Lavoro: le cifre inquietanti dell’invasione da sud!

9 febbraio gettato nel water e le statistiche farlocche della SECO sull’occupazione

9 febbraio 2017: giorno che avrebbe dovuto segnare la fine della devastante libera circolazione senza limiti e l’inizio di una nuova era. Anche e soprattutto per quel che riguarda l’occupazione ed il mercato del lavoro. Invece il 9 febbraio 2017 suggella la fine dei diritti popolari in Svizzera. Che lo scorso dicembre a Berna sono stati vergognosamente calpestati dal triciclo PLR-P$$-PPD e partitini di contorno.

Le frottole della SECO

E proprio lo scorso giovedì 9 febbraio, ma tu guarda i casi della vita, la SECO se ne è uscita con una delle sue improbabili statistiche. Dalla quale emerge che in Svizzera la disoccupazione è aumentata rispetto a 12 mesi fa. Anche in Ticino la disoccupazione risulta in crescita dello 0,1% tra dicembre 2016 e gennaio 2017. Ma naturalmente per i pubblicisti della Segreteria di Stato per l’economia “l’è tüt a posct”. Del resto l’ha ormai capito anche il Gigi di Viganello che la SECO serve solo a fare propaganda pro-UE e pro-libera circolazione, con i soldi dei contribuenti (100 milioni all’anno).

Sempre peggio

Secondo la SECO, attualmente il tasso di disoccupazione in questo sempre meno ridente Cantone sarebbe “solo” del 4%, ovvero lo 0,2% in meno rispetto al gennaio del 2016. La media nazionale è del 3.7%. Quindi il Ticino sarebbe sopra solo dello 0.3%. Uella! Peccato che dai dati ILO, che vengono usati internazionalmente, emerga come al solito un’altra storia. E meglio:

  • nel terzo trimestre del 2016 in Ticino la disoccupazione ILO è stata del 6.9%. Quindi stiamo parlando di quasi il doppio (!) della percentuale strombazzata dagli spalancatori di frontiere della SECO. La Lombardia risultava invece al 6.7%…
  • Sempre nel terzo trimestre del 2016, la disoccupazione ILO in Svizzera era del 4.8%. Sicché il divario tra il Ticino e la media nazionale è di oltre il 2%; altro che dello 0.3% della SECO.
  • Nel terzo trimestre del 2015, la disoccupazione ILO in Ticino era del 6.8%. Sicché rispetto ad un anno fa c’è stata una crescita. E non certo un calo, come vorrebbe raccontarci la SECO.

L’invasione da sud

Già che ci siamo, aggiungiamo qualche dato in relazione all’invasione da sud che da anni il Ticino subisce. Quella che al più tardi lo scorso giovedì avrebbe dovuto essere arginata. Invece andrà avanti ad imperversare ad oltranza, grazie alla partitocrazia. Gli elettori se ne ricordino quando gli sguatteri di Bruxelles che hanno gettato nel water il 9 febbraio torneranno a mettere fuori il faccione per accattare voti.

– Nel 2016 i lavoratori notificati (ovvero padroncini e distaccati) sono stati 26’516, contro i 25’576 dell’anno precedente. Nel 2006 erano 8’785 (sic!).

  • Le giornate di lavoro svolte dai notificati sono state 708’670 nel 2016, contro le 665’184 del 2015 e le 289’741 del 2006.
  • Nel terzo trimestre 2016 i frontalieri attivi in Ticino erano 62’246. Nel secondo trimestre erano invece 62’171. Ohibò: come mai la stampa di regime, sempre pronta a spiattellare titoloni in prima pagina ad ogni calo di un paio di unità, non ha nulla da dire al proposito?
  • Ancora più interessante il dato dei frontalieri nel settore terziario, ovvero quello in cui si sostituiscono ai residenti. Siamo passati dai 37’912 del terzo trimestre 2015 ai 38’072 del secondo trimestre 2016 ai 38’336 del terzo trimestre 2016. Quindi la crescita continua, e alla grande! E con essa il soppiantamento ed il dumping salariale. Ma naturalmente la stampa di regime… citus mutus!
  • Nel 2000, quindi non nell’antichità classica, i frontalieri nel terziario erano circa 10mila mentre oggi sono quasi 40mila. Ormai siamo vicini alla quadruplicazione!
  • E poi qualcuno ha ancora il coraggio di dire che non è in atto alcuna invasione da sud, ma quando mai, sono tutte balle della Lega populista e razzista?

I suicidi

E’ quindi evidente che il nostro mercato del lavoro è andato a ramengo. E sempre per una strana casualità nei giorni scorsi è stata pubblicata dai giornali italiani una notizia di cronaca molto triste, poi ripresa anche dal Mattinonline e da LiberaTV: un trentenne di Udine si è suicidato perché non aveva lavoro ed era stufo di ricevere porte in faccia. Qualche esponente della partitocrazia spalancatrice di frontiere pensa forse che episodi del genere non succedano anche in Ticino? Qui c’è qualcuno – parecchi qualcuno – che farebbe meglio a farsi un esame di coscienza. Altro che scrivere post lacrimevoli sul drammatico evento e poi propagandare la libera circolazione! Vero kompagno Canetta direttore della RSI?

Lorenzo Quadri

Il divieto di girare in burqa ha avuto effetto preventivo

La nuova norma, plebiscitata dal popolo ticinese, è efficace. E sta facendo scuola

 

E’ stato divulgato in questa settimana il bilancio dei primi sei mesi d’applicazione della legge antiburqa in Ticino. Risulta che le sanzioni sono state poche: sei multe e dieci ammonimenti. I multikulti – quelli che sognano di sdoganare minareti e velo integrale e di rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera – ne hanno approfittato per sottolineare che si tratta di cifre piccole e quindi, a loro dire, sul pastrano integrale si farebbe “tanto rumore per nulla”.

Cifre piccole

Sulle cifre piccole: embè? Nel caso qualcuno non l’avesse capito, l’obiettivo del divieto di burqa non è mai stato quello di riempire le casse pubbliche con le contravvenzioni, bensì di chiudere le porte del nostro paese all’estremismo islamico ed ai suoi simboli, incompatibili con i valori occidentali.

L’introduzione del divieto di Burqa è stata accompagnata da un’accurata azione informativa. Evidentemente è successo proprio il contrario di quello che paventavano gli spalancatori di frontiere multikulti, i quali tentavano di colpevolizzare i sostenitori del divieto di dissimulazione del viso (“beceri razzisti islamofobi”) farneticando dei laceranti conflitti interiori (?) che esso avrebbe provocato alle donne in arrivo da paesi dove sono costrette a girare integralmente velate. Cosa è accaduto invece? E’ accaduto che le turiste arabe si sono tolte il burqa. Senza tante storie.

Nessuna defezione di turisti

Smentiti anche gli ambienti turistici i quali, preoccupati per la propria saccoccia, paventavano la diserzione dei turisti arabi. Invece i turisti dei paesi del Golfo sono arrivati tranquillamente, senza burqa. Anzi, ne sono arrivati più di prima.  Forse perché il divieto di burqa non è cosa poi così scandalosa nel mondo musulmano, essendo in vigore anche alla Mecca? Ma questo i multikulti si sono ben guardati dal dirlo. Il loro unico obiettivo era infatti denigrare e delegittimare i promotori del divieto.

Un divieto, plebiscitato dal popolo ticinese, che sta facendo scuola. Ed infatti sempre più paesi lo stanno introducendo o pensano di farlo (ultima in ordine di tempo, l’Austria). Tutti scemi, i governanti di questi Stati? Tutti razzisti e xenofobi? Tutti ad autoerotizzarsi cerebralmente con “non problemi”? Oppure, per l’ennesima volta, ad essere “fuori a sbalzo” sono i multikulti? Quelli che vogliono rottamare la nostra identità ed i nostri valori per promuovere l’islamizzazione della Svizzera?

Un successo

Il divieto di burqa votato dai ticinesi è quindi un successo. Ha avuto esito preventivo (poche le sanzioni comminate), ha chiarito che in Ticino non c’è spazio per usanze incompatibili con i valori occidentali, non ha provocato né crollo del turismo dai paesi del Golfo né psicodrammi individuali. Ed ha fatto da apripista.

A rosicare è rimasta la svizzera (?) convertita all’Islam radicale Nora Illi (quella che un ex deputato verde austriaco ha definito “una marionetta insignificante a cui è stato fatto il lavaggio del cervello”) ed il di lei sodale Rachid Nekkaz, sedicente imprenditore algerino.

In effetti tra le sei donne multate in Ticino perché giravano in burqa c’è anche la Illi, che è stata sanzionata in quel di Lugano. Unico neo: la multa è stata di soli 250 Fr. Essendo la signora plurirecidiva e provocatrice, si sarebbe dovuti passare direttamente alla sanzione massima, ossia 10mila franchetti.

Lorenzo Quadri

Riforma III: un Sì per i nostri posti di lavoro

Il Consiglio federale ha di nuovo calato le braghe, e adesso bisogna limitare i danni

Votare Sì ha un costo; votare No ha un costo molto più elevato. In Ticino ci sono 3000 impieghi a rischio!

Sulla Riforma III della fiscalità delle imprese (Riforma III) a $inistra si sta montando la panna ad oltranza. Chiaro: nel partito delle tasse, solo a sentir parlare di alleggerimenti fiscali, parte l’embolo.

La campagna contro la Riforma III è un’operazione di marketing politico del P$, fatta con cifre farlocche. Ma a $inistra non hanno alcuna proposta alternativa. Dicono Njet pensando che sia pagante elettoralmente. E oltretutto hanno ancora la lamiera di tirare in ballo il ceto medio: proprio loro, che il ceto medio l’hanno sempre flagellato con nuove tasse e balzelli, per creare una burocrazia sempre più costosa ed invasiva e per mantenere tutti gli immigrati nello stato sociale ed i finti rifugiati con lo smartphone (quelli che “devono entrare tutti”).

Conseguenza della politica di $inistra

La Riforma fiscale III non è piovuta dal cielo: è arrivata perché il Consiglio federale, come suo solito, si è affrettato a calare le braghe, neanche le avesse piene di formiche rosse, davanti alle nuove regole internazionali che non permettono i regimi fiscali speciali per le società attualmente in vigore in Svizzera. Diversamente detto, la Riforma III è arrivata perché il Consiglio federale ha fatto esattamente ciò che la $inistra ha sempre voluto: genuflessione ad ogni e qualsiasi diktat in arrivo dall’estero. Bisogna aprirsi! Bisogna rottamare le specificità elvetiche! Bisogna diventare uguali agli stati eurofalliti! E adesso che ai cittadini viene presentato il conto di questa politica di $inistra, ecco che i kompagni si mettono a starnazzare? Troppo comodo. E anche molto ipocrita.

Ticino: a rischio 3000 impieghi

Se il Consiglio federale non avesse calato le braghe per l’ennesima volta, non ci sarebbe stato bisogno di nessuna Riforma III. Ma visto che le ha calate, occorre limitare i danni e fare di necessità virtù. La Riforma III è proprio questo: un intervento di riduzione del danno. O, come già scritto su queste colonne, un paracadute.

Qual è il danno da ridurre? Presto detto. In Ticino le società che attualmente beneficiano degli “abolendi” regimi fiscali speciali sono 1355. Esse garantiscono:

  • un gettito fiscale di circa 180 milioni di Fr;
  • il 7,7% del PIL
  • 3000 posti di lavoro.

Se la Riforma III delle imprese verrà respinta, la conseguenza sarà la caduta dei regimi fiscali speciali senza alcuna misura di compensazione. Le aziende che di questi regimi beneficiano, in genere molto mobili, faranno in fretta a partire per altri lidi. Ciò significa che i 180 milioni di gettito ed i 3000 posti di lavoro sono fortemente a rischio.

Ma la Riforma III mira anche a rendere il Ticino più attrattivo per quegli insediamenti ad alto valore aggiunto, specie nella ricerca e nello sviluppo, che tutti dicono di volere ($inistra in primis) perché fa tanto radikalchic. Quando però si tratta di passare al dunque, la storia cambia…

Il No costa assai più del Sì

Nessuno lo nega. Almeno sul breve termine, la Riforma III avrà un costo in termini di minori entrate nelle casse pubbliche. Tuttavia su tempi più lunghi permetterà di preservare l’attrattività fiscale della piazza economica svizzera. E quindi i posti di lavoro nel nostro Paese. Ed il lavoro è la prima priorità.

Se votare sì alla Riforma III avrà un costo, Votare No avrà un costo molto più alto. Non solo sul breve termine. Anche e soprattutto sul medio e sul lungo. E i kompagni che la avversano con toni apocalittici non hanno alcuna proposta alternativa.

Scegliamo dunque il “meno peggio” e votiamo Sì il prossimo 12 febbraio.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Per il PLR in Ticino devono entrare tutti, anche i delinquenti

Casellario giudiziale: l’ex partitone, a manina con il P$$, si schiera contro. Vergogna!

La Lega ed il Ticino hanno vinto a Berna. La commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale  (Cip-N) ha infatti approvato, per 13 voti contro 11, le iniziative cantonali ticinesi a sostegno della richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio di un permesso B o G. Gli Stati avevano in precedenza preso la stessa decisione.

Prassi valida

La richiesta sistematica del casellario giudiziale, introdotta nell’aprile 2015 dal ministro leghista Norman Gobbi, ha dimostrato la propria validità. E non serviva il mago Otelma per prevederlo. Nei giorni scorsi il Consiglio di Stato ha infatti reso noto che grazie al casellario sono state respinte 64 richieste di stranieri potenzialmente pericolosi. “Brava gente” che altrimenti si sarebbe trasferita in questo sempre meno ridente Cantone. Ed è solo la punta dell’iceberg. Infatti ai 64 njet occorre aggiungere tutti gli aspiranti frontalieri o dimoranti con la fedina penale sporca che, sapendo della nuova prassi, hanno rinunciato a chiedere un permesso. E su questi, ovviamente, non esiste alcuna statistica.

La Lega vince

La Cip-N ha dunque dato, a maggioranza, RAGIONE a Norman Gobbi, alla Lega ed al Ticino. Maggioranza risicata, però, in cui i due esponenti ticinesi Roberta Pantani (Lega) e Marco Romano (PPD) hanno fatto da ago della bilancia. Chi, dunque, era contrario? La $inistra spalancatrice di frontiere, ovviamente: i kompagnuzzi del “devono entrare tutti”, delinquenti compresi.

Ma a manina con i kompagni, dai quali evidentemente non ci si poteva aspettare nulla, a votare contro il casellario c’era l’ex partitone. Tutti i rappresentanti liblab nella Cip-N si sono espressi contro la richiesta del Ticino. Complimenti, ex partitone! La maschera cade. Sicché anche secondo l’ex partitone “devono entrare tutti”, delinquenti compresi. Prendere nota. Ancora una volta il PLR si schiera compatto contro il Ticino ed i ticinesi.

Il tandem P$$-PLR

Alle camere federali, i liblab in tandem con i kompagni hanno gettato nel water il “maledetto voto” del 9 febbraio, stuprando la Costituzione ed i diritti popolari, con il PPD che faceva da palo. Almeno sul casellario, il PPD ha votato giusto. L’ex partitone invece persevera: la priorità è fare gli zerbini  dell’UE e della libera circolazione. La sicurezza del Ticino e dei ticinesi vale meno di zero. Che entrino pure tutti i delinquenti, purché i nostri padroni di Bruxelles siano soddisfatti di noi! Siamo sguatteri dell’UE e ce ne vantiamo!

Contenti loro. C’è da dubitare che l’elettorato ticinese ne sarà altrettanto estasiato.

Certo che serve a molto avere un ticinese come capogruppo PLR alle camere federali, visti i risultati: il partito si schiera sistematicamente contro gli interessi del nostro Cantone.

Mantenere ad oltranza

E’ in ogni caso evidente che la richiesta del casellario giudiziale verrà mantenuta ad oltranza. Indipendentemente dai mal di pancia che essa provoca a Berna e oltreramina. E indipendentemente anche delle decisioni della Camere federali – che comunque stanno andando per il verso giusto. Questo perché è una semplice misura di buonsenso. Solo dei perfetti cocomeri potevano pensare di fare affidamento sull’autocertificazione in materia di precedenti penali!

E il bello è che Jacques De Watteville, già tirapiedi dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf (quello che andava a Roma a negoziare in inglese) pretendeva di raccontare alla deputazione ticinese a Berna che il casellario non serviva a niente per cui bisognava eliminarlo per far contenti  gli italici. Bravo De Watteville, applausi a scena aperta. Questo tanto per chiarire il livello di tale personaggio, che dopo la pensione è stato nominato negoziatore in capo con l’UE. E c’è il vago sospetto che difenda gli interessi dell’UE assai più di quelli della Svizzera.

Lede o no?

Il PPD ha motivato il suo sostegno al casellario dicendo che “non lede la libera circolazione”. A noi non ce ne frega un tubo se il casellario lede  o no la libera circolazione.  La nuova prassi introdotta da Gobbi ha permesso di evitare che tanti delinquenti, potenzialmente pericolosi, si trasferissero in Ticino. Dunque va preservata. Perché funziona. La libera circolazione delle persone, invece, provoca solo disastri. E quindi deve saltare.

Lorenzo Quadri

 

La proposta “shock” contro la spesa oltreconfine

L’Associazione Via Nassa lancia il sasso: ridurre la franchigia da 300 a 100 Fr

 

La spesa frontaliera torna a far discutere. Comprensibilmente, visto che i commerci ticinesi soffrono. La  “bomba” l’ha sganciata l’Associazione Via Nassa, la quale propone che la Confederazione abbassi franchigia per la spesa in Italia, dagli attuali 300 Fr a 100 Fr.

In questo modo, ha spiegato al GdP il segretario dell’Associazione Mario Tamborini, si mira ad avere un effetto deterrente rispetto agli acquisti non alimentari oltrefrontiera, giacché così si renderebbe necessario sdoganare una maggiore quantità di beni, seppure a parità di prezzi al di qua e al di là del confine.”

 Vivaci reazioni

La proposta ha suscitato “vivaci reazioni”. Ma bisogna partire da un presupposto. C’è chi fa la spesa in Italia per necessità, perché altrimenti non arriverebbe a fine mese, e chi invece varca il confine per fare compere anche se potrebbe benissimo permettersi di spendere qui. Trump nel suo discorso d’insediamento ha detto: “comprate americano ed assumete americano” (ovvero: “Prima i nostri”). Si può quindi ben comprendere che chi non ha lavoro e fa il frontaliere della spesa ribatta: “volete che si compri ticinese, cominciate ad assumere ticinese”. Molto meno comprensione la suscita invece chi fa provvista a Como o a Varese malgrado non sia affatto in ristrettezze. Qui qualcuno dovrebbe farsi un esamino di coscienza.

Non tutto costa meno

Seconda considerazione: non tutto in Italia costa così tanto meno che in Ticino. A fare da attrattore sono i generi alimentari. Per taluni pare infatti che la differenza di prezzo sia abissale (“pare” perché chi scrive non ha mai fatto la spesa in Italia, per cui non lo può affermare con certezza). Altri prodotti, specie non alimentari, sempre a quanto ci consta, non avrebbero prezzi poi così tanto diversi al di qua o al di là dal confine; ma, una volta che si è fatta la trasferta, “già che si è sul posto”, si compera anche quelli. E’ proprio questo genere di acquisti, che non consentono un risparmio significativo, che l’Associazione via Nassa vorrebbe arginare con la proposta di ridurre la franchigia.

E la grande distribuzione?

Tuttavia c’è anche un altro aspetto da considerare. La differenza di prezzo tra Ticino ed Italia per taluni generi alimentari è così clamorosa da non avere più una spiegazione logica. E proprio questi generi alimentari fanno da “traino”, inducendo anche gli altri acquisti. E allora, è mai possibile che in Ticino la grande distribuzione non sia in grado di operare al ribasso sui prezzi di questi generi di prima necessità, ciò che ridurrebbe in modo importante l’attrattiva della spesa transfrontaliera?

Per non saper né leggere né scrivere, ci pare davvero incredibile che non ci siano dei margini in tal senso. Davvero “sa po’ fa nagott”? Ci crediamo poco!

Lorenzo Quadri

 

 

Nuova asfaltatura per il fallimentare multikulti

Strasburgo sentenzia: lezioni di nuoto obbligatorie anche per i musulmani

 

Ma guarda un po’, di tanto in tanto anche la Corte europea dei diritti dell’Uomo, non propriamente un covo di leghisti populisti e razzisti, ci azzecca!

Lo ha fatto in passato approvando il divieto di burqa francese. La sentenza ha messo nella palta la partitocrazia bernese (Consiglio federale in primis). La quale si apprestava ad affossare il divieto di velo integrale votato dai ticinesi, analogo a quello francese – perché i voti popolari che non piacciono all’élite spalancatrice di frontiere vanno annullati. Però, dopo la sentenza di Strasburgo, le è mancata la terra sotto i piedi. Sicché, nel dibattito sulla concessione della garanzia federale alla nuova norma costituzionale ticinese, i kompagni sono rimasti da soli a farneticare assurdità sul “burqa simbolo di libertà”.

La scusa non regge

E la Corte europea dei diritti dell’Uomo ci ha di nuovo azzeccato nei giorni scorsi, statuendo sulle lezioni di nuoto che – hanno deciso i giudici della CEDU – sono obbligatorie anche per le allieve musulmane. Strasburgo, come abbiamo letto, ha dunque dato torto ad una coppia residente a Basilea città, con doppia nazionalità svizzera e turca (!), che non mandava le figlie alle lezioni di nuoto miste invocando motivazioni religiose. Per i giudici europei (come per le istanze svizzere prima di loro) la scusa non regge. Il nuoto è obbligatorio per tutti, senza eccezioni.

Tre punti

Dalla sentenza “europea” emergono almeno tre punti interessanti.

Punto primo: la decisione contiene un messaggio chiaro agli immigrati da “altre culture” che pensano di vivere nel nostro paese senza integrarsi affatto. Perché tanto “gli svizzerotti sono fessi e non si accorgono di niente, e magari ci pagano pure le prestazioni sociali per paura di venire additati come razzisti e xenofobi”.

Punto secondo: la sentenza costituisce l’ennesima asfaltatura degli spalancatori di frontiere fautori del fallimentare multikulti. Costoro non perdono occasione per abusare della libertà di religione, trasformandola in strumento di denigrazione nei confronti di chi pretende che gli immigrati si adeguino alle regole del paese ospite. Per la serie: “non ti va bene che i migranti musulmani si comportino in casa nostra esattamente come facevano nel paese d’origine? Stai scandalosamente violando la loro libertà di religione per cui vergognati, becero razzista e fascista”.

Punto terzo. I genitori che vietavano alle figlie per inconsistenti motivi religiosi di frequentare le lezioni di nuoto erano naturalizzati. Chi gli ha dato il passaporto rosso? Dimostrazione evidente, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che oggi si naturalizzano persone non integrate. Del resto, anche i due giovani musulmani di Basilea Campagna che rifiutavano di dare la mano alla docente perché donna aspiravano al passaporto elvetico. E l’avrebbero con tutta probabilità ottenuto, se non fosse scoppiato il caso della stretta di mano negata. Quindi, il prossimo 12 febbraio bisogna votare NO alle naturalizzazioni agevolate per gli stranieri di terza generazione. La cittadinanza svizzera viene già concessa con troppa leggerezza, senza i necessari approfondimenti. Non c’è alcun bisogno di ulteriori agevolazioni. Serve invece proprio il contrario.

La nota stonata

Tuttavia, anche questa volta non poteva mancare la nota dolente. In effetti l’autorità cantonale basilese, invece di chiarire senza se né ma alla famiglia turca neo-svizzera “perfettamente integrata” che le lezioni di nuoto sono parte del programma scolastico sicché si frequentano e basta, aveva proposto una soluzione di compromesso. Vale a dire – udite udite – mandare le bimbe in piscina in burqini. Una volontà di compromesso che è stata “apprezzata” dalla Corte europea. Qui qualcuno è fuori come una cassetta dei gerani. A parte le sicure controindicazioni igieniche del burqini (se non si può entrare vestiti in piscina, un qualche motivo ci sarà) è evidente che tale goffo indumento – seppur non con la stessa intensità di un burqa che nasconde addirittura il volto – serve ad ostentare la propria diversità. E quindi la propria volontà di NON integrarsi nella realtà, nella mentalità, negli usi e costumi della società in cui si è immigrati. Non sta quindi né in cielo né in terra che a proporre il burqini sia un’autorità pubblica svizzera, addirittura un’autorità educativa, che per sovrapprezzo vorrebbe infilare l’orrido scafandro nientemeno che a delle bambine! Lavaggio del cervello?

Promuovono il burqini?

Dunque, qui ci sono delle autorità cantonali che hanno promosso la non-integrazione. E naturalmente la $inistruccia va in brodo di giuggiole. Fin troppo scontato. Non a caso il P$ vuole rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera. Si legge infatti nelle cronache sulla sentenza sul caso-piscina che tale kompagno Christophe Eyemann, direttore dei Dipartimento educazione di Basilea Città, è al settimo cielo per le “parole di lode (?) della Corte europea nei confronti delle autorità che hanno proposto alle bambine di indossare il burqini” (se ne vanta pure!).

E alle nostre latitudini il kompagno Manuele Bertoli non poteva che fargli eco nel suo elogio del burqini:  “lo stesso indumento – sentenzia il direttore del DECS dalle colonne del Corriere – che nelle polemiche (sottointeso: nelle polemiche populiste e razziste) di questa estate è stato additato come fonte di problemi, è invece un elemento di compromesso”. Compromesso un piffero. Il burqini è un problema e tale rimane. E chi, non potendo più opporsi al divieto di burqa, tenta di rifarsi sdoganando il burqini, idem.

Lorenzo Quadri

 

Impiegati di commercio, meglio cambiare mestiere

Grazie libera circolazione! Negli uffici lavorano sempre più frontalieri 

Lo dice anche l’URC: ticinesi espulsi da uno dei settori professionali più gettonati dai “nostri” 

Ma come, la sostituzione di frontalieri con residenti non doveva essere tutta una balla populista e razzista? Ed infatti, gli impiegati di commercio ticinesi sono la categoria più rappresentata tra i disoccupati iscritti all’URC (e probabilmente anche tra quelli finiti in assistenza, che però spariscono dalle statistiche farlocche della SECO che mirano a reggere la coda alla libera circolazione delle persone). Al punto che, leggiamo sulla stampa di venerdì, l’Ufficio regionale di collocamento intende mettere in campo delle strategie ad hoc per gli impiegati di commercio disoccupati. Ma il responsabile delle misure attive dell’URC mette subito in guardia: a due terzi degli impiegati di commercio senza lavoro proponiamo di cambiare settore professionale.

Come mai?

Ohibò, perché accade questo? In un passato nemmeno tanto remoto la formazione commerciale, magari tramite scuola a tempo pieno, occupava uno dei primi posti nella lista delle aspirazioni dei giovani ticinesi e delle loro famiglie. Adesso invece ci si viene a dire che è meglio metterci una croce sopra. Come mai? E’ certamente vero che la piazza finanziaria ticinese e tutto quel che le ruota attorno è in difficoltà e perde impieghi. E per questo cominciamo a ringraziare, oltre alla “crisi”, anche la politica bernese della calata di braghe davanti agli attacchi esteri al segreto bancario. E in prima linea a sabotare la piazza finanziaria ticinese c’è proprio il Belpaese, che però approfitta del Ticino come valvola di sfogo per la propria crisi occupazionale. Ma nel frattempo, con una faccia di tolla difficile da uguagliare, si permette pure di ricattarci e di minacciarci per il voto su “Prima i nostri”.

Sempre la stessa storia

Ma c’è anche, e soprattutto, un’altra questione. Sempre la medesima: ossia la devastante libera circolazione delle persone voluta dai partiti storici. Ed infatti i frontalieri attivi nel settore terziario sono aumentati, udite udite, di qualcosa come 20mila unità in dieci anni, passando da 18mila a 38mila. Ormai  il 70% dei nuovi permessi G viene rilasciato nel settore terziario. Intanto nel Mendrisiotto già nel 2014 i frontalieri erano il 55.6% della forza lavoro.

Eh sì:  il numero di frontalieri esplode proprio in quei settori professionali dove essi portano via il lavoro ai ticinesi. Non certo in quei “lavori che i ticinesi non vogliono più fare”  (luogo comune tutto da verificare alla luce della situazione occupazionale attuale ) dove il loro numero è rimasto sostanzialmente costante. E, se sul totale il quantitativo di frontalieri in Ticino cala di qualche unità, la diminuzione non si registra di certo negli uffici. Avviene, invece, sui cantieri o nelle fabbriche. E non perché vengono assunti residenti. Ma perché questi settori economici rallentano.

Meglio cambiare mestiere

Alla conferenza di presentazione del nuovo “piano” per sostenere gli impiegati di commercio rimasti senza lavoro, il direttore della SIC (società impiegati di commercio) non ha nascosto l’origine del problema: la libera circolazione delle persone. E chi l’ha voluta? Il Gigi Viganello? Chi andava in giro a dire che con la libera circolazione i giovani ticinesi avrebbero trovato spettacolari posti di lavoro a Milano? Forse un presidente dell’ex partitone?

Per colpa della libera circolazione delle persone senza limiti i ticinesi si trovano espulsi da un settore professionale tra i più gettonati dai residenti. Altro che “i frontalieri fanno i lavori che i ticinesi non vogliono più fare”. A chi ha perso il lavoro si dice senza tanti giri di parole di tentare di riciclarsi in un altro settore (cosa che notoriamente si può fare da un giorno all’altro, specie dopo i cinquant’anni). Perché il loro è stato colonizzato. E’ diventato off limits. E i soldi spesi per creare profili che “non sono più spendibili” perché vengono assunti frontalieri a go-go? Gettati nel water. Ecco la bella “ricchezza” portata dai bilaterali. Grazie partiti storici!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Ma i moralisti a senso unico rimangono in silenzio

Immigrazione clandestina: si aggrava la posizione della deputata-passatrice

 

Ma guarda un po’. Si è appreso dalla stampa nei giorni scorsi che la deputata P$ Lisa Bosia Mirra, sotto inchiesta per favoreggiamento all’entrata illegale di asilanti, avrebbe compiuto sei staffette. La gran consigliera $ocialista è anche sospettata di aver fornito ai migranti informazioni penalmente rilevanti. Già le scorse settimane il Corriere del Ticino ha scoperto l’esistenza di biglietti in cui Bosia Mirra perorava richieste d’asilo utilizzano la propria qualifica di deputata in Gran Consiglio.

Sui “loro”: citus mutus!

Le nuove rivelazioni indicano che la posizione giudiziaria dell’imputata si aggrava. Quest’ultima aveva peraltro ammesso in fase di interrogatorio che il viaggio per il quale era finita in manette non era il primo.

Assieme alla posizione giudiziaria della deputata si aggrava la posizione politica del suo partito, il P$ delle frontiere spalancate. Lo stesso vale per i ro$$i moralisti a senso unico: da parte loro infatti, anche dopo le ultime rivelazioni, giunge il solito silenzio assordante. E già: la morale viene utilizzata solo come arma politica contro i nemici. Sui “correligionari”, invece, citus mutus!

La legge non vale per tutti

Sul caso Bosia Mirra e sulle nuove rivelazioni i kompagni dunque tacciono. Strano: se sotto inchiesta fosse finito un esponente leghista, l’atteggiamento della sinistra sarebbe stato ben diverso.  Si ricorderà che il presidente del P$ ticinese Igor Righini, poco dopo la notizia del fermo, aveva diramato un maldestro comunicato in cui, in sostanza, si affermava che le leggi si rispettano, ma solo quelle che piacciono agli spalancatori di frontiere. Le altre pongono dei problemi di coscienza e quindi si possono violare. Ohibò, anche a noi pone dei problemi di coscienza il fatto che i soldi delle nostre imposte vengano utilizzati per mantenere finti rifugiati. Che facciamo, smettiamo di pagarle?

Presunzione d’innocenza

Quanto all’ipotesi di dimissioni della deputata-passatrice, il capogruppo $ocialista in parlamento ha invocato la presunzione d’innocenza. Ci piacerebbe proprio sapere se la presunzione d’innocenza sarebbe stata osservata con lo stesso puntiglio se sotto inchiesta si fosse trovato un deputato leghista. Oltretutto nel caso concreto la parlamentare è rea confessa: il suo stesso avvocato difensore, sul Corriere dei Ticino di venerdì, non sostiene che Bosia Mirra non abbia fatto nulla di illecito. Parla invece di “semplice complicità che per giurisprudenza viene sanzionata con una multa”: il reato quindi c’è stato, la sentenza dovrà solo stabilire quale. E allora di che “presunzione d’innocenza” stiamo parlando?

Il partito che usa e abusa della morale come corpo contundente politico contro gli odiati “nemici” non ha avuto né la decenza,  né la coerenza, di pretendere che la sua deputata-passatrice per lo meno si autosospendesse in attesa della sentenza a suo carico.  Non lo ha fatto all’inizio e non lo fa nemmeno ora che il quadro penale si aggrava. Cosa farà quando arriverà la decisione del tribunale? Dirà che la decisione di rimanere in carica o meno è una scelta personale dell’interessata?

Sul “caso Pesenti”, invece…

Per contro, i kompagni, silenti sulla deputata che fa le staffette (e non in senso sportivo), sono rumorosamente insorti schizzando veleno – spalleggiati dai fascistelli rossi della loro stampa-monnezza sedicente “satirica” – perché la loro ex consigliera di Stato Patrizia Pesenti ha accettato di candidarsi per il Consiglio dell’Ente LAC su proposta della Lega. Avere a che fare con l’odiata Lega: questo sì che è un crimine! Questo sì che lede la dignità della politica! Aiutare degli asilanti a varcare illegalmente il confine, farsi cogliere in flagranza di reato ed arrestare? E’ cosa buona e giusta, perché in Svizzera “devono entrare tutti”! Le leggi? Le devono rispettare solo gli avversari politici. I “loro”, invece…

Lorenzo Quadri