Rapine in casa: e intanto la partitocrazia…

 

Nei giorni scorsi sono stati arrestati due delinquenti stranieri – un 22 enne algerino ed un 25enne marocchino – con l’accusa di aver messo a segno una serie di furti con scasso in abitazioni ed automobili, in Ticino e nei Grigioni. Durante una razzia in una casa, le due “risorse da integrare” hanno picchiato l’inquilino.

Ma come: “immigrazione non era uguale a ricchezza”?

La settimana precedente si è invece celebrato il processo, tra l’altro con una richiesta di pena ridicola (tre anni) al criminale rumeno che a Minusio 11 anni fa fece irruzione in un’abitazione assalendo a coltellate, oltre trenta, gli anziani occupanti. E tutto per un bottino di poche centinaia di Fr.

Grazie alla politica delle frontiere spalancate, voluta dal solito triciclo PLR-PPD-P$, le rapine in casa, in presenza degli abitanti, diventeranno sempre più una realtà anche da noi. Nel Belpaese, purtroppo, lo sono già.

Ma almeno lì, grazie al nuovo governo gialloverde, è stato potenziato il diritto alla legittima difesadi chi viene aggredito in casa propria, ma anche sul posto di lavoro. Nelle scorse settimane la modifica di legge che tutela le vittime è stata approvata a larga maggioranza dal Senato.

Non così in Svizzera. A Berna la partitocrazia, imbesuita dal politikamente korretto, rifiuta schifata ogni proposta di potenziamento della legittima difesa, strillando istericamente al Far West.

Complimenti signori del triciclo, avanti così. Invece di rendere la vita più facile a chi viene aggredito in casa propria e si difende, continuate a spingere i cittadini a non difendersi dai delinquenti, e quindi a mettersi in pericolo per paura di finire sul banco degli imputanti. Solo nei confronti degli automobilisti la partitocrazia vara leggi draconiane:  vedi la ciofeca “Via Sicura”. Quando si tratta di delinquenti, invece, il buonismo-coglionismo la fa da padrone. I signori della partitocrazia pensano di vivere ancora ai tempi in cui, alle nostre latitudini, il massimo della delinquenza era il ladro di polli. Invece proprio loro hanno spalancato le frontiere alla criminalità straniera più feroce. E non vogliono nemmeno che i cittadini si difendano.

Lorenzo Quadri

Frontalieri in diminuzione?

“Casualmente” la statistica esce in vista della votazione sull’autodeterminazione

Quando si dice: “i casi della vita”! Non facciamoci prendere per il lato B!

Quando si dice la propaganda di regime! Secondo l’Ufficio federale di statistica (cifre taroccate come la SECO?) il numero dei frontalieri in Ticino sarebbe leggermente diminuito. E subito la stampa di regime, fautrice della devastante libera circolazione delle persone, corre a dedicare al presunto “sgub” (scoop) – sempre che non si tratti dell’ennesima fake news – titoloni ed approfondimenti. La finalità è evidente ed è sempre la solita. Fare il lavaggio del cervello a sostegno degli accordi con l’UE. Per la serie: vedete che non sono poi così nefasti come i beceri populisti e razzisti vogliono farvi credere? “Sono solo percezioni”! Tout va bien, Madame la Marquise!

Quadruplicati pochi anni

In effetti, viene proprio da ridere. Si monta la panna, fino a farla diventare burro Floralp, su nemmeno 2000 frontalieri in meno nel settore terziario. Naturalmente (ah, i vuoti di memoria!) ci si dimentica di dire che, grazie alle frontiere spalancate volute dalla partitocrazia PLR-PPD-PS, il numero di frontalieri nel terziario è quadruplicato nel giro di pochi anni: da 10 mila a 40mila.E per 2000 in meno – che con tutta probabilità verranno presto recuperati – su 40mila, si viene a cianciare di svolte epocali? Ma va là!

Intanto, diminuzione o no dei frontalieri, le cifre dell’assistenza restano da record, e la spesa generata diventa sempre più insostenibile. Evidentemente la soluzione non può essere quella di spalmare diversamente la fattura tra i Comuni. Occorre invece che la spesa si riduca. E per ottenere questo risultato ci sono due cose da fare: 1) applicare la preferenza indigena votata dal popolo 2) togliere i sussidi ai permessi B.

Naturalmente la stampa di regime si guarda bene dal dire che se i frontalieri sono un attimino diminuiti non è perché al loro posto lavorano ticinesi, ma che dietro ci potrebbero essere ben altri motivi: ad esempio la saturazione del mercato del lavoro, la diminuzione degli impieghi, o la trasformazione dei permessi G in permessi B, magari farlocchi (residenza fittizia in Ticino).

Le strane coincidenze

E naturalmente è una pura coincidenza, nevvero, che queste statistiche (taroccate?) vengano divulgate proprio in contemporanea con l’arrivo a domicilio delle schede di votazione sull’iniziativa “per l’autodeterminazione”,vero? Quando si dice i casi della vita!

Da settimane ormai la casta ed i suoi soldatini in politica vaneggiano di “centinaia di accordi internazionali in pericolo” nel caso in cui gli svizzerotti approvassero l’iniziativa “per l’autodeterminazione”. Di queste “centinaia di accordi” non sono però in grado di citarne nemmeno uno. Bene: uno, che è anche il solo, lo diciamo noi. La libera circolazione, che fa a pugni con la preferenza indigena ed i contingenti all’immigrazione votati dal popolo. Ecco quindi che, con perfetto tempismo, l’Ufficio federale di statistica se ne esce con la storiella (vera o fake news?) della diminuzione – peraltro irrilevante! – del numero dei frontalieri. Come dire che la libera circolazione non genera alcuna invasione, ma quando mai! Sono tutte balle populiste!

E la stampa di regime, altrettanto puntuale, corre a fare da megafono. Avanti con il lavaggio del cervello!

Lorenzo Quadri

 

Triciclo: sette anni di letargo prima di accorgersi che…

Calcolo degli alimenti: al Ticino non si possono applicare i parametri di Zurigo

 

Correva l’anno di grazia 2011, quindi sono passati sette anni, quando chi scrive, in qualità di deputato in Gran Consiglio, inoltrava una mozione che chiedeva di rivedere il sistema di calcolo dei contributi che i genitori non affidatari sono tenuti a versare all’ex coniuge per il mantenimento dei figli. La mozione è stata ripresa e portata avanti dal deputato leghista Michele Guerra dopo la mia uscita dal parlamento cantonale (grazie!).

Il problema è che in Ticino i contributi alimentari vengono calcolati sulla base delle tabelle di Zurigo; questo a seguito di una vetusta decisione della Prima Camera civile del Tribunale d’appello.

Le tabelle di Zurigo, come dice il nome, sono commisurate alla situazione – e agli stipendi – di Zurigo. Ma la realtà ticinese è “un po’” diversa. E lo diventa sempre di più. Grazie alla libera circolazione delle persone, voluta dal triciclo PLR-PPD-P$, il divario tra le paghe ticinesi e quelle d’Oltregottardo cresce inesorabilmente. Si chiama pressione al ribasso sui salari. E non è una “percezione”, checché ne dicano i burocrati della SECO (quelli specializzati in statistiche farlocche) ed i ricercatori frontalieri dell’IRE.

Per non parlare delle persone a rischio di povertà. Che in Ticino sono quasi un terzo (!) della popolazione; nel resto della Svizzera meno del 15%. Ci siamo “aperti”, come blatera l’establishment un giorno sì e l’altro pure. Ed ecco i risultati. Altro che “ricchezza”!

Sotto la soglia

I contributi alimentari calcolati sulla base delle tabelle di Zurigo fanno sì che parecchi genitori non affidatari finiscano non solo sotto la soglia della povertà, ma addirittura sotto quella del minimo vitale, pur lavorando. “Il genitore non affidatario, a seguito della non deducibilità degli alimenti non beneficerà né di sussidi né di aiuti statali col risultato di trovarsi con un reddito disponibile residuale di gran lunga inferiore al minimo vitale stabilito nella LAS e nella LEF”, recita la mozione.

Senza contare che, se vuole esercitare il suo diritto di tenere con sé i figli nel fine settimana, il genitore non affidatario deve disporre di un appartamento di dimensioni adeguate ad ospitarli. E quindi pagare il relativo affitto (elevato). Altrimenti, nisba!

Non son uno standard

Altro elemento importante: le tabelle di Zurigo non sono affatto uno “standard nazionale”. Altri Cantoni fanno calcoli ben diversi. I contributi alimentari previsti nel Canton Argovia, ed esempio, sono chiaramente inferiori. In alcuni Cantoni romandi gli alimenti sono una percentuale del reddito. Questo significa che il Ticino ha tutto il margine di manovra (“sa pò!”) per trovare una soluzione adeguata alla sua realtà. Tanto più che, con la metà dei matrimoni che finiscono in divorzi, il problema degli alimenti non è certo una questione “di nicchia”.

Blaterano di povertà e poi…

E’ inaudito che in un Cantone in cui tutte le aree politiche si sciacquano la bocca con la “povertà” ci siano voluti sette anni (!) – dal 2011 ad oggi – affinché il Gran Consiglio cominciasse a chinarsi su una distorsione evidente. Che può senz’altro essere (ed in vari casi è) fonte di povertà. E sì che non serve essere dei premi Nobel per l’economia per rendersi conto che i calcoli economici fatti sulla realtà zurighese non possono essere applicati pari-pari (copia-incolla) a quella ticinese. Non sarà che, in tempo di isteria  “me too”, non è politikamente korretto sollevare un problema che tocca principalmente uomini (visto che nella stragrande maggioranza dei casi il genitore non affidatario è il padre)?

Ancora sette anni?

Solo nei giorni scorsi a grande maggioranza il Gran Consiglio ha deciso di dare seguito alla mozione proponendo – alla buon’ora! – di dare il via libera all’abbandono delle tabelle di Zurigo per passare ad un sistema di calcolo che sia aderente alla nostra realtà. Adesso si tratta di individuare i nuovi parametri. Si parla anche di un apposito programma informatico. Speriamo solo che non ci vogliano altri sette anni per avere la nuova base di calcolo. Perché sarebbe l’ennesima presa per i fondelli!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Lugano: i kompagni vogliono il dormitorio… ma per chi?

E’ evidente che di creare strutture per attrarre clandestini non se ne parla neanche

 

In quel di Lugano, adesso il PS insiste perché si crei un dormitorio per i senza tetto, preferibilmente nei pressi della stazione FFS. Anche il Gigi di Viganello ha capito che dietro la mozione socialista, presentata nei giorni scorsi, c’è l’imboccata. La richiesta non coglie di sorpresa. Il tema “dormitorio” è infatti oggetto di approfondimento da parte dei servizi comunali da prima dell’inoltro della mozione. Evidentemente i punti da chiarire sono vari: logistici (cosa serve? Ci sono degli spazi idonei a disposizione?), organizzativi (chi gestisce?), economici (chi paga il conto?). Ammesso che l’aspetto logistico possa essere risolto e che la struttura venga gestita interamente da un’associazione terza a costo zero per la città (difficile da credere, ma non poniamo limiti alla provvidenza), rimane il punto cruciale. Quello della necessità di un dormitorio, e per chi.

I cittadini svizzeri e domiciliati, nel caso si trovassero per un qualche motivo senza un tetto sulla testa, non devono andare sotto i ponti: possono far capo ai servizi sociali che organizzano soggiorni temporanei in pensioni o modesti alberghi. Sempre che lo desiderino: esistono anche persone “originali” che, almeno nella bella stagione, preferiscono dormire all’aperto. Se portati in una pensione, se ne vanno subito.

Di questa possibilità non può usufruire – e ci mancherebbe altro! – chi si trova illegalmente su territorio elvetico: immigrati clandestini, asilanti con decreto d’espulsione, frontalieri del furto con scasso residenti in campi Rom italici che pernottano in Ticino per essere già “sul posto di lavoro”, eccetera. E’ evidente che di realizzare dormitori per una simile “utenza” non se parla nemmeno. Sarebbe un invito esplicito a venire a Lugano.

Il vecchio dormitorio

In passato un dormitorio cosiddetto di “bassa soglia” in città (zona Resega) c’era, gestito con le ACLI e la croce rossa. La struttura venne chiusa qualche anno fa poiché la gestione tramite vegliatori volontari non forniva le sufficienti garanzie di sicurezza, ed una professionalizzazione sarebbe costata più dei collocamenti in albergo, data la poca utenza.

Chi poteva accedere al vecchio dormitorio? Solo cittadini domiciliati nel Luganese. Per precisa scelta politica del Municipio.

A queste condizioni, si può anche immaginare – se la fattibilità pratica ed economica fosse data – di riaprire un dormitorio. Ma di certo non si aprono dormitori per  attirare clandestini a Lugano. Ed il vago sospetto è che il PS, quando parla di dormitori, pensi proprio a chi soggiorna illegalmente alle nostre latitudini.

Infine, chi dovesse avvistare una persona che dorme su una panchina, invece di scattare la foto col telefonino per poi inviarla ai portali online, potrebbe magari chiederle se ha bisogno di qualcosa.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Nazismo: il silenzio ipocrita dei moralisti a senso unico

Manifesti contro la polizia affissi nella notte: i “soliti noti” tacciono omertosi

A Lugano compaiono dei volantini che paragonano la polizia cantonale ai nazisti. Ma stranamente nessuno tra quelli che starnazzavano per il caso del sergente autore di post balordi su facebook ha qualcosa da dire. Citus mutus. Chissà come mai, eh?

Ma guarda un po’. Nella notte tra venerdì e sabato in quel di Lugano sono “misteriosamente comparsi” dei manifesti con svastica in cui si accusa la polizia cantonale di essere nazista. Ne ha dato notizia ieri il portale Ticinonews (da cui proviene la foto).

Non si sa chi siano gli autori dell’ennesima genialata: Molinari? $inistrati? Si sa invece chi, di solito dedito allo starnazzamento moralista al massimo dei decibel, questa volta rimane più muto di una tomba etrusca.

Attendiamo infatti – e il Mago Otelma prevede che le attenderemo per un pezzo – le prese di posizione scandalizzate dell’inutile e manipolata Commissione federale contro il razzismo, dei moralisti a senso unico, della Federazione svizzera delle società israelite, della stampa di regime (a partire dal giornale di servizio dei radiko$ocialisti), della Pravda di Comano, e di tutti quelli che hanno montato la panna fino a trasformarla in burro (“operazione Floralp”) sul famoso (?) caso del sergente della polizia cantonale condannato per esternazioni balorde su facebook.

Ohibò, nei volantini contro la polizia cantonale i crimini del nazismo e le sue vittime vengono banalizzati in modo gravissimo. Come mai nessuno ha nulla da dire?
Ah già, ma qui non c’è la possibilità di spalare palta su qualche esponente leghista, per cui… silenzio sepolcrale! I solitamente logorroici galoppini di partito che sfruttano per obiettivi di campagna elettorale il mantra della “lotta contro il razzismo” (vedi anche il caso dei chierichetti di Chiasso) improvvisamente diventano come le tre scimmiette: non vedono, non sentono, non parlano!
Questi soggetti, peraltro, sono rimasti ipocritamente in silenzio anche davanti al caso del docente di Barbengo che ha paragonato la civica al nazismo. Da notare che costui, a quanto pare, continua a sbroccare su faccialibro facendo l’hater “eroicamente” nascosto dietro un profilo farlocco. Naturalmente il compagno direttore del DECS, sempre pronto a fare la morale via social agli odiati leghisti, al proposito non ha nulla da commentare. Chiaro: il docente è di sinistra e la sua gentil consorte si presta addirittura a fare da testimonial per il portale-foffa dei soldatini del P$ Gas (intestinale), quello specializzato in insulti gratuiti e bullismo: ragion per cui, l’è tüt a posct!
La presa per i fondelli continua!

Lorenzo Quadri

Ticino Film Commission: mezzo milione per mille pernottamenti?

Altro che votare un nuovo credito quadro: se la vogliono, che la finanzino i privati

 

Se la partitocrazia pensa di votare il credito di due milioni per tenere in vita artificialmente anche per i prossimi quattro anni un gremio del tutto superfluo, che non osi mai più venire a parlare di “revisione dei compiti dello Stato”. Vero PLR e PPD?

In luglio il CdS ha licenziato il Messaggio per la richiesta di un credito di oltre due milioni di franchetti per la Ticino Film Commission (TFC) per il quadriennio 2018 – 2022. Ovvero, mezzo milione all’anno. L’attuale credito (2014-2018) è infatti agli sgoccioli.

La Commissione della gestione del Gran Consiglio, probabilmente con qualche mal di pancia, ha firmato il rapporto favorevole alla concessione del credito. Vi ha però aggiunto un emendamento in base al quale, dopo un biennio, la TFC dovrà presentare al Consiglio di Stato ed alla Commissione della gestione una valutazione del proprio operato (autocertificazione?) con una proposta di finanziamento alternativo. Aria fritta: il compito alla TFC di cercarsi fonti di finanziamento alternative alle tasche del solito sfigato contribuente era già indicato nel precedente mandato, ma naturalmente non se ne è fatto nulla.

Il parlamento deciderà sul nuovo credito quadro nella seduta che inizia domani.

Si sarà capito che non ci sta bene regalare altri due milioni di Fr (soldi pubblici) alla Ticino Film Commission. Questo per vari motivi.

Indotti?

Cominciamo dai tanto magnificati indotti. Nel Messaggio, il governicchio si sdilinquisce sui 3500 pernottamenti che avrebbe generato la Ticino Film Commission tra il 2015 ed il 2017. Peccato che 3500 pernottamenti in tre anni facciano poco più di 1000 pernottamenti all’anno. In Ticino i pernottamenti annuali sono 2.5 milioni. Si converrà che i 1000 in più non possono aver cambiato le sorti della Repubblica e Cantone. A maggior ragione se si pensa che ognuno di questi 1000 pernottamenti è costato 500 Fr al solito sfigato contribuente ticinese, dal momento che (come detto) ogni anno la TFC si succhia mezzo milione!

E i soldi privati?

Poi il finanziamento. La Ticino Film Commission è finanziata interamente dal Cantone. Come detto, le era stato attribuito il compito di cercarsi fonti di sostentamento alternative alle casse statali. Ovvero fonti private. Infatti, visto che i benefici – o presunti tali – derivanti dalla presenza di questa commissione  vanno solo ai privati, non si capisce perché invece le spese dovrebbero essere accollate in toto all’ente pubblico.

Inutile dire che l’esercizio di ricerca di fondi privati è miseramente fallito (ammesso che sia stato tentato). Di soldi privati non ne arrivano (chissà come mai, se gli indotti generati dalla commissione sono così importanti?). E il solito sfigato contribuente viene chiamato a metterci una pezza. Non è così che funziona.

Il Festival

Già che ci siamo, si potrebbe anche obiettare che la TFC prevede di versare annualmente 130mila Fr di incentivi, mentre gli stipendi ai suoi dipendenti ammontano a 220mila cucuzze.

La voce “stipendi” è dunque parecchio più elevata di quella “incentivi”.  Ciò significa che siamo di fronte ad un piano occupazionale.

Quanto al Festival del cinema di Locarno: evidentemente non ha bisogno della Film Commission, dal momento che esiste da oltre settant’anni, mentre la TFC è operativa dal 2015. Si potrebbe anche disquisire sul fatto che il presidente della Film Commission sia il vicepresidente cantonale del PLR Nicola Pini, il quale non risulta disporre di particolari competenze né cinematografiche né turistiche. Ah già, ma Pini è del partito “giusto”: sicché le competenze sono date a prescindere.

Alla faccia dei compiti fondamentali!

Senza contare che da tempo immemore i politicanti di questo sfigatissimo Cantone si sciacquano la bocca con la panzana della “revisione dei compiti dello Stato”. Dove per revisione si intende riduzione. Invece l’unica revisione che si fa è quella al rialzo, e nümm a pagum. Osiamo sperare che nessuno pretenderà di venirci a raccontare che la Ticino Film Commission sarebbe un compito fondamentale dello Stato: perché gli ridiamo in faccia.

Uno spassionato suggerimento a chi si interessa di turismo: invece di inventarsi crediti quadro da due milioni per quattro anni per finanziare commissioni inutili, ci si chieda come mai a Como hanno così tanti turisti che non sanno più nemmeno dove metterli, mentre in Ticino…

Inoltre: se la TFC ha tutta questa pretesa valenza turistica, che la finanzi Ticino Turismo. Ma con i soldi che ha già a disposizione, evidentemente. Senza chiedere un centesimo in più.

 

Lorenzo Quadri

“Festival dei diritti umani: via il sostegno istituzionale”

Quadri: “L’evento fa propaganda politica di parte in vista di una votazione popolare”

E uno dei promotori ha pure distribuito formulari per la petizione-ciofeca che chiede di concedere la bandiera svizzera al taxi per finti rifugiati con lo smartphone Aquarius

Al cosiddetto Film festival dei diritti umani (vedi articolo a lato) questa volta l’hanno fatta fuori dal vaso.

Il Festival è  in calendario a Lugano fino ad oggi. Venerdì sera il regista Markus Imhof ha pensato bene di lanciare un appello contro l’iniziativa per l’autodeterminazione, ed ha distribuito moduli per la raccolta firme per la petizione-ciofeca (lui figura tra i promotori)  che vorrebbe accordare al taxi per clandestini Aquarius la bandiera svizzera: così i migranti economici a bordo della nave ce li teniamo tutti in Svizzera!

Sempre venerdì sera, il rapper d’Oltreramina Frankie hi-nrg mc (Frankie chi?) ha invece invocato la chiusura del centro per finti rifugiati di Camorino.

Anche a noi va bene la chiusura, ma senza alcuna sostituzione: gli attuali ospiti li rimandiamo a casa loro.

“Ritirare il sostegno istituzionale”

Simili appelli politici in vista di una votazione popolare non sono piaciuti al municipale di Lugano e consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, il quale annuncia che chiederà a Berna ed a Lugano di ritirare il sostegno istituzionale al Film festival dei diritti umani.

“I  signori del cosiddetto festival dei diritti umani –scrive Quadri su facebook – abusano dell’etichetta dei diritti umani per fare campagne politiche (propaganda contro l’iniziativa per l’autodeterminazione in votazione il 25 novembre, raccolta di firme per concedere la bandiera svizzera al taxi per finti rifugiati Aquarius, e chissà quante altre boiate analoghe). Di conseguenza, non possono continuare a beneficiare del sostegno ufficiale di Confederazione, Cantone e città di Lugano. Se vogliono fare il club politico della gauche-caviar multikulti, lo facciano con le loro risorse ma senza gli sponsor istituzionali. Che come tali devono essere sopra le parti. Se infatti a qualcuno venisse in mente di organizzare un evento per promuovere il Sì all’iniziativa per l’autodeterminazione, col cavolo che Confederella, Cantone e città di Lugano si presterebbero a fare da sponsor ufficiali! Quanto al rapper italico che sproloquia su commissione sul centro asilanti di Camorino (ma lo sa costui dov’è Camorino?), che cominci a guardare in casa propria”.

Di conseguenza, Quadri annuncia che, a Berna come parlamentare ed a Lugano come municipale, chiederà che venga “ritirato il sostegno di Confederazione e città ad una manifestazione dove si fa campagna politica in vista di importanti appuntamenti con le urne (iniziativa per l’autodeterminazione). Mi auguro che qualcuno avanzi formalmente la stessa richiesta per quel che riguarda il Cantone”. “Le istituzioni– conclude l’esponente leghista – non si possono permettere di piazzare il proprio logo su iniziative di propaganda in vista di una votazione”.

MDD

 

I ticinesi stanno per finire nella “riserva indiana”

Già dall’anno scorso nel nostro Cantone i lavoratori stranieri sono in maggioranza

 

E’ un po’ che lo diciamo e adesso arriva la conferma ufficiale dell’Ufficio di statistica. Nell’anno di disgrazia 2017 in Ticino c’erano più lavoratori stranieri che svizzeri. Gli svizzeri erano infatti solo il 49.8% del totale.

Il 50.2% di stranieri risultava così suddiviso: il 30% circa sono frontalieri, mentre il restante 20% è composto da domiciliati e dimoranti, in parti quasi uguali.

Ricordiamo che, se nelle provincie italiche a noi confinanti un terzo dei lavoratori fosse composto da frontalieri ticinesi, il Belpaese avrebbe già blindato le frontiere con la Svizzera.

Ovviamente, e come sempre in queste statistiche, non si sa quante delle persone indicate come “svizzere” siano effettivamente tali, e quanti sono invece i naturalizzati di fresco. Non osiamo immaginare a che tassi scenderebbe la percentuale di lavoratori elvetici in Ticino se si considerasse anche quest’ultimo fattore.

Inoltre, i dati sono del 2017. Poiché col passare del tempo la situazione di certo non migliora ma semmai peggiora, allo stato attuale (metà ottobre 2018) la percentuale di lavoratori stranieri in Ticino sarà di sicuro aumentata ancora.

“Uguale ricchezza”

E poi la partitocrazia PLR-PPD-P$, la casta spalancatrice di frontiere, i burocrati della SECO, i camerieri dell’UE in Consiglio federale e compagnia cantante hanno ancora il coraggio di venirci a raccontare che non è vero che siamo invasi, che non c’è alcuna sostituzione di ticinesi con frontalieri, che “sono solo percezioni”, che “immigrazione uguale ricchezza”?

Peccato che immigrazione sia “uguale a ricchezza” solo per chi immigra, e per  quegli esponenti dell’economia liblab che si fanno gli attributi di platino assumendo stranieri pagati meno e lasciando a casa gli svizzeri. Per il cittadino medio invece le cose vanno ben diversamente. La “ricchezza” che ha portato al Ticino la politica delle frontiere spalancate è lì da vedere: record di povertà, record di casi d’assistenza, dumping salariale, esplosione della spesa sociale, eccetera.

Il manifesto

Una decina di anni fa la Lega dei Ticinesi pubblicò un manifesto elettorale che in seguito  venne ripreso anche dall’allora Lega Nord. Raffigurava un Pellerossa (oddìo, si potrà scrivere Pellerossa o è razzismo? Interverrà la famigerata commissione federale farlocca presieduta dell’ex parlamentare radikalchic?) con la dicitura: “gli indiani non sono riusciti a fermare l’immigrazione: adesso vivono nelle riserve”.

Il manifesto fu decisamente lungimirante. Il destino che attende i ticinesi è infatti proprio quello indicato. Il fatto che in questo sfigatissimo Cantone i lavoratori svizzeri siano ormai una minoranza è un segnale chiarissimo. Per questa situazione possiamo ringraziare il triciclo PLR-PPD-P$ e partitini di contorno. Costoro hanno spalancato le frontiere all’invasione e non si sognano di rimediare al disastro fatto. Anzi: bramano di aggravarlo ancora di più.

L’unica soluzione

Per evitare lo sfacelo c’è un solo sistema: ad ogni votazione e ad ogni elezione, la casta spalancatrice di frontiere va asfaltata.Questo vuol dire che bisogna:

  • Votare sì all’iniziativa per l’autodeterminazione (25 novembre);
  • Rottamare (nella malaugurata ipotesi in cui venisse sottoscritto) lo sconcio accordo quadro istituzionale;
  • Votare Sì all’iniziativa per la disdetta della libera circolazione.

La volontà della maggioranza dei cittadini svizzeri e della stragrande maggioranza dei cittadini ticinesi, che hanno deciso che l’immigrazione deve essere limitata, va attuata. E, se qualche accordo internazionale del piffero vi si oppone, va disdetto.

O così, o nel giro di qualche annetto, a furia di aperture scriteriate, i ticinesi finiranno davvero nelle riserve! Il fatto che la maggioranza dei lavoratori presenti in Ticino sia straniera dimostra che si è rotto l’argine. Non si può più far finta di niente. Non si può più negare l’evidenza blaterando di “percezioni”. Non ci si può trincerare all’infinto dietro il mantra del “sa po’ fa nagott”!

Lorenzo Quadri

La barzelletta dei 43 posti cittadini presi per i fondelli

RSI/SSR: come da copione, il piano R fa ridere i polli. Altro che “cambiamenti”…

 

Sicché la SSR manda in onda il famigerato „Piano R“. R come Requiem. Requiem sulle promesse di cambiamento fatte prima del voto sulla “criminale” iniziativa No Billag (5 marzo 2018).

Ma anche R come Ridicolo: infatti il famoso piano R comporta, per la Pravda di Comano,  l’eliminazione di 43 posti di lavoro nel giro di alcuni anni. Si tratta di un numero modestissimo, facilmente gestibile nelle normali fluttuazioni (ovvero: pensionamenti e partenze). I posti di lavoro alla RSI sono infatti 1200: l’emittente si è gonfiata come una rana nel corso dei decenni. Quindi, c’è poco da fare cagnara e da montare la panna: nel privato viene lasciata a casa un sacco di gente senza che nessuno (ed in particolare nessun politicante) emetta un flebile cip. Evidentemente per la casta ci sono posti di lavoro, e quindi lavoratori, che “contano” più degli altri.

Passata la festa…

A parte la non-notizia dei 43 impieghi, cosa è rimasto delle promesse di cambiamento sentite a profusione prima del voto sul No Billag? Niente. Passata la festa, gabbato lo santo. A chi si sciacqua la bocca con i risultati della votazione del 5 marzo pensando di fare il furbo, ricordiamo un paio di cosette:

  • In Ticino i Sì alla “criminale” iniziativa sono stati il 35%, al di sopra della media nazionale.
  • Se ai Sì sommiamo i “No critici”, che di certo sono stati più del 15%, arriviamo tranquillamente ad una maggioranza, ed anche robusta.

Cosa sono i “No critici”? Sono quei No espressi da persone che hanno sempre criticato il lavaggio del cervello pro-pensiero unico che ci propinano da Comano spacciandolo per “informazione oggettiva”. Questi votanti hanno respinto l’iniziativa No Billag per “permettere alla RSI di continuare ad esistere (?) e di emendarsi”. La posizione era sostenuta in particolare da politicanti che hanno sempre deplorato lo sbilanciamento a $inistra della TV di Stato; ma quando si è trattato di venire al dunque, hanno calato le braghe, terrorizzati dall’idea che, se si fossero schierati sul fronte “sbagliato”, poi la RSI non li avrebbe più interpellati… e allora addio campagna elettorale con il canone degli utenti!

Naturalmente è finita come sappiamo. Del promesso “cambiamento” non c’è neppure l’ombra. L’andazzo prosegue come prima, se non peggio. Quanti hanno fatto fede alle promesse dei vertici dell’emittente di regime ed hanno votato “No critico” sono stati sontuosamente presi per il “lato B”. Questa è la notizia da prima pagina: ancora una volta, la radiotelevisione pubblica ha buggerato i cittadini. Altro che la barzelletta dei 43 posti. Confidiamo nel lancio dell’iniziativa popolare per il canone a 200 Fr.

Lorenzo Quadri

 

Disoccupazione dei frontalieri sta arrivando la maxisupposta!

Costo stimato: centinaia di milioni di Fr all’anno. Ticinesi cornuti e mazziati

 

Il Consiglio federale annuncia: se l’UE ci chiede di modificare l’allegato all’accordo sulla sacra libera circolazione delle persone…

Ohibò: i camerieri dell’UE in Consiglio federale, dopo lungo cogitare, si sono accorti che pagare la disoccupazione ai frontalieri costerebbe centinaia di milioni di franchetti ogni anno. L’agghiacciante scenario potrebbe diventare realtà nel caso in cui la DisUnione europea decidesse di “cambiare paradigma” (uella), stabilendo che il versamentodelle rendite ai disoccupati frontalieri tocca all’ultimo Stato in cui il frontaliere ha lavorato e non più a quello di residenza, come invece accade ora.

Il campanello d’allarme in effetti è già suonato a fine giugno. Allora il cambiamento di regime veniva dato per imminente. Nel frattempo la questione – come tante altre che riguardano i rapporti tra Svizzera ed UE: ad esempio il regalo di 1.3 miliardi di contributo di coesione agli eurofalliti – è sparita dai radar. Ma guai a fidarsi troppo di queste sparizioni. Perché poi… “all’improvviso ritornano”.

“Ci adoperiamo perché…”

Pallottoliere alla mano, le ancelle bernesi di Bruxelles si sono rese conto che il tiro mancino dell’UE sui frontalieri disoccupati potrebbe avere un prezzo assai salato. Con conseguente ennesimo danno reputazionale per quelli che non riusciranno a sventare la rapina. Ovvero loro medesimi. E quindi tentano di rassicurare il popolazzo malfidente. Giurano che si stanno adoperando affinché il tema delle assicurazioni sociali venga escluso dallo sconcio accordo quadro istituzionale e dai relativi sviluppi.

Tüt a posct, dunque? Stiamo tranquilli? Ma col fischio!

E chi ci crede?

Punto primo, e lo ripeteremo fino allo sfinimento: di sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale non se ne parla proprio. Si tratterebbe infatti dell’ennesimo accordo-capestro  che ci imporrebbe i diktat dell’ UE ed i giudici stranieri in settori gravidi di conseguenze. Tra cui proprio quello della devastante libera circolazione delle persone.

Punto secondo:anche il Gigi di Viganello ha ormai imparato che, per calare le braghe ad altezza caviglia davanti all’UE, i camerieri di Bruxelles non hanno bisogno di accordi quadro istituzionali. Quindi le rassicurazioni fornite sull’estromissione del tema delle assicurazioni sociali dall’accordo quadro non ingannano nessuno.

La richiesta

Ed infatti, nel caso in cui a Bruxelles si decidesse che a pagare la disoccupazione ai frontalieri deve essere lo Stato di lavoro e non quello di residenza, “alla Svizzera verrà verosimilmente chiesto di modificare in tal senso l’allegato II dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone”(Consiglio federale dixit).

E se la richiesta dovesse arrivare, cosa accadrà a Berna? Elementare, Watson: calzoni abbassati fin sotto i talloni e piegamento a 90 gradi! Il copione è già scritto. E’ la stessa desolante sceneggiata a cui abbiamo assistito con il Diktat disarmista dell’UE. Quello che, con la scusa di combattere il terrorismo, vuole disarmare i cittadini onesti.  E che il terrorismo sia una scusa, l’hanno capito anche i paracarri. Il Diktat in questione non impedirà un solo atto terroristico. I terroristi islamici (sottolineare: islamici) non si servono di armi da fuoco per compiere le loro stragi; figuriamoci di armi da fuoco legalmente dichiarate.

Copione già scritto

Pur sapendo che la direttiva disarmista dell’UE è perfettamente inutile, di fatto una smaccata presa per fondelli; pur sapendo che lede le nostre leggi, le nostre tradizioni, la nostra volontà popolare, i soldatini della partitocrazia sotto le cupole federali l’hanno votata lo stesso. Perché? Ma perché il Diktat comunitario farlocco è uno sviluppo dei fallimentari accordi di Schengen – nota bene: questo malgrado al momento della sottoscrizione di detti accordi ci fosse stato assicurato che il diritto elvetico delle armi non sarebbe stato toccato; ma come al solito: svizzerotti cornuti e mazziati, “tanto sono fessi e non si accorgono di niente” – e quindi ecco che il triciclo PLR-PPD-P$$ si lancia senza pudore nel ricatto: se non ci conformiamo all’ordine dell’UE, salta Schengen! “Bisogna salvare Schengen”! E giù le braghe! Da notare che non l’ha detto nessuno che ad un njet elvetico al Diktat contro le armi dei cittadini onesti farebbe seguito l’espulsione (uhhh, che pagüüüraaa!) della Svizzera dallo spazio Schengen. Ma tant’è…

 

Muuuhhh!

E’ evidente che con la disoccupazione dei frontalieri, essendo legata all’accordo sulla devastante libera circolazione delle persone, accadrebbe esattamente la stessa cosa. Al grido isterico di “bisogna salvare la libera circolazione!” la partitocrazia eurolecchina accetterebbe senza un cip di pagare la disoccupazione ai frontalieri, bruciando così ogni anno centinaia di milioni di Fr della Confederella, a cui vanno aggiunti i costi per il potenziamento degli Uffici regionali di collocamento, questi a carico dei Cantoni; ed in particolare, per ovvi motivi, del nostro. Nei mesi scorsi i soliti tamberla della SECO sono già riusciti a dichiarare di essere favorevoli a che la Svizzera paghi la disoccupazione ai frontalieri. Del resto, la paga anche ai dipendenti del casinò di Campione che mai hanno versato i contributi, ragion per cui… Avanti così! Facciamoci mungere da tutti! Siamo o non siamo la mucca Milka di mezzo mondo? Muuuhhh!

Lorenzo Quadri

 

 

Scuola rossa che NON verrà: partitocrazia ancora sconfitta

Legnata epica per il compagno Bertoli ed i suoi burocrati PS; viltà dell’ex partitone

Il seggio $ocialista in governicchio sempre più a rischio, mentre il PLR del “Buongoverno” si affretta a scendere dal carro perdente e scarica tutte le colpe sul direttore del DECS – ancora una volta un comitato referendario di quattro gatti trionfa contro l’establishment

“La scuola che NON verrà”: è quella del compagno Bertoli. I cittadini ticinesi domenica si sono espressi in modo molto chiaro. Quasi il 57% ha bocciato la “scuola rossa”. Questo malgrado la martellante propaganda di regime; malgrado l’establishment schierato, con stampa di servizio scodinzolante  al seguito; malgrado la mobilitazione di galoppini e truppe cammellate; malgrado il clima alla “No Billag” creato dal fronte del Sì; malgrado il capodipartimento abbia infesciato le pagine dei quotidiani con le sue spocchiose prese di posizione, repliche e dupliche (il trattamento riservato ai referendisti è stato ben diverso); malgrado i soldatini rossi fossero come di consueto attivi nella denigrazione degli avversari nel solito stile “partito dell’odio”; malgrado la plateale disparità delle forze in campo: da un lato tutto l’apparato, dall’altro un comitato referendario di quatto gatti con l’appoggio del Mattino; malgrado tutto quanto sopra, la riforma Bertoli ha fatto la fine del Titanic.

Esattamente un anno fa, il popolo aveva già asfaltato capodipartimento e casta sull’insegnamento della civica. Lo scenario si è ripetuto la scorsa domenica, e su un tema di portata ben più ampia. Il monopolio ro$$o sulla scuola traballa. Ciò che rende, per i kompagni, doppiamente pesante la sconfitta. Non hanno perso “solo” una riforma.

Le arrampicate sui vetri

Domenica il popolo ticinese ha detto chiaramente NO al livellamento verso il basso delle competenze degli allievi ticinesi, NO ad una scuola non svizzera, NO a modelli stranieri già falliti nei paesi di riferimento, NO ad un costosissimo piano occupazionale per docenti frontalieri, NO all’ugualitarismo spinto, irrealistico ed ideologico, NO ad una sperimentazione che non sarebbe stata affatto tale bensì l’inizio della riforma.

Naturalmente chi ha perso – a partire dal Consigliere di Stato P$ e ancora di più dalla sua claque – si è subito lanciato nel “free climbing” sui vetri: la partecipazione al voto era bassa! Gli slogan dei contrari hanno fatto più presa! Qui siamo oltre il limite del ridicolo. Ben oltre. La riforma Bertoli aveva dietro di sé tutta la casta schierata, e alla massima potenza di fuoco; compresi ovviamente i media di regime. E la macchina da guerra sarebbe stata rottamata dagli “slogan” (?) degli avversari? Eh già: secondo l’establishment, gli odiati “populisti” non hanno mai degli argomenti. Hanno sempre e solo degli slogan. Che però, per qualche misterioso, funzionano ogni volta. Quindi, sempre secondo l’establishment, i cittadini sarebbero dei poveri minchioni che regolarmente si fanno irretire da slogan ad effetto. Questa è la considerazione che la casta ha del popolo sovrano: complimenti!

Piccolo problema: il livellamento verso il basso non era uno slogan, bensì la realtà; il fatto che la defunta riforma fosse “non svizzera” – nel senso che era contraria a quel che accade in tutto il resto della Svizzera –  non era uno slogan, bensì realtà; che la riforma fosse impregnata di ideologia rossa non era uno slogan, bensì realtà. Eccetera. Quindi, altro che frasi ad effetto più o meno efficaci: il problema,  molto semplicemente, è che la riforma era una ciofeca. Per questo è stata respinta.

No alle tattiche del salame

Dire No a questa riforma, sbagliata ed ideologica, non significa respingere qualsiasi riforma. Dichiarare che dopo il voto di oggi la scuola ticinese è destinata a rimanere così com’è oggi nei secoli dei secoli, suona come una ripicca all’indirizzo del popolazzo che ha osato votare “sbagliato”. Della serie: o votate come dico io, oppure siete delle capre, e quindi… cavoli vostri! Questa volta non è sentito che “il popolo non ha capito” e che “bisogna rifare la votazione”; però ci si è andati vicini.

Ovviamente le nuove proposte di riforma scolastica dovranno tenere conto del voto di domenica. Quindi, se per caso il capodipartimento ed i suoi burocrati hanno in mente di far rientrare dalla finestra, magari con la tattica del salame (una fetta alla volta), quello che è uscito dalla porta, faranno bene a levarselo subito dalla testa. Chiaro il messaggio?

Triciclo: chi rappresenta?

Davanti al voto di una settimana fa, il triciclo PLR-PPD-P$ dovrebbe per l’ennesima volta chiedersi chi rappresenta. Non è solo la posizione del P$ ad essere scomoda (eufemismo). Lo è anche quella di PLR e PPD. Che prima hanno detto no alla scuola ro$$a. Poi si sono fatti infinocchiare e, in cambio delle briciole, sono saltati sul carro del capodipartimento. E, domenica scorsa, l’ex partitone ha toccato il fondo: dopo aver rimediato l’ennesima asfaltatura nelle urne, ha tentato maldestramente di scendere dal carro perdente con un logorroico comunicato, in cui scarica tutta la colpa del flop sul capodipartimento ed impallina quella riforma che sosteneva fino a poche ore prima. Come scriverebbe il bollettino parrocchiale “Opinione liberale” (più redattori che lettori): questo sì che è “un segnale preoccupante”! Qualche problema di schizofrenia tra i vertici PLR? Oppure semplice pusillanimità?

Senza contare che viene a cadere un altro dei mantra della partitocrazia: ossia che l’odiata Lega (populista e razzista) si preoccuperebbe solo di immigrazione. Invece non è così, dal momento che la Lega si occupa anche di scuola, di fiscalità, di socialità e di molti altri temi.

Morale

Se l’establishment viene regolarmente asfaltato mentre gli spregevoli “populisti” risultano sempre più spesso vincenti alle urne, un qualche motivo ci dovrà pur essere.

Questo vale, tra l’altro, anche per il Sì al divieto di Burqa plebiscitato domenica nel Canton San Gallo, la cui popolazione ha deciso di seguire l’esempio ticinese.

Lorenzo Quadri

 

Pregassona: non c’è stato menefreghismo

Quella dell’appartamento-discarica di Pregassona è una brutta storia. Chiaramente, non è normale che si verifichino simili situazioni. Ma questo non vuol dire che ci sia stato menefreghismo. Che nessuno si sia mai occupato di nulla. Perché non è  così. I servizi sociali c’erano, la scuola c’era, l’autorità regionale di protezione c’era. La famiglia era seguita da anni. Ma tutti questi uffici non sono onnipotenti (per fortuna). I loro limiti sono fissati dalla legge; rifiuti netti e comportamenti estremamente oppositivi di adulti in grado di intendere e di volere possono bloccare interventi, rallentare procedure e vanificare misure.

Del resto, parlare col senno di poi è molto facile. Ma una situazione di degrado come quella che si è presentata nell’intervento sul posto non era immaginabile.

Il fatto stesso che il padre, cittadino balcanico e probabilmente non uno stinco di santo, abbia dichiarato ai media di aver creato apposta, nel corso dell’ultimo anno (?), la situazione di degrado per protestare contro presunte ingiustizie subite a suo dire dai servizi sociali, conferma che questi ultimi erano presenti e che la presenza gli risultava alquanto sgradita.

Tanti attori

Gli attori coinvolti nella vicenda sono tanti. Oltre a quelli già citati ci sono l’amministrazione dello stabile, i parenti, i vicini, la polizia, l’edilizia privata…

La “rete di protezione” c’era; ma qualcosa non ha funzionato se l’appartamento si è trasformato in una discarica. Si tratta di capire cosa e dove, per evitare che simili situazioni si ripetano. Non è nemmeno una questione di povertà; si tratta di disagi di altro tipo.

La proprietà

E’  chiaro che i proprietari, rispettivamente gli amministratori di immobili dove imperversa il degrado, devono essere chiamati a far fronte alle proprie responsabilità. Quindi è corretto che il municipio li incontri e chiarisca che certe situazioni non si possono accettare.  Di “vie Odescalchi” (prima del cambio di proprietà) ce ne sono in tutto il Cantone, non solo a Chiasso. E quindi, prima di immaginare di farsi belli con progetti di stabili a pigione moderata, sarebbe magari il caso di mettere in ordine quello che già esiste, e che ne avrebbe bisogno.

Per farsi propaganda…

Naturalmente episodi come quello dell’appartamento di Pregassona si prestano a facile sciacallaggio politico, che infatti è giunto puntuale. Chiaro: quando gli interventi ci sono, arriva immediatamente l’accusa di esagerazione e di “sproporzione”. Quindi bisognava lasciar degenerare la situazione per poter sventolare risultati più succulenti? Se invece si trova più degrado di quello che ci si poteva ragionevolmente immaginare, piovono i rimproveri di ritardi e menefreghismi. Insomma, tutto e il contrario di tutto.

Almeno qualche elemento positivo, comunque, c’è: i ragazzi stanno tutti bene; e i famosi 18 cani non erano denutriti.

Un paio di parole vale la pena spenderle sulla protezione animali che ha scattato foto dell’interno dell’appartamento ed è corsa a pubblicarle per farsi propaganda in funzione di raccolta fondi. A parte la dubbia legalità di questa iniziativa (nemmeno alla polizia è permesso scattare e pubblicare foto in casa d’altri), magari si sarebbe potuto pensare che oltre ai cani c’erano anche degli umani. Nel caso concreto dei ragazzini in una situazione difficile che, grazie a questa iniziativa, sono stati resi facilmente riconoscibili. Ed infatti sono stati riconosciuti subito. Così si sono trovati esposti al pubblico ludibrio. Le uscite mediatiche del padre hanno peggiorato ancora la situazione. E’ chiaro che tutto questo ha generato nuova sofferenza. C’è da sperare che adesso si possano aprire le porte della normalità.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Frontalieri sempre più su. E con la scuola ro$$a…

Nel Mendrisiotto sono la maggioranza. Grazie a Bertoli, nuova ondata di docenti italici?

 

Ma guarda un po’: nel Mendrisiotto la maggioranza dei lavoratori è composta da frontalieri. Il dato, pubblicato nei giorni scorsi dall’UST (Ufficio federale di statistica)  è riferito al dicembre 2016. Nel frattempo la situazione non può che essere peggiorata. Se inoltre si considera il mercato del lavoro ticinese nel suo complesso, ci si accorge che la maggioranza dei lavoratori, in questo sfigatissimo Cantone, è straniera. Poi qualcuno ha ancora il coraggio di negare che sia in corso un’invasione. Di blaterare che sono tutte balle della Lega populista e razzista. Che “sono solo percezioni”.

Per questa situazione sappiamo bene chi ringraziare: ossia il triciclo PLR-PPD-P$ con la libera circolazione.

Ultracinquantenni

Di recente abbiamo pure visto che tra il 2010 al 2017 i frontalieri ultracinquantenni sono raddoppiati. E sono raddoppiati, oltretutto, nel settore terziario. Ma guarda un po’: se un ticinese perde il lavoro a più di 50 anni – a maggior ragione a più di  55 – gli si dice che “sa po’ fa nagott”: gli toccherà andare in disoccupazione prima e, con tutta probabilità, in assistenza poi. Perché costa troppo, perché non lo assume più nessuno, perché questo e perché quello.

Se però arrivi da Oltreramina… ecco che la prospettiva cambia! Anche se hai più di 50 anni, il lavoro in Ticino lo trovi. Perché trovi chi ti assume. Magari perché è un tuo compaesano. Ed infatti, con l’esplosione del numero dei frontalieri nel terziario, capita – ed anche in aziende pubbliche e parapubbliche – che i responsabili del personale siano  frontalieri. Le conseguenze sulla politica delle assunzioni sono facili da immaginare.

Per questo ringraziamo la libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-PS. Per colpa sua, i ticinesi sono discriminati in casa propria.

La proposta

Vista la situazione, è dunque opportuno sostenere, a livello federale, la proposta di versare la disoccupazione fino all’età della pensione a chi rimane senza lavoro dopo i 55 anni di età. Questo per evitare ai lavoratori “anziani” di passare per l’assistenza. Ma c’è da scommettere che l’ex partitone sarà contrario. Come finanziare la misura? Facile: basterà tagliare sugli aiuti all’estero, sulle prestazioni sociali ai migranti economici  e sui regali alla fallita UE. I soldi pubblici ci servono in patria, dove gli spalancatori di frontiere hanno generato povertà e disoccupazione. Ci servono in patria e ci servono per gli svizzeri.

A proposito di aiuti all’estero: il famigerato regalo da 1.3 miliardi di franchetti che i camerieri bernesi di Bruxelles vorrebbero offrire all’UE da un po’ di tempo è sparito dai radar. Non se ne sente più parlare. Gatta ci cova. Non vorremmo che arrivasse, improvvisa, qualche brutta sorpresa. Perché da certi calatori di braghe compulsivi ci si può solo attendere il peggio.

Il nuovo regalo

La Scuola che verrà è l’ennesimo regalo ai frontalieri. Nella malaugurata ipotesi in cui dovesse venire approvata dalle urne, le competenze dei ragazzi ticinesi verrebbero livellate verso il basso. La formazione scadrebbe. Quale miglior pretesto per datori di lavoro  che se ne impipano del territorio per assumere frontalieri a go-go? Già ci pare di sentire il ritornello: “I ticinesi non sono abbastanza formati”! Vogliamo davvero fare anche questo regalo ai vicini a sud? Non solo: la scuola che verrà è un enorme piano occupazionale pagato dal contribuente ticinese. Costo minimo: almeno 35 milioni all’anno. Trasformando la scuola in un servizio sociale, il kompagno Bertoli mira ad assumere docenti ed altre figure professionali a gogo. Tuttavia in Ticino non ci sono abbastanza insegnanti per le esigenze della scuola ro$$a. Sicché, nella malaugurata ipotesi in cui la riforma bertoliana dovesse venire approvata dai cittadini, i docenti verrebbero semplicemente importati in grande stile dal Belpaese. Oltreconfine si stanno già leccando i baffi. Avanti con l’assalto alla diligenza della scuola ticinese? E secondo la partitocrazia, a noi tutto questo dovrebbe andar bene? Come recita il noto slogan: “non siamo mica scemi!”. Se non l’avete ancora fatto, sfruttate queste ultime ore a disposizione per votare NO alla Scuola che (speriamo non) verrà!

Lorenzo Quadri

 

 

Finti invalidi stranieri: altro che “solo balle populiste”!

Il TF ha decretato l’espulsione di una “furbetta” serba. Ma chissà quanti ce ne sono…

 

Ha suscitato giusta indignazione il caso di una finta invalida 35enne serba nei cui confronti il Tribunale federale ha decretato l’espulsione dalla Svizzera. E sappiamo che, se  i legulei del TF (esponenti della casta spalancatrice di frontiere, nominati dall’Assemblea federale con il sistema del mercato del bestiame) decretano un’espulsione, vuol dire che davvero non era possibile fare diversamente.

La donna ha ottenuto nel 2007 una rendita AI farlocca. Ha presentato dei falsi documenti in cui spiegava che, a causa di problemi psicologici, lavorare, accudire i figli e mantenere contatti sociali (?) le risultava impossibile senza aiuti esterni. Grazie a questi  attestati, da novembre 2009 fino a maggio 2012 ha indebitamente percepito una rendita di invalidità  di 258’994 franchi.

Altri 53’204 franchi le erano pure stati versati durante gli accertamenti ordinati dalla Procura sangallese, sfociati nella denuncia penale del 31 gennaio 2013, fino a giugno dello stesso anno.

Se la truffa non fosse stata scoperta, la donna avrebbe percepito in totale 1’227’082 franchi fino all’età della pensione. Parte dei soldi pagati dagli svizzerotti sono stati utilizzati per costruire una casa in Serbia.

Ma come…

Hai capito questi “furbetti” in arrivo da “altre culture”? Ma come: gli stranieri che delinquono e che abusano del nostro Stato sociale non erano tutta una balla della Lega populista e razzista?

Ed invece, ma guarda un po’, l’invalidità elvetica ha versato alla truffatrice serba la bella cifra di oltre 300mila Fr! La signora in questione si dichiarava invalida per motivi psichici. Ma, stando agli accertamenti esperiti dalla magistratura, la sera usciva ed andava al bar ed in discoteca. Tuttavia evidentemente frequentava solo connazionali. Infatti la donna, malgrado 20 anni di permanenza in Svizzera tedesca, il tedesco non lo ha mai imparato. Al punto che per comunicare con le autorità necessita di un interprete (pagato da chi?).

Siamo i re dei minchioni?

A questo punto ci piacerebbe anche sapere chi è il medico che ha stilato i certificati farlocchi che attestavano l’ invalidità per motivi psichici. Perché costui (o costei) ha causato un danno di centinaia di migliaia di franchi alle casse dell’AI.

Questi medici “dal certificato facile”, magari “non patrizi”, complici degli approfittatori – e si sa che i motivi psichici ed il mal di schiena sono le motivazioni più utilizzate per staccare rendite AI poiché difficili da verificare – dovranno far fronte a conseguenze penali e finanziarie? Oppure l’è tüt a posct?

Ma esiste un paese dove gli approfittatori stranieri possono attingere con maggiore facilità alle casse dello stato sociale rispetto alla Svizzera? Chissà perché, c’è il vago sospetto che siamo in cima alla lista dei minchioni. E poi – colmo dei colmi! – dobbiamo addirittura sorbirci farneticanti accuse di razzismo da parte della casta radikalchic! Vedi ad esempio i blabla dell’inutile Commissione federale contro il razzismo, che va abolita quanto prima.

I rimpatriati

Ma oltre ai finti invalidi stranieri che ci troviamo in casa, manteniamo pure quelli che, dopo aver ottenuto la rendita AI elvetica, la esportano. Nel senso che tornano al natìo paesello per condurvi vita da pascià. Per questo sarebbe ora che le rendite d’invalidità degli stranieri poi rimpatriati venissero adattate al tenore di vita del paese d’origine. Ma naturalmente la partitocrazia politikamente korretta fa orecchie da mercante: “Sa po’ mia! E’ discriminazione!”.

Detective

A proposito di questi finti invalidi stranieri che poi tornano a casa loro con i soldi degli svizzerotti. Qualche anno fa un’assicurazione ebbe l’idea di mandare dei detective al paese d’origine di questi presunti invalidi, per verificare la situazione in loco. Ebbene, l’iniziativa andò a schifìo. Perché? Ma perché le agenzie interpellate dovettero rinunciare al mandato a causa delle minacce ricevute. Apperò! Hai capito l’andazzo?

Votazione del 25 novembre

Da notare che il 25 novembre si voterà sulla possibilità per le assicurazioni sociali di servirsi di investigatori per controllare i presunti “furbetti”. Questo a tutela delle casse pubbliche, dei veri invalidi e della credibilità delle istituzioni. Ma naturalmente i $inistrati sono contrari. E strillano alla violazione delle privacy… dei simulatori! Complimenti kompagni, avanti così: dalla parte dei truffatori, meglio ancora se stranieri!

Del resto, la posizione del P$ (partito degli stranieri) si spiega facilmente. I $inistrati e le associazioni contigue al partito, nel business rosso della socialità ci “tettano dentro” alla grande. Sicché, più “clienti” ci sono, meglio è! Tanto i soldi sono quelli della collettività. E, come noto, dalle parti dei kompagni soldi di tutti uguale a soldi di nessuno.

Lorenzo Quadri

 

 

Divieto di Burqa: i cinque anni di un voto apripista

Il 22 settembre 2013, il 65% dei ticinesi approvava l’iniziativa del Guastafeste

 

E proprio oggi, per una curiosa ma significativa coincidenza, si vota nel Canton San Gallo

Sono passati cinque anni giusti dalla votazione sul divieto di burqa. Era infatti il 22 settembre del 2013 quando il popolo ticinese approvò a larga maggioranza (circa il 65%) l’iniziativa lanciata dal Guastafeste, ed appoggiata da un comitato interpartitico dove la Lega era ben rappresentata, che chiedeva di vietare la dissimulazione del volto.

Prima del voto, la casta spalancatrice di frontiere e multikulti non risparmiò  ai promotori dell’iniziativa spocchia, denigrazione e dileggio. Si tratta di un “non problema”, blaterava la stampa di regime. Che poi, in modo del tutto schizofrenico, ne riempiva pagine e pagine. Ma come: se era un non problema…

Non solo uno straccio

Non sono mancate nemmeno le opposizioni pro-saccoccia di chi paventava crolli turistici, che poi non si sono verificati. Dimostrandosi così disposto a sacrificare i nostri valori, i nostri diritti, le nostre libertà per qualche franchetto. Perché, è evidente, burqa e niqab non sono solo degli stracci che coprono la faccia. Sono l’emblema dell’islamismo che pianifica l’invasione dell’Europa e l’assoggettamento alle sue regole, incompatibili con le nostre. Gli spalancatori di frontiere islamofili e pro-burqa vogliono gettare nel water, in nome di scellerate (ma politikamente korrettissime) “aperture”, secoli di battaglie per le nostre libertà.

Voto lungimirante

Quanto accaduto in Europa e nel mondo nei cinque anni trascorsi dalla storica votazione sulla dissimulazione del volto – quello ticinese è infatti il primo divieto di burqa introdotto per volontà popolare – hanno dimostrato quanto fosse giusta quella battaglia. Oggi le voci contro il burqa e contro l’avanzata islamista si sono moltiplicate. Voci  autorevoli. Voci anche di sinistra: si pensi ad esempio all’importante intellettuale tedesco Thilo Sarrazin che senza mezzi termini nel suo ultimo libro ha dichiarato che occorre fermare l’avanzata islamica in Occidente.  Invece la $inistruccia elvetica (elvetica per modo dire, visto l’altissima percentuale di neo-svizzeri) continua a difendere il burqa e gli islamisti, e smania per rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera. Senza pudore, i bolliti residui del femminismo ro$$o blaterano della “libertà” di costringere le donne a girare con una coperta in testa. A partire dalla ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. Queste signore non si rendono nemmeno conto che, se si va avanti così, quella che loro hanno la faccia tosta di definire “libertà” (?)  diventerà un obbligo per le donne occidentali. Anche in casa nostra. Sicché le loro figlie e nipoti sapranno chi ringraziare. Come l’isteria multikulti possa ottenebrare il buonsenso fino a questo punto, rimane un mistero.

Nel Canton San Gallo…

Il divieto di burqa ticinese è stato il primo tassello, non solo simbolico, della resistenza all’islamizzazione della Svizzera.  Una scelta lungimirante dei cittadini ticinesi che approvarono la nuova disposizione costituzionale  sfidando gli anatemi (uhhhh, che pagüüüraaaa!) della casta buonista-coglionista  e dei suoi intellettualini e scribacchini di regime. Una scelta che attirò sul Ticino i riflettori internazionali. La strada da percorrere è ancora tanta. Ma la consapevolezza che l’islam è nemico dell’Occidente e che non può essere integrato si sta facendo strada.

Proprio oggi nel Canton San Gallo il popolo sta votando sull’introduzione di un divieto di burqa analogo al nostro. Un Sì sarebbe un bel regalo di compleanno per l’iniziativa ticinese. Essendo poi riuscita anche l’iniziativa a livello federale, sul burqa si voterà in tutta la Svizzera. Onore al merito, dunque, a chi ha fatto da apripista.

Lorenzo Quadri

Scuola che verrà: c’è ancora qualche ora per votare NO!

ULTIMO APPELLO! Il risultato potrebbe essere tirato: ogni scheda conta!

Per votare NO alla Scuola che (speriamo non) verrà (SCV) c’è ancora qualche ora di tempo. Il risultato potrebbe essere tirato: ogni voto conta!Chi avesse ancora in casa la scheda di votazione, si affretti a scrivere un bel NOed a recarsi ai seggi. Questo è il classico treno che passa una volta sola. Se la riforma del compagno Bertoli e dei suoi ro$$i burocrati dipartimentali dovesse ottenere il via libera, il danno sarà fatto. Anche il Gigi di Viganello ha capito che non si tratta di votare su una sperimentazione, bensì sulla riforma stessa. Se parte la sperimentazione, parte la riforma. Ritorno non c’è. O qualcuno pensa davvero che il compagno Bertoli ed i suoi galoppini dipartimentali avrebbero infesciato i media cartacei ed elettronici di articoli, repliche e controrepliche (naturalmente tutti puntualmente e servilmente pubblicati, mentre il trattamento riservato ai referendisti è stato ben diverso) solo per una “sperimentazione”? Che la casta inciuciata si sarebbe mobilitata in grande stile  – ricreando il clima della campagna contro la “criminale” iniziativa  “No Billag” – per una semplice “prova”? Ma va là!

Il danno

Se passa la riforma, si diceva, il danno sarà fatto. E non si potrà rimediare almeno per i prossimi quarant’anni. A farne le spese saranno in prima linea i giovani ticinesi, che si ritroveranno le competenze scolastiche livellate verso il basso. E quando si tratterà di accedere agli studi superiori o ad un mondo del lavoro sempre più difficile e selettivo anche “grazie” alla devastante libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$, saranno cavoli “non dolcificati”.  La scusa perfetta per datori di lavoro con pochi scrupoli per assumere frontalieri perché “sono formati meglio dei nostri giovani”.

PLR e PPD: le giravolte

Ma a pagare pegno sarà la società tutta. E’ evidente che la riforma $ocialista della scuola dell’obbligo serve ad inculcare l’ideologia egualitarista ro$$a nelle nuove generazioni, frantumando qualsiasi residuo di meritocrazia. Chi controlla la scuola controlla il futuro della società. E’ incredibile che l’ex partitone, dopo essersi fatto soffiare il DECS dai kompagni, prima si esprime (giustamente) contro la riforma Bertoli, ma poi si fa  infinocchiare dal capodipartimento e, in cambio delle briciole, passa  armi e bagagli tra le schiere dei suoi soldatini. “Merito” della nuova presidenza del funzionario radikale sopracenerino?

Stesso discorso per il PPD, che invece di sostenere la propria traballante cadrega governativa va a puntellare autolesionisticamente  quella del P$. Proprio quando i docenti OCST scatenano l’ira funesta di Bertoli rifiutando di cantare nel coro della propaganda di regime per la sua riforma.

Docenti frontalieri

La Scuola che (non) verrà nel concreto si tradurrebbe in un gigantesco piano occupazionale, dal costo (per il solito sfigato contribuente ticinese) di almeno 35 milioni di Fr all’anno, a vantaggio di docenti frontalieri. In Ticino non si troverebbero tutti i docenti, e nemmeno tutte le bislacche figure professionali, di cui la scuola $ocialista – trasformata da istituzione in servizio sociale – necessiterebbe. Oltreconfine già si fregano le mani. Piatto ricco, mi ci ficco! Così la scuola ticinese, già poco svizzera, diventerà direttamente italiana. O meglio: italo-francese. Docenti italiani e modelli pedagogici scopiazzati da quelli della $inistra francese di trent’anni fa (vedi sotto).

Modelli stranieri fallimentari

Il direttore del DECS ed i suoi soldatini tentano oltretutto di far passare la tesi che spendere tanto (nel concreto: tantissimo) equivarrebbe a spendere bene. Non è affatto così. Approvare la Scuola che verrà vuol dire bruciare una barca di soldi pubblici per avere una scuola peggiore. La riforma è basata – ma a livelli di “copia-incolla” – sul fallimentare modello della $inistra francese anni Ottanta. Un modello che in patria ha fatto solo disastri.  La SCV, infatti, è clamorosamente antisvizzera. Perché vorrebbe fare in Ticino proprio il contrario di quello che fa il resto del paese. Peccato che sempre più giovani ticinesi per avere un futuro saranno costretti ad emigrare Oltregottardo. Il disastro è dunque programmato.

Ultimo appello

C’è ancora qualche ora di tempo per votare NO alla Scuola che (speriamo non) verrà. NO al livellamento verso il basso, NO ad una riforma ideologica e non condivisa, NO alla scuola pubblica $ocialista, NO ad una scuola non svizzera, NO all’utilizzo di allievi come cavie umane, NO ad un gigantesco piano occupazionale da almeno 35 milioni all’anno per docenti frontalieri.

Non perdete questa occasione! Il vostro voto potrebbe davvero fare la differenza!

Lorenzo Quadri

 

 

Per la Simonetta, gli asilanti vengono prima degli svizzeri

Dei disoccupati elvetici se ne impipa, ma vuole foraggiare chi assume finti rifugiati

 

I colpi di genio dei burocrati bernesi con i piedi al caldo ed il posto statale garantito a vita non finiscono mai! L’ultima bella pensata, annunciata nei giorni scorsi (anche se non si tratta di una novità) è l’intenzione della SEM, ovvero della Segreteria di Stato per la migrazione (Dipartimento Simonetta) di sussidiare i datori di lavoro disposti ad assumere finti rifugiati.

Di questa “ca_ata pazzesca” (Cit. Fantozzi) se ne era sentito parlare già negli scorsi mesi. Con la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, che dichiarava giuliva di voler spendere 130 milioni all’anno per inserire professionalmente (?) i finti rifugiati. Adesso il tema viene rilanciato.

Sostenere chi assume svizzeri

Qui a qualcuno è dato di volta il cervello. Altro che incentivare l’assunzione di finti rifugiati! Bisogna sostenere, e con urgenza, chi assume svizzeri!Ed è vergognoso che il Consiglio federale, che ha dimostrato a più riprese di impiparsene dei ticinesi finiti in disoccupazione ed in assistenza per colpa della devastante libera circolazione, adesso si trasformi in ufficio di collocamento per finti rifugiati!

Si vede che per la Simonetta&Co i migranti economici con lo smartphone vengono prima dei cittadini elvetici senza lavoro! Questi ultimi, tanto per aggiungere la beffa al danno, vengono pure sfottuti dai tamberla della SECO (Dipartimento “Leider” Ammann) con le statistiche taroccate su disoccupazione e frontalierato!

Tutti in assistenza

Ma perché la kompagna Simonetta e le sue truppe cammellate si mettono in testa di discriminare i cittadini svizzeri per foraggiare  a suon di milionate – soldi nostri! – i datori di lavoro disposti ad assumere finti rifugiati? Tanto più che l’operazione è destinata a finire a schifìo, poiché questi signori non sono di certo integrabili nel mondo del lavoro?

Evidentemente perché si sono accorti che i migranti economici, senza farsi problema di sorta, si sono tutti attaccati alle generose mammelle dello stato sociale finanziato dagli svizzerotti “chiusi e gretti”!

La media di sedicenti profughi con permesso B a carico dell’assistenza è del 75% a livello nazionale;  in Ticino siamo addirittura all’85%! Senza dimenticare che, nel giro di soli otto anni, il numero dei finti rifugiati eritrei mantenuti dall’assistenza è aumentato del 2282%! Apperò! E nümm a pagum!

Rimandare a casa loro

Ed allora la kompagna Simonetta, pur di non rimandare questi giovanotti africani a casa loro, vuole sperperare i soldi pubblici nel tentativo di trovargli un lavoro. Così da farli restare in Svizzera vita natural durante, a tutto beneficio del business ro$$o dell’asilo!

Ma non se ne parla proprio!

  • Con il denaro pubblico sosteniamo chi assume cittadini svizzeri;
  • I migranti economici in assistenza non vanno fatti lavorare a scapito dei residenti. Vanno rimpatriati. A partire dalla nazionalità maggiormente rappresentata in Svizzera: gli eritrei, che sono tutti finti rifugiati.

E’ chiaro il messaggio, o ci vuole un disegno?

Lorenzo Quadri

Velo islamico a scuola: avanti così e diventerà obbligatorio

Come da copione, i legulei del TF s’inchinano a 90 gradi davanti all’avanzata islamista

 

E ti pareva se non arrivava la nuova alzata d’ingegno dei legulei del Tribunale federale (TF), i quali di recente hanno dichiarato irricevibile un’iniziativa popolare dell’UDC vodese – malgrado questa fosse riuscita nel marzo del 2016 – che mirava a proibire il velo islamico nelle scuole.

Secondo gli azzeccagarbugli del TF, tale divieto non sarebbe attuabile (“sa po’ mia!”) in quanto violerebbe la libertà religiosa delle studentesse. Oppure la libertà di genitori (magari padri) radicalizzati di costringere le figlie a girare con il velo? Comunque, coerenza vuole che, in base alla sentenza del TF in campo di copricapi,  anche i pastafariani dovranno in futuro avere diritto,  secondo il loro credo, di andare a scuola con uno scolapasta in testa (non è uno scherzo).

Inutile dire che nei paesi musulmani, quelli che manovrano il comitato dei diritti umani nell’UNO e distribuiscono generosamente accuse di islamofobia a destra e a manca (gli occidentalotti fessi ci cascano sempre), nessuno scolaro si può permettere di presentarsi in aula addobbato di crocifissi e rosari.

Ennesima calata di braghe

La sentenza dei legulei del TF è l’ennesima calata di braghe davanti all’islamizzazione della Svizzera. Che la partitocrazia si rifiuta di contrastare, sciacquandosi la bocca con la “non discriminazione”. Complimenti, avanti così! Aspettiamo qualche decennio, ne basteranno un paio, e, a colpi di inettitudine politica, immigrazione scriteriata e fallimentare multikulti, il velo islamico nelle scuole diventerà obbligatorio. E per questa enorme “conquista kulturale” (?) potremo ringraziare la partitocrazia politikamente korretta ed i suoi galoppini nel Tribunale federale. Questi signori con i piedi al caldo ed il posto garantito a vita non hanno capito che l’islam non è “solo” religione. E’ anche e soprattutto politica. Politica di conquista. Quindi, quando gli islamisti avranno i numeri per farlo, imporranno le loro regole. In casa nostra. E allora, tanti saluti alla libertà religiosa – la nostra – ed alla democrazia.

Naturalmente la casta spalancatrice di frontiere non ci arriva. Il suo unico obiettivo è quello di mantenere le CADREGHE. Il POTERE. Per farlo, deve denigrare e delegittimare gli odiati populisti e razzisti. E quindi piegarsi a 90 gradi  all’invasione islamista.

Limitare “sa po’”

Sta di fatto che la libertà di religione, come tutte le libertà costituzionali, può essere limitata. A condizione che esista una base legale, un interesse pubblico e che la limitazione sia proporzionata.

La base legale la si crea votando la legge contro il velo a scuola.  Che ci sia un interesse pubblico ad opporsi all’avanzata islamista è evidente: l’interesse pubblico è quello di salvare secoli di conquiste democratiche; libertà religiosa inclusa. E il divieto di portare il velo a scuola non può essere considerato una limitazione particolarmente pesante (mica si pretendono conversioni e abiure).

Morale: con la scusa politikamente korrettissima di tutelare la libertà religiosa dei migranti economici, il Tribunale federale impedisce ai cittadini svizzeri di votare; oltre a mettere in pericolo la nostra libertà religiosa e la nostra democrazia.

Tutti delinquenti?

Altrove le cose vanno diversamente. Il governo austriaco lo scorso  aprile ha annunciato di voler proibire i veli nelle aule scolastiche. Questo proprio per evitare discriminazioni, ghettizzazioni ed autoghettizzazioni tra le alunne.  A Vienna, secondo i legulei del TF, sarebbero tutti delinquenti? E perfino la Corte di giustizia europea (!), non proprio un covo di beceri leghisti populisti e razzisti, ha stabilito che le aziende hanno il diritto di proibire il velo sul luogo di lavoro. E la scuola è il luogo di lavoro degli studenti. Sicché…

Vogliono l’islam religione ufficiale

Del resto il confronto con la vicina Austria (Stato membro UE, non dittatura nazifascista) costituisce una continua umiliazione per il Consiglio federale. Perché Vienna è attiva nel combattere l’Islam politico. Berna invece non fa un tubo. I camerieri di Bruxelles in Consiglio federale si riempiono la bocca con l’inutile piano federale contro la radicalizzazione. Peccato si tratti di una farsa concepita da burocrati rossi e pro-Islam.  Non contenti, i camerieri dell’UE strillano il proprio No al divieto di finanziamenti esteri alle moschee. Lasciano addirittura intendere, i tapini, che il loro sogno proibito sarebbe il riconoscimento dell’Islam quale religione ufficiale in Svizzera. E poi cosa ancora?

Intanto gli estremisti islamici, sempre più numerosi nel nostro Paese – e sempre più spesso titolari di passaporto rosso grazie alle naturalizzazioni facili e di massa  – se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi. La Confederella è terra di conquista: ci fanno fare tutti i nostri comodi; se del caso ci mantengono pure! Andiamoci tutti! Cosa aspettiamo?

Intanto in Ticino…

Come se non bastasse,  in Ticino un gruppuscolo radikalchic coi fastidi grassi, tra cui figurano anche due ex consiglieri di Stato PLR(Marty e Gendotti) ed un pregiudicato, ha da poco lanciato l’iniziativa popolare “Ticino laico” (?). Obiettivo: cancellare la religione cristiana dalla Costituzione cantonale. Perché sono questi i nostri problemi, nevvero? Il cristianesimo! Che livello, e che lungimiranza. E lor$ignori erano Consiglieri di Stato PLR? Poi ci chiediamo come mai questo sfigatissimo Cantone si trova immerso nella palta.

Lorenzo Quadri

La casta inciuciata vuole demolire la scuola ticinese

Ormai solo i cittadini possono sventare la scuola ro$$a votando NO il 23 settembre

 

Manca ormai solo una settimana alla votazione sulla Scuola (rossa) che (speriamo non) verrà. La riforma avrà certo implicazioni pesanti sulla scuola ticinese. Ma ne avrà anche su tutta la società. Perché il tentativo di indottrinamento delle nuove generazioni nel segno dell’egualitarismo ro$$o è evidente.

 Ci vanno di mezzo tutti

Tutta la società sarà inoltre toccata, pesantemente, nel portafoglio. I costi della riforma – che qualcuno ha definito “un gigantesco piano occupazionale” – sono stratosferici. 7 milioni per la sperimentazione triennale e almeno 35 milioni all’announa volta che la riforma sarà a regime. Questi soldi li pagheranno tutti i contribuenti ticinesi. Ed è aberrante che il kompagno Bertoli tenti di far discendere la bontà della riforma dal fatto che costa una paccata di soldi. Come dire: basta che lo Stato spenda (“spendi e tassa”) a garantire che lo faccia bene! Col fischio: qui si brucerebbero milioni a vagonate per sfasciare la scuola ticinese. Per trasformarla da istituzione preposta alla trasmissione del sapere in servizio sociale. Come se gli allievi ticinesi fossero tutti dei casi sociali.

 La bufala della sperimentazione

E non facciamoci prendere per i fondelli dalla fanfaluca della “sperimentazione”: approvare la sperimentazione significa approvare la riforma. O qualcuno si immagina davvero che, dopo tre anni di test su cavie umane, i ro$$i capoccioni del DECS, a cominciare dal compagno Capodipartimento, presenteranno al popolazzo un rapporto in cui si riconosce che, ooops, la sperimentazione è stata un flop, che la riforma è una ciofeca, e che quindi “l’è tutto da rifare”? E agli allievi usati come cavie ed alle loro famiglie cosa si dirà? “E’ andata così, sa po’ fa nagott”? Ma quando mai! Anche il Gigi di Viganello ha capito, e fin dall’inizio, che la sperimentazione è farlocca.Del resto, nemmeno si sa quale sarà l’istituto esterno incaricato di svolgerla.

Una scuola non svizzera

La Scuola che verrà vuole sostituire, e questo figura nero su bianco, la parità di partenza, le pari opportunità di tutti gli allievi, con la parità di arrivo. Questo  significa, è chiaro, livellamento verso il basso. A farne le spese sarà la qualità della formazione dei giovani ticinesi. I quali usciranno dalla scuola d’obbligo impreparati; sia al mondo del lavoro che agli studi superiori. Studi superiori a cui tutti, anche i meno adatti, si sentiranno indirizzati (“spinta dirompente alla licealizzazione”).

Questo livellamento verso il basso, questa “ca_ata pazzesca” (cit. Fantozzi) della “democrazia della riuscita” (da quando in qua Madre Natura distribuisce “democraticamente” le capacità intellettuali?)  non esiste da nessun’altra parte della Svizzera. La scuola che verrà è infatti una riforma non Svizzera.E’ stata scopiazzata (carta canta!) dal fallimentare modello della $inistra francese anni Ottanta, che in patria ha fatto solo disastri.

Scuola che verrà = più frontalieri

Non dimentichiamocene: “grazie” alla devastante libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$, lo stesso che appoggia la Scuola che (non) verrà, sempre più giovani ticinesi dovranno emigrare in Svizzera interna per avere un futuro.  E si troveranno confrontati con coetanei che hanno avuto una formazione assai diversa. Perché nel sistema scolastico d’Oltregottardo, altro che “tutti uguali”, altro che “democrazia della riuscita”!

Non solo: guardate che al di là della ramina la formazione non è mica da terzo mondo. Vogliamo che i giovani ticinesi siano meno preparati di quelli che aspirano a fare i frontalieri? Così i datori di lavoro con pochi scrupoli avranno, e servita su un piatto d’argento (addirittura approvata dal popolo!),  la scusa bell’e pronta per assumere solo permessi G? E’ forse questa l’arrière-pensée nascosta dietro il silenzio assordante e compiacente di talune associazioni economiche? Da anni esse si lamentano che la formazione scolastica in questo sfigatissimo Cantone sarebbe insufficiente; adesso accettano una riforma che la farà precipitare: si converrà che l’atteggiamento è molto sospetto.

 Fermiamo gli inciuciati

Il sostegno di PLR e PPD alla scuola ro$$a, accordato malgrado inizialmente la posizione dei due partiti $torici fosse ben diversa – e non ci si venga a raccontare la storiella che nel frattempo il progetto sarebbe cambiato, perché i cambiamenti sono cosmetici e non certo sostanziali – è purtroppo l’ennesimo deleterio inciucio del triciclo PLR-PPD-P$$.  Un inciucio che va contro gli interessi dei Ticinesi. Contro il futuro dei nostri giovani. E contro le tasche dei contribuenti.

La casta inciuciata, lo abbiamo visto,  è mobilitata in stile “crociata contro il No Billag” a sostegno della scuola rossa. Le truppe cammellate imperversano. Da settimane infesciano le pagine di quotidiani e portali con opinioni “di servizio” (magari preconfezionate da qualche galoppino dipartimentale pagato con i soldi del contribuente). Solo i cittadini possono ora salvare la scuola pubblica ticinese votando un bel NO il prossimo 23 settembre!

Lorenzo Quadri

Scuola che (non) verrà: 10 motivi per votare NO

Scuola che (non) verrà: 10 motivi per votare NO

 

  1. No al livellamento verso il basso delle competenze degli scolari ticinesi.
  2. No alla sostituzione della parità di partenza con la parità d’arrivo.
  3. No ad una scuola non svizzera.
  4. No alla creazione della scuola pubblica socialista.
  5. No alla trasformazione della scuola da istituzione a servizio sociale.
  6. No a rendere ancora più ugualitarista la scuola ticinese, che è già la più egualitarista della Svizzera.
  7. No all’utilizzo di allievi come cavie umane (e se la sperimentazione fallisce, chi si assume la responsabilità)?
  8. No ad una sperimentazione che non è affatto tale, ma è la partenza della riforma: il rapporto taroccato alla fine dei tre anni sperimentali è già programmato (inoltre, a dimostrazione della totale opacità dell’operazione: nemmeno si sa quale istituto verrà incaricato di stilarlo, e con quali indicatori).
  9. No a costi stratosferici ed esplosione della burocrazia: 7 milioni per la sperimentazione e 35 milioni all’anno per l’implementazione in caso di approvazione popolare. Costi che evidentemente pagherà il contribuente. Intanto però, adducendo misure di risparmio, il Dipartimento taglia sulle risorse per casi difficili. Quindi si risparmia sulla pelle degli allievi più fragili, danneggiando loro, le loro classi ed interi istituti scolastici. Poi però al DECS  i grandi scienziati in pedagogia, che mai hanno messo piede in un’aula, si sciacquano la bocca con “l’inclusione”.
  10. No ad una riforma che spinge tutti verso il liceo, svilendo la formazione professionale.