Losone: il centro asilanti resterà!

Come volevasi dimostrare, la kompagna Simonetta ha preso i cittadini per il lato B

Come volevasi dimostrare! La ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, sta di nuovo buggerando i ticinesi. Ed, evidentemente, ha mentito fin dall’inizio.

Il tema è il centro per finti asilanti con lo smartphone che la Confederella ha insediato in quel di Losone, nell’ex caserma. La kompagna Sommaruga ed i suoi subito-sotto avevano giurato e spergiurato che il centro di Losone sarebbe rimasto in esercizio solo per tre anni (del resto tale è il tempo massimo concesso dalla legge); quindi che avrebbe chiuso i battenti nell’ottobre 2017.

Si ricorderà che, sul rispetto di tale promessa, da queste colonne avevamo sollevato più di un dubbio. In tre anni, scrivevamo, di sicuro il disastro del caos asilo non sarà risolto. Sicché la ministra del “devono entrare tutti”, se riuscirà ad insediare il centro asilanti a Losone, troverà poi la scusa per tenerlo aperto ad oltranza. Alla faccia delle promesse e dei termini di legge.

Non ci voleva il Mago Otelma

E, ma tu guarda i casi della vita, proprio questo accadrà. Non che ci volesse il Mago Otelma per formulare una simile previsione. Ma adesso è ufficiale. Infatti la notizia – che in prima battuta era stata pubblicata dal Guastafeste sul suo sito come indiscrezione – ha trovato conferma nella risposta  che il Consiglio federale ha appena dato ad un’interpellanza della Consigliera nazionale leghista Roberta Pantani. Il governo infatti ammette (del resto non poteva negare sfacciatamente l’evidenza…)  di aver contattato il Comune  di Losone ed il Cantone in vista di un prolungo dell’utilizzo dell’ex caserma come centro asilanti. Infatti la nuova maxistruttura di Balerna potrebbe essere pronta solo dal 2022; e fino ad allora serve una soluzione transitoria. Il CF si affretta poi a sottolineare che un prolungo sarà possibile solo con l’accordo del Comune e del Cantone e blablabla. Certo, come no: e a chi si pensa di darla a bere questa ennesima fanfaluca?

Il soliti sistema

Il modus operandi è sempre il medesimo: stupisce davvero che ci sia ancora qualcuno pronto a farsi infinocchiare!

Prima si garantisce che il centro asilanti chiuderà entro una precisa data. Poi si ammette che in effetti, date le contingenze (naturalmente “imprevedibili”; come no!) si sta valutando una proroga, ma che questa sarà possibile solo con il consenso di tutti gli attori coinvolti e avanti con le fregnacce. E alla fine si trova una scusa – presunte “emergenze”, rapporto costi-benefici, eccetera – per mantenere il centro asilanti aperto anche contro la volontà del Comune e del Cantone. Naturalmente per un altro periodo “transitorio” ben definito. Che però, con l’avvicinarsi della scadenza, diventerà sempre meno definito. E la commedia ricomincerà. Il solito vecchio trucchetto del provvisorio-permanente! Che a maggior ragione verrà applicato nel caso concreto. Infatti:

  • Che nel 2022 il nuovo maxicentro di Balerna sarà pronto, è ancora tutto da vedere; e
  • La ministra del “devono entrare tutti” non ha alcuna intenzione di adottare una politica d’asilo più restrittiva, e questo alla faccia della volontà popolare. Quindi il numero di migranti economici presenti in Svizzera continuerà ad aumentare.

Sicché, i losonesi si rassegnino. La kompagna Simonetta li ha presi per i fondelli. I centri asilanti sono come le nuove tasse: una volta che ci sono, non le leva più nessuno.

Riformare Dublino?

Tanto più che il Consiglio federale, rispondendo ad un altro atto parlamentare, ha dichiarato che gli accordi di Dublino sono da “riformare”. Capita l’antifona? I trattati internazionali che permettono di respingere dei finti rifugiati vanno “riformati”. Perché “devono entrare tutti”. Quelli che spalancano le frontiere – vedi i fallimentari accordi di Schengen – sono invece intoccabili e vanno applicati alla lettera! Ma stiamo scherzando? Altro che “riformare” gli accordi di Dublino. Usciamo SUBITO da Schengen!

Lorenzo Quadri

 

I lecchini sbroccano: “il dumping salariale non esiste!”

AvenirSuisse al servizio degli spalancatori di frontiere partorisce un nuovo studio

Era un po’ che i soldatini di Avenir Suisse non ci deliziavano con le loro impareggiabili fetecchiate, ed in effetti cominciavamo a preoccuparci. Non avranno mica chiuso bottega? Non saranno mica stati acquisiti dal circo Barnum? Invece, ad inizio settimana, abbiamo potuto tirare un sospiro di sollievo: non ci hanno abbandonati, ci sono ancora.

Ma, prima di tutto, cos’è Avenir Suisse? Trattasi (autodefinizione) di un “Think tank” ovvero un “serbatoio di pensiero” vicino all’economia. C’è da chiedersi, visti i risultati, se il “serbatoio” in questione sia pieno di pensiero o piuttosto di qualche superalcolico. Che entusiasmerebbe il presidente non astemio della Commissione UE Jean Claude “Grappino” Juncker almeno al pari delle allucinate teorie di Avenir Suisse.

Le perle

Nella sua presa di posizione divulgata una decina di giorni fa, il “serbatoio di pensiero” diletta la nazione con elucubrazioni sul mercato del lavoro in regime di devastante libera circolazione delle persone e sulle misure accompagnatorie.

Tra tante fregnacce, una più paradossale dell’altra, è difficile stabilire una graduatoria. Eccone alcune:

  • “La paura della pressione sui salari si è dimostrata ampiamente infondata”;
  • “Stando a numerose ricerche (sic!) l’immigrazione si è rivelata favorevole per l’occupazione locale”;
  • “Le misure accompagnatorie presentano grossi svantaggi”
  • “Va soppressa l’estensione facilitata del campo d’applicazione dei contratti collettivi di lavoro (CCL)”.

Quali studi?

Cosa dire davanti ad un tale profluvio di boiate?

Mancano solo un paio di frasi sugli asini che volano, sulla terra piatta che gira attorno al sole, e sugli unicorni che passeggiano per i giardinetti pubblici.

Sarebbe poi interessante capire quali sono le “numerose ricerche” attestanti che l’immigrazione si sarebbe rivelata “favorevole per l’occupazione locale”. Le indagini dell’IRE sul frontalierato, realizzate da ricercatori frontalieri? Gli studi farlocchi della SECO? I libri di Lewis Carroll? Quelli di Carlo Collodi? Le pubblicità del Mulino Bianco?

Tempistica sospetta

“Immigrazione uguale ricchezza”, si ostinano dunque a strillare i soldatini di Avenir Suisse al servizio dei padroni della grande economia, quella che vuole le frontiere spalancate per poter disporre di quantitativi illimitati di manodopera straniera a basso costo con cui sostituire i lavoratori svizzeri per massimizzare i propri profitti. E la $inistra internazionalista e multikulti, con questi padroni ci va a manina; altro che difendere i lavoratori.

Non è certo un caso che il nuovo rapporto dei soldatini di Avenir Suisse sia uscito ad un paio di settimane di distanza all’annuncio del lancio di un’iniziativa contro la libera circolazione delle persone (che va sostenuta ad ogni costo: avanti con la Swissexit!). L’obiettivo dei soldatini è infatti quello di ripetere in modo ossessivo, come un mantra, che la devastante libera circolazione è una benedizione. Quando per la maggioranza degli svizzeri è, invece, proprio il contrario. Ma è allarmante che, in un autoproclamato “serbatoio di pensiero”, non si “pensi” che continuando a pappagallare fregnacce avulse dalla realtà si ottengono solo due risultati: 1) esacerbare ulteriormente gli animi e 2) dimostrare che ormai i fautori delle frontiere spalancate sono alla frutta: smentiti tutti gli argomenti realistici, sono costretti a ricorrere a favolette da acido lisergico.

La situazione ticinese

Non stiamo a ripetere tutti i dati ticinesi a conferma che quanto scritto dal “serbatoio di pensiero” è un accumulo di scandalose balle. Dall’esplosione del numero di frontalieri in Ticino a quella, contemporanea, dei casi di assistenza, dei working poor  e dei sottoccupati. Dal fatto che i frontalieri (sempre in Ticino) con la libera circolazione sono quadruplicati proprio nel terziario (ossia in quel settore in cui vanno a soppiantare la forza lavoro residente), al continuo aumento del divario salariale tra il Ticino e la Svizzera interna. Dal degrado delle condizioni di lavoro in questo sempre meno ridente Cantone (le peggiori della Svizzera, secondo un recente studio Transfair) al tasso di disoccupazione ILO che nel terzo trimestre 2016 era addirittura superiore di quello della Lombardia. E cosa dire dell’ultimo studio dell’Ufficio federale di statistica da cui emerge che il Ticino è il cantone più povero della Svizzera, con un tasso di povertà reddituale del 17%, ossia 10 punti in più del dato complessivo a livello nazionale? 

Non ancora contenti, i sedicenti “studiosi” al servizio dei padroni mettono la ciliegina sulla torta e  si scagliano contro i contratti collettivi di lavoro.

Contro i diritti popolari

Riassumendo: limitazione della libera circolazione NO, misure accompagnatorie NO, contratti collettivi di lavoro NO, frontiere spalancate SI’: il Think Tank vuole semplicemente svendere la Svizzera all’estero.

Per fortuna che a sputtanare le fregnacce di Avenir Suisse ci pensano personaggi del calibro dell’ex vicepresidente della Banca nazionale svizzera Jean-Pierre Danthine il quale ha affermato che la libera circolazione incontrollata nuoce all’economia. Oppure del professor Reinhard Eichenberger dell’Università di Friburgo, che ha detto la stessa cosa, aggiungendo che i bilaterali non sono indispensabili per la Svizzera e che è opportuno introdurre una  tassa d’entrata per i frontalieri.

Tanto per chiarire ulteriormente il livello dei signori di Avenir Suisse: sono quelli che hanno pure proposto di rendere più difficile l’esercizio dei diritti popolari d’ iniziativa e di referendum, perché “il popolo becero vota sbagliato”.

Una benedizione

D’altra parte, le esternazioni di questo sedicente “gruppo di riflessione” (al servizio dei padroni) che si autoerotizza cerebralmente con la globalizzazione spinta, a modo loro sono una benedizione: ogni volta che i galoppini di Avenir Suisse aprono bocca, i consensi per la futura iniziativa contro la devastante libera circolazione delle persone salgono. Per cui, prepariamoci ad una battaglia storica per il futuro del paese!

Lorenzo Quadri

Lugano, centro città in crisi: la colpa non è “del gatto”!

Per la moria di commerci ci sono dei responsabili. Che non vanno dimenticati

 

Tengono banco ultimamente le difficoltà dei negozi del centro di Lugano ed in particolare di Via Nassa. Al proposito si è parlato di varie possibili concause, dal boom degli acquisti online alla crisi, dal piano viario PVP al declino della piazza finanziaria.

Ohibò. Crisi? Ma come, non c’era lo studio delle banche cantonali romandi a raccontare che il Ticino sarebbe la regione più dinamica d’Europa? Certo che se in queste statistiche si infilano anche i salari che i 65mila frontalieri e le svariate migliaia di padroncini esportano direttamente nel Belpaese, senza lasciare sul nostro territorio nemmeno un franco, niente di strano se poi ne risultano statistiche aberranti. Che però fanno comodo, molto comodo, ai lecchini della libera circolazione per venirci a raccontare che Tout va bien, Madame la Marquise: perché ci sono gli studi dei grandi scienziati che dicono che…

Questioni viarie

Sulle evidenti responsabilità del piano viario PVP nelle difficoltà delle attività commerciali del centro città abbiamo detto più volte. Ad esse si aggiungono le tariffe spropositate degli autosili, alzate per fare cassetta. Il retro pensiero è il seguente: si scoraggiano le soste di lunga durata in centro per favorire la rotazione. Campa cavallo.  Il risultato ottenuto è ben diverso: quello di mettere in fuga chi si reca(va) in centro a fare acquisti e a svolgere commissioni. Se arrivare in centro diventa una gimkana e posteggiare un lusso, il cittadino medio che di lussi non se ne può più permettere sceglie di spendere i suoi soldi altrove. Inutile quindi fare le verginelle. Le scelte politiche contro gli automobilisti hanno delle conseguenze dirette sull’economia del centro. E i cittadini, sempre più limitati nelle proprie libertà e tartassati con tasse e balzelli, non sono i soldatini dei politici e delle loro paturnie ideologiche.  Non vanno a fare compere in centro usando autopostale bus trenino  park&ride (con magari cambi di mezzo e tempi d’attesa) per far contenti i politicanti. Ad andarci di mezzo è il tessuto economico cittadino.

Piazza finanziaria:  i colpevoli ci sono

Un altro aspetto che viene sempre citato solo en passant nelle discussioni sulle difficoltà dei commerci del centro di Lugano è il declino della piazza finanziaria. Il che non significa solo meno clientela danarosa in arrivo dall’Italia per questioni di gestione patrimoniale e con disponibilità a spendere nei negozi locali. Significa anche posti di lavoro “pregiati” persi nella piazza finanziaria, in genere occupati da ticinesi. Gente che prima poteva permettersi di spendere in via Nassa e adesso non può più. Questa vera e propria batosta per l’economia cantonale e luganese viene  oggi accettata con fatalismo. Con “ineluttabilismo”. Come se si trattasse di un’ alluvione o di una frana. Un fenomeno naturale di cui nessuno porta la responsabilità. Ma non è affatto così. Per l’accaduto ci sono dei precisi responsabili. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf che ha smantellato il segreto bancario senza alcuna contropartita per inchinarsi ai suoi padroni UE, e le forze politiche che le hanno dato corda in parlamento: PLR, PPD, P$$.  Ovvero gli stessi che, con perfetta coerenza, rottamano ogni proposta che permetterebbe alla Svizzera di difendere gli ultimi residui di sovranità. E naturalmente c’è un terzo attore: le grandi banche, ormai multinazionali che di svizzero hanno solo il nome e che della Svizzera se ne sbattono. A loro interessa l’accesso globale ai mercati. Il resto, ed in particolare le piazze finanziarie elvetiche, sono quantité négligeable. Strano però, perché quando si trattava di battere cassa presso la Confederella per evitare il “grounding” questi colossi suonavano una musica ben diversa. Poi, passata la festa, gabbato lo santo.

Lorenzo Quadri

Nuovi accordi fiscali: l’Italia non li ratificherà mai

Il motivo è semplice: i frontalieri non vogliono pagare più tasse, ed i politicanti…

Arieccoli! Lo scorso mercoledì, i  Consigli sindacali interregionali Ticino-Lombardia-Piemonte e Lombardia-Grigioni hanno diramato un logorroico comunicato stampa congiunto sul tema della tassazione dei frontalieri. Un fiume di parole e di dichiarazioni fumogene in cui ancora si persevera nell’accusare la Svizzera in generale ed il Ticino in particolare di “discriminare” i frontalieri. Del resto, finché a Berna nessuno fa un cip mentre la Farnesina si permette di convocare d’urgenza (uhhh, che pagüüüraaa!) l’ambasciatore svizzero per i tre valichi secondari chiusi di notte, ovvio che la shistorm (=tempesta di cacca) contro la Svizzera prosegue. E’ mediaticamente pagante, come ben si è visto.

Discriminazione?

Infatti, è davvero molto plausibile che in un Cantone che “discrimina” i frontalieri ce ne siano 65mila, ossia quasi il 30% della forza lavoro, ed in continuo aumento.  Nella loro ardimentosa arrampicata sui vetri, i Consigli sindacali interregionali arrivano addirittura a dire che la chiusura notturna dei tre valichi secondari sarebbe una misura contro i frontalieri. Signori, ma ci si siete o ci fate? E allora come la mettiamo con la reintroduzione dei controlli sistematici ai confini da parte del Belpaese a seguito del G7? Questo provvedimento sì che ostacola i frontalieri…

Invece delle solite accuse…

Sarebbe anche bene sentire di tanto in tanto da queste associazioni che rappresentano i frontalieri, invece delle solite squallide recriminazioni contro il Ticino anti-italiano, una qualche parola di gratitudine. Perché senza il Ticino “chiuso e gretto”, i cittadini italiani da loro rappresentati non avrebbero la pagnotta da mettere sul tavolo. E, se aspettano le soluzioni dai politicanti azzurri in fregola di visibilità mediatica, quelli che per una comparsata in video venderebbero anche la nonna, fanno a tempo a morire d’inedia.

Il discorso è semplice

I fiumi di parole, i fumogeni ed i discorsi roboanti delle associazioni dei frontalieri servono a mascherare una realtà molto semplice. Addirittura banale. Ovvero che i frontalieri rifiutano i nuovi accordi fiscali perché, se entrassero in vigore, dovrebbero pagare più tasse. Dovrebbero pagarle come i loro connazionali che lavorano in Italia. Ed invece, i frontalieri – comprensibilmente, dal loro punto di vista – vogliono mantenere l’attuale status di privilegiati fiscali (a scapito degli altri contribuenti). Essendo i politicanti d’Oltreramina famelici dei voti dei frontalieri e dei loro familiari, ne sostengono le richieste ad oltranza. Ecco perché il nuovo accordo sui frontalieri non entrerà mai in vigore. Il resto sono solo scuse per nascondere le vere motivazioni del “gran rifiuto”. Una volta è la richiesta del casellario, un’altra il voto su Prima i nostri, una terza la chiusura notturna dei tre valichi secondari… Balle solenni! Se un domani per delirio d’ipotesi – e speriamo che davvero di delirio si tratti – la parte elvetica dovesse aderire a tutte le svalvolate richieste in arrivo da oltreramina (che sono, né più né meno, degli attentati alla nostra sovranità  nazionale) nel Belpaese troverebbero sempre nuove scuse per non ratificare gli accordi.

Vale la pena?

La domanda è: ma questi nuovi accordi sono davvero così interessanti per il Ticino? In altre parole: Vale davvero la pena “scaldarsi l’urina” per averli? La risposta è no. Nell’erario del nostro sempre meno ridente cantone non entrerebbero molti soldi in più di ora. In quello del Belpaese, per contro, ne entrerebbero eccome. Eppure la vicina Repubblica questi soldi sembra non volerli. Per noi, il vantaggio del nuovo regime sarebbe che l’aumentata pressione fiscale potrebbe avere, quale effetto collaterale, una certa funzione calmierante sul dumping salariale. Forse.

Decisamente un po’ poco. In più, con i nuovi accordi, non ci sarebbero più i ristorni dei frontalieri. Quindi il Ticino non disporrebbe più del suo unico mezzo di pressione efficace, sia verso Berna che verso Roma.

E allora, dobbiamo davvero stracciarci le vesti per i nuovi accordi che l’Italia non vuole? Prendiamone atto e procediamo come segue:

  • conferma della richiesta del casellario giudiziale e della chiusura notturna di tutti i valichi secondari;
  • applicazione rigorosa di Prima i nostri;
  • avanti con l’abolizione della libera circolazione;
  • blocco dei ristorni.

 

Lorenzo Quadri

Delinquenti stranieri: No alle difese a “cinque stelle”!

Gli avvocati d’ufficio, pagati dal contribuente, si attengano al minimo indispensabile

Ben vengano le decurtazioni degli onorari ad opera del giudice Marco Villa: ma prima, “l’era tüt a posct”? Oppure nessuno si è mai posto il problema?

Il giudice Marco Villa ha decurtato per la terza volta gli onorari dei difensori d’ufficio di delinquenti stranieri. Come riferisce LaRegione, le riduzioni sono arrivate fino a quasi la metà dell’onorario richiesto. Il procedimento oggetto degli ultimi tagli è quello a carico tre giovani di etnia Rom residenti in Francia, catturati in febbraio mentre svaligiavano un appartamento a Lugano, dopo che nei giorni precedenti avevano messo a segno svariati furti con scasso nella zona.

Milioni pagati indebitamente

Il giudice Villa ha fatto benissimo a decurtare gli onorari della difesa. Al proposito tuttavia nasce spontanea una considerazione inquietante. E’ assai poco plausibile che tutti questi onorari ingiustificati spuntino solo ora. E’ evidente che si tratta di prassi corrente. Solo che fino ad adesso nessun giudice ha mai fatto cip. Malgrado ne avesse facoltà. Col risultato che il Cantone – e quindi il solito sfigato contribuente – ha pagato costi esorbitanti per la difesa d’ufficio di delinquenti stranieri! Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza?

La domanda è: quanti milioni sono stati indebitamente pagati in difese d’ufficio esagerate? Non lo sapremo mai, ma sicuramente si tratta di vagonate. Poi, per far fronte a queste spese allegre, il Cantone mette le mani nelle tasche della gente tramite la fiscalità diretta ed indiretta. Come mai finora i giudici non hanno mai sentito l’esigenza di maggior rigore nel controllare i conti della difesa? A cosa si deve questo “laisser faire”? Al vecchio principio del “cane non mangia cane” ossia nel caso concreto giurista non mangia giurista? E’ evidente che qualcuno dovrà fornire delle spiegazioni.

Immagine lesa?

Come da copione, l’ordine degli avvocati è insorto contro le iniziative di Villa, accusato di “ledere l’immagine della categoria”. Con una facile battuta, si potrebbe replicare che a “ledere l’immagine della categoria” gli avvocati ci riescono benissimo da soli, senza bisogno di aiuti esterni.

E’ chiaro che il problema non è di immagine ma, molto più prosaicamente, di pecunia. In questo Cantone ci sono troppi avvocati che di qualcosa devono pur campare. Il sovrannumero di azzeccagarbugli alimenta la litigiosità (che interesse ha il legale a chiudere rapidamente una causa quando potrebbe “tettarci dentro” per anni?).  E fomenta anche la ricorsite Di conseguenza, pure gli enti pubblici devono assumere legali a go-go, rispettivamente ricorrere sempre più spesso alle loro prestazioni, pagandole in soldoni (pubblici) sonanti. Insomma, la macchina si autoalimenta.

La criminalità d’importazione è un altro filone d’oro per la categoria dei legali. L’onorario riconosciuto dal Cantone per le difese d’ufficio non è certo disprezzabile: 180 Fr all’ora, aumentabile fino a 250 per casi “particolarmente impegnativi” (?) come pure per la partecipazione ad interrogatori al di fuori dell’orario di lavoro.  Per cui, come si dice nella vicina Penisola: “piatto ricco, mi ci ficco”!

Patrocinio a cinque stelle

Le accuse di lesa maestà  lanciate dagli avvocati per le decurtazioni degli onorari nell’ambito del gratuito (“gratuito” non certo per il contribuente) patrocinio di delinquenti stranieri fanno sorridere. Perché si tratta di una semplice manovra diversiva. Nessuno infatti rimprovera ai difensori d’ufficio di rubare. Non c’è ragione di dubitare che le ore lavorative esposte nella calcolazione degli onorari siano state effettivamente svolte. Il problema è un altro; ed è su questo che il segnale deve essere chiaro. Non è accettabile che i delinquenti stranieri beneficino di un patrocinio a “cinque stelle” pagato dagli onesti contribuenti ticinesi (tra cui le vittime dei reati commessi da questi delinquenti). Quegli stessi contribuenti che poi magari si trovano nella condizione di dover rinunciare a far valere i propri diritti perché non hanno i soldi per pagarsi l’avvocato. Però lo devono pagare ai criminali d’importazione.

No al paese del Bengodi

Questo significa che gli avvocati d’ufficio devono capire, al di là di ogni dubbio, una cosa: per i delinquenti stranieri a beneficio dell’assistenza giudiziaria si fa solo quanto strettamente necessario. E non una virgola in più. Per rispetto di chi si trova a pagare il conto. E non veniteci a raccontare che l’avvocato d’ufficio non ha sufficiente margine di manovra per decidere fino a dove può arrivare.

Già i malviventi d’importazione spesso e volentieri vengono condannati a pene ridicole (mica sono automobilisti incappati nelle maglie di Via Sicura). Se vanno in prigione, si trovano in carceri che sembrano alberghi, con tanto di menù per musulmani e palestra. E cosa pretendono ancora, pure le difese di lusso a spese del contribuente?

Di fare il paese del Bengodi per delinquenti stranieri ne abbiamo piene le scuffie. Anche l’ordine degli avvocati farà bene a prenderne nota. E a fare la propria parte. Senza troppe polemiche, che non portano da nessuna parte.

Lorenzo Quadri

I cittadini ticinesi hanno deciso di aumentarsi le tasse

Nuova legge sull’energia e fetido balzello: l’importante è essere consapevoli

 

Come ci si poteva attendere, vista la disparità delle forze in campo, la scorsa domenica alle votazioni cantonali e comunali è passato il doppio sì. Sì alla legge sull’energia e sì al fetido balzello cantonale sul sacco del rüt. Non si può, ovviamente, che prenderne atto (fossero passati i due No, a $inistra pretenderebbero di rifare la votazione). C’è tuttavia spazio per alcune considerazioni conclusive.

  • Gli svizzeri ed i ticinesi hanno democraticamente deciso di aumentarsi tasse e balzelli. Il sì alla strategia energetica comporterà inoltre ulteriori limitazioni della libertà, misure dirigistiche e burocrazia. Vedremo poi che fine faranno i posti di lavoro nel settore dell’olio combustibile e delle centrali nucleari. I costi a carico dei cittadini e dell’economia saranno pesanti. Già domenica il Consigliere di Stato P$ se ne è uscito giubilante a dichiarare che “aumenteranno un po’ le bollette” (evidentemente a qualcuno ogni nuovo prelievo dai sempre più esausti borsellini dei ticinesi provoca il massimo godimento). Quell’ “aumenteranno un po’” sta ovviamente ad indicare aumenti massicci.
  • Che gli esponenti dell’economia, a partire dall’AITI, abbiano potuto sostenere la strategia energetica 2050, è incomprensibile. O forse è fin troppo comprensibile: leggi “ordini di scuderia”.
  • C’èda sperare che il sì al fetido balzello sul sacco del rüt sia stato depositato nell’urna nella consapevolezza che per la raccolta e lo smaltimento rifiuti con la nuova legge si pagherà complessivamente di più e non certo di meno. Perché la legge di fresca approvazione prevede una copertura del 100% di questi costi tramite tasse causali (tassa di base più tassa sul sacco). E solo pochissimi comuni raggiungono oggi tale grado di copertura. In tutti gli altri, siamo ben lontani dal 100%. Ciò vale, nota bene, anche per svariati comuni dove il fetido balzello è già in vigore. La vecchia Bellinzona, ad esempio, pur avendo da tempo la tassa di base e quella sul sacco, dovrà aumentare il proprio grado di copertura attuale (61%) del 39%. Ciò sarà possibile, è chiaro, solo tramite aumenti massicci del prelievo “causale” o presunto tale (perché sulla “causalità” della tassa di base, si potrebbe disquisire a lungo).
  • Il fetido balzello cantonale è stato approvato in sostanza dai comuni dove è già in vigore. Il che non sorprende, dal momento che un No non avrebbe portato all’abolizione dei balzelli esistenti. L’argomento che forse non è passato è che – proprio in virtù di quel tasso di copertura del 100% delle spese di raccolta e smaltimento rifiuti tramite tasse causali previsto dalla nuova legge – anche chi ha già la tassa di base e la tassa sul sacco pagherà di più. Con pochissime eccezioni (5 o 6 comuni).
  • E’ pacifico che a Lugano il moltiplicatore va abbassato per l’equivalente dell’introito dei nuovi balzelli sulla monnezza, dal momento che non si può pagare due volte (con le imposte e con le tasse causali) per la stessa prestazione. Non diminuire il moltiplicatore equivarrebbe dunque a procedere ad un aggravio fiscale occulto. Questo deve essere molto chiaro.  Le maschere cadranno presto: chi si opporrà alla diminuzione del moltiplicatore confermerà che le storielle sulla legalità, sulla tutela dell’ambiente e tutti gli altri leitmotiv del politikamente korretto che ci sono stati somministrati in dosi industriali nelle scorse settimane erano emerite fregnacce: l’obiettivo era semplicemente quello di fare ulteriormente cassetta a spese del contribuente, dopo aver già aumentato il moltiplicatore del 10%.
  • Visto che il moltiplicatore deve essere approvato dal consiglio comunale, ul bel vedè…
  • Non esistono nuove tasse che fanno risparmiare e soprattutto ogni nuova tassa è destinata ad aumentare.
  • Il fetido balzello è un regalo al Consiglio di Stato: in futuro per ogni necessità il governo potrà non solo aumentare i balzelli causali già esistenti, ma inventarsene di nuovi per mungere il cittadino senza toccare le aliquote fiscali (ma il risultato è lo stesso). Ovviamente i nuovi balzelli causali verranno presentati con motivazioni all’insegna del politikamente korrettissimo: quindi “non si potranno rifiutare”, pena la messa alla pubblica gogna come beceri populisti.
  • I contrari al fetido balzello hanno trionfato a Lugano (quasi il 65% dei voti) e hanno ottenuto il 42% a livello cantonale. Il risultato è senz’altro importante se si considera a) lo sparuto gruppetto di promotori e b) il fatto che il margine d’azione esisteva in pratica solo nei comuni dove non c’è la tassa sul sacco. Che infatti l’hanno massicciamente respinta. In questo senso, dunque, il referendum è stato un successo.
  • Lo schiacciante No dei luganesi al fetido balzello andrà evidentemente tenuto in considerazione. Ciò significa: giù il moltiplicatore.
  • Impareggiabili le pippe mentali dei commentatori della stampa di regime (controllata dalla partitocrazia) su presunte lotte di potere (uhhh, che pagüüüüraaaa!) tra la corrente movimentista e quella istituzionale della Lega. Per questo pattume mediatico non si paga la tassa sul sacco?

Lorenzo Quadri

Riuscita l’iniziativa popolare per il referendum finanziario

Lo strumento democratico di controllo della spesa pubblica è già realtà in 18 Cantoni

 

Ennesima legnata per la partitocrazia: l’iniziativa popolare costituzionale per l’introduzione in Ticino del Referendum finanziario obbligatorio (RFO) è riuscita. Il tetto delle 10mila firme è stato ampiamente superato grazie al “rush” finale. Adesso lo si può dire pubblicamente senza tema di smentite.

I ticinesi potranno votare

I cittadini ticinesi potranno dunque votare sull’introduzione di questo strumento di controllo popolare della spesa pubblica. Il RFO prevede infatti che le spese del Cantone superiori ad un “tot” da definire vengano obbligatoriamente sottoposte al giudizio delle urne.  Un sistema già in vigore in 18 Cantoni; quindi non si tratta certo di andare a giocare all’apprendista stregone inventandosi regole che non esistono da nessun’altra parte (come sta invece facendo, ad esempio, il DECS del compagno Bertoli con il progetto “La scuola che (non) verrà”, grondante ideologia ro$$a).

E, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, i 18 Cantoni che dispongono del RFO hanno le finanze messe meglio di quelle ticinesi.

Costretti a più cautela

La spesa pubblica ticinese continua a crescere. Da decenni la partitocrazia si sciacqua la bocca con il “contenimento delle uscite” e con la “revisione dei compiti dello Stato”. Peccato che non si vedano né l’uno né l’altra. Se non si riesce nemmeno a risparmiare sull’osservatorio della vita politica regionale o sul centro di dialettologia…

I partiti storici sono nati, cresciuti e hanno prosperato con il clientelismo. Il che significa: favori in cambio di voti. Ed  i favori della politica sono finanziati con soldi pubblici. Certo, non si fanno solo con le grandi spese, ma anche con altri mezzi. Ad esempio posti di lavoro pubblici per galoppini, mandati agli amici degli amici, eccetera.  Tuttavia le grandi spese sono senz’altro un ingranaggio importante del meccanismo. Portarle sotto il controllo del contribuente significa ostacolare fattivamente il giochetto dello “spendi e tassa”. Per non farsi sconfessare ad ogni votazione, con il RFO la politica sarà costretta a diventare più cauta nell’uso delle risorse pubbliche. Dovrà anche cercare dei partner privati per finanziare determinati progetti. Perché le grandi strutture pagate da tutti ma a vantaggio di “pochi intimi” sono un lusso che il Ticino non si può più permettere.

Fermare il “tassa e spendi”

Le uscite dello Stato crescono e per compensare si batte  cassa presso il contribuente.  Gli espedienti messi in campo per raggiungere tale obiettivo si moltiplicano. Vedi il moltiplicatore cantonale con freno all’indebitamento: un meccanismo, promosso dalla $inistra, che serve a contenere il deficit pubblico non già riducendo le uscite ma aumentando la pressione fiscale. Vedi gli aggravi sulle stime immobiliari. Vedi gli aumenti di varie tasse e l’invenzione di nuovi balzelli. La votazione della scorsa settimana sulla tassa sul sacco non ha solo introdotto, appunto, una nuova tassa – che come tutte è destinata ad aumentare. Ha anche sdoganato un discorso altrettanto pericoloso per le tasche dei ticinesi: quello delle tasse causali.

Con slogan politikamente korrettissimi, prestazioni che erano coperte con le imposte ordinarie vengono fatte pagare ai cittadini con tasse specifiche. Naturalmente senza diminuire le imposte. Ma a cosa servono, allora, queste ultime? Solo a finanziare un’amministrazione pubblica sovradimensionata che, per giustificare la propria esistenza, poi si inventa il lavoro, generando ulteriori costi e burocrazia in un circolo vizioso?

Contropartita

Le nuove facilitazioni nel mettere le mani delle tasche della gente per coprire i buchi fatti dalla politica vanno controbilanciate da un maggior controllo popolare sulle uscite. Per questo il RFO è più necessario che mai. Il fatto che l’iniziativa per la sua introduzione sia stata osteggiata dalla partitocrazia – il PLR ad esempio è assolutamente contrario al RFO che peraltro ha già affossato in Gran consiglio nel febbraio 2015 –  e dalla stampa di regime, conferma ulteriormente la validità della proposta. Il RFO non piace in quanto ostacola certe “merende”.

La riuscita dell’iniziativa per l’introduzione del Referendum finanziario obbligatorio offre al contribuente una bella opportunità. Nell’ottica del “chi paga comanda”, i cittadini devono avere più potere decisionale anche in materia di spesa pubblica. In caso contrario, verranno munti sempre più, con sempre nuovi stratagemmi. Il RFO è, dunque, un’esigenza di legittima difesa del contribuente contro il partito trasversale del tassa e spendi.

Lorenzo Quadri

 

Criminalità d’importazione: ma quanto ci costa?

Gratuito patrocinio per delinquenti stranieri: è ora di scoperchiare il pentolone!

 

Ma guarda un po’! In questo sempre meno ridente Cantone sta prendendo “corpo” la  questione dei costi esorbitanti delle difese d’ufficio di delinquenti stranieri. Naturalmente il conto lo paga il solito sfigato contribuente.

Ma come, immigrazione non doveva essere uguale a ricchezza?

Sì, forse per gli avvocati d’ufficio dei delinquenti stranieri di cui sopra, che inoltrano le parcelle al Cantone con la certezza di vedersele saldate.

Del resto, è evidente che sulla piazza ticinese ci sono legali in esubero. Al momento infatti gli iscritti al registro cantonale degli avvocati sono ben 804. Il che vuol dire un avvocato ogni 435 abitanti. Per non saper né leggere né scrivere, la concentrazione ci pare eccessiva, anche per un Cantone litigioso quale è il nostro.

Sicché, tutti questi professionisti del foro in un modo o nell’altro devono portare a casa la pagnotta… E i gratuiti patrocini (gratuiti per il beneficiario, ma non per la collettività) sono sicuramente un “segmento” interessante.

Tariffe “non da dumping”

L’ordinanza sull’assistenza giudiziaria all’articolo 4 stabilisce infatti che “l’onorario dell’avvocato che opera in regime di assistenza giudiziaria è calcolato secondo il tempo di lavoro sulla base della tariffa di 180 Fr all’ora”. In casi particolarmente impegnativi, tuttavia, l’onorario “può essere aumentato fino a 250 Fr all’ora”.

Inoltre (art. 5 a): “l’onorario dell’avvocato per la partecipazione ad interrogatori al di fuori dell’orario di lavoro usuale è fissato a 250 Fr all’ora”.

Insomma: il dumping salariale è un’altra cosa…

Le (giuste!) decurtazioni

Tuttavia, la certezza di vedersi saldare le fatture da mamma Stato ultimamente vacilla. Un paio di settimane fa, il giudice Marco Villa ha ridotto da 120mila a 79mila Fr gli onorari degli avvocati d’ufficio di quattro rapinatori italiani (quelli processati per l’assalto ad un portavalori ad Agno). Ad inizio della scorsa settimana, stesso giudice e stesso scenario: la parcella per la difesa d’ufficio di tre ladri bulgari viene ridotta di un terzo, a 20mila Fr.

Uella, stiamo parlando di un sacco di biglietti da mille, mica di due spiccioli!

Il giudice Villa ha spiegato così la propria decisione: “La Corte ha moralmente (?) l’obbligo di analizzare le note d’onorario e se ritiene che determinate prestazioni non siano giustificate o eccessive, ha il diritto di decurtarle o ridurle”.

I dubbi

Ohibò, a questo punto  le domandine cominciano a sorgere spontanee. Nel giro di pochi giorni sono stati individuati due casi in cui le note d’onorario degli avvocati d’ufficio di delinquenti stranieri sono state ritenute “non giustificate o eccessive” e pertanto decurtate. Due casi in pochi giorni. E prima… il nulla? Era “tüt a posct”? Oppure nessuno controllava e lo Stato – quindi il contribuente – pagava senza un cip? Viste le importanti somme in gioco, occorre andare a fondo.

Inoltre: gli avvocati cui vengono decurtate le parcelle, sono sempre gli stessi? Il che, sia chiaro, non vuole ancora dire che questi patrocinatori tentino di truffare lo Stato. Sarà anche vero che le ore lavorative esposte le hanno effettivamente svolte. Ma la domanda è un’altra: queste ore, erano davvero tutte necessarie? Sapendo che:

  1. lavorano a carico del contribuente;
  2. difendono gente arrivata in Ticino per delinquere;
  3. i costi della difesa d’ufficio dei delinquenti stranieri sono impossibili da recuperare;

i patrocinatori si sono preoccupati di fare solo ciò che è strettamente indispensabile? Oppure sono “andati lunghi” senza porsi il problema di chi paga la fattura?

24 milioni

I due casi balzati agli onori (?) della cronaca indicano che le somme in gioco sono importanti. E a questo punto ci piacerebbe proprio avere qualche indicazione in più.

Ad esempio: a quanto ammontano le spese giudiziarie per la difesa di delinquenti stranieri rimaste sul groppone del contribuente?

Su questo tema, dalla risposta data a metà febbraio dal Consiglio di Stato all’interrogazione della deputata Udc Lara Filippini, si sa che il 31 dicembre 2015  lo scoperto non recuperato a carico del Cantone per gratuito patrocinio e spese processuali non pagate ammontava in totale alla bellezza di 24 milioni di franchetti.  La somma comprende la totalità delle cause, non solo quelle penali, e la totalità dei beneficiari di assistenza giudiziaria, quindi sia svizzeri che stranieri. Il recupero di quanto speso  è estremamente difficoltoso, malgrado il Dipartimento delle Istituzioni si stia dando da fare per migliorare la situazione.

Nello specifico, il governo precisava: “Il settore penale è quello in cui le difficoltà legate al recupero delle spese sono maggiori. In questo ambito infatti il recupero è praticamente limitato ai casi in cui vi sono importi depositati relativi a cauzioni o sequestri confiscati a favore di tasse e spese. Le cifre in gioco sono molto alte ed i condannati – per lo più persone di origine straniera che vengono espulse dopo l’esecuzione della pena – non dispongono dei mezzi necessari per farvi fronte”. Ma come: immigrazione non era uguale a ricchezza?

Sarebbe interessante sapere quanti di questi 24 milioni di costi sono generati da delinquenti stranieri!

E il totale?

A ciò bisogna pure aggiungere che, se i delinquenti in questione vengono condannati a pene detentive, i costi a carico della collettività si fanno subito esorbitanti. Un giorno alla Stampa costa oltre 300 Fr. E l’80% dei detenuti sono stranieri. Sempre per la serie “immigrazione uguale ricchezza”. Se poi, una volta scontata la pena, il delinquente straniero, invece di venire espulso, resta in Svizzera, magari a carico dell’assistenza, la fattura lievita ulteriormente!

Per cui la domanda è: ma quanto ci costano i delinquenti stranieri in gratuito patrocinio, in spese di detenzione e poi magari anche in spese d’assistenza?

Processare all’estero

Uno degli avvocati la cui parcella per la difesa di malviventi d’importazione è stata decurtata ha commentato come segue: “Se non vogliamo questo onere (ossia la spesa del gratuito patrocinio), in particolar modo per gli imputati stranieri ai quali lo Stato non potrà chiedere il rimborso, allora bisognerebbe dare loro la possibilità di essere giudicati nel proprio Paese”.

Il principio è giusto, la scelta dei termini quantomeno incauta. Non deve trattarsi di possibilità, bensì di obbligo. Altrimenti nessuno si farà giudicare nel proprio paese. Idem dicasi per la carcerazione. Che deve avvenire nel paese d’origine ed a spese del medesimo.

Poco ma sicuro che queste richieste verranno portate avanti dalla Lega a livello federale. Ma, chissà perché, siamo pronti a scommettere che a mettersi a starnazzare non saranno solo i buonisti-coglionisti, ma anche la casta degli avvocati.

Lorenzo Quadri

Non sarà mica colpa delle frontiere spalancate, vero?

Statistica sulla povertà, Ticino – ma guarda un po’ –  “maglia nera” della Svizzera

 

Nelle ultime settimane sono state pubblicate varie statistiche sulla povertà in Svizzera ed in Ticino. Secondo l’Ufficio federale di statistica, a livello nazionale nel 2015 il 7% della popolazione (570mila persone) viveva in situazione di povertà reddituale. In Ticino, ma tu guarda i casi della  vita, questa percentuale sale di ben 10 punti, al 17%! Sicché l’Ufficio federale di statistica certifica che il nostro è il Cantone più povero della Svizzera! Non che ci volessero grandi studi scientifici per accorgersene. Basta guardare i dati dell’assistenza, della sottoccupazione e della disoccupazione.

Magari oltre a constatare i danni, ci si potrebbe anche chiedere il perché il tasso di povertà in Ticino è così clamorosamente superiore a quello medio nazionale. Dove sta la differenza tra il Ticino ed il resto della Svizzera? Sta forse nel fatto che è incuneato nel Belpaese in regime di devastante libera circolazione delle persone? E che questa situazione ha conseguenze occupazionali drammatiche (non stiamo a snocciolare per l’ennesima volta le cifre dell’invasione da sud)?

Visto che tale è la realtà, si abbia almeno la decenza di piantarla di negare l’evidenza. Oppure di ammettere che sì, le cose stanno così, ma la partitocrazia ha scientemente deciso che la libera circolazione delle persone vale più del benessere dei Ticinesi e quindi il Ticino va sacrificato sull’altare dei bilaterali. Sarebbe almeno più onesto di continuare a prenderci per i fondelli.

Presi per il lato B

Presa per i fondelli che invece continua. Infatti, ironia della sorte, pochi giorni prima della divulgazione della citata statistica le banche cantonali romande se ne sono uscite con uno studio, evidentemente farlocco, secondo cui il Ticino, dove sempre più gente ha le pezze alle culottes grazie alla deleteria politica delle frontiere spalancate, sarebbe la quarta regione più dinamica d’Europa, dopo Londra, Lussemburgo e Zurigo.

Uno studio che sicuramente NON è piaciuto all’IRE del buon Rico “E’ solo una percezione” Maggi, visto che potrebbe rubare alle sue indagini sui frontalieri, svolte da frontalieri, il premio annuale per la peggior ciofeca. E questa non è “una percezione”.

C’è chi glissa

Da notare che lo studio dell’Ufficio federale di statistica indica tra l’altro che le persone di più di 65 anni presentavano un tasso di povertà praticamente doppio rispetto alla media (quasi il 14%). Però la partitocrazia – a partire proprio dai kompagnuzzi che si sciacquano la bocca con “i ceti più sfavoriti” – ha affossato la tredicesima AVS per non darla vinta all’odiata Lega.  Su questo aspetto, chissà come mai, i commentatori di regime preferiscono glissare. Altre “scarligate” si segnalano sul fatto  il tasso di povertà tra gli stranieri è nettamente superiore alla media (del resto sono sovrarappresentati anche nelle cifre dell’assistenza).

Prima i nostri

Dunque: Altro che “immigrazione uguale ricchezza”. Immigrazione uguale più gente che dipende dall’ente pubblico e a questo fenomeno bisogna mettere un freno. Perché il “prima i nostri” deve valere anche per l’accesso alle prestazioni sociali. A questo proposito il malcontento tra la popolazione monta. Sicché, sarà bene trovare delle vie per “scremare” gli stranieri a carico del contribuente invece di continuare a nascondersi dietro il trittico “libera circolazione – divieto di discriminazione – sa pò fa nagott”. Non ci sta bene che, dopo aver allargato i cordoni della borsa dello stato sociale a vantaggio di chiunque voglia arrivare in Ticino a mungere (“dobbiamo aprirci!”)  adesso si dica che non ci sono più soldi e quindi bisogna risparmiare su tutti. Prima si blocca l’immigrazione nello Stato sociale e si disdice la libera circolazione. Poi se ne riparla.

Lorenzo Quadri

 

Referendum finanziario: per ridare potere al popolo!

Partitocrazia e stampa di regime in pista per far fallire l’iniziativa costituzionale

 

Manca poco, molto poco, allo scadere del termine di raccolta firme per l’iniziativa popolare costituzionale che chiede l’introduzione del referendum finanziario obbligatorio (RFO) anche in Ticino.  Giovedì scorso una delegazione dei promotori ha consegnato alla cancelleria dello Stato le firme al momento a  disposizione. Occorre dunque darsi da fare nei prossimi giorni, onde evitare di mancare l’obiettivo per poco.

Il RFO, che già esiste in 18 cantoni svizzeri, quindi non si tratta di scoprire l’acqua calda, permette ai cittadini di disporre di un controllo effettivo sulla spesa pubblica. In sostanza, ogni nuova spesa importante, al di sopra di un dato limite – l’iniziativa al proposito è formulata in modo volutamente generico – dovrà essere sottoposta al voto popolare. Questo non significherà  tuttavia un proliferare degli appuntamenti con le urne: le votazioni si terranno infatti in concomitanza con le date già fissate per le consultazioni federali. Come detto: il RFO è già realtà nella stragrande maggioranza dei Cantoni svizzeri. I quali, ma guarda un po’, hanno le finanze messe meglio delle nostre. Quindi non si tratta di fare salti nel buio o di inventarsi cose nuove che non esistono da nessuna parte, ma solo di introdurre, anche da noi, una “buona pratica” consolidata.

Tema ostico

A livello divulgativo, tuttavia, il tema appare “tecnico” e arido. Dunque poco sexy. Ciò che aumenta la difficoltà nella raccolta delle sottoscrizioni. E rafforza implicitamente la bontà della proposta.  Infatti ricorrere al referendum facoltativo per sottoporre al voto popolare ogni spesa pubblica importante è un’operazione proibitiva. Specie con l’avvento del voto per corrispondenza, che ha fatto crollare l’affluenza ai seggi e dunque la possibilità di raccogliere firme di cittadini aventi diritto di voto nel comune: ogni medaglia ha il suo rovescio.

Ostilità facile da spiegare

Il RFO è osteggiato dalla partitocrazia, la quale ha già affossato nel febbraio 2015 in Gran Consiglio un’iniziativa parlamentare in questo senso.

L’ostilità della partitocrazia si spiega facilmente. Se introdotto, il RFO renderebbe assai più difficoltosa una politica che ormai non è neppure più quella del “tassa e spendi” bensì dello “spendi e tassa”. Ovvero: prima lo Stato elargisce a piene mani i soldi pubblici e poi, quando si accorge di trovarsi nelle ristrettezze, mette le mani nelle tasche del contribuente con aggravi fiscali e nuovi balzelli. Oppure con lo sciagurato moltiplicatore cantonale con freno all’indebitamento: ovvero il giocattolo inventato dalla $inistra ed introdotto dall’ex ministra PLR del “margine di manovra nullo” Laura Sadis che serve ad aumentare automaticamente le imposte.

Il Sì a tutto

Da decenni in questo sempre meno ridente Cantone si parla di contenimento della spesa pubblica, che invece continua a galoppare fuori controllo. Perché galoppa? Perché per i partiti ed i politici smaniosi di mantenere poltrone e cadreghini è molto più facile assecondare le varie richieste  – e quindi spendere sempre di più – piuttosto che respingerle. Dire di sì è sempre più semplice ed appagante che dire di no.  Specie quando a chiedere è qualche lobby potente. Di quelle che “spostano i voti” alle elezioni.

Per concretizzare

Un esempio concreto: lo sperpero di 3.5 milioni di Fr per Expo2015 è stato sventato solo grazie al referendum lanciato dalla Lega. Ma non si può pretendere da chi sostiene il rigore nell’utilizzo dei soldi del contribuente il lancio di un referendum contro ogni grossa spesa ingiustificata. Tanto più che oggi c’è un solo modo per far riuscire le iniziative popolari ed i referendum: ossia pagare chi raccoglie le firme. Ricorrere ai diritti popolari comporta dei costi importanti. Il problema non riguarda la $inistra: essa può contare sui suoi sindacati che mandano i loro dipendenti a raccogliere le firme invece che a lavorare.

Altro esempio: da uno studio confidenziale che il PPD ha commissionato al politologo Oscar Mazzoleni sul proprio declino è emersa la seguente indicazione: il partito perde consensi perché non è più in grado di promettere posti di lavoro pubblici in cambio di voti. Questo non vale solo per il PPD. I partiti storici hanno gonfiato l’amministrazione pubblica come una rana per piazzare i propri galoppini con parentado annesso. Ciò ha conseguenze pesanti per la spesa cantonale.  Stesso discorso per i mandati agli amici degli amici. E per le opere pubbliche faraoniche a vantaggio di pochi ma a spese di tutti. L’elenco potrebbe continuare.

“Merende” più difficili

Ecco perché i partiti storici stanno facendo di tutto e di più per boicottare il RFO. Perché toglierebbe margine di manovra a tristi e costosi giochetti clientelari in cambio di voti alle elezioni. Ed infatti la partitocrazia ha impartito l’ordine di marcia ai soldatini. Non è certo un caso se la stampa di regime, a partire dalla RSI, giovedì mattina ha snobbato alla grande la consegna delle firme del RFO.

E non è nemmeno un caso se le associazioni economiche, quelle che si riempiono la bocca con i risparmi nella spesa pubblica, adesso sono più mute di tombe: sono controllate dal PLR ferocemente contrario al RFO (lo affossò in parlamento due anni e qualche mese fa).

Questo ostracismo dimostra che il RFO romperebbe il giocattolino della partitocrazia: favori con i soldi del contribuente in cambio di schede alle elezioni.  Per cui, avanti con le firme!

Lorenzo Quadri

Basta mantenere immigrati nello Stato sociale!

Povertà: Ticino con le pezze al “lato B” e la spesa dell’assistenza esplode

 

In Ticino il tasso di povertà reddituale è del 17% mentre nel resto della Svizzera è del 7%, quindi dieci bei punti percentuali in meno. Lo ha detto nei giorni scorsi l’Ufficio federale di statistica. Ma come, non erano tutte balle della Lega populista e razzista? Ma come, non c’erano fior di istituti di ricerca, dall’IRE (funesta) alle banche cantonali romande a dirci che siamo la quarta regione più dinamica d’Europa e che soppiantamento di residenti con frontalieri e dumping (in granconsigliese: dömping) sono solo “una percezione”?

Sulle allarmanti cifre dell’Ufficio federale di statistica si è espresso nei giorni scorsi sul portale LiberaTV il Beltradirettore del DSS, sollevando alcuni temi.

Tre questioni

La prima questione è quella degli asilanti che gravano sui conti dell’assistenza. “Molti rifugiati ammessi non hanno una formazione professionale per le esigenze svizzere e per tre quarti restano a carico della rete sociale”, dice il Consigliere di Stato. A parte l’arrotondamento al ribasso, perché la quota di asilanti in assistenza è superiore ai tre quarti (per talune etnie siamo anche sopra il 90%) , il punto è un altro. Ossia che molti di questi asilanti non dovrebbero nemmeno più essere in Svizzera.  Le ammissioni provvisorie devono tornare ad essere quello che il nome dice. Provvisorie appunto. L’asilante che non è individualmente minacciato ma che scappa dal suo paese perché è in guerra, una volta passata l’emergenza umanitaria deve rimpatriare. Invece questo adesso non avviene. Non ancora contento il Dipartimento della ministra del “devono entrare tutti” Simonetta Sommaruga vorrebbe dare ancora maggiori garanzie di permanenza. Ma gli asilanti non devono venire “integrati” nel mondo del lavoro di questo sempre meno ridente Cantone dove, “grazie” all’invasione da sud, non c’è più spazio per nemmeno per i ticinesi. Devono venire rimpatriati.

Inoltre, visto che si ammette che i sedicenti rifugiati sono un problema per lo stato sociale, i Consiglieri di Stato responsabili della socialità – e questo vale per tutti i Cantoni – dovrebbero essere sulle barricate contro la politica del “devono entrare tutti”. Invece…

Seconda Beltraffermazione interessante: “insisto che finché una persona che ha diritto di risiedere (da noi) deve poter ricevere gli aiuti dell’assistenza perché non vogliamo che aumentino i furti e il degrado sociale”.  Occorre ribadire:

1) L’immigrato  nello stato sociale non deve poter ricevere aiuti.

2) Non si tratta, quindi, di versare prestazioni assistenziali agli immigrati nello stato sociale per “evitare il degrado” (e nümm a pagum) diventando così sempre più attrattivi per chi vuole approfittare della generosa (ed anche un po’ fessacchiotta) socialità elvetica, ma di rendere rapide ed efficaci le espulsioni. Molto, come sappiamo, dipende dalle istanze giudiziarie.

3) L’andazzo odierno è noto: ricorsi su ricorsi dell’immigrato contro le decisioni di ritiro del permesso di dimora, naturalmente con avvocato finanziato dal contribuente. Ed intanto il diretto interessato rimane in Ticino a carico dell’assistenza. Proposta provocatoria, ma nemmeno poi tanto: si cominci a levare l’effetto sospensivo ai ricorsi contro le decisioni di non rinnovo del permesso. Così intanto la persona in questione comincia a partire (e quindi a non essere a carico del contribuente). Alla peggio, se il mancato rinnovo dovesse risultare ingiustificato, potrà rientrare. Ma intanto, per il tempo della procedura giudiziaria, rimane fuori. E visto che tali procedure durano anni, il risparmio è evidente!

Terza chicca: ovviamente il Beltraministro del PPD, partito fautore della libera circolazione delle persone e contrario a Prima i nostri, tenta di minimizzare gli effetti deleteri della libera circolazione. “Fatico a credere che chiudendo i vasi comunicanti (ossia: le frontiere) si aumenti il benessere”.  Ohibò, eppure è tanto semplice: se in Ticino entrano ogni giorno 65mila frontalieri, e di questi 40mila sono attivi nel terziario dove non colmano alcuna carenza di manodopera locale, è scontato che  poi non ci sia lavoro per i residenti. Questi ultimi, di conseguenza, cadono in situazioni di povertà. E’ quindi evidente che, se salta la libera circolazione, la musica cambia.

Lorenzo Quadri

Aumento massiccio di tasse e balzelli? Ma col piffero!

Criminalizzazione degli automobilisti: le “perle” dell’ ex funzionario cantonale

Ma guarda un po’! Nei giorni scorsi sul portale Tio sono apparse le corbellerie del per fortuna ex ex ex capo della Sezione della protezione dell’aria Mario Camani. Il quale, a quanto ci consta, non è più funzionario dirigente del Cantone da oltre un decennio. E, leggendo l’intervista su Tio, c’è davvero motivo per rallegrarsene. L’ex ex ex regala (?) infatti ai lettori tutta un’infilata di “perle” tipiche del talebanismo verde, all’insegna della criminalizzazione dell’automobilista. Del tipo:

  • Bisogna introdurre subito il limite fisso di 80 km all’ora in autostrada ovunque;
  • Bisogna alzare massicciamente il costo della benzina e le tasse di circolazione;
  • Il nostro inquinamento lo produciamo noi, inutile dare la colpa alla Lombardia;
  • Il Ticino è tutto inquinato, bisogna parlarne ancora di più, bisogna gridarlo.

Posizioni “istruttive”

Che dire? Veramente istruttive le posizioni di questo signore! Avanti con la criminalizzazione ad oltranza degli automobilisti responsabili di tutti i mali ambientali, come se le macchine fossero l’unica fonte d’inquinamento! E naturalmente solo le macchine targate Ticino.

Forse l’ex ex ex  alto funzionario ha trascorso gli ultimi  15 anni  sul pianeta Marte e non si è accorto che nel frattempo, “grazie” alla libera circolazione delle persone, il nostro Cantone è quotidianamente invaso da 65mila frontalieri (dichiarati; più quelli in nero) nonché da migliaia e migliaia di padroncini (dichiarati; più quelli in nero). E tutta questa gente, ma guarda un po’, entra in Ticino uno per macchina!  E allora, Camani, cosa facciamo? Tartassiamo il solito sfigato automobilista con targa rossoblù che ha bisogno del veicolo per andare a lavorare  facendo esplodere  le tasse di circolazione ed il costo della benzina, ed invece chiudiamo gli occhi sull’invasione da sud? Cosa pensa che esca dai tubi di scappamento frontalieri, l’ex ex ex? Vapore acqueo? Viks Vapo Rub? Essenze di eucalipto? Lo sa quanti frontalieri hanno l’auto diesel?

E come la mettiamo con l’accordo bilaterale sui trasporti terrestri, sottoscritto dall’ex ministro P$ Moritz “Implenia” Leuenberger,  che ha trasformato il Ticino in un corridoio per TIR UE in transito parassitario?

E le frontiere?

Se davvero volesse tutelare l’aria,  il granitico ex ex ex funzionario dovrebbe anche proporre di chiudere le frontiere! Invece, a questo proposito, non un cip! Anzi: difende pure la Lombardia! Sono solo i ticinesotti che vanno martellati: noi tutti costretti ad andare in bicicletta o a piedi o a dorso di mulo (ah no, il mulo emette gas serra dal posteriore) perché, secondo l’illuminata visione di Camani, l’automobile deve tornare ad essere un lusso per i “borsoni” che si possono permettere di pagare le tasse ed i balzelli stratosferici che a suo dire andrebbero introdotti subito. Frontalieri e padroncini, invece, tranquillamente in giro uno per macchina ad intasare le strade ticinesi, che diventerebbero, di fatto, di loro uso quasi esclusivo. Naturalmente per i residenti in Italia nessun balzello aggiuntivo, perché altrimenti oltreramina starnazzano!

E sostenere poi che tutte le fabbriche della fascia di confine non avrebbero influenza sulla qualità dell’aria ticinese…

Urgono repulisti?

Ovviamente, non possiamo che essere lieti che uno che pretende di bastonare ad oltranza gli automobilisti ticinesi non lavori più per l’amministrazione pubblica da oltre un decennio. Come si dice nel Belpaese: ciaone!

A preoccupare è che, profumatamente pagati con i nostri soldi, potrebbero esserci tutt’oggi altri funzionari con le medesime idee e progetti. Se così fosse, urgono repulisti.

Lorenzo Quadri

 

A giugno confermare il casellario e bloccare i ristorni!

Intanto l’ufficio frontalieri del sindacato OCST sbrocca contro il Ticino

 

Sulla fiscalità dei frontalieri, qualcuno sta perdendo la trebisonda. Come noto, il famoso accordo con la vicina Penisola è arenato per il semplice motivo che l’Italia non lo vuole. Infatti, e questo lo sottolineeremo ad oltranza, i politicanti del Belpaese vogliono mantenere i privilegi fiscali dei frontalieri, che pagano molte meno tasse degli italiani che vivono e lavorano in patria. Questo ovviamente va a scapito degli altri contribuenti. Ed è incomprensibile che nel Belpaese nessuno insorga contro questa situazione.

No alle retromarce

Oltreconfine dunque cercano scuse per non ratificare l’accordo. Il pretesto attualmente in voga è il famigerato casellario giudiziale (che tra l’altro mica viene chiesto solo agli italiani, ma a tutti gli stranieri).

Al proposito della richiesta del casellario, il Consiglio di Stato dovrà fare il punto della situazione a giugno, essendosi impegnato in questo senso. E’ scontato ma lo scriviamo lo stesso: che nessuno si sogni di fare delle retromarce sul casellario! La misura, introdotta dal ministro leghista Norman Gobbi, è valida ed efficace. Ha permesso di evitare che in questo sempre meno ridente cantone si trasferissero decine di pregiudicati, magari pericolosi. Senza contare il numero di quelli che, sapendo della misura in vigore, hanno rinunciato a presentare richiesta di permesso B o G, avendo qualcosa da nascondere.

Bloccare i ristorni

In giugno il CdS farebbe invece bene a decidere il blocco dei ristorni dei frontalieri. Sia perché la Convenzione su cui si basa non ha più ragione di essere, sia perché l’Italia nei nostri confronti è inadempiente in tutto o quasi, sia per la vergognosa “shitstorm” (=tempesta di cacca) che politichetti e veline d’Oltreramina in fregola di visibilità mediatica scatenano contro il Ticino e contro i ticinesi ogni volta che da parte elvetica si prendono delle sacrosante – e legittime! – decisioni a tutela della nostra sovranità. Vedi la famosa chiusura notturna di tre (!) valichi secondari, in vigore da inizio aprile.

Il sindacato la fa fuori dal vaso

A quanto pare, l’avvicinarsi dell’appuntamento di giugno e quindi della verifica della richiesta del casellario (ribadiamo: l’unico esito possibile è una conferma della misura) ha fatto partire voci incontrollate sull’imminenza dell’entrata in vigore del nuovo accordo fiscale sui frontalieri. Incontrollate e pure infondate, per i motivi di cui si è detto.

Ma evidentemente un certo numero di frontalieri, in panico per l’inaudita prospettiva di dover pagare le tasse come i propri connazionali che lavorano in patria, è andata nel pallone. A questo punto si è inserito a gamba tesa l’Ufficio frontalieri del sindacato OCST. E qui il sindacato in questione, in genere ragionevole (o comunque molto più degli omologhi rossi) l’ha decisamente fatta fuori dal vaso.

OCST si distanzi

In una lettera trasmessa ai propri associati frontalieri. L’OCST li rassicura con queste parole: nessun passo avanti è stato fatto al proposito della ratifica dell’accordo fiscale; “un rallentamento dovuto sostanzialmente alle tensioni sorte tra il Governo italiano e la Svizzera a causa delle politica aggressiva del Canton Ticino, sempre più accanita nell’attaccare i frontalieri (sic!)”.

Qui qualcuno, per prodursi in una simile fregnaccia, deve aver preso un colpo di sole. A parte che la politica ticinese è così “aggressiva contro i frontalieri” che il numero di questi ultimi continua ad aumentare ed ha già raggiunto quota 65mila: quindi il problema è proprio il contrario, ossia che la politica ticinese è troppo molle. Ma la domanda è: come si permette questo sindacato di  farsi bello (?) con i propri associati d’oltreconfine denigrando il Ticino ed i ticinesi, e cavalcando la fregnaccia italica del Ticino cattivo e razzista che si accanisce contro i poveri frontalieri? O forse qualche sindacalista, magari “non patrizio di Corticiasca”, si è dimenticato che i suoi affiliati frontalieri portano a casa la pagnotta solo grazie al Ticino?

Qui qualcuno ha toppato alla grande. Sicché adesso ci attendiamo che l’OCST si distanzi pubblicamente dalle affermazioni contenute nella lettera del suo Ufficio frontalieri. Oppure bisogna pensare che la nuova linea del sindacato uregiatto sia quella di seguire la pratica, comune tra troppi frontalieri, dello sputare nel piatto dove si mangia?

Lorenzo Quadri

Con la tassa sul sacco il cittadino pagherà di più

E ricordiamoci che un balzello, una volta introdotto, è destinato ad aumentare 

Da che mondo e mondo, non esistono tasse che servono a lasciare più soldi nelle tasche del contribuente

Il fetido balzello sul rüt (che in realtà è un doppio balzello: tassa di base più tassa sul sacco) è un prelievo antisociale: i poveri pagano come i ricchi. Esso pesa in particolare sulle famiglie numerose con figli piccoli – che, secondo i recenti studi, sono tra i soggetti maggiormente a rischio di povertà – mentre avvantaggia i  “single in Porsche” i quali, essendo persone sole, producono poco pattume.  Fa specie che chi a $inistra si sciacqua la bocca, con evidenti intenti propagandistici, con le “fasce deboli della società” voglia penalizzare con una nuova (doppia) tassa proprio queste fasce deboli. Del resto sempre la stessa area politica la mette giù dura anche sul principio di legalità a giustificazione del nuovo balzello. Peccato che poi questi  kompagni, così attenti al rispetto della legge, siano rappresentanti in Gran Consiglio da una deputata con decreto d’accusa per favoreggiamento all’entrata illegale (ma evidentemente a $inistra si rispettano solo le leggi che piacciono, mentre le altre…).

Stesso discorso vale per il principio di causalità, anch’esso gestito a corrente alternata. Lo si vuole imporre per un servizio di base al cittadino quale la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, mentre lo si toglie dal canone radioTV più caro d’Europa, che viene reso obbligatorio per tutti.

Se poi vogliamo fare i legalisti:

  • nella sua giurisprudenza, il Tribunale federale ammette da parte dei Comuni una copertura dei costi di raccolta e smaltimento rifiuti tramite tasse causali (tassa di base e tassa sul sacco) del 70%. La legge cantonale prevede invece il 100% malgrado ciò non sia necessario.
  • A Ginevra, come a Lugano, i costi di raccolta e smaltimento rifiuti vengono finanziati tramite le imposte ordinarie. Nessuno manda i carri armati. E la sinistra locale è totalmente contraria all’introduzione di fetidi balzelli. Perché sa bene che sono antisociali.

La copertura del 100%

Altro argomento evocato dai tassasacchisti è quello della tassa che “farebbe risparmiare”. Il che è già una contraddizione in termini: le tasse servono a prelevare soldi ai cittadini e non certo a lasciargliene di più in tasca. E tale regola varrà anche per il fetido balzello. Per i motivi detti sopra: ossia che i Comuni dovranno coprire con tasse causali il 100% dei costi di raccolta e smaltimento rifiuti. Oggi in Ticino i Comuni che raggiungono questo grado di copertura si contano sulle dita di una mano. Tutti gli altri, pur prelevando tasse di base, e magari pure tasse sul sacco, sono al di sotto di tale percentuale. Alcuni anche parecchio al di sotto. Ad esempio la vecchia Bellinzona: pur avendo sia la tassa di base che quella sul sacco, copre (copriva prima dell’aggregazione) in modo causale “solo” il 61% dei costi generati dal rüt. Ciò significa che con la nuova legge dovrà aumentare il tasso di copertura di quasi il 40%. E, se i sacchi cantonali costeranno meno di quelli bellinzonesi, il risultato sarà che la tassa di base aumenterà in modo massiccio. E la tassa di base, tanto per gradire, non è nemmeno tanto causale poiché non dipende dal quantitativo di monnezza messa nel sacco, bensì è calcolata in base ad altri fattori (ad esempio il numero dei locali dell’abitazione).  Praticamente tutti gli altri Comuni si trovano nella medesima situazione. Dovendo i Comuni incrementare, alcuni anche in modo importante, il proprio tasso di copertura dei costi generati dal rüt tramite balzelli causali, è chiaro che la fattura complessiva a carico dei cittadini è destinata ad aumentare, e non certo a diminuire! In altre parole: se la nuova legge verrà approvata si pagherà di più e non certo di meno. Sicché proprio nei giorni in cui si moltiplicano gli studi e le analisi che lanciano l’allarme sulla povertà in Ticino, ecco che si andrebbe a mettere le mani nelle tasche della gente con le tasse sul pattume.

I Comuni faranno cassetta

Per i Comuni questo aspetto è particolarmente interessante. Come visto, allo stato attuale quasi tutti coprono una parte dei costi generati dalla monnezza con le imposte; quindi con il gettito fiscale ordinario. Sicché, se un domani anche questa parte verrà scaricata sul groppone dei cittadini tramite fetidi balzelli, i Comuni si troveranno in cassa dei bei soldoni in più, da usare a piacimento. Perché, e questo l’ha capito ormai anche quello che mena il gesso, in caso di approvazione della tassa sul sacco, in nessun Comune si abbasserà il moltiplicatore. Nemmeno a Lugano. Ecco dunque spiegato perché ai sindaci la nuova legge cantonale piace assai: la useranno per fare cassetta.

E, per quel che riguarda i cittadini luganesi, è il caso di ricordare che già si sono dovuti fare carico di un aumento del moltiplicatore del 10%. Con la nuova legge cantonale, si sorbirebbero due nuove tasse in più, senza alcuna compensazione. E, quando si introduce una nuova tassa, essa è fatalmente destinata ad aumentare.

E l’autonomia?

Già i oggi i costi della raccolta e smaltimenti rifiuti sono coperti, dal momento che tali servizi vengono svolti. Se l’autonomia comunale conta ancora qualcosa, i Comuni devono pur essere liberi di decidere le modalità di finanziamento di questi servizi. Ed in particolare di coprire una parte dei costi tramite il gettito fiscale ordinario invece di prelevare  dal contribuente ulteriori tasse apposite. Non è certo il momento di caricare i cittadini di nuovi balzelli.

Lorenzo Quadri

 

Esplodono i working poor: e non è una “percezione”

Mentre le cifre dell’assistenza segnano l’ennesimo record, alla faccia della SECO

Ma guarda un po’! Mentre la SECO – organo di propaganda politica pro-libera circolazione – ci propina l’ennesima statistica farlocca sulla disoccupazione in cui tenta di farci credere che in Ticino “Tout va bien, Madame la Marquise”,  ecco che viene confermata l’ulteriore esplosione dei numeri dell’assistenza.

In questo sempre meno ridente Cantone le persone a carico dell’assistenza sono infatti ormai 8000. Con un aumento di 1000 nel corso dell’anno di disgrazia 2016. In sostanza, il numero delle persone in assistenza è raddoppiato in cinque anni.  Avanti così che, quando arriveremo a 10mila, per il primo maggio potremo organizzare una bella festa del non-lavoro!

1116 lavorano

Queste cifre in realtà circolano già da un paio di mesi. La novità che si è aggiunta nei giorni scorsi riguarda i working poor. Infatti delle 8000 persone in assistenza 1116 hanno un lavoro, 107 delle quali addirittura a tempo pieno. Eh già: negli ultimi 10 anni in Ticino la sottoccupazione è raddoppiata. E questi “sottoccupati”, ossia persone che lavorano a tempo ridotto non per scelta ma perché non hanno trovato altro, nelle statistiche farlocche della SECO non figurano (come non figurano le persone in assistenza). E non sorprende che una parte delle persone sottoccupate abbia bisogno del sostegno pubblico per arrivare alla fine del mese. E che dire dei 107 che, pur lavorando a tempo pieno, sono comunque a carico dell’assistenza? Ohibò: vuoi vedere che il dumping (in granconsigliese: dömping) salariale ci ha messo lo zampino? Ma come: non c’era un blasonato studio dell’IRE a dirci che la sostituzione ed il dumping salariale sono solo delle “percezioni”?

Specchietti per le allodole

I dati della disoccupazione, con cui la SECO ed i vari lecchini delle frontiere spalancate si riempiono la bocca, sono in realtà sempre meno rappresentativi della situazione occupazionale.  Sono degli specchietti delle allodole. Perché ormai agli Uffici regionali di collocamento (URC) resta iscritto solo chi ha una qualche rendita da percepire. Quelli che non hanno diritto ad indennità – e sono sempre più numerosi – non sono iscritti. E quindi spariscono dalle statistiche.

Conseguenza diretta

Adesso vogliamo vedere con che coraggio qualcuno negherà che questo palese degrado del mercato del lavoro ticinese, da cui i residenti restano sempre più tagliati fuori, è la diretta conseguenza della devastante libera circolazione. Costi della vita svizzeri e paghe italiane: ecco lo scenario che si prospetta per il Ticino dove, grazie alla colonizzazione da sud, non ci sono più solo le segretarie pagate 1000 Fr al mese, ma anche gli ingegneri e gli architetti.

Divario salariale

Non solo i numeri dell’assistenza schizzano verso l’alto. Come detto, il numero dei sottoccupati nel nostro Cantone è raddoppiato in 10 anni. Ed il divario salariale per rapporto al resto della Svizzera continua a crescere: nel 2008 la differenza tra il salario mediano svizzero (nel settore privato) e quello ticinese era di 850 Fr mensili. Sei anni dopo (2014, ultimo dato disponibile)  era già arrivato a 1000 Fr. Adesso è sicuramente ancora cresciuto.

Nei mesi scorsi è poi stato pubblicato uno studio del sindacato Transfair da cui emerge che le condizioni di lavoro in Ticino sono le peggiori della Svizzera. I lavoratori si sentono precarizzati e mal pagati. Del resto, se in Ticino sono in vigore 16 contratti normali di lavoro (i contratti normali vengono imposti dal CdS quando in un ramo o in una professione vengono ripetutamente ed abusivamente offerti salari inferiori a quelli usuali), mentre in tutto il resto della Svizzera ce ne sono in totale otto, un qualche motivo ci sarà. E questo motivo si chiama invasione da sud. Che non è una “percezione”!

Per sintetizzare in numeri cifre facili-facili: rispetto allo scorso anno abbiamo 2000 frontalieri in più e 1000 casi d’assistenza in più. E qualcuno vorrebbe farci credere che tra le due cifre non c’è un nesso?

I responsabili

E’ evidente che la situazione non migliora se tutto quello che si fa è dichiararsi Beltrapreoccupati. La prima causa dello sfacelo è la libera circolazione delle persone. Questo significa che devono tornare i contingenti e deve tornare la preferenza indigena. Sicché aspettiamo al varco la partitocrazia ticinese sia sull’applicazione di Prima i nostri che sull’iniziativa per la disdetta della libera circolazione (la Lega raccoglierà le firme in Ticino). I responsabili dell’esplosione dell’assistenza, della sottoccupazione, del soppiantamento di residenti con frontalieri e del dumping salariale non sono entità astratte. Sono i fautori della libera circolazione. Che adesso già tentano di sabotare e di denigrare Prima i nostri.

Lorenzo Quadri

 

Siamo sempre più poveri e pure presi per i fondelli

Ennesimo studio farlocco: “Il Ticino tra le quattro regioni più prospere d’Europa”

 

Le élite spalancatrici di frontiere ci hanno messi nella palta, e adesso pretendono di venirci a raccontare che siamo tutti nababbi. Il Ticino ormai è prospero solo per chi, proveniente da sud, ne ha fatto la propria riserva di caccia!

Secondo una ricerca pubblicata dalle banche cantonali romande in collaborazione con l’Istituto di economia applicata (CREA) dell’Università di Losanna, il Ticino sarebbe una delle quattro regioni più prospere d’Europa, dopo Londra, Lussemburgo e Zurigo.

Uella! Il Ticino – blatera la ricerca – avrebbe un PIL pro capite di 82’059 Fr in crescita del 27,2% rispetto alla precedente analisi del 2000.

Come la SECO

Qui siamo al livello degli studi farlocchi della SECO sul frontalierato. E questa indagine ben dimostra come ad uno “studio” si può far raccontare qualsiasi fregnaccia, anche la più avulsa dalla realtà. Basta selezionare gli indicatori giusti ed il gioco è fatto. Ai Ticinesi che non hanno la pagnotta si dirà di mangiare gli studi scientifici!

Alcuni indicatori di “prosperità”

Ed infatti il Ticino è una regione così “prospera” che:

  • ci sono 8000 casi di assistenza, 1000 in più rispetto al 2015, al punto che perfino il Beltrasereno direttore del DSS ha dichiarato di essere “preoccupato”;
  • i frontalieri sono il 27.1% della forza lavoro; per loro il Ticino è sicuramente “prospero”!
  • la sottoccupazione è raddoppiata negli ultimi 10 anni;
  • 1116 persone, pur lavorando almeno a tempo parziale, sono a carico dell’assistenza;
  • Il divario tra il salario mediano ticinese e quello nazionale nel 2014 era di 1000 Fr, mentre nel 2006 era di 850 (quindi: le paghe si abbassano: fenomeno tipico da quarta regione più prospera d’Europa, nevvero scienziati romandi?)
  • In Ticino sono in vigore 16 contratti normali di lavoro (li impone il Consiglio di Stato quando in un ramo o in una professione vengono “ripetutamente ed abusivamente offerti salari inferiori a quelli usuali”), mentre in tutto il resto della Svizzera se ne contano 8;
  • il tasso di disoccupazione ILO ticinese del terzo trimestre 2016 era del 6.9%, quindi superiore a quello della Lombardia, quando la media nazionale è del 4.8%;
  • il 28% delle persone nel nostro Cantone è confrontata con precarietà ed indebitamento, oltre il doppio della media nazionale;
  • Negli ultimi mesi, le associazioni ed i gruppi caritatevoli hanno annunciato un boom delle richieste;
  • Secondo un recente studio Transfair, le condizioni di lavoro in Ticino sono le peggiori della Svizzera;
  • Bisogna continuare?

Però poi arrivano gli studi farlocchi ad inventarsi realtà alternative di prosperità e benessere. Stile Alice nel Paese delle Meraviglie!

Obiettivo politico

L’obiettivo di questi studi è uno solo: farci credere che, in regime di devastante libera circolazione, l’è tüt a posct, va tutto a gonfie vele, il Ticino è nientepopodimenoché la quarta regione più prospera d’Europa grazie alle frontiere spalancate e all’invasione da sud! Siamo tutti nababbi!

Cosa hanno da dire i premi Nobel delle banche romande sull’elenco di cui sopra, peraltro nemmeno esaustivo? Ce lo spiegheranno nel loro prossimo studio, quello in cui certificheranno, statistiche alla mano, che gli asini volano?

Azioni di sabotaggio

Il problema è che queste indagini-fregnaccia  trovano orecchie apertissime a livello federale.  Esse infatti raccontano proprio quello che i camerieri dell’UE vogliono sentirsi raccontare. Così facendo, danneggiano enormemente la causa di questo sempre meno ridente Cantone. Questi studi del piffero sono delle vere e proprie azioni di sabotaggio ai danni della popolazione  ticinese. Perché hanno un bel darsi da fare i rappresentanti ticinesi a spiegare agli interlocutori della Confederella l’allarmante degrado occupazionale e di conseguenza sociale con cui ci troviamo confrontati (grazie, libera circolazione!) se poi arrivano gli studi dei grandi scienziati (banche romande, IRE) a raccontare che invece siamo la quarta regione più prospera d’Europa!

Magari prima di pubblicare certe “indagini” ridicole, sarebbe il caso di conoscere un po’ il territorio. Perché con le sole pippe mentali accademiche si racimolano figure marroni. E si getta nel water la propria credibilità.

Lorenzo Quadri

Le fregnacce del presidente

Esplosione dei frontalieri: ci dobbiamo sorbire anche le boiate da sud

 

I dati da poco pubblicati dall’Ufficio federale di statistica testimoniano l’ennesima impennata di frontalieri in questo sempre meno ridente Cantone. Naturalmente l’aumento maggiore riguarda, ancora una volta, il settore terziario, quello dove non c’è alcun bisogno di andare a reclutare frontalieri poiché la forza lavoro ticinese basta e avanza a coprire le esigenze del settore.

E davanti a questa brutta – per quanto prevedibile: e sappiamo chi ringraziare, ossia la libera circolazione e chi l’ha voluta e continua a volerla – notizia, dobbiamo pure sorbirci i commenti del piffero in arrivo da sud. Primo fra tutti quello di Raffaele Cattaneo, presidente del Consiglio regionale della Lombardia, il quale non ha trovato di meglio che uscirsene con la seguente bestialità: “I frontalieri aumentano perché il Ticino ne ha bisogno”.

Cattaneo, ma non ti vergogni a raccontare simili balle solo per titillare l’ego dei tuoi elettori frontalieri?

Delle due l’una: o il presidente del Consiglio regionale della Lombardia è del tutto ignorante – colpevolmente ignorante! – della situazione in Ticino, oppure fa finta di esserlo.
Chiaro: per i politicanti del Belpaese è più facile raccontare la fregnaccia che in Ticino non si troverebbero residenti disposti a lavorare nel settore terziario (!) piuttosto che ammettere la propria incapacità di creare impieghi in Italia per gli italiani. La conseguenza di questa incapacità, in regime di devastante libera circolazione, è l’esplosione del frontalierato con le note conseguenze (soppiantamento e dumping salariale) che avvelenano i rapporti tra Ticino e Penisola. Giustamente avvelenano: perché se qualcuno pensa che siamo disposti ad assistere allo sfascio del nostro mercato del lavoro senza fare un cip, non ha capito da che parte sorge il sole.
E’ evidente che Cattaneo e soci sono parte del problema: invece di rendersi conto che le cose non funzionano, vanno in giro a raccontare la fandonia dell’economia ticinese che avrebbe bisogno di 65mila frontalieri, prendendoci per scemi. Ma cosa stiamo a discutere con simili integralisti della boiata? Chiudiamo i valichi anche di giorno che facciamo prima.
E avanti con Prima i nostri!

Lorenzo Quadri

Non saremo noi a togliere le castagne dal fuoco al Belpaese

Triplicati i finti rifugiati fermati ai nostri confini; in estate a Como sarà caos asilo?

Nel primo trimestre del 2017 al confine sud con la Svizzera sono stati fermati 7’305 finti rifugiati, più del doppio del 2015. Nel Belpaese gli arrivi sono aumentati del 60%. Il quotidiano italiano “Il Giorno” prevede  che quest’estate a Como ci sarà il caos. E’ evidente che l’emergenza asilo non accenna a rientrare.

Non a caso,  i paesi che confinano con l’Italia potenziano i controlli alle frontiere e magari piazzano pure delle barriere. Eppure nel Belpaese nessuno, o quasi, si è messo a starnazzare. Solo gli svizzerotti vengono accusati (?) di chiudere le frontiere. Intanto nelle scorse settimane da Berlino ci è arrivata l’accusa esattamente opposta: quella di avere i confini a colabrodo e di lasciar passare troppi migranti economici che poi raggiungono la Germania.

Evidentemente nella Penisola hanno capito che con certi rappresentanti elvetici basta alzare un po’ la voce, e soprattutto pronunciare le paroline magiche “xenofobia e razzismo”, per ottenere la calata di braghe. Del resto se la responsabile del dossier asilo è la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, quella che sta allegramente moltiplicando i centri asilanti per aumentare la capacità d’accoglienza, quella che a più riprese ha ribadito che “dobbiamo aiutare l’Italia” – e come quest’ultima ci ripaghi per l’aiuto offerto, l’abbiamo visto in occasione della recente polemica/panna montata sui tre valichi secondari chiusi di notte – non è neppure sorprendente che si facciano certi ragionamenti.

Il Procuratore francese

Ricordiamo anche che di recente il procuratore francese ha chiesto 8 mesi di carcere per una cittadina italiana che aiutava i clandestini a varcare illegalmente il confine. Da noi, invece, arrivano al massimo le aliquote sospese con la condizionale, come dimostra il caso di una certa deputata P$ in Gran Consiglio. La parlamentare è difesa a spada tratta dal suo partito. Perché la $inistra pretende il rispetto della legge, ma solo dagli altri. I kompagni, invece, sono al di sopra delle regole.

A titolo preventivo…

A titolo preventivo, sarà bene precisare subito una cosa: se a Como quest’estate dovesse (di nuovo) “scoppiare il caos”, come preconizza “il Giorno”, non sarà di certo la Svizzera – e quindi in prima linea il solito Ticino – a togliere le castagne dal fuoco alla vicina Penisola. Per il caos asilo sul suo territorio  l’Italia se la può prendere, a scelta, con se stessa perché i migranti raccolti in mare se li mette in casa invece di riportarli indietro, e/o con la fallita Unione europea che non fa un tubo per difendere i propri confini esterni.

Di certo il Belpaese non può puntare il dito contro la Svizzera. Men che meno può attendersi regali da noi, visto il trattamento riservatoci dai suoi rappresentanti istituzionali per la chiusura notturna di tre valichi secondari, misura perfettamente legittima ed annunciata.

Altro che “aiutare l’Italia”

Per i famosi tre valichi chiusi, troppi politicanti del Belpaese si sono messi a starnazzare come germani reali contro gli “svizzeri razzisti”. Sindaci di comuni che campano grazie ai ristorni dei frontalieri hanno inscenato manifestazioni-pagliacciata con tanto di fascia tricolore. Quel che è molto più grave, la Farnesina, ossia il ministero degli Esteri italiano, si è permessa di convocare d’urgenza l’ambasciatore di Svizzera. Neanche avessimo trasmesso a Roma una dichiarazione di guerra. E’ chiaro che, con simili precedenti, il mantra del “bisogna aiutare l’Italia” la kompagna Simonetta farà bene a levarselo dalla testa. E col fischio che continuiamo ad aderire ai programmi di ridistribuzione di migranti partoriti dai funzionarietti di Bruxelles “per dare l’esempio” (sempre Simonetta dixit).

I costi esplodono

Da sud arriva anche un altro segnale preoccupante. Visto l’andazzo degli sbarchi, il Documento di economia e finanza (Def) approvato la scorsa settimana dal governo prevede per il 2017 un aumento della spesa per i migranti dai 3,4  miliardi di Euro previsti nella finanziaria a 4.6 miliardi. Quindi una crescita di 1,2 miliardi. I migranti, lamenta “il Giornale”, costano più della manovra!

La cifra in sé  suscita un qualche interrogativo. Infatti  per il 2018 la Svizzera ipotizza di spendere 2.4 miliardi per i finti rifugiati. Più della metà di quanto messo in conto dall’Italia. Le proporzioni non stanno. Com’è possibile? Siamo noi che facciamo dell’accoglienza di lusso?

Al di là di questo, alla luce delle stime  di spesa per i migranti che il Belpaese ha rivisto nettamente al rialzo – segno quindi che si attende un ennesimo “assalto alla diligenza” –  tutti gli Stati che confinano con l’Italia hanno buoni motivi per pensare ai muri sul confine. Noi per primi. Poi oltreramina possono strillare e convocare tutti gli ambasciatori che vogliono. Almeno lo faranno per qualcosa.

Lorenzo Quadri

 

 

Non c’è alcuna necessità di introdurre fetidi balzelli

Raccolta e smaltimento rifiuti: già paghiamo, perché dovremmo pagare di più?

In ambito fiscale ci sono un paio di regolette che funzionano sempre. La prima: una volta che una nuova tassa è introdotta, poi non la leva più nessuno. La seconda: le nuove tasse nel tempo sono destinate ad aumentare.

La tassa sul sacco cantonale, detta “fetido balzello”, se approvata il prossimo 21 maggio in votazione popolare, non sfuggirà a questa logica.

Non c’è da “sistemare”

Ma perché bisognerebbe introdurre nuove tasse sul rüt? Contrariamente a quanto ha scritto di recente in un’Opinione uno dei pionieri di questa tassa antisociale (e se ne vanta pure), che colpisce ricchi e poveri allo stesso modo (un po’ come gli esecrati premi di cassa malati, ma senza i sussidi), non c’è alcun bisogno di “sistemare le cose” in Ticino per quel che riguarda la monnezza. Non siamo a Napoli. Il pattume viene regolarmente raccolto e smaltito. Le fatture per queste prestazioni vengono saldate. Semmai, bisognerebbe incentivare l’inceneritore di Giubiasco a ridurre le tariffe. E bisognerebbe controllare meglio i costi di raccolta. Certo non c’è bisogno di introdurre nuove tasse, addirittura sottoforma di doppia imposizione sul rüt (tassa di base più tassa sul sacco).

Perché non dovremmo essere liberi di scegliere di finanziare la raccolta e smaltimento rifiuti come più ci aggrada? Perché deve arrivare il diktat cantonale? Già oggi tutti pagano per il pattume. Anche a Lugano. In riva al Ceresio i costi di raccolta e smaltimento sono finanziati con le imposte. Che vengono prelevate in base al reddito. Quindi in modo sociale. Del resto, fanno così anche a Ginevra. Altri Comuni hanno solo delle tasse di base. Altri ancora già conoscono la  “doppia imposizione”.

Ogni Comune è oggi organizzato come ritiene più opportuno – come i suoi cittadini ritengono più opportuno – e non si vede perché non si potrebbe andare avanti così. Come detto, è semmai a livello di tariffe dell’inceneritore Giubiasco e di controlli sulle fatture di raccolta che ci sono margini di azione.

Siamo nella media

In campo di applicazione del discusso principio di causalità (il politikamente korrettissimo “chi inquina paga”), il Ticino non è affatto la pecora nera della Svizzera. Lo dimostrano i rilevamenti effettuati a livello nazionale. Il nostro Cantone, per quanto attiene alla quota di finanziamento dei costi dei rifiuti tramite balzelli causali, è nella media elvetica. Anche a Ginevra, come a Lugano, non si pagano specifiche tasse di raccolta  e smaltimento rifiuti. E nessuno a Berna si sogna di mandare i carri armati in riva al Lemano.

Rieducazione coatta

Dietro la tassa sul sacco c’è il solito metodo “rieducativo” ormai dilagante negli ambiti più svariati: si impone al cittadino di tenere un determinato comportamento andando a penalizzarlo sul borsello. Ma è giusto? Il potere d’acquisto dei ticinesi è già sufficientemente bastonato senza bisogno di nuove tasse.

Del resto, se l’obiettivo fosse quello di stimolare a produrre meno monnezza, non mancherebbero le soluzioni alternative. Ad esempio, distribuire un certo numero – calcolato in modo ragionevole! – di sacchi della spazzatura a prezzo di costo, per poi semmai far pagare un “surplus” a chi ne chiede di ulteriori perché manifestamente produce troppi rifiuti.

Nemmeno si può seriamente sostenere che i ticinesi non siano sensibilizzati sul tema del riciclaggio, dopo anni di campagne informative a tutti i livelli.

Fare cassetta

E’ poi evidente che dalla doppia imposizione sul rüt il cittadino non ci guadagna. Immaginare che ci saranno delle compensazioni è una pia illusione. La nuova tassa verrà utilizzata dagli enti pubblici per fare cassetta. Chi paga solo una tassa di base si vedrà “attaccar là” anche quella sul sacco. Chi già paga entrambi i balzelli (base e sacco) potrebbe vedersi diminuire il costo del sacco, ma in compenso aumenterà la tassa di base. Chi invece finanzia la raccolta e smaltimento del rüt con le imposte, si troverà due nuovi balzelli non compensati da nulla. Del resto a Lugano la maggioranza politica è favorevole al “fetido balzello” come puro strumento di incremento delle entrate. Il balzello è “fetido” mentre la “pecunia”, come già sapeva l’imperatore romano Vespasiano, “non olet”.

Occorre inoltre ricordare quanto detto in apertura: se la nuova tassa verrà introdotta, essa è fatalmente destinata ad aumentare. Basti pensare alla levata di scudi dei sindaci radikalchic sopracenerini contro la prima versione di tassa sul sacco presentata dal Dipartimento del territorio, accusata di essere troppo bassa. Una vera vergogna: non si sfrutta ogni margine per mungere il contribuente! Dove andremo a finire di questo passo?

Il prossimo 21 maggio, dunque, votiamo No al fetido balzello.  Per i rifiuti paghiamo già. Non c’è motivo per pagare di più.

Lorenzo Quadri

 

Non ci facciamo zittire dalle denunce farlocche

Nel Ventennio si usava l’olio di ricino. Adesso ci si inventa i reati penali

 

C’è chi, a $inistra, lancia allarmi sulla libertà di stampa minacciata da aziende che avrebbero trovato l’appiglio – in realtà nemmeno poi tanto nuovo – della “concorrenza sleale” per imbavagliare i giornalisti. Sono state promosse anche delle raccolte di firme.

Queste mobilitazioni a sostegno della libertà di stampa sarebbero apprezzabili se non grondassero ipocrisia. Infatti non vogliono affatto difendere la libertà di stampa in quanto principio costituzionale basilare, uno dei fondamenti della nostra democrazia. Vogliono difendere solo la libertà di certa stampa, di un certo colore e che propaganda certe posizioni (multikulti, frontiere spalancate, “devono entrare tutti”, ecc.). Per la stampa che si trova su posizioni opposte, invece, il parametro utilizzato è assai diverso. Esponenti delle stesse cerchie che si ergono ad improvvisati ed improponibili paladini della libertà di stampa invocano – del tutto a sproposito – articoli di codice penale ed interventi della magistratura per mettere a tacere le posizioni sgradite. Addirittura c’è gente che pensa di potersi inventare a piacimento i contenuti del codice penale, secondo la propria convenienza, a scopi censori. Insomma, libertà d’espressione solo per chi la pensa come vogliamo noi. Per gli altri, invece, censura e criminalizzazione.

Questo è un modo violento ed inaccettabile di imporre il pensiero unico del multikulti e delle frontiere spalancate.

E il razzismo degli stranieri?

Le libertà di stampa e d’espressione sono garantite dalla nostra Costituzione; e sono tra i primi valori entrati in tutte le Costituzioni occidentali dalla rivoluzione francese in poi. E’ un dovere civile bloccare sul nascere le iniziative che vogliono calpestare questi diritti fondamentali. Nel Ventennio per mettere a tacere i dissidenti usavano olio di ricino e manganelli. Adesso si inventano le denunce penali “creative” o le petizioni al Consiglio federale (!) per far chiudere i giornali. Di questo degrado bisognerebbe cominciare a parlare.

Come bisognerebbe cominciare a parlare anche del razzismo e della discriminazione nei confronti degli svizzeri, nel loro paese, ad opera di stranieri.

Perché non si segnala al ministero pubblico per discriminazione razziale quelle aziende che pubblicano annunci di lavoro rivolti solo ai frontalieri? E sul razzismo tra comunità straniere, nulla da dire? E sull’antisemitismo di matrice islamica?

L’articolo 261 bis del codice penale, che di recente qualcuno invoca senza evidentemente nemmeno averlo letto, ha una sua storia. E’ nato per combattere la negazione dell’Olocausto e l’antisemitismo.  Quante segnalazioni per violazione dell’articolo 261 bis  hanno presentato i moralisti a senso unico  contro  stranieri, magari in arrivo da altre culture e da paesi lontani? O vuoi vedere che agli immigrati che pretendono di imporci le nostre regole va concesso tutto, anche di essere razzisti ed antisemiti, perché “bisogna aprirsi”?

Denunciamo anche la Confederazione?

La segnalazione al ministero pubblico nei miei confronti (uhhhh, che pagüüüüraaa!) per aver postato su facebook un link ad una notizia che forse era una bufala, è ad un livello ancora inferiore alla pagliacciata. La notizia in questione riguardava una protesta in un centro asilanti italiano. Non appena mi sono reso conto che poteva essere farlocca, l’ho cancellata subito, scusandomi per l’imperizia.  Sulle malefatte dei finti rifugiati con lo smartphone ci sono così tante notizie vere che non c’è proprio bisogno di rincorrere quelle false per chiarire alla gente che questi migranti economici – che a $inistra vorrebbero “far entrare tutti” – sono ben lungi dall’essere tutti brava gente. Del resto le statistiche sul tasso di criminalità degli asilanti pubblicate dalla Confederazione sono impietose.  O vogliamo denunciare anche la Confederazione?

Tentativi intimidatori

Chi si produce in simili “segnalazioni” deve poi aspettarsi delle conseguenze. Il Codice penale è una cosa seria. Non è una specie di pistola giocattolo con cui trastullarsi a sproposito pensando di censurare – o di spingere all’autocensura – chi ha posizioni politiche che non piacciono alle élite spalancatrici di frontiere. O chi pubblica realtà scomode per gli intolleranti adepti dell’ideologia $inistrorsa.

Combattere le idee con le denuncie farlocche e combatterle con i manganelli e l’olio di ricino è esattamente la stessa cosa. Cambia solo il corpo contundente. E’ evidente che né il sottoscritto, e nemmeno il Mattino, mai si piegheranno a questi tentativi intimidatori, che vanno respinti e sbugiardati con la massima fermezza. Ma dove sono adesso i kompagni della gauche caviar che denunciano  a gran voce l’utilizzo, a loro dire abusivo, della “concorrenza sleale” a fini censori? Hanno perso la favella?

Redazioni, attente…

Lunedì, in contemporanea con lo “sgub” (uella!) della mia segnalazione al ministero pubblico per la pubblicazione di un link  ad una notizia forse falsa, si è saputo che l’omicida della discoteca di Gordola, inizialmente indicato come “svizzero”, è in realtà di origine kosovara.

Redazioni attente: tra un po’ i moralisti a senso unico pretenderanno, minacciando denunce penali, che venga tenuta di proposito nascosta la nazionalità o l’origine dei delinquenti. Perché qualcuno possa continuare a ripetere la fregnaccia dell’ “immigrazione uguale ricchezza”.

Chi pensa di zittirci con simili espedienti, non ha capito da che parte sorge il sole. Già che siamo in tema: è chiaro che chiederemo che all’omicida di origine kosovara che ha ammazzato un padre di famiglia senza alcun motivo venga ritirato il passaporto rosso.

Lorenzo Quadri