Sempre più servi dei giudici stranieri. Grazie, triciclo!

In altri Paesi democrazia e sovranità nazionale vengono prese molto più sul serio

Di recente, sul portale italiano informazionecorretta.com, è stato pubblicato un articolo intitolato “perché Israele è più democratico dei paesi dell’Unione europea”.

L’autore è Manfred Gerstenfeld, un intellettuale di origine israeliana, nato a Vienna ed insignito di vari premi contro l’antisemitismo. Tra le varie considerazioni contenute nel testo, che chi è interessato può leggere online, una salta subito all’occhio (e non solo perché si trova all’inizio dell’articolo, e più precisamente alla quinta riga). E’ questa: La Corte Suprema (israeliana) è la più alta autorità giudiziaria. Non esiste un tribunale straniero che può intervenire per sindacarne le decisioni”.

In Israele…

Quindi:in Israele non ci sono giudici stranieri.Proprio quei giudici stranieri con cui, in tempi recenti, la partitocrazia eurolecchina PLR-PPD-P$$ si è sciacquata la bocca ad oltranza. Il triciclo vuole a tutti i costi i giudici stranieri, ed in particolare quelli della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), poiché essi sono fonte di sudditanza. Questo l’avevano capito già ai tempi del patto del Grütli. E la partitocrazia vuole una Svizzera suddita. Non una Svizzera libera ed indipendente.

Il colmo è che la stessa Unione europea non aderisce alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, né riconosce l’omonima Corte, in quanto tribunale “straniero”. Riconosce solo la “sua” Corte europea di giustizia.

La vergogna sulla sharia

E’ poi evidente che la Svizzera, per garantire il rispetto dei diritti umani sul proprio territorio, non ha alcun bisogno dei giudici della CEDU i quali, invece di fare il proprio lavoro, fanno i politicanti spalancatori di frontiere e perfino i rottamatori dei diritti dell’uomo.

Basti pensare che nel 2003 la CEDU in una sentenza decise senza mezzi termini che la sharia è contraria ai diritti umani, e quindi non può avere posto in Europa. Oggi invece il sacro dogma del multikulti impone l’islamizzazione e l’africanizzazione dell’Europa. Ed allora ecco che i soldatini della CEDU fanno il salto della quaglia e tentano di sdoganare una sorta di “diritto alla sharia” dei musulmani che vivono nel Vecchio Continente. La relativa sentenza è d’inizio anno, ed è semplicemente vergognosa. Invece di difendere i diritti umani, i legulei politicanti della CEDU promuovono la sharia, che – per loro stessa ammissione precedente –  è contraria ai diritti umani.

Naturalmente, su questa obbrobriosa performance della CEDU, alle nostre latitudini nessuno ha fatto un cip. Né la partitocrazia, e nemmeno la stampa di regime. Chissà come mai, eh? Questa si chiama manipolazione dell’informazione a scopi politici. Altro che “stampa indipendente”.

CEDU, föö di ball!

Già una simile, perniciosa sentenza avrebbe meritato l’uscita per direttissima della Svizzera dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo; e dunque dalla giurisdizione dell’omonima corte di GIUDICI STRANIERI. Questo proprio perché la Svizzera, a differenza dei legulei  della CEDU, i diritti fondamentali dei cittadini li difende; non li demolisce per accontentare gli islamisti.

Senza dimenticare, poi, che la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo contiene pure la geniale trovata secondo cui i terroristi islamici condannati (!) non possono venire espulsi se a casa loro si troverebbero in pericolo. Ma questa Convenzione ed il relativo tribunale difendono i diritti… di chi? Dei cittadini onesti o dei terroristi?

Sottomessi ai tribunali degli avversari

Invece, non solo la Svizzera rimane sottomessa agli azzeccagarbugli della CEDU, ma il triciclo PLR-PPD-P$$ vorrebbe asservirla pure ad altri giudici stranieri: quelli della Corte europea di giustizia. Ciò avverrebbe tramite lo sconcio accordo quadro con l’UE. Se infatti lo scandaloso trattato coloniale venisse firmato, a decidere sulle controversie tra Svizzera e DisUnione europea non sarebbe affatto la “corte arbitrale” composta da rappresentanti di ambo le parti di cui blatera l’italosvizzero KrankenCassis. Questo tribunale farlocco, infatti, conterebbe meno del due picche. A decidere sulle controversie tra Berna e Bruxelles in campo di applicazione del diritto UE – perché evidentemente è questo il punto centrale – sarebbe invece la Corte europea di giustizia. Ossia un’emanazione dell’UE. La Svizzera quindi si sottometterebbe alla giurisdizione dei giudici STRANIERI della controparte, e questo su dispute fondamentali!Ma si può essere più imbesuiti di così?

Povera Svizzera!

Morale della favola. In Israele di giudici stranieri non ce ne sono proprio. Da noi invece continuano ad imperversare. Non solo: malgrado le cappellate monumentali che costoro mettono a segno, di giudici stranieri il triciclo ne vuole sempre di più. Povera Svizzera!

Lorenzo Quadri

Politica d’asilo targata PLR: Sì alle vacanze in patria

Il Consiglio federale vuole permettere ai sedicenti profughi di recarsi nel paese d’origine

 

E’ evidente che i finti rifugiati che rientrano al natìo paesello per le vacanze o per festeggiamenti vari non sono affatto in pericolo di vita a casa loro: quindi devono perdere lo statuto di profugo

Come volevasi dimostrare, Svizzera sempre più Paese del Bengodi per i finti rifugiati con lo smartphone!

Di recente si è saputo (?) che l’84% dei migranti economici in arrivo dalla Somalia sono a carico dell’assistenza. Ma come: non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista?  Il “bello” (si fa per dire) è che la percentuale astronomica mica vale solo per i finti rifugiati somali. La si ritrova in tutte le etnie. A partire dagli eritrei, che sono il gruppo più rappresentato tra gli asilanti in Svizzera. Peccato che siano tutti finti rifugiati che non scappano da nessuna guerra. E che poi tornino al natìo paesello a trascorrere le “vacanze” (vacanze da cosa, visto che sono  mantenuti?) perché “lì è più bello”.

Però questi vacanzieri, invece di venire rimpatriati rimangono qui, a carico nostro. Ohibò, cosa stanno facendo i due consiglieri federali competenti per il dossier “asilo”, ovvero i due esponenti liblab KrankenCassis e Keller Sutter (KKS)?

Risultato: il numero degli eritrei in assistenza è cresciuto del 2200% (sic!) nel giro di soli otto anni. E nümm a pagum. Poi però la partitocrazia ci viene a raccontare che non ci sono soldi per l’AVS. (Ma come: secondo gli spalancatori di frontiere, gli immigrati mica avrebbero dovuto pagare le pensioni agli svizzeri? Invece l’immigrazione incontrollata continua, gli stranieri sono sempre più numerosi, eppure le casse dell’AVS sono sempre più vuote? Ohibò, siamo forse davanti all’ennesima balla di fra’ Luca dell’establishment multikulti?).

 La notizia si spande

Intanto la notizia degli asilanti somali (praticamente) tutti a carico del contribuente svizzerotto ha fatto ben presto il giro del mondo, venendo riportata da vari portali internazionali. Bella pubblicità, non c’è che dire! Di fatto, un invito a tutti i migranti economici a venire nella Confederella e ad attaccarsi alla mammella della nostra socialità. Così tra l’altro la buona KKS ed i suoi burocrati potranno riempire i nuovi centri per finti rifugiati che si ostinano a voler costruire. E, soprattutto, il business ro$$o dell’asilo potrà continuare a prosperare, per la gioia delle tante associazioni contigue al P$ che ci marciano.

 La cappellata epica

Visto che le disgrazie non vengono mai sole, a pochi giorni dalla (non) notizia – perché lo sapevamo già da un pezzo – che l’84% dei finti rifugiati, e non solo somali, è a carico dell’assistenza, ecco che il Consiglio federale, e meglio il Dipartimento di Giustizia della PLR Keller Sutter, si produce in un’altra “cagata pazzesca” (cit. Fantozzi) di proporzioni epiche.

Facciamo un passo indietro. In dicembre, in uno dei sempre più rari sussulti d’orgoglio, il Parlamento federale ha deciso che i finti rifugiati non devono poter rientrare nel paese d’origine. Il perché è ovvio: se hai ottenuto lo statuto di rifugiato, vuol dire che in casa tua rischi le penne. Ma se davvero al tuo paese sei in pericolo di vita, non ci torni a trascorrere le vacanze!

E adesso, cosa ti va a combinare il Dipartimento di giustizia retto dalla ministra liblab? Tramite ordinanza, aggira la decisione del parlamento e comincia ad inventarsi eccezioni su eccezioni al divieto di viaggi in patria per i rifugiati.

 Motivi gravi?

Secondo i ro$$i burocrati bernesi, per motivi gravi gli asilanti devono poter rientrare al paese d’origine senza dover temere di perdere lo statuto di rifugiato in Svizzera. Quali sono i motivi gravi? Non certo la villeggiatura, assicura il governicchio federale, ma per esempio, decesso o grave malattia di un congiunto. Ma anche, udite udite, un matrimonio di un parente o la nascita di un bambino. E l’assenza può durare fino ad un mese. Signori, qui qualcuno si è bevuto il cervello!E’ chiaro che il Dipartimento di Giustizia PLR intende autorizzare i finti rifugiati a fare trenta giorni di vacanza nel paese d’origine. Ci aspettiamo, evidentemente, una pletora di certificati medici farlocchi redatti da affidabilissimi dottori africani, di nonni che muoiono e rinascono per quindici volte, e soprattutto di parti e  matrimoni a go-go!

E con quale faccia di tolla i burocrati bernesi buonisti-coglionisti pretendono di farci credere che ritornare al natìo paesello e starci per un mese per partecipare ad una festa di matrimonio non sarebbe una vacanza, bensì un grave motivo familiare? Davvero a Berna ci sono dei burocrati e dei politicanti IMBESUITI al punto da credere  che qualcuno metterebbe sul serio in pericolo la propria vita per andare ad un party?

E’ evidente che il rifugiato che torna in patria per una festa di matrimonio, e già che è lì ci rimane per un mese intero, non corre alcun pericolo in casa propria. Sicché deve perdere lo statuto di profugo seduta stante! Föö di ball!

Se questa è la nuova (?) politica d’asilo targata PLR, siamo a posto!

La tattica del salame

Inoltre, non serve essere il mago Otelma per prevedere come andrà a finire. Riempiendosi la bocca con i “motivi umanitari” ed a suon di ricatti morali, il triciclo politikamente korretto estenderà ben presto, con la tattica del salame (una fetta alla volta) il diritto dei finti rifugiati di tornare nel paese d’origine per ogni e qualsiasi motivo, anche il più futile, continuando però a farsi mantenere in Svizzera.

Risultato: i migranti economici, ancora una volta, se la ridono a bocca larga degli svizzerotti fessi. Quelli che non hanno soldi per i loro anziani, ma per tutti gli approfittatori in arrivo dai quattro angoli del globo sì. Ridono a crepapelle anche i $inistrati che, col business ro$$o dell’asilo, si fanno gli attributi di platino.

Lorenzo Quadri

 

Basta con le menate: di notte le frontiere vanno CHIUSE!

Ennesimo colpo con esplosione ad un bancomat a Stabio: aspettiamo che ci scappi il morto?

E ricordiamoci che, se i valichi sono spalancati 24 ore su 24, la colpa è del tanto magnificato accordo di Schengen!

Lo scorso sabato, alle quattro del mattino, i soliti malviventi, evidentemente entrati in Ticino dal Belpaese, ancora una volta hanno fatto saltare per aria un bancomat della Raiffeisen. I vicini raccontano di aver sentito un botto assordante e di aver visto del fumo come quello di un fungo atomico. Si vede che i delinquenti non hanno lesinato sugli esplosivi.

Self service per delinquenti

Anche il Gigi di Viganello ha capito che questa foffa è entrata in Svizzera attraverso un valico incustodito. Chiaro: le frontiere sono da tempo spalancate, e le zone di confine ticinesi (non solo nel Mendrisiotto!) sono diventate un vero e proprio self service per delinquenti! I quali attraversano i valichi con ingenti quantitativi di esplosivo. Quindi non proprio delle sostanze innocue. Non osiamo immaginare cosa accadrebbe nel caso di una manipolazione errata. Siamo di fronte ad un pericolo pubblico, ma naturalmente gli spalancatori di frontiere ro$$overdi – quelli che (tanto per dirne una) blaterano sulle microplastiche – tacciono omertosi.

E’ chiaro che dobbiamo chiudere le frontiere.  E che nessuno venga a raccontarci la fregnaccia che i delinquenti entrerebbero comunque dal confine verde. Dal confine verde non si entra in macchina con un carico di esplosivo; e ancora meno si scappa in auto con la refurtiva!

Decisione già presa

Come ben sappiamo, a Berna le Camere federali, in un (sempre più raro) sprazzo di lucidità, hanno deciso che i valichi secondari vanno chiusi di notte, approvando la mozione Pantani.  Ma cosa hanno fatto i burocrati bernesi? Si sono inventati la chiusura farlocca di soli tre valichi, ed oltretutto in prova per sei mesi. In altre parole: hanno disatteso sfacciatamente la decisione del parlamento. Il quale ha stabilito la chiusura notturna di tutti i valichi secondari. E in modo definitivo; non per sei mesi.

Poi cosa è successo? Terminato il periodo di prova, i camerieri dell’UE del Consiglio federale si sono presi altri sei mesi di tempo raccontando che occorreva stilare una valutazione dell’esperienza. In realtà non stavano valutando proprio un bel niente. La decisione era presa fin dall’inizio: la chiusura notturna dava fastidio ai vicini a sud, e dunque andava rottamata. Ecco così arrivare la storiella secondo cui la chiusura non servirebbe. E noi dovremmo bercela? Qui qualcuno è caduto dal seggiolone da piccolo!

La fregnaccia dell’inutilità

Del resto, a raccontare che le chiusure notturne “non servono”, sono gli stessi strapagati funzionari euroturbo che hanno tacciato di inutilità anche la richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio o del rinnovo di un permesso B o G. Quando invece tale richiesta ha impedito a centinaia di delinquenti pericolosi di stabilirsi in Ticino (senza contare quelli che, sapendo del casellario, hanno rinunciato a chiedere un permesso). Quindi: “inutile” in burocratese significa “sgradito ai vicini a sud”.

La Lega torna alla carica

E’ dunque chiaro che adesso la Lega torna alla carica: come diciamo da anni, di notte le frontiere devono essere chiuse (anzi: dovrebbero esserlo anche di giorno). Non solo tre, ma tutte! Se poi i vicini a Sud non sono contenti, tanto peggio per loro. Il gruppo parlamentare leghista in Gran Consiglio ha presentato già ad inizio settimana una proposta di risoluzione cantonale all’indirizzo del Consiglio federale. Evidentemente anche i rappresentanti della Lega a Berna torneranno a pretendere il rispetto di quanto è già stato deciso dal Parlamento.

Politica Xerox

Inutile dire che come al solito c’è chi, nella partitocrazia, ha pensato bene di saltare sul carro (politica Xerox). Vedi i deputati uregiatti del Mendrisiotto: anche loro, ma guarda un po’, adesso chiedono la chiusura notturna dei valichi. Peccato che il PPD, assieme al PLR ed al P$$ (solita formazione triciclata) da settimane vada in giro a strillare che gli svizzerotti devono lasciarsi disarmare dai funzionarietti di Bruxelles perché “bisogna salvare Schengen”. A parte il fatto che, come abbiamo ripetuto ormai fino alla nausea, non è affatto vero che in caso di rifiuto del Diktat disarmista di Bruxelles la Svizzera verrebbe espulsa da Schengen; è forse il caso di ricordare agli amici uregiatti che è proprio per colpa di Schengen che dobbiamo tenere le frontiere spalancate.Ma allora, cari politicanti della partitocrazia, decidetevi: le frontiere le volete aperte o chiuse? La risposta la sappiamo. Il triciclo vuole le frontiere spalancate, giorno e notte: “bisogna salvare Schengen!”. Le dichiarazioni in senso contrario sono solo fumo negli occhi con cui lorsignori pensano di prendere la gente per il “lato B” in prossimità degli appuntamenti elettorali. Ma, come recita il noto slogan: “non siamo mica scemi”!

Lorenzo Quadri

 

Diktat UE sulle armi: in gioco c’è la nostra indipendenza

C’è ancora qualche ora di tempo per mandare “affan” gli eurobalivi! Ogni voto conta!

 

Ci sono ormai ancora solo poche ore di tempo per votare NO al Diktat disarmista dell’UE. Il fronte dei favorevoli all’ennesima genuflessione davanti a Bruxelles si è prodotto in un quantitativo di panzane che ha ben pochi precedenti.

Tentare di sdoganare la tesi farlocca che “accettando la direttiva disarmista per noi non cambierebbe niente” vuol dire prendere la gente per fessa. Non solo con un sì la maggioranza della popolazione verrebbe privata del diritto di possedere armi normalmente in commercio, ma un sì equivarrebbe ad una rottamazione delle nostre leggi, delle nostre tradizioni, delle nostre libertà  e della nostra volontà popolare. E tutto questo per cosa? Per, ancora una volta, sottomettersi agli ordini di Bruxelles.

Solo il primo passo

E’ allarmante che rappresentanti ticinesi alle Camere federali non capiscano, o fingano di non capire, che la posta in gioco non è il numero di colpi che può contenere un caricatore, bensì l’indipendenza della Svizzera ed i nostri diritti popolari, che adesso il triciclo PLR-PPD-P$$ pretende di accantonare ogni volta che a Bruxelles qualcuno solleva un sopracciglio.

E’ poi non solo evidente, ma apertamente dichiarato, che la direttiva disarmista sul cui recepimento voteremo il 19 maggio è solo il primo passo. Ogni 5 anni ci saranno inasprimenti. Con l’obiettivo di arrivare al disarmo totale del cittadini onesti, che la totalitaria UE considera nemici. Una concezione dei rapporti tra cittadino e Stato che è diametralmente opposta, e dunque inconciliabile, a quella vigente in Svizzera, basata sulla fiducia reciproca. E le maggioranze politiche vogliono ora gettare alle ortiche anche questo valore svizzero per compiacere i loro padroni di Bruxelles. La svendita del Paese continua!

Giravolte indecorose

E’ infatti manifesto che l’attuale diritto svizzero delle armi non rappresenta alcun problema. A nessuno – ad eccezione dei compagni rossoverdi – verrebbe in mente di stravolgerlo se non ci fosse una pretesa europea in questo senso. Nel  febbraio 2011 i cittadini respinsero un’iniziativa di sinistra che proponeva limitazioni meno incisive di quelle attualmente sul tavolo. I partiti del cosiddetto centro si opposero a tale iniziativa. Ma oggi, tra i manutengoli del Diktat disarmista di Bruxelles, troviamo gli stessi parlamentari federali che 8 anni fa erano in prima fila nel comitato per la tutela dello statu quo. Come si spiega questa indecorosa giravolta? Semplice: perché adesso è l’UE a pretendere; e allora, secondo certi partiti e certi politici, “bisogna genuflettersi”! Ma a che livelli siamo scesi?

Ricatti ridicoli

Quanto alla minaccia dell’espulsione della Svizzera da Schengen/Dublino: è semplicemente ridicola. La permanenza del nostro Paese nello spazio Schengen non è una questione giuridica, bensì politica. Nessuno a Bruxelles ha interesse ad “epurarci”. Ne conseguirebbe infatti la rinuncia ai contributi elvetici, che ammontano a svariate decine di milioni di Fr annui, e alle informazioni che la Svizzera fornisce al sistema. A parte questo, l’importanza della banca dati Schengen è ampiamente (e strumentalmente) sopravvalutata: un po’ come, all’indomani dell’approvazione popolare dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, venne agitato lo spauracchio dell’esclusione della Svizzera dai programmi Erasmus plus, presentata come una catastrofe per il mondo universitario. Salvo poi accorgersi che questi programmi costano uno sproposito all’ente pubblico e sono frequentati da quattro gatti.

Va pure ricordato che la Svizzera aderisce a Schengen dal 2008; prima del 2008, il paese non viveva solo di pastorizia, come vorrebbero ora farci credere alcuni ambienti economici che per un franco svenderebbero la nonna, per cui figuriamoci la nazione. Nel 2008 c’erano più turisti di oggi, e non si formavano code chilometriche in dogana “causa visti”. Senza dimenticare che sono proprio gli accordi di Schengen a prescrivere le frontiere spalancate, con risultati deleteri per la sicurezza delle zone di confine (vedi l’epidemia di esplosioni ai bancomat).

Dublino in pericolo

Quando all’accordo di Dublino, quello che permette i famosi rinvii degli asilanti: esso è effettivamente minacciato, ma non certo da un eventuale rifiuto dei cittadini elvetici di farsi disarmare dai burocrati di Bruxelles, bensì dalle istanze europee a sostegno dell’immigrazione clandestina, che adesso viene ipocritamente definita “globale”. Le minacce all’accordo di Dublino vengono dall’UE e dal patto ONU sulla migrazione. Patto sostenuto proprio dalle stesse forze politiche che adesso si sciacquano la bocca con la fanfaluca di “Schengen/Dublino a rischio” nel goffo tentativo di giustificare l’ennesima capitolazione. Insomma, un coacervo di contraddizioni.

Votiamo un NO convinto alla direttiva UE sulle armi. Schengen non è in pericolo. La nostra indipedenza sì! C’è ancora qualche ora di tempo: sfruttiamola! Ogni scheda conta!

Lorenzo Quadri

Gli asilanti vanno rimpatriati

Consiglio federale allo sbando: finanziare chi assume finti rifugiati? Col piffero!

 

Da Berna è arrivato l’ennesimo schiaffone agli svizzeri senza lavoro, ticinesi “in primis”

Ma bene, i camerieri dell’UE in Consiglio federale continuano con le prodezze. Sicché diventa ora effettiva la geniale pensata dei megasussidi per favorire l’assunzione di finti rifugiati.

Quasi il 90% degli asilanti presenti in Svizzera – in altre parole: praticamente tutti – sono infatti a carico dell’assistenza. Questo vale, con piccole variazioni, per la totalità delle etnie. A cominciare da quella più rappresentata: gli eritrei. I quali sono tutti finti rifugiati. Ed infatti tornano in vacanza nel paese d’origine perché “lì è più bello”. Lampante dimostrazione che al paese d’origine non sono affatto in pericolo.

E allora qual è la bella pensata del governicchio federale? Foraggiare in grande stile chi assume finti rifugiati. Ben 12mila franchetti pubblici all’anno per 300 casi, per un totale di 11.4 milioni di Fr. Le assunzioni più sussidiate del sistema solare, ed a beneficiarne sono degli asilanti. Questo il progetto pilota (?) presentato nei giorni scorsi dal Consiglio federale.

A questo punto, alcune considerazioni “nascono spontanee”.

Cinque punti

Punto primo: sull’idoneità lavorativa degli asilanti sussiste più di un dubbio. Questi giovanotti africani con lo smartphone, oltre a non essere integrati, non sono nemmeno integrabili. Previsione del Mago Otelma: le assunzioni “a peso d’oro” andranno in palta nel giro di breve di tempo. I soldi spesi a tale scopo risulteranno spesi per niente.

Punto secondo:nel rispetto della decenza, del buonsenso, ma anche della Costituzione, deve valere la preferenza indigena: prima i nostri! Visto che i posti di lavoro non si moltiplicano come i pani ed i pesci del racconto biblico, l’assunzione di finti rifugiati va a scapito di quella di altri senza lavoro. In particolare di cittadini svizzeri lasciati a casa per assumere stranieri a basso costo. Si parla di sostituzione. E questa sostituzione dovrebbe ora venire finanziata con soldi pubblici? Ma anche no!

Punto terzo. E’ inaccettabile che quasi il 90% dei finti rifugiati sia in assistenza, e questo è evidente. Ma ciò non vuole affatto dire che costoro debbano lavorare al posto degli svizzeri e con soldi pubblici! Vuole invece dire che bisogna procedere con i rimpatri. Ovvero: i migranti economici in assistenza vanno rimandati a casa loro. La Svizzera, grazie alla casta spalancatrice di frontiere, è diventata il paese del Bengodi per tutti, tranne che per gli svizzeri (i quali però sono costretti a finanziare il Bengodi degli altri). Il deleterio andazzo deve finire. Anche perché è fondamentale ridurre l’attrattività del nostro paese per i migranti economici. Ma i consiglieri federali PLR Keller Sutter (KKS) ed Ignazio KrankenCassis, invece di rendere efficienti i rimpatri, si preoccupano di far lavorare i finti rifugiati a spese nostre. Sono le assunzioni degli svizzeri senza lavoro, giovani e meno giovani, che l’ente pubblico deve promuovere; non quelle degli asilanti!

Punto quarto. Gli 11.4 milioni sono il budget del progetto pilota. La stessa denominazione di “progetto pilota” è una presa per i fondelli. Anche il Gigi di Viganello ha capito che al progetto pilota farà seguito il solito studio FARLOCCO dal quale emergerà che l’iniziativa è una figata pazzesca, e quindi bisogna continuare e generalizzare. Quindi: quante centinaia di milioni di franchetti intendono farci spendere i politicanti del Consiglio federale per (tentare di) far lavorare i finti rifugiati a scapito dei cittadini svizzeri?

Punto quinto. E’ chiaro come il sole che, con il pretesto “populista” degli asilanti che devono lavorare invece di essere a carico dell’assistenza, si vuole semplicemente fare in modo che i migranti economici restino in Svizzera; quando invece bisogna rimandarli al natìo paesello. Ma, ancora una volta, la partitocrazia rifiuta di fare i compiti. A partire dai suoi esponenti nel governicchio federale. Perché, secondo la casta multikulti, “devono entrare e devono restare tutti”. A spese, naturalmente, degli svizzerotti “chiusi e gretti”.

Lorenzo Quadri

$inistra: indignazione pelosa

Il polverone sollevato per la trasmissione RSI “Politicamente scorretto” è ridicolo

L’establishment si strappa le vesti per due ragazze in tutina, mentre la propaganda politica di parte spacciata per “informazione” va bene. Ah già, ma trattandosi di propaganda di $inistra, pro-UE, pro-immigrazione e pro-populismo climatico, ovvio che la casta politikamente korretta non abbia nulla da dire…

 Certo che questa $inistra con la morale a senso unico è uno spettacolo! Qualche kompagno e kompagna ro$$overde in manco di visibilità, e pure in manco di meglio da fare, ha pensato ben di scatenare una shitstorm (=tempesta di cacca) sulla trasmissione “politicamente scorretto” della RSI. Quale la colpa del programma? Aver ideato uno sketch in cui il neo ministro della sanità, l’uregiatto Raffaele De Rosa, ospite della trasmissione, ed il conduttore Casolini dovevano indicare con una bacchetta sul corpo di due avvenenti ragazze in tutina alcune parti dell’anatomia umana. Dove si trova il muscolo sartorio? E il gemello? E così via… E questo ha scatenato l’ira funesta dei puritani e soprattutto delle puritane della gauche-caviar, che si sono messi a strillare sui media e sui social.

Come se il problema della RSI fosse uno show “trash” (simile a quelli mandati in onda sulle TV private del Belpaese, che però almeno non siamo tenuti a foraggiare) mentre invece la propaganda politica di parte spacciata per “informazione” va bene. Ah già, ma trattandosi di propaganda di sinistra, pro-UE, pro-immigrazione e pro-populismo climatico, ovvio che i compagni non abbiano nulla da obiettare, anzi…
Che poi a lamentarsi per il sessismo della trasmissione siano proprio quelli e quelle che stendono il tappeto rosso agli islamisti (perché “devono entrare tutti”, perché “non bisogna discriminare”, ed avanti con le amenità…) e quindi al diffondersi di un’incultura sessista e misogina – oltre che antisemita, cristianofoba, omofoba, ecc – è davvero il massimo.
I benpensanti signori e le benpensanti signore si lamentano per le ragazze in tutina; grazie alla loro politica spalancatrice di frontiere e multikulti, tra un po’ le donne non potranno più indossare né tutine né minigonne, ma solo palandrane. A Parigi un autista di bus islamista ha impedito a due ragazze in minigonna di salire. Ma naturalmente al proposito i sedicenti paladini dei diritti e delle libertà delle donne non hanno nulla da dire.

Ciliegina sulla torta: una deputata verde ha pure gratificato Casolini della qualifica di “viscido leccaculo”. Fosse stato un politico leghista a definire in modo analogo uno dei vari giornalai ro$$i che hanno colonizzato la Pravda di Comano, e che rispondono assai meglio a tale descrizione rispetto al povero Casolini, non osiamo immaginare la cagnara che i $inistrati della “correttezza nel confronto politico” avrebbero scatenato. Ma, ancora una volta, da quelle parti la morale è a senso unico.

“Mancanza di rispetto”

Inevitabilmente (?), il caso “tutine e bacchetta” ha subito suscitato le reazioni della casta politically correct. Il presidente della CORSI, l’uregiatto Gigio Pedrazzini, è corso a deplorare l’accaduto, idem l’inutile Consiglio del pubblico, organo colonizzato sempre dalla solita area politica e che conta meno del due di briscola. L’illustre Consiglio è riuscito a produrre in tempi brevissimi un torrenziale comunicato che polverizza tutti i record di logorrea e pedanteria. Questi consessi da tre e una cicca si scaldano tanto per una trasmissione d’intrattenimento, ma non fanno un cip per la continua propaganda politica di parte, finanziata col canone più caro d’Europa, che la RSI ci propina ogni giorno: perché la condividono, ovviamente. Questa sì che è mancanza di rispetto nei confronti del pubblico (pagante). Altro che gli isterismi sulle parti anatomiche indicate con la bacchetta!

Vertici pavidi

Degna di nota anche la pusillanimità degli strapagati vertici della Pravda di Comano che, al primo cip proveniente dalla $inistruccia esagitata, hanno calato le braghe ad altezza caviglia, scaricando in malo modo trasmissione e conduttore (Casolini è stato pure costretto a scusarsi e ad autofustigarsi sulla pubblica piazza). E questi sarebbero dei manager? Ossignùr!

Lorenzo Quadri

 

Ecco i grandi problemi del P$: i costumi da ginnastica!

Se le inventano tutte pur di non difendere i lavoratori e le lavoratrici ticinesi

 

Finalmente, grazie ad una pregevole e profonda interrogazione al governicchio presentata dalle deputate P$ Gina La Mantia e Tatiana Lurati, siamo in chiaro su quale sia la priorità dei $ocialisti (oltre naturalmente alle frontiere spalancate, al libero accesso a migranti di ogni ordine e grado, all’adesione all’UE, all’accoglienza di finti rifugiati, alle prestazioni sociali a go-go a stranieri furbetti, alle naturalizzazioni facili, all’islamizzazione della Svizzera, all’abolizione dell’esercito, alla rottamazione dei diritti popolari, alla sottomissione del paese ai giudici stranieri, al sabotaggio delle espulsioni dei delinquenti stranieri terroristi islamici compresi, ai moralismi a senso unico, alla scuola ro$$a, eccetera eccetera): l’abbigliamento sportivo femminile. 

Vade retro, “costumi sessualizzanti”!

Sicché, ecco le due granconsigliere di cui sopra scagliarsi tramite atto parlamentare contro il costume sgambato prescritto dall’Associazione cantonale ticinese di ginnastica per le discipline attrezzistiche, accusato di essere “discriminatorio e sessualizzante” oltre che “un ostacolo alle pari opportunità”. A noi che non siamo intellettualini rossi, bensì beceri leghisti, il nesso tra costume da ginnastica e pari opportunità sfugge. Così come pure ci sfugge la competenza del governicchio su un argomento del genere. Ci è invece chiaro che in casa P$, pur di non difendere i lavoratori e le lavoratrici ticinesi, si lanciano anche le fatwe contro le tenute da ginnastica, in quanto ennesimo frutto di una “società maschilista e patriarcale”. Insomma, roba da far tremar le vene ai polsi!

Le compagne sognano un luminoso futuro in cui le ragazze potranno graziosamente volteggiare alle parallele coperte da un burqa del peso di 15 kg, in modo da evitare qualsiasi sospetto di “sessualizzazione”. Curiosamente, lo zelo censorio delle due punte di diamante del P$ non si estende alle tenute sportive maschili, sulle quali – proprio in nome della “parità” – ci potrebbe essere altrettanto da dire.

Diversità?

Pur nella nostra conclamata ignoranza in storia dell’abbigliamento, siamo in grado di osservare che in Europa, se fino al XIII secolo i vestiti di uomini e donne erano sostanzialmente uguali (le stesse tuniche a forma di sacco che avrebbero fatto la gioia delle due interroganti) da circa 700 anni l’abbigliamento femminile sottolinea alcune parti anatomiche, e quello maschile ne sottolinea invece altre. Ma come: queste compagne che inneggiano al “valore della diversità” vorrebbero adesso negare le diversità stabilite da Madre Natura?

Come gli islamisti

L’aspetto inquietante è che da parte del P$  presunto difensore delle donne si sentono i medesimi ragionamenti degli estremisti islamici: no alla sessualizzazione (?) del corpo femminile e dunque – logica conseguenza – nascondiamo tutto sotto un pastrano integrale che copra dalla testa ai piedi. Le autocertificate paladine della condizione femminile vanno giulive a sposare la visione islamista: sessualizzazione = scandalo = bisogna coprirsi = chi non si copre è una svergognata. Certo che se è così che certe kompagne pensano di promuovere le pari opportunità, auguri!

Quadro preoccupante

L’interrogazione delle due deputate $ocialiste non è solo ridicola, ma è anche allarmante. E se a questa aggiungiamo la penosa cagnara sollevata, sempre dalle signore della gauche-caviar, contro il programma “politicamente scorretto” causa ragazze in tutine da ginnastica e la bacchetta per indicare le parti anatomiche, ne esce un quadro assai preoccupante della $inistruccia cantonticinese e dei suoi isterismi censori che farebbero impallidire il più intransigente calvinista dei tempi andati.

Il bello è che a sciacquarsi la bocca con il rispetto delle donne sono poi quelli e quelle che vogliono fare entrare tutti i migranti economici misogini e sessisti (oltre che razzisti, antisemiti, cristianofobi, omofobi) mettendo in pericolo in prima linea proprio le donne. E sull’ “innominabile” funzionario abusatore P$, e sui suoi superiori P$ che hanno messo a tacere le denunce nei suoi confronti, naturalmente, silenzio tombale. Ma forse, secondo le kompagne, sotto sotto la colpa era delle ragazzine abusate che indossavano vestiti “sessualizzanti”.

Non stiamo nella pelle

Attendiamo con curiosità di leggere la risposta del governicchio ad un atto parlamentare tanto pregnante, che ben evidenzia come il P$ elevi il livello del dibattito politico cantonticinese. Ovviamente, in nome della “trasparenza” tanto evocata a $inistra, vogliamo anche sapere quanto sarà costata, al solito sfigato (e sessista) contribuente, la risposta ai fondamentali quesiti sollevati dalle due statiste.

Lorenzo Quadri

“Rimesse”: è ora di tassarle

I migranti inviano ogni anno svariati miliardi di franchetti nei paesi d’origine

Se il Belpaese può, perché noi non potremmo?

Ma guarda un po’. Finalmente si comincia a parlare di rimesse. Che non sono i garage, ma sono i soldi che gli immigrati in Svizzera mandano nel paese d’origine. Curiosamente, il tema è stato sollevato la scorsa domenica dal Caffè della Peppina.

L’ammontare delle rimesse è assai difficile da calcolare. Per la Svizzera si parla di oltre otto miliardi all’anno, ma alcune stime indicano una cifra doppia. Su una cosa sono tutti d’accordo: la somma cresce. E, visto che si parla di una barcata di soldi, la cosa non può lasciare indifferenti.

Due questioni

Le rimesse pongono almeno due interrogativi.

  • Questi soldi che i migranti inviano al natìo paesello, sono frutto del lavoro o provengono da aiuti sociali? Se si stratta di soldi guadagnati, evidentemente, i proprietari li possono mandare a chi più gli aggrada. Ma se sono invece soldi delnostro Stato sociale, è evidente che bisogna intervenire, ovvero che bisogna tagliare i sussidi.
  • I miliardi fatti “espatriare” sfuggono al nostro circolo economico, in quanto verranno spesi all’estero. E allora, non sarebbe forse il caso di gravarli con una modesta tassa per far rimanere qui qualche soldino? Il Belpaese, ad esempio, ha di recente introdotto una tassa sulle rimesse dell’1.5%. Perché la Svizzera non potrebbe fare la stessa cosa?

Atto parlamentare

Le due questioni sono state sollevate da chi scrive all’indirizzo del Consiglio federale, tramite atto parlamentare. Inutile dire che la risposta è stata un njet su tutta la linea, condita dalle consuete fregnacce politikamente korrette. Tagliare i sussidi agli stranieri? Non sia mai! Dobbiamo continuare ad essere il paese del Bengodi per tutti, tranne che per gli svizzeri! Inoltre, indagare sulla provenienza delle rimesse sarebbe “troppo complicato”! Quanto alla proposta di introdurre una modesta tassa: “Sa po’ mia! E poi ci vuole una base costituzionale…”.

Fregnacce di comodo

Ohibò, qui c’è gente che sta davvero passando il limite. “Sa po’ mia” una fava: se l’Italia può, possiamo anche noi. Quanto alla base costituzionale mancante: è il colmo! Proprio i camerieri dell’UE che buttano nel water la Costituzione per inginocchiarsi davanti ai loro padroni di Bruxelles (vedi la rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio, vedi la calata di braghe davanti al Diktat disarmista in votazione oggi) quando fa comodo a loro pretendono di nascondersi dietro la Carta fondamentale.

Tanto per cominciare, se la base costituzionale per tassare le rimesse manca, nulla impedisce di crearla. Inoltre, è il caso di ricordare che il canone radioTV più caro d’Europa è stato trasformato in un’imposta SENZA uno straccio di base costituzionale. Per cui, cari signori “ministri”, certe fanfaluche le andate a raccontare a qualcun altro!

Avanti con la tassazione delle rimesse! E’ ora di piantarla con l’accanimento nei confronti degli svizzeri, mentre ai migranti viene applicato ogni tipo di trattamento di favore per paura di venire tacciati di “razzismo e xenofobia”.

Lorenzo Quadri

Informazioni manipolate per giustificare le braghe calate

I burocrati federali fanno di tutto e di più per esaltare gli accordi di Schengen/Dublino

Quando si dice l’informazione pilotata! Per la serie: “ma tu guarda i casi della vita”, di recente la SEM, Segreteria di Stato per la migrazione, ha reso noto che in Svizzera i rimpatri di finti rifugiati con il sistema Dublino funzionerebbero a meraviglia. Il sistema Dublino prevede in sostanza che le domande d’asilo vengano trattate nello Stato in cui sono depositate.

Mai per caso

Certe notizie non escono mai per caso. Escono per un motivo. Per trasmettere un messaggio. Ed il messaggio che i burocrati della SEM intendono far passare è il seguente: “bisogna salvare gli accordi di Dublino!”.

Ohibò. Come tutti sanno, è da vario tempo che il “sistema Dublino” viene messo in discussione a livello di Unione europea. Non risulta però che i camerieri dell’UE in Consiglio federale si siano tirati giù la pelle di dosso in sua difesa. Perché, dunque, questo improvviso entusiasmo?

Il 19 maggio

La risposta è semplice. Perché il 19 maggio si voterà sul recepimento in Svizzera del Diktat comunitario che vuole togliere ai cittadini onesti il diritto a possedere armi che si trovano normalmente in commercio.

Del tutto inutile nella lotta al terrorismo ed alla criminalità, il Diktat in questione è contrario alle nostre leggi, alle nostre tradizioni, alla nostra volontà popolare. Si tratta dell’ennesimo atto di arroganza, con cui i burocrati di Bruxelles pretendono di comandare in casa nostra. Ciononostante, il triciclo PLR-PPD-PSS, come sempre succube di Bruxelles (a cui regala addirittura i miliardi del contribuente) ha deciso di chinarsi a 90 gradi anche questa volta. Il 19 maggio il popolo avrà la possibilità di sconfessarlo respingendo la direttiva comunitaria. Una possibilità che è anche un dovere.

Terrorismo e ricatti

Non avendo uno straccio di argomento a sostegno dell’ ennesima invereconda calata di braghe, ecco che la partitocrazia, per convincere il popolo a seguirla, ricorre al ricatto ed al terrorismo. S’ inventa dunque la panzana secondo cui un No popolare al Diktat UE provocherebbe l’espulsione della Svizzera dall’accordo di Schengen, paventandone poi le conseguenze apocalittiche.

Evidentemente, si tratta di frottole. L’UE non ha alcun interesse a buttar fuori la Svizzera da Schengen. Al contrario, ha tutto l’interesse che vi rimanga.

Panna montata

Come logica vuole, per dare maggior peso alla fanfaluca sull’espulsione della Svizzera da Schengen/Dublino, si magnifica la portata di detti accordi. Ecco dunque proliferare i tentativi truffaldini di spacciarli per trattati di importanza capitale.

Sicché saltano fuori gli studi farlocchi, basati sul nulla, che ci raccontano favolette fantasiose su quanto costerebbe alla Svizzera l’uscita da Schengen. Da notare, per inciso, che detti accordi sono applicati nel nostro Paese dal 2008; forse che prima di quella data vivevamo in condizioni terzomondiste?

E adesso saltano fuori pure i presunti strepitosi successi del trattato di Dublino. Trattato che però, come detto, viene messo  in discussione all’interno della stessa UE.

Lavaggio del cervello

Siamo dunque davanti ad evidenti manipolazioni. Obiettivo: fare il lavaggio del cervello ai cittadini. La tattica non è affatto nuova. Venne utilizzata già nel 1992, nel tentativo di costringere i cittadini elvetici a votare l’adesione allo SEE. I votanti rifiutarono – determinante ai tempi fu il risultato ticinese – e nessuna delle previsioni apocalittiche si avverò. Ora la storia si ripete. Il 19 maggio, diciamo  NO alla genuflessione davanti al Diktat disarmista dell’UE. I burocrati di Bruxelles non hanno alcun diritto di comandare in casa nostra!

 

Ogni pretesto è buono pur di “conformarsi” alla fallita UE

Allucinante: anche il contrassegno CH sulle auto diventa una scusa per calare le braghe

 

Ohibò, ecco che inizia una nuova telenovela: quella dell’adesivo “CH” sui veicoli. Tale adesivo è obbligatorio per chi viaggia all’estero ed è già stato fonte di problemi. Questo perché i vicini del Belpaese, a seconda dell’umore e delle fasi lunari, di tanto in tanto si mettono a fare i capricci e a multare i veicoli con targhe rossocrociate che non ostentano il fatidico autocollante; e anche quelli che ce l’hanno, ma troppo piccolo (le dimensioni contano).

Convenzione di Vienna

Le base legale per le sanzioni ai veicoli privi dell’adesivo CH viene identificata (uella) nella Convenzione di Vienna sulla circolazione stradale del 1968, quindi un accordo non proprio recentissimo.

All’art. 37 capoverso 1 lettera a, la Convenzione recita quanto segue: “Ogni autoveicolo in circolazione internazionale deve recare nella parte posteriore, oltre al proprio numero di immatricolazione, il segno distintivo dello Stato in cui è immatricolato”.

Ora, le targhe svizzere comprendono sia la bandiera del Cantone che quella della Confederazione. Ma a quanto pare la bandiera non sarebbe un “segno distintivo” dello Stato ai sensi della Convenzione di Vienna: ci vuole la sigla. Il  famoso CH.

Non essendo degli intellettualini gauche-caviar, facciamo un po’ fatica ad immaginare, per una nazione, un segno più “distintivo” della bandiera. In particolare, non si capisce perché la bandiera sarebbe meno “distintiva” di una sigla.

Non certo irrisolvibile

Al di là di questo, il problema non sembra certo irrisolvibile. Basta che il governicchio federale mandi qualcuno dei suoi burocrati – di cui non c’è di sicuro carenza, essendo l’amministrazione bernese gonfiata come una rana – a chiarire alla comunità internazionale, magari tramite l’ausilio di qualche disegnino a beneficio dei più duri di comprendonio, che la bandiera è, a non averne  dubbio, un “segno distintivo” del Paese di provenienza, di modo che non ne servono altri. Non dovrebbe essere una fatica d’Ercole.

Questo per accontentare anche chi non ha apposto l’adesivo CH sulla propria vettura, o ne ha attaccato uno giudicato troppo piccolo, ed evitargli sanzioni in caso di passaggio della ramina.

Ci si potrebbe poi chiedere, ma questo è un altro discorso, per quale motivo qualcuno dovrebbe impuntarsi nel non apporre il famoso autocollante CH nelle dimensioni richieste. Ragioni estetiche? Sostenere che la sigla del nostro paese sarebbe una deturpazione, è una tesi piuttosto discutibile.

Diritti popolari scomodati

Come detto, il “caso” dell’adesivo CH, ammesso che di “caso” si tratti, sarebbe facilmente risolvibile mobilitando qualche galoppino della diplomazia federale non a rischio di burn out per il troppo lavoro.

Invece, ecco che qualche illuminato statista pensa di scomodare addirittura i diritti popolari. L’iniziativa “Integrazione del contrassegno nazionale nella targa”, lanciata ad inizio marzo, chiede infatti che sulle nuove targhe di veicoli e rimorchi figuri obbligatoriamente anche il segno distintivo CH. Il governicchio federale, rispondendo ad un’interrogazione sul tema, annuncia che “nei Cantoni  densamente popolati la scorta di targhe con sequenze  numeriche a sei cifre sarà presto esaurita” ciò che porterà ad un ripensamento complessivo del sistema. Quindi, nelle nuove targhe, la sigla CH sarà incorporata, sostituendo l’attuale adesivo.

Palla al balzo

E’ facile capire dove si andrà a parare: le targhe svizzere diventeranno uguali a quelle di un qualsiasi Stato della fallita UE. Addio bandierine – è roba da beceri nazionalisti! – e avanti con le siglette asettiche che tanto piacciono agli eurobalivi. Tutto fa brodo, pur di cancellare l’identità svizzera ed i suoi simboli. Invece di sistemare in quattro e quattr’otto un problemino di portata “micro”, si coglie la palla al balzo per “conformarsi” a quella UE in cui la partitocrazia PLR-PPD-P$$ ci vuole portare con la tattica del salame. Penoso.

Lorenzo Quadri

Non facciamoci calpestare dall’UE! Ogni voto conta!

Diktat disarmista: i sondaggi farlocchi sono una cosa, l’esito delle votazioni un’altra!

 

Secondo gli ultimi sondaggi, naturalmente commissionati agli istituti di regime, il Diktat con cui i funzionarietti di Bruxelles vorrebbero disarmare i cittadini svizzeri onesti verrebbe approvato il 19 maggio con il 60% dei voti. A sostenere i balivi dell’UE nel loro tentativo di comandare in casa nostra, oltre ai soliti camerieri del Consiglio federale, anche la partitocrazia calabraghista PLR-PPD-P$$.

Il Diktat UE – contrario alla nostra legge, alle nostre tradizioni, alla nostra volontà popolare – viene sostenuto raccontando macroscopiche frottole. Ad esempio, che in concreto non cambierebbe nulla:

  • balle, perché alla maggioranza dei cittadini onesti verrebbe impedito l’accesso ad armi normalmente in commercio;
  • balle, perché il Diktat prevede una clausola con inasprimenti regolari. Sicché, tra qualche anno, verranno ritirate anche le armi d’ordinanza dei militi. Il presidente della Commissione UE “Grappino” Juncker ha dichiarato pubblicamente che l’attuale direttiva è solo un primo passo.

Fregnacce su Schengen

Altro esempio delle fandonie dei calabraghisti: in caso di No al Diktat, Schengen sarebbe in pericolo. Ma evidentemente nessuno a Bruxelles ha interesse ad espellere la Svizzera da Schengen. Dunque, la partecipazione elvetica a detto trattato non è per nulla in pericolo; mentre la nostra libertà, la nostra sovranità e la nostra autonomia lo sono eccome!

Che la nuova imposizione di Bruxelles aumenterebbe la sicurezza in Svizzera, o addirittura che servirebbe a contrastare il terrorismo islamico, è una tale fregnaccia che più nessun politicante, opinionista o mitomane tuttologo con un minimo di decenza si azzarda più a raccontarla.

E Dublino?

A proposito dell’accordo di Schengen, è bene puntualizzare un paio di cosette. Tanto per cominciare, bisogna parlare di accordi di Schengen-Dublino. La parte Dublino, l’unica di un qualche interesse per la Svizzera, notoriamente è quella che prevede che i finti rifugiati vengano assegnati allo Stato firmatario in cui hanno depositato la prima domanda.

Ebbene, adesso la partitocrazia calabraghista istericamente strilla che, se gli svizzerotti non si chineranno per l’ennesima volta a 90 gradi davanti a “Grappino” Juncker ed ai suoi tirapiedi, salteranno gli accordi di Dublino, e quindi addio rinvii. Accipicchia!

 Peccato che:

1) come detto, gli accordi di Schengen/Dublino non sono affatto in pericolo in caso di Njet al Diktat disarmista di Bruxelles.

2) Cosa, invece, porterà alla fine certadell’accordo di Dublino? Risposta: il demenziale Patto ONU sulla migrazione, che trasformerà l’immigrazione clandestina non solo in un diritto, ma addirittura in un diritto umano!

Al momento, ma tu guarda i casi della vita, del Patto ONU non si parla più. Chiaro: le elezioni federali si avvicinano. Ma, una volta che l’appuntamento con le urne sarà stato lasciato alle spalle…

E chi vuole a tutti i costi  il Patto ONU che rottamerà il magnificato accordo di Dublino? Ma la stessa partitocrazia PLR-PPD-P$$ che adesso starnazza a Schengen/Dublino in pericolo se i votanti non accetteranno il Diktat disarmista dell’UE! Se questa non è una presa per i fondelli…

Un problema di tutti

Il sondaggio dell’establishment, evidentemente pilotato, vuole far credere che la maggioranza degli svizzeri sia pronta a calare le braghe davanti all’UE, permettendo ai funzionarietti di Bruxelles di comandare in casa nostra. Che la partita non sarebbe stata facile è noto fin dall’inizio. Ma i sondaggi farlocchi, come noto, possono anche venire smentiti. Idem dicasi per la stampa di regime, la quale ipocritamente tenta di far credere che la direttiva disarmista riguardi solo i tiratori, i cacciatori ed i collezionisti di armi; quando invece tocca direttamente tutti i cittadini in quanto in gioco ci sono, come detto, la nostra autonomia e la nostra sovranità. Quindi: diamoci da fare in questi ultimi giorni. Tutti a votare e a far votare NO al Diktat disarmista! Balivi UE, föö di ball! Ogni voto conta!

Lorenzo Quadri

 

 

 

Clima: la scusa per svenderci

Il populismo ambientalista è solo un tranello per favorire gli euroturbo alle elezioni

Alla faccia del populismo climatico sul riscaldamento terrestre, e la conseguente pretesa di interventi talebani, di recente ha fatto un freddo pinguino. Per qualche motivo misterioso, che di sicuro non c’entra un tubo con la protezione dell’ambiente ma che ha invece molto a che fare con interessi economici e politici, i politicanti della casta applaudono giulivi le esternazioni grottesche di una ragazzina svedese che bigia la scuola e che di climatologia ne capisce quanto il Gigi di Viganello; anzi, probabilmente ancora meno.

L’obiettivo dell’ennesimo fenomeno mediatico costruito sul nulla (vedremo quanto durerà) è, evidentemente, quello di influenzare in senso ro$$overde i risultati delle elezioni.  E non tanto per le posizioni climatiche di tale area, bensì per le altre. Perché – in piena contraddizione con la tutela dell’ambiente – i sedicenti ecologisti sono degli spalancatori di frontiere euroturbo. Sono tra quelli che promuovono l’immigrazione incontrollata (disastrosa per il  nostro ambiente: perché siamo qui in troppi, come riconosceva chiaramente l’iniziativa Ecopop); sono tra quelli che sostengono la libera circolazione delle persone e quindi l’assalto di 65mila frontalieri uno per macchina; e sono pure tra quelli che vogliono addirittura lo sconcio accordo quadro istituzionale, che spalancherà le porte della Svizzera ai TIR UE da 60 tonnellate.

E’ dunque evidente che il populismo climatico diventa il cavallo di troia per sdoganare ben altre posizioni, deleterie per il futuro del paese. Sicché votare chi lo cavalca è un atto ad alto contenuto autolesionista.

L’ultima trovata

Inutile dire che la stampa di regime monta la panna alla grande sul populismo climatico. Vedi l’enfasi data all’ultima “cagata pazzesca” (cit. Fantozzi) del WWF, secondo la quale nei primi quattro mesi dell’anno la Svizzera avrebbe già esaurito le risorse naturali a sua disposizione per il 2019. Punto primo: se la Svizzera esaurisce le risorse a sua disposizione in 4 mesi, allora molti altri paesi le esauriscono in 4 giorni, dal momento che, dalle nostre parti, non c’è mai stata più attenzione di ora all’ecologia. Sarebbe interessante sapere quali paesi non le esauriscono anticipatamente, le loro risorse; a parte forse la Lapponia e la Groenlandia, per mancanza di abitanti.

Naturalmente i $inistrati del WWF si guardano bene dal dire che, magari,  le risorse della Svizzera sono state consumate prima del tempo (ammesso e non concesso che sia davvero così) semplicemente perché, come detto prima, siamo qui in troppi. E allora ringraziamo gli spalancatori di frontiere rossoverdi.

E’ poi scontato che simili studi ciofeca vengano utilizzati – oltre che per fare propaganda politica agli spalancatori di frontiere col risultato di aggravare ulteriormente il bilancio ecologico – per sdoganare sempre nuove vessazioni statali nei confronti dei cittadini. Tramite queste misure vessatorie, ma tu guarda i casi della vita, l’ente pubblico fa cassetta!

Stop ARE!

Ed infatti, come sappiamo, il Consiglio federale sta esaminando l’ennesimo programma deleterio mirato a ulteriormente perseguitare e tartassare gli automobilisti, proposto dai talebani dell’ARE (Ufficio federale per lo sviluppo territoriale). Chi scrive ha presentato nei giorni scorsi una mozione contro nuove misure vessatorie ai danni degli automobilisti.

Peccato che poi i camerieri dell’UE in Consiglio federale, quelli che pretendono di imporre agli altri divieti, tasse e balzelli con la scusa della protezione dell’ambiente, sono poi i primi ad impiparsene quando si tratta di dare l’esempio. Di recente infatti la SonntagsZeitung ha evidenziato come i Consiglieri federali a parole predichino l’efficienza energica (agli altri) ma, per quel che li riguarda, “viaggiano con auto di lusso Mercedes di categoria energetica E ed F, nonché con motori diesel, quindi altamente inquinanti. Il che non rispetta nemmeno la legge, dal momento che l’ordinanza sui veicoli della Confederazione vieta l’acquisto di veicoli con categorie di efficienza energetica  E, F e G”.E nemmeno il resto dell’amministrazione federale risulta particolarmente virtuoso. Delle 1685 vetture acquistate negli ultimi quattro anni, solo 754 erano di categoria B. Le altre ricadevano in fasce peggiori. 270 addirittura in quelle vietate (dalla E alla G). E le vetture ibride acquistate nel quadriennio sono state solo 9.

L’esempio

Hai capito i “grandi statisti” del Consiglio federale? Hai capito i burocrati dell’amministrazione federale, gonfiata come una rana? Ecco un bell’esempio di “predicare acqua e bere vino”!

E questa gente ha poi la faccia di tolla criminalizzare i soliti sfigati automobilisti accusandoli di inquinare scriteriatamente? Ma mandiamoli affan…!

Lorenzo Quadri

 

Bandiera UE: va messa nel rüt!

Fate sapere ai municipali del triciclo cosa ne pensate del lenzuolo blu stellato

 

Ha giustamente suscitato vivo malcontento la decisione di un certo numero di municipi – ci piacerebbe avere l’elenco completo – di esporre la bandiera UE domenica scorsa 5 maggio. Il vessillo blu con le 12 stelle faceva brutta mostra di sé anche su Palazzo delle Orsoline dove, per lo meno, era accompagnato dalla bandiera ticinese e da quella svizzera. A poche centinaia di metri, sul municipio di Bellinzona – sindaco P$, maggioranza radiko$ocialista – la bandiera dell’UE sventolava da sola al posto d’onore, oltretutto in anticipo (era esposta già sabato 4 maggio). Sicché lo sgradevole spettacolo si è protratto per due giorni. Molti cittadini non hanno mancato di esprimere il proprio fastidio (eufemismo). Le segnalazioni giunteci in redazione si sprecano.

Messaggio chiaro

La bandiera UE viene esposta il 5 maggio, in occasione della ricorrenza della fondazione del Consiglio d’Europa (5 maggio 1949), di cui la Svizzera fa parte dal 1963. La bandiera del Consiglio d’Europa è poi stata mutuata dall’UE.

A parte il fatto che anche sull’utilità della permanenza svizzera nel Consiglio d’Europa si potrebbe disquisire a lungo, “gli è che” la bandiera di detto inutile organismo è ormai quella che indentifica la fallita (dis)unione europea. Di conseguenza, è inutile nascondersi dietro i distinguo tra il Consiglio d’Europa e l’UE. Queste sono pippe mentali.

Il messaggio trasmesso al cittadino esponendo fuori dai municipi – in genere, oltretutto, da sola; quindi senza altri vessilli federali, cantonali e comunali – la bandiera blu stellata, è che si sta omaggiando l’UE.

Quindi, un atto servile nei confronti dei funzionarietti di Bruxelles. Quelli ai quali la partitocrazia PLR-PPD-P$$ regala i miliardi del contribuente (vedi la marchetta da 1.3 miliardi “per oliare”, recentemente decisa dalla maggioranza del parlamenticchio federale). Quelli che, per tutto ringraziamento, ci ricattano e ci discriminano. Quelli che – soprattutto – pretendono la firma dello sconcio accordo quadro istituzionale (che permetterebbe all’UE di letteralmente dettare legge in casa nostra in ambiti di importanza fondamentale).

Quelli che pretendono pure di disarmare i cittadini svizzeri onesti con lo squallido Diktat su cui voteremo il prossimo 19 maggio (tutti a votare NO all’ennesima calata di braghe!). Quelli che, tanto per non farsi mancare nulla, ci inseriscono pure nelle liste grigie dei paradisi fiscali. E l’elenco potrebbe continuare.

Föö di ball!

E’ quindi pacifico che di bandiere dell’UE in casa nostra non ne vogliamo vedere. Né il 5 maggio né in qualsiasi altro giorno. La parola d’ordine è: eurobalivi, föö di ball!

La contrarietà (inkazzatura) dimostrata dai cittadini nel trovarsi il vessillo di “Grappino” Jucker sui rispettivi municipi, è anche un monito al triciclo PLR-PPD-P$$. Ricordiamo infatti che la partitocrazia, una volta passate le elezioni federali (prima il rischio elettorale sarebbe troppo alto) si chinerà a 90 gradi ed accetterà di sottoscrivere lo sconcio accordo quadro internazionale. A quel punto, solo un referendum potrà salvare il futuro della Svizzera.

Grazie, cancelliere PLR!

Ma perché la bandiera UE viene esposta? A chiedere di issarla è la Cancelleria dello Stato (cancelliere PLR) tramite lettera circolare inviata ai Comuni. Evidentemente, non tutti danno seguito all’invito. I municipi con maggioranze euroturbo come Bellinzona – che ha pure il $indako $ocialista il quale scrive articoli pieni frottole a sostegno del Diktat disarmista dell’UE –  corrono entusiasti ad eseguire. Altri invece, come Lugano, ma anche Locarno, non ci pensano proprio.

Sarebbe bene che i cittadini di quei Comuni dove i politicanti del triciclo PLR-PPD-P$$ si ostinano ad esporre la bandiera UE facessero sapere ai loro rappresentati (?) cosa ne pensano di una simile iniziativa.

E sarebbe anche ora che la Cancelleria dello Stato, data la posizione della larga maggioranza dei ticinesi che ha sempre respinto gli accordi con l’UE, la piantasse di mandare in giro inviti ad esporre la bandiera di un club sovranazionale che di certo NON è amico del nostro Paese.

Tanto per gradire, si ricorda che in Danimarca, Stato membro dell’Unione e europea, di panni blu con le stelle non se ne vede nemmeno uno.

Lorenzo Quadri

Si sono bevuti il cervello!

(Im)mobilità: perseguitano gli automobilisti e aumentano i prezzi dei mezzi pubblici

 

Ohibò, qui ci sono dei manager (“magnager“) e dei politicanti che ci stanno prendendo per i fondelli in grande stile.

Nei giorni scorsi è infatti uscita la notizia che da dicembre 2021 il prezzo dell’abbonamento generale (AG) potrebbe aumentare del 10%. Di conseguenza un AG di seconda classe verrebbe a costare 4250 franchetti, e scusate se sono pochi.

Questo perché il solito gremio di scienziati, composto da rappresentanti di 250 aziende di trasporto, FFS in primis, ha decretato che l’abbonamento generale sarebbe oggi “troppo conveniente” ed il rapporto qualità-prezzo troppo vantaggioso. Si prende dunque atto che essere convenienti è una pecca: il cittadino-utente non è spremuto a sufficienza, urge rimediare!

La stangata

La notizia si è rapidamente diffusa Oltregottardo sicché le FFS hanno pensato bene di metterci una pezza, diramando un comunicato in cui dichiarano di volere la stabilità dei prezzi. Poiché è da un po’ che non crediamo più a Babbo Natale, questa storiella non ce la beviamo. Il Mago Otelma prevede che al momento “giusto”, con una qualche scusa farlocca, la stangata arriverà.

Se vogliamo parlare di rapporto qualità-prezzo è forse il caso di ricordare agli alti papaveri ferroviari che la qualità del servizio sulla linea del Gottardo scade sempre di più. La puntualità è ormai diventata una chimera. Che la colpa sia il più delle volte di “eventi avvenuti all’estero” (nel Belpaese), come si premurano di annunciare gli altoparlanti delle stazioni, interessa assai poco, dato che il disservizio avviene in Svizzera ed i biglietti vengono pagati a prezzi svizzeri. Altro che “va tutto bene”, altro che “l’è tüt a posct”, come si ostinano a ripetere con bella regolarità i capoccioni ferroviari!

Il nuovo “piano”

Quindi: mentre da un lato la Confederella con misure persecutorie nei confronti degli automobilisti vuole incentivare il trasporto pubblico, dall’altro un’ex regia federale (le FFS) scoraggia gli utenti del trasporto pubblico a suon di disservizi e di annunciati aumenti di prezzo.

Ricordiamo infatti che, con la scusa della promozione dei mezzi pubblici, il Consiglio federale sta esaminando un nuovo “piano” contro gli odiati automobilisti, che prevede tra l’altro: meno parcheggi (e più cari), più zone senz’auto, limiti di velocità più stringenti e benzina più cara.
Ancora una volta, i burocrati federali se ne escono con proposte teoriche ed estremiste. Fingono di dimenticarsi del fatto che molti cittadini, specie nelle regioni periferiche, non hanno alternativa all’automobile. E che gli automobilisti sono già tartassati e criminalizzati ad oltranza.

Il populismo climatico, peraltro privo di basi scientifiche, è diventato  il pretesto per infierire ulteriormente su un’importante categoria di cittadini, gli automobilisti appunto, sempre più trasformati in mucche da mungere a beneficio delle casse statali. Come era scontato, l’arrivo al Dipartimento dei trasporti della kompagna Sommaruga ha ridato slancio alla jihad ro$$overde contro la mobilità privata.

Siamo qui in troppi

Quindi da un lato la Confederazione continua a vessare gli automobilisti per costringerli ad usare i mezzi pubblici, anche dove non ci sono. Dall’altro sempre la Confederazione (FFS) invece di aumentare l’attrattività dei mezzi pubblici li rende più cari, mentre l’efficienza va a ramengo.

Sarà anche vero che in Svizzera c’è un problema di mobilità. Ma la colpa è di chi ha spalancato le frontiere all’immigrazione incontrollata. Non solo siamo qui in troppi ma c’è anche chi – Ticino in primis  – si deve sorbire tutti i giorni l’invasione dei frontalieri che arrivano uno per macchina. Quindi è sull’immigrazione che bisogna intervenire. Ma figuriamoci se la partitocrazia si sogna di farlo. Guai! Il tema è tabù! Assestare ulteriori randellate agli sfigati automobilisti ed aumentare il prezzo dell’abbonamento generale con la scusa che sarebbe “troppo conveniente” è molto più facile, oltre che più politikamente korretto!

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Fermare subito i versamenti!

500 milioni di Fr regalati alla Polonia, la cui economia cresce più della nostra!

Marchette all’UE: i politicanti bernesi ci prendono pure per i fondelli con comunicati dai toni trionfalistici

Gli strapagati burocrati internazionalisti della Confederella, manifestamente in sovrannumero, continuano a prendere i cittadini per il lato B.

L’ultima invereconda iniziativa: i comunicati dai toni trionfalistici sull’utilizzo del primo contributo di coesione che abbiamo versato alla fallita UE.

Si tratta, anche in questo caso, di 1,3 miliardi di franchetti di proprietà del solito sfigato contribuente finiti nelle casse degli (allora) nuovi Stati membri dell’Europa dell’Est. Il regalo venne purtroppo approvato nel novembre 2006 in votazione popolare (non dal Ticino, e la Lega si batté contro il versamento).

“Centinaia di progetti”

Ebbene, con incredibile faccia di tolla i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale ed i loro burocrati-tirapiedi si bullano di aver finanziato, con i nostri soldi, “centinaia di progetti” nell’est europeo.

Centinaia di progetti da cui, naturalmente, il nostro Paese non ha tratto alcun vantaggio. Ma del resto, siamo svizzerotti fessi per qualcosa…

Di più: centinaia di progetti che sono semmai serviti a migliorare le condizioni quadro per gli insediamenti aziendali nei “nuovi “ Stati membri UE. Così magari, grazie agli aiuti ricevuti dalla Svizzera, qualche società internazionale penserà bene di delocalizzare in Polonia o in Bulgaria, cancellando impieghi da noi.Per la serie: oltre al danno, la beffa.

Scandalo polacco

Il colmo è che la principale beneficiaria della manna elvetica è la Polonia, la quale ha ricevuto  in dono MEZZO MILIARDO. Non si è mai visto che uno Stato facesse ad un altro un regalo di una simile portata. Al massimo in caso di risarcimenti di guerra. Ma non risulta che la Svizzera abbia mai invaso la Polonia (qualcuno, nel secolo scorso, l’ha fatto; ma non eravamo noi).

Ora: la Polonia – udite udite – è una delle economie più dinamiche dell’UE. Non solo, ma il suo tasso di crescita è ben superiore a quello elvetico: 5% nel 2018 ed una previsione del 3.7% per il 2019, contro il 2.5% del 2018 ed il previsto 1.1% del 2019 della Confederella.

Sicché, i camerieri dell’UE in Consiglio federale tolgono soldi ai loro concittadini per versarli ad un paese UE dove l’economia cresce… più che da noi! Ci fosse un premio Nobel per l’autolesionismo, i politicanti bernesi se lo aggiudicherebbero ogni anno.

Il travaso continua…

Inutile dire che i contributi di coesione miliardari sono perfettamente inutili nella riduzione dell’immigrazione. Ed infatti questo argomento, che nel 2006 veniva ripetuto ad oltranza a mo’ di lavaggio del cervello, è “stranamente” finito nel dimenticatoio.
A non essere finito è invece, ahinoi, il travaso alla fallita UE di MILIARDI dei nostri franchetti; soldi di cui avremmo urgente bisogno per le nostre necessità.

Come noto la partitocrazia PLR-PPD-P$$ alle Camere federali ha infatti deciso nei mesi scorsi di regalare altri 1.3 miliardi a Bruxelles. Senza alcuna contropartita ma, come ha ben spiegato l’eurosenatore PPD Pippo Lombardi – il cui voto è stato determinante per l’approvazione della maxi-marchetta nella Commissione di politica estera del Consiglio degli Stati – “per oliare”.

… ed i ricatti pure

I risultati di detta lubrificazione sono del tutto inesistenti. Bruxelles continua a ricattarci, a discriminarci ed a pretendere di comandare in casa nostra (vedi Diktat disarmista, vedi accordo quadro, vedi liste grigie su cui continuiamo a figurare, vedi…).

Le condizioni di “non discriminazione della Svizzera” poste per il versamento del nuovo pizzo miliardario sono, evidentemente, una farsa. Un bluff dei politicanti del triciclo, nel vano tentativo di nascondere agli elettori la propria sudditanza nei confronti dell’UE. Inoltre: è assolutamente scandaloso che dobbiamo pagare tangenti miliardarieper non farci discriminare da un’entità con cui intratteniamo relazioni bilaterali e che la casta insiste nel dipingere come amica; bella amicizia! Ma neanche a Corleone…

E l’AVS?

Intanto però la partitocrazia da un lato regala miliardi all’UE, dall’altro viene a dirci che le casse dell’AVS sono vuote. E’ evidente che a Bruxelles non va più versato nemmeno un centesimo, ed i soldi vanno utilizzati per le nostre necessità interne. Altrettanto evidente è che la spesa miliardaria per l’asilo e per gli aiuti all’estero va decurtata, ma alla grande. La pacchia è finita!

Con l’accordo quadro…

E per finire ricordiamoci bene di una cosa. Il triciclo PLR-PPD-P$$ brama lo sconcio accordo quadro istituzionale. Ebbene, con questo accordo i contributi di coesione all’UE diventeranno ricorrenti ed automatici.Gli svizzerotti pagheranno MILIARDI su MILIARDI senza più poter dire nemmeno un cip. Grazie politicanti della partitocrazia! Certo che, se i cittadini continuano ad eleggere certi personaggi…

Lorenzo Quadri

 

 

L’islam si allarga in politica

In Francia sarebbe stata presentata una lista islamista per le elezioni europee

 

Ah beh, questa ci mancava! Secondo una notizia di France info, ripresa venerdì dal sito LesObservateurs.ch, nell’ “esagono” sarebbe stata presentata una lista islamista per le elezioni europee. Pur depositata in ritardo, la lista sarebbe comunque stata convalidata dal Consiglio di Stato.

La lista, dalla denominazione politikamente korrettissima “Unione per un’Europa al servizio dei popoli”, è un’emanazione dell’ “Unione dei democratici musulmani francesi”. E a questo punto è tutto chiaro: siamo davanti all’ennesima manifestazione dell’islam politico.

Questione di tempo

In attesa di conferme o smentite, è evidente che la massiccia discesa in politica dell’islam – magari mascherato dietro qualche opportuno camuffamento per meglio infinocchiare i buonisti-coglionisti –  è solo questione di tempo. Anche alle nostre latitudini. Qua e là iniziative in questo senso fanno già capolino. Nel Canton Vaud ad esempio un anno e mezzo fa, in occasione della raccolta di firme contro la normativa anti-accattonaggio decisa dal parlamento cantonale (NB: il Gran Consiglio vodese non è di sicuro un covo di beceri leghisti, populisti e razzisti), un’associazione musulmana ha preso apertamente posizione a sostegno del referendum, facendo riferimento al Corano.

Una futura lista politica islamista in Svizzera, che con la tattica del salame (una fetta alla volta) punterebbe, è evidente, alla sostituzione delle regole del nostro Stato di diritto con precetti coranici, non farebbe troppa fatica né a trovare i candidati, e nemmeno a trovare i voti. Ringraziamo le naturalizzazioni facili volute della partitocrazia multikulti.

Il rapporto farlocco

Intanto, per meglio prendere per i fondelli il popolazzo, il Consiglio federale ha di recente redatto il suo primo rapporto annuale nell’ambito della Legge sulle attività informative. Nel documento, ma tu guarda i casi della vita, i camerieri dell’UE esprimono la propria preoccupazione per l’accresciuta minaccia rappresentata dal terrorismo islamico.  Anche in casa nostra. Peccato però che poi non facciano assolutamente un tubo per contrastare l’avanzata islamista, e quindi la radicalizzazione. I finanziamenti esteri alle moschee continuano ad essere consentiti; l’assistenza facile a migranti economici islamisti (che poi passano le giornate a radicalizzare, mantenuti dal contribuente) è sempre versata; gli svizzeri di carta partiti per combattere la Jihad rientrano nel nostro Paese; la partitocrazia rifiuta istericamente di espellere i terroristi islamici se questi si troverebbero in pericolo nel paese d’origine. Qui siamo al livello di chi predica i rischi del fumo e poi consuma quattro pacchetti di sigarette al giorno. Intanto la Svizzera si trasforma sempre più nel paese del Bengodi per gli estremisti islamici. E per questo sappiamo chi ringraziare!

Lorenzo Quadri

 

Solo fandonie per permettere a Bruxelles di dettarci legge

Il Diktat disarmista dell’UE? Un deleterio precedente da respingere! Mentre il triciclo…

 

Il 19 maggio si voterà sul diktat dell’UE che, sfruttando cinicamente il pretesto della “lotta al terrorismo“ (perché solo di pretesto si tratta) mira a disarmare i cittadini onesti.

Pur di genuflettersi davanti all’ennesima prepotenza di Bruxelles la maggioranza politica, ovvero il solito triciclo euroturbo PLR-PPD-PSS, non esita a fare strame delle nostre tradizioni, della nostra volontà popolare, delle nostre leggi, del nostro diritto delle armi: ovvero, di un sistema che funziona benissimo da oltre un secolo e mezzo.

Evidentemente, per certi politicanti, non esiste sacrificio troppo grande pur di compiacere (qualcuno direbbe: “oliare”) i burocrati di Bruxelles.

I sostenitori dell’ennesima capitolazione davanti all’Unione europea difendono il recepimento della direttiva disarmista con una lunga serie di fandonie.

Tante panzane

  • “Schengen è in pericolo!”. La permanenza della Svizzera all’interno dello spazio Schengen (sulla cui opportunità si potrebbe peraltro disquisire a lungo) non sarebbe affatto in discussione, anche in caso di No popolare alla direttiva UE. La permanenza della Svizzera nello spazio Schengen è una questione politica e non giuridica. In caso di divergenze su temi quali la legislazione sulle armi, come spiegava lo stesso Consiglio federale nel 2005 ai tempi della votazione popolare su Schengen, i trattati prevedono che si trovi una soluzione pragmatica per la continuazione dell’accordo. Forse che l’UE avrebbe un qualche interesse a rifiutare la ricerca di una “soluzione pragmatica” e ad espellere la Svizzera da Schengen? Rinunciando alle decine di milioni che essa paga ogni anno, ed alle informazioni che fornisce? Forse che l’UE sarebbe d’accordo di conferire al nostro paese la facoltà di reintrodurre controlli sistematici sul confine, magari in funzione antifrontalieri, per la gioia dei vicini a sud? Ma non facciamo ridere i polli!
  • “L’espulsione della Svizzera da Schengen avrebbe conseguenze catastrofiche sulla sicurezza, sul turismo, e genererebbe code al confine”. A parte che, vedi al punto precedente, non ci sarà nessuna epurazione. Qualcuno farebbe bene a ricordarsi che gli accordi di Schengen sono in vigore in Svizzera dal 2008. Quindi da appena 10 anni. Non da mille. Forse che 10 anni fa il nostro Paese versava nella situazione disastrosa che adesso la maggioranza PLR-PPD-PSS paventa a scopo di lavaggio del cervello? Ma quando mai! 10 anni fa il turismo girava meglio di adesso, di frontalieri ce n’erano già troppi, eppure non si formavano code quotidiane fino a Milano. Quanto alle tanto magnificate banche dati di Schengen: la loro importanza nella lotta alla criminalità è ampiamente sopravvalutata, per evidenti fini politici. Non sono certo l’unico strumento, e nemmeno il più efficace, vista la scarsa qualità dei dati immessi da vari Paesi membri.
  • “La direttiva UE serve a combattere il terrorismo”. Falso. La direttiva UE è del tutto inutile a tale scopo. Non c’è un solo atto di terrorismo islamico che sia stato commesso con armi legalmente dichiarate. I terroristi ed i criminali continueranno a procurarsi le armi da fuoco – quando se ne servono – sul mercato nero. Che non è toccato in nulla dal Diktat comunitario. La direttiva UE vuole, semplicemente, impedire ai cittadini onesti il possesso di armi. Disarmare i cittadini è una mossa tipica dei regimi totalitari. Come limitare la libertà d’espressione. Bruxelles fa entrambe le cose. Infatti le sue derive antidemocratiche sono evidenti.
  • “Accettando la direttiva UE non cambia praticamente nulla”. Il Diktat UE introduce, tra l’altro, proprio quelle misure che erano state respinte in votazione popolare nel febbraio 2011, come la clausola del bisogno e l’obbligo di registrazione a posteriori. Un sì il 19 maggio permetterebbe quindi a Bruxelles di dettar legge in Svizzera contro la volontà popolare. E avrebbe anche delle conseguenze immediate: la maggior parte dei cittadini onesti perderebbe il diritto di detenere una normale arma da fuoco. Questo diritto esiste in Svizzera dal 1848. E soprattutto: la direttiva comunitaria prevede un inasprimento a cadenza quinquennale. A cui naturalmente le pavide autorità elvetiche non potranno (né vorranno) opporsi. Nel giro di pochi anni dunque, con la più classica tattica del salame, si arriverebbe al disarmo totale dei cittadini. Il presidente della Commissione UE Juncker l’ha dichiarato senza mezzi termini: quanto contenuto nella direttiva oggetto della votazione del 19 maggio “è solo un primo passo”.

Se lo dice lei…

La Svizzera è un paese ad alta densità di armi da fuoco, Eppure praticamente non ci sono problemi. In molte parti del mondo se ne stupiscono. Questo dimostra che nel nostro paese si fa un uso responsabile delle armi”. Parole e musica non del comitato referendario contro il Diktat disarmista dell’UE, bensì della Ministra di Giustizia Karin Keller Sutter, PLR, favorevole alla direttiva. Quindi: il sistema svizzero funziona e non abbiamo alcun motivo di cambiarlo. E se a dirlo sono proprio quelli che lo vorrebbero rottamare…

Diritto di difendersi

Il diritto all’autodifesa è un diritto fondamentale. Permette di proteggere altri diritti fondamentali (vita, integrità fisica e sessuale, proprietà privata,…) nel momento in cui sono concretamente minacciati. Una limitazione di questi diritti è possibile solo in presenza di una base legale, di un interesse pubblico, e se la limitazione appare proporzionata. Recepire il Diktat disarmista dell’UE non adempie a nessuno di questi requisiti. Esso è contrario alla nostra legge, non persegue alcun interesse pubblico (l’attuale diritto svizzero delle armi non presenta problemi di sorta) e non è proporzionato, dal momento che non permette in nessun modo di raggiungere il suo scopo dichiarato, ovvero combattere il terrorismo.

Politicanti svenduti

Un capitolo a parte lo meritano poi quei politici PLR e PPD che nel 2011 si opponevano all’iniziativa popolare contro le armi, la quale conteneva restrizioni analoghe (anzi, più circoscritte) di quelle che ora ci vuole imporre Bruxelles. Otto anni fa, questi signori difendevano – giustamente – il diritto svizzero delle armi. Adesso, invece, giravolta a 180 gradi. Perché? Non certo perché le limitazioni che ci verrebbero imposte abbiano uno straccio di giustificazione. Se non l’avevano otto anni fa, non l’hanno nemmeno ora. Ma soltanto perché “bisogna ubbidire a Bruxelles”.

Tutti a votare NO!

Non c’è dunque alcun motivo per cui il popolo elvetico dovrebbe approvare il Diktat disarmista. Un Sì il 19 maggio permetterebbe all’UE di comandare in casa nostra, e di farlo contro le nostre leggi, contro le nostre tradizioni, contro la nostra volontà popolare. Un precedente deleterio che avrebbe pesanti conseguenze per il futuro della Svizzera. Non cediamo!

Lorenzo Quadri

 

Ristorni dei frontalieri: un tema anche in Romandia

Non solo Ticino. E nel Giura a chiedere di aumentare le tasse ai permessi G sono…

 

Ohibò, questa è bella! Il tema della fiscalità dei frontalieri tiene banco non solo in Ticino, ma anche nel Canton Giura.

La situazione nel nostro sfigatissimo Cantone è nota. Da 45 anni l’Italia beneficia di ristorni eccessivi equivalenti al 38.8% dell’imposta alla fonte prelevata ai permessi G. Ciò a seguito della famigerata Convenzione del 1974, che nessuno a Berna si sogna di disdire. Men che meno il ministro degli esteri (ex) doppiopassaporto Ignazio KrankenCassis, PLR. Questo malgrado in Ticino il suo partito, sperando di turlupinare i cittadini lo scorso 7 aprile, abbia finto di essere contrario al versamento dei ristorni.

Intanto il Lussemburgo, Stato membro UE – addirittura Stato fondatore! – le imposte prelevate ai frontalieri se le intasca tutte,senza riversare un tubo a Francia e Germania, e concedendo al Belgio solo qualche spicciolo. Ma i burocrati di Bruxelles non fanno un cip.

E nümm a pagum

Intanto, per quel che concerne il Ticino, i ristorni sono ormai lievitati ad oltre 84 milioni di Fr all’anno. In passato la cifra era inferiore (i frontalieri erano meno). Ma è evidente che, nel corso dei decenni, abbiamo versato al Belpaese un vero “tesoretto”. La cifra potrebbe navigare attorno ai due miliardi. L’abbiamo versata senza motivo; e senza motivo continuiamo a pagare i ristorni. Visto infatti che c’è chi di ristorni non ne corrisponde proprio, ossia il Lussemburgo, non si vede per quale ragione gli svizzerotti dovrebbero invece pagare miliardi!

Per questa situazione, come di consueto, possiamo ringraziare il solito triciclo PLR-PPD-P$$.

Scenario inaudito

Dicevamo che anche in Romandia, e precisamente nel Canton Giura, la fiscalità dei frontalieri è un tema. Da notare che, con ogni Stato di provenienza dei frontalieri, sono stati sottoscritti accordi particolari. Sicché quanto viene ristornato all’Italia non è uguale a quanto riceve la Francia, mentre con l’Austria c’è un accordo ancora diverso, eccetera.

Incredibilmente nel Canton Giura a chiedere che i permessi G vengano tassati di più sono i $ocialisti. Da noi un simile scenario sarebbe una bestemmia. Figuriamoci: dalle nostre parti i kompagni stanno sempre e comunque dalla parte degli immigrati;  qualsiasi altra posizione sarebbe becero populismo e razzismo. I $inistrati nostrani dovrebbero dunque prendere esempio da quelli giuriassiami?

L’inghippo

Tuttavia anche questa volta c’è qualcosa – un grosso “qualcosa” per la verità – che stona nella posizione dei $ocialisti.

Perché infatti il P$  del Giura vuole far pagare più tasse ai frontalieri? Perché, dicono i $inistrati locali, nei prossimi anni gli svizzerotti dovranno pagare la disoccupazione ai permessi G; il che generebbe più costi non solo all’assicurazione contro la disoccupazione, ma anche ai Cantoni, i quali dovranno potenziare a proprie spese gli URC. La nuova disposizione che l’UE si appresta a sfornare prevede infatti che a versare la disoccupazione ai frontalieri sia lo Stato dove hanno lavorato. Tale disposizione però, anche se adottata in via definitiva da Bruxelles, non sarebbe vincolante per la Svizzera.

Quindi l’andazzo è chiaro. I $ocialisti partono già dal presupposto che i camerieri dell’UE in Consiglio federale per l’ennesima volta caleranno le braghe davanti a Bruxelles e di conseguenza accetteranno di pagare la disoccupazione ai frontalieri.Evidentemente questo è anche quel che vogliono i kompagni.

Tale scenario si verificherà senza dubbio, nel caso in cui la Confederella dovesse sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale, così come vuole il triciclo PLR-PPD-P$$.

Ci sono o ci fanno?

Ed intanto che a Berna la partitocrazia cala le braghe sempre e comunque, il Lussemburgo non solo non paga ristorni, ma addirittura, secondo i bene informati, avrebbe già ottenuto deroghe dal futuro obbligo di versare la disoccupazione ai frontalieri. La domanda a questo punto è una sola: ma a Berna ci sono o ci fanno?

Lorenzo Quadri

RFFA: un compromesso svizzero

Progetto AVS-riforma fiscale: votiamo Sì il 19 maggio per evitare un salto nel buio

Il prossimo 19 maggio, oltre che sul Diktat disarmista dell’UE (tutti a votare NO!) i cittadini elvetici dovranno esprimersi anche sul progetto AVS-Riforma fiscale (RFFA).

Questo pacchetto nasce da due necessità: quella di dare una risposta all’abolizione degli statuti fiscali speciali per le aziende che realizzano la maggior parte degli utili all’estero, e quella di garantire un finanziamento aggiuntivo all’AVS.

Per quel che riguarda la parte fiscale. Come noto gli statuti fiscali speciali attualmente in vigore in Svizzera non sono più accettati a livello internazionale. Mantenerli comunque in vigore non servirebbe, in quanto le aziende beneficiarie subirebbero poi pesanti doppie imposizioni all’estero. E, in ogni caso, per le attuali maggioranze politiche, la capitolazione davanti ad ogni pretesa internazionale è una costante.

Se non si fa nulla…

Gli statuti fiscali speciali verranno quindi aboliti. Di conseguenza, se non si fa nulla, le imprese che attualmente ne beneficiano sottostaranno all’imposizione ordinaria. Il che comporterebbe un importante aggravio fiscale. Di conseguenza, queste aziende lascerebbero la Svizzera. Pensare che resterebbero comunque è pia illusione. Non avrebbero motivo per farlo. E i tanto decantanti “atout” della piazza Svizzera sono sempre più appannati: la partitocrazia PLR-PPD-P$$ li svende ogni giorno, sottomettendoci sempre più ai Dikat ed ai malandazzi dell’UE.

Ad andarsene non sarebbero “due gatti”. Le società a statuto speciale sono circa 24mila, che versano in totale circa 7 miliardi all’anno di imposte. Queste 24mila aziende occupano direttamente circa 150mila persone. E, soprattutto, generano indirettamente circa 1.6 milioni di impieghi: varie piccole e medie imprese (PMI) svizzere collaborano infatti con tali società.

La seconda opzione

Ci sono dunque due possibilità. O stare a guardare, mandando così a ramengo la nostra attrattività fiscale con conseguente perdita di miliardi di introiti fiscali e di svariate centinaia di migliaia di posti di lavoro. Oppure fare il possibile per mantenere l’attrattività fiscale della Svizzera, servendosi di strumenti internazionalmente accettati: sui quali, quindi, nessuno avrebbe nulla da dire. Questa seconda opzione è quella proposta dalla RFFA. I Cantoni verrebbero forniti dei mezzi per rimanere fiscalmente interessanti, quali i “patent box”, le deduzioni per la ricerca e lo sviluppo e la deduzione per gli autofinanziamenti. In più la Confederazione metterebbe a disposizione un miliardo per gestire la fase di transizione. Diversamente dalla precedente Riforma III, la RFFA contempla anche una compensazione per i Comuni.

Di più non si concede

Per l’AVS, la riforma prevede un contributo aggiuntivo di 2 miliardi all’anno: 800 milioni finanziati dalla Confederazione, 600 dalle imprese e 600 dai lavoratori. Senza questo contributo aggiuntivo, la Confederazione aumenterebbe l’IVA dell’1.5%, ciò che sarebbe nettamente più svantaggioso per le economie domestiche.

E’ chiaro che quanto previsto dalla riforma in votazione il 19 maggio è il massimo pensabile di risanamento dell’AVS sulle spalle (anche) dei cittadini. Prima di qualsiasi altra misura che vada a pesare sugli svizzeri bisognerà operare un taglio massiccio agli aiuti all’estero ed ai costi dell’asilo.

Sulla RFFA un paio di considerazioni conclusive:

  • Non si tratta di un regalo alle multinazionali. Infatti queste pagherebbero in ogni caso più imposte rispetto ad ora. Ma la Svizzera rimarrebbe comunque fiscalmente attrattiva.
  • Anche le aziende ticinesi ed in particolare le PMI ne trarrebbero vantaggio.
  • Un Sì alla RFFA permetterà di mantenere introiti fiscali e posti di lavoro. Del resto, il popolo ticinese aveva approvato anche la Riforma III della fiscalità delle imprese, su cui votammo nel 2017, che venne però respinta a livello nazionale.
  • La RFFA a modo suo ricalca la riforma “fiscale e sociale” ticinese, che gli elettori del nostro Cantone hanno approvato un anno fa.
  • Un rifiuto il 19 maggio darebbe la stura alla concorrenza fiscale selvaggia tra i Cantoni. Il Ticino sarebbe particolarmente svantaggiato, poiché da tempo è precipitato nei piani bassi della graduatoria sulla competitività fiscale a seguito dell’inerzia dei politicanti del triciclo.
  • Il legame tra parte fiscale e parte sociale della riforma è evidente. La prima presuppone la seconda. Se l’attrattività fiscale non viene preservata, l’economia non potrà permettersi il finanziamento supplementare dell’AVS, che finirebbe dunque per ricadere sui cittadini in misura molto maggiore.
  • In conclusione: la RFFA è uno di quei “compromessi svizzeri”, a cui i ticinesi si sono dimostrati favorevoli in più occasioni (Riforma III delle imprese e riforma fisco-sociale cantonale). Non fa fare salti di gioia, ma merita di essere accettata. Anche perché rifiutarla sarebbe peggio.

Lorenzo Quadri

Consigliere nazionale

Lega dei Ticinesi

 

 

 

Pesci in faccia ai ticinesi

Annuncio odioso: “Voglio solo frontalieri perché lavorano con impegno”. E i ro$$i…

Un paio di settimane fa nel Canton San Gallo un’azienda attiva nel ramo dei trasporti ha pubblicato un annuncio per la ricerca di un autista di camion. L’inserzione spiegava che il candidato deve essere cittadino svizzero e mangiare carne di maiale (vedi il Mattino dello scorso 21 aprile).

La richiesta di mangiare carne di maiale veniva spiegata in questo modo: “Siamo una ditta a conduzione familiare; i buoni rapporti e la convivialità tra collaboratori sono fondamentali. E a fine giornata ci piace ritrovarci e gustare assieme un po’ di carne di maiale o un cervelat”.

Il “caso”

Inutile dire che i $inistrati del P$ (Partito degli Stranieri) sono immediatamente insorti facendone un “caso” e strillando al razzismo. Per costoro, infatti, non è accettabile che in Svizzera un’azienda privata scelga di assumere cittadini elvetici che seguano i locali usi e costumi, e quindi che mangino cervelat. Chiaro: per la gauche-caviar, la precedenza sul mercato del lavoro va data a migranti in arrivo da “altre culture”. Prima gli altri!

Il bello è che a pretendere di impedire ad una società elvetica di assumere dipendenti svizzeri in Svizzera è tale kompagno Bujar Zenuni (non patrizio di Corticiasca) presidente del progetto “P$ migranti” del Canton San Gallo. Che livello!

La cosa preoccupante

Ecco, questi sono i $inistrati del P$ che poi si riempiono la bocca con la tutela del lavoro, e contemporaneamente però smaniano per lo sconcio accordo quadro istituzionale con la fallita UE, che porterà all’azzeramento delle misure accompagnatorie. Perché loro, i kompagni, vogliono l’adesione della Svizzera all’UE.

Tanto per mettere la ciliegina sulla torta, anche l’inutile Kommissione federale contro il razzismo, presieduta da un’ex politicante radikalchic, ha pensato bene di fare il proprio stucchevole verso blaterando di “annuncio preoccupante”. Uhhh, che pagüüüraaa! Qui l’unica cosa preoccupante è che esista una commissione federale, finanziata dal solito sfigato contribuente, il cui unico scopo è far credere che in Svizzera ci sia un problema di razzismo. E che tace omertosa sul razzismo d’importazione. Come se non fosse totalmente ridicolo sostenere che la Svizzera sia un paese razzista, quando il 25% della popolazione è straniera. Senza contare i beneficiari di naturalizzazioni facili, che sono all’incirca 50mila all’anno, e che, come tali, spariscono dalle statistiche degli stranieri.

Testo inequivocabile

Ora, accade che nei giorni scorsi sul portale tutti.ch è apparso l’annuncio che vedete qui riprodotto. Il testo è inequivocabile:

“Cerco signora/signorina, rigorosamente frontaliera perché lavorano meglio e con impegno, per imballo oggetti in una casa da 120 mq pre-trasloco (…). Astenersi perditempo, curiosi e ticinesi”.

Questa inserzione, oltre che discriminatoria, è offensiva nei confronti dei ticinesi, che vengono assimilati ai perditempo. Di conseguenza, se ne avremo voglia, nei prossimi giorni procederemo a segnalarla al Ministero pubblico per violazione dell’articolo 261 bis del codice penale. Ovvero quell’articolo che tanto piace a radikalchic e $inistrati multikulti e spalancatori di frontiere, i quali pensano di servirsene a sproposito per zittire e criminalizzare le posizioni politiche diverse dalle loro (altro che “tolleranza”, altro che “libertà d’espressione”!).

Citus mutus

Naturalmente, però, lo sconcio annuncio – che dopo qualche ora, chissà come mai, è stato rimosso – non ha suscitato alcuna reazione dalla gauche-caviar con la morale a senso unico. Silenzio sepolcrale. Citus mutus. Neanche un cip.

Chiaro: per costoro, che i ticinesi vengano discriminati in casa propria, è cosa buona e giusta. Muta come una tomba, e per lo stesso motivo, l’inutile e faziosa commissione contro il razzismo. Ennesima dimostrazione che questa commissione starnazza solo quando è politicamente conveniente per gli spalancatori di frontiere. Pertanto va abolita subito.

Quanto a chi ha avuto la bella idea di redigere e far pubblicare un annuncio del genere, può solo vergognarsi.

Lorenzo Quadri