La chiusura notturna deve essere solo un primo passo

Valichi secondari: finalmente una bella misura unilaterale! Padroni in casa nostra

 

Beh era ora che qualcosa finalmente si muovesse. Ad oltre due anni e mezzo dall’approvazione da parte del Parlamento federale della mozione della consigliera nazionale leghista Roberta Pantani sulla chiusura notturna dei valichi secondari con il Belpaese arriva (finalmente) la “lieta novella”. A partire dal primo aprile per sei mesi verranno chiusi “in prova” tre valichi: si tratta, come noto, di quelli di Novazzano-Marcetto, di Pedrinate e di Ponte Cremenaga, che non saranno agibili tra le 23 e le 5 di mattina.

Più sicurezza

In questo modo aumenterà, almeno di un po’, la sicurezza dei cittadini che vivono nelle prossimità di queste dogane, che oggi sono incontrollate giorno e notte. Questa prima misura non si risolverà  forse tutti i problemi di sicurezza della regione; ma è anche ora di piantarla di affossare qualsiasi proposta sgradita agli spalancatori di frontiere politikamente korretti recitando il mantra del “benaltrismo”: ovvero, con la scusa che bisogna sempre fare “ben altro” (senza però mai precisare cosa) si continua non fare un tubo. Di certo così non si progredisce!

Si cominci invece a fare quello che si può. Sarà sempre meglio di niente.

Alcune precisazioni

Al proposito della chiusura notturna dei valichi secondari, alcune precisazioni sono opportune.

  • Che non si pensi di giochicchiare con la storiella della chiusura in prova per sei mesi. La chiusura deve essere definitiva. Del resto il parlamento ha votato la chiusura, mica la chiusura “in prova”. Non vorremmo infatti che qualcuno pensasse di lavarsi la coscienza nei confronti del Ticino chiudendo di notte per sei mesi tre dogane, solo per poter dire: vedete ticinesotti che mamma Confederella pensa anche a voi? E poi “passata la festa, gabbato lo santo”: ovvero, trascorso il semestre, si prende qualche scusa-fetecchia (statistiche farlocche? Mugugni italici?) per far tornare tutto come prima. Messaggio a Berna: Achtung perché, come diceva Totò, “Accà nisciuno è fesso”.
  • La chiusura notturna va estesa anche agli altri valichi non sorvegliati. Vanno chiusi tutti.
  • Se qualche sindaco del Belpaese si “irrita” o “sbotta” per la chiusura notturna, e lamenta “decisioni unilaterali”, il problema è solo suo. Questi politici italici, rappresentanti di comunità che hanno la pagnotta sul tavolo solo grazie al Ticino e alla (per noi) devastante libera circolazione delle persone, dovrebbero volare molto più basso e schivare i sassi. Altro che blaterare di populismo leghista (uhhh, che pagüüüraaa!) verso sciur sindic di Cremenaga?
  • Tra i vicini a sud qualcuno, non contento di considerare il Ticino terra di conquista, pretende pure di venire a comandare in casa nostra? Magari perché ha imparato che basta accusare gli svizzerotti di “razzismo e xenofobia” per ottenere una calata di braghe istantanea ed integrale? E poi magari questo stesso qualcuno va in giro a piagnucolare sul presunto “clima ostile” ai frontalieri? Suggerimento ai vicini a sud: imparare una volta per tutte a rispettare la sovranità nazionale altrui. Così si dà anche un contributo concreto al miglioramento del “clima transfrontaliero”. In caso contrario, avere almeno la decenza di non venire a lamentarsi!
  • La chiusura notturna (permanente e non in prova) dei valichi secondari (tutti e non solo tre) è soltanto il primo passo. Di “decisioni unilaterali” come questa ce ne dovranno essere parecchie altre.

Lorenzo Quadri

 

I migranti mandano all’estero anche gli aiuti sociali?

17 miliardi spediti annualmente nei paesi d’origine: sono tutti guadagni, oppure…?

 

“Immigrazione uguale ricchezza”, amano blaterare gli spalancatori di frontiere nonché fautori del catastrofico multikulti. Per chi immigra, forse. Non certo per chi deve far fronte al flusso migratorio. Ricordiamo infatti, tanto per gradire, che il saldo migratorio dalla sola UE è di 80mila persone all’anno. Quando, in occasione della votazione sui fallimentari accordi bilaterali, il Consiglio federale diceva che sarebbe stato di 10mila (!) persone all’anno. A ciò si aggiunge il caos asilo (nel 2016 sono arrivati in Svizzera 40mila finti rifugiati con lo smartphone).

Da dove saltano fuori?

Immigrazione uguale ricchezza, dunque, ma solo per chi arriva nella Svizzera paese del Bengodi per stranieri. Il Dipartimento degli Esteri ha infatti reso noto che annualmente i migranti trasferiscono nei paesi d’origine 17 miliardi di franchetti.  Ohibò. Come troppo spesso accade, però, manca l’informazione più interessante. E naturalmente il Dipartimento Burkhaltèèèr (PLR) non si sogna di rilevarla, chissà come mai?

L’informazione è quella a sapere da dove saltano fuori questi 17 miliarducci, che non sono proprio noccioline. E meglio: che parte di questa somma proviene da attività lavorative? E che parte, invece, proviene da aiuti sociali che vengono allegramente trasferiti?

Quanti provengono da aiuti sociali?

Evidentemente a noi (populisti e razzisti) interessa soprattutto questo secondo aspetto. Il punto è evidente: grazie ai generosi (con gli immigrati) aiuti sociali finanziati dal solito sfigato contribuente rossocrociato, i migranti mantengono familiari e congiunti al natio paesello. Però agli svizzerotti viene detto che bisogna tirare la cinghia per far quadrare i conti pubblici. Per qualche strano motivo però, quando si tratta di far entrare e di mantenere tutti, la partitocrazia il problema delle casse vuote mica se lo pone. E men che meno se lo pongono i kompagni, così pronti a strillare ai conti pubblici in rosso quando si tratta di lasciare qualche soldino in più nelle tasche dei cittadini.

E’ chiaro che alcune domandine “nascono spontanee”: Quanti migranti finanziati dallo stato sociale elvetico mandano soldi a casa? Per quale ammontare? Da quali paesi provengono i migranti in questione?

Margini di risparmio

E’ dunque pacifico che occorre chiarire quanti di questi 17 miliardi che gli immigrati inviano all’estero provengono da aiuti sociali. Perché, se le prestazioni sociali agli immigrati finanziate dal contribuente non solo bastano per la sussistenza, ma permettono al beneficiario anche di mantenere parenti ed amici al paesello, vuol dire che vanno tagliate. Qui ci sono delle importanti di possibilità di risparmio che vanno sfruttate fino in fondo.

Sarebbe poi il colmo se questi soldi spediti all’estero servissero addirittura per finanziare scafisti.

Sospetto concreto

E il sospetto che ci siano anche soldi dello stato sociale svizzero tra i 17 miliardi spediti annualmente all’estero è assai concreto. Come noto, infatti, nel giro di 8 anni, dal 2006 al 2014, il numero  di finti rifugiati eritrei in assistenza è aumentato del 2282%: e sarebbe interessante conoscere a quanto ammonta la spesa totale. Altrettanto noto è che un certo numero di costoro torna nel paese d’origine a trascorrere le vacanze perché “lì è più bello”. Naturalmente con i soldi del contribuente. Anche in questo caso, il numero reale dei finti rifugiati vacanzieri rimane sconosciuto. Infatti, per non farsi scoprire – e dunque per aggirare gli svizzerotti fessi – basta non prendere l’aereo a Zurigo ma andare in treno fino all’aeroporto estero più vicino. Non ci vuole dunque un’immaginazione particolarmente perversa per immaginare che, oltre ad andare in vacanza con i nostri soldi, i finti rifugiati spediscano anche finanziamenti nel paese d’origine.

I Cantoni battono cassa

Oltretutto – per la serie: dopo averne mangiate dieci fette, si accorsero che era polenta – proprio nei giorni scorsi i cantoni sono andati, a ragione, a protestare a Berna chiedendo un aumento dei contributi federali per i migranti: il caos asilo, provocato dalla politica federale d’accoglienza, comporta costi  sempre più insostenibili. E come noto la Confederella ne copre soltanto una parte. A maggior ragione è dunque urgente verificare se questi aiuti sociali, così pesanti da finanziare, pagati ai sedicenti rifugiati vengono poi dirottati nei paesi d’origine. E’ urgente verificare e, ovviamente, intervenire tramite adeguati tagli.  Perché qua c’è il concreto sospetto che ci siano tanti milioni di franchetti del contribuente a ciurlare nel manico. Senza contare che è prioritario ridurre l’attrattività della Svizzera per i migranti economici. Sia per questioni di finanze pubbliche, ma anche di sicurezza. Perché, è chiaro, non si sa quanti dei finti rifugiati che arrivano in Svizzera sono dei miliziani dell’Isis o sono predisposti a diventarlo. Perché, è bene ribadirlo una volta per tutte, questi giovanotti con lo smartphone non saranno mai integrati. E continuare a farne arrivare in Svizzera in quantitativi del tutto insostenibili significa creare, anche nel nostro paese, le banlieue parigine. Crearle di proposito. Un’operazione deleteria per la quale sappiamo perfettamente chi ringraziare. Vero élite spalancatrice di frontiere? Vero kompagna Simonetta Sommaruga?

Lorenzo Quadri

 

I signori senatori pro-burqa saranno asfaltati dal popolo

Il Consiglio degli Stati affossa l’iniziativa contro la dissimulazione del viso 

Anche il rappresentante ticinese targato PLR alla Camera dei Cantoni, vota contro la volontà del 65% dei cittadini del suo Cantone

E ti pareva! Il Consiglio degli Stati a larghissima maggioranza – 29 favorevoli, 9 contrari e 4 astenuti – ha respinto un’iniziativa parlamentare (del deputato Udc Walter Wobmann) che chiedeva l’introduzione del divieto di burqa a livello nazionale. Invece la Camera del popolo lo scorso settembre quella stessa iniziativa l’aveva approvata, seppur a maggioranza risicata.

Intanto l’iniziativa popolare contro il velo integrale è in fase di raccolta firme, di modo che con tutta probabilità saranno i cittadini a decidere sul tema.

Il giorno dopo la festa della donna…

I signori senatori e le signore senatrici politikamente korretti/e hanno dunque messo a segno una nuova operazione all’insegna del tafazzismo. Per l’effimera goduria di aver asfaltato l’odiata “destra xenofoba” si sono sparati negli zebedej. Non ci vuole infatti la sfera di cristallo per prevedere che, in votazione popolare, i senatori sostenitori del burqa verranno asfaltati.

Certo che in politica la “coerenza” la fa come sempre da padrona: il giorno prima (8 marzo) tutti a regalare mimose e a sciacquarsi la bocca con i diritti della donna (naturalmente a scopo di campagna elettorale) e le deputate addirittura sferruzzavano orrendi berretti rosa. Invece il 9 marzo, passata la festa gabbato lo santo: pur di non riconoscere che l’odiata “destra xenofoba” ha RAGIONE, tutti a votare per il burqa: quindi per l’oppressione della donna, per l’estremismo islamico, per l’islamizzazione della Svizzera. E che dire delle senatrici che appoggiano il burqa in nome delle aperture e della multikulturalità completamente fallita? Forse a loro stesse non toccherà. Ma quando le loro figlie e nipoti saranno costrette – in Svizzera, non in Pakistan – a girare nascoste sotto uno straccio, sapranno chi ringraziare.

La coerenza della partitocrazia

La Camera alta ha poi fornito una serie di “perle”. Quando si trattava di concedere la garanzia federale (uella) alla modifica costituzionale antiburqa votata dal popolo ticinese, svariati politicanti dei partiti $torici (soprattutto a $inistra) oltre a manifestare la propria schifata contrarietà di principio a qualsiasi iniziativa che affermasse i valori occidentali nei confronti di immigrati in arrivo da paesi lontani (perché bisogna essere aperti, multikulti e calabraghe) blateravano che non aveva senso introdurre il divieto in un Cantone: la dissimulazione del viso avrebbe semmai dovuto essere proibita a livello federale. E adesso che si tratta di votare un divieto federale, qual è il pretesto per non votarlo? Che devono decidere i Cantoni! Apperò!

PLR ancora contro il Ticino

Ciliegiona sulla torta. Tra quanti hanno votato contro il divieto di burqa c’è pure il senatore liblab Fabio Abate. Ancora una volta dunque il rappresentante ticinese PLR alla Camera dei Cantoni vota contro la volontà del 65% dei votanti del suo Cantone, che il divieto di burqa l’hanno plebiscitato. Si ripete dunque quanto accaduto con il 9 febbraio. Altro che rappresentare il Ticino a Berna! Com’era il nuovo slogan? PLR vicino alla gente? Per fortuna! Ancora una volta, l’ex partitone dimostra di essere contro la gente. I ticinesi faranno bene a prenderne nota.

Lorenzo Quadri

Il Consiglio degli Stati asfalta l’iniziativa No Billag

I senatori puntellano l’emittente di regime e non vogliono nemmeno un controprogetto

 

Al Consiglio degli Stati i Senatori hanno asfaltato l’iniziativa No Billag. All’unanimità la Camera dei Cantoni ha bocciato l’iniziativa e non ha nemmeno voluto sentire parlare di un controprogetto.

Insomma, per i senatori a proposito della SSR “tout va bien, Madame la Marquise”. Ecco come legittimare tutti gli andazzi e malandazzi attuali, dando di fatto carta bianca all’emittente (politicamente schierata con i soldi del canone). L’è tüt a posct! Andate pure avanti così!
Deludente, ma forse prevedibile, è soprattutto una cosa: che nessuno alla Camera alta abbia sostenuto che all’iniziativa No Billag si potrebbe quanto meno affiancare un controprogetto. Vedremo se al Nazionale (prima in Commissione, dove il tema approderà in aprile, poi in plenum) la SSR beneficerà della stessa slinguazzante accondiscendenza politikamente korretta. E non è che gli ammonimenti privi di conseguenze servano a qualcosa: il loro tempo è finito.

 Il solito ritornello

Vedremo quanti si riempiranno la bocca con il trito ritornello della “coesione nazionale” e della “promozione dell’italianità”. Trito e bugiardo: perché la nazione esiste da bel un po’ prima della SSR ed esisterà ancora quando la televisione la si guarderà solo nei musei, esposta come reperto. La strategia è decisamente perdente: i giovani la TV non la seguono nemmeno più. Sotto i 24 anni, secondo l’ultimo sondaggio, la guardano in due su dieci. La coesione nazionale la si preserva con un veicolo snobbato dai giovani, quindi dal futuro della nazione? Ma va là…

Quanto alla promozione dell’italianità, se questo fosse l’obiettivo della SSR (e della RSI) vorrebbe dire che ci troviamo davanti ad uno dei più grandi flop della storia nazionale: miliardi spesi, e l’italianità non ha mai contato così poco.

La realtà è molto più prosaica: la partitocrazia difende l’emittente di regime (oltre che lottizzata) che le fa da megafono. Ne inculca le idee e le ideologie nel pubblico pagante: frontiere spalancate, no ai beceri populisti, libera circolazione über alles, “bisogna aprirsi”. Certo, emittente di servizio; ma non di servizio pubblico. C’è una “leggera” differenza.
Il ricattino

Oltretutto, non proporre un controprogetto all’iniziativa No Billag ed arrivare pure a ricattare le minoranze linguistiche (“guardate che se osate votare l’iniziativa poi ci andate di mezzo”) non è nemmeno un atteggiamento particolarmente accorto. Sembra anzi una provocazione. E’ forse il caso di ricordare che, in occasione della votazione sul canone obbligatorio, la RSI venne asfaltata dai votanti ticinesi.

Senza una proposta alternativa meno estrema dell’iniziativa, chi ha una posizione giustamente critica nei confronti della SSR, invece di schierarsi nel campo degli adulatori incondizionati, potrebbe anche votare per il No Billag. Ma forse ci sono politicanti che negli studi radiotelevisivi hanno ormai messo radici. E magari temono che, se adottassero una posizione meno zerbinesca nei confronti dell’azienda, verrebbero invitati meno spesso. E quindi avrebbero meno occasioni di farsi propaganda e di gonfiarsi l’ego in pubblico. Ah, la vanità! Già il Re Sole si armava la marina distribuendo titoli nobiliari.

Non ci vuole il mago Otelma per prevedere che l’iniziativa No Billag non passerà. Ma un risultato importante, soprattutto in Ticino, potrebbe portare tutta una serie di conseguenze difficilmente ponderabili.
Delinquenti?

Naturalmente nel dibattito agli Stati, i sostenitori dell’iniziativa No Billag sono sistematicamente trattati da scriteriati e delinquenti. Ma forse, se esiste un’iniziativa No Billag, una bella fetta di responsabilità la porta proprio la SSR. RSI compresa. E’ quindi comprensibile che l’azienda sia preoccupata: coda di paglia?

Lorenzo Quadri

 

Brutte sorprese in arrivo per l’emittente di regime?

Il 14 marzo il Consiglio nazionale dibatterà il rapporto sul servizio pubblico della SSR

 

A Comano e a Besso cresce l’agitazione a seguito dell’iniziativa No Billag. La data della votazione sul tema non è ancora stata fissata, ma gli uccellini bernesi cinguettano che l’iniziativa arriverà nella commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del consiglio nazionale in aprile.

Ma il Consiglio nazionale parlerà dell’emittente pubblica già prima, nella terza settimana della sessione primaverile, e più precisamente il 14 marzo. In quell’occasione si comincerà a dibattere sul rapporto del Consiglio federale sul servizio pubblico della SSR. Quel rapporto secondo cui l’è tüt a posct, e quindi non c’è niente da correggere e anzi, nei confronti dell’emittente di regime, l’unico atteggiamento politicamente accettabile è il sostegno incondizionato e slinguazzante. Soprattutto da parte dei ticinesi.

Modifiche

C’è invece il sospetto che il Nazionale non sarà poi così accondiscendente. Anche perché, almeno a livello commissionale, sul rapporto del Consiglio federale sono fioccate le proposte di modifica e di emendamenti. E l’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, è quello di ridimensionare la SSR. La quale è finanziata col canone più caro d’Europa per fare servizio pubblico. E tuttavia sconfina dai limiti del servizio pubblico per andare ad occupare spazi che spetterebbero ai privati.

La pubblicità

Un tema particolarmente dolente è quello della pubblicità. Incassando il canone la SSR può permettersi di svendere spot a prezzi da dumping. Così l’emittente pubblica “arrotonda” ma altri media fanno la fame. A partire da quelli cartacei. Ed al proposito l’Ufficio federale è stato incaricato dalla commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del consiglio nazionale di sviluppare alcuni scenari che prevedano in determinate fasce orarie dei divieti di trasmettere pubblicità da parte delle SSR, per lasciare così più fette di mercato al privato. Di svilupparli, e studiarne le conseguenze.

Sussidiarietà

Altro aspetto delicato è la sussidiarietà del servizio pubblico, che solleva una serie di quesiti. Ad esempio: se la SSR è sussidiaria, perché deve fare anche determinate cose che potrebbero essere lasciate ad altri “attori”?  Tema esplicitamente emerso è quello dell’attualità regionale nei radiogiornali: questo compito non potrebbe essere lasciato alle radio private che peraltro già lo svolgono?

C’è poi la questione del cosiddetto modello “Open content”. Si tratta di garantire ai media privati il libero accesso alla mediateca della SSR con l’autorizzazione a ritrasmettere, magari riadattandole, le produzioni dell’emittente pubblica. Questo perché, essendo tali produzioni pagate con i soldi pubblici, dovrebbero anche essere a disposizione di tutti.

L’estensione del mandato

Su queste colonne spesso e volentieri bacchettiamo la RSI per le “non rare” deviazioni dal mandato di servizio pubblico causa partigianeria politica. Ossia quando, invece di riferire in modo oggettivo, l’emittente cerca di far passare le proprie tesi, naturalmente tutte a sostegno delle frontiere spalancate, dell’UE, del “devono entrare tutti” e del “bisogna aprirsi”.  Questo non è servizio pubblico: questa è propaganda di regime. Oltretutto finanziata con i soldi di tutti gli utenti, compresi quelli che non condividono le posizioni ideologiche che l’emittente tenta di sdoganare.

Ma, come si è visto, il servizio pubblico della SSR non si presta alle critiche solo per il suo contenuto, ma anche per la sua estensione. L’iniziativa “No Billag”  non è di certo l’unico ostacolo. I temi sul tappeto sono tanti, e il rapporto ottusamente acritico del Consiglio federale non ha fatto che aizzare le contestazioni. Le chance di vittoria dell’iniziativa “No Billag” sono esigue, per usare un eufemismo. Ma una percentuale consistente (per quanto non maggioritaria) di Sì darebbe forza e slancio a chi a Berna vuole ridimensionare l’emittente di regime. Con conseguenze nemmeno tanto difficili da prevedere.

Campanelli d’allarme

E’ evidente che le enormi risorse a disposizione della SSR (1.3 miliardi di Fr all’anno di canone) hanno montato diverse teste. Qualcuno si è dimenticato che questo “tesoretto” non piove dal cielo per grazia ricevuta, ma ce lo mette l’utenza. E non è un diritto acquisito. Il cittadino o i suoi rappresentanti possono anche decidere di cambiare le regole del gioco. Non solo votando l’iniziativa No Billag, ma anche con altri mezzi. La marea di posizioni critiche e di proposte di correzione sul rapporto del Consiglio federale sul servizio pubblico che arriveranno prossimamente nel plenum della Camera bassa dovrebbero far suonare vari campanelli d’allarme.

Lorenzo Quadri

 

70 franchi al mese per salvare la riforma dell’AVS?

“Previdenza 2020” impantanata nel muro contro muro. E in votazione popolare…

Quadri: “Un gesto nei confronti dei (futuri) anziani che la Svizzera si può permettere”

Il “pezzo forte” della sessione parlamentare primaverile delle Camere federali, attualmente in corso, è la riforma dell’AVS, la cosiddetta Previdenza 2020. Sulla quale però (e in fondo era prevedibile) le posizioni sono alquanto divergenti. E si assiste ad un muro contro muro tra il Consiglio nazionale ed il Consiglio degli Stati. La “Camera del popolo” martedì ha dimostrato poca disponibilità al compromesso. Lorenzo Quadri (consigliere nazionale leghista), come è la situazione?

Le posizioni delle maggioranze delle due camere sono parecchio divergenti. Al Nazionale la cordata Plr-Udc-Verdi liberali tenta evidentemente di creare il maggior numero di differenze possibili con il Consiglio degli Stati, per poi poter mercanteggiare in fase di conciliazione.

Si discute soprattutto sui 70 Fr al mese in più di AVS introdotti dagli Stati.

Sì, è la misura che serve a compensare, per mantenere l’attuale livello delle rendite, la riduzione dell’aliquota di conversione del secondo pilastro, che passerà dal 6.8 al 6%. Al Consiglio degli Stati sono convinti che questa sia la chiave di volta per far approvare la riforma a livello popolare. La maggioranza del Consiglio nazionale, sostanzialmente Plr, Udc e Verdi liberali, è contraria ad una compensazione nel primo pilastro e propone delle misure che rimangano all’interno del secondo pilastro.

Qual è la posizione della Lega?

Io e Roberta Pantani abbiamo votato a favore dei 70 Fr in più, quindi diversamente dal gruppo Udc. Questi 70 Fr sono stati definiti una “mini AVS plus”, dal nome dell’iniziativa che chiedeva un aumento generalizzato delle rendite  del primo pilastro del 10%. La Lega era favorevole all’iniziativa AVS plus, pur consapevole  dei suoi limiti, ed in particolare del fatto che essa va a vantaggio anche dei redditi alti. Molto migliore era la Tredicesima AVS proposta dalla Lega, mirata agli anziani di condizione economica modesta, che la sinistra è stata però in prima linea ad affossare; e tutto per non darla vinta all’odiata Lega. Col risultato che oggi i nostri anziani non hanno né la Tredicesima AVS, e nemmeno l’AVS plus, essendo quest’ultima stata respinta in votazione popolare. Quando si dice la lungimiranza!

Tornando ai 70 Fr…

 Vanno sostenuti, in quanto costituiscono un piccolo riconoscimento ai nostri anziani. Un gesto che la Svizzera si può permettere. Si spendono miliardi per i finti rifugiati con lo smartphone e per inutili aiuti all’estero, però questa piccola concessione ai nostri anziani sarebbe infinanziabile? Siamo seri…

Il Nazionale ha poi confermato una sorta di “freno all’indebitamento”, ossia l’innalzamento automatico dell’età del pensionamento fino ad un massimo di 67 anni nel caso in cui la copertura del fondo AVS scendesse al di sotto dell’80%.

Credo non ci voglia il mago Otelma per prevedere che una riforma contenente un articolo del genere sia destinata a venire asfaltata in votazione popolare. Immagino dunque si tratti di “merce di scambio” con il Consiglio degli Stati, magari da barattare con i famosi 70 Fr in più. Ma il mercanteggiamento non sarà facile, visto che i 70 Fr sono senz’altro un argomento forte, e facile da spiegare alla popolazione, a sostegno della riforma. Alla Camera alta non sembrano disposti a rinunciarvi, ed anche il Consiglio federale pare disposto a digerirli pur di far passare la riforma.

Come andrà a finire?

Difficile prevederlo. Come detto, se il progetto finale conterrà l’aumento automatico dell’età della pensione fino a 67 anni, è morto in partenza. Ma può anche darsi che il pacchetto non superi le votazioni finali in parlamento. In effetti la riforma contiene vari punti controversi, ad esempio l’aumento dell’IVA: per il Consiglio nazionale deve essere dell’1%, per il Nazionale dello 0.6%. Non è dunque escluso che il “malloppo” cada alle votazioni finali. Ma, se anche dovesse passare lo scoglio parlamentare, dubito che abbia grandissime chance davanti al popolo. Anche tra i più  accesi sostenitori della necessità di riformare il primo pilastro c’è chi sostiene che la Previdenza 2020 – sulla quale si è già dibattuto, tra commissioni e plenum parlamentari, per oltre 150 ore – sia diventata un tale minestrone che è meglio che salti tutto. Del resto, è difficile far passare il messaggio che bisogna risanare l’AVS, sulle spalle cittadini, quando si sperperano miliardi per mantenere immigrati nello Stato sociale e  finti rifugiati, e per regali all’estero.

MDD

Accordo quadro e miliardo di coesione? Col piffero!

Delirio UE: le demenziali pretese degli eurobalivi nei confronti degli svizzerotti 

Ma naturalmente i Consiglieri federali del PLR, Didier Burkhaltèèèèr e Johann “Leider” Ammann, sono pronti alla calata di braghe integrale

Ecco qua i bei risultati di anni ed anni di lecchinaggio indecoroso e di squallido servilismo bernese nei confronti dell’UE. Gli eurofalliti (forti con i deboli e deboli con i forti) alzano continuamente il tiro e pretendono sempre di più dagli svizzerotti.

Accordo capestro

Adesso a Bruxelles fanno la voce grossa (uhhhh, che pagüüüraaaa!) perché vogliono l’accordo quadro istituzionale con la Svizzera. Uella! E’ evidente che a Bruxelles l’accordo quadro se lo possono mettere non diciamo dove perché sennò qualche moralista a senso unico si scandalizza.

L’accordo quadro è quell’accordo capestro che obbligherebbe la Svizzera a riprendere il diritto degli eurofalliti e a sottomettersi alla giurisdizione dei loro tribunali. Si tratta, nientemeno, della pietra tombale sulla sovranità elvetica, ed anche sui diritti popolari. Una genuflessione che nessun paese ancora dotato di un minimo di dignità accetterebbe, tanto più che:

  • l’Unione europea è allo sfascio, se alle presidenziali francesi vince LePen dopo la Gran Bretagna anche la Francia lascia l’UE e gli altri seguiranno;
  • Gli eurobalivi tentano per l’ennesima volta di ricattare gli svizzerotti, ma non hanno merce di scambio. Ormai se ne stanno accorgendo tutti – tranne i camerieri dell’UE della partitocrazia e del Consiglio federale – che i bilaterali sono un flop, che la libera circolazione delle persone ha fatto solo danni e che essa avrà vita breve all’interno della stessa UE. E allora su cosa ci ricattano gli eurobalivi? Minacciano di disdire i bilaterali? Facciano pure, non attendiamo altro!

Sarebbe ora che le due semplici cosette di cui sopra qualcuno le sbattesse finalmente sul muso dei funzionarietti di Bruxelles e del loro capo Juncker, magari scegliendo un momento in cui il tasso alcolemico di quest’ultimo è ancora contenuto entro limiti ragionevoli.

Ma naturalmente aspettarsi una cosa del genere da dei calatori di braghe compulsivi è una pia illusione.

Pretese&Ricatti

Ci sarebbe quasi da ridere se non ci fosse da “incavolarsi” alla grande. Sul 9 febbraio, la partitocrazia ed i camerieri dell’UE in Consiglio federale hanno preso a schiaffi la sovranità popolare solo per ubbidire ai loro padroni di Bruxelles. Sempre per lo stesso motivo, la Svizzera si sta facendo carico di finti rifugiati con lo smartphone (quanti tra loro sono miliziani dell’Isis?) che non le spettano affatto. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. E qual è il ringraziamento? Sempre nuove pretese accompagnate da infami ricatti!

E il peggio  che il ministro degli esteri Burkhaltèèèr, PLR, è favorevole all’accordo quadro con l’UE. Forse è ora che qualcuno lo stipendio da Consigliere federale lo vada a chiedere alla commissione europea.

Un miliardo di pernacchie!

E non è finita perché gli eurofalliti non si limitano a pretendere l’accordo quadro, ma vogliono anche i soldi. E mica pochi! In particolare vogliono 1,3 miliardi di contributo di coesione per i nuovi Stati membri UE. Qui qualcuno è fuori come una cassetta dei gerani. Fateci capire: i balivi di Bruxelles ci prendono regolarmente a pesci in faccia, pretendono di comandare in casa nostra, ci ricattano, ci denigrano, ci iscrivono su liste nere o grigie (l’ultima minacciata per i regimi fiscali privilegiati oggetto della Riforma III) però si aspettano che gli svizzerotti siano pronti a pagare miliardi di coesione (ma quale coesione, se continua a perdere pezzi?) alla fallita UE? Ma gli mandiamo un miliardo di pernacchie, altro che contributi di coesione!

D’altra parte, l’atteggiamento di Bruxelles non deve sorprendere: da anni gli eurobalivi ottengono dalla Svizzera tutto quello che vogliono e senza concedere nulla in cambio. Niente di più facile che continuare a “provarci”, visto che il sistema funziona che è una goduria.

Quando ci decideremo a mandare finalmente l’UE a “affandidietro”? Cosa deve ancora succedere perché la maggioranza politica esca dal letargo e si accorga che a Bruxelles non ci sono affatto nostri amici, ma dei politicanti che vogliono approfittarsi degli svizzerotti fessi, e finora – grazie alla pochezza dei nostri governanti – ci sono sempre riusciti a meraviglia?

Chi vuole pagare?

E’ ovvio che a Bruxelles non si versa più nemmeno un centesimo. Chi, invece, vorrebbe pagare il miliardo di coesione senza fare un cip e – va da sé! – senza porre alcuna condizione? Risposta: i due ministri del PLR: ossia il già citato Didier “dobbiamo aprirci all’UE” Burkhaltèèèr ed il suo collega “Leider” Ammann. Ma questi signori sono ancora al loro posto in Consiglio federale? Forse è il caso di chiederselo…

Ricordiamo inoltre che il PLR è stato in prima fila nello stuprare la Costituzione sul “maledetto voto” del 9 febbraio per mantenere le frontiere spalancate. Adesso i suoi ministri vorrebbero  regalare miliardi all’UE e anche cederle gli ultimi rimasugli della nostra sovranità nazionale. Ricordarsene alle prossime elezioni.

Lorenzo Quadri

Amministrazione federale: njet alla preferenza indigena!

La partitocrazia spalancatrice di frontiere non perde occasione per svendere il paese

Eccole qua, le performance della partitocrazia spalancatrice di frontiere. Quella che ha gettato nel gabinetto il 9 febbraio e la volontà popolare. Il triciclo PLR-P$$-PPD non vuole attribuire nemmeno la più piccola priorità agli svizzeri sul mercato del lavoro nazionale. Ma non sia mai! “Bisogna aprirsi”! E in Consiglio nazionale nei giorni scorsi l’ha nuovamente dimostrato. Infatti il triciclo è riuscito a bocciare (per 103 voti ad 83 con 5 astenuti) una mozione che chiedeva l’introduzione della preferenza indigena. Ma attenzione, non la chiedeva in generale – malgrado proprio questo sia stato deciso dal popolo ma rottamato dai camerieri dell’UE. La chiedeva nell’amministrazione federale. Un settore in cui la preferenza indigena dovrebbe essere un’ovvietà, ed anzi il passaporto rosso dovrebbe semplicemente essere presupposto per l’assunzione. Ma gli spalancatori di frontiere sono riusciti a dire njet. Secondo la partitocrazia, per gli impieghi della Confederella bisogna assumere stranieri a gogo. Altro che “Prima i nostri”: Prima gli altri!

Avanti così, svendiamoci agli eurofalliti! Mercato del lavoro svizzero terra di conquista, compresi i posti di lavoro nella pubblica amministrazione!

La beffa

Al danno si aggiunge, come di consueto, la beffa: per giustificare l’ennesimo tradimento della volontà popolare, i camerieri dell’UE del Consiglio federale e della partitocrazia argomentano che “la preferenza indigena non serve”. Nemmeno nei posti federali e malgrado il popolo l’abbia votata. E perché?  Perché – questa la bestialità sentita in aula – con il compromesso-ciofeca che affossa il 9 febbraio il governo ha già preso misure per sostenere i disoccupati residenti.

Ah ecco. Tutti, compresi i Giuda rottamatori del 9 febbraio, hanno ammesso che la preferenza indigena non è rispettata dal compromesso-ciofeca. Ed infatti le misure votate in dicembre dalla maggioranza delle Camere federali non sostengono i disoccupati “residenti”. La partitocrazia ha trombato tutte le proposte che prevedevano di introdurre nella legge l’aborrito aggettivo: residente. Le misure in questione si limitano a creare dei diritti a dei colloqui di lavoro – e non certo di assunzione – per gli iscritti agli Uffici regionali di collocamento.

Ma agli URC si possono iscrivere anche i frontalieri, e perfino i cittadini UE che possono arrivare in Svizzera per tre mesi, aumentabili a sei, alla ricerca di un impiego. Per contro, gli svizzeri in assistenza spesso non sono  più iscritti agli URC. Altro che “sostegno ai residenti”!

Prima i nostri!

Visto l’andazzo, diventa sempre più urgente concretizzare in Ticino l’iniziativa “Prima i nostri”, dato che a Berna non perdono occasione per sabotare ogni minimo accenno di preferenza indigena, per strisciare davanti ai padroni dell’UE. E lo dichiarano anche, senza vergogna: “la preferenza indigena nell’amministrazione federale creerebbe problemi con l’UE, che non la vuole”. Pure questo si è sentito dire in parlamento. E’ il colmo: i camerieri strisciano e se ne vantano pure!

L’esempio inglese…

Intanto in Gran Bretagna la volontà popolare viene rispettata (anche quando si tratta di una votazione consultiva). Non come in Svizzera, dove i partiti $torici gettano la sovranità nazionale nella latrina. Sicché la Brexit si fa “hard”. Le frontiere del Regno Unito potrebbero chiudersi addirittura nel corso del corrente mese. Già tra qualche settimana potrebbero arrivare i contingenti ai permessi di lavoro per i cittadini UE ed i tagli all’accesso alle prestazioni sociali. (La Germania queste prestazioni le ha già tagliate. Per contro gli svizzerotti fessi…).

Invece da noi si calano le braghe ad oltranza. Al punto di chiudere le porte alla preferenza indigena perfino nell’amministrazione federale.

Il paragone tra governanti britannici con gli attributi e sguatteri  bernesi dell’UE si fa sempre più umiliante. Sotto le cupole federali qualcuno dovrebbe sprofondare non uno, bensì  svariati metri sotto terra. Ma si vede che la capacità di vergognarsi sta diventando merce sempre più rara.

Lorenzo Quadri

 

Bandiera UE: siamo “ostracisti” e ce ne vantiamo

I simboli degli eurofalliti non hanno alcun diritto di cittadinanza in Svizzera

 

In maggio il Gran Consiglio dibatterà su una mozione, presentata da Boris Bignasca e cofirmatari, che chiede di interrompere la consuetudine di esporre la bandiera UE sui municipi ticinesi il 5 maggio, anniversario del Consiglio d’Europa. L’esposizione avviene su raccomandazione del governo federale.

Il Consiglio d’Europa non è l’UE. Esso è nato assai prima, nel 1949, e la Svizzera ne fa parte dal 1963.  Questo è il motivo per cui la bandiera viene esposta. C’è però un problema: la stessa bandiera è stata fatta propria dall’UE. La quale è assai più visibile del  Consiglio d’Europa. Sicché oggi, in base al principio dell’ “Ubi maior, minor cessat”, per l’ “uomo della strada” quella bandiera lì è quella dell’UE. Anche perché il Consiglio d’Europa – che pure per il suo cinquantesimo anniversario ha emesso un francobollo in cui il campo blu stellato è attraversato da una C  creando così un logo distinguibile da quello dell’UE – non ha mai voluto modificare la propria bandiera per darsene una che fosse distinguibile. O verosimilmente non si è mai posto il problema.

Pippe mentali

Sta di fatto che l’UE ed il Consiglio d’Europa hanno la stessa bandiera: quella che identifica l’UE. Sicché motivarne l’esposizione sugli edifici pubblici dicendo che quella bandiera è sì quella dell’Unione europea ma in quell’occasione particolare (5 maggio) sta ad indicare un’istituzione diversa, sarà anche formalmente corretto, ma rientra nel campo dei cavilli. O, per essere più grezzi, in quello delle pippe mentali. E di pippe mentali è assai prodigo l’editoriale  sul tema pubblicato giovedì sul CdT dal direttore Fabio Pontiggia, che già il giorno prima si era prodotto in un altro fondo in cui torna recidivamente a sostenere, malgrado tutte le evidenze contrarie, che in regime di libera circolazione delle persone  in questo sempre meno ridente Cantone “l’è tüt a posct”. Veramente non si capisce come un direttore di giornale,  ossia un professionista della comunicazione, possa credere sul serio alla sensatezza dei sottili distinguo sulla stessa bandiera che però indica entità diverse. Chi si ingarbuglia  in queste tesi vuole semplicemente sostenere e sdoganare l’UE: “bisogna aprirsi!”. E, more solito, lo fa tacciando, più o meno velatamente, di ignoranti e populisti gli oppositori al pezzo di stoffa blu con le stellette. Riveliamo un segreto a questi fini intellettuali: la storia della bandiera del Consiglio d’Europa la conosciamo. E allora? Il problema rimane.

Rilanciando…

Si potrebbe anche rilanciare e mettere in discussione l’appartenenza della Svizzera allo stesso Consiglio d’Europa, che si concretizza poi con l’adesione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la quale serve principalmente come pretesto ai tribunali buonisti-coglionisti per evitare l’espulsione dei terroristi islamici, qualora questi fossero “in pericolo” nel loro paese. Se questo è l’effetto della CEDU, vuol dire che va disdetta; peraltro la Svizzera non ha bisogno delle lezioni di fatiscenti organismi internazionali per garantire al proprio interno il rispetto dei diritti umani. Ma questo è un altro discorso.

Non si perda tempo

Sta di fatto che la bandiera dell’UE in Svizzera non ha diritto di cittadinanza. E non è certo un caso che a sostenerne l’esposizione, quale relatore commissionale del rapporto di maggioranza contrario alla mozione Bignasca, sia Jacques Ducry, presidente della sezione ticinese del Numes, ossia il movimento che vuole l’adesione della Svizzera all’UE. Si dice – lo stesso discorso lo si è sentito, fino alla nausea, sul divieto di burqa – che in fondo quello della bandiera è un non-problema? Se così è, allora non si perda tempo e si smetta di esporla. Non farlo non costa nulla, anzi. Di simboli di sudditanza agli eurofalliti in casa nostra non ne vogliamo. Già nella partitocrazia federale c’è una maggioranza di camerieri dell’UE. Purtroppo questo problema, assai più concreto e gravido di conseguenze, non si risolve così facilmente. Per contro, quello della bandiera lo si supera  senza bisogno di far nulla, anzi risparmiando alle amministrazioni comunali un compitino supplementare. Ostracismo nei confronti dell’UE, come scrive Pontiggia sul CdT? Certo. E ce ne vantiamo. Perché è ostracismo più che giustificato.

Quando il Consiglio d’Europa, di cui facciamo parte, si sarà dotato di una sua bandiera che lo identifichi, si potrà anche pensare di esporla per la sua ricorrenza annuale. Prima proprio no.

PS: qualcuno avrà notato che da qualche anno il 5 maggio sul municipio di Lugano la bandiera UE non si vede più. Ops, le dimenticanze…

Lorenzo Quadri

Come volevasi dimostrare: l’UE penalizza la Svizzera!

Ma naturalmente dai camerieri di Bruxelles del Consiglio federale non arriva un cip

 

Ancora una volta, l’ennesima, ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Mentre gli svizzerotti si martellano sui “gioielli di famiglia” con il massimo vigore, perché bisogna assolutamente rispettare fino all’ultima virgola la sacra libera circolazione delle persone, i nostri “amici” (si fa per dire) dell’UE fanno proprio il contrario.

I paesi a noi vicini perseguono i propri interessi e se ne SBATTONO dei nostri; e la tanto decantata “reciprocità”? Nel water! A Berna, invece, i camerieri dell’UE passano le giornate a farsi pippe mentali sulla “non discriminazione” di aziende e lavoratori stranieri.

Lo studio di San Gallo

La dimostrazione che detto scenario non è frutto dell’ennesima fantasia populista e razzista – un po’ come il soppiantamento dei residenti con frontalieri o il dumping salariale, tanto per fare un esempio – ma un dato di fatto, arriva da uno studio dell’Università di San Gallo.

Cosa hanno scoperto gli economisti sangallesi? Si sono accorti, ma tu guarda i casi della vita, che dall’inizio della crisi economica del 2008 gli Stati membri della fallita Unione europea hanno preso oltre 200 provvedimenti che sono risultati dannosi per gli interessi commerciali della Svizzera. Si parla di misure d’aiuto mirate a sostenere rami economici o società in difficoltà, e non si è trattato solo di salvaguardare dei posti di lavoro, ma anche di favorire le ditte indigene rispetto a quelle straniere. Nell’ottobre scorso, prosegue lo studio, erano ancora in vigore 151 dei 200 interventi sfavorevoli alla Svizzera.

Protezionismo in grande stile

Ohibò! I nostri “cari” vicini, dunque, hanno fatto protezionismo in grande stile. E nessuno ha detto niente. Forse che i camerieri dell’UE in Consiglio federale si sono sognati emettere un cip di protesta? Ma non sia mai! Sotto le cupole bernesi il motto, scelleratamente autolesionista, è sempre lo stesso: noi siamo più papisti del Papa – e più europeisti degli eurofalliti – di modo che nessuno possa rinfacciarci alcunché! E non guardiamo quel che fanno gli altri!

Gli “spettacolari” risultati di una condotta tanto ottusa e pavida li vediamo quotidianamente. Lungi dal “non rinfacciarci alcunché” gli eurobalivi approfittano ignobilmente della debolezza mostrata dai loro camerieri bernesi. E infatti alzano continuamente il tiro e avanzano in continuazione nuove pretese: sempre più irragionevoli, sempre più scandalose, sempre più lesive della nostra sovranità.

Del resto, con queste modalità Bruxelles ha ottenuto dagli svizzerotti tutto quello che voleva. Senza eccezioni. Dunque, chi glielo fa fare di cambiare?

Cosa deve ancora succedere?

L’inchiesta dell’Università di San Gallo dimostra la clamorosa mancanza di reciprocità nei nostri confronti da parte degli interlocutori europei che a Berna si ostinano ad osannare ed a slinguazzare fino a consumarsi le papille.

Signori, cosa deve ancora succedere perché si cambi finalmente registro? Se i sette ministri in Consiglio federale non sono in grado di andare finalmente a picchiare i pugni sul tavolo di Bruxelles, di dire a questi funzionarietti non eletti da nessuno che la Svizzera si è rotta le scatole di farsi mettere sotto i piedi sicché d’ora in poi comincerà anche lei, come fanno del resto gli stessi Stati membri dell’UE, a fare i propri interessi alla faccia delle “regole” che nessun altro rispetta, è meglio che se ne tornino tutti a casa a dedicarsi all’ippica, alla pesca, o a fare calzetta.

Lorenzo Quadri

Rientro in Svizzera dei jihadisti: la partitocrazia ronfa

No al ritiro automatico del passaporto significa via libera ai tribunali buonisti

 

E ti pareva se, ancora un volta, non si assisteva al trionfo del buonismo-coglionismo da legulei in materia di delinquenti stranieri ed addirittura di jihadisti. Quindi terroristi islamici, non ladri di ciliegie al mercato. Il Consiglio degli Stati ha infatti definitivamente trombato la mozione del consigliere nazionale PPD Marco Romano (accettata, invece, dal Nazionale) che chiedeva il ritiro automatico del passaporto svizzero ai “foreign fighters” partiti per combattere la Jihad. L’obiettivo è quello di evitare, con certezza, il rientro in Svizzera di queste persone.

Al proposito un paio di considerazioni:

  • Il fatto che ci siano dei jihadisti (e non pochi) con la doppia cittadinanza dimostra che il regime delle naturalizzazioni facili è una realtà. Si regalano passaporti rossi a persone straniere che non sono affatto integrate. Sono anzi proprio la negazione dell’integrazione, trattandosi di terroristi islamici. Chi ha naturalizzato simili delinquenti? Forse qualche kompagno spalancatore di frontiere e fautore del multikulti?
  • Con le naturalizzazioni pressoché automatiche dei giovani stranieri di terza generazione, il numero dei jihadisti in possesso del passaporto svizzero aumenterà ulteriormente. Nei paesi a noi vicini l’esperienza insegna che i terroristi islamici sono non di raro proprio i giovani stranieri di cosiddetta terza generazione (alcuni sociologi parlano di “generazione Allah”). I quali, contrariamente alla monumentale serie di fregnacce raccontate dalla partitocrazia prima della votazione dello scorso 12 febbraio, non sono affatto integrati per definizione.
  • Il passaporto svizzero va ritirato a chiunque sia partito per la jihad, anche se costui per delirio d’ipotesi dovesse avere rinunciato alla cittadinanza originaria in occasione della naturalizzazione. I miliziani dell’Isis sono pericolosi. In nessun caso devono rientrare in Svizzera. Senza il passaporto rischiano di rimanere apolidi? Chissenefrega! Sono partiti per andare ad ingrossare la fila del califfato; che restino dove hanno voluto andare.

Miliziani in casa

Ironia della sorte, la decisione degli Stati arriva proprio quando il Ticino scopre di avere in casa almeno un reclutatore dell’Isis. Trattasi come noto di un cittadino straniero (turco) naturalizzato. E, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, il kompagno Sergej Roic (non patrizio di Corticiasca) sul portale liberaTV aveva indicato proprio costui come un “esempio di integrazione”.

“Si può” non è “si fa”

Il Consiglio degli Stati ha respinto la mozione per il ritiro automatico del passaporto ai foreign fighters con doppia cittadinanza, indicando che tale operazione “è già possibile”. Di cose possibili ce ne sono tante. Ma questo ancora non vuol dire che vengano anche fatte. Anzi. Ed infatti nei tribunali, a partire del TF, i legulei spalancatori di frontiere si arrampicano sui vetri alla ricerca di scuse per non espellere nessuno. Il Consiglio federale, dal canto suo, ha confermato la madre di tutte le fregnacce: un terrorista islamico non può essere rimandato nel paese d’origine se lì rischierebbe la vita. Quindi ce lo teniamo in casa, in attesa che commetta un attentato, mietendo magari centinaia di vittime. Per non mettere in pericolo un criminale straniero si preferisce mettere in pericolo tanti cittadini onesti. In Svizzera devono entrare, e devono rimanere tutti!

Questo è il risultato del buonismo-coglionismo imperante. In simili circostanze, aspettarsi che ai foreign fighter con doppia nazionalità venga sistematicamente ritirato il passaporto per impedirne il rientro in Svizzera, vuol dire credere a Gesù bambino.

No al rientro

Ed infatti ad inizio settimana si è saputo del caso del jihadista di origini bosniache partito da Losanna alla volta dell’Irqa per combattere per il califfato. Il bravo giovane straniero perfettamente integrato vorrebbe ora rientrare in Svizzera per presunti motivi di salute. Questo personaggio, riconosciuto come pericoloso dall’intelligence, potrebbe dunque un domani tornare nel nostro Paese. E magari addirittura farsi curare a spese del contribuente. Dopodiché, tanto per non farsi mancare niente, potrebbe andare a carico dell’assistenza. O magari, perché no?, ricevere anche una rendita AI più prestazione complementare. Finanziata sempre dal contribuente.

Ma anche nel caso in cui il jihadista dovesse rientrare in Svizzera e venire incarcerato, la pillola a carico del contribuente sarebbe bella sostanziosa, visto che una giornata di detenzione costa sui 400 Fr al mese.  E le nostre prigioni, ormai l’hanno capito anche i paracarri, sono “a 5 stelle”. Ricordiamo la notizia della scorsa settimana a proposito del delinquente spagnolo che non ne vuole sapere di uscire di prigione perché “è come un albergo di lusso”. No, i terroristi stranieri (o svizzeri di carta) partiti dal nostro Paese per combattere per il califfato, in Svizzera non ci devono più poter tornare. Nemmeno come detenuti (e nümm a pagum). Il carcere lo scontano semmai nel paese dove hanno scelto di andare a combattere.

 

Le naturalizzazioni ordinarie devono diventare più rigorose

Per evitare che si regalino passaporti anche agli stranieri di prima generazione

Dopo la votazione del 12 febbraio, poco ma sicuro che gli spalancatori di frontiere tenteranno di arrivare alle naturalizzazioni di massa, con la tattica del salame. E adesso stop ai doppi passaporti!

Il Ticino ce l’ha quasi fatta a respingere la naturalizzazione agevolata per i giovani stranieri di cosiddetta “terza generazione”. Nel nostro Cantone infatti l’oggetto è stato approvato con solo il 50.2% dei voti. Se si pensa che gli unici ad opporsi all’ennesimo tentativo di svendita del passaporto rosso erano Lega ed Udc, mentre la partitocrazia si sdilinquiva a favore, il risultato è comunque degno di nota. Anche se, purtroppo, privo di effetto pratico. Probabilmente il concetto di “terza generazione” – che è ben diverso da quello che sembra – ha tratto in inganno. Ad approfittare della naturalizzazione superagevolata saranno infatti anche persone la cui famiglia non vive affatto da tre generazioni in Svizzera.

Altra opzione: l’esito della votazione sugli stranieri di cosiddetta “terza generazione” è un segnale che in Svizzera  ci sono già troppi neo-svizzeri di dubbia integrazione che votano contro gli interessi del paese. Del resto, procedendo al ritmo di 40mila naturalizzazioni all’anno – in proporzione, il quadruplo che in Germania! – si fa in fretta a fare numero.

 Neo-svizzeri non integrati

La proposta su cui abbiamo votato due domeniche fa arriva, come noto, dal P$$: ossia dal partito del “devono entrare tutti”. L’ obiettivo di tale partito è regalare passaporti rossi anche a persone per nulla integrate, così da aumentare il numero dei votanti ai quali della Svizzera non gliene frega un tubo. Anzi, che magari la odiano pure. A questi nuovi votanti non interessa affatto difendere le nostre radici (che non sono le loro) la nostra identità (che non è la loro), la nostra sovranità. Voteranno sempre contro. Ed è proprio quel che vuole la $inistra rottamatrice della Svizzera. Basti pensare che il presidente del P$$ kompagno Christian Levrat vorrebbe rendere l’Islam religione ufficiale. Un programma che dice tutto.

Che l’obiettivo dei promotori della naturalizzazione superagevolata (neanche fosse il leasing per l’auto nuova) per gli stranieri di terza generazione sia quella di garantire l’accesso al passaporto rosso a persone non integrate, è apparso con prepotenza nelle scorse settimane. I kompagni hanno pubblicato un volantino in arabo a sostegno della loro proposta. Sarebbero questi, i cittadini stranieri perfettamente integrati?

Lo squallido teatrino

La sera del 12 febbraio, oltretutto, nei commenti post-voto, si è pure assistito allo squallido teatrino della Consigliera federale del partito del “devono entrare tutti”  kompagna Simonetta Sommaruga, quella che vuole regalare al Mendrisiotto un nuovo maxicentro per finti rifugiati, che sghignazzava giuliva e si congratulava con la promotrice dell’iniziativa pro-naturalizzazioni facili, la kompagna Addolorata Marra di Botrugno (Salento).

Naturalmente alla kompagna Sommaruga non viene in mente che nei paesi a noi confinanti i seguaci dell’Isis sono spesso e volentieri proprio giovani stranieri di terza generazione. Del resto, chi vuole riempirci di migranti economici – quanti tra loro sono jihadisti? –, questi problemi “populisti e razzisti” mica se li pone.

Anche le prime generazioni?

L’obiettivo cui mirano i ro$$i donatori di passaporti è manifesto. Adesso che, con la votazione di domenica, hanno aperto una breccia, vogliono approfittarne, con la tattica del salame (una fetta alla volta) per rendere le naturalizzazioni sempre più facili. Non solo per le terze generazioni, ma anche per le prime. Occorre dunque vigilare affinché questo non accada. Né tramite ulteriori modifiche di legge, e nemmeno tramite allentamenti nelle verifiche dell’integrazione degli aspiranti alla cittadinanza elvetica.

Un pessimo esempio è venuto purtroppo dall’ultimo consiglio comunale di Lugano. Il legislativo cittadino ha accordato l’attinenza comunale ad un candidato che non era autonomo finanziariamente, che non è stato in grado di rispondere alle semplici domande che gli sono state poste dai commissari delle Petizioni e nemmeno ha indicato delle motivazioni accettabili per il suo desiderio di ottenere il passaporto rosso.

Non solo il consiglio comunale ha concesso una naturalizzazione che c’erano tutti i motivi per rifiutare, ma i contrari si sono dovuti pure confrontare con attacchi personali di infimo livello, che nulla avevano a che fare con l’oggetto in discussione; e questo da parte della solita $inistra partito dell’intolleranza dell’odio contro chi la pensa diversamente.

E’ evidente che situazioni del genere non si devono ripetere. Visto anzi che la naturalizzazione agevolata dei giovani stranieri di terza generazione creerà anche numerosi neosvizzeri NON integrati, bisognerà  fare in modo di non crearne di ulteriori tramite le procedure ordinarie. Le quali devono dunque diventare più rigorose nella valutazione dell’integrazione dei candidati.

Stop ai doppi passaporti

Visto inoltre che ottenere il passaporto rosso senza essere integrati è diventato più facile, non c’è più uno straccio di motivo per cui bisognerebbe continuare a tollerare i doppi passaporti. Chi vuole diventare svizzero deve anche essere tenuto a rinunciare alla nazionalità originaria. Il rifiuto di farlo è indizio di mancata (o insufficiente) integrazione.

E non ci si venga a raccontare la fregnaccia che se non si lasciano i doppi passaporti poi non è più possibile espellere i jihadisti che si sono naturalizzati. A seguito delle sentenze buoniste-coglioniste, i jihadisti non vengono espulsi comunque. Inoltre, i terroristi islamici non hanno bisogno di naturalizzarsi per svolgere le loro attività criminose in Svizzera. Infine, per essere sicuri di schivare l’eventuale espulsione, i seguaci dell’Isis che vogliono naturalizzarsi possono rinunciare già adesso al passaporto del paese d’origine. E di certo lo fanno.

Lorenzo Quadri

 

Via Sicura: chi punirà i “pirati della legislazione”?

Il Ticino dà una prima spallata alla legge-bidone. Ma una rondine non fa primavera

 

Accipicchia! Vuoi vedere che l’obbrobrioso programma Via Sicura comincia a ciurlare nel manico? E questo proprio su imput ticinese? E’ infatti recente la notizia della decisione della Corte delle Assise correzionali che ha rivisto al ribasso la condanna a carico di un automobilista: anziché 12 mesi di reclusione sospesi, sono stati comminati 1500 Fr.

intenzionalità

Nel caso concreto, a permettere l’aggiustamento è stata l’intenzionalità, o meglio la sua mancanza. L’automobilista 40enne stava provando per la prima volta una macchina con “impressionante accelerazione” e non si è accorto che, solo sfiorando il pedale, il veicolo “sparava” a 100 km/h. Proprio in quel mentre è incappato in un radar. Il giudice quindi ha potuto applicare il margine d’apprezzamento. E lo ha fatto ritenendo la colpa dell’automobilista non sufficientemente grave da giustificare una pena detentiva, fosse anche sospesa.

Un po’ di decenza

La notizia è sicuramente positiva nella misura in cui riporta un po’ di decenza là dove ne era rimasta ben poca. Ma una rondine, insegna il detto, non fa primavera. E’ vero che si è creato un precedente. Non è però detto esso sia destinato a consolidarsi. Via Sicura non è caduta, e quindi non bisogna farsi illusioni. L’esigenza di intervenire a livello di parlamento federale rimane intatta ed urgente. Ma è proprio lì che ci si scontra con il muro di gomma. Eh già; chi ha voluto ed ottenuto, turlupinando tutti, la criminalizzazione dell’automobilista, non intende mollare l’osso. E di conseguenza si aggrappa a tutto pur di non rinunciare al risultato raggiunto. Dai pretesti relativamente plausibili a quelli improponibili.

La prima categoria

Nella prima categoria rientra… la data. Via Sicura è entrata in vigore solo nel 2015. E’ quindi una legge – un pacchetto di leggi – nuovo. Ed in Svizzera le regole non si cambiano tanto rapidamente. Il parlamento fa una cappellata? Bisognava pensarci prima di approvarla. I cittadini sono destinati a subirsela per parecchi anni. Quanti alle Camere federali hanno votato Via Sicura – ossia tutti i partiti tranne Udc e Lega – lo sapevano benissimo. Sapevano perfettamente che alle nostre latitudini una legge appena varata non viene stravolta tanto in fretta. Quindi sapevano anche perfettamente che esponevano gli automobilisti al rischio di una persecuzione del tutto sproporzionata. Sproporzionata e a tempo indeterminato. Però hanno dato lo stesso il proprio nullaosta. Si parla di pirati della strada; ma qui si ha a che fare con pirati della legislazione.

La seconda categoria

Nella seconda categoria, quella delle scuse improponibili, rientra invece il consueto ricatto morale. E qui le scatole girano ad elica. Via Sicura nasce in risposta ad un’iniziativa popolare contro i pirati della strada. L’obiettivo avrebbe dovuto essere quello di sanzionare i dementi che fanno le corse in autostrada. I quali, ma guarda un po’, sono tutti giovani stranieri. Ma lo scopo dell’esercizio è stato del tutto stravolto. I populisti di $inistra hanno colto la palla al balzo per criminalizzare gli automobilisti in generale, inventandosi per l’occasione costruzioni giuridiche che non stanno né in cielo né in terra. Stranamente però questa volta nessun purista della legislazione ha avuto alcunché da ridire. Quando si tratta invece di tutelare il mercato del lavoro dall’immigrazione incontrollata, tanto per fare un esempio, le cose vanno diversamente. A seguito dell’approvazione di Via Sicura, l’iniziativa popolare che l’ha originata è stata ritirata. Sicché, ecco trovata subito la scusa per mantenere in piedi l’osceno bidone. Modificare Via Sicura equivarrebbe – udite udite – a tradire la fiducia dei cittadini che hanno sottoscritto l’iniziativa! Questo argomento lo si è sentito invocare con isterici accenti da talune esponenti rossoverdi. Eh no, non ci siamo proprio!

Paladini della fiducia?

Ad attaccarsi, come cozze allo scoglio, alla volontà dei firmatari di un’iniziativa che non è nemmeno andata in votazione, sono proprio quelli che hanno cancellato senza alcuna vergogna il 9 febbraio, stuprando non solo la volontà popolare, ma anche la Costituzione. E proprio costoro pensano ora, con scioccante ipocrisia, di potersi spacciare (a sproposito) come paladini della “fiducia” e della “volontà dei firmatari”, naturalmente solo quando fa comodo a loro? Ma chi credono di prendere per i fondelli? Via Sicura è un’aberrazione, e come tale va buttata all’aria. Il parlamento lo deve agli automobilisti. Che sono poi la maggioranza dei cittadini.

Lorenzo Quadri

Raffica di sentenze buoniste a favore di delinquenti stranieri

Svizzera sempre più Paese del Bengodi per la criminalità d’importazione. Chi ringraziamo?

Venghino siori venghino! Venghino nella Svizzera Paese del Bengodi per delinquenti stranieri grazie alle sentenze buoniste a sostegno della foffa d’importazione!

In pochi giorni di queste sentenze buoniste ne abbiamo viste almeno tre.

Sentenza nr 1

La prima è quella del Tribunale federale nei confronti di un delinquente italiano che non dovrà lasciare il Ticino malgrado sia stato condannato per rapina a mano armata e malgrado sia in assistenza da anni. Si tratta del “bravo giovane” che sei anni fa rapinò la banca Raiffeisen di Cadenazzo con una pistola softair (che  l’arma fosse softair, però, le vittime non lo potevano sapere). Costui potrà rimanere in Ticino perché, secondo i legulei del TF, quando commise il crimine era “assai giovane”. Nel caso concreto aveva 22 anni, quindi era maggiorenne da un pezzo. Ma evidentemente ogni scusa è buona per non espellere, al contrario di quanto votato dal popolo nell’ormai lontano 2010. E il bello è che da Berna i camerieri dell’UE ci avevano raccontato che, con la nuova legge sugli stranieri, le espulsioni dalla Svizzera sarebbero passate da 500 a 4000 all’anno, ossia 8 volte di più. Come no. Campa cavallo che l’erba cresce. La nuova legge è in vigore. Risultato? Altro che espulsione di delinquenti stranieri. Ci teniamo in casa perfino un tale, italiano, che ha commesso una rapina a mano armata (non un furto di ciliegie alla bancarella del mercato) e per soprammercato lo manteniamo pure con i soldi del nostro Stato sociale!

Ecco quanto valgono le promesse dell’élite spalancatrice di frontiere di rispettare la volontà popolare in campo d’immigrazione e di espulsioni. Meno del due di briscola. Vergogna!

Sentenza nr 2

Seconda sentenza del medesimo tenore, ad un paio di giorni di distanza dalla prima. E sempre “a cura” del Tribunale federale. Un altro rapinatore, ancora cittadino italiano (non è razzismo nei confronti della Penisola; è la cronaca a dirlo) potrà rientrare nella Svizzera paese del Bengodi tra due anni invece che nel 2024. In Ticino il galantuomo “non patrizio” aveva commesso i seguenti reati:

  • ripetuti atti preparatori punibili di rapina;
  • ripetuta rapina consumata e tentata nei confronti di un distributore di benzina;
  • tentato furto.

Il signore dunque è pericoloso e recidivo ma, ancora una volta, arrivano i legulei del TF a spalancargli, o a ri-spalancargli, le porte del Paese in anticipo. Ciò che significa, più concretamente, che lo stinco di santo  rientrerà in Ticino, mica a Gurtnellen. E se poi una volta tornato commetterà altri crimini, magari mettendo in pericolo di vita di qualcuno, chissenefrega! L’importante è garantire i diritti dei delinquenti stranieri onde non essere accusati di xenofobia. Non certo tutelare la sicurezza dei cittadini onesti; svizzeri o stranieri che siano!

E, per la serie “oltre al danno, la beffa”, l’assistenza giudiziaria a questo rapinatore recidivo l’ha pagata il contribuente ticinesotto. Niente di strano che la spesa pubblica a tale voce ammonti ormai alla spropositata cifra di sei milioni di franchi all’anno che – come ha ammesso lo stesso Consiglio di Stato rispondendo ad un’interrogazione parlamentare – vanno “per lo più” a beneficio di delinquenti stranieri!

Sentenza nr 3

Il terzo caso tanto per una volta non riguarda il Ticino ma il Canton Zurigo e più precisamente la città di Winterthur. Un altro bravo giovane straniero perfettamente integrato, figlio di un italiano (e ridàgli) e di una donna dell’ex Jugoslavia, e convertitosi all’islam radicale, è stato arrestato nel febbraio del 2016. Non per aver pigiato troppo sull’acceleratore, bensì  come militante attivo della Jiahd. Un aspirante terrorista islamico, dunque, che addestrava anche altri giovani nella famigerata moschea An’nur (noto centro di radicalizzazione) oltre che in centri fintess ed in una palestra di arti marziali (sic). E poco ma sicuro che il miliziano dell’Isis nelle carceri elvetiche a cinque stelle avrà senz’altro potuto continuare i suoi allenamenti a spese del contribuente. Ebbene questo individuo, di certo pericoloso, è stato rilasciato qualche giorno fa dal carcere preventivo. Così ha deciso il Tribunale dei procedimenti coercitivi. Nei suoi confronti sono state ordinate delle non meglio precisate “misure sostitutive”. Se non si atterrà alle misure, precisa la Procura federale, tornerà in cella.

Ah, bene! Prima facciamo uscire il delinquente e lasciamo che faccia disastri, ed un jihadista ne può combinare di molto grossi, e poi se del caso interveniamo!

Avanti così, che con simili garantismi ad oltranza diventeremo un polo d’attrazione per seguaci dell’Isis. E mentre i terroristi islamici tornano in libertà, grazie a Via Sicura gli automobilisti rischiano la galera. Poi ci si scandalizza perché la gente non ha fiducia nelle istituzioni…

Lorenzo Quadri

 

“La prigione in Svizzera? Un albergo di lusso!”

Il detenuto spagnolo non vuole nemmeno sentir parlare di scarcerazione. E nümm a pagum

 

Ah ecco! Poi dicono che non è vero che siamo il paese del Bengodi per i delinquenti d’importazione: sono tutte balle della Lega populista e razzista!

Venerdì il portale Tio, di certo non sospetto di simpatie leghiste, riportava un’interessante notiziola a sua volta ripresa da Le Matin.

La notiziola era la seguente: nel Canton Neuchâtel, un delinquente spagnolo di 34 anni si trova da mesi dietro le sbarre per aver aggredito violentemente l’ex fidanzata. Il galantuomo “non patrizio” è reo confesso e dichiara di non essere per nulla pentito, anzi. La particolarità della vicenda è questa: lo spagnolo non ne vuole sapere di venire scarcerato. Come ha detto davanti ai giudici, in prigione si trova molto bene: come in un hotel di lusso, dove può godere di ogni comfort. Prima dell’arresto, il suo tenore di vita era peggiore. Parole sue.

Non è uno scherzo

Davanti ad una notizia di questo genere, che purtroppo non è uno scherzo di Carnevale, è  “un po’ difficile” non sentirsi presi sontuosamente per i fondelli. Ecco dunque la conferma che, per i delinquenti stranieri, le nostre prigioni sono degli alberghi a cinque stelle. Solo che se lo dice un leghista populista e razzista è una cosa; sentirlo da un detenuto, invece…

Il lusinghiero giudizio in stile TripAdvisor è riferito al carcere di Boudry ma può tranquillamente venire riportato anche al penitenziario ticinese. Al proposito nel 2013 il Mattino aveva pubblicato il menù settimanale alla Stampa, con carne almeno una volta al giorno e le “offerte speciali” per detenuti islamici. Tante oneste famiglie svizzere (o anche straniere) che tirano la cinghia per arrivare alla fine del mese non si possono permettere pranzi e cene come  quelle servite agli ospiti dei carceri rossocrociati.

E se una prigione svizzera è considerata un albergo di lusso da un detenuto spagnolo, figuriamoci come può apparire agli occhi di delinquenti in arrivo da contesti assai più degradati di quello ispanico.

Paese del Bengodi

Le prigioni a 5 stelle sono dunque uno degli elementi che contribuiscono a rendere la Svizzera il paese del Bengodi per delinquenti stranieri. Il conto, ça va sans dire, lo paga il contribuente svizzerotto (quello “chiuso e xenofobo”). Una giornata alla Stampa costa sui 350 franchetti al giorno. E i detenuti stranieri rappresentano fino all’80% degli ospiti. Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza?

Naturalmente nulla si sa – né mai si saprà – sul grado di svizzeritudine del restante 20% di detenuti definiti “svizzeri”: sono effettivamente tali dalla nascita oppure hanno beneficiato di una qualche naturalizzazione facile?

Alcune misure

Onde evitare di continuare a farsi prendere per i fondelli da delinquenti stranieri per i quali l’incarcerazione è un premio, urgono alcuni provvedimenti:

  • Mandare i delinquenti stranieri a scontare la condanna nelle prigioni dei paesi d’origine, sicuramente meno appetibili delle nostre;
  • Espellere senza se né ma i delinquenti stranieri incarcerati in Svizzera alla fine della pena, così come deciso dal popolo nel 2010 ma ben raramente attuato dai giudici buonisti alla costante ricerca di pretesti per farci tenere in casa tutta la foffa importata;
  • Abbassare lo standard alberghiero delle nostre carceri, perché l’effetto deterrente che esse dovrebbero avere è ormai diventato una barzelletta;
  • Impedire in modo certo e sistematico l’accesso alla Svizzera a stranieri con precedenti penali, visto il rischio di ricaduta dopo il trasferimento nel nostro Paese. Quindi il “famoso” casellario lo dovrebbero chiedere tutti i Cantoni e non solo il Ticino!

Lorenzo Quadri

 

Frontalieri, nuovo record! Ormai sono quasi 65mila!

Ma intanto i politici preferiscono fare i Derrick dei poveri sull’Ufficio migrazione

Ohibò, ma chi se lo sarebbe mai aspettato! In questo sempre meno ridente Cantone i frontalieri sono aumentati di quasi 2000 unità nel corso del 2016! Lo dice l’ultima pubblicazione dell’Ufficio federale di statistica, non la Lega populista e razzista. Sicché il numero di frontalieri in Ticino a fine 2012 era di 64’327, contro i 62’470 dell’anno precedente. Un nuovo record! Evvai! Avanti così che tra qualche mese festeggiamo i 65mila! Ma come, la stampa di regime non ci ha rifilato tutta una serie di titoloni in cui con la massima enfasi si sottolineava che i frontalieri sarebbero in calo per cui, beceri populisti, basta prendersela con la libera circolazione che è una figata pazzesca?

E invece…

Permessi B farlocchi

Ovviamente nella statistica non figurano i frontalieri occulti. Ossia i permessi B farlocchi, che risultano ufficialmente domiciliati in Ticino (magari in quattro uomini in un due locali: unioni registrate in aumento?) ma in realtà rientrano ogni sera all’italico paesello, dove vivono moglie e figli. Se pensiamo che, almeno fino a qualche anno fa, perfino un direttore di una scuola media cantonale (!) – dipendente del DECS! Altro che “Prima i nostri”! – si trovava in tale situazione…

L’escamotage di cui sopra è particolarmente gettonato nella piazza finanziaria per truccare le statistiche sui collaboratori frontalieri.

I burocrati si contraddicono

Il bello della vicenda è che le cifre sui frontalieri appena pubblicate sono quelle dell’Ufficio federale di statistica (UST). Sicché i burocrati bernesi si contraddicono tra loro.

Da un lato la SECO (segretariato di Stato dell’economia) che, a suon di indagini (?) taroccate sull’occupazione, nega che l’invasione da sud generi soppiantamento e dumping salariale.  La SECO è supportata in questo dall’IRE, che commissiona a ricercatori frontalieri degli studi da cui emerge, chissà come mai, che i frontalieri non sono un problema.

Dall’altro troviamo l’Ufficio federale di statistica il quale, diversamente dalla SECO, non ha molto margine per inventarsi sistemi di misurazione creativi con l’obiettivo di negare l’evidenza e fare propaganda pro-libera circolazione: l’UST deve contare i permessi G col pallottoliere.

Dati allarmanti

E dalla conta col pallottoliere emergono risultati sempre più allarmanti:

  • In Ticino il 27.1%, quindi quasi il 30%, dei lavoratori è frontaliere. La media nazionale, per contro, è del 6.3%.
  • I frontalieri in totale in Svizzera sono 318’500; in Ticino sono 64’327. Questo vuol dire che in Ticino troviamo il 20.2% dei frontalieri presenti a livello nazionale. Peccato che la popolazione ticinese sia il 5% di quella Svizzera!
  • Il problema ticinese è incommensurabilmente più grave di quello di altri cantoni di frontiera: nella regione del Lemano gli occupati frontalieri sono il 12.3%, nella Svizzera nordoccidentale il 10.8% del totale.
  • Davanti a queste cifre c’è ancora qualcuno che si meraviglia e starnazza al “razzismo” se i ticinesi non fanno salti di gioia quando vedono delle targhe azzurre? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!
  • La colpa delle “tensioni” con il Belpaese è di chi ha provocato l’invasione da sud e, prendendo a schiaffi la volontà popolare, rifiuta di arginarla.
  • Nel corso del 2016 i frontalieri sono aumentati di 2000 unità, e il numero delle persone in assistenza in Ticino di 1000. Ma naturalmente non c’è alcun nesso tra le due cose, nevvero spalancatori di frontiere?

La partitocrazia contro Prima i nostri

Intanto, dopo aver rottamato il 9 febbraio, il triciclo PLR-P$$-PPD immagina di poter fare lo stesso con “Prima i nostri”, iniziativa votata dal popolo contro il volere della partitocrazia. Addirittura il presidente del P$ (Partito degli Stranieri) inveisce scandalizzato contro Norman Gobbi per la famosa frase: “è stato un errore assumere un italiano all’ufficio della migrazione”. Certo, perché secondo i kompagni bisogna assumere stranieri! Altro che Prima i nostri: Prima gli altri! L’esempio da seguire è quello del torinese al centro di dialettologia. Centro che guarda caso ha un direttore P$ ed è inserito nel dipartimento P$. Idem dicasi per PLR e PPD, con quest’ultimo che si produce in piroette circensi, girandosi e rigirandosi meglio di una foca ammaestrata: prima contribuisce al tradimento della volontà popolare sul 9 febbraio, poi però finge di lanciare il referendum cantonale contro l’infame ciofeca uscita dalle Camere federali, però contemporaneamente è contrario  a Prima i nostri!

Risultati?

Per il momento non sembra che la famosa commissione parlamentare per l’attuazione di Prima i nostri stia producendo risultati spettacolari. Magari, anche alla luce degli ultimi dati dell’UST (non della Lega populista e razzista) sui frontalieri, sarebbe il caso di darsi una mossa. Perché la situazione da sola non migliora e nemmeno rimane stabile, bensì degenera.

Piccoli Sherlock Holmes?

E non vorremmo che  l’ammucchiata PLR-PPD-P$, adesso che si è messa in testa di giocare al piccolo Sherlock Holmes sul caso “Ufficio migrazione” tramite la famosa sottocommissione speciale di’inchiesta (naturalmente il disegno è sempre lo stesso: montare la panna ad oltranza per dare politicamente addosso all’odiato leghista Norman Gobbi: perché per altri dipartimenti “visitati” dalla Magistratura mica si sono messe in piedi commissioni speciali parlamentari, che peraltro mai hanno cavato un ragno dal buco) perdesse di vista il suo compito! Che non è certo quello di fare l’ispettore Derrick dei poveri, perché per le indagini c’è il Ministero pubblico. Si dedichino piuttosto, i politicanti, alla tutela del mercato del lavoro ticinese dall’INVASIONE da sud. E alla promozione delle occasioni di lavoro per i ticinesi. Perché è questo che si aspettano i cittadini che hanno plebiscitato “Prima i nostri”.

Ah già, ma sappiamo che la partitocrazia non vuole la preferenza indigena. Invece vuole, fortissimamente vuole, sabotare l’odiata Lega ed i suoi esponenti.

Lorenzo Quadri

I furbetti di Berlino fanno fessi gli svizzerotti

Immigrazione nello Stato sociale, vignetta autostradale solo per stranieri,… 

Alla faccia della “non discriminazione” in Germania si discrimina eccome. Mentre per gli svizzerotti è sempre il solito festival dei “sa po’ mia”

Ma guarda un po’! Alla fine – come brevemente anticipato  su queste colonne la scorsa domenica – gli amici tedeschi ce l’hanno fatta a trovare l’escamotage per far pagare la vignetta autostradale solo agli stranieri. O meglio, la vignetta la pagano tutti. Però poi ai tedeschi viene rimborsata. Poiché il rimborso “nudo e crudo” non risultava accettabile ai funzionarietti di Bruxelles, bisognava trovare alternative.

Certo, la Germania non solo propone, ma anche dispone. Essendo però gli eurobalivi non eletti da nessuno soliti riempire le proprie oziose – per quanto principescamente remunerate – giornate con il ritornello della “non discriminazione”, non si poteva metterla via come se “niente fudesse”. Nemmeno per venire incontro ai padroni tedeschi.

La differenza

E qui sta la differenza. Gli svizzerotti al primo “sa po’ mia” di Bruxelles sarebbero corsi tremanti e contriti a fare ammenda: “perdonateci signori padroni, mai più oseremo anche solo immaginare di essere ancora un po’ liberi di decidere in casa nostra!”. In Germania invece si messi a tavolino e hanno trovato l’escamotage “ecologico” per giungere al risultato voluto. O almeno così ha assicurato il ministro dei trasporti tedesco Alexander Dobrindt. Il quale ha dichiarato che, con il nuovo bollo, “per gli automobilisti tedeschi non ci saranno costi extra”.  Morale della favola: grazie a qualche operazione di ingegneria contabile, sdoganata sotto il cappello politikamente correttissimo dell’ecologia (e chi oserebbe mai contestare una proposta “eco qualcosa”?) pagheranno solo gli stranieri.

Mentre la Doris…

E invece quando anche a Berna si proponeva per finanziare il secondo tunnel del Gottardo di introdurre una vignetta speciale per stranieri, la risposta della ministra dei trasporti uregiatta Doris Leuthard è sempre stata “sa po’ mia”. Perché i paesi UE in un modo o nell’altro riescono a farsi gli affari propri (vedi anche i controlli sistematici ad alcune dogane interne della (dis)unione, alla faccia di Schengen) mentre gli svizzerotti non ci riescono mai? I responsabili di tale incresciosa situazione possono essere solo: 1) il servilismo dei politichetti camerieri dell’UE e 2) L’incapacità di trovare soluzioni da parte di un’amministrazione federale gonfiata come una rana, ma buona solo per disintegrare gli attributi dei cittadini.

Frontalieri alla cassa

E’ evidente che, come la Germania riesce ad introdurre il bollo autostradale facendo in modo tramite qualche “magheggio” che il conto per l’automobilista tedesco resti invariato, così la Svizzera in generale ed il Ticino in particolare deve trovare il mondo di chiamare alla cassa i 62mila frontalieri e le migliaia di padroncini che ogni giorno entrano nel nostro Cantone uno per macchina, intasando strade ed autostrade, devastando la qualità dell’aria, provocando colonne interminabili (quanto costano all’economia?) ed ingenti costi di manutenzione viaria. Se la memoria non ci inganna, una stima interna effettuata negli anni scorsi dal Dipartimento del territorio parlava di una spesa stradale di circa 30 milioni di Fr all’anno direttamente imputabile al traffico generato dai frontalieri.

Immigrazione nello stato sociale

La discriminazione sul contrassegno autostradale è peraltro solo l’ultimo esempio di come la Germania, locomotiva UE, se ne impipa delle disposizioni comunitarie quando le torna comodo. Ed infatti i furbetti di Berlino nei mesi scorsi hanno stabilito, tranquilli come un tre lire, che gli immigrati europei in Germania per i primi cinque anni non avranno accesso all’assistenza sociale. Motivo del provvedimento? “Scoraggiare il turismo sociale”. Ora, in Germania ci sono 4 milioni di stranieri UE su una popolazione di 80 milioni. Nella Svizzera “chiusa e razzista”, invece, gli stranieri sono 2 milioni su una popolazione di 8 milioni. Fate un po’ voi le proporzioni.

Dei 4 milioni di stranieri UE presenti in Germania, solo lo 0.34% è a carico dello Stato sociale. Se pensiamo che in Ticino i dimoranti in assistenza – ovvero quelli che ottengono di trasferirsi da noi poiché dovrebbero essere economicamente autosufficienti, ed invece… – sono il 15% dei casi totali d’assistenza, è comprensibile che le scatole si mettano a girare come i bosoni di Higgs nell’acceleratore del CERN.

Il paese del Bengodi per gli stranieri che vogliono farsi mantenere non è la Germania. E’ la Svizzera. Però la Germania interviene sul fenomeno. Da noi invece si leva il solito coro stizzito dei “sa po’ mia” e dei  “vergogna” non appena qualche permesso B in assistenza viene rimandato al paesello, dopo aver attinto alle casse pubbliche cantonticinesi svariate centinaia di migliaia di franchi che – va da sé –  mai verranno restituiti. Avanti così che andremo molto lontani…

Lorenzo Quadri

Accordi sui frontalieri: imboscati definitivamente

I politicanti italici rinunciano a 600 milioni di entrate per paura di perdere voti 

Svegliamoci e disdiciamo la famigerata Convenzione del 1974!

Ma guarda un po’! Ecco un’altra di quelle situazioni in cui ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Secondo il responsabile nazionale Cgil per le politiche del frontalierato, l’accordo tra la Svizzera e la Vicina Penisola sulla fiscalità dei frontalieri “non è più all’ordine del giorno della politica”  italiana, e non verrà scongelato prima della fine della legislatura (?).

Si conferma dunque lo scenario più volte annunciato su queste colonne: ossia che all’Italia in realtà l’accordo in questione non interessa affatto. Malgrado a trarne il maggior profitto, in termini economici, sarebbe proprio il Belpaese. E di gran lunga.

La bugiarda

Ma come: già nell’estate del 2014 l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, accompagnata dal suo tirapiedi De Watteville, aveva promesso alla Deputazione ticinese alle Camere federali che entro la primavera dell’anno successivo – quindi entro la primavera del 2015 – i famosi nuovi accordi  sui frontalieri sarebbero entrati in vigore. In caso contrario, il Consiglio federale avrebbe preso delle misure unilaterali nei confronti dell’Italia. In particolare, avrebbe proceduto alla disdetta della famigerata Convenzione del 1974.

Nulla di tutto questo è accaduto. Widmer Schlumpf , ancora una volta, mentiva.

“Peculiarità uniche”?

Il famoso accordo rimane dunque nel limbo, e questo a causa della massiccia attivazione della lobby dei frontalieri e dei loro politicanti di servizio, spesso e volentieri inclini all’isteria.

Questa situazione non finirà mai di stupirci. I frontalieri italiani saranno anche tanti. In totale circa 70mila, facendo il conto a livello nazionale. Mettiamo che abbiano famiglia e che la famiglia voti. Ma i votanti italiani senza legami con il frontalierato sono parecchi di più. E proprio loro dovrebbero essere i primi a trovare intollerabile il trattamento fiscale privilegiato di cui godono i frontalieri, mentre le casse pubbliche piangono. Un privilegio che nemmeno i rappresentanti dei frontalieri sono in grado di giustificare, ed infatti il massimo che sono riusciti a dire è che i frontalieri hanno delle peculiarità uniche (?). Certo che ne hanno. Ad esempio quella di pagare meno tasse e di guadagnare più dei loro connazionali.

Incassi per l’Italia

Non è mai stato perfettamente chiaro cosa comporterebbe dal punto di vista degli incassi per il Belpaese il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri parificata a quella degli altri lavoratori. Ma si parla di centinaia di milioni in più all’anno (c’è chi dice 600).  Questi soldi all’erario italico non interessano? La discriminazione dei lavoratori non frontalieri rispetto ai frontalieri non interessa?

E noi?

Detto questo, la domanda è: dobbiamo noi svizzerotti stracciarci le vesti per avere il nuovo accordo così come parafato? Esso avrebbe il vantaggio di aumentare il carico fiscale dei frontalieri, e si spera che ciò potrebbe calmierare l’effetto dumping, mettendo i frontalieri nella condizione di non poter più accettare certe paghe. Altri punti positivi, però, non se ne vedono. Infatti per le casse ticinesi il guadagno sarebbe irrisorio se non addirittura negativo poiché l’accordo presupporrebbe l’abbassamento del moltiplicatore d’imposta applicato ai frontalieri, che il Gran Consiglio ha fissato al 100% nel novembre 2014. Le Camere federali hanno deciso di lasciare al proposito autonomia ai Cantoni. I kompagnuzzi spalancatori di frontiere pretendevano invece che i balivi bernesi intervenissero d’imperio per sgravare fiscalmente i frontalieri e cancellare la decisione del parlamento ticinese. Questo tanto per chiarire chi è che vota sempre contro gli interessi di questo Cantone.

Ristorni

Aspetto da non sottovalutare: con il nuovo accordo non ci sarebbero più i ristorni e quindi nemmeno la possibilità di bloccarli. Ma il blocco dei ristorni è uno strumento che, quando è stato utilizzato – purtroppo solo una volta e per troppo poco tempo – non ha mancato di mostrare la propria efficacia.

Cambiare tattica

Non è certo per portare a casa un risultato così anoressico che si sono persi anni in trattative  con il Belpaese (chissà le grasse risate che si sono fatti gli amici a sud alle spalle dei negoziatori svizzerotti che andavano a Roma a parlare in inglese e si facevano sistematicamente infinocchiare). L’obiettivo cui il Ticino deve mirare è di ottenere dal nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri almeno l’equivalente di quanto oggi ristorna all’Italia ogni anno.

Da tale obiettivo siano però lontani anni luce, e quindi occorre cambiare tattica. Visto che la Penisola prosegue con la melina, si disdica unilateralmente la Convenzione del 1974 e non si ristorni più nemmeno un centesimo. Nelle casse cantonali entreranno ogni anno quasi 70 milioni di franchetti in più.

Lorenzo Quadri

Sempre più posti per i finti rifugiati, terroristi compresi

Avanti così! La Svizzera continua a scavarsi la fossa a suon di buonismo-coglionismo

 

Sicché la scorsa settimana la kompagna Simonetta Sommaruga, la ministra del partito del “devono entrare tutti”, ha annunciato il nuovo “regalo” al Ticino. Il maxicentro asilanti sul Pian Faloppia, che dal 2020 dovrebbe prendere il posto di quello di Chiasso. Con una differenza però: la capienza del nuovo centro sarà ben superiore al doppio di quella del “vecchio”. Da 150 a 350 posti. 200 in più. E scusate se è poco.

“Regalo” al Mendrisiotto

Ecco dunque dimostrato, ancora una volta, che la Lega aveva ragione. Aveva ragione in cosa? Nel combattere la nuova legge sull’asilo, visto che questa serve in prima linea a creare nuove strutture d’accoglienza per migranti economici. E questa sarebbe una politica restrittiva in materia d’asilo?

A seguito della chiusura della rotta balcanica, sempre più finti rifugiati si riversano sul Ticino. Ed infatti è proprio nel nostro Cantone che si registra il maggior numero di entrate illegali, il 70% del totale nazionale. Gli ingressi clandestini in Svizzera sono stati infatti 50mila nel 2016: il doppio dell’anno precedente. Per fortuna che il caos asilo era tutta una balla della Lega populista e razzista! E davanti a questa situazione la kompagna Sommaruga, invece di chiudere le frontiere, crea centri asilanti sempre più grandi. E li rifila al Mendrisiotto. Perché “devono entrare tutti”.

Senza dimenticare che c’è sempre in ballo il centro di Cavallasca,  che il Belpaese vorrebbe creare a poche centinaia di metri dalla frontiera verde e dal valico incustodito di Pedrinate. La sua apertura incrementerebbe ulteriormente la presenza di finti rifugiati in circolazione nel Mendrisiotto. Niente da dire al proposito, Simonetta?

Fare altro si può

Dunque, invece di bloccare l’accesso a chi abusa del diritto d’asilo, dando in questo modo un segnale chiaro, la Svizzera aumenta i posti a disposizione per accogliere migranti economici. E a Berna tentano pure di sdoganare (tanto per restare in tema) l’andazzo con la solita teoria dell’ineluttabilità: non c’è alternativa, sa po’ fa nagott!

Ed invece l’alternativa c’è eccome. Lo dimostrano i paesi dell’Europa dell’Est, come l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia. Quelli che non si fanno mettere i piedi in testa da Bruxelles ma, al contrario, costruiscono i muri sul confine e si rifiutano di aderire ai programmi di ridistribuzione di finti rifugiati decisi dagli eurofunzionarietti.

L’esempio USA

Ma lo dimostrano anche gli USA con il presidente Trump ed il muro messicano. Il nuovo inquilino della Casa Bianca provoca le furie uterine degli stizzosi  radikalchic e di certe carampane del cosiddetto “star system” (quelle che in nome della dignità della donna promettevano sesso orale a chi votava contro The Donald; e che, diversamente dal presidente eletto, oltretutto nemmeno mantengono le promesse) perché dimostra che la chiusura dei confini non è solo una fantasia, ma si può benissimo tradurre in realtà. Non solo, ma si può anche bloccare l’accesso di immigrati da paesi a rischio terrorismo. Insomma: tutte le teorie sulle frontiere spalancate come unica opzione, con cui i politikamente korretti da anni ci fanno il lavaggio del cervello, vengono impietosamente sbugiardate per la foffa che sono.

Consiglio federale sbugiardato

Le iniziative dei paesi dell’Europa dell’est e le prime mosse dell’amministrazione Trump mettono a nudo anche le balle raccontate dai camerieri dell’UE in Consiglio federale: non è vero che “non possono”  fare di più per evitare l’assalto di asilanti, tra cui si nascondono anche gli infiltrati dell’Isis. Semplicemente “non vogliono”.

Non ancora contenti, i sette scienziati bernesi hanno toccato il fondo, dichiarando, in risposta ad un atto parlamentare, che la Svizzera non può espellere i jihadisti, accertati come tali, se questi ultimi ritornando nel paese d’origine si troverebbero in pericolo. Il demenziale buonismo-coglionismo raggiunge lo zenit. La sicurezza dei terroristi islamici ha la precedenza, in Svizzera, su quella dei cittadini elvetici!

Ma che bella propaganda che ci facciamo. I seguaci dell’Isis hanno la prospettiva di riuscire ad entrare nel nostro Paese spacciandosi per richiedenti l’asilo senza fare troppa fatica. E possono anche partire dal presupposto di restarci. Chi ringraziamo per questo?

Lorenzo Quadri

 

Riforma III delle imprese: Bruxelles starnazza contro il NO

Adesso aspettiamo che la $inistra difenda il voto popolare dai suoi amichetti UE 

Gli eurobalivi si aspettano che, senza il “pacchetto” bocciato a livello nazionale (ma non in Ticino) la scorsa domenica, la Svizzera non abbandonerà i regimi fiscali privilegiati. Ed infatti è proprio così che dovremmo fare!

La $inistra europeista, invocando lo spettro delle “casse vuote”, è riuscita ad ottenere la trombatura della Riforma fiscale III delle imprese a livello nazionale. Non però in Ticino.

Peccato che a svuotare le casse pubbliche in Svizzera non siano mai stati gli sgravi fiscali. Basta guardare l’evoluzione del gettito per accorgersene.

A svuotare le casse sono invece:

  • L’immigrazione incontrollata nello Stato sociale e la spesa sociale generata da stranieri. Per citare solo due dati. Nel 2016 meno della metà degli immigrati dai paesi UE è arrivata in Svizzera per lavorare. E nel giro di 8 anni, dal 2006 al 2014, il numero di eritrei in assistenza presenti in Svizzera è aumentato del 2272%.
  • L’invasione di finti rifugiati: l’anno scorso in Ticino ci sono state 34mila entrate clandestine, il 70% del totale nazionale. In Spagna (!) nello stesso periodo sono entrati “solo” 15mila clandestini. Si prevede che nel 2017 per i migranti economici il contribuente elvetico (“razzista e xenofobo”) spenderà la spropositata somma di 2.5 miliardi. La riforma III delle imprese sarebbe invece costata 1,1 miliardi all’anno, versati dalla Confederazione ai Cantoni.
  • Le paccate di miliardi inviati all’estero senza che ciò abbia alcuna influenza positiva sul caos asilo.

A svuotare le casse dello Stato non sono dunque gli sgravi fiscali; sono invece le deleterie politiche di $inistra all’insegna  del “devono entrare tutti”. 

$inistra colta di sorpresa

Fatto sta che a livello nazionale la Riforma III è stata respinta. E adesso succede quello che mai la $inistruccia eurolecchina si sarebbe aspettata: i funzionarietti di Bruxelles starnazzano! E, per l’ennesima volta, si permettono di minacciare e di ricattare la Svizzera, e di mettere il becco nella nostra sovranità nazionale.

Al di là dell’esito della votazione popolare sulla Riforma III (noi speravamo in un risultato diverso), agli eurobalivi bisogna dire, semplicemente, di farsi gli affari propri. Questi figuri sono ormai completamente allo sbando. La Brexit è solo l’inizio della fine. Sicché  lor$ignori fanno la voce grossa solo con gli svizzerotti, sapendo che sono ormai rimasti gli unici a calare le braghe?

Cosa state aspettando?

Ovviamente adesso vogliamo sentire la $inistruccia eurosguattera che, dopo aver combattuto la Riforma III, difende il voto popolare dall’ennesimo becero tentativo di interferenza esterna e manda gli eurofunzionarietti “affandidietro”. Allora, kompagnuzzi? Cosa state aspettando a difendere il voto che avete fortissimamente voluto dagli attacchi dai vostri amichetti di Bruxelles? Avanti. Siamo in attesa!

I motivi dell’agitazione

Ma perché a Bruxelles starnazzano? La ministra del 5% Widmer Schlumpf, quella che ha svenduto il segreto bancario senza contropartita provocando alla Svizzera la perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro, ha calato  le braghe anche sui regimi fiscali privilegiati, introdotti dai Cantoni, oggi giudicati non più “eurocompatibili” (echissenefrega, ndr). Per questo è arrivata la Riforma III: per compensare, con strumenti sui cui a Bruxelles non avrebbero avuto nulla da ridire (poiché esistono anche nell’UE) gli abolendi privilegi fiscali e conservare la competitività della piazza economica svizzera per le aziende. Questo dopo che la Consigliera federale non eletta si è impegnata a smantellarla; tradendo, ancora una volta, l’interesse nazionale.

La Riforma III è stata trombata. Però l’impegno a rottamare i regimi privilegiati rimane: grazie ministra del 5%! E allora perché a Bruxelles si agitano? Perché legano le due cose. Che però – di fatto – legate non sono. Gli eurofunzionarietti immaginano che, senza Riforma III, la Svizzera non abolirà i regimi fiscali contestati. Logica deduzione. Chiunque farebbe così.

Il “geniale” piano dei kompagni

Ma la $inistruccia, che ha trombato la Riforma III, non vuole affatto mantenere lo statu quo. Vuole conformarsi comunque ai Diktat dei suoi padroni di Bruxelles abolendo i regimi fiscali privilegiati: da anni i kompagnuzzi starnazzano con i consueti accenti uterini su questo tema.  Fine dei regimi fiscali privilegiati ma senza alcuna contropartita per mantenere sul territorio le aziende che attualmente ne beneficiano e gli impieghi che esse garantiscono: e nel solo Ticino si parla di 3000 posti di lavoro.

Ecco il “geniale” piano dei kompagni. Una posizione così masochista che nemmeno a Bruxelles la reputano possibile.  Malgrado l’autolesionismo degli svizzerotti lo conoscano molto bene.

Ci teniamo i “privilegi”

Domenica scorsa i votanti erano chiamati ad esprimersi solo sulla Riforma III. Non sull’abolizione dei regimi privilegiati, che è stata promessa all’UE dalla catastrofica ex ministra del 5%. Al proposito dei regimi “non eurocompatibili (?)”, il popolo svizzero non ha deciso proprio  nulla. E allora accogliamo volentieri il suggerimento (indiretto) giunto da Bruxelles. Ovvero: ci teniamo i regimi privilegiati. Gli eurobalivi e le loro liste nere, grigie, antracite, zebrate e a pois, li mandiamo semplicemente “a Baggio a suonare l’organo”. Piantiamola una buona volta di farci dettare legge da un’UE al capolinea, che a livello mondiale non conta più un tubo (specie con la nuova presidenza USA)!

Ma naturalmente sappiamo che le cose andranno in modo diverso…

Lorenzo Quadri