Raffica di sentenze buoniste a favore di delinquenti stranieri

Svizzera sempre più Paese del Bengodi per la criminalità d’importazione. Chi ringraziamo?

Venghino siori venghino! Venghino nella Svizzera Paese del Bengodi per delinquenti stranieri grazie alle sentenze buoniste a sostegno della foffa d’importazione!

In pochi giorni di queste sentenze buoniste ne abbiamo viste almeno tre.

Sentenza nr 1

La prima è quella del Tribunale federale nei confronti di un delinquente italiano che non dovrà lasciare il Ticino malgrado sia stato condannato per rapina a mano armata e malgrado sia in assistenza da anni. Si tratta del “bravo giovane” che sei anni fa rapinò la banca Raiffeisen di Cadenazzo con una pistola softair (che  l’arma fosse softair, però, le vittime non lo potevano sapere). Costui potrà rimanere in Ticino perché, secondo i legulei del TF, quando commise il crimine era “assai giovane”. Nel caso concreto aveva 22 anni, quindi era maggiorenne da un pezzo. Ma evidentemente ogni scusa è buona per non espellere, al contrario di quanto votato dal popolo nell’ormai lontano 2010. E il bello è che da Berna i camerieri dell’UE ci avevano raccontato che, con la nuova legge sugli stranieri, le espulsioni dalla Svizzera sarebbero passate da 500 a 4000 all’anno, ossia 8 volte di più. Come no. Campa cavallo che l’erba cresce. La nuova legge è in vigore. Risultato? Altro che espulsione di delinquenti stranieri. Ci teniamo in casa perfino un tale, italiano, che ha commesso una rapina a mano armata (non un furto di ciliegie alla bancarella del mercato) e per soprammercato lo manteniamo pure con i soldi del nostro Stato sociale!

Ecco quanto valgono le promesse dell’élite spalancatrice di frontiere di rispettare la volontà popolare in campo d’immigrazione e di espulsioni. Meno del due di briscola. Vergogna!

Sentenza nr 2

Seconda sentenza del medesimo tenore, ad un paio di giorni di distanza dalla prima. E sempre “a cura” del Tribunale federale. Un altro rapinatore, ancora cittadino italiano (non è razzismo nei confronti della Penisola; è la cronaca a dirlo) potrà rientrare nella Svizzera paese del Bengodi tra due anni invece che nel 2024. In Ticino il galantuomo “non patrizio” aveva commesso i seguenti reati:

  • ripetuti atti preparatori punibili di rapina;
  • ripetuta rapina consumata e tentata nei confronti di un distributore di benzina;
  • tentato furto.

Il signore dunque è pericoloso e recidivo ma, ancora una volta, arrivano i legulei del TF a spalancargli, o a ri-spalancargli, le porte del Paese in anticipo. Ciò che significa, più concretamente, che lo stinco di santo  rientrerà in Ticino, mica a Gurtnellen. E se poi una volta tornato commetterà altri crimini, magari mettendo in pericolo di vita di qualcuno, chissenefrega! L’importante è garantire i diritti dei delinquenti stranieri onde non essere accusati di xenofobia. Non certo tutelare la sicurezza dei cittadini onesti; svizzeri o stranieri che siano!

E, per la serie “oltre al danno, la beffa”, l’assistenza giudiziaria a questo rapinatore recidivo l’ha pagata il contribuente ticinesotto. Niente di strano che la spesa pubblica a tale voce ammonti ormai alla spropositata cifra di sei milioni di franchi all’anno che – come ha ammesso lo stesso Consiglio di Stato rispondendo ad un’interrogazione parlamentare – vanno “per lo più” a beneficio di delinquenti stranieri!

Sentenza nr 3

Il terzo caso tanto per una volta non riguarda il Ticino ma il Canton Zurigo e più precisamente la città di Winterthur. Un altro bravo giovane straniero perfettamente integrato, figlio di un italiano (e ridàgli) e di una donna dell’ex Jugoslavia, e convertitosi all’islam radicale, è stato arrestato nel febbraio del 2016. Non per aver pigiato troppo sull’acceleratore, bensì  come militante attivo della Jiahd. Un aspirante terrorista islamico, dunque, che addestrava anche altri giovani nella famigerata moschea An’nur (noto centro di radicalizzazione) oltre che in centri fintess ed in una palestra di arti marziali (sic). E poco ma sicuro che il miliziano dell’Isis nelle carceri elvetiche a cinque stelle avrà senz’altro potuto continuare i suoi allenamenti a spese del contribuente. Ebbene questo individuo, di certo pericoloso, è stato rilasciato qualche giorno fa dal carcere preventivo. Così ha deciso il Tribunale dei procedimenti coercitivi. Nei suoi confronti sono state ordinate delle non meglio precisate “misure sostitutive”. Se non si atterrà alle misure, precisa la Procura federale, tornerà in cella.

Ah, bene! Prima facciamo uscire il delinquente e lasciamo che faccia disastri, ed un jihadista ne può combinare di molto grossi, e poi se del caso interveniamo!

Avanti così, che con simili garantismi ad oltranza diventeremo un polo d’attrazione per seguaci dell’Isis. E mentre i terroristi islamici tornano in libertà, grazie a Via Sicura gli automobilisti rischiano la galera. Poi ci si scandalizza perché la gente non ha fiducia nelle istituzioni…

Lorenzo Quadri

 

“La prigione in Svizzera? Un albergo di lusso!”

Il detenuto spagnolo non vuole nemmeno sentir parlare di scarcerazione. E nümm a pagum

 

Ah ecco! Poi dicono che non è vero che siamo il paese del Bengodi per i delinquenti d’importazione: sono tutte balle della Lega populista e razzista!

Venerdì il portale Tio, di certo non sospetto di simpatie leghiste, riportava un’interessante notiziola a sua volta ripresa da Le Matin.

La notiziola era la seguente: nel Canton Neuchâtel, un delinquente spagnolo di 34 anni si trova da mesi dietro le sbarre per aver aggredito violentemente l’ex fidanzata. Il galantuomo “non patrizio” è reo confesso e dichiara di non essere per nulla pentito, anzi. La particolarità della vicenda è questa: lo spagnolo non ne vuole sapere di venire scarcerato. Come ha detto davanti ai giudici, in prigione si trova molto bene: come in un hotel di lusso, dove può godere di ogni comfort. Prima dell’arresto, il suo tenore di vita era peggiore. Parole sue.

Non è uno scherzo

Davanti ad una notizia di questo genere, che purtroppo non è uno scherzo di Carnevale, è  “un po’ difficile” non sentirsi presi sontuosamente per i fondelli. Ecco dunque la conferma che, per i delinquenti stranieri, le nostre prigioni sono degli alberghi a cinque stelle. Solo che se lo dice un leghista populista e razzista è una cosa; sentirlo da un detenuto, invece…

Il lusinghiero giudizio in stile TripAdvisor è riferito al carcere di Boudry ma può tranquillamente venire riportato anche al penitenziario ticinese. Al proposito nel 2013 il Mattino aveva pubblicato il menù settimanale alla Stampa, con carne almeno una volta al giorno e le “offerte speciali” per detenuti islamici. Tante oneste famiglie svizzere (o anche straniere) che tirano la cinghia per arrivare alla fine del mese non si possono permettere pranzi e cene come  quelle servite agli ospiti dei carceri rossocrociati.

E se una prigione svizzera è considerata un albergo di lusso da un detenuto spagnolo, figuriamoci come può apparire agli occhi di delinquenti in arrivo da contesti assai più degradati di quello ispanico.

Paese del Bengodi

Le prigioni a 5 stelle sono dunque uno degli elementi che contribuiscono a rendere la Svizzera il paese del Bengodi per delinquenti stranieri. Il conto, ça va sans dire, lo paga il contribuente svizzerotto (quello “chiuso e xenofobo”). Una giornata alla Stampa costa sui 350 franchetti al giorno. E i detenuti stranieri rappresentano fino all’80% degli ospiti. Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza?

Naturalmente nulla si sa – né mai si saprà – sul grado di svizzeritudine del restante 20% di detenuti definiti “svizzeri”: sono effettivamente tali dalla nascita oppure hanno beneficiato di una qualche naturalizzazione facile?

Alcune misure

Onde evitare di continuare a farsi prendere per i fondelli da delinquenti stranieri per i quali l’incarcerazione è un premio, urgono alcuni provvedimenti:

  • Mandare i delinquenti stranieri a scontare la condanna nelle prigioni dei paesi d’origine, sicuramente meno appetibili delle nostre;
  • Espellere senza se né ma i delinquenti stranieri incarcerati in Svizzera alla fine della pena, così come deciso dal popolo nel 2010 ma ben raramente attuato dai giudici buonisti alla costante ricerca di pretesti per farci tenere in casa tutta la foffa importata;
  • Abbassare lo standard alberghiero delle nostre carceri, perché l’effetto deterrente che esse dovrebbero avere è ormai diventato una barzelletta;
  • Impedire in modo certo e sistematico l’accesso alla Svizzera a stranieri con precedenti penali, visto il rischio di ricaduta dopo il trasferimento nel nostro Paese. Quindi il “famoso” casellario lo dovrebbero chiedere tutti i Cantoni e non solo il Ticino!

Lorenzo Quadri

 

Frontalieri, nuovo record! Ormai sono quasi 65mila!

Ma intanto i politici preferiscono fare i Derrick dei poveri sull’Ufficio migrazione

Ohibò, ma chi se lo sarebbe mai aspettato! In questo sempre meno ridente Cantone i frontalieri sono aumentati di quasi 2000 unità nel corso del 2016! Lo dice l’ultima pubblicazione dell’Ufficio federale di statistica, non la Lega populista e razzista. Sicché il numero di frontalieri in Ticino a fine 2012 era di 64’327, contro i 62’470 dell’anno precedente. Un nuovo record! Evvai! Avanti così che tra qualche mese festeggiamo i 65mila! Ma come, la stampa di regime non ci ha rifilato tutta una serie di titoloni in cui con la massima enfasi si sottolineava che i frontalieri sarebbero in calo per cui, beceri populisti, basta prendersela con la libera circolazione che è una figata pazzesca?

E invece…

Permessi B farlocchi

Ovviamente nella statistica non figurano i frontalieri occulti. Ossia i permessi B farlocchi, che risultano ufficialmente domiciliati in Ticino (magari in quattro uomini in un due locali: unioni registrate in aumento?) ma in realtà rientrano ogni sera all’italico paesello, dove vivono moglie e figli. Se pensiamo che, almeno fino a qualche anno fa, perfino un direttore di una scuola media cantonale (!) – dipendente del DECS! Altro che “Prima i nostri”! – si trovava in tale situazione…

L’escamotage di cui sopra è particolarmente gettonato nella piazza finanziaria per truccare le statistiche sui collaboratori frontalieri.

I burocrati si contraddicono

Il bello della vicenda è che le cifre sui frontalieri appena pubblicate sono quelle dell’Ufficio federale di statistica (UST). Sicché i burocrati bernesi si contraddicono tra loro.

Da un lato la SECO (segretariato di Stato dell’economia) che, a suon di indagini (?) taroccate sull’occupazione, nega che l’invasione da sud generi soppiantamento e dumping salariale.  La SECO è supportata in questo dall’IRE, che commissiona a ricercatori frontalieri degli studi da cui emerge, chissà come mai, che i frontalieri non sono un problema.

Dall’altro troviamo l’Ufficio federale di statistica il quale, diversamente dalla SECO, non ha molto margine per inventarsi sistemi di misurazione creativi con l’obiettivo di negare l’evidenza e fare propaganda pro-libera circolazione: l’UST deve contare i permessi G col pallottoliere.

Dati allarmanti

E dalla conta col pallottoliere emergono risultati sempre più allarmanti:

  • In Ticino il 27.1%, quindi quasi il 30%, dei lavoratori è frontaliere. La media nazionale, per contro, è del 6.3%.
  • I frontalieri in totale in Svizzera sono 318’500; in Ticino sono 64’327. Questo vuol dire che in Ticino troviamo il 20.2% dei frontalieri presenti a livello nazionale. Peccato che la popolazione ticinese sia il 5% di quella Svizzera!
  • Il problema ticinese è incommensurabilmente più grave di quello di altri cantoni di frontiera: nella regione del Lemano gli occupati frontalieri sono il 12.3%, nella Svizzera nordoccidentale il 10.8% del totale.
  • Davanti a queste cifre c’è ancora qualcuno che si meraviglia e starnazza al “razzismo” se i ticinesi non fanno salti di gioia quando vedono delle targhe azzurre? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!
  • La colpa delle “tensioni” con il Belpaese è di chi ha provocato l’invasione da sud e, prendendo a schiaffi la volontà popolare, rifiuta di arginarla.
  • Nel corso del 2016 i frontalieri sono aumentati di 2000 unità, e il numero delle persone in assistenza in Ticino di 1000. Ma naturalmente non c’è alcun nesso tra le due cose, nevvero spalancatori di frontiere?

La partitocrazia contro Prima i nostri

Intanto, dopo aver rottamato il 9 febbraio, il triciclo PLR-P$$-PPD immagina di poter fare lo stesso con “Prima i nostri”, iniziativa votata dal popolo contro il volere della partitocrazia. Addirittura il presidente del P$ (Partito degli Stranieri) inveisce scandalizzato contro Norman Gobbi per la famosa frase: “è stato un errore assumere un italiano all’ufficio della migrazione”. Certo, perché secondo i kompagni bisogna assumere stranieri! Altro che Prima i nostri: Prima gli altri! L’esempio da seguire è quello del torinese al centro di dialettologia. Centro che guarda caso ha un direttore P$ ed è inserito nel dipartimento P$. Idem dicasi per PLR e PPD, con quest’ultimo che si produce in piroette circensi, girandosi e rigirandosi meglio di una foca ammaestrata: prima contribuisce al tradimento della volontà popolare sul 9 febbraio, poi però finge di lanciare il referendum cantonale contro l’infame ciofeca uscita dalle Camere federali, però contemporaneamente è contrario  a Prima i nostri!

Risultati?

Per il momento non sembra che la famosa commissione parlamentare per l’attuazione di Prima i nostri stia producendo risultati spettacolari. Magari, anche alla luce degli ultimi dati dell’UST (non della Lega populista e razzista) sui frontalieri, sarebbe il caso di darsi una mossa. Perché la situazione da sola non migliora e nemmeno rimane stabile, bensì degenera.

Piccoli Sherlock Holmes?

E non vorremmo che  l’ammucchiata PLR-PPD-P$, adesso che si è messa in testa di giocare al piccolo Sherlock Holmes sul caso “Ufficio migrazione” tramite la famosa sottocommissione speciale di’inchiesta (naturalmente il disegno è sempre lo stesso: montare la panna ad oltranza per dare politicamente addosso all’odiato leghista Norman Gobbi: perché per altri dipartimenti “visitati” dalla Magistratura mica si sono messe in piedi commissioni speciali parlamentari, che peraltro mai hanno cavato un ragno dal buco) perdesse di vista il suo compito! Che non è certo quello di fare l’ispettore Derrick dei poveri, perché per le indagini c’è il Ministero pubblico. Si dedichino piuttosto, i politicanti, alla tutela del mercato del lavoro ticinese dall’INVASIONE da sud. E alla promozione delle occasioni di lavoro per i ticinesi. Perché è questo che si aspettano i cittadini che hanno plebiscitato “Prima i nostri”.

Ah già, ma sappiamo che la partitocrazia non vuole la preferenza indigena. Invece vuole, fortissimamente vuole, sabotare l’odiata Lega ed i suoi esponenti.

Lorenzo Quadri

I furbetti di Berlino fanno fessi gli svizzerotti

Immigrazione nello Stato sociale, vignetta autostradale solo per stranieri,… 

Alla faccia della “non discriminazione” in Germania si discrimina eccome. Mentre per gli svizzerotti è sempre il solito festival dei “sa po’ mia”

Ma guarda un po’! Alla fine – come brevemente anticipato  su queste colonne la scorsa domenica – gli amici tedeschi ce l’hanno fatta a trovare l’escamotage per far pagare la vignetta autostradale solo agli stranieri. O meglio, la vignetta la pagano tutti. Però poi ai tedeschi viene rimborsata. Poiché il rimborso “nudo e crudo” non risultava accettabile ai funzionarietti di Bruxelles, bisognava trovare alternative.

Certo, la Germania non solo propone, ma anche dispone. Essendo però gli eurobalivi non eletti da nessuno soliti riempire le proprie oziose – per quanto principescamente remunerate – giornate con il ritornello della “non discriminazione”, non si poteva metterla via come se “niente fudesse”. Nemmeno per venire incontro ai padroni tedeschi.

La differenza

E qui sta la differenza. Gli svizzerotti al primo “sa po’ mia” di Bruxelles sarebbero corsi tremanti e contriti a fare ammenda: “perdonateci signori padroni, mai più oseremo anche solo immaginare di essere ancora un po’ liberi di decidere in casa nostra!”. In Germania invece si messi a tavolino e hanno trovato l’escamotage “ecologico” per giungere al risultato voluto. O almeno così ha assicurato il ministro dei trasporti tedesco Alexander Dobrindt. Il quale ha dichiarato che, con il nuovo bollo, “per gli automobilisti tedeschi non ci saranno costi extra”.  Morale della favola: grazie a qualche operazione di ingegneria contabile, sdoganata sotto il cappello politikamente correttissimo dell’ecologia (e chi oserebbe mai contestare una proposta “eco qualcosa”?) pagheranno solo gli stranieri.

Mentre la Doris…

E invece quando anche a Berna si proponeva per finanziare il secondo tunnel del Gottardo di introdurre una vignetta speciale per stranieri, la risposta della ministra dei trasporti uregiatta Doris Leuthard è sempre stata “sa po’ mia”. Perché i paesi UE in un modo o nell’altro riescono a farsi gli affari propri (vedi anche i controlli sistematici ad alcune dogane interne della (dis)unione, alla faccia di Schengen) mentre gli svizzerotti non ci riescono mai? I responsabili di tale incresciosa situazione possono essere solo: 1) il servilismo dei politichetti camerieri dell’UE e 2) L’incapacità di trovare soluzioni da parte di un’amministrazione federale gonfiata come una rana, ma buona solo per disintegrare gli attributi dei cittadini.

Frontalieri alla cassa

E’ evidente che, come la Germania riesce ad introdurre il bollo autostradale facendo in modo tramite qualche “magheggio” che il conto per l’automobilista tedesco resti invariato, così la Svizzera in generale ed il Ticino in particolare deve trovare il mondo di chiamare alla cassa i 62mila frontalieri e le migliaia di padroncini che ogni giorno entrano nel nostro Cantone uno per macchina, intasando strade ed autostrade, devastando la qualità dell’aria, provocando colonne interminabili (quanto costano all’economia?) ed ingenti costi di manutenzione viaria. Se la memoria non ci inganna, una stima interna effettuata negli anni scorsi dal Dipartimento del territorio parlava di una spesa stradale di circa 30 milioni di Fr all’anno direttamente imputabile al traffico generato dai frontalieri.

Immigrazione nello stato sociale

La discriminazione sul contrassegno autostradale è peraltro solo l’ultimo esempio di come la Germania, locomotiva UE, se ne impipa delle disposizioni comunitarie quando le torna comodo. Ed infatti i furbetti di Berlino nei mesi scorsi hanno stabilito, tranquilli come un tre lire, che gli immigrati europei in Germania per i primi cinque anni non avranno accesso all’assistenza sociale. Motivo del provvedimento? “Scoraggiare il turismo sociale”. Ora, in Germania ci sono 4 milioni di stranieri UE su una popolazione di 80 milioni. Nella Svizzera “chiusa e razzista”, invece, gli stranieri sono 2 milioni su una popolazione di 8 milioni. Fate un po’ voi le proporzioni.

Dei 4 milioni di stranieri UE presenti in Germania, solo lo 0.34% è a carico dello Stato sociale. Se pensiamo che in Ticino i dimoranti in assistenza – ovvero quelli che ottengono di trasferirsi da noi poiché dovrebbero essere economicamente autosufficienti, ed invece… – sono il 15% dei casi totali d’assistenza, è comprensibile che le scatole si mettano a girare come i bosoni di Higgs nell’acceleratore del CERN.

Il paese del Bengodi per gli stranieri che vogliono farsi mantenere non è la Germania. E’ la Svizzera. Però la Germania interviene sul fenomeno. Da noi invece si leva il solito coro stizzito dei “sa po’ mia” e dei  “vergogna” non appena qualche permesso B in assistenza viene rimandato al paesello, dopo aver attinto alle casse pubbliche cantonticinesi svariate centinaia di migliaia di franchi che – va da sé –  mai verranno restituiti. Avanti così che andremo molto lontani…

Lorenzo Quadri

Accordi sui frontalieri: imboscati definitivamente

I politicanti italici rinunciano a 600 milioni di entrate per paura di perdere voti 

Svegliamoci e disdiciamo la famigerata Convenzione del 1974!

Ma guarda un po’! Ecco un’altra di quelle situazioni in cui ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Secondo il responsabile nazionale Cgil per le politiche del frontalierato, l’accordo tra la Svizzera e la Vicina Penisola sulla fiscalità dei frontalieri “non è più all’ordine del giorno della politica”  italiana, e non verrà scongelato prima della fine della legislatura (?).

Si conferma dunque lo scenario più volte annunciato su queste colonne: ossia che all’Italia in realtà l’accordo in questione non interessa affatto. Malgrado a trarne il maggior profitto, in termini economici, sarebbe proprio il Belpaese. E di gran lunga.

La bugiarda

Ma come: già nell’estate del 2014 l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, accompagnata dal suo tirapiedi De Watteville, aveva promesso alla Deputazione ticinese alle Camere federali che entro la primavera dell’anno successivo – quindi entro la primavera del 2015 – i famosi nuovi accordi  sui frontalieri sarebbero entrati in vigore. In caso contrario, il Consiglio federale avrebbe preso delle misure unilaterali nei confronti dell’Italia. In particolare, avrebbe proceduto alla disdetta della famigerata Convenzione del 1974.

Nulla di tutto questo è accaduto. Widmer Schlumpf , ancora una volta, mentiva.

“Peculiarità uniche”?

Il famoso accordo rimane dunque nel limbo, e questo a causa della massiccia attivazione della lobby dei frontalieri e dei loro politicanti di servizio, spesso e volentieri inclini all’isteria.

Questa situazione non finirà mai di stupirci. I frontalieri italiani saranno anche tanti. In totale circa 70mila, facendo il conto a livello nazionale. Mettiamo che abbiano famiglia e che la famiglia voti. Ma i votanti italiani senza legami con il frontalierato sono parecchi di più. E proprio loro dovrebbero essere i primi a trovare intollerabile il trattamento fiscale privilegiato di cui godono i frontalieri, mentre le casse pubbliche piangono. Un privilegio che nemmeno i rappresentanti dei frontalieri sono in grado di giustificare, ed infatti il massimo che sono riusciti a dire è che i frontalieri hanno delle peculiarità uniche (?). Certo che ne hanno. Ad esempio quella di pagare meno tasse e di guadagnare più dei loro connazionali.

Incassi per l’Italia

Non è mai stato perfettamente chiaro cosa comporterebbe dal punto di vista degli incassi per il Belpaese il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri parificata a quella degli altri lavoratori. Ma si parla di centinaia di milioni in più all’anno (c’è chi dice 600).  Questi soldi all’erario italico non interessano? La discriminazione dei lavoratori non frontalieri rispetto ai frontalieri non interessa?

E noi?

Detto questo, la domanda è: dobbiamo noi svizzerotti stracciarci le vesti per avere il nuovo accordo così come parafato? Esso avrebbe il vantaggio di aumentare il carico fiscale dei frontalieri, e si spera che ciò potrebbe calmierare l’effetto dumping, mettendo i frontalieri nella condizione di non poter più accettare certe paghe. Altri punti positivi, però, non se ne vedono. Infatti per le casse ticinesi il guadagno sarebbe irrisorio se non addirittura negativo poiché l’accordo presupporrebbe l’abbassamento del moltiplicatore d’imposta applicato ai frontalieri, che il Gran Consiglio ha fissato al 100% nel novembre 2014. Le Camere federali hanno deciso di lasciare al proposito autonomia ai Cantoni. I kompagnuzzi spalancatori di frontiere pretendevano invece che i balivi bernesi intervenissero d’imperio per sgravare fiscalmente i frontalieri e cancellare la decisione del parlamento ticinese. Questo tanto per chiarire chi è che vota sempre contro gli interessi di questo Cantone.

Ristorni

Aspetto da non sottovalutare: con il nuovo accordo non ci sarebbero più i ristorni e quindi nemmeno la possibilità di bloccarli. Ma il blocco dei ristorni è uno strumento che, quando è stato utilizzato – purtroppo solo una volta e per troppo poco tempo – non ha mancato di mostrare la propria efficacia.

Cambiare tattica

Non è certo per portare a casa un risultato così anoressico che si sono persi anni in trattative  con il Belpaese (chissà le grasse risate che si sono fatti gli amici a sud alle spalle dei negoziatori svizzerotti che andavano a Roma a parlare in inglese e si facevano sistematicamente infinocchiare). L’obiettivo cui il Ticino deve mirare è di ottenere dal nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri almeno l’equivalente di quanto oggi ristorna all’Italia ogni anno.

Da tale obiettivo siano però lontani anni luce, e quindi occorre cambiare tattica. Visto che la Penisola prosegue con la melina, si disdica unilateralmente la Convenzione del 1974 e non si ristorni più nemmeno un centesimo. Nelle casse cantonali entreranno ogni anno quasi 70 milioni di franchetti in più.

Lorenzo Quadri

Sempre più posti per i finti rifugiati, terroristi compresi

Avanti così! La Svizzera continua a scavarsi la fossa a suon di buonismo-coglionismo

 

Sicché la scorsa settimana la kompagna Simonetta Sommaruga, la ministra del partito del “devono entrare tutti”, ha annunciato il nuovo “regalo” al Ticino. Il maxicentro asilanti sul Pian Faloppia, che dal 2020 dovrebbe prendere il posto di quello di Chiasso. Con una differenza però: la capienza del nuovo centro sarà ben superiore al doppio di quella del “vecchio”. Da 150 a 350 posti. 200 in più. E scusate se è poco.

“Regalo” al Mendrisiotto

Ecco dunque dimostrato, ancora una volta, che la Lega aveva ragione. Aveva ragione in cosa? Nel combattere la nuova legge sull’asilo, visto che questa serve in prima linea a creare nuove strutture d’accoglienza per migranti economici. E questa sarebbe una politica restrittiva in materia d’asilo?

A seguito della chiusura della rotta balcanica, sempre più finti rifugiati si riversano sul Ticino. Ed infatti è proprio nel nostro Cantone che si registra il maggior numero di entrate illegali, il 70% del totale nazionale. Gli ingressi clandestini in Svizzera sono stati infatti 50mila nel 2016: il doppio dell’anno precedente. Per fortuna che il caos asilo era tutta una balla della Lega populista e razzista! E davanti a questa situazione la kompagna Sommaruga, invece di chiudere le frontiere, crea centri asilanti sempre più grandi. E li rifila al Mendrisiotto. Perché “devono entrare tutti”.

Senza dimenticare che c’è sempre in ballo il centro di Cavallasca,  che il Belpaese vorrebbe creare a poche centinaia di metri dalla frontiera verde e dal valico incustodito di Pedrinate. La sua apertura incrementerebbe ulteriormente la presenza di finti rifugiati in circolazione nel Mendrisiotto. Niente da dire al proposito, Simonetta?

Fare altro si può

Dunque, invece di bloccare l’accesso a chi abusa del diritto d’asilo, dando in questo modo un segnale chiaro, la Svizzera aumenta i posti a disposizione per accogliere migranti economici. E a Berna tentano pure di sdoganare (tanto per restare in tema) l’andazzo con la solita teoria dell’ineluttabilità: non c’è alternativa, sa po’ fa nagott!

Ed invece l’alternativa c’è eccome. Lo dimostrano i paesi dell’Europa dell’Est, come l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia. Quelli che non si fanno mettere i piedi in testa da Bruxelles ma, al contrario, costruiscono i muri sul confine e si rifiutano di aderire ai programmi di ridistribuzione di finti rifugiati decisi dagli eurofunzionarietti.

L’esempio USA

Ma lo dimostrano anche gli USA con il presidente Trump ed il muro messicano. Il nuovo inquilino della Casa Bianca provoca le furie uterine degli stizzosi  radikalchic e di certe carampane del cosiddetto “star system” (quelle che in nome della dignità della donna promettevano sesso orale a chi votava contro The Donald; e che, diversamente dal presidente eletto, oltretutto nemmeno mantengono le promesse) perché dimostra che la chiusura dei confini non è solo una fantasia, ma si può benissimo tradurre in realtà. Non solo, ma si può anche bloccare l’accesso di immigrati da paesi a rischio terrorismo. Insomma: tutte le teorie sulle frontiere spalancate come unica opzione, con cui i politikamente korretti da anni ci fanno il lavaggio del cervello, vengono impietosamente sbugiardate per la foffa che sono.

Consiglio federale sbugiardato

Le iniziative dei paesi dell’Europa dell’est e le prime mosse dell’amministrazione Trump mettono a nudo anche le balle raccontate dai camerieri dell’UE in Consiglio federale: non è vero che “non possono”  fare di più per evitare l’assalto di asilanti, tra cui si nascondono anche gli infiltrati dell’Isis. Semplicemente “non vogliono”.

Non ancora contenti, i sette scienziati bernesi hanno toccato il fondo, dichiarando, in risposta ad un atto parlamentare, che la Svizzera non può espellere i jihadisti, accertati come tali, se questi ultimi ritornando nel paese d’origine si troverebbero in pericolo. Il demenziale buonismo-coglionismo raggiunge lo zenit. La sicurezza dei terroristi islamici ha la precedenza, in Svizzera, su quella dei cittadini elvetici!

Ma che bella propaganda che ci facciamo. I seguaci dell’Isis hanno la prospettiva di riuscire ad entrare nel nostro Paese spacciandosi per richiedenti l’asilo senza fare troppa fatica. E possono anche partire dal presupposto di restarci. Chi ringraziamo per questo?

Lorenzo Quadri

 

Riforma III delle imprese: Bruxelles starnazza contro il NO

Adesso aspettiamo che la $inistra difenda il voto popolare dai suoi amichetti UE 

Gli eurobalivi si aspettano che, senza il “pacchetto” bocciato a livello nazionale (ma non in Ticino) la scorsa domenica, la Svizzera non abbandonerà i regimi fiscali privilegiati. Ed infatti è proprio così che dovremmo fare!

La $inistra europeista, invocando lo spettro delle “casse vuote”, è riuscita ad ottenere la trombatura della Riforma fiscale III delle imprese a livello nazionale. Non però in Ticino.

Peccato che a svuotare le casse pubbliche in Svizzera non siano mai stati gli sgravi fiscali. Basta guardare l’evoluzione del gettito per accorgersene.

A svuotare le casse sono invece:

  • L’immigrazione incontrollata nello Stato sociale e la spesa sociale generata da stranieri. Per citare solo due dati. Nel 2016 meno della metà degli immigrati dai paesi UE è arrivata in Svizzera per lavorare. E nel giro di 8 anni, dal 2006 al 2014, il numero di eritrei in assistenza presenti in Svizzera è aumentato del 2272%.
  • L’invasione di finti rifugiati: l’anno scorso in Ticino ci sono state 34mila entrate clandestine, il 70% del totale nazionale. In Spagna (!) nello stesso periodo sono entrati “solo” 15mila clandestini. Si prevede che nel 2017 per i migranti economici il contribuente elvetico (“razzista e xenofobo”) spenderà la spropositata somma di 2.5 miliardi. La riforma III delle imprese sarebbe invece costata 1,1 miliardi all’anno, versati dalla Confederazione ai Cantoni.
  • Le paccate di miliardi inviati all’estero senza che ciò abbia alcuna influenza positiva sul caos asilo.

A svuotare le casse dello Stato non sono dunque gli sgravi fiscali; sono invece le deleterie politiche di $inistra all’insegna  del “devono entrare tutti”. 

$inistra colta di sorpresa

Fatto sta che a livello nazionale la Riforma III è stata respinta. E adesso succede quello che mai la $inistruccia eurolecchina si sarebbe aspettata: i funzionarietti di Bruxelles starnazzano! E, per l’ennesima volta, si permettono di minacciare e di ricattare la Svizzera, e di mettere il becco nella nostra sovranità nazionale.

Al di là dell’esito della votazione popolare sulla Riforma III (noi speravamo in un risultato diverso), agli eurobalivi bisogna dire, semplicemente, di farsi gli affari propri. Questi figuri sono ormai completamente allo sbando. La Brexit è solo l’inizio della fine. Sicché  lor$ignori fanno la voce grossa solo con gli svizzerotti, sapendo che sono ormai rimasti gli unici a calare le braghe?

Cosa state aspettando?

Ovviamente adesso vogliamo sentire la $inistruccia eurosguattera che, dopo aver combattuto la Riforma III, difende il voto popolare dall’ennesimo becero tentativo di interferenza esterna e manda gli eurofunzionarietti “affandidietro”. Allora, kompagnuzzi? Cosa state aspettando a difendere il voto che avete fortissimamente voluto dagli attacchi dai vostri amichetti di Bruxelles? Avanti. Siamo in attesa!

I motivi dell’agitazione

Ma perché a Bruxelles starnazzano? La ministra del 5% Widmer Schlumpf, quella che ha svenduto il segreto bancario senza contropartita provocando alla Svizzera la perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro, ha calato  le braghe anche sui regimi fiscali privilegiati, introdotti dai Cantoni, oggi giudicati non più “eurocompatibili” (echissenefrega, ndr). Per questo è arrivata la Riforma III: per compensare, con strumenti sui cui a Bruxelles non avrebbero avuto nulla da ridire (poiché esistono anche nell’UE) gli abolendi privilegi fiscali e conservare la competitività della piazza economica svizzera per le aziende. Questo dopo che la Consigliera federale non eletta si è impegnata a smantellarla; tradendo, ancora una volta, l’interesse nazionale.

La Riforma III è stata trombata. Però l’impegno a rottamare i regimi privilegiati rimane: grazie ministra del 5%! E allora perché a Bruxelles si agitano? Perché legano le due cose. Che però – di fatto – legate non sono. Gli eurofunzionarietti immaginano che, senza Riforma III, la Svizzera non abolirà i regimi fiscali contestati. Logica deduzione. Chiunque farebbe così.

Il “geniale” piano dei kompagni

Ma la $inistruccia, che ha trombato la Riforma III, non vuole affatto mantenere lo statu quo. Vuole conformarsi comunque ai Diktat dei suoi padroni di Bruxelles abolendo i regimi fiscali privilegiati: da anni i kompagnuzzi starnazzano con i consueti accenti uterini su questo tema.  Fine dei regimi fiscali privilegiati ma senza alcuna contropartita per mantenere sul territorio le aziende che attualmente ne beneficiano e gli impieghi che esse garantiscono: e nel solo Ticino si parla di 3000 posti di lavoro.

Ecco il “geniale” piano dei kompagni. Una posizione così masochista che nemmeno a Bruxelles la reputano possibile.  Malgrado l’autolesionismo degli svizzerotti lo conoscano molto bene.

Ci teniamo i “privilegi”

Domenica scorsa i votanti erano chiamati ad esprimersi solo sulla Riforma III. Non sull’abolizione dei regimi privilegiati, che è stata promessa all’UE dalla catastrofica ex ministra del 5%. Al proposito dei regimi “non eurocompatibili (?)”, il popolo svizzero non ha deciso proprio  nulla. E allora accogliamo volentieri il suggerimento (indiretto) giunto da Bruxelles. Ovvero: ci teniamo i regimi privilegiati. Gli eurobalivi e le loro liste nere, grigie, antracite, zebrate e a pois, li mandiamo semplicemente “a Baggio a suonare l’organo”. Piantiamola una buona volta di farci dettare legge da un’UE al capolinea, che a livello mondiale non conta più un tubo (specie con la nuova presidenza USA)!

Ma naturalmente sappiamo che le cose andranno in modo diverso…

Lorenzo Quadri

Uhhh, che pagüüüraaa! L’ONU se la prende con la Svizzera

I funzionarietti del BidONU contro la nuova prassi in materia di finti rifugiati eritrei

 

Uhhh, che pagüüüüraaaa! I burattini dell’ONU tornano a criticare  la Svizzera in materia di politica d’asilo. Chiaro: è molto più facile puntare il dito contro gli svizzerotti – che naturalmente correranno ad auto fustigarsi – piuttosto che contro altre nazioni. Dove magari non si accetta così facilmente che i primi funzionarietti venuti si mettano a sparare sentenze a vanvera.

Lo scandalo è un altro

Oggetto della reprimenda dell’ ONU – roba da far tremar le vene ai polsi! – la nuova prassi adottata dalla Svizzera  nel giugno del 2016 in materia di finti rifugiati eritrei. Prassi secondo la quale non basta più aver lasciato illegalmente l’Eritrea per ottenere lo status di rifugiato.

Ohibò, per non saper né leggere né scrivere, lo scandalo non è certo la nuova prassi; lo  scandalo è semmai che si sia dovuto aspettare al giugno del 2016 per decidere che non sta né in cielo né in terra considerare come “profugo” un eritreo per il solo fatto che ha lasciato il proprio paese illegalmente!

Tanto più che poi, come abbiamo visto, questi “rifugiati” eritrei in casa loro sono così perseguitati che ci tornano per trascorrervi le vacanze; perché “lì è più bello”.

Reali dimensioni

Il colmo è che sulle reali dimensioni di questo scandaloso fenomeno – già di per sé sufficiente per disporre un ritiro in grande stile di permessi per richiedenti l’asilo – ben poco si sa. Infatti, solo i finti rifugiati che sono polli al punto da imbarcarsi da Zurigo e andare direttamente in Eritrea in vacanza vengono beccati. Ma, per sfuggire ai controlli, basta prendere il treno e recarsi al più vicino aeroporto estero, e gli svizzerotti fessi non si accorgono di niente!

E intanto che il Dipartimento Sommaruga continuava a considerare come dei profughi tutti gli eritrei che hanno lasciato illegalmente il paese, e solo nell’estate dello scorso anno si decideva a scendere un attimino dal pero, il numero degli eritrei in assistenza in Svizzera nel giro di otto anni, dal 2006 al 2014, è cresciuto del 2272%! Di fatto questi finti rifugiati sono tutti in assistenza!

Troppo attrattivi

Intanto quella eritrea continua ad essere la nazionalità più rappresentata tra i migranti economici in arrivo nel nostro paese. Nel 2015 oltre 10mila domande d’asilo sono state presentate da eritrei. Perché costoro giungono in massa in Svizzera? Il consigliere del presidente eritreo in visita a Berna lo ha detto senza tanti giri di parole: “avete così tante domande d’asilo da parte di miei connazionali, che non sono perseguitati in patria, perché siete troppo attrattivi”.

La Lega aveva ragione

Che il relatore dell’ONU, tale François Crépau,  si permetta dunque di criticare la Svizzera perché rimpatria i finti rifugiati eritrei, è il colmo.  Secondo costui “non vi è nessuna prova che una volta rimpatriati gli eritrei non rischino pene e sanzioni”.  Certo, come no: tornano nel loro paese a trascorrere le vacanze però se vengono rimpatriati rischierebbero pene e sanzioni?

Il Consiglio federale, nell’ennesimo raptus di buonismo-coglionismo, ha ribadito che non si espellono nemmeno i terroristi islamici,  se nel loro paese rischiano la vita. E adesso il funzionarietto ONU di turno tenterebbe di far passare, a livello internazionale, l’immagine della Svizzera razzista che manda dei perseguitati politici allo sbaraglio? Quando la Svizzera si tiene in casa anche i seguaci dell’Isis per non metterli in pericolo con un rimpatrio? Vediamo di non far ridere i polli…

Queste sortite dei burocrati onusiani, soldatini dell’ideologia delle frontiere spalancate, confermano inoltre che la Lega aveva ragione nell’opporsi all’adesione della Svizzera al bidONU.

Lorenzo Quadri

Quell’appuntamento con la storia vergognosamente cancellato

9 febbraio 2017: invece di suonare a festa, le campane suonano a morto

Nei giorni scorsi avremmo dovuto festeggiare. Ma il giorno predestinato, invece che gioioso, è stato mesto. Frustrazione e rabbia hanno preso il posto di ottimismo e fiducia per il futuro. Perché? Perché il 9 febbraio ricorreva il terzo compleanno del “maledetto voto”, ossia del nuovo articolo costituzionale 121a.

Tre anni era il termine massimo entro il quale le misure votate dal popolo sarebbero dovute entrare in vigore, così come previsto dal testo dell’iniziativa.  Il 9 febbraio 2017 avrebbe quindi dovuto segnare l’inizio di una nuova era: quella del superamento della becera politica della libera circolazione delle persone senza limiti che provoca solo danni.

Sempre più poveri

Le conseguenze dell’attuale sciagurato stato di cose si fanno sentire in tutti gli ambiti della realtà. Non solo mercato del lavoro e sicurezza. Ma anche viabilità, costi dell’alloggio, inquinamento. I kompagni ro$$overdi, che contro le polveri fini invocano la chiusura delle scuole, le targhe alterne e tra un po’ magari anche la confisca di tutte le automobili non elettriche, si guardano bene dal far notare che, se non avessimo 62’500 frontalieri e decine di migliaia di padroncini che entrano in Ticino tutti i giorni uno per macchina, la qualità dell’aria del Sottoceneri sarebbe senza dubbio messa un po’ meglio.

C’è poi tutto il capitolo della spesa sociale. Infatti solo il 47% degli immigrati UE, quindi meno della metà del totale, arriva in Svizzera per lavorare. Altro che “immigrazione uguale ricchezza”, altro che la bufala delle “esigenze dell’economia”.

Poiché l’attuale immigrazione senza alcun limite ha arricchito pochi svizzeri ed impoverito tutti gli altri, se siamo ancora in una democrazia il sistema, così come è adesso, non può continuare. Serve un stop. Quello stop sarebbe dovuto scattare al più tardi il 9 febbraio 2017. Ed invece…

Nel water

Invece niente di tutto quello che doveva succedere accadrà. Il voto di tre anni fa ha scritto una pagina di storia. Lo scorso dicembre a Berna la pagina in questione è stata semplicemente strappata dal libro e gettata nel gabinetto dal triciclo PLR-P$$-PPD.

L’appuntamento con la storia è stato cancellato. Come se tre anni fa non fosse successo proprio nulla. E a questo proposito giova tenere ben a mente le  dichiarazioni dell’ex presidente PLR Fulvio Pelli:  “grazie alla libera circolazione delle persone i nostri giovani potranno andare a lavorare a Milano”. Abbiamo visto come.

La vera essenza

A Berna,  nello squallido teatrino che ha preceduto la cancellazione del “maledetto voto,” un kompagno verde – uno di quelli che promuovono le petizioni per far entrare in Svizzera  ancora più finti rifugiati con lo smartphone – ha parlato senza peli sulla lingua. Ha detto l’ecologista: “noi difendiamo la libera circolazione delle persone perché è l’unico gesto di apertura (“dovete aprirvi, bifolchi!”) compiuto dalla Svizzera verso gli stranieri negli ultimi anni”.

Ecco spiegata al volgo la libera circolazione. Altro che “scelta nell’interesse della popolazione elvetica”. Si tratta di un puro e semplice regalo agli stranieri. Il cui prezzo, però, lo pagano gli svizzerotti. E, se ad ammetterlo sono perfino quelli che venderebbero la nonna piuttosto che mettere in discussione le frontiere spalancate…

Frontalieri avvantaggiati

La legge di (non) applicazione del 9 febbraio, ossia il compromesso-ciofeca, non serve assolutamente ad un tubo. Non farà diminuire i flussi migratori (e nemmeno i frontalieri) di una persona. Anzi, arriva addirittura al punto di avvantaggiare i frontalieri iscritti all’URC rispetto ai ticinesi in assistenza che non vi sono più iscritti. Non a caso  il compromesso-ciofeca è stato immediatamente lodato dagli eurofunzionaretti. I quali, secondo alcuni, l’avrebbero addirittura pilotato. Il livello di zerbinismo bernese nei confronti di Bruxelles ha raggiunto vette inaudite. E c’è da temere in un ulteriore peggioramento.

La fiducia che non c’è più

Invece di suonare a festa, il 9 febbraio 2017 le campane hanno suonato (virtualmente) a morto. L’unica via di uscita è ora l’iniziativa contro la libera circolazione.

Certo: invece di chiedere di solo limitare la libera circolazione delle persone, si sarebbe potuto chiedere subito di disdirla. Ma, al  momento del lancio dell’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, si poteva ancora nutrire un minimo di fiducia nella buona fede della cosiddetta classe politica (?) svizzera davanti ad un voto popolare inequivocabile. Dallo scorso dicembre – quando il 9 febbraio è stato rottamato – questo non è più possibile.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Ecco cosa ci si guadagna a calare sempre le braghe

Fiscalità: nuovo vile attacco dei funzionarietti della fallita UE alla Svizzera

 

Non c’è limite al peggio! La Svizzera è di nuovo nel mirino degli eurofalliti. Bruxelles infatti torna alla carica blaterando di liste nere di Paesi non cooperativi fiscalmente, con cui prenderà contatto nel prossimo futuro (uhhhh, che pagüüüüraaaa!). Tra questi Stati Canaglia, naturalmente, figura anche la Confederazione elvetica. E ti pareva!

Ci sarebbe davvero da ridere, se non ci fosse da piangere. Ecco cosa ci si guadagna a calare le braghe ad altezza caviglia davanti ad ogni cip in arrivo da Bruxelles. Ecco come si viene ringraziati.

Tra l’altro, è proprio perché il Consiglio federale è corso per l’ennesima volta ad inginocchiarsi all’UE in materia di fiscalità che ci toccherà votare la Riforma III delle imprese la prossima domenica. Una riforma che è, semplicemente,  un tentativo di evitare l’emigrazione di massa delle aziende al beneficio degli statuti fiscali speciali che verranno aboliti per accontentare gli eurobalivi. Ci toccherà dunque stringere i denti e votare la Riforma III, con  tutte le conseguenze del caso, perché non votarla ci costerebbe molto di più.

E malgrado tutto questo, gli eurofunzionarietti ancora straparlano di inserire il nostro paese su liste nere di paesi fiscalmente non cooperativi. Proprio mentre noi rischiamo di rimanere in mutande per assecondarli in ogni loro pretesa.

Chi si fa pecora…

Un saggio proverbio recita: “chi si fa pecora il lupo lo mangia”. Un detto che ben descrive la situazione della Svizzera. Anzi no: ci fosse un lupo a minacciarci, almeno ci faremmo mangiare con onore. Invece si tratta solo di un randagio spelacchiato e male in arnese, che solo noi temiamo.

Per il calabraghismo compulsivo che ci sta rovinando, possiamo ringraziare in primis l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, simpatica come una spinosa pianta grassa inserita nella biancheria intima, che di questa politica è stata l’iniziatrice. Lei e, ovviamente, chi l’ha piazzata in governo. Ossia $inistra ed uregiatti.

Prima la signora ha svenduto il segreto bancario senza alcuna contropartita. Poi ha capitolato sulla fiscalità, addirittura a titolo preventivo, rendendo necessaria la Riforma III.

La Riforma III è un parto dell’ex ministra del 5%. Ma adesso costei, confermandosi una marionetta della “gauche caviar”, tenta rancorosamente di sabotarla. Per farla al suo successore, l’odiato Udc Ueli Mauerer.

E mandarli finalmene affan…?

Davanti all’ennesimo vile attacco dell’UE alla Svizzera, la domanda è una sola. Fino a quando vogliamo andare avanti in questo modo? Quando ci decideremo a mandare finalmente affandidietro lo sciame di eurofunzionarietti non eletti da nessuno che pretendono di comandare in casa nostra? Magari accompagnando la missiva con una chiusura dimostrativa delle frontiere, tanto per essere sicuri che il messaggio venga recepito?

Purtroppo questa è fantascienza.

Visto però che gli eurocrati hanno inserito nella lista di Stati Canaglia anche gli USA, c’è da sperare che ci penserà Trump ad asfaltare queste arroganti nullità.

Per cui, per non saper né leggere né scrivere, raccomandiamo al Consiglio federale, ed in particolare a quel genio della diplomazia (ma chi era Metternich al confronto?) del liblab Didier Burkhaltèèèèr, direttore del Dipartimento federale affari esteri, di piantarla di pappagallare stoltamente gli attacchi dell’UE e dei pennivendoli uterini della stampa di regime al neo presidente USA. Il nostro nemico sta a Bruxelles. Mica a Washington.

Lorenzo Quadri

Sì alla tassa per gli immigrati ed anche per i frontalieri

Il Prof. Eichenberger torna alla carica, ed i camerieri dell’UE vanno in panico 

Al proposito da fine aprile 2016 è prendente a Berna la mozione Quadri

La partitocrazia spalancatrice di frontiere, appoggiata dalla stampa di regime, non ne vuole sapere di limitare l’immigrazione, ed in particolare quella dai paesi UE. In Svizzera “devono entrare tutti”, altrimenti i padroni di Bruxelles si indispettiscono (uhhhh, che pagüüüüüraaa!).

Altri Stati UE si comportano in modo ben diverso. E molti esperti di economia e di politica sono ormai convinti che la libera circolazione delle persone senza limiti, così come la conosciamo ora, sia ormai al capolinea.

La legge-ciofeca che non applica il “maledetto voto” del 9 febbraio non serve ad un flauto traverso. Non farà diminuire l’immigrazione di una singola unità. Essa costituisce infatti una calata di braghe integrale davanti all’UE. E sull’invasione di frontalieri in Ticino avrà effetto pari a zero.

Toccare nel borsello

Che il compromesso-ciofeca sarà assolutamente inutile l’ha capito anche il PPD, il quale, dopo avergli spianato la strada a Berna quando avrebbe potuto silurarlo, si è poi inventato le mozioni per chiedere di verificarne l’efficacia e blablabla. Tutti fumogeni, sparati  nel disperato tentativo di rifarsi una verginità agli occhi degli elettori svergognatamente traditi. Stesso discorso per la pagliacciata del referendum cantonale annunciata dal neo presidente del PPD ticinese.

Come fare, dunque, per limitare l’immigrazione  nell’attesa dell’iniziativa popolare che abolisca la libera circolazione delle persone? Sul tema torna ad esprimersi il prof. Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo. Lo fa in una recente intervista alla Berner Zeitung.

Coprire i costi

Eichenberger propone di introdurre una tassa di soggiorno aggiuntiva per gli immigrati nei primi tre anni. Una tassa che l’economista quantifica in un importo tra i 12 e  i 15 Fr al giorno. Ciò equivale ad una spesa annua per immigrato compresa tra i 4000 ed i 5000 franchi.  Eichenberger calcola che in questo modo nelle casse federali confluirebbero tra i 2 ed i 2.5 miliardi di franchi.

La tassa, aggiunge ancora l’economista friburghese, si baserebbe sui costi generati dall’immigrazione e sarebbe uguale per tutti, indipendentemente dal reddito. L’obiettivo è di scoraggiare soprattutto l’immigrazione nello Stato sociale. Ricordiamo infatti che nel 2016 solo il 47% di quanti sono immigrati in Svizzera lo hanno fatto per lavorare. 

Tassa per frontalieri

Se la tassa quotidiana sia il sistema di prelievo più adeguato non sappiamo. Il buon Eichenberger lo scorso anno aveva però anche proposto l’introduzione di una tassa d’entrata per i frontalieri. Un’opzione che come ticinesi ci interessa particolarmente. A tal proposito, chi scrive ha depositato una mozione in Consiglio nazionale che chiede  proprio l’introduzione della tassa in questione. L’atto parlamentare data della fine di aprile dello scorso anno.  Non è ancora stato trattato dalla Camera. Ma naturalmente il Consiglio federale (cameriere dell’UE) si è già premurato di formulare le proprie osservazioni. E dice – ma chi l’avrebbe mai immaginato – che “sa po’ mia”, perché i padroni di Bruxelles non gradirebbero.

Non è l’ultimo bambela

Ora, si dà il caso che Eichenberger non sia proprio l’ultimo bambela arrivato. Come detto, l’uomo insegna economia all’Università di Friburgo. Ha quindi una reputazione accademica da difendere. Non ha alcun interesse a sputtanarsi con sparate prive di fondamento. Ergo, se il buon Reiner dice che introdurre una tassa d’entrata per i frontalieri “sa pò”, e che anche introdurre una tassa aggiuntiva per gli immigrati  “sa pò”, ci sono fondate ragioni per ritenere che sia proprio così.

E c’è anche motivo per fidarsi di quello che dice Eichenberger piuttosto che bersi le fregnacce di un Consiglio federale affetto da calabraghismo compulsivo cronico. Un Consiglio federale che solo a sentire la parola UE si abbassa i pantaloni ad altezza caviglia. Un Consiglio federale che, pur di ubbidire ai suoi padroni di Bruxelles, getta nel water la volontà dei cittadini e stupra quella Costituzione che ha giurato solennemente di rispettare.

Lorenzo Quadri

Lavoro: le cifre inquietanti dell’invasione da sud!

9 febbraio gettato nel water e le statistiche farlocche della SECO sull’occupazione

9 febbraio 2017: giorno che avrebbe dovuto segnare la fine della devastante libera circolazione senza limiti e l’inizio di una nuova era. Anche e soprattutto per quel che riguarda l’occupazione ed il mercato del lavoro. Invece il 9 febbraio 2017 suggella la fine dei diritti popolari in Svizzera. Che lo scorso dicembre a Berna sono stati vergognosamente calpestati dal triciclo PLR-P$$-PPD e partitini di contorno.

Le frottole della SECO

E proprio lo scorso giovedì 9 febbraio, ma tu guarda i casi della vita, la SECO se ne è uscita con una delle sue improbabili statistiche. Dalla quale emerge che in Svizzera la disoccupazione è aumentata rispetto a 12 mesi fa. Anche in Ticino la disoccupazione risulta in crescita dello 0,1% tra dicembre 2016 e gennaio 2017. Ma naturalmente per i pubblicisti della Segreteria di Stato per l’economia “l’è tüt a posct”. Del resto l’ha ormai capito anche il Gigi di Viganello che la SECO serve solo a fare propaganda pro-UE e pro-libera circolazione, con i soldi dei contribuenti (100 milioni all’anno).

Sempre peggio

Secondo la SECO, attualmente il tasso di disoccupazione in questo sempre meno ridente Cantone sarebbe “solo” del 4%, ovvero lo 0,2% in meno rispetto al gennaio del 2016. La media nazionale è del 3.7%. Quindi il Ticino sarebbe sopra solo dello 0.3%. Uella! Peccato che dai dati ILO, che vengono usati internazionalmente, emerga come al solito un’altra storia. E meglio:

  • nel terzo trimestre del 2016 in Ticino la disoccupazione ILO è stata del 6.9%. Quindi stiamo parlando di quasi il doppio (!) della percentuale strombazzata dagli spalancatori di frontiere della SECO. La Lombardia risultava invece al 6.7%…
  • Sempre nel terzo trimestre del 2016, la disoccupazione ILO in Svizzera era del 4.8%. Sicché il divario tra il Ticino e la media nazionale è di oltre il 2%; altro che dello 0.3% della SECO.
  • Nel terzo trimestre del 2015, la disoccupazione ILO in Ticino era del 6.8%. Sicché rispetto ad un anno fa c’è stata una crescita. E non certo un calo, come vorrebbe raccontarci la SECO.

L’invasione da sud

Già che ci siamo, aggiungiamo qualche dato in relazione all’invasione da sud che da anni il Ticino subisce. Quella che al più tardi lo scorso giovedì avrebbe dovuto essere arginata. Invece andrà avanti ad imperversare ad oltranza, grazie alla partitocrazia. Gli elettori se ne ricordino quando gli sguatteri di Bruxelles che hanno gettato nel water il 9 febbraio torneranno a mettere fuori il faccione per accattare voti.

– Nel 2016 i lavoratori notificati (ovvero padroncini e distaccati) sono stati 26’516, contro i 25’576 dell’anno precedente. Nel 2006 erano 8’785 (sic!).

  • Le giornate di lavoro svolte dai notificati sono state 708’670 nel 2016, contro le 665’184 del 2015 e le 289’741 del 2006.
  • Nel terzo trimestre 2016 i frontalieri attivi in Ticino erano 62’246. Nel secondo trimestre erano invece 62’171. Ohibò: come mai la stampa di regime, sempre pronta a spiattellare titoloni in prima pagina ad ogni calo di un paio di unità, non ha nulla da dire al proposito?
  • Ancora più interessante il dato dei frontalieri nel settore terziario, ovvero quello in cui si sostituiscono ai residenti. Siamo passati dai 37’912 del terzo trimestre 2015 ai 38’072 del secondo trimestre 2016 ai 38’336 del terzo trimestre 2016. Quindi la crescita continua, e alla grande! E con essa il soppiantamento ed il dumping salariale. Ma naturalmente la stampa di regime… citus mutus!
  • Nel 2000, quindi non nell’antichità classica, i frontalieri nel terziario erano circa 10mila mentre oggi sono quasi 40mila. Ormai siamo vicini alla quadruplicazione!
  • E poi qualcuno ha ancora il coraggio di dire che non è in atto alcuna invasione da sud, ma quando mai, sono tutte balle della Lega populista e razzista?

I suicidi

E’ quindi evidente che il nostro mercato del lavoro è andato a ramengo. E sempre per una strana casualità nei giorni scorsi è stata pubblicata dai giornali italiani una notizia di cronaca molto triste, poi ripresa anche dal Mattinonline e da LiberaTV: un trentenne di Udine si è suicidato perché non aveva lavoro ed era stufo di ricevere porte in faccia. Qualche esponente della partitocrazia spalancatrice di frontiere pensa forse che episodi del genere non succedano anche in Ticino? Qui c’è qualcuno – parecchi qualcuno – che farebbe meglio a farsi un esame di coscienza. Altro che scrivere post lacrimevoli sul drammatico evento e poi propagandare la libera circolazione! Vero kompagno Canetta direttore della RSI?

Lorenzo Quadri

Ma Oltreconfine non se ne accorge nessuno?

Privilegi fiscali dei frontalieri rispetto agli altri italiani

 

Quando si dice farsi male da soli! Dopo 7 anni di inattività è stato ripristinato il sindacato dei frontalieri, ovvero il Consiglio sindacale interregionale di Lombardia, Piemonte e Canton Ticino.

E da dove è venuta la prima reazione negativa? Dall’Associazione frontalieri Ticino! Il suo presidente Eros Sebastiani ha detto papale papale alla Prealpina: “questi (gli esponenti del resuscitato sindacato) sono quelli che per equità volevano tassarci come gli italiani (sic)”.

Ah ecco! Perché, i frontalieri non sono forse degli italiani residenti in Italia, e che pertanto sono confrontati con i costi della vita della Vicina Penisola, mica con quelli svizzeri? E allora ci  spieghi il Sebastiani perché non sarebbe equo – anzi doveroso – che pagassero le tasse come i restanti cittadini italiani che vivono e che lavorano nel Belpaese!

Autogoal

Ed infatti Sebastiani commette un pacchiano autogoal. Nella fretta di mettere in cattiva luce i nuovi venuti, solleva la questione fiscale, ma non trova uno straccio di argomento plausibile a giustificazione dello stato quo, quindi del privilegio fiscale dei frontalieri. La sua spiegazione è infatti la seguente: “noi non siamo uguali agli altri, siamo gli unici che lavoriamo in uno stato extracomunitario e abbiamo delle peculiarità uniche (?)”. Il che non vuole dire assolutamente un tubo! Limitandosi a ripetere parole come “unico” e “peculiare” non si va molto lontani. Quali sarebbero le peculiarità che giustificano un trattamento fiscale smaccatamente di favore per i frontalieri, che già guadagnano più degli altri loro connazionali? Risposta: non ce ne sono proprio! Non certo la distanza dal posto di lavoro, perché ci sono italiani che lavorano in patria che percorrono anche più chilometri per la “pagnotta”.

Quel che stupisce

L’aspetto sorprendente non è tanto che i frontalieri non vogliano pagare più imposte (ovvio). E’ che nessun “non frontaliere” sollevi la questione. Il regime fiscale privilegiato, e del tutto ingiustificato (come visto, nemmeno l’Associazione di riferimento riesce a tirar fuori una scusa plausibile) fa mancare vagonate di milioni all’erario del Belpaese. Non ci pare che la vicina Penisola abbia soldi da sbatter via. E dunque? Tutti i politici del Belpaese sono asserviti agli interessi dei frontalieri? Questi ultimi sono di sicuro tanti (troppi); ma la maggioranza non sono gli altri? Dove sta l’inghippo?

Un aspetto positivo

La nascita del sindacato dei frontalieri dunque almeno un aspetto positivo l’ha avuto. Ha rilanciato – suo malgrado – il tema della fiscalità privilegiata di questi ultimi. Ciò grazie alla scarsa accortezza di un rappresentante della categoria (che forse teme che la ripristinata realtà sindacale gli tolga dei seguaci). Chissà che non sia la volta buona per “risvegliare qualche coscienza”?

Lorenzo Quadri

La macchina della propaganda di regime si mette in moto

Iniziativa No Billag: la data della votazione non è ancora stata fissata, ma…

 

La data della votazione popolare sull’iniziativa No Billag non è ancora stata fissata. Però in questo ridente Cantone la propaganda di regime contro l’iniziativa è già iniziata. E questa volta il regime userà l’artiglieria pesante.

La scorsa settimana infatti, in vista della votazione di cui sopra, il governo cantonale ha incontrato il direttore generale della SSR Roger De Weck, il direttore della RSI kompagno militante Maurizio Canetta nonché una delegazione della CORSI composta dal presidente Gigio Pedrazzini e dai membri Anna Biscossa e Lele Gendotti (quindi due ex consiglieri di Stato ed un’ex presidente di partito).

Evitare il tragico bis

Eh già: nella votazione popolare del giugno del 2015, il canone obbligatorio per tutti – anche per chi non ha né radio né televisore – è stato approvato per un soffio a livello federale (stranamente questa volta nessuno a $inistra ha chiesto di rifare la votazione, chissà come mai?). In Ticino, invece, è stato asfaltato. Sicché onde scongiurare un tragico bis, questa volta si agirà d’anticipo. La propaganda di regime deve avere il tempo di fare il lavaggio del cervello agli svizzerotti in generale, ed ai ticinesotti in particolare… Ovviamente a suon di minacce e ricatti. La maggior parte dei quali fatti sulla pelle dei ticinesi e dei romandi. Il copione è già scritto.

Sostegno “a prescindere”

Tuttavia, da quello che emerge dalle cronache dell’incontro tra il CdS ed i vertici della SSR e della CORSI, la TV di Stato suona sempre la stessa musica. Pretende il sostegno politico “a prescindere”. Autocritica? Connais-pas! La SSR e la RSI vanno sostenute per il semplice fatto che esistono. E per chi non è pronto a prestare opera di slinguazzamento incondizionato, è già operativa la macchina del fango. “Becero affossatore! Scriteriato delinquente! Traditore dell’italianità”! Del resto De Weck è un $inistro e come tale ragiona: tolleranza zero nei confronti di chi non la pensa come lui.

C’è un problema

Tuttavia, c’è un problemino. Non è perché il governo si schiera con largo anticipo dalla parte dell’emittente statale che il popolo ticinese respingerà compatto l’iniziativa No Billag. Il voto occorre conquistarselo. Questo significa che bisogna dare delle risposte sensate a chi – tanto per dirne una – lamenta la “non equidistanza” (per usare un eufemismo) della RSI nel trattare i temi che hanno implicazioni politiche. Ripetere indispettiti che “l’è tüt a posct perché lo diciamo noi” comincia ad annoiare.

Esempio spicciolo di questi giorni. RSI News ha avuto  la brillante idea di pubblicare in pompa magna tre vignette di Trump che l’emittente ha fatto realizzare in esclusiva (uella) da tre vignettisti messicani. Poiché non risulta che la nostra  TV di Stato abbia fatto lo stesso con Obama (e sì che gli spunti satirici non mancherebbero di certo, a partire dal conferimento del premio Nobel più farlocco della storia) è evidente che ci troviamo davanti ad un caso di smaccata partigianeria.  Che peraltro ritroviamo pari-pari nelle corrispondenze RSI dagli USA. Il presidente “populista” va infamato; Obama invece va magnificato per il semplice fatto che è nero e di $inistra.

Ora,  se la risposta dei vertici di Comano all’osservazione di alcuni utenti sulle vignette anti-Trump è del tenore di quelle che si sono lette sulla paginetta facebook aziendale (del tipo “lei è prevenuto… lei non è sereno… lei ripete slogan letti la domenica (!)”), tanti auguri per la votazione sull’iniziativa No Billag! E’ così che si pensa di recuperare consensi e simpatie?

Il pluralismo secondo De Weck

Un capitoletto a parte lo meritano gli ipocriti argomenti buonisti portati da De Weck nell’incontro con il Consiglio di Stato all’insegna della collaborazione con i media privati e del “volemose tutti bene nell’interesse del giornalismo”. Per rendere la SSR più simpatica, il direttore generale (in scadenza; il suo successore è già stato nominato, naturalmente senza concorso, dalla CORSI nazionale: per la serie, è tutta “cosa nostra”)  si presenta come un dirigente del settore pubblico aperto alle collaborazioni col privato. Che oggi vanno tanto di moda.

Peccato che il concetto di “salviamo il giornalismo” di De Weck si riassuma così: tiriamo in piedi una bella holding (uella) pubblicitaria assieme ai compagni di merende della Swisscom (compagni di merende in quanto trattasi di azienda a maggioranza di proprietà della Confederazione) e agli amichetti radikalchic euroturbo del gruppo editoriale Ringier (il patron Michael Ringier: “nessun giornalista contrario all’adesione della Svizzera all’UE lavorerà mai per una mia testata”). Poi, grazie alla nuova “sinergia”, ci pappiamo una fetta sempre più grossa del mercato pubblicitario tagliando fuori gli altri. Per la serie: non solo ci cucchiamo il canone più caro d’Europa, ma facciamo man bassa anche di inserzioni. Magari vendute a prezzi dumping, visto che grazie agli 1.3 miliardi di Fr annui di canone incassati ci possiamo permettere tariffe taroccate.

Per la serie: certo, salviamo il giornalismo, ma solo il nostro e quello dei nostri amichetti radikalchic che sono schierati come noi dalla parte giusta. Gli altri, invece, che vadano in malora. Il pluralismo secondo il direttore SSR!

Certo che con simili atteggiamenti si conquistano voti come se piovesse. Come no…

Lorenzo Quadri

 

Abusi a tutto spiano sotto il naso degli svizzerotti!

Finti profughi vacanzieri: scoperti solo se partono in aereo da Zurigo? 

Le ultime cifre sulle revoche dello statuto ai sedicenti profughi che tornano nel paese d’origine per le vacanze, e le relative spiegazioni della SEM, mettono in evidenza delle gigantesche falle nel sistema

Capita ogni tanto, ma troppo raramente, che dei rifugiati riconosciuti come tali vengano rimandati al paese d’origine. Perché in realtà rifugiati non sono. Ohibò. Già la stragrande maggioranza dei migranti non sono affatto dei perseguitati, ma bensì dei rifugiati economici, che arrivano in Svizzera per farsi mantere. Una tendenza deleteria ed insostenibile che gli spalancatori di frontiere continuano però  ad aizzare. Ad esempio sproloquiando che “devono entrare tutti”. Oppure inventandosi l’avvocato gratis per i finti rifugiati (non ce l’hanno nemmeno i cittadini; o meglio ce l’hanno, ma a determinate e restrittive condizioni).

“E’ più bello”

Tra la minoranza di asilanti che viene riconosciuta ufficialmente come bisognosa di protezione e quindi ottiene di rimanere legalmente da noi, c’è chi torna nel paese d’origine a trascorrere le vacanze (?) perché lì “è più bello”. E’ più bello forse, però non ci sono gli svizzerotti fessi che ti mantengono. C’è poi da chiedersi di quali vacanze necessitino persone che non lavorano, essendo l’85% di questi presunti rifugiati a carico del contribuente. Ma questo è un altro discorso.  Se un profugo può tornare per le ferie al paese d’origine vuol dire che lì non è affatto in pericolo; pertanto non ha diritto di rimanere in Svizzera e perde lo statuto di rifugiato.

Cifre sospette

I dati pubblicati di recente dalla SEM (Segreteria di Stato della migrazione) parlano per il 2016 di 145 casi di diritti l’asilo revocati per rientro temporaneo in patria. L’anno prima erano 189. Queste cifre hanno una particolarità: comprendono pochi eritrei. Sei o sette all’anno. Eppure sono proprio gli eritrei ad essere finiti nell’occhio del ciclone per le vacanze nel paese d’origine. Un fenomeno confermato tra l’altro dal consigliere del presidente eritreo nella sua visita a Berna nei mesi scorsi (che in quell’occasione ha pure confermato che i suoi giovani connazionali che entrano illegalmente in Svizzera sono tutti finti rifugiati).

Da far rizzare i capelli

Da qualche parte i conti non tornano. Ed infatti i numeri infimi degli eritrei a cui è stato revocato lo statuto di profugo hanno una spiegazione. Purtroppo la spiegazione è di quelle da far rizzare i capelli in testa.

Dice infatti la SEM alla SonntagsZeitung: “I loro (degli eritrei) viaggi in patria sono particolarmente difficili (sic) da provare perché non ci sono voli diretti dalla Svizzera per il paese africano. Inoltre, gli eritrei (…) raramente prendono l’aereo a Zurigo ma vanno in treno a Milano e da lì volano con la Egypt Air verso l’Eritrea o verso il confine per il Sudan”.

Basta prendere il treno?

Ma qui qualcuno è davvero fuori come un davanzale. Sicché ai sedicenti profughi che si spacciano per perseguitati nel paese d’origine ma poi ci tornano per  trascorrere le vacanze, per fare fessi gli svizzerotti basta non partire in aereo da Zurigo? Basta prendere il treno e recarsi al primo aeroporto estero, e le nostre autorità non si accorgono di niente? E quindi continuano a mantenere con i soldi del contribuente persone che stanno allegramente abusato dello statuto di rifugiato?

E ricordiamo che spesso e volentieri i presunti profughi mica ricevono solo il minimo vitale come un qualsiasi cittadino svizzero che ha perso il lavoro ed è finito in assistenza. I profughi percepiscono, in ogni caso, più dei nostri anziani che vivono con la sola AVS. Inoltre, spesso e volentieri, ottengono anche tutta una serie di prestazioni sociali (consulenze, aiuti, sostegni vari) che fanno salire i costi a livelli stellari. Negli scorsi mesi è balzato agli onori della cronaca il caso di una famiglia di sedicenti rifugiati – ma guarda un po’ – eritrei, residente nel Canton Zurigo, che costa al contribuente la bellezza di 60mila Fr al mese.

La punta dell’iceberg

Se i finti rifugiati “vacanzieri” che vengono identificati e giustamente sanzionati con la perdita dello statuto sono solo quelli così tarlöcc da prendere il volo diretto da Zurigo per il paese d’origine, facendosi sgamare come dei citrulli, la logica conseguenza è che soltanto una piccola parte degli abusi viene alla luce. Il che è peraltro confermato dalle cifre infime di eritrei nel novero dei permessi revocati.

Essendo noi notori razzisti e fascisti, la conclusione che ne traiamo è ovvia: qui ci sono abusi a vagonate che però non vengono scoperti!

Ed è semplicemente patetico che, nella nostra società da “grande fratello” dove lo Stato sa anche quante volte al giorno va in bagno il cittadino e se usa carta igienica bianca o a fiorellini, al profugo farlocco basti salire sul treno e poi prendere l’aereo all’estero per volare al paese d’origine senza che nessun’autorità svizzerotta si accorga di alcunché. Allucinante. $ignori, è così che si spendono i soldi pubblici?

Il caso verrà portato a Berna

E’ evidente che qui ci sono milioni di franchi del contribuente spesi per mantenere approfittatori stranieri. Alla faccia dei sempre più numerosi cittadini svizzeri che tirano la cinghia. Osiamo sperare che si vorrà approfondire seriamente la questione. Ne va di mezzo la credibilità della stessa Segreteria di Stato della migrazione e della politica d’asilo. E’ pacifico che la Lega solleverà la questione a Berna.

Lorenzo Quadri

 

Il referendum sul nulla è in difficoltà?

9 febbraio: ma chi l’avrebbe mai detto…

 

Accipicchia, chi l’avrebbe mai detto! Pare che il kompagno Nenad Stojanovic sia in difficoltà nel raccogliere le firme per il suo referendum contro il compromesso-ciofeca che annulla il “maledetto voto” del 9 febbraio.  Beh, cosa si aspettava l’ex deputato P$? Se pensava di rilanciarsi la carriera politica con siffatto referendum, forse ha fatto male i conti. E sì che il kompagno “non patrizio” ha di sicuro sufficiente esperienza politica per sapere quanto è già difficile – senza le risorse finanziarie ed organizzative necessarie – portare a tetto un referendum a livello cantonale (7000 firme); figuriamoci a livello nazionale, con 50mila sottoscrizioni da racimolare. E la scusa secondo cui il problema sarebbe la stagione (d’inverno sarebbe più difficile raccogliere le firme) fa francamente ridere i polli. Il referendum contro il fetido balzello sul sacco del rüt è riuscito proprio d’inverno.

Nessuna utilità

Il problema è un altro. Il problema è che il referendum lanciato da Stojanovic non ha alcuna utilità. In effetti, il compromesso-ciofeca contro il “maledetto voto” non serve a nulla. E quindi anche referendarlo non ha senso.

Se il referendum dovesse raccogliere le firme necessarie ed essere approvato dal popolo, cosa ne conseguirebbe? Si cancellerebbe il compromesso-ciofeca.  Ma al suo posto ci sarebbe il nulla. Quindi rimarrebbe in vigore la libera circolazione delle persone senza alcun limite. Se invece il referendum dovesse raccogliere le firme ma per un motivo o per l’altro non venire votato – ad esempio proprio perché inutile – quale sarebbe il risultato? Una conferma popolare del compromesso-ciofeca. Ed è proprio quello cui mira il promotore della raccolta firme. Che, oltretutto, non risulta sia salito sulle barricate per opporsi al suo partito P$$ quando alle Camere federali questo – in tandem con il PLR e mentre il PPD faceva il palo a suon di “coraggiose astensioni” – rottamava la volontà popolare.

L’obiettivo

Il “maledetto voto” del 9 febbraio aveva un obiettivo chiaro:  limitare l’immigrazione in Svizzera, frontalierato compreso; introdurre dei contingenti e la preferenza indigena. In nessun modo il referendum contro il compromesso-ciofeca permetterebbe di raggiungere questo obiettivo, quindi di rispettare la volontà popolare. Avrebbe semmai l’effetto contrario.

Nella situazione attuale è dunque non solo legittimo, ma anche necessario fare di nuovo ricorso ai diritti popolari. Non però tramite un inutile referendum sul nulla. Ma lanciando un’iniziativa popolare per abolire la libera circolazione delle persone.

Lorenzo Quadri

 

Vogliamo che la Svizzera diventi un paese islamico?

NO alla naturalizzazione agevolata degli stranieri di cosiddetta terza generazione 

Già oggi acquisire il passaporto rosso senza essere integrati è fin troppo facile. Se allentiamo ancora di più le maglie, tempo qualche anno e ci ritroveremo in casa la sharia

Il prossimo 12 febbraio voteremo sulle naturalizzazioni agevolate per i giovani stranieri di terza generazione.  Come si immaginerà, si tratta di un tema del P$$, smanioso di accrescere il proprio elettorato naturalizzando in massa. La partitocrazia politikamente korretta, pavida come sempre, terrorizzata dall’idea di sentirsi tacciare di xenofobia, ha seguito i kompagni, calando le braghe davanti ai ricatti morali della $inistra.

Naturalizzazioni già facili

Non c’è alcuna necessità di rendere le naturalizzazioni ancora più facili. Già allo stato attuale persone che non sono affatto integrate acquisiscono il passaporto rosso. Recenti vicissitudini, ad esempio in quel di Paradiso, lo dimostrano. L’integrazione dell’aspirante cittadino elvetico non può essere stabilita “a prescindere”. Far credere che una persona sia integrata per  definizione, per il semplice fatto che vive in Svizzera da tot anni, o  perché almeno uno (!) dei suoi nonni, o almeno uno (!) dei genitori ha vissuto nel nostro paese, è semplicemente una truffa. Gli Stati a noi vicini se ne stanno accorgendo. Lì si scopre che i seguaci dell’Isis sono spesso e volentieri proprio dei giovani stranieri di terza generazione: si parla di “generazione Allah”. Perché certe famiglie, provenienti da culture incompatibili con quella del paese in cui immigrano, non si sono mai integrate. Il problema esiste anche da noi. I genitori estremisti islamici che a Basilea non mandavano le figlie alle lezioni di nuoto sono turchi naturalizzati. I due fratelli musulmani che rifiutavano di dare la mano alla docente perché donna, erano in procinto di ottenere la cittadinanza elvetica.

Integrazione da verificare

L’integrazione va verificata caso per caso. Tanto più che, come già scritto, il concetto di “terza generazione” è ingannevole. La verifica dell’integrazione del candidato va svolta tramite incontri personali e controlli. L’unica autorità che può fare questo lavoro con un minimo (ma proprio un minimo) di affidabilità, è quella di prossimità. Ossia i consigli comunali con le loro commissioni. Ma  anche così capita di prendere dei granchi enormi. L’esperienza insegna. Le conseguenze sono irreparabili. Nel senso che, una volta che lo straniero è diventato svizzero, lo rimane per sempre.

Se passassero le modifiche  in votazione il 12 febbraio, i giovani stranieri di terza generazione otterrebbero il passaporto rosso senza più alcuna verifica della loro integrazione. A decidere sarebbe infatti solo la Confederazione. La quale si baserebbe su scartoffie. A partire dal casellario giudiziale. Senza però alcuna conoscenza reale del candidato. Ma per essere dei cittadini integrati non basta non essere dei delinquenti! Quale garanzia ci sarebbe che l’aspirante svizzero si identifica nel nostro Paese e si riconosce nei nostri valori? Nessuna.

Svizzera vs Germania

E non ci si venga a raccontare la storiella che acquisire il passaporto rosso è troppo difficile. Questa è una fandonia. La Svizzera naturalizza oltre 40mila persone all’anno. In Germania invece nel 2014 hanno ottenuto la cittadinanza tedesca poco più di centomila persone. Poiché la Germania ha 80 milioni di abitanti e la Svizzera 8, le proporzioni sono presto fatte. In Svizzera si naturalizza quattro volte di più che in Germania.

Il volantino in arabo

A dimostrazione che il tema delle naturalizzazioni agevolate per la terza generazione riguarda anche tanti stranieri non integrati, il fatto che i kompagni del P$$ hanno sentito la necessità di realizzare un volantino sul tema in ARABO. Quindi nella terza generazione, quella che secondo la partitocrazia spalancatrice di frontiere sarebbe integrata per definizione, c’è gente che non conosce nemmeno una lingua nazionale.

Politici islamici?

C’è un’altra cosa da ricordare. Nei mesi scorsi nel Canton Vaud le associazioni islamiche hanno collaborato al referendum lanciato dall’estrema $inistra contro la legge cantonale che proibisce l’accattonaggio. Perché a loro dire tale  divieto sarebbe contrario al Corano. Il referendum è fallito, ma non è questo il punto. L’accaduto dimostra che le associazioni musulmane vodesi  non riconoscono le decisioni democratiche del parlamento cantonale. Vogliono sostituirle con le regole del Corano.

Rendendo sempre più facile la naturalizzazione degli stranieri di terza generazione ci troveremmo con tanti nuovi votanti, elettori ed aspiranti politici musulmani desiderosi di imporre in casa nostra le regole dell’Islam. Perché non è vero che la maggior parte dei neo-svizzeri provengono da paesi UE , quindi con culture simili alla nostra. Quasi il 40% dei naturalizzati degli ultimi 10 anni ha origine turca o balcanica. Italiani, francesi e tedeschi sono meno del 20%.

 Intenzioni evidenti

Il disegno di rottamazione del nostro Paese e della nostra identità evidente. Del resto, cos’altro ci potremmo aspettare dai kompagni del “devono entrare tutti”, quelli che vogliono addirittura rendere l’Islam religione ufficiale?

Le naturalizzazioni sono già oggi fin troppo facili. Già oggi ottengono la cittadinanza elvetica stranieri che l’integrazione nemmeno sanno dove stia di casa. Il 12 febbraio, tutti a votare NO all’ennesima svendita del passaporto rosso voluta dalla $inistra!

Lorenzo Quadri

Finti rifugiati: l’Ungheria bagna il naso a tutti

Mentre le politiche della Simonetta sono proprio l’esempio di ciò che non va fatto

Ma tu guarda questi governanti dei paesi dell’Est che tornano, tranquilli come un tre lire, ad asfaltare non solo gli svizzerotti, ma anche i membri della fallita UE.

A che proposito tornano ad asfaltare? A proposito, lo si sarà immaginato, dei finti rifugiati.

Dopo i famosi muri sul confine, l’Ungheria ha annunciato che ripristinerà la custodia cautelare per i migranti economici. I quali dunque, durante la procedura, non si potranno muovere liberamente. La misura, ha detto il premier Viktor Orban, va contro le norme internazionali, precedentemente accettate anche dall’Ungheria; “ma la applicheremo lo stesso”. Ohibò.

Se si pensa che alle nostre latitudini,  all’indomani dei fatti di Colonia, la proposta di limitare la libertà di movimento, durante le notti del fine settimana, dei finti rifugiati ospiti dei centri d’accoglienza (tutti giovanotti con lo smartphone che non scappano da alcuna guerra) per evitare che molestassero sessualmente le donne, ha fatto strillare come aquile i politikamente korretti, ci accorgiamo che la differenza è abissale.

Un rischio per la sicurezza

“I migranti – ha aggiunto Orban – rappresentano un rischio per la cultura e la sicurezza degli ungheresi e una minaccia sul fronte del terrorismo: per questo motivo, l’Ungheria deve sorvegliare ancora di più i suoi confini”.

Parole di una semplicità, ma anche di una veridicità disarmante. Mai i milioni di finti rifugiati musulmani che si stanno riversando in Europa potranno essere integrati; e del resto i diretti interessati nemmeno si sognano di integrarsi. Le conseguenze saranno quelle citate da Orban.

Il quale non è peraltro l’unico a  dire le cose senza tanti giri di parole, impipandosene delle censure isteriche degli spalancatori di frontiere. Anche il suo omologo della Repubblica ceca, il socialdemocratico (!) Sobotka, ha detto in faccia all’ Anghela Merkel che il suo paese non aderirà a nessun piano UE di ridistribuzione dei finti rifugiati. Non solo, ma Praga – dove di migranti non se ne vede nemmeno uno – impedirà anche che si formi una presenza islamica numericamente rilevante nel Paese.

Da noi invece i kompagni del P$$, ovvero il partito della ministra competente per l’asilo Simonetta Sommagura, esigono di  “far entrare tutti”. Addirittura pretendono di promuovere l’islam a religione ufficiale.

“Dare l’esempio”

“I politici europei incoraggiano la migrazione con la politica dell’accoglienza”, ha detto ancora Orban. Ed anche questa volta, per nostra disgrazia, la kompagna Sommaruga costituisce un plateale esempio in tal senso. Va in Italia a dire che la Svizzera si farà carico di sempre più finti rifugiati senza essere affatto obbligata, ma solo “per dare l’esempio”. Dopo aver fatto passare l’avvocato gratis (ossia pagato dal contribuente) per i migranti economici e le espropriazioni facili per costruire nuovi centri asilanti senza dover chiedere niente a nessuno, la kompagna Simonetta vorrebbe ora “conferire maggiori garanzie” alle ammissioni provvisorie dei sedicenti rifugiati: il che significa renderle definitive.

Il risultato di simili politiche è che la spesa per l’asilo esplode senza alcun controllo. Si pensi solo che nel giro di 8 anni, dal 2006 al 2014, il numero degli eritrei in assistenza presenti in Svizzera è aumentato di oltre il 2200%! E senza alcun controllo (magari addirittura con l’aiuto di qualche passatore ro$$o) entrano nel nostro paese persone potenzialmente vicine all’Isis  – o che possono essere facilmente radicalizzate dalle cellule già presenti in loco grazie al catastrofico multikulti.

“Da noi – ha chiosato Orban annunciando la reintroduzione della custodia cautelare per gli asilanti – non ci saranno camion che investono chi festeggia”. In Svizzera invece ci sono tutte le ragioni per ritenere che ci saranno. Le prime avvisaglie già si sono viste a Zurigo lo scorso dicembre. E si saprà chi ringraziare.

Lorenzo Quadri

Finti rifugiati: in Ticino il 70% delle entrate clandestine

Come di consueto, il nostro Cantone è mandato allo sbaraglio perché “bisogna aprirsi”

 

Ohibò, ma chi l’avrebbe mai detto! Le entrate irregolari in Svizzera di finti rifugiati sono esplose nel 2016, toccando quota 50mila. L’anno prima, ossia nel 2015, erano poco più di 30 mila. Ma come: il caos asilo non era tutta una balla della Lega populista e razzista?

Naturalmente il Cantone più coinvolto, quello dove si è verificato il 70% dei casi – circa 34mila – è il nostro. Non ci vuole il mago Otelma per capire come mai. La rotta balcanica è chiusa o quasi a suon di muri, muretti, palizzate, ramine e controlli sistematici sul confine. I controlli doganali alle frontiere interne della Disunione europea, in crassa violazione degli accordi di Schengen, sono stati prolungati per altri tre mesi. Con la benedizione di Bruxelles.

Capito l’andazzo? Gli Stati membri UE se ne impipano di Schengen. Invece la Svizzera, grazie alla kompagna Simonetta Sommaruga, esponente del partito del “devono entrare tutti”…

Finti rifugiati

La rotta balcanica è chiusa, ma quella mediterranea è invece ben aperta. Scontato dunque che il Ticino si trovasse preso d’assalto, con le entrate illegali quasi raddoppiate tra il 2015 (anno in cui il caos asilo era già scoppiato) ed il 2016.

Preso d’assalto da finti rifugiati con lo smartphone, perché i migranti economici erano in prima linea africani; con gli eritrei a fare la parte del leone. Proprio quelli che, se ottengono di rimanere in Svizzera, poi tornano nel paese d’origine per le vacanze, perché “lì è più bello”. Quelli tra cui i casi d’assistenza sono aumentati in otto anni del 2272% (duemiladuecentosettantadue per cento).

In Spagna

A proposito: quanti clandestini sono arrivati in Spagna nel 2016? Poco più di 15mila. Traduzione:  in Spagna sono dunque entrati meno della metà dei clandestini che sono entrati in Ticino. La Spagna ha chiuso le frontiere (marittime). L’Italia no. E la Svizzera purtroppo non ha chiuso un bel niente. Malgrado nei mesi scorsi i kompagni R$I, presi dalla foga propagandistica a favore del “devono entrare tutti”, siano pure riusciti a raccontare questa balla: ossia che la Svizzera – sottointeso: razzista e xenofoba – avrebbe “chiuso le frontiere”. Disinformazione pagata col canone più caro d’Europa!

E sull’Italia…

Malgrado l’esplosione delle entrate clandestine in Svizzera in generale ed in Ticino in particolare, gli spalancatori di frontiere vorrebbero fare entrare sempre più migranti economici. L’ultima petizione in questo senso è stata consegnata nei giorni scorsi a Berna dal capogruppo dei verdi alle Camere federali Balthasar Glättli (simpatico come un cactus eccetera).

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Se non per un particolare. Nel testo della petizione si inserisce l’Italia tra i paesi “non in grado di fornire un minimo di degna ospitalità” (sic!).

Questo di fatto vuol dire che, secondo gli spalancatori di frontiere, il rinvio in Italia dei migranti economici con lo smartphone non dovrebbe più essere possibile. Sicché secondo lor$ignori noi dovremmo far entrare tutti e tenerci tutti. Mentre gli stati UE se ne impipano allegramente di Schengen. Geniale!

Qui è proprio il caso di mandare qualcuno da Trump per un corso accelerato in costruzione di muri.

Lorenzo Quadri

9 febbraio: cari uregiatti, “accà nisciuno è fesso”!

Sordido tentativo del PPD di rifarsi una verginità agli occhi dell’elettorato ticinese

Nuova “geniale” pensata degli uregiatti. I quali disperatamente tentano di rifarsi una verginità dopo aver rottamato il “maledetto voto” del 9 febbraio, assieme al tandem PLR-P$$. Tradendo, in questo modo, il 70% dei ticinesi.

La scorsa settimana, il gruppo parlamentare popolardemocratico alle camere federali ha annunciato in pompa magna di aver depositato una mozione “che incarica il Consiglio federale di avviare un monitoraggio sulle ripercussioni della legge di applicazione del 9 febbraio sull’immigrazione. Se il monitoraggio dovesse mostrare che le misure adottate hanno un impatto debole o addirittura nullo, il Consiglio federale dovrà sottoporre al Parlamento nuove misure” e blablabla.

Nei giorni scorsi ecco la seconda, surreale puntata: il neo presidente nonché capogruppo PPD in Gran Consiglio Fiorenzo Dadò strombazza che il suo partito appoggia il referendum lanciato dal kompagno Nenad Stojanovic  (patrizio di Gandria) contro il compromesso-ciofeca che rottama il 9 febbraio. Poi corregge il tiro (chi è il geniale suggeritore?): non lo appoggia più, ma intende scopiazzarlo (avanti con la Xerox!) nella forma del referendum cantonale (uella), che proporrà al Gran Consiglio. Ohibò, le prese per i fondelli si moltiplicano. Vabbè che carnevale si avvicina…

Non siamo mica scemi

Forse ai signori uregiatti bisognerebbe ricordare che i ticinesi “non sono mica scemi”.

Chiariamo alcune cosette.

  • Il PPD ha sempre combattuto l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” (ed anche “prima i nostri”). E adesso tenta di spacciarsi per suo paladino? Ma va là…
  • Il PPD a Berna prima ha affossato, a manina con il PLR ed il P$$, le proposte di emendamenti che avrebbero reso il compromesso-ciofeca un po’ meno ciofeca: ovvero tutti quegli emendamenti che contenevano la parola “residente”. Questo nel nome del “Sa po’ mia! Bisogna calare le braghe davanti agli eurofunzionarietti”! In un secondo tempo, quando si è trattato di votare sulla lozza anticostituzionale alla quale hanno dato il proprio fattivo contributo, ecco gli azzurri alle prese con la prima piroetta. Però, invece di ammettere che il cosiddetto compromesso prende a schiaffi la volontà popolare e quindi di respingerlo, cosa ti vanno a combinare? In Consiglio nazionale si astengono! PLR e P$$ stuprano la Costituzione e gli uregiatti, invece di intervenire, guardano dall’altra parte. Per la serie: io non c’ero, e se c’ero dormivo!
  • Poiché l’andamento delle votazioni a Berna – soprattutto sui temi più sensibili – è facilmente prevedibile anche senza bisogno del mago Otelma, il PPD sapeva benissimo, perché bastava prendere in mano il pallottoliere, che se invece di astenersi avesse votato contro, il compromesso-ciofeca sarebbe stato bocciato in Consiglio nazionale. E proprio per questo ha scelto l’astensione. Con perfetta cognizione di causa.
  • Come già detto, un referendum contro il compromesso-ciofeca non serve a niente. Cancellare una legge che non ha alcun effetto per sostituirla con il nulla, equivale a lasciare le cose esattamente come stanno ora. L’intero esercizio è un semplice fumogeno. La sostituzione di uno zero con un altro zero.
  • Il PPD appoggia e scopiazza lo spalancatore di frontiere Stojanovic. Ma davvero qualcuno crede che il citato kompagno miri ad ottenere il rispetto della volontà del popolo becero, che chiede di contingentare l’immigrazione e di introdurre la preferenza indigena? Come diceva Totò: “Accà nisciuno è fesso”. O forse qualche PPD lo è?
  • Il referendum cantonale che il PPD vorrebbe lanciare (?) è solo una grossolana operazione di marketing elettorale. Un sordido tentativo di rifarsi una verginità di fronte agli elettori ticinesi, dopo averli traditi senza remore. E come tale va smascherato. E poi gli spregevoli populisti sarebbero gli altri?
  • Visto che l’unico modo per ottenere il rispetto della volontà dei cittadini che chiedono di controllare l’immigrazione è l’iniziativa per disdire la libera circolazione delle persone, ci aspettiamo il fattivo sostegno del PPD nella raccolta firme per tale iniziativa. Vero presidente Dadò?

 

Lorenzo Quadri