco che i citati compagni, che ne sono corresponsabili, cercano di distogliere l’attenzione tramite il populismo climatico a buon mercato. 
E mentre distolgono l’attenzione dalla vera emergenza, la gauche-caviar climaticamente corrette la peggiora ancora di più. I sinistrati vogliono infatti lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, che porterà all’abolizione delle misure accompagnatorie ed all’applicazione in Svizzera della direttiva europea sulla cittadinanza. E ci obbligherà pure a pagare la disoccupazione ai frontalieri. Una vera catastrofe per il mercato del lavoro ticinese. Peggio di così…
Due piccioni con una fava

Comunque, prendere due piccioni con una fava è possibile. Basta far saltare la libera circolazione e chiudere le frontiere. In questo modo si migliorerebbe sia la situazione occupazionale che quella ambientale.Perché i manifestanti climaticamente korretti non avanzano anche questa richiesta?

Lorenzo Quadri

No ai regali ai frontalieri

Salario minimo: le misure perequative sono obbligatorie. Altrimenti sarà un autogol

Ohibò, ecco che torna il tormentone del salario minimo, da troppo tempo sul tavolo dei politicanti cantonali.

Per quanto ci concerne, un primo punto fermo è il seguente: di fare regali ai frontalieri non se ne parla nemmeno. Oltretutto, ciò non farebbe che aggravare il già tragico assalto da sud al mercato del lavoro ticinese. Senza contare che i minimi salariali sono facilmente aggirabili. Non solo i vicini dello stivale sono più furbi che belli, ma nel Belpaese il lavoro nero non è nemmeno considerato reato. Vedi la dichiarazione “storica” dell’allora premier Silvio Berlusconi: “sotto il 20% non è lavoro nero” (ed il Berlusca, contrariamente a certi suoi successori, per lo meno quando parlava di lavoro sapeva di cosa parlava).

Il trucchetto più semplice (ma ce ne sono molti altri) per aggirare i minimi salariali: frontalieri assunti e pagati al 50% – in genere da “imprenditori” tricolore che hanno trovato in Ticino “ul signur indurmentàa” – che però nella realtà lavorano al 100%.

Non ci va bene che…

Ricordiamo l’ovvia circostanza che il costo della vita al di qua ed al di là del confine è talmente differente che, a parità di salario, il ticinese residente in Ticino tira la cinghia, mentre il frontaliere fa la bella vita. Ora, non ci sta bene che, in casa nostra, il lavoratore ticinese faccia fatica a tirare a fine mese, mentre un straniero che risiede all’estero, e che svolge lo stesso identico lavoro, se la spassi invece da nababbo. Tanto più che sempre più spesso il frontaliere, grazie alla devastante libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$$, sostituisce un ticinese. E altrettanto spesso fa in modo di non lasciare sul suolo cantonale nemmeno un franchetto. Ciliegina sulla torta: basta farsi un giro nei gruppi social dei permessi G per vedere quanto astio nutra la categoria nei confronti della Svizzera e degli svizzeri. Invece di ringraziare per la pagnotta, troppi – non tutti, ovviamente; e ci mancherebbe – sputano nel piatto dove mangiano, e ci fanno pure la scarpetta.

Il punto di partenza

Quando si parla di salario minimo, il punto di partenza non può essere un salario uguale per tutti, ticinesi e frontalieri. I criteri devono essere 1) il costo del dipendente per il datore di lavoro, per il quale assumere un frontaliere non deve risultare più conveniente che assumere un residente e 2) il tenore di vita dei lavoratori al di qua ed al di là della ramina, che dovrebbe essere analogo per la stessa prestazione.

Occorrono dunque dei meccanismi di perequazione.

Il datore di lavoro paga un “tot” a tutti, ma il frontaliere, in considerazione del costo della vita inferiore in Italia, dovrà ricevere un “tot meno qualcosa”. Questo “qualcosa” andrà a  confluire in un apposito fondo, destinato a sostenere il ricollocamento dei disoccupati ticinesi (altro che finanziare con sussidi stellari chi assume finti rifugiati, come farnetica il Consiglio federale).

Salari per settore

Occorrerà quindi essere creativi. In caso contrario l’esercizio andrà a finire a schifìo. Si farà l’ennesima cappellata a danno dei ticinesi.

E servono anche, come ha già sottolineato la Lega, misure accompagnatorie a sostegno delle aziende ticinesi che avrebbero difficoltà nel pagare il salario minimo.

Attenzione in particolare a quei salariati che già adesso ricevono stipendi di poco superiori al salario minimo, perché rischiano di vederseli ritoccare al ribasso.

Inoltre un salario minimo uguale per tutti non ha senso: i salari minimi vanno stabiliti in base alle professioni.

Ed infine, per decidere con cognizione di causa, occorre anche sapere quanti ticinesi trarranno beneficio dal salario minimo. Perché c’è come il sospetto che…

Grazie, balivi!

E’ il caso di ricordare che, grazie ai balivi di Bruxelles davanti ai quali la partitocrazia PLR-PPD-P$$ cala sistematicamente le braghe ad altezza caviglia, ci verranno imposte nuove regole che avvantaggeranno i frontalieri a scapito dei ticinesi. Ad esempio l’accesso alle prestazioni di disoccupazione con parificazione ai residenti. Ciò rende ancora più evidente la necessità di non fare regali ai frontalieri: ci pensano già gli eurofunzionaretti non eletti da nessuno (del resto, nessuno li eleggerebbe), la cui missione è quella di promuovere l’immigrazione e di demolire le sovranità nazionali.

La farsa

Non ci vuole il mago Otelma per prevedere che qualsiasi misura perequativa che dovesse essere adottata in Ticino per evitare regali ai permessi G – ammesso e non concesso che ne verranno adottate, perché con la partitocrazia che ci ritroviamo… – verrà tacciata di “inaccettabile” dai vicini a sud, i quali andranno a strillare a Bruxelles la propria indignazione. Seguirà istantanea calata di braghe del triciclo PLR-PPD-P$$. Del resto, il citato triciclo brama lo sconcio accordo quadro istituzionale, tra le cui perniciose conseguenze c’è pure l’azzeramento di tutte le (scarne) misure a tutela del mercato del lavoro ticinese attualmente in essere.

La situazione è chiara: chi vuole lo sconcio accordo quadro istituzionale non vuole la protezione del mercato del lavoro ticinese dagli sfracelli della libera circolazione delle persone. Tentare di far credere che non sia così, significa prendere la gente per scema.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Diktat disarmista: Ticino ultimo baluardo della Svizzera

Il nostro Cantone è stato l’unico a difendere i valori elvetici; triciclo ancora perdente

 

Nella votazione della scorsa domenica sulla direttiva con cui i funzionarietti di Bruxelles vogliono disarmare i cittadini svizzeri, il Ticino è stato l’unico Cantone ad aver votato un chiaro No, con una percentuale di No superiore addirittura del 20% alla media nazionale. Ha così dimostrato di essere l’ultimo baluardo della Svizzera.

La maggioranza dei votanti ticinesi, onore al merito, non si è lasciata infinocchiare dai ricatti e dalle fake news della partitocrazia PLR-PPD-P$$ ed ha respinto l’ennesimo tentativo dell’UE di dettarci legge. Questo indubbiamente grazie anche al lavoro della Lega e del Mattino.

Alle nostre latitudini, dunque, il triciclo esce di nuovo sconfitto dalle urne.Il voto sulle armi è stato, in buona parte, anche un voto contro l’Unione europea ed i suoi camerieri nostrani.

Di che riflettere

I ticinesi hanno capito qual era la posta in gioco domenica. Non certo il numero di colpi che può contenere un caricatore o altre amenità del genere, bensì la nostra sovranità e la nostra indipendenza.
I ticinesi hanno capito che accettare l’ennesima imposizione di Bruxelles avrebbe significato accondiscendere alla rottamazione delle nostre leggi, delle nostre tradizioni, della nostra volontà popolare, e tutto questo per cosa? Solo per rincorrere una “classe politica” (?) da troppo tempo abituata chinarsi a 90 gradi davanti ad ogni “cip” in arrivo da Bruxelles. In altri paesi, anche più piccoli del nostro, le cose funzionano diversamente; sicché c’è davvero da meditare su come si sono ridotti i partiti cosiddetti “storici”. Ormai conoscono solo i verbi “svendere”, “cedere”, “capitolare”, “genuflettersi” ed i vari sinonimi più o meno chic. Fossero state così anche le generazioni precedenti, il nostro Paese non esisterebbe più da un pezzo.

I ticinesi hanno altresì capito che la storiella di “Schengen in pericolo” era solo una panzana per ricattare gli elettori. Schengen non è mai stato in pericolo, e soprattutto non è una vacca sacra, anzi. Ci sono Stati membri dell’UE che ne hanno sospeso l’applicazione da mesi, se non da anni. E di certo non l’hanno fatto per autolesionismo.

Conosciamo i nostri polli

Domenica, i votanti del nostro Cantone sono rimasti da soli a difendere la sovranità e l’indipendenza della Svizzera. Evidentemente in Ticino  la maggioranza della popolazione ha capito di che pasta è fatta l’Unione europea; sa da tempo quali sono le sue intenzioni, tutt’altro che amichevoli. L’UE non vuole andare d’accordo con noi, non vuole trattare alla pari. Vuole comandare in casa nostra. Ed è il Ticino a trovarsi confrontato con l’invasione da sud, non solo di frontalieri, ma anche di delinquenti, come dimostra (tanto per fare un esempio) l’epidemia di assalti ai bancomat. Invasione che ci viene impedito di arginare a causa  di accordi internazionali scellerati… con l’UE: vedi libera circolazione, vedi il tanto magnificato Schengen.

O ci svegliamo, oppure…

Il No al Diktat disarmista fa onore al nostro Cantone. Ma, purtroppo, fa anche riflettere. E molto. Specie in vista delle prossime votazioni su temi della massima importanza per i rapporti tra Svizzera ed Unione europea. Ad esempio lo sconcio accordo quadro istituzionale voluto dalla solita partitocrazia PLR-PPD-PS che, se approvato, trasformerebbe il nostro paese in una colonia di Bruxelles.

O i cittadini elvetici si rendono conto che qui c’è una maggioranza politica triciclata che – in nome di trattati commerciali clamorosamente sopravvalutati a scopo di lavaggio del cervello, e in realtà vantaggiosi solo per pochi – è disposta a sacrificare il futuro della Svizzera come Stato sovrano ed indipendente, oppure ci aspettano tempi assai grami.

Visto poi che le elezioni federali si avvicinano, sarà bene ricordare che a Berna solo gli esponenti ticinesi di Lega ed Udc (ovvero: Roberta Pantani, Lorenzo Quadri, Marco Chiesa) hanno votato contro il Diktat disarmista dell’UE. I due consiglieri nazionali PPD si sono astenuti (?). Tutti gli altri…

Amaro risveglio

Adesso che purtroppo la direttiva UE sulle armi è stata approvata perché tutti i Cantoni tranne il Ticino hanno calato le braghe, quanti hanno creduto alle favolette della partitocrazia secondo cui, capitolando davanti al nuovo Diktat UE, non sarebbe cambiato niente, avranno modo di ricredersi.  Specie quando, tra qualche annetto, arriveranno gli inasprimenti già programmati. Che naturalmente, grazie ai politicanti calabraghisti del triciclo, dovremo accettare senza un cip. Chi si è bevuto le panzane della casta, presto aprirà gli occhi. Ma sarà troppo tardi.

Lorenzo Quadri

 

Si gioca il tutto per tutto

Aeroporto di Lugano: 51 milioni sono tanti, certo. Ma l’indotto c’è. Altrove invece…

 

Sull’aeroporto di Lugano-Agno comincerà una nuova battaglia, l’ennesima. Il Municipio ha pronto il messaggio con il piano di rilancio, per un investimento totale, nei prossimi 5 anni, di circa 50 milioni.

La battaglia non sarà solo comunale. Verrà combattuta anche a Palazzo delle Orsoline, dal momento che il Cantone prevede di aumentare la propria partecipazione nell’azionariato dello scalo, portandola dall’attuale 12.5% al 40%. Anche a Bellinzona ci sarà un apposito messaggio governativo con possibilità di referendum.

I contenuti del piano di rilancio sono stati presentati, per sommi capi, sui giornali di venerdì. Non stiamo a ripeterli. Ci limitiamo ad alcune semplici considerazioni.

  • Non ha senso iniettare soldi pubblici a ripetizione per tenere artificialmente in vita l’aeroporto. L’obiettivo cui mira il piano di rilancio è infatti quello di rendere l’aeroporto in grado, sul medio termine, di stare in piedi con le proprie gambe (o di volare con le proprie ali). Per questo, limitarsi a coprire i deficit di gestione corrente è inutile. Servono invece degli investimenti nell’infrastruttura. Così che l’aeroporto possa aumentare la redditività. Non solo con il ripristino del collegamento su Ginevra, ma anche con altri collegamenti, internazionali e stagionali, con l’aviazione generale (in particolare con gli hangar), con i ricavi da attività collaterali (ad esempio i commerci), con la crescita della scuola di volo Avilù, eccetera.
  • Per la LASA (Lugano Airport SA) lavorano attualmente 77 persone. E’ evidente che, in caso di njet al piano di rilancio, questi 77 lavoratori – parecchi dei quali sulla cinquantina e difficili da ricollocare – rimarrebbero a casa. Non solo. L’Università di San Gallo, nel suo studio sull’impatto dell’aeroporto, ha quantificato gli impieghi generati da attività che gravitano attorno all’aeroporto. Nell’anno di riferimento 2017 lo studio indica 530 impieghi diretti, 280 indiretti e 855 indotti, per un totale di 1665 posti di lavoro che generano un valore aggiunto di 195 milioni. Anche immaginando che si tratti di cifre ottimistiche, è comunque certo che in gioco ci sono oltre mille impieghi. Quindi l’aeroporto non è un giocattolo tenuto in vita per manie di grandezza, come ciancia qualcuno a $inistra.
  • Curiosamente, ma tu guarda i casi della vita, quelli del “giocattolo inutile” sono poi gli stessi esponenti della gauche-caviar che strillavano come ossessi ai tempi della “criminale” iniziativa No Billag, perché bisognava “salvare” la RSI. La RSI è un piano occupazionale pagato a peso d’oro che serve a diffondere propaganda di regime e a fare campagna elettorale a supporto della casta e contro gli odiati “populisti e sovranisti”.Quindi, se vogliamo parlare di “giocattoli inutili tenuti in vita artificialmente”, prima di guardare ad Agno cominciamo a guardare a Comano.
  • Ancora più ridicolo: in prima fila a scagliarsi contro il rilancio dell’aeroporto, i verdi-anguria (verdi fuori, ro$$i dentro) ed i compagni dell’MPS. Ovvero, quelli che volevano cantonalizzare le Officine FFS “per salvare i posti di lavoro”. Proprio questi $inistrati vogliono ora azzerare i posti di lavoro dell’aeroporto. Coerenza, kompagni, coerenza! Oppure per la gauche-caviar ci sono lavoratori degni di protezione ed altri che invece sono foffa?
  • Non è vero che AlpTransit rende inutile l’aeroporto, visto che il target è diverso. Infatti l’apertura del tunnel di base non ha fatto diminuire i passeggeri dei voli su Zurigo. E, anche con AlpTransit, per andare e tornare da Ginevra in treno ci vogliono almeno 10 ore. Senza contare che il livello del servizio sulla linea ferroviaria del Gottardo è precipitato, ed i ritardi con coincidenze saltate diventano sempre più frequenti.
  • Non è vero che gli scali lombardi rendono inutile l’aeroporto di Agno. Al contrario: questi ultimi dovranno in futuro rinunciare ad una serie di attività (in particolare nei voli a corto raggio e nell’aviazione generale). E a trarne profitto potrebbe essere proprio l’aeroporto luganese.
  • 51 milioni da qui al 2024 per risanare l’aeroporto sono tanti soldi, e su questo non ci piove. Intanto però per il LAC di milioni ne sono stati spesi oltre 200, mentre la cultura costa al contribuente luganese 17 milioni all’anno (20 milioni di spese contro 3 milioni di ricavi); e non a tempo determinato e poi si autofinanzia, ma da qui all’eternità. Una cifra a cui bisogna ancora aggiungere i costi del LAC come edificio. Ma naturalmente su questo a $inistra nessuno ha mai avuto nulla da eccepire, anzi… Tre anni di spesa culturale fanno l’equivalente del piano di risanamento dell’aeroporto. Quanto al nuovo stadio con annessi e connessi, gli uccellini cinguettano che l’operazione rischia di trasformarsi in un bagno di sangue per il contribuente luganese. Quindi, 51 milioni sono certamente tanti; ma la cifra va inquadrata in un contesto.
  • Si può anche legittimamente essere contrari all’aeroporto e auspicarne la dismissione; nel dibattito politico sul tema se ne sentiranno di tutti i colori. Ma tentare di far credere che la chiusura sarebbe indolore è una clamorosa fake news, o fregnaccia che dir si voglia.

Lorenzo Quadri

Gli asilanti vanno rimpatriati

Consiglio federale allo sbando: finanziare chi assume finti rifugiati? Col piffero!

 

Da Berna è arrivato l’ennesimo schiaffone agli svizzeri senza lavoro, ticinesi “in primis”

Ma bene, i camerieri dell’UE in Consiglio federale continuano con le prodezze. Sicché diventa ora effettiva la geniale pensata dei megasussidi per favorire l’assunzione di finti rifugiati.

Quasi il 90% degli asilanti presenti in Svizzera – in altre parole: praticamente tutti – sono infatti a carico dell’assistenza. Questo vale, con piccole variazioni, per la totalità delle etnie. A cominciare da quella più rappresentata: gli eritrei. I quali sono tutti finti rifugiati. Ed infatti tornano in vacanza nel paese d’origine perché “lì è più bello”. Lampante dimostrazione che al paese d’origine non sono affatto in pericolo.

E allora qual è la bella pensata del governicchio federale? Foraggiare in grande stile chi assume finti rifugiati. Ben 12mila franchetti pubblici all’anno per 300 casi, per un totale di 11.4 milioni di Fr. Le assunzioni più sussidiate del sistema solare, ed a beneficiarne sono degli asilanti. Questo il progetto pilota (?) presentato nei giorni scorsi dal Consiglio federale.

A questo punto, alcune considerazioni “nascono spontanee”.

Cinque punti

Punto primo: sull’idoneità lavorativa degli asilanti sussiste più di un dubbio. Questi giovanotti africani con lo smartphone, oltre a non essere integrati, non sono nemmeno integrabili. Previsione del Mago Otelma: le assunzioni “a peso d’oro” andranno in palta nel giro di breve di tempo. I soldi spesi a tale scopo risulteranno spesi per niente.

Punto secondo:nel rispetto della decenza, del buonsenso, ma anche della Costituzione, deve valere la preferenza indigena: prima i nostri! Visto che i posti di lavoro non si moltiplicano come i pani ed i pesci del racconto biblico, l’assunzione di finti rifugiati va a scapito di quella di altri senza lavoro. In particolare di cittadini svizzeri lasciati a casa per assumere stranieri a basso costo. Si parla di sostituzione. E questa sostituzione dovrebbe ora venire finanziata con soldi pubblici? Ma anche no!

Punto terzo. E’ inaccettabile che quasi il 90% dei finti rifugiati sia in assistenza, e questo è evidente. Ma ciò non vuole affatto dire che costoro debbano lavorare al posto degli svizzeri e con soldi pubblici! Vuole invece dire che bisogna procedere con i rimpatri. Ovvero: i migranti economici in assistenza vanno rimandati a casa loro. La Svizzera, grazie alla casta spalancatrice di frontiere, è diventata il paese del Bengodi per tutti, tranne che per gli svizzeri (i quali però sono costretti a finanziare il Bengodi degli altri). Il deleterio andazzo deve finire. Anche perché è fondamentale ridurre l’attrattività del nostro paese per i migranti economici. Ma i consiglieri federali PLR Keller Sutter (KKS) ed Ignazio KrankenCassis, invece di rendere efficienti i rimpatri, si preoccupano di far lavorare i finti rifugiati a spese nostre. Sono le assunzioni degli svizzeri senza lavoro, giovani e meno giovani, che l’ente pubblico deve promuovere; non quelle degli asilanti!

Punto quarto. Gli 11.4 milioni sono il budget del progetto pilota. La stessa denominazione di “progetto pilota” è una presa per i fondelli. Anche il Gigi di Viganello ha capito che al progetto pilota farà seguito il solito studio FARLOCCO dal quale emergerà che l’iniziativa è una figata pazzesca, e quindi bisogna continuare e generalizzare. Quindi: quante centinaia di milioni di franchetti intendono farci spendere i politicanti del Consiglio federale per (tentare di) far lavorare i finti rifugiati a scapito dei cittadini svizzeri?

Punto quinto. E’ chiaro come il sole che, con il pretesto “populista” degli asilanti che devono lavorare invece di essere a carico dell’assistenza, si vuole semplicemente fare in modo che i migranti economici restino in Svizzera; quando invece bisogna rimandarli al natìo paesello. Ma, ancora una volta, la partitocrazia rifiuta di fare i compiti. A partire dai suoi esponenti nel governicchio federale. Perché, secondo la casta multikulti, “devono entrare e devono restare tutti”. A spese, naturalmente, degli svizzerotti “chiusi e gretti”.

Lorenzo Quadri

$inistra: indignazione pelosa

Il polverone sollevato per la trasmissione RSI “Politicamente scorretto” è ridicolo

L’establishment si strappa le vesti per due ragazze in tutina, mentre la propaganda politica di parte spacciata per “informazione” va bene. Ah già, ma trattandosi di propaganda di $inistra, pro-UE, pro-immigrazione e pro-populismo climatico, ovvio che la casta politikamente korretta non abbia nulla da dire…

 Certo che questa $inistra con la morale a senso unico è uno spettacolo! Qualche kompagno e kompagna ro$$overde in manco di visibilità, e pure in manco di meglio da fare, ha pensato ben di scatenare una shitstorm (=tempesta di cacca) sulla trasmissione “politicamente scorretto” della RSI. Quale la colpa del programma? Aver ideato uno sketch in cui il neo ministro della sanità, l’uregiatto Raffaele De Rosa, ospite della trasmissione, ed il conduttore Casolini dovevano indicare con una bacchetta sul corpo di due avvenenti ragazze in tutina alcune parti dell’anatomia umana. Dove si trova il muscolo sartorio? E il gemello? E così via… E questo ha scatenato l’ira funesta dei puritani e soprattutto delle puritane della gauche-caviar, che si sono messi a strillare sui media e sui social.

Come se il problema della RSI fosse uno show “trash” (simile a quelli mandati in onda sulle TV private del Belpaese, che però almeno non siamo tenuti a foraggiare) mentre invece la propaganda politica di parte spacciata per “informazione” va bene. Ah già, ma trattandosi di propaganda di sinistra, pro-UE, pro-immigrazione e pro-populismo climatico, ovvio che i compagni non abbiano nulla da obiettare, anzi…
Che poi a lamentarsi per il sessismo della trasmissione siano proprio quelli e quelle che stendono il tappeto rosso agli islamisti (perché “devono entrare tutti”, perché “non bisogna discriminare”, ed avanti con le amenità…) e quindi al diffondersi di un’incultura sessista e misogina – oltre che antisemita, cristianofoba, omofoba, ecc – è davvero il massimo.
I benpensanti signori e le benpensanti signore si lamentano per le ragazze in tutina; grazie alla loro politica spalancatrice di frontiere e multikulti, tra un po’ le donne non potranno più indossare né tutine né minigonne, ma solo palandrane. A Parigi un autista di bus islamista ha impedito a due ragazze in minigonna di salire. Ma naturalmente al proposito i sedicenti paladini dei diritti e delle libertà delle donne non hanno nulla da dire.

Ciliegina sulla torta: una deputata verde ha pure gratificato Casolini della qualifica di “viscido leccaculo”. Fosse stato un politico leghista a definire in modo analogo uno dei vari giornalai ro$$i che hanno colonizzato la Pravda di Comano, e che rispondono assai meglio a tale descrizione rispetto al povero Casolini, non osiamo immaginare la cagnara che i $inistrati della “correttezza nel confronto politico” avrebbero scatenato. Ma, ancora una volta, da quelle parti la morale è a senso unico.

“Mancanza di rispetto”

Inevitabilmente (?), il caso “tutine e bacchetta” ha subito suscitato le reazioni della casta politically correct. Il presidente della CORSI, l’uregiatto Gigio Pedrazzini, è corso a deplorare l’accaduto, idem l’inutile Consiglio del pubblico, organo colonizzato sempre dalla solita area politica e che conta meno del due di briscola. L’illustre Consiglio è riuscito a produrre in tempi brevissimi un torrenziale comunicato che polverizza tutti i record di logorrea e pedanteria. Questi consessi da tre e una cicca si scaldano tanto per una trasmissione d’intrattenimento, ma non fanno un cip per la continua propaganda politica di parte, finanziata col canone più caro d’Europa, che la RSI ci propina ogni giorno: perché la condividono, ovviamente. Questa sì che è mancanza di rispetto nei confronti del pubblico (pagante). Altro che gli isterismi sulle parti anatomiche indicate con la bacchetta!

Vertici pavidi

Degna di nota anche la pusillanimità degli strapagati vertici della Pravda di Comano che, al primo cip proveniente dalla $inistruccia esagitata, hanno calato le braghe ad altezza caviglia, scaricando in malo modo trasmissione e conduttore (Casolini è stato pure costretto a scusarsi e ad autofustigarsi sulla pubblica piazza). E questi sarebbero dei manager? Ossignùr!

Lorenzo Quadri

 

No ad aggravi per i frontalieri? Allora rinunciate ai ristorni

Salvini: “auspichiamo una soluzione rapida”. Ma le condizioni sono piuttosto bizzarre…

 

Se c’era bisogno di un’ulteriore conferma che l’accordo sui frontalieri non si farà mai, eccola servita. Venerdì a Milano il buon Matteo Salvini, vicepremier del Belpaese, dopo aver lodato l’ottima collaborazione con la Svizzera, ha dichiarato che “auspica una rapida conclusione del nuovo accordo fiscale” per poi però aggiungere subito che “i frontalieri non devono essere penalizzati”.

Vabbè che sono dichiarazioni da campagna elettorale per le elezioni europee, vabbè che i voti dei frontalieri contano, vabbè lisciare la Svizzera con elogi vari che fanno piacere ma non portano soldi in cassa; però se si pensa che in questo modo il nuovo – ormai sempre meno nuovo – accordo fiscale compia dei passi avanti, auguri!

Privilegiati fiscali

Già il concetto di “penalizzazione dei frontalieri” è sballato. Bisogna infatti tenere ben presente che allo stato attuale i frontalieri sono dei privilegiati fiscali.Quindi non si può parlare di penalizzazione. E’ proprio il contrario. Ad essere discriminati sono gli italiani che lavorano in patria. Aumentare il carico fiscale sui frontalieri, dunque, non significherebbe in alcun modo “penalizzare”. Significherebbe portare maggiore equità.

Questa situazione, evidente e comprensibile a tutti, non viene però recepita Oltreconfine. Da nessun governo, di nessun colore. Da anni ed anni. E’ ovvio che si tratta di un tabù interpartitico.

Il soldino e il panino

La Vicina Penisola, per bocca del Ministro dell’Interno, dichiara di voler concludere rapidamente l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, ma senza aggravi per questi ultimi. Come pretendere il soldino ed il panino. Questo non significa che quanto auspicato dal Belpaese sia impossibile. Se l’Italia non vuole tassare di più i frontalieri, allora che rinunci ad una parte consistente dei ristorni.Ancora meglio, che rinunci ai ristorni nella loro totalità.

Perché, se non lo si fosse ancora capito, sono 45 anni che il Ticino paga in base ad un accordo vetusto e superato. Non stiamo parlando di due spiccioli. I ristorni sono lievitati alla bella cifra di 84 milioni all’anno: ringraziamo l’invasione da sud voluta dalla partitocrazia.

L’emorragia

Il Ticino continua subire questa vera e propria emorragia di soldi provocata:

  • dal menefreghismo dei camerieri dell’UE in Consiglio federale, la cui unica preoccupazione è quella di non avere “difficoltà” con i paesi vicini e ancora meno con Bruxelles. Sull’altare di questo obiettivo, il Ticino viene sacrificato senza pudore: vedi la rottamazione della chiusura notturna dei valichi secondari, vedi i sordidi tentativi dei burocrati federali di sabotare anche la richiesta del casellario giudiziale, eccetera; e
  • Dagli esponenti del triciclo PLR-PPD-P$$ in Consiglio di Stato i quali, succubi dei Diktat dei partiti nazionali, non hanno il coraggio di bloccare i ristorni.

Intanto il Lussemburgo…

Le ultime dichiarazioni del buon Salvini, dunque, non fanno che confermare la necessità di bloccare finalmente i ristorni. Giugno è vicino!

Anche perché ne abbiamo piene le scuffie di inviare annualmente 84 milioni al di là della ramina mentre il Lussemburgo, Stato fondatore dell’UE e ben più piccolo della Svizzera, a Francia e Germania non versa un copeco. Senza che nessuno – in particolare: senza che nessun eurobalivo – ci trovi da ridire!

Lorenzo Quadri

Ecco i grandi problemi del P$: i costumi da ginnastica!

Se le inventano tutte pur di non difendere i lavoratori e le lavoratrici ticinesi

 

Finalmente, grazie ad una pregevole e profonda interrogazione al governicchio presentata dalle deputate P$ Gina La Mantia e Tatiana Lurati, siamo in chiaro su quale sia la priorità dei $ocialisti (oltre naturalmente alle frontiere spalancate, al libero accesso a migranti di ogni ordine e grado, all’adesione all’UE, all’accoglienza di finti rifugiati, alle prestazioni sociali a go-go a stranieri furbetti, alle naturalizzazioni facili, all’islamizzazione della Svizzera, all’abolizione dell’esercito, alla rottamazione dei diritti popolari, alla sottomissione del paese ai giudici stranieri, al sabotaggio delle espulsioni dei delinquenti stranieri terroristi islamici compresi, ai moralismi a senso unico, alla scuola ro$$a, eccetera eccetera): l’abbigliamento sportivo femminile. 

Vade retro, “costumi sessualizzanti”!

Sicché, ecco le due granconsigliere di cui sopra scagliarsi tramite atto parlamentare contro il costume sgambato prescritto dall’Associazione cantonale ticinese di ginnastica per le discipline attrezzistiche, accusato di essere “discriminatorio e sessualizzante” oltre che “un ostacolo alle pari opportunità”. A noi che non siamo intellettualini rossi, bensì beceri leghisti, il nesso tra costume da ginnastica e pari opportunità sfugge. Così come pure ci sfugge la competenza del governicchio su un argomento del genere. Ci è invece chiaro che in casa P$, pur di non difendere i lavoratori e le lavoratrici ticinesi, si lanciano anche le fatwe contro le tenute da ginnastica, in quanto ennesimo frutto di una “società maschilista e patriarcale”. Insomma, roba da far tremar le vene ai polsi!

Le compagne sognano un luminoso futuro in cui le ragazze potranno graziosamente volteggiare alle parallele coperte da un burqa del peso di 15 kg, in modo da evitare qualsiasi sospetto di “sessualizzazione”. Curiosamente, lo zelo censorio delle due punte di diamante del P$ non si estende alle tenute sportive maschili, sulle quali – proprio in nome della “parità” – ci potrebbe essere altrettanto da dire.

Diversità?

Pur nella nostra conclamata ignoranza in storia dell’abbigliamento, siamo in grado di osservare che in Europa, se fino al XIII secolo i vestiti di uomini e donne erano sostanzialmente uguali (le stesse tuniche a forma di sacco che avrebbero fatto la gioia delle due interroganti) da circa 700 anni l’abbigliamento femminile sottolinea alcune parti anatomiche, e quello maschile ne sottolinea invece altre. Ma come: queste compagne che inneggiano al “valore della diversità” vorrebbero adesso negare le diversità stabilite da Madre Natura?

Come gli islamisti

L’aspetto inquietante è che da parte del P$  presunto difensore delle donne si sentono i medesimi ragionamenti degli estremisti islamici: no alla sessualizzazione (?) del corpo femminile e dunque – logica conseguenza – nascondiamo tutto sotto un pastrano integrale che copra dalla testa ai piedi. Le autocertificate paladine della condizione femminile vanno giulive a sposare la visione islamista: sessualizzazione = scandalo = bisogna coprirsi = chi non si copre è una svergognata. Certo che se è così che certe kompagne pensano di promuovere le pari opportunità, auguri!

Quadro preoccupante

L’interrogazione delle due deputate $ocialiste non è solo ridicola, ma è anche allarmante. E se a questa aggiungiamo la penosa cagnara sollevata, sempre dalle signore della gauche-caviar, contro il programma “politicamente scorretto” causa ragazze in tutine da ginnastica e la bacchetta per indicare le parti anatomiche, ne esce un quadro assai preoccupante della $inistruccia cantonticinese e dei suoi isterismi censori che farebbero impallidire il più intransigente calvinista dei tempi andati.

Il bello è che a sciacquarsi la bocca con il rispetto delle donne sono poi quelli e quelle che vogliono fare entrare tutti i migranti economici misogini e sessisti (oltre che razzisti, antisemiti, cristianofobi, omofobi) mettendo in pericolo in prima linea proprio le donne. E sull’ “innominabile” funzionario abusatore P$, e sui suoi superiori P$ che hanno messo a tacere le denunce nei suoi confronti, naturalmente, silenzio tombale. Ma forse, secondo le kompagne, sotto sotto la colpa era delle ragazzine abusate che indossavano vestiti “sessualizzanti”.

Non stiamo nella pelle

Attendiamo con curiosità di leggere la risposta del governicchio ad un atto parlamentare tanto pregnante, che ben evidenzia come il P$ elevi il livello del dibattito politico cantonticinese. Ovviamente, in nome della “trasparenza” tanto evocata a $inistra, vogliamo anche sapere quanto sarà costata, al solito sfigato (e sessista) contribuente, la risposta ai fondamentali quesiti sollevati dalle due statiste.

Lorenzo Quadri