Sganciamoci dall’UE che avremo solo da guadagnarci!

Anche la stampa d’Oltregottardo si è accorta che gli eurobalivi ci ricattano

 

Ma guarda un po’! Allora è vero che il fantomatico “sblocco” dei dossier tra Svizzera ed eurofalliti è una fetecchiata monumentale! Se ne è accorta anche la stampa d’oltregottardo, vedi Basler Zeitung ed il St Galler Tagblatt. I quali sottolineano che la posizione dispotica di Bruxelles nei confronti della Confederella non è cambiata di una virgola. Lo sblocco è dunque “una sceneggiata”. E questo malgrado il recente incontro all’insegna del pappa e ciccia tra la presidente della Confederazione, la Doris uregiatta, e quello “non astemio” della Commissione UE, Jean-Claude “Grappino” Juncker.

I ricatti

A Bruxelles insistono dunque per imporre alla Svizzera l’accordo quadro istituzionale, un accordo capestro con tanto di giudici stranieri sui quali, secondo l’esperto di diritto comunitario Dieter Freiburghaus, gli eurobalivi “non cederanno mai”.

Tanto per riassumere in poche parole le puntate precedenti. I camerieri di Bruxelles a Berna hanno rottamato il maledetto voto del 9 febbraio, buttando nella tazza del water democrazia, diritti popolari e Costituzione, per compiacere i padroni blu stellati. Per tutto ringraziamento, l’UE ci ricatta e:

  • pretende di farci sottoscrivere un accordo quadro istituzionale che costituirebbe la pietra tombale della nostra sovranità nazionale;
  • pretende che le regaliamo un miliardo di coesione;
  • ancora farnetica di inserire la Svizzera in liste nere e grigie e tigrate di paradisi fiscali;
  • attacca frontalmente la nostra sovranità con diktat mirati a disarmare i cittadini onesti e a scardinare le nostre tradizioni con la scusa del “terrorismo” (quando mai un terrorista o un qualsiasi altro delinquente ha acquistato legalmente delle armi?);
  • già che ci siamo, vorrebbe pure scaricarci sul groppone il costo della disoccupazione dei frontalieri.

Intanto, la stessa UE continua a perdere pezzi.

  • La Gran Bretagna se ne va sbattendo la porta;
  • Se le elezioni francesi premieranno Le Pen, la Francia seguirà a ruota;
  • I paesi del blocco Visegrad sono in piena rivolta: costruiscono muri sul confine e rifiutano categoricamente piani di ridistribuzione UE dei finti rifugiati;
  • La Repubblica Ceca ha sganciato la corona dall’euro;
  • L’Austria minaccia di mettere il filo spinato sul confine del Brennero e anche lei dice basta ai piani di ridistribuzione di migranti economici;
  • La Germania discrimina gli immigrati UE: per i primi cinque anni niente accesso alle prestazioni sociali, e naturalmente nessuno fa un cip;
  • Eccetera eccetera.

Su cosa negoziamo?

A questo punto la domanda è una sola: per quale cavolo di motivo la Svizzera continua a “negoziare”, ovvero a calare le braghe, con Bruxelles? Qual è l’obiettivo dell’esercizio, vincere il campionato interplanetario dei pirla autolesionisti?

La libera circolazione delle persone senza limiti ormai è FINITA.  E’ diventata pomo della discordia praticamente ovunque. Bruxelles si troverà dunque presto davanti ad un bivio. O gettare a mare la scellerata politica delle frontiere spalancate, o tenersela e colare a picco assieme a lei.

Ma è così difficile…?

Nel frattempo a Bruxelles avanzano pretese su pretese solo nei confronti della Svizzera, contando sul calabraghismo compulsivo dei suoi governanti che cedono su tutta la linea perché “bisogna andare d’accordo”.

Ma è così difficile dire sul muso agli eurobalivi che di accordi quadro istituzionali non ne firmiamo, né adesso né mai, e che il miliardo di coesione se lo possono scordare?

Possibile che non siamo capaci di mandare definitivamente affandidietro questi funzionarietti non eletti da nessuno? Come ha detto la stessa Doris in occasione dell’incontro con il presidente “non astemio” della Commissione UE, “Grappino”  Juncker: “La bilancia commerciale è nettamente a favore dell’UE, con un’eccedenza pari a 21 miliardi”. E allora piantiamola di calare le braghe!

E smettiamola anche di raccontare la fregnaccia della “sicurezza giuridica”. L’unica a creare insicurezza giuridica è proprio l’UE che continua ad avanzare nuove pretese. Per cui, sganciamoci definitivamente che avremo solo da guadagnarci. L’esempio inglese insegna!

Lorenzo Quadri

Svizzera: nel 2016 quasi 200mila nuovi immigrati!

Poi la partitocrazia pretende di raccontarci che bisogna far entrare tutti? 

Il nostro paese ha ormai 8.5 milioni di abitanti, un quarto dei quali sono stranieri. Come si diceva una volta, “la barca è piena”!

Ah, poi dicono che l’immigrazione non è fuori controllo, che sono tutte balle della Lega populista e razzista? Peccato che le ultime cifre, quelle del 2016 appena pubblicate dalla Confederazione, raccontino un’altra storia. Ed infatti raccontano che la Svizzera ha raggiunto quota 8 milioni e 500mila abitanti, in aumento di 90’600 persone. E a cosa si deve tale crescita? Ma naturalmente, e chi l’avrebbe mai detto, all’immigrazione! Ed infatti nel 2016 in Svizzera sono immigrate 192’700 persone, ovvero quasi 200mila! E poi i soliti moralisti a senso unico hanno il coraggio di venire a blaterare scempiaggini sulla Svizzera razzista e sulle frontiere chiuse? Se con 200mila immigrati all’anno a fronte di una popolazione di 8 milioni si è “xenofobi”, allora gli altri paesi europei sono in piena deriva nazifascista. Il problema naturalmente non sono tanto le fregnacce dei moralisti a senso unico, ma semmai che ci sia qualcuno pronto a prenderle per buone.

Saldo migratorio di 80mila

Intanto gli stranieri sono ormai il 25% degli abitanti del Paese, cifra che ovviamente non contempla i naturalizzati di fresco (ogni anno 40mila).

Inutile dire che le immigrazioni sono in continuo aumento. Nel 2016 sono cresciute del 2.2% rispetto al 2015.

Detto delle immigrazioni, ci sono anche le emigrazioni, che lo scorso anno sono state 117’200. Sicché il saldo (arrivi meno partenze) risulta essere di 75’400 persone. Anche il numero di quanti sono emigrati è cresciuto nel 2016, ma decisamente meno – sia in cifre assolute che in percentuale – rispetto agli immigrati: 0,5%. Traduzione: quelli che arrivano sono sempre di più, quelli che partono rimangono invece stabili.

Balle federali

Un saldo migratorio annuo di quasi 80mila persone non è certo poca cosa. Da notare che il Consiglio federale, prima della votazione sui fallimentari accordi bilaterali, aveva promesso che, con la libera circolazione, il saldo migratorio sarebbe stato di 10mila persone all’anno. Campa cavallo! E’ otto volte di più.  E ai quasi 80mila di cui sopra vanno ancora aggiunti i finti rifugiati con lo smartphone.

Pure degno di nota che solo il 47% degli stranieri arriva in Svizzera per lavorare. Meno della metà. Ecco dunque smentita la balla che sarebbe l’economia rossocrociata a necessitare delle frontiere spalancate.

Orecchie da mercante

80mila migranti in più all’anno, fanno 800mila in dieci anni. E’ dunque evidente che abbiamo un problema. Dalle parti del parlamento federale si direbbe che c’è “Handlungsbedarf”, necessità d’azione.

Non a caso oltre tre anni fa era stata votata una certa iniziativa popolare, denominata “Contro l’immigrazione di massa”, che serviva proprio a limitare l’immigrazione. In che modo ci si immagina che il compromesso-ciofeca, detto anche “preferenza indigena (?) superlight”, possa contribuire alla soluzione del problema? Evidentemente, il compromesso-ciofeca sono servirà proprio a nulla. Non a caso è stato subito benedetto dagli eurobalivi.

Ma è un dato di fatto che in un appartamento di due locali non ci si può abitare in otto. Come giustamente ricordava l’iniziativa Ecopop, le risorse del territorio sono limitate. Lo stesso vale per le infrastrutture, per i posti di lavoro e per i fondi dello Stato sociale. Eppure il triciclo PLR-PPD-P$$ rifiuta di dare una risposta al problema della sovrappopolazione. Anzi, lo acuisce sempre più: “bisogna aprirsi”!

Criminalità d’importazione

La questione della criminalità d’importazione meriterebbe poi un capitolo a parte. Le cifre ufficiali dimostrano che gli stranieri hanno un tasso di delinquenzialità che è un multiplo di quello dei cittadini elvetici.

In uno scritto pubblicato sul Mattinonline, partendo dalle statistiche della Confederazione, Mattia Corti si è premurato di fare un po’ di conti, “scoprendo” ad esempio che, tra i condannati per rissa, in proporzione gli stranieri sono  3.9 volte più rappresentati rispetto agli svizzeri, e gli asilanti 14.6 volte di più; per quel che riguarda la partecipazione ad aggressione, gli stranieri sono 3.2 volte di più degli svizzeri e gli asilanti 12.2 volte di più; nelle rapine, stranieri 4.4 volte più degli svizzeri ed asilanti 12 volte; nella violenza carnale, il rapporto tra autori svizzeri e stranieri è di 1 a 4.5 e quello svizzeri – asilanti di 1 a 12,6; nel caso degli omicidi, siamo a 3.3 per gli stranieri e 11 per gli asilanti. E così via. E come noto le statistiche della criminalità d’importazione risultano abbellite dal fatto che i delinquenti naturalizzati figurano sotto la categoria “svizzeri”.

Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza?

Lorenzo Quadri

 

Svizzera-UE: ve lo diamo noi lo “sblocco dei dossier”!

La Doris in visita da “Grappino” Juncker: quando parlare significa capitolare

 

Ma guarda un po’ che lieta novella: la presidente della Confederazione, ossia la Doris uregiatta, la scorsa settimana è volata a Bruxelles a discutere (?) sui rapporti tra Svizzera e (Dis)Unione europea. Dopo l’incontro con “Grappino” Juncker, presidente della Commissione UE (quello da cui Sommaruga si è fatta sbaciucchiare) ha dichiarato trionfante che “tutti i dossier” sarebbero “sbloccati”. Certo che lo sono: il “blocco” era stato deciso dagli eurofalliti all’indomani del “maledetto voto” del 9 febbraio. Adesso i Giuda della volontà popolare (Consiglio federale più triciclo PLR-PPD-P$$) hanno azzerato quella votazione. E lo “sblocco” da parte di “Grappino” Juncker certifica che della limitazione dell’immigrazione, voluta dal popolo, non è rimasta nemmeno la più piccola traccia. Avanti così! Frontiere spalancate all’invasione!

Altro che bella notizia!

Ma lo “sblocco dei dossier” è forse una notizia positiva? Certo che no! Lo “sblocco” altro non è che un passo ulteriore sulla via della sciagurata sottomissione ai balivi UE.

Sappiamo che gli eurofalliti pretenderebbero dalla Svizzera la firma dell’accordo quadro istituzionale (e non se ne parla neanche) oltre al pagamento del miliardo di coesione (idem come sopra).

L’accordo quadro istituzionale è quell’accordo capestro che obbligherebbe la Svizzera a riprendere automaticamente il diritto comunitario e a sottomettersi a giudici UE. La pietra tombale sulla sovranità nazionale, come scritto a più riprese. Lo scandalo è che, mentre sempre più stati membri abbandonano il Titanic comunitario che sta colando a picco, i camerieri dell’UE in Consiglio federale insistono per salire a bordo. Infatti non solo il ministro degli Esteri PLR Didier Burkhaltèèèèr vuole l’accordo quadro e l’ha già detto. Ma, nella vacanzina a Bruxelles, la Doris ha pure detto la cappellata mondiale, ossia che l’accordo quadro sarebbe “nell’interesse della Svizzera”. Oh Doris, ma ci sei o ci fai? L’interesse della Svizzera è allontanarsi il più possibile dall’UE. Non certo farsi colonizzare dalla medesima.

Asserviti e non riveriti

La presidente della Confederazione non ha naturalmente mancato di sottolineare la canina (senza offesa per il miglior amico dell’uomo) sottomissione della Svizzera agli eurobalivi anche in materia di finti rifugiati con lo smartphone: “La Svizzera è un partner fedele per la gestione della crisi dei migranti e per lo spazio Schengen”, ha dichiarato.

Fedele è un eufemismo. Più opportuno sarebbe dire “asservita”. Infatti, mentre sempre più paesi membri (ultima in ordine di tempo: l’Austria) hanno sbattuto sul muso a “Grappino” Juncker e soci che dei piani di ricollocamento UE dei migranti economici non vogliono nemmeno sentir parlare, Berna è corsa scodinzolante ad aderire, pur non avendo alcun obbligo in tal senso. Ringraziamo la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga.

Una cosa giusta

Una cosa giusta, tuttavia, la Doris a Bruxelles l’ha detta. Ed infatti, questa  “cosa” contraddice l’integralismo calabraghista del consiglio federale. Eccola: “Siamo il terzo partner commerciale e il secondo investitore dell’UE. La bilancia commerciale è nettamente a favore dell’UE, con un’eccedenza pari a 21 miliardi. Se Trump fosse il presidente della Svizzera (magari, ndr!) inserirebbe l’UE nella sua lista nera”.

 Ecco dunque spazzati via in poche frasi anni di terrorismo di regime, messo in atto proprio dal consiglio federale, a sostegno della libera circolazione. Ecco la dimostrazione che il popolo svizzero viene sistematicamente tradito dai camerieri dell’UE insediati a Berna. Ed ecco smentita la posizione del consiglio federale stesso a sostegno dello scellerato accordo quadro istituzionale. I Bilaterali sono un regalo all’UE la quale non ha, di conseguenza, alcun interesse a disdirli. Dimostrazione quindi che NON dobbiamo firmare alcun accordo quadro istituzionale, che NON dobbiamo versare neanche un centesimo di contributo di coesione e che NON siamo affatto costretti a tollerare un’immigrazione deleteria, andata completamente fuori controllo per paura (uhhhh, che pagüüüraaaa!) di chissà quali ritorsioni da parte dell’UE. Senza Bilaterali, la prima a perderci sarebbe proprio l’UE. Eppure noi svizzerotti siamo così fessi da farci ricattare sulla continuazione di accordi che ci vedono dalla parte perdente. L’ha detto la Doris: vogliamo non crederle?

Lorenzo Quadri

La Germania ci accusa: “avete i confini a colabrodo”

Mentre a Lugano compaiono volantini in arabo contro il rinvio di FINTI rifugiati

 

A Lugano nei giorni scorsi è comparso un volantino, scritto in arabo (!) ed in inglese, che insulta la Svizzera ed i suoi cittadini. Il titolo del manifesto è: “distruggiamo la precisione svizzera”. Il riferimento è alla politica d’asilo del nostro paese, ritenuta particolarmente restrittiva (?). Ed infatti il sottotitolo recita: “sabotiamo la macchina delle deportazioni”. Il volantino, si legge sul portale ticinonews, è scaricabile dal blog “Aus dem Herzen der Festung” (dal cuore della fortezza), definito come “una piattaforma in lingua tedesca che vuole diffondere azioni di protesta contro la politica migratoria europea”.

Si torna quindi a raccontare la storiella delle frontiere elvetiche chiuse, che però (purtroppo) non è vera. Questo malgrado a diffonderla ci sia anche la RSI, che il contribuente finanzia col canone più caro d’Europa per farsi fare il lavaggio del cervello all’insegna del “devono entrare tutti”.

Permessi da ritirare

Se tra gli autori/distributori del volantino ci sono degli stranieri domiciliati in Svizzera, è evidente che qui ci sono dei permessi da ritirare. E delle persone da perseguire penalmente. Queste cose non vanno prese alla leggera.  Tanto più che i finti rifugiati con lo smartphone non sono affatto dei profughi, bensì dei clandestini che tentano di abusare del diritto d’asilo. Sicché il termine “deportazioni” utilizzato nel manifesto è altamente calunnioso. Come mai un certo anziano lic iur non interviene? Ah già, ma il suo studio legale difende le presunte passatrici PS.

Accusa reiterata

Il bello è che, proprio il giorno prima del volantinaggio, la Germania ha nuovamente lanciato l’allarme. Già in agosto dai teutonici era arrivata l’accusa nei confronti della Svizzera di avere le frontiere bucate come il formaggio. Ma come, i $inistri non andavano in giro a raccontare che erano chiuse? Mettetevi poi d’accordo… Adesso Berlino torna alla carica: nel 2016 i clandestini entrati in Germania attraverso la Svizzera sono triplicati. E il tema – fa sapere il ministro degli esteri tedesco – “è scottante”.

Die Welt am Sonntag da parte sua scrive: “Mentre le frontiere italo-austriache e italo-francesi sono relativamente ben controllate, dalla scorsa estate i clandestini tentano di passare dalla Svizzera” (sottointeso: la quale non sorveglia in modo adeguato i confini con il Belpaese).

Colpa di chi?

Certo che questi politicanti tedeschi hanno già una bella tolla. A provocare l’arrivo in Occidente di milioni di giovanotti che non scappano da alcuna guerra, e che non saranno mai integrati – vedi “fatti di Colonia” – sono state le scellerate prese di posizione della Merkel all’insegna del “ce la possiamo fare ad accogliere tutti”. Sicché, prima di puntare il dito contro la Svizzera con i confini bucati, magari sarebbe opportuno fare un esame di coscienza. Verstanden?

Frontiera mediterranea

Detto questo: i finti rifugiati che vogliono raggiungere l’Europa centrale e settentrionale passano dall’Italia prima e dalla Svizzera poi perché la via balcanica è stata chiusa – o comunque pesantemente ostacolata con muri e recinti. L’Italia, invece, mantiene la frontiera mediterranea spalancata. Sicché, piuttosto di starnazzare per i famosi tre valichi secondari chiusi di notte, nel Belpaese farebbero assai meglio a preoccuparsi della loro frontiera marittima. Ma naturalmente spacciarsi per paladini dei frontalieri, che con la chiusura notturna dei valichi non c’entrano un tubo, è più pagante elettoralmente. Inoltre  permette di metter fuori la faccia in TV. E ci sono politicanti d’oltreramina che, per una comparsata in video, venderebbero anche la nonna.

Non sta in piedi

Alla faccia dei volantini in arabo (?), la storiella delle “leggi svizzere molto severe” nel respingere i migranti economici – che come detto non sono profughi, bensì clandestini che tentano di abusare del diritto d’asilo – non sta in piedi. Ed infatti la ministra del “devono entrare tutti”, compagna Simonetta Sommaruga, ha varato una legge apposta per poter aprire nuovi centri asilanti bypassando i diritti di comuni, cantoni e cittadini, aumentando così la capacità d’accoglienza della Svizzera. E questi nuovi centri asilanti li sta infatti realizzando. Per non parlare della sua decisione di aderire volontariamente ai programmi di ridistribuzione dei migranti economici partoriti dai funzionarietti di Bruxelles, ai quali non aderiscono neppure gli Stati membri UE. Vedi i paesi del blocco Visegrad, vedi l’Austria che si è di recente chiamata fuori. La quale Austria, tra l’altro, potenzia i controlli sul Brennero, senza che italici politicanti in fregola di visibilità mediatica si mettano a starnazzare come accaduto con la famosa chiusura notturna dei tre valichi. Ma evidentemente il Ticino, diversamente dall’Austria, a sud è considerato terra di conquista.

Lorenzo Quadri

Funzionari dirigenti frontalieri o con doppio passaporto

La situazione è già indecorosa di suo, non serve fantasticare su possibili spionaggi

 

Nel Canton Ginevra è divampata la polemica sulla nomina a direttrice del fisco di una funzionaria frontaliera. Nel concreto si tratta di una donna con la doppia nazionalità, svizzera e francese, residente in Francia.  La quale avrà accesso a dati fiscali confidenziali. E c’è chi, come il giornale Les Observateures, si è spinto ad ipotizzare che la donna potrebbe essere addirittura un’agente al soldo della Francia. Una spia di Parigi infiltrata nelle dichiarazioni fiscali ginevrine.

Un deputato cantonale PLR deplora la scelta di una frontaliera evidenziando problemi di protezione dei dati: “cosa succederebbe se la neo-direttrice del fisco dovesse perdere il suo telefonino in Francia, o se il suo computer dovesse venire hackerato dopo aver superato la frontiera?”. Un assist che ha permesso al direttore del Dipartimento cantonale delle finanze di spiegare che nella sua precedente mansione la funzionaria frontaliera aveva accesso ai medesimi dati e che comunque i suoi supporti elettronici sono criptati.

Autocensura

Ecco un bell’esempio di cosa succede quando per deplorevoli esigenze di autocensura – dettata dalla paura dell’ignominiosa etichetta, quella di “populista e razzista” – ci si arrampica sui vetri nel tentativo di cercare di giustificare una posizione, che è sacrosanta, con argomenti artificiosi ma politikamente korretti.

Certo, il rischio che la direttrice frontaliera del fisco ginevrino smarrisca il telefonino o il computer oltreconfine può essere un argomento. Ma è davvero questo il punto? Evidentemente no. La questione è che nella pubblica amministrazione – a maggior ragione in posti sensibili! – bisogna assumere svizzeri, residenti in Svizzera. Si abbia una buona volta il coraggio di dirlo apertamente, come ha fatto Norman Gobbi in relazione al noto funzionario corrotto all’Ufficio della migrazione.

E non c’è alcun bisogno di giustificare questa posizione andando a parare su improbabili  infiltrazioni informatiche  all’estero. La preferenza indigena è realtà costituzionale, votata dal popolo. Bisogna avere il coraggio di attuarla e di affermarla. Sembra invece che si provi vergogna.

Le radici nel territorio sono requisito imprescindibile per chi si occupa di gestire la cosa pubblica. Vengono richieste – giustamente ed ovviamente – ai politici, la cui presenza è temporanea. Non le vogliamo chiedere ai funzionari che, una volta nominati, “ti saluto Rosina”? Nemmeno ai funzionari dirigenti che contano più dei politici, oltre che durare di più?

La fantasia non serve

La spiegazione prodotta dal capodipartimento finanze ginevrino ( la donna già aveva accesso ai dati confidenziali nella precedente funzione) non solo non giustifica nulla, ma è un plateale autogoal. La frontaliera con doppio passaporto non ha neppure fatto lo sforzo di spostare il domicilio in Svizzera malgrado ricoprisse un ruolo delicato nella pubblica amministrazione. E viene addirittura promossa e premiata.

La situazione è indecorosa di suo. Non c’è alcun bisogno di far volare la fantasia ed immaginare che l’alta funzionaria cantonale sia addirittura una spia francese.

Doppio passaporto

E come la mettiamo con la doppia nazionalità? Chi vuole fare carriera nell’ente pubblico, con posti di responsabilità, non può essere “servo di due padroni” (nel concreto di due passaporti). C’è tutto il diritto di pretendere che questi funzionari, qualora non siano svizzeri di nascita, rinuncino al passaporto d’origine. E di pretenderlo senza bisogno di sentirsi costretti a giustificarsi con pippe mentali politikamente korrette.

Ciò vale a maggior ragione per i politici, la cui posizione è incompatibile con la doppia nazionalità. Per ora il tema è lasciato alla sensibilità individuale (carente?). L’obiettivo futuro è di far sì che, in generale, acquisire il passaporto rosso implichi la perdita di quello d’origine. Non ci vuole il Mago Otelma per pronosticare che ciò permetterebbe inoltre di sventare un po’ di naturalizzazioni di comodo. Di sicuro non tutte, perché l’approfittatore incallito se ne frega di ogni passaporto. Ma un certo numero sì. E sarebbe già un bel risultato.

Lorenzo Quadri

“Ticinesotti, dovete mantenere i dimoranti in assistenza!”

Il Tribunale federale insiste: allontanare qualcuno dalla Svizzera? Giammai!

 

Proseguono le perle del Tribunale federale all’insegna del “devono rimanere tutti”. La Corte di Losanna la scorsa settimana ha infatti accolto il ricorso di una cittadina tedesca cui il Canton Ticino aveva deciso di revocare il permesso di dimora, ossia il permesso B, in quanto a carico dell’assistenza. La donna è arrivata in Svizzera nel novembre del 2011 per lavorare in un albergo dei Grigioni, ed in quel Cantone ha ottenuto un permesso di dimora valido per 5 anni. Ma un anno dopo, nel 2012, ha perso il posto ed è entrata in disoccupazione. Nel 2013 si è trasferita in Ticino. Nel luglio del 2014 ha trovato un nuovo impiego, durato pochi mesi. Nel maggio 2015 ne ha trovato un altro, lasciato però già a luglio. Dal marzo del 2014 dipendeva dall’aiuto sociale. Questo quanto riportato dalle note di cronaca.

Due considerazioni

Sulla base della situazione sopra descritta, la Sezione della popolazione aveva deciso di revocare alla donna il permesso di dimora. Decisione sacrosanta. E bastano un paio di semplici considerazioni per accorgersene.

  • Il permesso B per esercizio di attività lucrativa lo ottiene chi si trasferisce in Svizzera per lavorare. Niente attività lucrativa, niente permesso. Altrimenti è immigrazione nello Stato sociale. Ma gli stessi eurobalivi hanno dichiarato che la libera circolazione non serve a fare shopping di prestazioni assistenziali, trasferendosi nello Stato dove si può “mungere” meglio.
  • La signora tedesca in questione è arrivata in Svizzera nel 2011, quindi quasi sei anni fa. In sei anni, ha lavorato in totale un anno e qualche mese. Ossia per una parte decisamente minoritaria del tempo trascorso nel nostro l paese. Ergo, non si può certo dire che sia in Svizzera per esercitare un’attività lucrativa. Ed infatti dal tre anni la donna dipende dall’aiuto pubblico. Ovvio quindi che il permesso va ritirato.

Giuridicamente sostenibile

Da notare che la decisione di revoca del permesso è stata confermata dal Consiglio di Stato e  poi ancora dal Tribunale cantonale amministrativo. Il fatto che il Tram ci abbia messo la firma dimostra che la decisione è sostenibile dal punto di vista giuridico. Poi però arriva il solito Tribunale federale a buttare tutto all’aria. All’insegna del solito motto: gli svizzerotti devono accogliere e mantenere tutti.

La donna tedesca, dice il TF, deve poter restare in quanto “non risulta che si trovi in una situazione di disoccupazione volontaria né che abbia adottato una condotta abusiva”. E allora? Visto che non lavora ma è a carico dello Stato sociale, la donna non ha più alcun titolo per mantenere il suo permesso B.  Sono venuti a mancare i presupposti necessari. Non c’è scritto da nessuna parte che bisogna anche essere delinquenti e/o approfittatori per venire allontanati. Questo ulteriore requisito è una fregnaccia inventata dagli azzeccagarbugli di Losanna per imporre agli svizzerotti di mantenere tutti!

Il TF fa politica

Ecco dunque che i legulei di Mon Repos, quelli che alleggeriscono le pene ai jihadisti e rifiutano di espellerli perché “nel paese d’origine rischiano il carcere”, e quindi ci teniamo in casa i terroristi islamici e magari li manteniamo pure in assistenza, rendono l’ennesimo “servizio” al paese. E’ evidente che ci sono giudici che usano il margine di manovra di cui dispongono per sventare le espulsioni ogni volta che possono: basta che esista un minimo appiglio per farlo. Perché in Svizzera “devono entrare tutti”. Questa è una precisa scelta politica del potere giudiziario. Una scelta contraria alla volontà popolare e alla Costituzione, la quale dice che l’immigrazione va limitata. Applausi a scena aperta!

La beffa

Morale della favola: grazie al TF, i ticinesotti dovranno continuare a mantenere la signora tedesca, che se la ride a bocca larga. Inutile dire che il contribuente le ha già pagato i ricorsi fino al Tribunale federale.

E al danno si aggiunge la beffa: proprio la Germania ha stabilito che gli immigrati, compresi quelli UE, nei primi 5 anni di presenza su territorio tedesco non hanno diritto ad accedere agli aiuti sociali. La Germania, dunque, discrimina e fissa delle priorità. Gli svizzerotti fessi invece mantengono dimoranti in assistenza: tedeschi compresi. Grazie, Tribunale federale!

Lorenzo Quadri

 

Far entrare e mantenere tutti? Sommaruga: “un valore”

I giovani socialisti vogliono abbattere le frontiere e la loro Consigliera federale…

 

Ma guarda un po’: alla loro ultima assemblea annuale i fenomeni di gioventù socialista hanno dichiarato, prevedibilmente, di voler abbattere le frontiere. Perché in Svizzera “devono entrare tutti”. Poi chi paga il conto, anche finanziario, di una simile politica deleteria, non è certo un problema di gioventù socialista, i cui esponenti hanno spesso e volentieri i piedi al caldo grazie a papà.

Non ancora contenti, i kompagnuzzi vorrebbero anche stuprare il diritto d’asilo. Lo scopo del diritto d’asilo  è protezione; loro vogliono trasformarlo in un diritto all’immigrazione incontrollata. Vogliono istituzionalizzare e sdoganare la figura dei migranti economici. Non la persecuzione, non la guerra, ma la povertà deve essere criterio per richiedere (ed ottenere) l’asilo, secondo la gioventù comunista. Ma bravi, complimenti: sicché secondo costoro gli svizzerotti dovrebbero portarsi in casa e mantenere mezza Africa.

Se questi signori costituiscono il futuro del P$ (Partito degli Stranieri), la cabina telefonica come sala per le riunioni plenarie non è più nemmeno un’ipotesi, bensì una certezza. Si suggerisce di sceglierne una nei pressi di un centro d’accoglienza per finti rifugiati con lo smartphone, visto che è unicamente nell’ interesse di questi ultimi, e contro quello dei cittadini svizzeri, che “il futuro del P$” fa politica. Il fatto che si tratti di “giovani” socialisti non può bastare a giustificare ogni corbelleria.

“Discussione ricca di valori”

Ora, la posizione dei giovani socialisti, che vogliono semplicemente rottamare la Svizzera, non è neanche troppo sorprendente. A dire il vero, neppure ci interessa più di tanto. Speriamo semmai che serva ad aprire gli occhi a chi magari, per qualche strano motivo, accarezzava l’intenzione di votare P$.

A fare specie è invece che all’assemblea dei giovani $ocialisti c’era anche la Consigliera federale kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga. La quale è la responsabile per il dossier asilo. E la buona Simonetta mica ha preso le distanze dalle balordaggini dette dai giovani P$$. Anzi: secondo il suo illuminato parere, almeno così riportano le notizie d’agenzia, per la Consigliera federale “l’analisi fatta dai giovani del suo partito è una discussione ricca di valori”. Uella!

Capito il messaggio, svizzerotti chiusi e gretti? “Far entrare tutti”, per chi in Consiglio federale gestisce il dossier asilo, è “un valore”. E poi la kompagna Sommaruga, in occasione del referendum contro la nuova legge sull’asilo da lei fortemente voluta, e per la quale si sono mobilitati proprio gli spalancatori di frontiere, ha avuto il coraggio di spacciarla come una legge “restrittiva”. Ed infatti è così restrittiva che servirà alla Confederella a riempiere il Ticino (che ha la sfiga di confinare con l’Italia) di centri d’accoglienza per migranti economici, senza che nessuno possa mettersi efficacemente per traverso. Infatti  a decidere sulle opposizioni sarà  sempre il Dipartimento Sommaruga.

Mantenere invece di rimpatriare

Prendiamo quindi atto che la ministra del partito del “devono entrare tutti” vuole effettivamente “far entrare tutti”. E non solo fare entrare, ma vuole anche tenerli in Svizzera. Ha infatti dichiarato la kompagna Simonetta: “Una della priorità per l’anno in corso è quella di vigilare sull’integrazione dei profughi i quali devono trovare un lavoro, in quanto è proprio grazie al lavoro che si conferisce una stabilità, un senso all’esistenza, un’identità alla persona”.

Uella Sommaruga, ma cosa racconti? Proprio tu, fautrice della fallimentare libera circolazione delle persone che ha devastato il mercato del lavoro ticinese, di cui ti ostini oltretutto a pretendere l’applicazione pedissequa martellando il Cantone, ci vieni a dire che la priorità è creare posti di lavoro per i finti rifugiati? Ma non ci siamo proprio!

La vera priorità

Le possibilità di lavorare le devono avere i residenti. Questo significa che gli asilanti devono andare tutti in assistenza? No di certo: gli asilanti devono tornare al loro paese. Questa è la priorità in materia di asilo. Il rimpatrio. Non l’ “integrazione”. Che è solo un modo politikamente korrettissimo per sdoganare il “devono restare tutti”!

Le ammissioni provvisorie devono tornare ad essere tali. Ciò significa che i profughi, quelli che scappano effettivamente da una guerra, devono ritornare al loro paese una volta che la situazione si è pacificata. Oggi invece – come riconosceva anche il kompagno Rudolf Strahm, già presidente del P$$ – rimangono tutti in Svizzera. Naturalmente oltre l’80% di essi è in assistenza. Ma questo non vuol dire che bisogna trovargli dei posti di lavoro (che non ci sono neanche per i nostri giovani). Vuol dire che bisogna rimpatriarli.

I ticinesi contano meno dei rifugiati

I migranti economici, per contro, in Svizzera non ci devono proprio entrare, poiché sono immigrati clandestini e non rifugiati. Invece la kompagna Sommaruga vuole fare entrare e far rimanere tutti. E naturalmente si preoccupa di trovare loro un lavoro. Invece i ticinesotti possono tranquillamente continuare a venire soppiantati da frontalieri in casa propria “grazie” alla libera circolazione. E se non gli sta bene, come ebbe anche a dire il Beltradirettore del DSS, che emigrino. Perché “bisogna aprirsi”, che diamine! E perché la devastante libera circolazione delle persone è un dogma sacro che non si può assolutamente mettere in discussione.

Morale della favola: per la ministra del “devono entrare tutti”, e per il suo partito, i ticinesi contano meno dei finti rifugiati con lo smartphone. Prendere nota e ricordarsene alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

Disoccupazione dei frontalieri: Ticino di nuovo fregato?

Da tre mesi sono noti i piani degli eurobalivi. Eppure a Berna nulla sembra muoversi

Ma guarda un po’. Da dicembre non si hanno più notizie al proposito dell’ennesima vigliaccata degli eurofalliti ai danni della Svizzera, che ricompensano così i loro camerieri bernesi per anni di slinguazzante servilismo.

Il tema è la disoccupazione dei frontalieri. La Commissione UE vorrebbe infatti che a pagare le loro indennità non fosse più lo Stato di residenza, come ora, bensì quello in cui i frontalieri hanno lavorato. Oggi gli oltre 314’000 frontalieri attivi nel nostro Paese pagano i loro contributi in Svizzera, ma ricevono le indennità dallo Stato in cui vivono. In cambio la Svizzera versa ai Paesi di residenza dei frontalieri un indennizzo pari a 3 mesi di disoccupazione per chi ha lavorato meno di un anno, o a 5 mesi per chi ha lavorato di più. L’UE mira adesso a cambiare le carte in tavola. Naturalmente a nostro svantaggio. E ti pareva!

Spese per centinaia di milioni

Non basta che l’invasione da sud, conseguenza della devastante libera circolazione delle persone, provochi sostituzione e dumping salariale. Tant’è che nell’anno di disgrazia 2016 il numero di frontalieri in questo sempre meno ridente Cantone è aumentato di 2000 unità, ormai siamo quota 65’000, e contemporaneamente in Ticino ci sono 1000 persone in assistenza in più. Adesso secondo gli eurofalliti dovremmo anche pagare la disoccupazione ai frontalieri. Ne conseguirebbero spese per centinaia di milioni (a livello federale) con conseguente necessità di potenziare gli uffici regionali di collocamento: e questi costi se li sobbarcherebbe il contribuente ticinese.

Ticino nella palta

Per l’ennesima volta, dunque, a ritrovarsi immerso nella palta sarebbe il Ticino, visto che qui c’è oltre il 20% del totale dei frontalieri presenti in Svizzera. Oltretutto, se il “cambiamento di paradigma” dovesse passare così come vogliono gli eurofunzionarietti, punto primo tutti i frontalieri si iscriverebbero agli URC beneficiando così delle misuricchie di sostegno ai disoccupati decise nell’ambito della (non) applicazione del 9 febbraio (altro che aiutare i residenti), e soprattutto molti frontalieri potrebbero scegliere di mettersi in disoccupazione… per poi magari lavorare in nero oltreconfine.

Il regalo

Ironia della sorte, la “lieta novella” è arrivata in dicembre, in contemporanea con la rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio ad opera dei Giuda della partitocrazia. Un’operazione che ha mandato in brodo di giuggiole gli eurobalivi: probabilmente nemmeno loro si aspettavano una calata di braghe così integrale ed incondizionata. Ed ecco il ringraziamento: un nuovo calcione di Bruxelles sulle gengive degli svizzerotti.

Togliersi la paglia dal…

Ormai sono tre mesi che le intenzioni di Bruxelles a proposito delle indennità di disoccupazione dei frontalieri sono note. Eppure a Berna tutto tace. Il che non è certo buon segno. Non sempre nessuna nuova uguale buona nuova. Se dalle cupole federali non filtra nulla, spesso vuol dire, semplicemente, che non si sta facendo nulla. E a questo punto ci sono solo tre possibilità.

I sette scienziati:

  • Non hanno capito la portata del problema;
  • Hanno capito ma se ne impipano;
  • Sanno già che caleranno le braghe e quindi cercano di farlo con il minor clamore possibile.

E’ in ogni caso doveroso che il Ticino si tolga la paglia dal “lato b”, onde evitare di farsi infinocchiare per l’ennesima volta. Chi scrive ha presentato un atto parlamentare sul tema ma, evidentemente, non basta. Anche il Consiglio di Stato deve farsi sentire.

Una certezza

Almeno una cosa, tuttavia, è certa: se dovessimo beccarci l’ennesima fregatura europea, il minimo che questo Cantone può fare è bloccare i ristorni dei frontalieri a compensazione dei maggiori costi che si troverebbe a fronteggiare. Anzi, il blocco è meglio deciderlo subito, visto che il treno passa solo una volta all’anno nel mese di giugno. Sicché vediamo di non perderlo per l’ennesima volta.

Lorenzo Quadri

Impossibile sapere quanto si spende per gli asilanti

I costi totali, inclusi quelli a carico di Cantoni e Comuni, restano un mistero 

Evidentemente non c’è, da parte delle autorità, una gran voglia di fare trasparenza tra i vari conti e travasi. Anche perché i contribuenti potrebbero legittimamente “inalberarsi” se conoscessero l’ammontare globale della pillola, senza dubbio spropositato (miliardi e miliardi di franchetti)

Uno dei misteri, non propriamente gaudiosi, della politica svizzera riguarda i costi dell’asilo. Questo perché non si riesce a mettere insieme la somma totale degli esborsi provocati ai vari livelli istituzionali: Confederazione, Cantone e Comuni. Non si riesce, ma nemmeno si vuole. Perché le autorità preposte non sentono, chissà come mai, un particolare bisogno di trasparenza a tal proposito. Certe informazioni, insomma, è meglio non divulgarle. Soprattutto adesso che il risanamento delle casse dell’AVS è al centro del dibattito – e dello scontro – politico. E naturalmente alla gente si chiede di fare dei sacrifici per garantire il futuro del primo pilastro. Ebbene questa stessa gente, se conoscesse il costo della largheggiante politica d’asilo svizzera, potrebbe anche “inalberarsi”. E pretendere che si faccia pulizia. Senza contare che nel caos asilo ci sono un sacco di enti ed associazioni, prevalentemente ro$$e, che ci tettano dentro. E che non hanno la benché minima intenzione di tagliare il ramo su cui sono sedute.

A livello federale

A livello federale si sa ad esempio che per il 2018 la Confederazione prevede di spendere 2,4 milardi di Fr per l’asilo. Ma questi non sono affatto i costi totali.  In effetti mancano i costi a carico di Cantoni e Comuni.  E arrivare ad un calcolo totale diventa una missione impossibile. Anche perché dopo un po’ i profughi, accertati come tale, spariscono dalle statistiche d’asilo. Ciò accade dopo cinque, rispettivamente sette anni (per i rifugiati riconosciuti, rispettivamente per le persone ammesse provvisoriamente).  Il che, sia detto per inciso, ancora non significa che queste persone siano davvero perseguitate e meritevoli del sostegno elvetico. Infatti anche gli eritrei che tornano nel paese d’origine per trascorrervi le vacanze perché “lì è più bello” erano stati formalmente riconosciuti come profughi. Ma evidentemente trattavasi di finti rifugiati, che si fanno beffe degli svizzerotti fessi.

Rifilati ai Cantoni

Dopo 5, rispettivamente 7 anni, dunque, i costi causati dagli asilanti finiscono nei  bilanci cantonali e comunali, alla voce socialità. Inutile cercarli sotto il capitolo asilo.

A giustificazione dello scarica-barile, Berna invoca la seguente scusa: trascorsi i 5 o 7 anni, i migranti dovrebbero essere diventati almeno in una certa misura autonomi finanziariamente. Si tratta di una spudorata presa per i fondelli, dal momento che quasi l’81% degli asilanti è invece in assistenza, altro che autonoma. Questo dato, che non è di per sé nuovo, l’ha ri-pubblicato di recente la Basler Zeitung. Anch’essa ha tentato, invano, di fare ordine nel ginepraio dei costi generati dall’asilo. Ma non ce l’ha fatta.

Misure di protezione

E il caos si fa totale quando – spesso e volentieri – gli asilanti oltre che di aiuti economici vengono messi al beneficio (?) anche di misure cosiddette di protezione. Ad esempio, sappiamo che già svariati anni fa una richiedente l’asilo minorenne ospite in un istituto ticinese costava quasi 6000 franchi al mese all’ente pubblico.  La vicenda venne resa nota dal Mattino. Questo solo per avere un ordine di grandezza delle cifre che circolano. Non si tratta certo dell’unico caso. Da altri Cantoni vengono esempi ancora più folli. Ad esempio,  in un Comune dell’agglomerato zurighese una coppia di richiedenti l’asilo minorenni in istituto arriva a costare  lo sproposito di 100mila Fr all’anno.

C’è chi fattura…

Le misure di protezione possono riguardare ovviamente anche i maggiorenni. Sicché il contribuente assiste impotente (ma pagante) a situazioni che gridano vendetta. Come assistenti sociali  – che fatturano alle proprie tariffe – impegnati ad insegnare ai migranti come si fa la spesa. Oppure a spiegare che per guidare l’auto serve una patente. O ancora, a tentare di far passare il messaggio che  il rüt va messo negli appositi sacchi e non buttato direttamente in strada dalla finestra. Il fatto che queste misure  di protezione vengono in genere rinnovate ad oltranza, dimostra che sortiscono assai scarsi effetti. Però costano, e parecchio. E intanto c’è chi fattura…

Se poi si aggiungono i costi della salute e di scolarizzazione, si apre un nuovo universo contabile sconosciuto.

Casse pubbliche svuotate

Ma anche prima di scaricarsi di tutte le spese rifilandole ai Cantoni ed ai Comuni, quindi anche prima del termine di 5, rispettivamente 7 anni, la Confederazione non copre comunque tutti i costi dell’asilo. Alle Camere federali sono stati depositati vari atti parlamentari con l’obiettivo di accrescere la copertura federale, ma senza risultato.

La morale della favola è dunque che la politica dell’asilo decisa da Berna troppo spesso all’insegna del “devono entrare tutti”  ha dei costi enormi. Quanto enormi, però, non è possibile saperlo. Certo è però che questi esborsi svuotano le casse pubbliche.

Lorenzo Quadri

Stop beneficienza al Belpaese! Ci vogliono contropartite!

Asilanti: la kompagna Simonetta promette nuovi aiuti all’Italia. E in cambio?

E ci risiamo! La kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga va a Roma a promettere ulteriori aiuti al Belpaese da parte degli svizzerotti nella gestione dei finti rifugiati. Chiaro: la vicina Penisola non sigilla la frontiera del Mediterraneo (in Spagna nel 2016 sono arrivati 15mila asilanti, poco più di un terzo di quelli giunti in Svizzera!) e quindi i migranti economici con lo smartphone continuano a sbarcare a frotte. E naturalmente la ministra di Giustizia (?) Sommaruga, quella che riempie il Ticino di centri asilanti, si impegna a fare sempre di più per aiutare i vicini a sud. Il problema ovviamente è che non impegna se stessa (a proposito: quanti migranti ospita a casa sua?) bensì i cittadini svizzeri. E i ticinesi in particolari. Visto che abbiamo la sfortuna di confinare con l’Italia in regime di libera circolazione delle persone, è chiaro che, di fatto, ad aiutare l’Italia per permettere alla Simonetta di farsi bella con gli amici romani sono i Ticinesi.

Non aderisce nemmeno l’UE

Ma come, proprio la kompagna ministra del “devono entrare tutti” prima della votazione sul tema non aveva andava in giro a raccontare che la nuova legge sull’asilo era “restrittiva”? Infatti è così “restrittiva” che la Svizzera si fa carico, senza alcuna base legale, di sempre più migranti economici che spettano al Belpaese, in base a piani di ridistribuzione di Bruxelles! Piani ai quali non aderiscono neppure i paesi UE!

Portare a casa

Invece di andare in vacanza a Roma a fare promesse, sarebbe ora che la kompagna Simonetta portasse a casa qualcosa dall’Italia. La Confederella aiuta il Belpaese con i finti rifugiati a spese, in prima linea, del Ticino. E cosa ottiene in cambio? Zero! Oltreconfine il concetto di reciprocità lo devono cercare sul dizionario. La cacca viene scaricata direttamente nel Ceresio perché non ci sono i depuratori. Sulla famosa ferrovia Mendrisio-Malpensa stendiamo un velo pietoso. La Penisola da più di 40 anni incassa i ricchi ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri, che sono un pizzo pagato all’Italia in cambio del riconoscimento del segreto bancario svizzero. La Penisola ha vigliaccamente attaccato la Svizzera sul segreto bancario. Però, ma guarda un po’, ha continuato ad intascare il pizzo. Pecunia non olet, come si diceva una volta da quelle parti! E adesso vorrebbero pure rifilarci i costi della disoccupazione dei frontalieri…

E  come la mettiamo con il libero accesso dei servizi finanziari rossocrociati al mercato italico, ora che grazie all’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf la Svizzera in materia di piazza finanziaria ha calato le braghe integralmente? Campa cavallo, che l’erba cresce! Se ne parla da anni ma, ovviamente, i  negoziatori svizzerotti non cavano un ragno dal buco. La mediterranea controparte dichiara che “il tema è sul tavolo” e le aquile bernesi immaginano di aver ottenuto chissà quale successo… quando si dice credere a Gesù Bambino!

Non si vede l’ombra

E aggiungiamo pure che l’Italia, per il proprio tornaconto elettorale, rifiuta con scuse ridicole di tassare i frontalieri come i lavoratori italiani che vivono in Italia, discriminando gravemente la maggioranza dei propri concittadini. In questo modo l’Italia fomenta attivamente il dumping salariale in Ticino. Eppure la kompagna Sommaruga contribuisce a togliere le castagne dal fuoco, a nostro danno, al Belpaese, in materia di caos asilo. Quel caos asilo di cui la politica italiana porta la responsabilità. E dove sono i ringraziamenti dell’Italia per l’aiuto offerto? Ringraziamenti sottoforma di azioni concrete. Risposta: non se ne vede l’ombra! Addirittura, oltreramina taluni politicanti (credendo di farsi belli agli occhi del proprio elettorato) starnazzano al Ticino razzista. Vedi qualche sindaco che dovrebbe semmai ringraziare il nostro Cantone di esistere mattina, mezzogiorno e sera, perché senza il Ticino la maggioranza dei suoi concittadini non avrebbe la pagnotta sul tavolo. Oppure qualche evanescente europarlamentare che assume la mamma e poi si fa mazzuolare. Costoro hanno addirittura avuto il coraggio di sbroccare contro la decisione di chiusura notturna in prova di tre valichi secondari.

Insomma, noi “aiutiamo” ed in cambio…

Passatori

Visto poi che la kompagna Simonetta nella sua gita ricreativa a Roma ha pure parlato di lotta ai passatori, ci piacerebbe proprio conoscere il suo pensiero al proposito della deputata presunta passatrice che continua a rappresentare  il $uo partito nel Gran Consiglio ticinese.

Lorenzo Quadri

Grazie, Tribunale federale! Due disastri in due giorni!

Avanti così! Pene ridicole e niente espulsione dalla Svizzera per i miliziani dell’Isis!

 

Avanti così! A suon di sentenze balorde, i giudici del Tribunale federale stanno trasformando la Svizzera nel paese del Bengodi per i miliziani dell’Isis e di analoghe associazioni criminali. Stiamo parlando di terroristi islamici, mica di ladri di ciliegie. Proprio nel preciso momento in cui il terrorismo islamico – e quell’aggettivo, islamico, lo sottolineiamo per benino – semina il panico in Europa, vedi l’attentato di Westminster, vedi l’attentato mancato ad Anversa, i legulei di Losanna almanaccano sui diritti dei terroristi islamici. Naturalmente in nome del sacro dogma del “non si espelle nessuno alla faccia della volontà del popolo becero” e delle “pene buoniste”. Nel giro di un paio di giorni si sono viste due decisioni da far rizzare i capelli in testa ai calvi.

Ai jihadisti si riduce la pena

Il Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona ha condannato due uomini iracheni a quattro anni e otto mesi di carcere per partecipazione ad un’organizzazione criminale, nel concreto l’Isis (ma come: immigrazione non era uguale a ricchezza? Ma come: gli stranieri che delinquono non erano tutta una balla della Lega populista e razzista?).

Il TPF non è propriamente un covo di leghisti. Ed infatti quattro anni ed otto mesi sono ancora una pena mite. Altrove simili soggetti li sbattono in cella e buttano via la chiave. Giustamente. Eppure i due jihadisti iracheni non hanno nemmeno la decenza di volare basso. Macché: presentano ricorso contro la sentenza (gli avvocati glieli paga il contribuente?) ed il Tribunale federale in quel di Losanna che fa? Dà loro ragione e intima al TPF di emettere una condanna ancora più all’acqua di rose!

Abuso dell’ospitalità

L’aspetto obbrobrioso della vicenda è che il Tribunale federale non annulla la decisione del TPF perché i due iracheni non sono colpevoli o hanno delle attenuanti. Macché. La colpevolezza è confermata in pieno. Ma il calcolo della pena massima possibile, sentenziano i legulei di Losanna, a Bellinzona non è stato eseguito in modo corretto. Scrivono, tranquilli come un tre lire, i giudici politically correct: “La corte penale ha considerato a torto (sic!) come fattore aggravante, che i due imputati avevano abusato dell’ospitalità della Svizzera”.

Ma è il colmo! Qui ci sono delinquenti stranieri che arrivano nella Svizzera paese del Bengodi e per tutto ringraziamento impiantano cellule terroristiche di matrice islamica (ri-sottolineiamo l’aggettivo). Però l’abuso dell’ospitalità della Svizzera (fessa) non può essere considerato un’aggravante! Tale aggravante non è stata inserita nella sentenza da dei beceri leghisti, populisti e razzisti, ma da dei giudici di una corte penale federale. E si suppone che questi ultimi conoscano la legge. Sicché, se hanno inserito l’abuso dell’ospitalità come aggravante (bravi!)  vuol dire che ciò è giuridicamente sostenibile. Invece, ecco che arrivano i luminari del TF a dire che “sa po’ mia”!

Con queste sentenze del cavolo, diventeremo un polo d’attrazione per terroristi islamici e sapremo chi ringraziare.

Seconda prestazione

E il peggio deve ancora venire, perché non contento dell’esaltante prestazione di cui sopra, il TF ha pensato bene di farne subito un’altra. Al centro ci sono ancora i jihadisti iracheni. La Fedpol ne ha disposto l’espulsione, uno di essi è pure intenzionato a tornare spontaneamente in Iraq. Ma, ancora una volta, nel faraonico palazzo di Losanna gli azzeccagarbugli politically correct si mettono per traverso. Il miliziano dell’Isis deve rimanere in Svizzera, altro che espulsioni razziste! Deve rimanere in Svizzera perché – udite udite – se l’ennesimo pericoloso delinquente straniero che ci siamo messi in casa tornasse al suo paese, sarebbe a rischio di incarcerazione o di tortura. E noi dovremmo preoccuparci se un terrorista islamico (non un ladro di galline!) viene incarcerato o torturato nel suo paese? Ma stiamo scherzando? E per evitargli questo rischio  – che il diretto interessato è disposto a correre: è lui che intende partire – ce lo teniamo in Svizzera libero di organizzare attentati che possono costare la vita a decine di onesti cittadini? (Come si è visto, non c’è mica bisogno di un arsenale bellico per seminare morte, basta un’automobile lanciata in una zona pedonale affollata). Per tutelare un criminale mettiamo in pericolo la sicurezza interna? E oltretutto, rafforziamo ulteriormente la deleteria immagine di una Svizzera buonista-coglionista, covo ideale per miliziani dell’Isis?

Qualcuno ha perso la trebisonda

Qui qualcuno ha proprio perso la trebisonda. Ma il popolo non aveva votato l’espulsione dei delinquenti stranieri? Ed invece, non solo non vengono espulsi i delinquenti comuni, ma ci teniamo in casa pure i terroristi islamici!

Evidentemente, per evitare ulteriori sconci, urge cambiare qualche legge. E magari qualche giudice. E magari anche disdire qualche convenzione internazionale a tutela dei criminali che – ça va sans dire – gli svizzerotti fessi sono gli unici ad applicare. Pedissequamente. Contro i propri interessi vitali. Ma forse la sicurezza dei terroristi è più importante di quella della Svizzera, nevvero luminari di Losanna?

Lorenzo Quadri

Accordi con l’UE: stanno ancora tentando di farci fessi!

La diplomazia turboeuropeista prepara il terreno per la prossima calata di braghe

 

Chissà come mai, ma abbiamo come l’impressione che qualche illustre esponente della diplomazia svizzera, cameriera dell’UE, stia tentando per l’ennesima volta di infinocchiarci in grande stile!

Non è certo un caso se l’ineffabile Jacques De Watteville (già portaborse dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf nonché  abile negoziatore con il Belpaese, così abile che non ha portato a casa un tubo) adesso torna a remenarla con l’ accordo quadro istituzionale tra la Svizzera e gli eurofalliti di Bruxelles.

Accordo capestro

L’accordo quadro è quel trattato-capestro che obbligherebbe la Svizzera a riprendere il diritto UE oltre che a sottomettersi a giudici stranieri. Si tratterebbe della pietra tombale sulla nostra sovranità, ed anche sui diritti popolari. Sicché, di sottoscrivere una simile bestialità non se ne parla nemmeno. Come non se ne parla nemmeno di estendere un qualsivoglia accordo bilaterale. De Watteville evidentemente tenta di convincere gli svizzerotti della necessità, anzi dell’ineluttabilità, dell’ ennesima calata di braghe davanti agli arroganti funzionarietti di Bruxelles: “Abbiamo tre mesi di tempo per trovare un accordo – ha dichiarato – dopodiché l’UE sarà troppo impegnata a gestire la Brexit”.

Ah, ecco. Adesso è colpa della Brexit. Perché evidentemente i balivi UE, essendo un po’ limitati, sono in grado di affrontare un solo dossier per volta. E, se sono occupati nella Brexit, non avranno più tempo per la Svizzera. Che evidentemente, secondo l’illuminata visione del capo negoziatore De Watteville, conta come una caccolicchia.

Basta fole!

Ma la vogliamo piantare di raccontare fregnacce?

  • La storiella dell’ “ineluttabilità” è la stessa panzana utilizzata dall’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf per svendere sciaguratamente il segreto bancario senza alcuna contropartita.
  • Per i camerieri dell’UE del Consiglio federale, qualsiasi cip in arrivo da Bruxelles è “ineluttabile”. Ma a chi pensano di darla a bere?
  • Al proposito della Brexit, ricordiamo la posizione di un’ex ministra degli esteri elvetica, assai poco sospetta di simpatie leghiste, ovvero Micheline Calmy-Rey. La quale disse che grazie alla Brexit (e magari tra un po’ ci sarà anche la Frexit?) l’UE sarà costretta, se vuole continuare ad esistere, a mediare su determinati dogmi.
  • La stessa posizione l’ha espressa l’ex vicepresidente della BNS Jean Pierre Danthine.

Il ricattino

E il De Watteville pensa ancora di venirci a propinare la fanfaluca secondo cui davanti all’onnipotente UE la Svizzera deve di nuovo abbassare le braghe ad altezza caviglia e firmare un folle accordo quadro istituzionale entro tre mesi, altrimenti….?

De Watteville, ma “daccene una fetta”! Se tu vai a Bruxelles a negoziare in ginocchio e non sei in grado di far valere la posizione della Svizzera (o non vuoi farlo!), questo non significa affatto che la capitolazione compulsiva che tanto ti piace sia ineluttabile. Non ci sarà nessun accordo quadro! Non ci sarà nessuna estensione dei Bilaterali! E nemmeno ci sarà un ulteriore pagamento di un miliardo di contributi di coesione (!)  ad un’UE che ci ricatta! Quel miliardo che invece i camerieri dell’UE Didier Burkhaltèèèèr e Johann Leider Ammann, guarda caso entrambi ministri PLR, sarebbero invece pronti a versare domani senza colpo ferire!

La Svizzera non crolla

Lo ripetiamo per l’ennesima volta. La libera circolazione non è un dogma. Se la sua fine comporta anche quella dei bilaterali, la Svizzera non cola a picco, anzi. Questo è semplicemente quel che vuole farci credere, per il proprio tornaconto, l’élite spalancatrice di frontiere. La quale non vuole ammettere che il suo disegno di globalizzazione ha fatto flop. La Svizzera esportava già prima dei bilaterali, e più di ora. Se i bilaterali cadono, si troveranno altri accordi, senza la libera circolazione delle persone. Certo, qualche intellettualino ro$$o da tre e una cicca dovrà rimangiarsi un po’ di ideologia internazionalista. E magari qualche padrone del vapore si vedrà ridurre di un po’ gli utili stratosferici. Tutto qui. De Watteville, basta! L’era della diplomazia turboeuropeista e succube di Bruxelles è finita. La tua era è finita. Vai in pensione che è meglio.

Lorenzo Quadri

 

La libera circolazione mette a rischio anche i nostri denti

Nell’UE ci sono dentisti che concludono gli studi  senza alcuna formazione pratica

 

La devastante libera circolazione delle persone, voluta dalla partitocrazia spalancatrice di frontiere, non ha solo mandato a ramengo la nostra sicurezza, il nostro mercato del lavoro (dumping salariale e soppiantamento dei residenti con frontalieri), la nostra viabilità (interminabili colonne di veicoli con targa azzurra, naturalmente con a bordo soltanto il conducente), la qualità della nostra aria (le auto d’oltreramina non emettono essenza di eucalipto dal tubo di scappamento). Senza contare che l’immigrazione incontrollata – come diceva giustamente l’iniziativa Ecopop, troppo presto finita in dimenticatoio – esaurisce le risorse naturali e fa pure decollare i costi dell’alloggio.  E poi c’è naturalmente il lungo e scandaloso capitolo della volontaria e pianificata distruzione delle nostre radici e della nostra identità tramite il multikulti imposto col ricatto morale (i moralisti a senso unico denigrano e delegittimano i contrari etichettandoli come spregevoli razzisti e fascisti).

10% senza pratica

Ma non di soli massimi sistemi vive l’uomo (o la donna). Quindi, tornando più sul terre-à-terre, si scopre che la libera circolazione delle persone mette in pericolo anche i nostri… denti. Ed infatti da uno studio realizzato in Francia si apprende che nell’Unione europea il 10% dei dentisti conclude la formazione, e quindi comincia a lavorare, senza aver mai avuto alcuna esperienza pratica: al massimo ha guardato altri che lavoravano.

L’informazione non se l’è inventata il Mattino populista e razzista. Proviene dal sito ZWP online,  portale svizzero d’informazione per gli addetti al settore della medicina dentaria. L’articolo in questione è stato pubblicato nella seconda metà di gennaio; un gentile lettore ce l’ha segnalato.

Le prime cavie di questi dentisti UE che durante gli studi mai hanno messo mano ad una gengiva, sono dunque proprio i pazienti. Grazie alle frontiere spalancate, tali dentisti possono lavorare anche in Svizzera, perché i diplomi vengono considerati equivalenti. Vengono considerati, appunto. Però non lo sono. Ed infatti nelle università elvetiche dove si insegna medicina dentaria, la pratica ha un peso rilevante nel curricolo di studio Come è giusto che sia.

Morale (molare?) i dentisti UE avranno forse un diploma “equivalente”; ma di certo non hanno competenze equivalenti ai colleghi rossocrociati.

Nozioni semplici

L’articolo di ZWP online rincara la dose: non solo nella disunione europea parecchi futuri dentisti studiano in modo superficiale dei trattamenti complessi, ma anche le nozioni più semplici “ciurlano nel manico”: ad esempio, uno studente su tre non ha mai fissato una protesi dentaria.

Lo scenario che si presenta non è dunque dei più incoraggianti.

Studio lacunoso

Ma se la formazione in medicina dentaria nell’UE – o per lo meno in taluni paesi membri – è gravemente lacunosa, purtroppo lo è anche lo studio che ha portato alla luce la poco edificante situazione.

Qual è infatti la prima domanda che il lettore si pone davanti ad un’indagine del genere? Fuori i nomi delle Università che rilasciano lauree traballanti. O almeno delle nazioni in cui esse si trovano. Così il consumatore si sa orientare. E invece questa informazione non c’è. Manca volutamente. L’autore dello studio ha dichiarato che il suo obiettivo non è “mettere qualcuno alla berlina” ma “sensibilizzare in generale su quello che non va”.  Quando si dice l’uregiateria! Certo che serve a poco realizzare uno studio se poi, in nome del politikamente korretto, si lascia via di proposito la parte più interessante ed importante. La parte senza la quale l’utilità pubblica dell’indagine va a farsi benedire.

Autocensura politikamente korretta

Questo modo di procedere rappresenta una forma deleteria di autocensura. Non si dice come stanno le cose perché è sconveniente nell’ottica delle frontiere spalancate. Non sia mai che si rischi di nuocere al sommo ideale del “devono entrare tutti”!

Si potrebbe sapere quali dentisti hanno lauree UE da tre e una cicca. Però si preferisce chiudere gli occhi.  Per scelta. E mica vorremmo rischiare di discriminare! Le esigenze (?) del buonismo-coglionismo vengono fatte passare prima dell’integrità fisica delle persone.

Ad ogni buon conto, tanto per non sbagliare, quando si ha bisogno di un dentista basta rivolgersi a professionisti svizzeri che hanno studiato in Svizzera. Così si è sicuri di non incappare in uno di quel 10% di dentisti  UE che la bocca di un paziente l’ha vista solo in fotografia.

Lorenzo Quadri

Ticino: entrate clandestine triplicate e sarà sempre peggio

Intanto il Consiglio nazionale vuole spendere sempre di più per formare gli asilanti

Ma come, il caos asilo non doveva essere tutta una balla della Lega populista e razzista? Ed invece si è di recente appreso, ma tu guarda i casi della vita, che le entrate clandestine in Ticino sono triplicate da un anno all’altro: erano meno di 11mila nel 2015, contro le quasi 34mila nel 2016. Sicché la proposta di costruire un bel muro sul confine non è poi tanto campata in aria.

Eppure delle cifre in questione si prende semplicemente atto; come se fossero solo dei segni sulla carta e non avessero delle conseguenze assai concrete. Sia finanziarie che sotto il profilo della sicurezza. Intanto il Belpaese, ma tu guarda i casi della vita, è stato nuovamente rampognato in sede internazionale perché l’accoglienza dei migranti economici minorenni non sarebbe adeguata. Naturalmente si tratta in gran parte di presunti minorenni, visto che le dichiarazioni sull’età sono fantasiose e i documenti d’identità vengono gettati in mare.

“Persone in autostrada”

Il fatto che l’Italia non faccia i compiti in materia di accoglienza, aumenta la pressione sui paesi vicini (nel senso che sempre più migranti giunti nel Belpaese vista la situazione decidono di raggiungere altri lidi più accoglienti).  Questo lo hanno riconosciuto anche gli organismi internazionali di cui sopra. Va da sé che i primi  a scontare questa situazione sono proprio gli svizzerotti. E più precisamente il Ticino, per ovvi motivi geografici. C’è quindi da attendersi che gli ingressi clandestini in questo sempre meno ridente Cantone, già triplicati in un anno, siano destinati ad impennarsi ulteriormente. Con modalità sempre più fantasiose e rischiose. Vedi gli episodi di trainsurfing (viaggio clandestino sul tetto del treno) che hanno riempito la cronaca recente. Anche perché in  un caso l’esito è stato tragico. Ma da tempo decine di migranti entrano in Ticino a piedi camminando in autostrada. Pratica che non è di certo sicura. Chi credete che siano le “persone lungo l’autostrada” nel Mendrisiotto che i notiziari di Via Suisse annunciano con bella regolarità? Non sono mica turisti con la macchina in panne…

Troppo attrattivi

Chi istiga i migranti economici a tentare simili imprese rocambolesche, che possono anche costare la vita? Risposta: i fautori del “devono entrare tutti”. Quelli che si ostinano ad illudere gli asilanti che una volta raggiunto il nostro paese sono a posto: perché gli svizzerotti accolgono e mantengono tutti. Come ha detto il consigliere del presidente eritreo in visita a Berna, “il vostro (della Svizzera) problema è che siete troppo attrattivi”.

Svizzerotti pronti ad obbedire

E gli stessi organismi internazionali che bacchettano il Belpaese in materia di accoglienza di asilanti fanno – e ti pareva! –  appello all’UE e alle famose quote di ridistribuzione.  Il che significa, come di consueto, che i primi (se non gli unici) a seguire con la massima diligenza simili inviti, senza peraltro avere alcun obbligo al proposito, saranno proprio gli  svizzerotti. Come del resto hanno sempre fatto. Ringraziamo in coro la ministra del partito del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. Ci troveremo quindi ad alloggiare sempre più sedicenti rifugiati che toccherebbero ad altri. Per questo la buona Simonetta ci vuole rifilare sempre più centri per asilanti.

La metà sparisce

E’ inoltre confermato che quasi la metà dei migranti spariscono nel nulla; questi, è evidente, sono tutti finti rifugiati, dal momento che dei veri perseguitati, una volta giunti in Svizzera, non avrebbero alcun motivo per far perdere le proprie tracce. Su questi clandestini nulla si sa – e nulla si continua a sapere. Il Consiglio federale, rispondendo a delle domande sul tema, ha ribadito che verosimilmente questi migranti non sono più in Svizzera e che comunque non risultano aumenti di reati che potrebbero essere riconducibili alla permanenza in clandestinità dei finti rifugiati “spariti” e blablabla. Ah beh, quando si dice “l’importanza del controllo sul territorio”!

Formazione

Intanto, sempre in tema di asilanti, il Consiglio nazionale è riuscito a prodursi nell’ennesima brillante pensata: ovvero accettare, per 108 voti contro 70, una mozione che chiede di spendere “parecchio di più”  nella formazione dei giovani rifugiati. E già, perché i giovanotti con lo smartphone non vanno solo accolti. Devono pure venire formati a spese del contribuente svizzerotto. Altrimenti – questa la brillante argomentazione dei mozionanti, naturalmente di $inistra – rimanendo in Svizzera saranno poi a carico dell’assistenza. Ma guarda un po’! Peccato che il punto sia un altro: ossia che questi signori non devono restare  definitivamente nel nostro paese, bensì rientrare nel loro il prima possibile. Le ammissioni provvisorie devono tornare ad essere quello che dice il nome: provvisorie, appunto. Invece la partitocrazia spalancatrice di frontiere, Dipartimento Sommaruga in prima fila, ha reso le ammissioni provvisorie, de facto, definitive.

Sdoganare

Sicché,  invece di intervenire al livello giusto, dove è effettivamente necessario intervenire, non solo si prosegue nell’irregolarità (e nümm a pagum) ma si pongono i presupposti per sdoganarla e perpetrarla. Si accetta come normale ciò che normale non è. Questo per ampliare sempre di più la spesa sociale provocata dai migranti economici. E naturalmente si ampliano di pari passo i diritti di questi ultimi (i doveri mai). Già, perché mica vorrete rimandare a casa un asilante che si è formato o che si sta formando, vero beceri razzisti?

Avanti, diventiamo sempre più accoglienti per i migranti economici! Quanto al conseguente caos asilo, semplicemente se ne nega l’esistenza (un po’ come accade con il dumping salariale ed il soppiantamento dei residenti con frontalieri). Ma fino a quando si pensa di prendere la gente per i fondelli?

Lorenzo Quadri

 

 

Berna: il Mobility Pricing avviato alla rottamazione?

Martedì la Commissione dei trasporti del Nazione potrebbe decretarne l’affossamento

In ogni caso: in Ticino di questi “esperimenti” non vogliamo nemmeno sentire parlare

Il Mobility Pricing arranca. Per Mobility Pricing si indica quel progetto che vorrebbe penalizzare, andando ad incidere come al solito sul portafoglio, chi si sposta negli orari di punta. Nel mirino ci sono in prima linea i soliti sfigati automobilisti, tartassati e criminalizzati. O, per essere più precisi, criminalizzati per avere la giustificazione morale (?) ai salassi. Ma poi potrebbe anche essere il turno degli utenti dei mezzi pubblici.

Nessun volontario

L’obiettivo del progetto di  Mobility Pricing – parto bernese del Dipartimento Leuthard (PPD) – sarebbe quello di fluidificare il traffico. Tuttavia, per l’ennesima boiata prodotta dai burocrati federali, le prospettive si fanno fosche. Il tema sarà trattato dalla Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale il 22  marzo. Gli uccellini bernesi cinguettano che in quell’occasione arriverà in Commissione una proposta che chiede l’interruzione immediata dell’esperimento. Esperimento che, peraltro, è già fallito.

In effetti, il Dipartimento Doris non ha trovato nessuna regione pronta a mettersi a disposizione come cavia per il Mobility Pricing. Perfino le agglomerazioni a maggioranza ro$$overde di Berna e Zurigo hanno risposto picche. Il che dovrebbe già chiarire a Leuthard ed ai suoi portaborse che il progetto non è in grado di ottenere un grado di accettanza minimamente decente. E quindi va cestinato.

Sulle auto elettriche?

Eppure c’è chi si arrampica sui vetri per attuarlo comunque. Swisscleantech, ad esempio, ha proposto di testare il mobility pricing sulle auto elettriche. La ricompensa sarebbe l’esenzione delle “cavie” dalla nuova tassa annuale che i titolari di veicoli elettrici dovranno sborsare a partire dal 2020: il balzello in media ammonterà a 370 Fr a vettura. Solo che le auto elettriche sono troppo poche per un test del genere, visto che sono attualmente circa 11mila in tutta la Svizzera. Sicché l’idea di utilizzarle per sperimentare è, come direbbe Fantozzi, una  c_gata pazzesca.

Ma questi goffi tentativi di salvataggio in corner ben dimostrano le finalità del Mobility Pricing. Non certo fluidificare il traffico ma, ancora una volta, penalizzare gli automobilisti. E’ significativo che politicamente sia sostenuto soltanto dai ro$$overdi e oltretutto – come ben dimostra la defezione di Berna e Zurigo – solo a patto che venga introdotto in casa d’altri.

Grande fratello?

E’ evidente che, per quel che ci riguarda, in Ticino di mobility pricing non vogliamo nemmeno sentire parlare, e questo per una serie di motivi.

Tanto per cominciare, come si fa a sapere se un’automobilista entra nell’agglomerato nell’ora di punta o in altro orario? Evidentemente le automobili verrebbero dotate di speciali vignette che rilevano gli spostamenti con i relativi orari. Ohibò, peggio del Grande Fratello! Alla faccia della privacy! E poi magari un domani nemmeno tanto lontano si farà  in modo che i dispositivi rilevino anche la velocità dei veicoli, così il solito sfigato automobilista avrà di fatto un radar sempre appicciato addosso, pronto a registrare e a segnalare alla polizia ogni minima infrazione dei limiti consentiti?

Alcune considerazioni

E poi: se il traffico non è fluido, la colpa è degli automobilisti residenti o va cercata altrove? Alcune semplici considerazioni al proposito si impongono.

  • Proliferano i fallimentari piani viari (vedi il PVP di Lugano) che vengono concepiti appositamente contro le auto. Perché è politikamente korretto mazzuolare la mobilità privata. L’obiettivo è chiaro: esasperare gli automobilisti costringendoli ad utilizzare i mezzi pubblici “per sfinimento”. Ma l’efficienza del trasporto pubblico lascia alquanto a desiderare, specie per chi vive appena fuori dall’agglomerato. Le automobili aumentano, eppure le strade vengono chiuse o ristrette, e gli assi di transito non vengono sviluppati. Per precisa scelta politica. Ai mezzi pubblici si dà la possibilità di “chiamare il verde” agli incroci e tale possibilità (del resto era scontato) viene abusata. Poi ci si meraviglia se le colonne non scorrono. La fluidità del traffico viene sabotata di proposito.
  • Se nelle ore di punta si sostituissero i semafori nei punti più caldi con i “securini”, di certo si formerebbero meno colonne. Ma non si vuole nemmeno tentare. L’operazione infatti avrebbe un costo. E per gli automobilisti non si deve spendere: al contrario, bisogna (?) mungerli per fare cassetta! Altrimenti i politikamente korretti insorgono.
  • Le automobili aumentano, ovviamente a seguito dell’aumento della popolazione. La quale cresce a causa dell’immigrazione incontrollata. E nel nostro sempre meno ridente Cantone, ma tu guarda i casi della vita, il grosso degli immigrati viene proprio da paesi in cui l’auto è considerata uno status symbol, vedi i Balcani e la vicina Penisola. Il Ticino ha il più alto tasso di automobili immatricolate. Non c’è alcun nesso con il fatto che abbia anche quasi un terzo di popolazione straniera, e che le comunità straniere più rappresentate siano quelle indicate sopra? Da notare che quanti rifiutano istericamente qualsiasi limitazione all’immigrazione (“bisogna aprirsi!”) sono poi gli stessi che vogliono il Mobility Pricing.  La rete viaria attuale non è più in grado di reggere ad un’immigrazione andata del tutto fuori controllo (saldo migratorio dalla sola UE di 80mila persone all’anno! Quando prima della votazione sui fallimentari accordi bilaterali, il Consiglio federale parlava di 10mila persone in più all’anno!).
  • Ogni giorno in Ticino entrano 65mila frontalieri uno per macchina, più svariate migliaia di padroncini. Ecco come mai le nostre strade sono infesciate e i valori delle polveri fini schizzano verso l’alto. E qui si torna al punto precedente: a volere il Mobility Pricing sono gli stessi ambienti spalancatori di frontiere che rifiutano istericamente ogni limitazione del frontalierato. E no kompagnuzzi, non ci siamo proprio! Prima si provoca l’invasione di targhe azzurre e poi si pensa di penalizzare tutti indiscriminatamente con il Mobility Pricing? Ma col piffero! Prima si screma, ma alla grande, il numero di veicoli di frontalieri presenti sul territorio. Poi semmai se ne riparla.
  • Gli orari di inizio lavoro non sono “à la carte”. Chi ha bisogno dell’auto per andare a lavorare non può scegliere di spostarsi negli orari in cui le strade sono più libere. Anche perché, se così fosse, non aspetterebbe l’imposizione dall’alto del Dipartimento Leuthard (PPD) che gli mette le mani in tasca per costringerlo a spostarsi come e quando vorrebbero la Doris ed i suoi burocrati. Uella, in tutti i palazzi governativi di ogni ordine e grado ci si sciacqua la bocca con la storiella dell’ “amministrazione al servizio del cittadino” ed invece si assiste ad un’allarmante deriva nel senso contrario: il cittadino è sempre più al servizio delle paturnie ideologiche dell’amministrazione.
  • In Ticino, ma questo lo sanno anche i paracarri, la conformazione del territorio è tale che utilizzare l’auto per recarsi al lavoro è una necessità di moltissimi.

Morale della favola: la Doris uregiatta faccia una bella cosa e “termovalorizzi” definitivamente il progetto del Mobility Pricing.

Lorenzo Quadri

SSR: le tre scimmiette sbarcano in Consiglio nazionale

Emittente di regime criticata solo a parole, ma quando si tratta di votare…

Tanto tuonò che non piovve. Alla fine il Consiglio nazionale non ha apportato  modifiche sostanziali al mandato di servizio pubblico della SSR. Una mozione di commissione che chiedeva di introdurre la competenza duale nel rilascio nella concessione  alla SSR (concessione quadro decisa dal parlamento, concessione di dettaglio definita dal Consiglio federale) è stata respinta di misura con 99 voti contrari 87 favorevoli e 4 astensioni. Un’altra mozione, che chiedeva che la competenza passasse tout-court al parlamento, è stata parimenti bocciata. E’ stata per contro approvata una mozione per l’istituzione  di un’autorità di sorveglianza indipendente, che adesso non c’è.

La SSR raccoglie una “vittoria”. E’ infatti chiaro che, se il parlamento ottenesse la competenza di fissare l’ammontare delle risorse a disposizione dell’azienda, e di conseguenza il canone, esso si dimostrerebbe meno accomodante del dipartimento Leuthard, che con l’azienda va a manina. Ciò significa che il canone verrebbe decurtato.

I contrari all’ipotesi della concessione decisa dal parlamento hanno strillato allo scandalo, al controllo della epolitica sull’azienda. Il che fa piuttosto ridere dal momento che l’azienda è già lottizzata adesso. A suscitare lo scandalo dei benpensanti non è tanto il fatto che la politica possa avere da dire nell’emittente. Lo scandalo è semmai che la parte politica che si vuole tagliare fuori, e specialmente l’odiata “destra populista”, potrebbe avere qualcosa da dire.

Chi si loda…

Fa poi piuttosto specie che il direttore della RSI kompagno Maurizio Canetta abbia dovuto scrivere un’opinione sul Corriere del Ticino per spiegare ai lettori quanto brava e bella e vicina al territorio (?) sia l’emittente da lui diretta, ciò alla luce delle risultanze di un sondaggio. Un detto dialettale recita: “chi g’ha miga vatandur, i sa vanta da par lur” (nb: non essendo torinese non posso garantire sulla correttezza  dell’ortografia in dialetto). Ma i sondaggi non sempre ci azzeccano. Anzi, ultimamente non ci azzeccano quasi mai. A contare sono i voti. E l’ultima votazione sulla RSI è quella del giugno 2015 sulla nuova legge sulla radiotelevisione. La legge è stata approvata a livello federale per una manciata di schede, mentre in Ticino è stata sonoramente bocciata. Metà della popolazione svizzera è scontenta della SSR. E a questa metà il Consiglio federale nel suo rapporto dice che “l’è tüt a posct”, il direttore della RSI si autoincensa sui giornali e la maggioranza del parlamento come dice il nome parla; ma quando si tratta di schiacciare il bottoncino di voto si allinea al coro di “Tout va bien, Madame la Marquise” (qualche politicante teme forse di non venire più invitato nei salotti televisivi?).

Alta tensione

Che in casa SSR ci sia preoccupazione per l’esito sull’iniziativa No Billag è evidente. Mai si è visto, ad esempio, che il presidente della CORSI sconfessasse pubblicamente l’emittente. Invece è proprio quello che ha fatto il Gigio Pedrazzini a proposito dell’ospitata (reiterata) del terrorista di Prima linea alla RSI. E la scelta della ministra uregiatta Doris Leuthard di disdire il mandato all’impopolarissima Billag è evidentemente un modo per migliorare l’immagine della SSR.

Argomenti fetecchia

Fa poi specie che, nella foga di magnificare l’emittente di regime, la maggioranza parlamentare e Leuthard, oltre a riempirsi la bocca con il solito ritornello della SSR che garantisce la coesione nazionale (come se la coesione nazionale fosse nata nel 1931 con la TV svizzera, quando invece esisteva già da parecchi secoli ed esisterà ancora quando la televisione non ci sarà più) abbia addirittura sostenuto che la SSR è indispensabile alla pluralità dell’informazione. Uella, è vero proprio il contrario! La SSR praticando tariffe pubblicitarie dumping – e oltretutto vuole pure crearsi la holding apposta con gli amichetti di Swisscom e Ringier – danneggia la stampa scritta, che vive di inserzioni. Quindi nuoce alla pluralità dell’informazione. Grottesco poi che si sia arrivati a giustificare 1,2 miliardi di canone estorto dalle tasche di tutti i cittadini con la libertà di stampa. Tanto per cominciare, la libertà di stampa serve a garantire, appunto, la libertà degli organi di informazioni privati – specie se non allineati! – dal controllo dello Stato. Qui invece la si usa per giustificare il processo esattamente inverso: ossia gonfiare come una rana l’emittente di regime.  Visto poi che tutti i cittadini, compresi quelli che non vogliono  o non possono guardare la televisione, sono costretti dalla nuova legge a pagare il canone, sciacquarsi la bocca con la “libertà” vuol dire prendere la gente per i fondelli.

Non serve la maggioranza

Come già scritto, le possibilità di riuscita dell’iniziativa No Billag sono esigue, per non dire nulle: ma, nel caso di un’iniziativa così estrema, a mettere nella palta la SSR basta un consenso significativo. Non c’è bisogno che sia maggioritario.

Lorenzo Quadri

 

Sommaruga sabota il casellario

Mentre si scopre che in Ticino si era trasferita la “mente di un sodalizio criminale”

“Immigrazione uguale ricchezza”! Certo, come no. Ed infatti grazie alla devastante libera circolazione delle persone e alle frontiere spalancate il Ticino è diventato l’Eldorado dei delinquenti d’Oltreconfine. Nei giorni scorsi è stato arrestato a Como per traffico di stupefacenti un quarantenne italico, tale Omar Ribaudo, già destinatario di un ordine di custodia cautelare nel 2009, per – citiamo dal portale Ticinonews – “reati di traffico di stupefacenti, aggravati dal metodo mafioso”. Secondo gli inquirenti di Palermo, l’ennesimo immigrato di specchiata onestà era “la mente di un sodalizio criminale, gestiva ed organizzava i traffici di droga dall’hinterland milanese alla Calabria con destinazione finale Palermo”.

Nel 2014…

Ora, e qui viene il bello, il signor Ribaudo era felice titolare di un permesso B dal gennaio 2014, e se ne sarebbe stato tranquillo e beato e libero come l’aria in Ticino se non avesse commesso l’imprudenza di recarsi a Como, dove è stato arrestato!
Nel gennaio 2014 non era ancora in vigore né la richiesta dell’estratto del casellario giudiziale (e nemmeno quella dell’attestato dei carichi pendenti) introdotti da Gobbi nell’aprile del 2015. Ecco dunque un bell’esempio concreto di quello che succede a rilasciare permessi G o B alla cieca, senza alcuna verifica, come vorrebbero i kompagni spalancatori di frontiere e la ministra del “devono entrare tutti” Simonetta  Sommaruga. E qualche cameriere bernese dell’UE ha ancora la tolla di dire che l’estratto del casellario non serve?

Accordi internazionali

I permessi rilasciati a cani e porci, senza verifiche, sono la diretta conseguenza degli accordi internazionali sulla libera circolazione delle persone fortemente voluti e difesi dalla partitocrazia. Risultato: delinquenti pericolosi si trasferivano in Ticino; addirittura “la mente di un sodalizio criminale”. Ecco dunque la migliore risposta da dare a chi, sia a Berna che Oltreconfine, starnazza contro il casellario giudiziale. In realtà nella Penisola si servono semplicemente del casellario come pretesto per non sottoscrivere i famosi accordi sulla fiscalità dei frontalieri a cui l’Italia non è interessata. I boccaloni federali ci cascano come polli d’allevamento e, more solito, se la prendono con il Ticino!

La kompagna Sommaruga…

Gli uccellini bernesi cinguettano che nei giorni scorsi la kompagna Sommaruga ha ancora tentato di fare opera di convinzione (?) presso la Deputazione ticinese a Berna contro il casellario giudiziale.

Il tema è attuale: in novembre la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha approvato, seppur di misura, un’iniziativa cantonale ticinese che chiede di lasciare facoltà ai Cantoni di chiedere l’estratto del casellario giudiziale prima del rilascio di permessi B e G. In gennaio l’iniziativa in questione è stata approvata pure dalla Commissione del Nazionale. Che ne dibatterà ancora la prossima settimana.  C’è quindi il “fondato sospetto” che la kompagna Simonetta non se ne sia ancora fatta una ragione ed insista nel  tentare  di sabotare l’operazione da dietro le quinte: perché in Svizzera devono entrare tutti. Delinquenti compresi. Come il signore arrestato nei giorni scorsi, appunto.

Lorenzo Quadri

Braghe calate in cambio di NULLA

Fisco: richieste di gruppo dall’Italia, siamo alle solite

Ma allora è vero che gli svizzerotti si fanno prendere per i fondelli proprio da tutti! Nei giorni scorsi l’Ufficio stampa del Ministero dell’Economia e delle finanze del Belpaese ha divulgato un comunicato, scritto in burocratese stretto, in cui si annuncia con giubilo l’ennesima calata di braghe elvetica in materia di segreto bancario. La Confederazione ha infatti siglato con i vicini a Sud un accordo che definisce le modalità operative per le richieste raggruppate e blablabla. Con la massima goduria, l’italico Ministero chiosa: “l’iniziativa è in linea con l’evoluzione del quadro di cooperazione internazionale per la trasparenza fiscale che include lo scambio automatico di informazioni finanziarie a fini fiscali”.

Siamo ormai alla calata di braghe sistematica, integrale, e soprattutto unilaterale. Non c’è uno straccio di reciprocità! Mentre gli “intreghi” negoziatori bernesi – quelli che vanno a Roma a parlare in inglese e vengono regolarmente infinocchiati – passano di capitolazione in capitolazione, l’Italia non concede nemmeno un millimetro alla Confederella. C’è sempre qualche impedimento, ovvero qualche scusa costruita ad arte, per non concludere. Tanto, si dicono a Roma, gli svizzerotti sono fessi e si fanno andar benne tutto!

Già, dov’è finito ad esempio il famoso accesso al mercato italiano per i servizi finanziari rossocrociati?  A questo proposito la Svizzera non ha portato a casa assolutamente nulla!

L’italica controparte,  un mese fa, in occasione della Beltravacanzetta a Roma, si è spinta a dichiarare che “la questione è sul tavolo”. Uella, che trionfo! La questione, come molte altre, è sul tavolo da anni, ma naturalmente non se ne viene ad una!

Ed intanto gli svizzerotti concedono, smantellano, si tagliano i “gioielli di famiglia”  – e stiamo parlando di migliaia di posti di lavoro e degli indotti della piazza finanziaria! – in cambio di  ZERO! E non solo in campo finanziario, ma anche in tutti gli altri ambiti.

Il Balpaese, lo ripetiamo per l’ennesima volta, nei nostri confronti è inadempiente su tutto. Non solo. Centinaia di migliaia di italiani (frontalieri, padroncini e le loro famiglie) hanno la pagnotta sul tavolo grazie al Ticino. Però al di là della ramina, oltre a non applicare, ma nemmeno per sbaglio, il principio della reciprocità, si permettono pure di fare i gradassi nei nostri confronti. Vedi gli strilli contro la chiusura notturna di tre valichi secondari.

La domandina (facile-facile) è la seguente: fino a quando intendiamo tollerare questo stato di cose?

Lorenzo Quadri

 

 

Il Consiglio federale vuole la mucca gialla da mungere

La Posta massimizza gli utili a spese dei cittadini e delle imprese: chi ci guadagna? 

Così nelle casse bernesi entrano tante centinaia di milioni extra, da usare a piacimento per mantenere finti rifugiati con lo smartphone e per regalare miliardi all’estero

In questo sempre meno ridente Cantone, le proteste contro le chiusure di uffici postali si moltiplicano. Vedi i casi di Balerna, di Ascona, eccetera. La novità rispetto al passato è la seguente: non si chiudono più sportelli solo nelle zone discoste e con scarsa utenza, ma pure nel bel mezzo delle agglomerazioni urbane. Si eliminano anche uffici ben frequentati. Del resto non poteva essere diversamente: quando l’obiettivo dell’ex regia federale è la rottamazione di ulteriori 600 uffici entro il 2020 – dopo aver già abbondantemente “scremato” negli anni scorsi! – non si può certo immaginare che questi siano tutti situati sul cucuzzolo di una  montagna.

Servizio universale?

La Posta ha il mandato di fornire un cosiddetto servizio universale. La domanda è a sapere se tale servizio universale sarà ancora garantito in futuro visti i continui tagli. E non solo sugli sportelli. Anche i titolari di una casella postale verranno colpiti (chi non riceve almeno un tot di lettere alla settimana pagherà una “penale”) e prossimamente sarà il turno degli invii a domicilio. Il Gigante giallo ha infatti sviluppato un modello calcolatorio (uella) che gli permetterà di stabilire se effettivamente è tenuto a portare la corrispondenza fino ad una data abitazione, o se invece la può tagliare fuori. Ovviamente la Posta non si autoerotizza cerebralmente con gli algoritmi per aumentare il servizio, e quindi farsi carico di nuovi costi, ma per ridurlo, e quindi per risparmiare, massimizzando gli utili.

Le nuove abitudini

La storiella delle “abitudini cambiate dell’utenza” sta in piedi solo fino ad un certo punto. Passi il maggiore utilizzo della posta elettronica (ma comunque per spedire le lettere cartacee mica si andava all’ufficio postale, basta una bucalettere). Ma – contrariamente a quanto vorrebbero farci credere i manager gialli a partire dalla direttrice generale Susanne Ruoff – malgrado internet, l’80% dei pagamenti viene ancora effettuato agli sportelli postali.

 Autolesionismo giallo?

Inoltre: la Posta si bulla di aver sviluppato tutta una serie di servizi che vanno al di là della consegna di pacchi e lettere (probabilmente questi campi d’attività, concreti al limite del terre-à-terre, non titillano a sufficienza l’ego dei grandi manager).
Ma a tali servizi aggiuntivi non si può accedere dalle tanto magnificate agenzie postali, dove il traffico di pagamenti è pesantemente limitato e le prestazioni bancarie di Posfinance inesistenti.

E la limitazione dei traffici di pagamento non tocca solo i cittadini, ma anche le piccole e medie imprese, per le quali la prossimità con la Posta  è un elemento fondamentale. Decimando gli uffici, la Posta smantella la sua principale ricchezza, ossia la capillarità sul territorio. Quella capillarità che dovrebbe servirle a sviluppare e a portare all’utenza i nuovi servizi. Non si capisce bene che strategia ci sia dietro.

La teoria dei 20 minuti

Particolarmente balordo, poi, il criterio utilizzato dalla Posta per autocertificare il rispetto del mandato di servizio universale. Secondo i manager gialli, esso  è garantito in presenza di ufficio postale raggiungibile in 20 minuti tramite i mezzi pubblici. Questo criterio, curiosamente, va a penalizzare proprio gli uffici con più utenza, ossia quelli dei quartieri dei centri urbani. Perché nelle città ci sono più collegamenti con i mezzi pubblici. A voler applicare alla lettera tale regola (ed è chiaro che l’obiettivo è quello) a Lugano di uffici postali aperti ne rimarrebbe uno centro, uno a nord ed uno a sud. E Lugano ha la particolarità di avere una vasta estensione territoriale (la seconda città più estesa della Svizzera). A Lucerna – che per popolazione, ma non per km quadrati, è paragonabile a Lugano – si potrebbe fare addirittura un solo grande ufficio postale alla stazione FFS, essendo questa raggiungibile con un qualche mezzo pubblico in una ventina di minuti da ogni parte della città. Alla faccia della prossimità al cittadino, ma anche alle attività economiche, che dovrebbe essere la caratteristica principale della Posta (però lo è sempre meno).

Enti pubblici

Il ruolo dei Comuni e dei Cantoni nelle chiusure di uffici postali è del tutto inesistente. Nel senso che il Gigante giallo e la sciura Susanna che lo dirige con l’accetta in mano prendono atto delle opposizioni, le mettono in un cassetto e poi fanno comunque quello che vogliono.

Anche i giornali…

Visto che penalizzare i cittadini ancora non bastava, la Posta ha pensato bene di prendere di mira anche i suoi principali clienti, ossia i giornali. Mattino compreso: i lettori si saranno accorti che da quest’anno è stato (purtroppo) abolito l’abbonamento del lunedì. Come mai? La colpa è, ancora una volta, della Posta; la quale – essendo il numero di invii inferiore ad un “tot” – pretendeva che il giornale venisse avvolto nel cellophane (sic!) ciò che avrebbe fatto esplodere i costi dell’abbonamento, ed oltretutto il tempo di consegna si sarebbe prolungato di due o tre giorni. I lettori avrebbero pagato una cifra spropositata per ricevere il domenicale il mercoledì successivo, se non ancora più tardi.

Tassazione occulta

In casa della Posta, la parola d’ordine è sempre la stessa: massimizzare i profitti. Che già sono di 700 milioni di Fr all’anno. Malgrado un’ex regia federale non debba realizzare utili, bensì offrire un servizio di base alla popolazione senza andare in rosso con i conti. Inoltre, se utili ci sono, allora questi andrebbero ridistribuiti ai cittadini, magari sottoforma di riduzioni tariffarie. Invece accade contrario. L’utente paga sempre di più per un servizio peggiore, e le vagonate di milioni di guadagno finiscono nelle capienti casse della Confederella: una forma di tassazione occulta grazie alla quale a Berna si costituiscono un bel tesoretto non vincolato, che i camerieri dell’UE in Consiglio federale possono impiegare a proprio piacimento, senza chiedere niente a nessuno. Ad esempio per mantenere finti rifugiati con lo smartphone o per regalare miliardi all’estero. Ecco perché si tagliano i servizi al cittadino. Perché il Consiglio federale vuole la mucca gialla da mungere.

Lorenzo Quadri

Mettere il “turbo” alle naturalizzazioni? Neanche per sogno!

Lugano: chi vorrebbe raddoppiare le sedute delle Petizioni, se lo levi dalla testa

 

Qui i conti non tornano. A Lugano negli ultimi dieci anni sono state naturalizzate circa 2000 persone. Le naturalizzazioni respinte sono state solo tre, di cui una, se la memoria non inganna, è poi stata comunque accordata a seguito di un ricorso. Le domande in lista d’attesa sono circa 200 e adesso la presidente PPD della Commissione delle petizioni del consiglio comunale, ma non solo lei, vorrebbe accelerare. Pretende addirittura di raddoppiare il numero delle sedute, per distribuire passaporti elvetici a pieno regime. E si lamenta pubblicamente a mezzo stampa dei commissari leghisti (populisti e razzisti) rei di fare scandaloso ostruzionismo.

I consiglieri comunali leghisti fanno benissimo ad opporsi ad un simile bislacco disegno, tanto più che il conto delle sedute raddoppiate lo pagherebbe il contribuente luganese.

Non c’è alcuna fretta di naturalizzare. Anche se a $inistra, ma evidentemente non solo, c’è chi immagina di trarne vantaggi elettorali, infatti il P$ è pure arrivato al punto di inviare sotto elezioni volantini mirati ai neo-svizzeri.

Osiamo sperare che il Consiglio comunale di Lugano abbia  priorità un  po’ più consistenti della fabbricazione seriale di nuovi svizzeri. Ci sono importanti messaggi municipali che attendono di essere trattati: che ci si dedichi a quelli.

Più superficialità

E’ evidente che accelerare sull’esame dei candidati  all’attinenza luganese significa anche procedere in modo affrettato e quindi superficiale. Ma questo è proprio ciò che vogliono i kompagni. Svilire il processo di naturalizzazione, trasformandolo in un semplice atto amministrativo senza le necessarie verifiche dell’integrazione dei candidati. Avanti con gli svizzeri di carta!

Quanto accaduto a Lugano nell’ultimo consiglio comunale deve poi far riflettere: un rapporto contrario, con solidi argomenti, alla concessione del passaporto rosso ad un candidato non meritevole, è stato asfaltato dalla maggioranza PLR-PPD-PS. Dalla sinistra sono pure arrivati ignobili attacchi personali, su questioni private, al relatore contrario alla naturalizzazione.

Presupposto sbagliato

Chi presume che attualmente viga un particolare rigore nella concessione del passaporto rosso parte dal presupposto sbagliato. Il fatto che il Consiglio comunale  di Lugano abbia respinto solo 3 naturalizzazioni su 2000 la dice lunga. Tutti perfettamente integrati i 2000 candidati? Mah… Le procedure per l’ottenimento della cittadinanza saranno forse lunghe, ma questo non vuole affatto dire che alla fine solo chi è effettivamente meritevole ottenga la cittadinanza elvetica. Pensando di accorciare i tempi perché bisogna “svuotare i cassetti” delle domande in attesa (e per quale motivo bisognerebbe farlo, dal momento che “pendono” ben altre urgenze?) non si farà che rendere sempre più superficiale la verifica dell’integrazione dei singoli aspiranti svizzeri

Gli interrogativi

Il tema è diventato di prepotente attualità proprio negli scorsi giorni a seguito dei vari scandali che hanno interessato il Cantone. Nella fregola di trarre vantaggi politici (ovviamente in funzione antileghista) dal caso Ufficio della migrazione, ad esempio, la partitocrazia ben si guarda dal chiedersi chi abbia naturalizzato, e con quali verifiche, i vari neo-svizzeri finiti dietro le sbarre per traffico di permessi, vedi padre e figli kosovari.

Stesso discorso per la scoperta ancora più grave del cittadino turco naturalizzato svizzero arrestato come sospetto reclutatore dell’Isis che, grazie al Beltradipartimento DSS, faceva il sorvegliante in un centro asilanti.

Il bello è che il kompagno di turno un po’ di tempo fa descriveva pubblicamente il presunto reclutatore come un esempio di integrazione riuscita. Quando si dice la lungimiranza. Oltretutto l’obiettivo dell’operazione era di partire dal caso singolo per arrivare alla generalizzazione. Se un turco è “perfettamente integrato” allora  lo sono tutti. Quanto perfettamente integrata fosse la persona presa come esempio, lo si è ben visto. Più che integrato il signore è integralista. E non era certo da solo. La coppia sanzionata dalla CEDU perché non mandava le figlie a lezione di nuoto per motivi religiosi era composta da due cittadini turchi beneficiari di una naturalizzazione clamorosamente facile. Questo non vuole nemmeno dire che nessun cittadino turco sia integrato. C’è chi lo è e chi no. Per poter distinguere, la verifica deve essere seria, approfondita e non inficiata da fregole politikamente korrette.

Il rischio

Forse qualcuno non si è ancora reso conto del rischio che si corre seguendo la via della faciloneria multikulti:  è nientemeno quello di rendere svizzeri perfino dei fiancheggiatori del terrorismo islamico. Il che vuol dire tenerseli in casa in via definitiva.

Il passaporto rosso è una cosa seria e non è merce da barattare in cambio di voti. Chi lo fa può solo vergognarsi.

Lorenzo Quadri