Valichi secondari: “sperimentare” la chiusura non basta!

La mozione della CN leghista Pantani deve essere applicata in forma integrale

 

Novazzano paese, Pedrinate e Ponte Cremenaga: questi i tre valichi secondari che verranno chiusi di notte, tra le 22 e le 5, a titolo di prova. Ciò in applicazione della mozione della consigliera nazionale leghista Roberta Pantani, approvata dal parlamento federale oltre due anni fa. Malgrado questo, la sua concretizzazione è stata procrastinata con le scuse più inverosimili. I camerieri dell’UE in Consiglio federale temono forse di irritare i vicini a Sud? E si sa che non vale mica la pena andare a cercar rogne per difendere il Ticino…

Qualcosa si muove

Adesso finalmente qualcosa comincia a muoversi con l’esperimento sui tre valichi. Ma è chiaro che deve essere solo un primo passettino sulla via dell’applicazione integrale della mozione Pantani. In tempi brevi si deve giungere alla chiusura notturna di tutti i valichi secondari con il Belpaese. Non solo di tre. In questo senso, c’è ben poco da sperimentare: c’è solo da fare quel che è stato deciso.  Sicché le sperimentazioni insospettiscono. Non ci vuole una fantasia particolarmente perversa per immaginare che, come si sono inventate fregnacce per fare melina per due anni, allo stesso modo si potrebbero partorire fetecchiate a sostegno della tesi (preconcetta) che l’esperimento non ha funzionato. E che quindi chiudere i valichi secondari di notte “sa po’ mia”. In questo senso, mandiamo a Berna un bell’Achtung!

Italici mugugni?

Dalle regioni italiane della fascia di confine qualcuno ha già mugugnato in vista della “sperimentazione”. Ohibò: centinaia di migliaia di abitanti di quelle aree (frontalieri e padroncini) possono mettere la pagnotta sul tavolo grazie al Ticino (e alla devastante libera circolazione delle persone). Per non parlare dei comuni che campano con i ristorni. Però i signori politicanti d’oltreramina pensano di poterci schiacciare gli ordini. Possibile che nessuno li rimetta al loro posto? E non solo a parole, ma magari con qualcosa di un po’ più incisivo (ad esempio blocco dei ristorni)?

No ai sabotaggi

Bene dunque che finalmente si cominci a chiudere tre valichi di notte. Ma non è tollerabile che la “sperimentazione” si traduca nell’ennesimo pretesto per temporeggiare, fare melina o sabotare decisioni non in linea con la catastrofica politica delle frontiere spalancate. La chiusura notturna va estesa in tempi brevi anche agli altri valichi secondari (anzi, fosse per noi bisognerebbe chiuderli anche di giorno). La vicina Penisola non ha alcuna voce in capitolo. Tanto più che la misura si rende necessaria per contrastare criminali che arrivano proprio dall’Italia: attraversano in macchina le dogane incustodite, mettono a segno il colpo – in genere ai danni di un distributore di benzina – e poi si dileguano passando da dove sono venuti. E non ci si venga a raccontare la barzelletta che la chiusura non serve perché c’è la frontiera verde. La frontiera verde non si attraversa in macchina! E i frontalieri della rapina hanno bisogno di scappare in fretta, non possono certo allontanarsi a piedi.

Lorenzo Quadri

 

Salviamo almeno il segreto bancario degli svizzeri

Dopo la vergognosa calata di braghe su uno dei motori della nostra economia

La prossima settimana il Consiglio nazionale dibatterà sull’iniziativa “Sì alla protezione sfera privata”. L’iniziativa, riuscita nel 2014 con oltre 117 mila firme, chiede di inserire nella Costituzione la tutela del segreto bancario almeno per i residenti in Svizzera, tramite modifica dell’articolo 13 (protezione della sfera privata).

“Grazie” a Widmer Schlumpf

Grazie all’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf – una marionetta della $inistra spalancatrice di frontiere – la Svizzera, attaccata a livello internazionale per il segreto bancario, ha calato immediatamente le braghe, cedendo su tutta la linea e senza ottenere nulla, o ben poco, in cambio. La maggioranza parlamentare naturalmente ha seguito, gettando scriteriatamente a mare uno dei motori economici del paese. Al punto che ancora in questa sessione parlamentare si voteranno accordi sullo scambio di informazioni bancarie con stati campioni di corruzione come il Brasile. Perché sicuramente ci sono tanti svizzeri che hanno dei conti in banca in Brasile, nevvero? Di certo l’erario elvetico incasserà milioni da questo accordo, come no…

Gli altri non si adeguano

Intanto, come sappiamo, mentre gli svizzerotti sono corsi ad adeguarsi alle nuove pretese in materia di scambi di informazioni bancarie, altri si sono ben guardati dal farlo. A partire dagli accusatori del nostro paese. Addirittura ci sono piazze finanziarie USA che, con incredibile faccia di tolla, si pubblicizzano come “la nuova Svizzera”. La quale ha raschiato il fondo del barile accettando, sempre grazie all’ex ministra del 5%, il Diktat Fatca, con cui gli Stati Uniti sono venuti a dettar legge in casa nostra.

In tempo di record si è così distrutto un sistema che garantiva benessere al paese e a decine di migliaia di famiglie svizzere. E senza alcuna contropartita. Le conseguenze saranno pesantissime anche per il Ticino, in termini di occupazione, di potere d’acquisto, di gettito fiscale.

Il prossimo passo

Spazzato via il segreto bancario per i clienti esteri della piazza finanziaria, il prossimo passo è quello di cancellarlo anche per i residenti. Si ricorderà che Widmer Schlumpf aveva assicurato che il segreto bancario “degli svizzeri” non era in discussione. Poi, nel giro di poche settimane, ha portato in Consiglio federale un progetto per cancellarlo. Ma, almeno in quell’occasione, una maggioranza di colleghi ha avuto il buonsenso di asfaltarla. L’accaduto fa comunque ulteriore chiarezza sul personaggio che il duo P$-PPDog ha messo abusivamente in Consiglio federale per 8 anni di disastri che non potranno mai essere riparati.

Decretare l’altolà

E’ ovvio che i tentativi di smantellare il segreto bancario per gli svizzeri, anche sotto la pressione dei Cantoni, continueranno. Perché, secondo il “nuovo corso” internazional-$inistrorso il risparmiatore (come l’automobilista) è un delinquente. Il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato, uno dei cardini della Svizzera, deve dunque essere spazzato via e sostituito da una criminalizzazione in stile fallita UE. Bisogna “aprirsi”, “adeguarsi”, diventare uguali a tutti gli altri!

E’ quindi necessario decretare subito l’altolà ai rottamatori delle specificità svizzere, inserendo quel che resta della protezione della sfera privata finanziaria nella Costituzione.

La privacy

A battersi contro la tutela della privacy finanziaria è la $inistra. Il che di per sé non sarebbe strano, dal momento che i kompagni hanno sempre voluto la fine del segreto bancario, e dei posti di lavoro ad esso legati (però ci sono parlamentari P$$ che si sono fatti eleggere con i voti degli impiegati di banca, spacciandosi per loro sindacalisti). Non fosse che però, per contrastare la nuova legge sui sistemi informativi – quella che serve a dotare l’intelligence svizzera degli strumenti necessari a combattere il terrorismo islamico – la $inistra è pure riuscita a tirare in ballo la tutela della privacy. Sicché, secondo i kompagnuzzi, i risparmiatori svizzeri non hanno diritto alla privacy, ma i sospetti terroristi islamici sì.

Figura marrone

E, anche a proposito di tutela del segreto bancario per i residenti, il Consiglio federale si produce nell’ennesima figura di palta. Infatti, respinge l’iniziativa “Sì alla protezione della sfera privata” senza nemmeno un controprogetto. Perché l’iniziativa potrebbe configurare un ostacolo a livello di rapporti internazionali. I camerieri dell’UE non si fanno ormai alcuno scrupolo nello svendere il paese. Però il controprogetto alla vergognosa iniziativa del “vicolo cieco”, quella che vuole cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio, i sette scienziati l’hanno partorito. Invece di respingerla seccamente al mittente come la schifezza che è. Il controprogetto diretto, che riprende il nucleo della richiesta dell’iniziativa (informazioni bancarie sono possibili solo se c’è un fondato sospetto di frode fiscale o di grave evasione) è infatti  farina del sacco del parlamento.

 Politica Xerox

Va pure ricordato che la Lega, grazie alla lungimiranza del Nano, già nel 2009 lanciò l’iniziativa per inserire il segreto bancario nella Costituzione federale, visto l’aria che tirava. Ma l’iniziativa non riuscì a raccogliere le firme necessarie alla sua riuscita, poiché i partiti nazionali che dicono di sostenere l’economia se ne impiparono. “Inserire il segreto bancario nella Costituzione non serve, è già abbastanza protetto dalla legge” sentenziava ad esempio l’allora presidente del PLR Fulvio Pelli. Abbiamo visto come è andata a finire. E adesso quegli stessi partiti – in nome della politica-Xerox – corrono ai ripari con una brutta copia della proposta della Lega.

L’iniziativa per la protezione della sfera privata è indispensabile per salvare il segreto bancario almeno per i residenti in Svizzera, e va dunque sostenuta.

Lorenzo Quadri

Lo storico voto del 9 febbraio è stato gettato nel water

La partitocrazia tradisce i cittadini. Democrazia ancora stuprata. Questa non è la Svizzera!

Perfino la kompagna Sommaruga ha ammesso che il compromesso-ciofeca viola la Costituzione

Niente di nuovo sotto il sole, non che ci fossero dei dubbi particolari al proposito. Gli ultimi dibattiti alle Camere federali sul “maledetto voto” del 9 febbraio si sono risolti con la consueta presa per i fondelli. L’élite spalancatrice di frontiere ha, di nuovo, calpestato la volontà popolare. Nessuna sorpresa, visto che l’obiettivo era uno solo, sempre lo stesso: abbassare le braghe ad altezza caviglia davanti ai funzionarietti dell’UE. Davvero squallido: mentre gli Stati membri dell’UE prendono a schiaffi Bruxelles ad ogni occasione, i camerieri bernesi dell’UE, terrorizzati da chissà quali misure di ritorsione (uhhh, che pagüüüüraaaa!) da parte di un’Europa con ormai entrambi i piedi nella fossa, capitolano senza condizioni, tradendo la volontà popolare. La sorpresa non è che i camerieri dell’UE continuino su questa strada rovinosa. La sorpresa è che la gente non sia ancora scesa in piazza con il forcone.

Solo un ventesimo…

Altro che “immigrazione uguale ricchezza”, altro che “la libera circolazione delle persone è necessaria per mettere a disposizione dell’economia svizzera la forza lavoro di cui necessita”. Dal 2007 ad oggi, solo dall’UE sono immigrate in Svizzera 750mila persone. Quasi un milione di migranti! Di questi, soltanto un quarto sono lavoratori. Gli altri tre quarti, quindi, non servono all’economia. Anzi, magari non solo non servono, ma al contrario attingono all’erario pubblico (leggi: immigrazione nello Stato sociale).

Non è finita: da un recente studio zurighese è emerso, alla faccia delle fregnacce della SECO e dell’IRE, che solo il 20% degli immigrati lavora in settori in cui c’è carenza di manodopera locale. Il restante 80%, dunque, porta via il lavoro agli svizzeri.

Morale: solo una minima parte dell’immigrazione dall’UE (un quinto di un quarto, ossia un ventesimo) è utile alla nostra economia. Quella restante, ossia la stragrande maggioranza, è nociva. Evidente dimostrazione che la libera circolazione è un fallimento totale. Altro che “balle della Lega populista e razzista”!

I punti salienti

La ciofeca uscita dal Consiglio nazionale sul 9 febbraio è una calata di braghe integrale davanti agli eurobalivi. I quali – poco ma sicuro – se la ridono a bocca larga. Chiamare una simile ciofeca “applicazione dell’articolo costituzionale 121 a” è un insulto all’intelligenza. Del resto, durante il dibattito, perfino la kompagna Simonetta Sommaruga ha ammesso che il modello voluto dalla partitocrazia, ed in particolare dal PLR, costituisce una violazione della Costituzione.

Ecco infatti i punti salienti di tale “modello”:

  • L’obbligo dei datori di lavoro di annunciare i posti vacanti agli Uffici regionali di collegamento (URC) scatterà in quelle categorie professionali in cui il tasso di disoccupazione è considerevolmente sopra alla media. Cosa vuol dire “considerevolmente sopra la media”? Lo decide il Consiglio federale. Si parla di un tasso di disoccupazione del 10-15%. Naturalmente calcolato in base ai dati farlocchi della SECO. Previsione del Mago Otelma: la soglia per far scattare la misura non verrà mai raggiunta.
  • Alle condizioni di cui sopra, il datore di lavoro deve annunciare i posti vacanti e invitare ad un colloquio i candidati proposti dagli URC da lui ritenuti idonei. L’esito va comunicato agli URC. Qui siamo oltre il ridicolo. Siamo allo scandalo. Infatti, anche i frontalieri possono iscriversi agli URC. Idem per i cittadini UE che possono venire in Svizzera per tre mesi, prolungabili a 6, alla ricerca di un impiego. Sicché l’eventuale obbligo di colloquio con gli iscritti all’URC non avvantaggia in alcun modo i residenti rispetto ai frontalieri. Altro che preferenza indigena light: qui non c’è uno straccio di preferenza indigena. Ticinesi e frontalieri sono messi esattamente sullo stesso piano. Questo va detto forte e chiaro. Ed infatti la partitocrazia cameriera dell’UE ha spazzato via le proposte di emendamento che chiedevano l’obbligo di invitare al colloquio i disoccupati residenti. Anche “quello che mena il gesso” è in grado di capire che, senza quell’aggettivo – “residenti” – non può esistere alcuna preferenza indigena. Nemmeno extralight. Quindi: volontà popolare stuprata.
  • Ultima presa in giro: i Cantoni possono proporre ulteriori misure se riscontrano importanti difficoltà economiche e sociali causate dai frontalieri. Le misure vengono decise dal Consiglio federale nel rispetto degli impegni di diritto internazionale. Previsione del Mago Otelma: a) se anche i Cantoni arrivassero a delle proposte, il Consiglio federale risponderebbe picche, perché ci sarebbero gli studi farlocchi della SECO e dell’IRE (questi ultimi realizzati da frontalieri) a dichiarare che “tout va bien, Madame la Marquise”, i problemi sono dolo “invenzioni politiche” (=balle populiste e razziste). B) se anche il Consiglio federale non chiudesse subito la porta, nella migliore delle ipotesi se ne uscirebbe con delle misure che non limitano in alcun modo la libera circolazione: ovvero, misure che non servirebbero assolutamente a nulla. E che costituirebbero, semplicemente, una presa per il lato b.

Questa non è la Svizzera

Mentre quindi Stati membri UE come la Germania e la Gran Bretagna (per ora è ancora membro) discriminano eccome i cittadini comunitari, i camerieri bernesi di Bruxelles proseguono imperterriti – e soli – con la politica della sottomissione senza condizioni. La famosa “fermezza nel cedimento”.

Il Consiglio federale fin dall’inizio ha avuto un solo obiettivo: cancellare il maledetto voto del 9 febbraio. Ed infatti, con l’osceno controprogetto alla vergognosa iniziativa del Vicolo cieco, i sette scienziati vorrebbero inserire i Bilaterali  nella Costituzione. Nientemeno!

Ossia: prima stuprano la Costituzione con compromessi ciofeca, e poi pretendono di adeguarla alla ciofeca. Questa non è democrazia, questa non è la Svizzera. Di questa casta eurocalabraghe ci possiamo solo vergognare.

Lorenzo Quadri

Islam radicale: vogliamo diventare il paese del Bengodi?

In Germania indagata la moderatrice televisiva di ARD che ha invitato Nora Illi

Notizie interessanti arrivano dalla Germania. La conduttrice dell’emittente pubblica ARD che ha invitato Nora Illi ad una trasmissione televisiva è stata messa in stato d’accusa dalla Procura di Amburgo proprio a seguito di tale invito.

Illi, lo ricordiamo, è la donna in burqa valletta del sedicente imprenditore algerino Rachid Nekkaz. Quello che arriva in Ticino ad incitare alla violazione della legge antiburqa (però il capodicastero polizia PLR di Locarno lo accoglie come “un intellettuale che merita di essere ascoltato”, mentre il consiglio federale rifiuta ostinatamente di dichiararlo persona non grata in Svizzera).

“Non ci presenteremo”

Illi è anche la responsabile per le questioni femminili (?) del sedicente Consiglio centrale islamico svizzero (CCIS) presieduto da Nicolas Blancho. Il marito della Illi, Qasaam, ne è il responsabile della comunicazione. I vertici del CCIS sono stati messi sotto inchiesta dal Ministero pubblico della Confederazione per propaganda a sostegno di associazioni terroristiche. E il duo Blancho – Illi (marito) a dimostrazione del loro rispetto per le leggi svizzere, si sono affrettati a dichiarare che non si presenteranno ad un eventuale processo a loro carico: “non ci faremo mettere un sacco in testa e trascinare in aula” hanno affermato i due simpatici individui. Evidentemente questi signori il sacco in testa lo vogliono mettere solo alle donne sottoforma di burqa e niqab.

Chi ha dato visibilità?

La messa in stato d’accusa da parte della procura di Amburgo della conduttrice dell’emittente ARD Anne Will, questo il nome della donna, avviene perché quest’ultima ha dato spazio alla Illi e alle sue farneticanti dichiarazioni come esponente del CCIS. E allora una domandina “nasce spontanea”: chi ha dato, per prima, visibilità e legittimità a Blancho e compagnia brutta? Risposta: la SSR che non ha mancato di invitarli a varie trasmissioni come la seguitissima (in Svizzera tedesca) Arena. Complimenti, è sicuramente per questo tipo di “servizio pubblico” che si paga il canone più caro d’Europa, nevvero? In nome del multikulti l’emittente pubblica dà spazio all’Islam radicale. E, così facendo, lo sdogana. Perché la TV di Stato ha sempre il crisma dello Stato.

Sa pò mia?

La procedura penale avviata a carico della giornalista tedesca dovrebbe dunque far riflettere anche alle nostre latitudini. Ad esempio: adesso che la sua complice in niqab ed il di lei gradevole maritino sono indagati come fiancheggiatori della Jihad, non ritiene il Consiglio federale che ci siano elementi più che sufficienti per dichiarare finalmente l’algerino Nekkaz persona non grata in Svizzera? Ed è normale che un municipale PLR accolga costui, accompagnato da (presunti) fiancheggiatori dell’Isis, come “un intellettuale che merita di essere ascoltato”? E cosa pensare del fatto che, mentre la Germania ha messo al bando l’associazione islamica “La vera religione” poiché essa sostiene i terroristi islamici, alle nostre latitudini ci si viene a dire che prendere una misura analoga “sa po’ mia” perché non ci sarebbero le basi legali?

Attenzione perché qui, a furia di dimostrare aperture, disponibilità, buonismo-coglionismo, stiamo diventando il paese del bengodi per gli estremisti islamici. Tanto più che c’è pure chi, leggi i kompagni, vorrebbe rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera. E’ evidente che urge cambiare atteggiamento. E gli argomenti per farlo non mancano di certo. Occorre dunque darsi da fare affinché questi argomenti vengono anche colti. Ma subito.

Lorenzo Quadri

Gli svizzerotti devono per forza “dare l’esempio”?

Migranti economici: in Germania tornano alla ribalta i tetti massimi. Da noi invece…

 

L’Anghela Merkel, ormai è chiaro anche al Gigi di Viganello, è una delle principali responsabili del caos asilo. Quello che ha portato all’invasione dell’Europa da parte di milioni di migranti economici con lo smartphone, tutti giovanotti che non scappano da alcuna guerra e che mai si integreranno nel nostro continente, dove  già stanno causando gravi problemi di ordine pubblico, e ne causeranno sempre di più. Vedi i fatti di  Colonia e non solo: in Germania sta giustamente tenendo banco  lo stupro e l’omicidio di una ragazza a Friburgo in Bresgovia ad opera di un finto rifugiato e finto minorenne. Perché, nel caso qualche buonista-coglionista spalancatore di frontiere non se ne fosse ancora accorto,  l’invasione di migranti economici (quanti tra loro sono miliziani dell’Isis?) è un pericolo in particolare per le donne. Ci sono infatti paesi UE che hanno detto chiaro e tondo di non volere asilanti islamici.

L’ala bavarese

Il partito dell’Anghela Merkel è la CDU. E, nella sua ala bavarese, a qualcuno sta diventando fredda la camicia davanti all’avanzata dei “populisti e razzisti” dell’AfD. Infatti al congresso tenutosi negli scorsi giorni la destra bavarese della CDU ha chiesto l’introduzione di un tetto massimo di 200mila migranti all’anno. I conti sono presto fatti. Se si pensa che grossomodo la Germania ha dieci volte gli abitanti della Svizzera, ne consegue che per noi il tetto massimo “à la CDU” sarebbe di 20mila asilanti all’anno. Adesso ne arrivano circa il doppio. Se una tale proposta fosse stata avanzata dalla Lega o dall’Udc, la partitocrazia si sarebbe messa a strillare. Compreso il PPD, ossia l’equivalente della CDU. In Germania invece…

Regali all’Italia

Da notare che  la scorsa settimana la kompagna Simonetta Sommaruga a Thun al congresso del P$$ ha dichiarato, tranquilla come un tre lire, che ci vuole “più solidarietà” per i migranti e per i paesi esteri.

E’ chiaro che, nel caso concreto, più solidarietà vuol dire più soldi del contribuente – e già per asilanti ed aiuti all’estero si spendono miliardi – nonché frontiere sempre più aperte, perché “devono entrare tutti”.

La dichiarazione della kompagna Sommaruga non è che la ratifica a posteriori di quanto la signora ha già fatto: ossia andare ad offrire, non si sa autorizzata da chi, ulteriore sostegno alla vicina Penisola. Più sostegno vuol dire che la Svizzera si farà carico di sempre più migranti, “su base volontaria, per dare l’esempio”. Domandina facile-facile: quanti asilanti ospita a casa propria la Consigliera federale $ocialista “su base volontaria e per dare l’esempio”?

In Spagna cifre irrisorie

Intanto che la Svizzera si appresta a togliere castagne migratorie dal fuoco al Belpaese facendo entrare sempre più finti rifugiati – e per tutto ringraziamento il sindaco di Lavena – Ponte Tresa ci tratta da delinquenti e sbrocca contro il Ticino – nei giorni sul portale Tio si poteva leggere il seguente passaggio relativo alla Spagna. “Nel 2016, stando a fonti dell’OIM, sono stati 18.000 i migranti (sic!) che sono riusciti ad entrare in territorio spagnolo. Numeri molto contenuti rispetto all’Italia e ad altri paesi europei affacciati sul Mediterraneo. Ciò succede anche perché, sulla rotta marittima spagnola, la marina riporta in Africa i migranti che vogliono raggiungere lo Stato iberico”. Invece il Bel Paese (e l’UE) non chiudono la rotta mediterranea, e la Penisola gli asilanti li va a prendere. Poi arriva la ministra bernese di turno a promettere “più sostegno” ai vicini a sud (e chi non ci sta è un becero razzista) nel gestire l’emergenza permanente. Perché gli svizzerotti devono “dare l’esempio”, ottenendo poi di farsi mettere i piedi in testa da tutti: forse bisogna “dare l’esempio” anche in questo.

Perché Sommaruga non dà l’esempio nel sostenere la volontà popolare, vedi 9 febbraio? Lì invece…

Lorenzo Quadri

 

Gli aiuti allo sviluppo non frenano il caos asilo

Ma la politica svizzera non l’ha ancora capito (o finge di non capire)

 

A Berna si torna a parlare dell’arrivo spropositato in Svizzera di finti rifugiati eritrei. E naturalmente si pensa subito di intervenire tramite saccheggio delle tasche del contribuente. La Confederazione intende infatti verificare se ci siano le basi per rilanciare dei programmi di aiuti allo sviluppo all’Eritrea.  Aiuti che sarebbero mirati, secondo il Consiglio federale, alla realizzazione di progetti pilota volti a migliorare le prospettive nel Paese per i giovani.

I finti rifugiati eritrei, infatti, sono tutti giovani uomini soli (altro che famiglie) che non scappano da alcuna guerra.

Sperperando in Eritrea i soldi del contribuente, i grandi statisti bernesi si immaginano che meno migranti economici partiranno da quel paese alla volta della Svizzera. Ed infatti gli eritrei sono la nazionalità  più rappresentata tra i clandestini che varcano i nostri confini (altro che siriani).

Bidone politikamente korretto

Riprendere il versamento di aiuti allo sviluppo pensando di poter in questo modo frenare l’invasione di finti rifugiati suona molto politikamente korretto. Ma si tratta di un bidone.

In effetti l’attuale caos asilo si verifica malgrado negli ultimi 50 anni a livello globale siano stati versati aiuti allo sviluppo per qualcosa come 5000 miliardi di dollari. Ciò significa che, sul fronte dell’asilo, queste somme stratosferiche non sono servite assolutamente ad un tubo.

Non c’è rapporto

Come riporta la Basler Zeitung in un recente articolo, studi effettuati su 239 paesi in via di sviluppo hanno dimostrato che non c’è alcun rapporto tra i sussidi piovuti dall’estero e la crescita economica. Gli aiuti in questione vanno ad alimentare una burocrazia inefficiente e corrotta, senza stimolare l’iniziativa individuale. Ancora meno, dunque, permettono di prevenire le ondate di immigrazione clandestina verso l’Europa convincendo gli aspiranti asilanti a non lasciare il loro paese.

Ulteriore spreco

Pensare quindi che tornando a spedire milioni ad Asmara si avranno meno migranti economici eritrei, è semplicemente un’illusione. Con una simile operazione si otterrebbe un unico risultato: l’ulteriore spreco di soldi pubblici, e questo proprio quando la spesa per l’asilo è andata completamente fuori controllo (grazie, spalancatori di frontiere!).

E’ inoltre opportuno ricordare che il consigliere del presidente eritreo, in visita in Svizzera, ha dichiarato che i suoi connazionali che vengono da noi a fare i finti rifugiati sono giovani ben formati, su cui lo Stato ha investito, e che in Eritrea le opportunità di lavoro ci sono. Quindi non c’è alcun motivo per spedire milioni del contribuente in aiuti che sono perfettamente inutili dal profilo migratorio e che non sono neppure richiesti. Certamente bisogna far sì che i finti rifugiati eritrei rientrino in patria – del resto abbiamo visto che quelli che rimangono da noi vanno tutti in assistenza, e nümm a pagum –; ma che questo debba avvenire tramite l’ennesimo saccheggio, diretto o indiretto, delle tasche degli svizzerotti, è l’ennesima fanfaluca.

La priorità

La nostra priorità deve semmai essere quella di potenziare i controlli sul confine e renderci meno attrattivi per i migranti economici (altro che avvocati gratis e nuovi centri d’accoglienza). Troppi asilanti arrivano in Europa imbevuti di illusioni e pretese. Spesso e volentieri, come ben sanno nel Belpaese, la prima richiesta dei giovanotti con lo smartphone è quella di vestiti firmati e scarpe di marca, e se non ottengono quello che vogliono strillano al razzismo.

Burkhaltèèèr persevera

Ancora in un recente incontro con il ministro degli esteri malese il Consigliere federale PLR Didier Burkhaltèèèèr (quello che vuole la ripresa automatica del diritto UE in Svizzera) ha sottolineato l’importanza di continuare a sussidiare il Mali anche in prospettiva delle ondate migratorie. La politica continua dunque a vendere la fola che esista un nesso tra aiuti allo sviluppo sempre più pompati e la  limitazione delle migrazioni di popoli dall’Africa verso l’Europa. Ma questo nesso non esiste affatto. A testimoniarlo non c’è solo l’evidenza della realtà ma anche apposite indagini.  Semplicemente, il caos asilo viene usato come pretesto per mandare sempre più soldi all’estero; perché non sia mai che la Svizzera non faccia la propria parte in queste operazioni, e poi in patria si fa tirare la cinghia agli svizzerotti con la scusa che non ci sono soldi.

Le mucche da mungere

In questi giorni si parla molto delle ex regie federali, leggi la Posta, che fanno centinaia di migliaia di utili ogni anno, eppure smantellano il servizio pubblico e tagliano impieghi, per aumentare sempre più la propria redditività. Chi ci guadagna da questa redditività conseguita sulla pelle della gente? Chi ha un interesse immediato a che si prosegua su questa strada? La proprietaria dell’azienda, ovvero la Confederazione. Infatti in questo modo si trova  a disposizione centinaia di milioni da impiegare per i finti rifugiati e per gli aiuti all’estero.

Lorenzo Quadri

La Germania insiste: “avete le frontiere a colabrodo”

Berlino vuole potenziare ulteriormente i controlli sul confine sulla Svizzera

Ma guarda un po’! La kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, assieme agli spalancatori di frontiere, vorrebbe farci credere che non c’è più un’emergenza asilo. L’è tüt a posct! Non solo: la kompagna Simonetta è corsa a Roma ad offrire – naturalmente di propria iniziativa – l’aiuto della Svizzera alla vicina Penisola. Grazie alla ministra d’(in)giustizia, dunque, gli svizzerotti dovranno prendersi ancora più finti rifugiati nell’ambito dei programmi di ricollocamento dell’UE. Quei programmi ai quali non saremmo neppure tenuti ad aderire. Però vi aderiamo lo stesso. Volontariamente. Per “dare l’esempio”. Quando si è tamburi… Intanto i vicini a sud se la ridono a bocca larga.

Cosa succede, invece, a nord? Succede che la Germania vuole ancora più controlli al confine con la Svizzera. Perché gli svizzerotti fanno passare troppi finti rifugiati. Al proposito il TagesAnzeiger (che di certo non è un giornale di destra) ha pubblicato un interessante articolo nei giorni scorsi.

Cosa avremmo dovuto fare?

Già  nel corso dell’estate gli amici tedeschi avevano rinfacciato al nostro paese di avere le frontiere a colabrodo. Di conseguenza, avevano potenziato massicciamente la sorveglianza sui nostri confini. Ma qual era il problema? La Germania ha dichiarato che nei mesi estivi le entrate clandestine dalla Svizzera sono state 1000 al mese. Qui ci scappa leggermente da ridere, perché solo nelle prime due settimane di agosto in Ticino sono entrati illegalmente dal Belpaese oltre 3000 finti rifugiati. Se in Germania, confrontati con un flusso sei volte inferiore, si potenziano massicciamente i controlli sul confine elvetico, cosa avrebbe dovuto fare la Svizzera alla frontiera con l’Italia? La risposta è facile: costruire un MURO.

Le pretese

Ma guarda che strane coincidenze: a noi vengono a dire che non c’è alcun caos asilo, che sono tutte balle populiste e razziste. In Germania invece, malgrado le misure già prese in estate, vogliono potenziare ancora di più i controlli sui nostri confini, perché passerebbero troppi clandestini. Nei confronti di Berna i tedeschi avanzano pure delle pretese concrete.

Prima pretesa: come noto, la metà dei migranti economici con lo smartphone che raggiunge la Svizzera, poi sparisce nel nulla. A dimostrazione che si tratta di finti rifugiati. Dei veri perseguitati che arrivano nel nostro paese non avrebbero alcun motivo per darsi alla macchia. Cosa facciano questi asilanti che scompaiono è, per ovvi motivi, un mistero. Parecchi di loro si dirigono a nord. E allora, ecco che arriva il diktat teutonico agli svizzeri: mettere i migranti economici in centri d’accoglienza “meno vicini” al confine tedesco, di modo che non possano varcarlo così facilmente. Il che magari significa tenerli in Ticino, tanto per essere sicuri? Così il (quasi) 50% dei finti rifugiati che spariscono rimarranno in questo sempre meno ridente Cantoni, magari dedicandosi alla micro o macro criminalità?

Seconda pretesa: la Svizzera si impegni di più sul confine nord (per impedire ai finti rifugiati di passare in Germania). Poiché la coperta è corta, concentrarsi sulle frontiere settentrionali vuol dire spostarvi delle risorse a scapito delle frontiere a sud. Traduzione: per fare contenti i tedeschi bisognerebbe dunque lasciare sguarnita la porta meridionale facendo entrare sempre più clandestini, che in prima linea sarà proprio il Ticino a smazzarsi.

Pronta ad accettare?

Visto che la kompagna Sommaruga è subito corsa a promettere all’Italia l’aiuto della Svizzera (chi l’ha autorizzata a compiere questo passo? I cittadini no di certo), non è fantascientifico immaginare che sia più che pronta ad aderire anche alle richieste della Germania potenziando i controlli in uscita da Nord a scapito di quelli in entrata da Sud. E chi saranno i primi ad andarci di mezzo? Forse i soliti ticinesi? Ma tanto, si sarà detta la Simonetta, sono dei beceri razzisti che votano il 9 febbraio e prima i nostri, quindi chissenefrega…

Lorenzo Quadri

Le FFS tagliano, ma riceveranno una paccata di soldi in più

Misure di risparmio ai danni del territorio, dell’occupazione e dell’economia locale

Le ex regie federali, come si è notato, negli ultimi tempi ne stanno facendo peggio di Bertoldo. Da Swisscom alla Posta passando per le FFS, è tutto un fiorire di tagli e di penalizzazioni. Sappiamo ad esempio che la Posta prevede di chiudere 600  uffici da qui al 2020, con conseguenze occupazionali pesanti, licenziamenti inclusi (inizialmente negati, poi ammessi) perché “tanto ci sono le app per i telefonini”.

Evidentemente i manager postali non trovano abbastanza trendy gestire un’azienda che spedisce lettere e pacchi e permette alla gente di fare i pagamenti. Sicché preferiscono autoerotizzarsi cerebralmente con le app per telefonino, con l’online e con le nuove tecnologie. Idem la Swisscom, che vuole di fatto obbligare la gente a pagare le sue bollette online, con i rischi che questo comporta. Non solo dal punto di vista della sicurezza della trasferta di soldi, ma anche di quella della privacy. Nella migliore delle ipotesi i dati raccolti tramite i pagamenti online vengono utilizzati per infesciare gli indirizzi email degli utenti di messaggi pubblicitari. Nella peggiore, per scopi assai più loschi.

Alcune “perle”

Le FFS si bullano con i nuovi orari dei treni in vigore dal prossimo 12 dicembre, conseguenza dell’apertura del tunnel di base AlpTransit. Intanto però preparano rincari dei biglietti e tramano lo smantellamento delle Officine FFS di Bellinzona. Inoltre le FFS hanno snobbato la pietra ticinese e hanno rivestito la nuova stazione di Bellinzona con travertino romano. Il marmo d’oltreramina non solo comporta elevati costi di manutenzione, ma quando è bagnato si trasforma in una pista di pattinaggio. Senza dimenticare le “prodezze” messe a segno dall’azienda in quel di Lugano. A seguito degli affitti spropositati pretesi da FFS immobili, non si è potuto realizzare un posto di polizia al pian terreno della stazione (ciò che sarebbe stato decisamente più opportuno che insediarlo ai piani superiori). Inoltre, per ottenere dei ripari fonici con un minimo di decenza urbanistica lungo i binari che attraversano la città, il contribuente luganese dovrà mettere mano al borsello, scucendo mezzo milione di franchetti.

Senza dimenticare che sulla tratta del Gottardo si moltiplicano i “contrattempi” ed i ritardi. E, tanto per mettere la ciliegina sulla torta (a conferma del detto tedesco spesso utilizzato sotto le cupole federali: “il diavolo si nasconde nei dettagli”) le Ferrovie sono riuscite a cancellare – sempre solo sulla linea del Gottardo – pure il servizio minibar.

Malloppone in arrivo

Intanto che le FFS tagliano e peggiorano servizi, snobbando l’economia e la realtà locale, si portano a casa una barcata di soldi pubblici in più. Di questo, però, si parla poco. Infatti, mentre sulle questioni secondarie scorrono i proverbiali fiumi d’inchiostro, le spese miliardarie passano inosservate. Ed infatti durante la sessione invernale attualmente in corso, il consiglio nazionale voterà il finanziamento dell’infrastruttura ferroviaria della Confederazione, alimentato per la prima volta dal fondo FIF, per il periodo 2017-2020. Il finanziamento prevede la bella sommetta di 13,2 miliardi di Fr.  Di questi, 7.6 miliardi sono destinati alla convenzione sulle prestazioni 2017-2020 con le FFS, mentre 4.9 alle convenzioni con le ferrovie private (il restante è destinato agli imprevisti). Il Consiglio degli Stati ha già approvato il pacchettone in settembre. Il Nazionale farà lo stesso nelle prossime setttimane. Nella sua Commissione, infatti, non ci sono state opposizioni alla proposta, la quale è stata approvata con  16 voti favorevoli e 9 astenuti. Sicché il malloppone passerà come una lettera alla Posta (quella di un po’ di anni fa). Il credito contiene forse dei tagli rispetto al passato, ciò che spiegherebbe le misure di cinghia tirata prese dai balivi su rotaia anche ai danni del Ticino? Qui arriva il bello, perché è proprio il contrario: infatti grazie al nuovo piano di finanziamento, le Ferrovie otterranno 700 milioni di Fr all’anno in più rispetto al periodo precedente. Quindi più soldi per investire, per gestire, per giochicchiare. Ma intanto le FFS penalizzano il territorio, l’occupazione e – naturalmente – l’utenza. E queste sono le ex regie federali! Poi ci si lamenta dell’economia privata?

Lorenzo Quadri

Vogliamo farci spennare anche dai costi dell’elettricità?

No alla nuove legge sull’energia e no all’iniziativa “Per l’abbandono del nucleare” 

Il referendum contro la rovinosa “strategia energetica 2050” è in fase di raccolta firme, mentre c’è tempo fino a mezzogiorno per votare No allo spegnimento improvvisato ed inconsulto, dettato da motivi ideologici, delle centrali atomiche svizzere

Si torna a parlare di approvvigionamento energetico: un tema che, ovviamente, concerne tutti. Oggi è infatti scontato che quando si schiaccia l’interruttore, si accende la luce. Ma un domani potrebbe anche esserlo meno.

Cedendo ai ricatti ro$$overdi, la maggioranza politikamente korretta ha deciso di spegnere le centrali nucleari.  In Svizzera ci sono cinque centrali atomiche: Beznau 1 e 2, Mühleberg, Gösgen, Leibstadt. Esse producono il 40%, quindi quasi la metà, dell’elettricità svizzera. La decisione di abbandonare il nucleare è stata presa a seguito del “disastro di Fukushima” che avvenne nel giugno 2011. E, ma tu guarda i casi della vita, in ottobre dello stesso anno c’erano le elezioni federali. A $inistra approfittarono della vicinanza dell’appuntamento con le urne per mettere in piedi una campagna populista volta ad ottenere l’uscita dal nucleare. Uscita che la maggioranza del parlamento, terrorizzata dall’idea di perdere qualche cadrega se non avesse “seguito l’onda”, decise in fretta e furia. Perché, è chiaro, l’approvvigionamento energetico del Paese lo si può mettere a rischio; ma la cadrega, invece, mai e poi mai.

Cosa è successo in questi anni?

Cosa è successo dal 2011 ad oggi? C’è forse stata una corsa generalizzata alla chiusura delle centrali nucleari? No. Lo stesso Giappone, che dopo Fukushima aveva spento i suoi reattori, nel frattempo li ha riaccesi tutti. Non solo, ma progetta di costruire 9 nuove centrali atomiche. Completamente scemi, questi nipponici? Magari anche no. In Europa, a parte la Germania, nessun altro paese ha scelto la via “elvetica” dell’abbandono del nucleare. Un qualche motivo ci sarà.

Ed infatti adesso all’orizzonte comincia a delinearsi il conto, stratosferico, della scelta fatta dalla Svizzera, praticamente in solitaria, di lasciare l’atomo. Tanto per cominciare, senza l’energia nucleare aumenterà la dipendenza del nostro Paese dall’estero per un bene di prima necessità quale è l’elettricità. Infatti, a meno di tornare alle candele ed alle lampade al petrolio, l’energia che non potremo più produrre in casa la dovremo comprare altrove. Non si pensi che sia possibile supplire all’energia atomica costruendo pale eoliche e pannelli solari, che producono poca energia a prezzi stratosferici.

Le centrali atomiche svizzere verranno dunque dismesse. Però, in nome della politikamente korrettissima denuclearizzazione (?) acquisteremo l’energia prodotta nelle centrali nucleari dei paesi a noi confinanti.  E, naturalmente, in nome dell’ecologia, compreremo anche l’elettricità  dalle famigerate ed inquinantissime centrali a carbone tedesche. Aumentare l’importazione di energia dall’estero significa inoltre diventare ancora più dipendenti – e quindi anche ricattabili – per quel che riguarda la fornitura di un bene di prima necessità per il Paese.

Ancora mani in tasca

Soprattutto, la nuova legge sull’energia andrà a gravare pesantemente il borsello della gente. Si calcola infatti che essa, ad un nucleo famigliare di 4 persone, costerà 3200 Fr all’anno. In confronto, le stangate dei cassamalatari son carezze.

Con meno elettricità a disposizione non saremo più liberi di utilizzare gli apparecchi ad alto consumo (aspirapolvere, lavatrice, eccetera) quando ne avremo bisogno, ma verranno prescritti gli orari. E naturalmente, la nuova legge porterà con sé tutta una pletora di nuovi  e costosi obblighi. Ad esempio sull’efficienza energetica degli immobili (e nümm a pagum) e sulle emissioni dei veicoli.

Ci saranno aumenti stratosferici del prezzo di carburante ed olio combustibile. Il costo di quest’ultimo raddoppierà. Se le emissioni non si abbasseranno a sufficienza, a partire dal 2029 i riscaldamenti a nafta potranno essere vietati.

Contro la nuova legge sull’energia è stato lanciato il referendum. La Lega ed il Mattino lo sostengono ed invitano a firmarlo.

L’iniziativa

Se quelle schizzate sopra sono le conseguenze dell’abbandono del nucleare quando le centrali atomiche avranno terminato il proprio ciclo di vita, immaginiamoci cosa succederebbe se lo spegnimento dovesse venire drasticamente anticipato come  chiede l’iniziativa “Per l’abbandono del nucleare” su cui si vota oggi. L’iniziativa, se approvata, imporrebbe la dismissione delle centrali di Beznau 1 e 2 e di Mühleberg già nel 2017. Nel giro di pochi mesi verrebbe dunque a mancare un terzo dell’energia prodotta dal nucleare, ovviamente senza uno straccio di alternativa.

Terrorismo?

Interessante notare che uno degli argomenti dei ro$$overdi a sostegno dell’iniziativa “Per l’abbandono del nucleare” è il rischio di attentati: le centrali atomiche potrebbero infatti diventare bersaglio dei terroristi islamici.

Ohibò, qui ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse drammatica. Ma tu guarda questa $inistra. Prima spalanca le frontiere perché “bisogna aprirsi” e perché “devono entrare tutti”, ed accetta che l’estremismo islamico metta radici in Svizzera in nome del multkulti. E guai ad intervenire: è roba da razzisti e fascisti. Poi usa lo spauracchio del terrorismo islamico come argomento contro le centrali nucleari.

Se vi preoccupaste sul serio degli atti terroristici, cari kompagni ro$$overdi, non pensereste a chiudere le centrali nucleari, ma a chiudere le frontiere. Invece quelle le volete sempre più spalancate e volete far entrare in Svizzera sempre più migranti economici, ben sapendo che tra essi si nascondono gli affiliati all’Isis.

Per cui, chi credete di prendere per il lato B con le vostre improvvise preoccupazioni per la sicurezza, che naturalmente vi sta a cuore a corrente alternata, solo quando vi torna comodo? Non facciamoci infinocchiare. Votiamo un chiaro NO all’iniziativa che vuole lasciarci senza energia elettrica da un giorno all’altro.

Lorenzo Quadri

 

Le ex regie federali stanno partendo per la tangente

Ma la Confederazione non dovrebbe mettere qualche paletto a certi manager boriosi?

 

Certo che le ex regie federali di questi tempi non stanno rendendo un gran servizio alla cittadinanza. Ancora peggiore, però, è la figura che rimedia chi le dovrebbe controllare: ovvero la politica, e meglio il Consiglio federale, ed ancora meglio il Dipartimento dei trasporti e delle telecomunicazioni guidato dalla ministra  uregiatta Doris Leuthard.

Le “malefatte”

L’elenco delle recenti “malefatte” di Posta, FFS e Swisscom è lungo e non stiamo qui a ripeterlo per intero. Dato di fatto è che, almeno nel caso di Posta e Swisscom, ci troviamo davanti ad aziende che realizzano utili per centinaia di milioni, quando non di miliardi (Swisscom nel primo semestre del 2016 ha registrato 800 milioni di utili) che però tagliano servizi, posti di lavoro e/o appioppano nuovi costi all’utenza.

La Posta intende chiudere 600 sportelli tra il 2017 ed il 2020, un’operazione che interesserà anche 1200 lavoratori. La politica si è limitata ad invitare a procedere in modo “ragionevole” (ci sarebbe anche mancato che invitasse all’irragionevolezza): decisamente poco, e vago. E poi? Campo libero. Ed infatti si è ben presto scoperto – non ci voleva la sfera di cristallo per arrivarci – che il Gigante Giallo per raggiungere i propri obiettivi non si limiterà ad utilizzare le normali fluttuazioni di personale, ma licenzierà anche. E’ “ragionevole” che un’azienda, interamente di proprietà della Confederazione, e che già realizza ogni anno almeno 700 milioni di utili, licenzi, tagli servizi ed aumenti le tariffe?

Attaccarsi a tutto

E che dire della Swisscom che in passato conviveva con la Posta sotto il cappello delle “gloriose” PTT?  Annuncia che riverserà sull’utenza che va a pagare le bollette in Posta, a partire dal prossimo febbraio, la tassa che l’ex gigante giallo riscuote sull’operazione. Swisscom, come detto, nei primi 6 mesi dell’anno ha fatto 800 milioni di utili. Ha davvero bisogno di attaccarsi anche alle bollette di pagamento per incassare ancora di più?  Ha davvero bisogno di imporre, agli utenti che non vogliono versare la nuova  “cresta” sui pagamenti in posta, di saldare le  bollette online, il che significa penalizzare chi a  queste modalità di pagamento non ha accesso (o non è avvezzo)? Evidentemente no.

Anche la RSI…

E visto che in casa della RSI non si poteva stare indietro, ecco che anche da quelle parti si annuncia che dal 2020 il secondo canale televisivo sarà deportato sul web. Ciò significa che per avere accesso al servizio pubblico gli utenti italofoni – e  solo loro visto che nelle altre regioni linguistiche non è prevista alcuna evoluzione (?) analoga – oltre al  canone più caro d’Europa, dovranno pagare anche il collegamento internet. E magari cambiare pure il televisore. Sempre di poterlo avere, il collegamento internet: perché la banda larga, come sappiamo, non è presente ovunque nel Paese.

Il proprietario tace?

Davanti a situazioni del genere, è normale che il proprietario, ossia il Consiglio federale ed in primis il dipartimento Leuthard (che guarda un po’ dovrebbe avere la supervisione su FFS, Posta, Swisscom e SSR) non faccia un cip? L’azionista unico (o di maggioranza) che è anche garante del servizio pubblico, non dovrebbe mettere qualche paletto ai dirigenti delle ex regie federali che giocano a fare i grandi manager sulla pelle di dipendenti ed utenti? Forse perché – come maligna qualcuno – per questi direttori generali dall’ego a mongolfiera è molto più trendy riempirsi la bocca con le app,  il web e le nuove tecnologie, invece di pensare alla consegna delle lettere e dei pacchi?

Soldi che fanno comodo

In queste condizioni è ovvio che il silenzio non è un’opzione, nel senso che la politica non si può chiamare fuori. Tacere  può voler dire solo due cose: o si sta dormendo, oppure si condivide lo smantellamento. E, a voler pensar male, si potrebbe immaginare che la condiscendenza bernese derivi dal fatto che al Consiglio federale gli utili delle ex regie federali fanno molto comodo. Per spenderli a piacimento.

Lorenzo Quadri

Finalmente una bella notizia: inquisiti Blancho ed Illi

Propaganda a sostegno dell’Isis: la procura federale annuncia la tolleranza zero 

Speriamo che questo sia l’inizio di un vero cambiamento di rotta a livello giudiziario, perché qui ci stiamo trasformando nel Paese del Bengodi per jihadisti

Finalmente dal Ministero pubblico della Confederazione arriva una notizia positiva. Il Procuratore generale Michael Lauber ha deciso di incriminare per propaganda in favore dell’Isis Nicolas Blancho e Qaasim Illi, rispettivamente presidente  e responsabile della comunicazione (?) del sedicente Consiglio centrale islamico svizzero.

I due insopportabili personaggi, svizzeri convertiti all’islam radicale, sono assurti ad immeritata  e perniciosa popolarità grazie anche allo spazio che la SSR ha sempre generosamente concesso all’insignificante (dal punto di vista della rappresentatività) associazione da loro capeggiata.

In questo modo la TV di Stato, finanziata col canone più caro d’Europa (però tra qualche anno per vedere RSI LA 2 occorrerà pagare, oltre al canone, anche l’allacciamento veloce ad internet), dà visibilità e soprattutto legittimità a chi andrebbe invece zittito. E lo aiuta nella sua propaganda.

Marito di Nora Illi

Da notare che Qaasim Illi è nient’altro che il marito di Nora Illi, ossia la donna col niqab valletta dei sedicente imprenditore algerino Rachid Nekkaz. Quello che arriva a Locarno ad organizzare manifestazioni non autorizzate in cui si invita a violare la legge antiburqa ticinese, e viene accolto dal capodicastero sicurezza PLR come un “intellettuale che merita di essere ascoltato”.

In una trasmissione in onda su un’emittente austriaca la stessa Illi è stata definita da un ex parlamentare verde e musulmano una “marionetta insignificante alla quale è stato fatto il lavaggio del cervello” ed apostrofata come segue: “sposti un po’ di quella stoffa, così magari l’ossigeno le arriva al cervello”.

Si cambia marcia?

Che finalmente il Ministero pubblico della Confederazione abbia deciso di adottare la politica della tolleranza zero nei confronti dei supporters dell’Isis è certamente rallegrante. In effetti negli ultimi mesi la cronaca giudiziaria è stata purtroppo costellata di sentenze-barzelletta nei confronti di fiancheggiatori dello Stato islamico. Decisioni  improntate al buonismo autolesionista (non scriviamo “buonismo-coglionismo” perché sennò qualcuno fa l’offeso). Leggi: pene sospese con la condizionale.

Speriamo quindi che la dichiarazione del Ministero pubblico della Confederazione che annuncia la tolleranza zero sia il segnale di un vero cambio di marcia. Anche perché la strada che ci hanno fatto imboccare i buonisti politikamente korretti è estremamente pericolosa. Ci sta infatti trasformando nel paese del Bengodi per gli estremisti islamici, nei cui confronti vengono emesse condanne ridicole. Non contenti, ci si viene pure a dire che dalle nostre parti bandire associazioni musulmane estremiste, come è stato fatto in Germania, “sa po’ mia” perché mancherebbe la base legale.

Invece, nei confronti degli automobilisti, altro che garantismo: lì si passa direttamente alle “pene esemplari”. Insomma, è il mondo che gira al contrario.

Reazioni squallide

Particolarmente squallida, ma da simili personaggi  non c’era da aspettarsi altro, la reazione dei due indagati. Blancho e Illi  hanno già annunciato che, se dovessero venire convocati al tribunale penale di Bellinzona, non si presenteranno. Loro, poverini, fanno semplicemente uso della libertà d’espressione.

Qui ci viene veramente da ridere. Quelli che vogliono censurare gli altri starnazzando al razzismo e all’islamofobia pretendono che il sostegno all’Isis sia protetto dalla libertà d’espressione. Come sempre da certe parti: libertà di parola solo per chi la pensa come noi. E’ peraltro la stessa mentalità dei kompagni; quelli che, ma guarda un po’, promuovono l’islamizzazione della Svizzera.

Lorenzo Quadri

 

Con la libera circolazione Ticino sempre più nella palta

Lo conferma l’indagine dell’Ustat sulla sottoccupazione, raddoppiata in dieci anni 

Ma intanto il direttore dell’IRE Rico Maggi continua a fare propaganda politica pro-“aperture”: proprio un bel servizio al Cantone!

Quando si dice la tempistica! In un’intervista pubblicata sul GdP di martedì, il buon Rico Maggi, direttore dell’IRE, se ne esce per l’ennesima volta a predicare la fetecchiata delle “aperture” e della “meravigliosa” libera circolazione delle persone. Ricordiamo che l’IRE, Istituto per le ricerche economiche, è riuscito nell’epica impresa di far realizzare uno studio sul frontalierato a due ricercatori frontalieri, nel quale –ma che caso! – si affermava giulivi che in Ticino l’invasione da sud non è un problema: non esiste né sostituzione né dumping salariale, sono tutte balle populiste e razziste. Certo: un terzo della forza lavoro in Ticino è ormai costituita da frontalieri, ma naturalmente ciò non rappresenta una grave distorsione, nevvero Maggi? Tout va bien, Madame la Marquise!

Un “bel” servizio

Finché a raccontare queste fregnacce sono gli scienziati della SECO che il Ticino l’hanno visto se va bene in fotografia, è un conto. Se a raccontarle è invece un istituto universitario con base in Ticino, e finanziato con soldi pubblici – che quindi la situazione occupazionale reale di questo sempre meno ridente Cantone dovrebbe conoscerla – è un altro. Perché in questo secondo caso le possibilità sono solo due. O chi dirige questo istituto vive in un mondo virtuale tutto suo, oppure compie di proposito un’operazione di sabotaggio con fini ideologici.  Sabotaggio perché offre ai burocrati bernesi una comoda foglia di fico per dare il menavia a chi tenta di far capire ai camerieri dell’UE quale situazione si è creata sul mercato del lavoro ticinese grazie alla libera circolazione delle persone da loro imposta. “Ma se lo dicono anche i vostri (?) istituti di ricerca che l’è tüt a posct…”. Complimenti, IRE e Maggi, proprio un bel servizio al Cantone! Applausi a scena aperta!

Tempistica toppata

Peccato che questa volta, come detto, la tempistica del buon Rico Maggi sia completamente sballata. Mentre infatti dalle colonne del GdP il direttore dell’IRE calava la consueta lezioncina  ai ticinesotti chiusi che si devono aprire e quindi guai a limitare la libera circolazione delle persone, la cronaca segnalava due studi che raccontano tutta un’altra storia. E non si tratta di studi realizzati da leghisti populisti e razzisti.

Il primo è quello del sindacato Transfair, dal quale risulta che in Ticino ci sarebbe il clima di lavoro peggiore di tutta la Svizzera. Preoccupazione per il futuro del proprio impiego, stress, stipendi non adeguati alle prestazioni richieste, eccetera. Ohibò, forse questo accade perché c’è sostituzione con frontalieri e dumping salariale, e ciò grazie alla libera circolazione delle persone e alle “aperture” che il buon Maggi & Co continuano imperterriti a predicare?

Il secondo invece è addirittura dell’Ustat, ossia l’ufficio cantonale di statistica. Da questa indagine emerge che in Ticino il numero di persone sottoccupate è più che raddoppiato in dieci anni. Si è passati dalle 8400 unità del 2004 alle 17’400 del 2015. Per sottoccupato si intende un lavoratore impiegato a tempo parziale non per scelta propria, ma perché costretto. Lui o lei vorrebbe lavorare di più, ma deve accontentarsi di quel che passa il convento.

Sottoccupazione

E questa è un’altra forma di distorsione del mercato del lavoro che non figura nelle statistiche farlocche che ci vengono propinate nel tentativo di dimostrare che con la libera circolazione delle persone  va tutto bene. Come non  figurano le persone in assistenza (il cui numero continua ad aumentare). Come non figurano quei disoccupati che sono stati scaricati sull’AI. Oppure quelli che sono stati mandati in pensione in anticipo. O ancora quanti hanno rinunciato a lavorare (ad esempio fanno la casalinga o il casalingo “per forza” e non compaiono nelle cifre dell’assistenza, perché il reddito del partner basta a mantenere entrambi; intanto il nucleo familiare perde entrate e quindi potere d’acquisto, e l’ente pubblico gettito fiscale). Oppure appunto chi lavora a tempo parziale per forza.  Perché non ha trovato altro. E magari deve integrare il reddito da lavoro con prestazioni sociali (paga il contribuente). Insomma, le statistiche farlocche dell’IRE e della SECO hanno più buchi delle famose forme di formaggio Emmental.

Per ironia della sorte, l’indagine dell’Ustat è stata divulgata proprio il giorno in cui il buon Maggi tornava a fare politica pro-libera circolazione (altro che studi scientifici) dalle colonne del GdP.

Ecco i bei risultati

Eccoli dunque qua i bei risultati dell’economia “aperta” che tanto piace agli internazionalisti di turno. Quelli secondo i quali sostituzione e dumping salariale sarebbero un’invenzione. Quelli che pretendono di venirci a raccontare che è normale che i frontalieri impiegati nel terziario – dove non c’è di certo lacuna, ma semmai sovrabbondanza di personale ticinese –  sono quasi quadruplicati dal 1999 (ad oggi.

La frase seguente è estratta da uno studio realizzato dall’Ustat nel 2013, sulla base dei dati del 2011, quindi non proprio recentissimo ma comunque indicativo: “i frontalieri sono sempre più simili, intermini di caratteristiche e di orientamento professionale, ai lavoratori residenti”. E questo, premiata ditta Maggi&Co, vuol dire solo una cosa: che la sostituzione è realtà! Sicché, per sventarla, i “muri” ci vogliono eccome. E la libera circolazione delle persone deve saltare.

Lorenzo Quadri

Indulgenti con la Turchia, ma contro la Svizzera strillano

La scandalosa ipocrisia degli eurobalivi che ci ricattano per le nostre votazioni

 

L’europarlamento ha deciso giovedì di “sospendere temporaneamente” i negoziati d’adesione della Turchia alla (fallita) UE. Motivo sarebbero le “misure repressive sproporzionate” adottate dopo il tentato golpe di luglio dal governo Erdogan, ormai ben avviato sulla strada dell’autocrazia. Nella risoluzione votata a larga maggioranza, gli eurodeputati dichiarano che la Turchia deve tuttavia restare “ancorata” all’Unione europea, per “l’importanza strategica” delle relazioni. Si impegnano a rivedere la loro posizione se saranno revocate le misure repressive.

Spose-bambine

Ohibò, a quanto pare il recente disegno di legge, poi revocato dal governo, sulle “spose  bambine” non ha avuto un peso particolare nella decisione di Bruxelles.

Come noto da Ankara era uscita una proposta di legge per regolamentare  l’abuso sessuale su ragazze  minorenni tramite “nozze riparatrici”. Un’aberrazione che ricorda il “pretium stuprii” medievale e che è stata concepita, ma guarda un po’, per  “venire incontro alla sensibilità islamica”. Il governo ha poi fatto retromarcia visto il vespaio suscitato,  ma ormai  la frittata era fatta.

Finanziatori di moschee

A quanto pare a Bruxelles non si è neppure parlato del fatto che nell’Europa occidentale, ed anche in Svizzera, il governo turco è tra i finanziatori stranieri di moschee ed “associazioni culturali” musulmane che diffondono l’islam politico ed intollerante. La situazione  è stato denunciata anche dalla premiata attivista dei diritti umani Saïda Keller Messahli. Per questo motivo chi scrive ha chiesto, tramite mozione, di vietare i finanziamenti esteri alle moschee. Ma naturalmente il Consiglio federale non ne vuole sapere di intervenire, ma quando mai: bisogna essere aperti e multikulti!

Adesione “sospesa”

Qui siamo davanti dunque ad un paese, la Turchia, che vira verso l’integralismo islamico e che lo finanzia nei paesi esteri. Ma per gli eurofalliti va tutto bene, o quasi. Mica si dice che questa Turchia non ha nulla di europeo e quindi non può essere candidata all’adesione all’UE. Si sospende la procedura solo temporaneamente. Come quando a scuola il bambino dispettoso viene mandato per 5 minuti fuori dalla porta. Legalizzazione dell’aberrante pratica delle spose bambine, diffusione dell’estremismo islamico? Non c’è problema! Ci mettiamo le fettone di salame sugli occhi!

Nei confronti di altri…

Nei confronti di altri paesi, gli eurofalliti sono stati assai meno disponibili. Contro l’Ungheria, che ha costruito MURI sul confine per difendere non solo le proprie frontiere, ma quelle di tutto lo spazio Schengen (di cui la Svizzera purtroppo fa parte), a Bruxelles si sono messi a strillare come aquile.

E gli eurobalivi che non si lasciano turbare più di tanto dal progetto di “regolarizzare” le spose bambine, hanno inveito istericamente contro il voto democratico del 9 febbraio. Sono arrivati pure alle minacce ed agli squallidi ricatti nei confronti degli svizzerotti “razzisti e xenofobi”. Ed è inutile dire che dalle fila dei camerieri dell’UE di stanza a Berna non è certo arrivato quel bel “Vaffa” che sarebbe stato l’unica risposta possibile ad un simile atteggiamento.

Braghe calate sui visti

E non solo, ma Bruxelles ha calato le braghe con la Turchia anche sulla questione dei visti agevolati ai cittadini turchi per lo spazio Schengen – malgrado i requisiti per simili agevolazioni non fossero nemmeno lontanamente adempiuti.  Questo dopo che Ankara aveva minacciato, in caso contrario, di lasciar passare tutti i migranti economici diretti ad ovest. Visto che anche la Svizzera fa parte dello spazio Schengen, le capitolazioni di Bruxelles sui visti ai turchi toccano direttamente anche noi.

Anche la Svizzera…

Avanti così, la Turchia anche se sospesa (per quanto?) rimane candidata  all’adesione alla fallita UE dove si tollera il sostegno attivo all’islam politico contrario ai valori europei.

Intanto secondo i kompagnuzzi anche la Svizzera dovrebbe aderire all’Unione europea (figura nel loro programma). Magari a manina proprio con la Turchia? Non sarebbe poi così strano, dal momento che il P$$ promuove l’islamizzazione della Svizzera. Vorrebbe infatti riconoscere l’islam come religione ufficiale.

Lorenzo Quadri

Multikulti e ottuso buonismo a scapito della sicurezza!

La Germania bandisce l’associazione islamica estremista. Gli svizzerotti invece… 

E intanto in troppe moschee elvetiche ne succedono di tutti i colori: vedi Winterthur, Ginevra, Basilea,… mentre nel Canton Vaud i musulmani fanno politica in nome del Corano

Grazie al fallimentare mulikulti e alle frontiere spalancate, ci  siamo messi in casa gli  estremisti islamici. E, grazie alle leggi vetuste e lassiste e ai tribunali buonisti, ne attiriamo sempre di più.

Le brillanti sentenze emesse negli ultimi mesi lo hanno mostrato a tutti: in Svizzera i simpatizzanti della Jihad non vanno neanche in prigione, perché ricevono condanne con la condizionale. E naturalmente, davanti a questo scandalo, i nostri moralisti a senso unico si sono messi a starnazzare contro chi ha osato criticare i giudici che hanno pronunciato le sentenze-barzelletta. “Vergogna fascisti! La casta dei magistrati non si tocca”! E sulle sentenze che ci trasformano nel Paese del Bengodi per gli estremisti islamici miliziani dell’Isis, invece, niente da dire? Citus mutus? Va tutto bene?

Winterthur e Basilea

Intanto in troppe moschee svizzere ne succedono di tutti i colori. Nella moschea An Nur di Winterthur c’era un imam etiope che incitava i fedeli a denunciare ed uccidere i musulmani non praticanti. (Il delinquente etiope verrà almeno sbattuto fuori dalla Svizzera oppure “ci si” arrampicherà sui vetri per tenerlo qui?). Nella struttura in questione, inoltre, si ospitavano abusivamente stranieri. E la moschea, invece di venire sigillata, dopo pochi giorni aveva già riaperto i battenti “come se niente fudesse”.

A Basilea fa invece l’imam il padre dei due ragazzi di Thalwil che rifiutano di dare la mano alla loro docente per motivi religiosi. E che però pretendevano di farsi naturalizzare!

In Romandia

Non va meglio in Romandia. Nella moschea di Petit Saconnex a Ginevra, non bastava scoprire che il responsabile della sicurezza era schedato in Francia per sospetta radicalizzazione. A scandalo ancora caldo la Fondazione culturale islamica ha infatti assunto un predicatore marocchino, tale Youssef Ibram. Costui nel 2004 aveva detto che è giusto lapidare le donne adultere poiché lo prevede la sharia.

Aggiungiamo pure che nel Canton Vaud le associazioni musulmane hanno iniziato a fare politica contestando nel nome del Corano la nuova legge contro l’accattonaggio votata dal Gran Consiglio. Il segnale è allarmante. I signori musulmani vodesi vogliono cancellare le leggi svizzere per sostituirle con norme ispirate al Corano. In parole povere, altro che integrazione: costoro rifiutano le nostre regole e vogliono imporci le loro. Traduzione: vogliono comandare in casa nostra. E noi glielo lasceremo fare in nome del multikulti?

In Germania

Nei giorni scorsi è poi arrivata la ciliegina, o ciliegiona, sulla torta. Il ministro dell’interno tedesco, Thomas de Maiziere, ha messo al bando dalla Germania l’associazione salafita La Vera Religione, la quale ha reclutato 140 giovani jihadisti tedeschi andati a combattere in Siria. L’inchiesta si è estesa alla Svizzera. Forse che anche la Confederazione metterà al bando l’associazione in questione, così come ha fatto la Germania? Ma naturalmente no! Non si scaccia nessuno! “Manca la base legale”! Sicché, per essere sempre campioni intergalattici di garantismo, ci teniamo in casa i reclutatori dell’Isis all’insegna del sempreverde “sa po’ fa nagott”?
Qui c’è puzza di bruciato.

Ma è possibile che abbiamo le leggi più a colabrodo di tutti? E’ possibile che in Svizzera gli unici su cui la giustizia si accanisce con il massimo rigore siano gli automobilisti?

Se davvero  la base legale per espellere un’associazione che recluta jihadisti esiste in Germania ma non in Svizzera, non si vede perché non potrebbe venire creata, pari pari (copia-incolla) anche da noi.

Ma il sospetto è che la legge tedesca non sia poi tanto diversa dalla nostra. E se la differenza stesse invece nel fatto che i ministri di Berlino, diversamente dai nostri tremebondi camerieri dell’UE, non si fanno tante pippe mentali quando si tratta di difendere gli interessi della nazione?

Quanto scommettiamo che…?

Se invece davvero in Svizzera non c’è la base legale per bandire l’associazione salafita estremista, allora basta riprenderla (copia-incolla) dai vicini a nord. Quanto scommettiamo però che davanti ad una tale operazione qualcuno – a partire dal Dipartimento Sommaruga – si metterebbe a starnazzare alla “massiccia violazione della libertà di religione”?

In queste condizioni, non potrà che accadere quanto indicato all’inizio. Ossia: trasformazione della Svizzera nel paese del Bengodi degli  estremisti islamici. I quali arriveranno tutti in casa degli svizzerotti fessi. Quelli che mettono al primo posto il “garantismo”. A scapito della sicurezza dei cittadini onesti; di qualsiasi nazionalità e religione essi siano!

Lorenzo Quadri

 

Siamo il Paese del Bengodi per tutti gli approfittatori!

Stranieri che rifiutano di integrarsi e di lavorare, e noi li manteniamo ad oltranza!

Ma tu guarda che bella gente che ci arriva “in casa” grazie all’immigrazione scriteriata! E naturalmente noi, in nome del buonismo-coglionismo e del multikulti, la manteniamo pure!

Nei giorni scorsi è balzata agli onori, o piuttosto ai disonori, della cronaca d’Oltralpe la vicenda di tale Emir T, un 40enne bosniaco musulmano residente a San Margrethen (SG) che rifiuta clamorosamente di integrarsi: ha vietato ad una delle sue figlie di frequentare le lezioni di nuoto, ad un’altra quelle di sci e al figlio più piccolo partecipazione ad un saggio musicale. Inoltre, il signore in questione non ha mai cercato un lavoro ed ha accumulato 300mila Fr di debiti con l’assistenza sociale. I suoi atteggiamenti renitenti gli sono costati varie multe, ma mai una pena detentiva.

Ma come, gli immigrati nello stato sociale che rifiutano di integrarsi non erano tutta una fola della Lega populista e razzista? Ma come, immigrazione non era uguale a ricchezza?

E le espulsioni?

Malgrado ne abbia fatte – e continui a farne! – peggio di Bertoldo, il bravo straniero musulmano perfettamente integrato non viene espluso! Gli svizzerotti continuano a mantenerlo! Cacciare questo approfittatore, dicono le autorità locali, “sa po’ mia”, perché la legge non lo permetterebbe! Sicché il “buon” Emir se la ride a bocca larga e continua per la sua strada. Tanto sa che gli svizzerotti continueranno a foraggiarlo. Ma allora è proprio vero che questo è il paese del Bengodi per gli approfittatori stranieri!

Scandaloso: le leggi non sono dalla parte del contribuente sfruttato, bensì da quella dell’immigrato che si fa mantenere e non compie alcuno sforzo per rendersi economicamente indipendente.

Ma come, non ci avevano mica promesso che con la nuova legge sugli stranieri il numero di espulsioni sarebbe aumentato di otto volte, passando dalle attuali 500 all’anno a 4000? E allora, com’è che ci teniamo tutta la foffa d’importazione?

Il ritorno di “Carlos”

Ci piacerebbe proprio sapere quanti stranieri che rifiutano di integrarsi continuano a rimanere in Svizzera a nostre spese. Perché il caso del bosniaco  di San Margrethen non è certo isolato, anzi. Ed infatti, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, si è scoperto che il famigerato Carlos, ossia il giovane delinquente sudamericano che costava al contribuente zurighese oltre 20mila fr al mese in prestazioni sociali varie, è tornato a commettere reati violenti. Lo scorso 8 novembre infatti la procura di Zurigo ha aperto nei suoi confronti un procedimento penale per lesioni.

Ricordiamo che il bravo giovane “non patrizio”, appassionato di Thai Box,  non si è mai sognato di lavorare: eh certo, perché bicipiti e deltoidi sono pompati, ma la cannetta rimane di cristallo di Boemia! E poi, a cosa serve lavorare quando gli svizzerotti fessi ti mantengono nel lusso con i soldi delle loro imposte?

Föö di ball!

E’ poi una bella soddisfazione vedere come la barcata di soldi pubblici spesi per l’ “inserimento” del bravo giovane sudamericano – nel corso degli anni oltre un milione di franchetti! – siano andati letteralmente in fumo, dal momento che Carlos continua a delinquere (a proposito: come mai, dato che il bellimbusto è ormai maggiorenne da un pezzo, nelle foto pubbliche il suo faccione viene sempre censurato?).

Emir T, Carlos e tutti quelli come loro, via subito dalla Svizzera!

E magari qualcuno farebbe bene ad accorgersi che la gente ne ha piene le scuffie di vedere che i soldi delle sue imposte vengono usati per mantenere simili individui. Attenzione: a furia di tirare la corda, primo o poi la rabbia popolare divamperà. E allora altro che politikamente korretto, “bisogna aprirsi” e buonismo-coglionismo…

Lorenzo Quadri

9 febbraio a Berna: comunque vada, uscirà una ciofeca!

I sabotatori renderanno necessario lanciare l’iniziativa contro la libera circolazione

“Comunque vada, sarà un successo”? No: comunque vada, sarà una ciofeca! Il tema è l’applicazione del “maledetto voto” del 9 febbraio. Come noto, il Consiglio nazionale ha partorito la cosiddetta “preferenza indigena light”, vale a dire una lozza anticostituzionale, in cui nulla figura di quanto previsto nel famoso articolo 121 a della Costituzione federale. Quale artefice dell’obbrobrio, lo ripetiamo per l’ennesima volta (repetita iuvant),  viene accreditato il consigliere nazionale dell’ex partitone Kurt Flury.

Sempre sconcio è

La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha invece partorito la preferenza indigena un po’ meno light; ma sempre di sconcio si tratta. La Commissione in questione aveva sul tavolo tre varianti tra cui scegliere. La prima era quella del senatore Udc Peter Föhn che proponeva una ripresa “copia-incolla” del nuovo (ormai sempre meno nuovo, ma comunque inutilizzato) articolo costituzionale 121 a nella legge. Poi, ben lontane da quanto votato dal popolo, c’erano le proposte dell’uregiatto Gerhard Pfister e quella del liblab Philipp Müller. Con la prima che era leggermente meno annacquata della seconda.

La variante più sciacquetta

Inutile dire che i senatori hanno scelto la variante più sciacquetta di tutte: perché l’obiettivo era evitare ad ogni costo frizioni con l’UE (uhhhh, che pagüüüüüraaaa!). Traduzione: ciò che fortissimamente si voleva era calare le braghe davanti all’UE  impipandosene della volontà popolare.

E la variante più sciacquetta di tutte era, ma guarda un po’, quella del PLR Müller. Ecco dunque che l’ex partitone si riconferma come il partito dell’affossamento della volontà popolare: ricordarsene alla prossime elezioni.

Il bello è che, dopo l’approvazione, da parte del triciclo PLR-PPD-P$$, del compromesso-ciofeca in Consiglio nazionale, i senatori avevano detto che ci avrebbero pensato loro a sistemare le cose. “Ga pensum nümm”! Come no! E infatti adesso siamo venuti al dunque.

Il primo dicembre

Il prossimo primo dicembre si saprà cosa avrà deciso il plenum della Camera dei Cantoni sull’applicazione del “maledetto voto”. Bisognerà poi appianare le divergenze con il Nazionale. Una cosa però è certa: poiché la proposta Föhn non ha alcuna chance di spuntarla – è avversata dal triciclo partitocratico di cui sopra – il risultato sarà o una lozza, o una lozza un po’ meno lozza. Non si tratta nemmeno di scegliere nel segno del meno peggio (cosa frequente in politica), perché qui siamo diversi gradini al di sotto del meno peggio: siamo in pieno schifìo. Questo vuol dire che qualsiasi soluzione uscirà dal parlamento federale sarà comunque inaccettabile per il Ticino. E vogliamo proprio vedere chi, tra i deputati del nostro Cantone, avrà la “lamiera” di dichiararsi soddisfatto.

Il bidone

Tanto più che qualcuno si è accorto che la “preferenza indigena” come la intende la partitocrazia federale è un bidone. Infatti l’intenzione sarebbe quella di favorire nelle assunzioni i disoccupati residenti iscritti all’URC tramite obbligo di annuncio dei posti vacanti. Solo che – ma tu guarda i casi della vita – anche i frontalieri possono iscriversi all’URC. Così come pure i cittadini UE che arrivano in Svizzera per tre mesi (prolungabili fino a sei) alla ricerca di un lavoro.

Morale della favola: l’obbligo di annunciare i posti di lavoro vacanti all’URC non basta nemmeno lontanamente a concretizzare la preferenza indigena e il principio del Prima i nostri. Bisogna invece discriminare tra chi sta in Svizzera e chi sta fuori. Questo è quanto ha deciso il popolo, e questo deve essere fatto. Piaccia o non piaccia ai balivi dell’UE ed ai loro camerieri a Berna.

Iniziativa popolare

Essendo ormai appurato che dalle Camere federali uscirà o una ciofeca massima, o una ciofeca un po’ meno massima, occorrerà fare ciò che il buon Blocher ha annunciato nelle scorse settimane, ossia lanciare un’iniziativa popolare per abolire la devastante libera circolazione delle persone. Un’iniziativa che ha concrete chance di successo in votazione popolare. Perché  il vento è cambiato, come dimostrano il voto sulla Brexit e l’elezione di Trump. L’élite spalancatrice di frontiere non ha più in mano il boccino. Si chieda dunque la partitocrazia  se non era meglio applicare la volontà della maggioranza degli svizzerotti  (“chiusi e xenofobi”) invece di sabotarla, col risultato di provocare l’attacco frontale alla libera circolazione nella sua totalità. Per gli internazionalisti beceri, un vero e proprio autogoal. Come i pifferi di montagna, andarono per suonare e furono suonati.

Lorenzo Quadri

Dai burocrati bernesi l’ennesimo schiaffo al Ticino

Ve le diamo noi le rassicurazioni all’Italia sulla non discriminazione dei frontalieri!

E’ ora di fare finalmente piazza pulita dei “diplomatici” spalancatori di frontiere e svenduti all’UE come De Watteville

Ma guarda un po’! Il sottosegretario italiano agli affari europei, tale Sandro Gozi, avrebbe dichiarato, secondo le note d’agenzia, che “il governo svizzero non approverà nessuna legge che contenga discriminazioni nei confronti dei frontalieri italiani, sia quelli che lavorano già, sia quelli che cercheranno lavoro in Svizzera in futuro”. Rassicurazioni molto importanti (?) in questo senso sarebbero giunte al Gozi dal Segretario di Stato Jacques De Watteville (quello che andava a Roma a parlare in inglese).

Ohibò, qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole.

1) Tanto per cominciare, adesso vogliamo sapere dal Consiglio federale in che termini è stata data la “rassicurazione” di cui sopra; quando e su incarico di chi. Se le cose stanno come riportato dalle note d’agenzia, sarebbe la conferma (autocertificata) che il governo svizzero è composto da camerieri dell’UE che se ne sbattono della volontà popolare. Interpellanza parlamentare in arrivo.

2) E’ evidente, poi, che la discriminazione  nei confronti dei frontalieri ci sarà eccome perché così hanno deciso i cittadini svizzeri. Si chiama preferenza indigena e verrà applicata. Anzi, visto che il voto del 9 febbraio ha ormai quasi tre anni, è scandaloso che il Consiglio federale non abbia ancora applicato la preferenza indigena nei settori di sua competenza, come ha proposto di fare Norman Gobbi per “prima i nostri” a livello cantonale.

3) Se “negoziare” per i burocrati bernesi  è sinonimo di calare immediatamente le braghe davanti alla controparte, calpestando i diritti popolari, non c’è da stupirsi se i risultati sono un flop.

4) Non è ora di mandare definitivamente in pensione De Watteville, già tirapiedi dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf? Quello che avrebbe negoziato (?) con Roma i famosi accordi sulla fiscalità dei frontalieri che mai vedranno la luce? Senza contare che sempre lo stesso De Watteville pretendeva addirittura che la deputazione ticinese a Berna si impegnasse a convincere il Consiglio di Stato a rinunciare alla richiesta del casellario giudiziale per i permessi B e G. E’ il colmo! Secondo l’illuminata visione di questo burocrate spalancatore di frontiere, il Ticino dovrebbe solo calare le braghe e rinunciare a difendersi dall’invasione da sud. Ma non se ne parla nemmeno! E’ ora di fare finalmente piazza pulita di questi “diplomatici” svenduti all’UE.

5) Prendiamo atto che il Consiglio federale continua a prendere a schiaffi il Ticino ed i ticinesi, affermando “tranquillo come un tre lire” che, malgrado le votazioni popolari contrarie, il Ticino continuerà ad essere terra di conquista per la Penisola. Di questo ovviamente i camerieri dell’UE che siedono in governo dovranno rispondere.

Lorenzo Quadri

Il machete della Posta e le creste a danno dei cittadini

Intanto la politica, anche a $inistra, lascia campo libero allo  smantellamento

 

La Posta SA, malgrado i 700 e passa milioni di franchetti di utili all’anno, ha preso in mano il machete ed ha annunciato, da qui al 2020, la chiusura di 600 uffici postali, in un’operazione che toccherà in vario modo anche 1200 collaboratori. E non si escludono (traduzione: ci saranno) licenziamenti.

I manager gialli, a cominciare dalla direttrice Susanne Ruoff, uregiatescamente parlano di “adattamento alle mutate abitudini della clientela”. Contorsionismi linguistici che servono solo a camuffare, male,  uno smantellamento in grande stile, effettuato da un’azienda di proprietà della Confederazione. Un’azienda che, oltretutto, non è affatto in difficoltà, come testimoniano gli utili stellari: quindi non taglia per sopravvivere. Se una ditta privata avesse fatto la stessa cosa, i sindacati sarebbero già in piazza con gli striscioni contro i padroni sfruttatori. Qui invece si sente solo qualche stitica frasetta di moderato dissenso. Più per marcare presenza che per altro. Sennò, citus mutus.

Riorganizzazione ragionevole?

E la politica? Idem con patate. Nei giorni scorsi è stato reso noto che la commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, che proprio lunedì aveva in audizione la Ruoff, ha chiesto che la riorganizzazione della rete postale avvenga “in modo ragionevole”. Ci sarebbe anche mancato che chiedesse una riorganizzazione irragionevole. Questa posizione equivale a dire che, almeno per la maggioranza, “l’è tüt a post.” Non c’è stata dunque nessuna levata di scudi contro l’ecatombe annunciata. Nemmeno da $inistra.

Mucca da mungere

E il Consiglio federale, come proprietario della Posta? Anche da lì, nessuna reazione, e questo è facile da spiegare. Gli utili postali fanno comodo, molto comodo. Soprattutto adesso che la spesa per i finti rifugiati esplode, tanto per citare un esempio, Berna ha bisogno di mucche da mungere. Il Gigante giallo è una di queste.

Compiti stravolti

Infatti di per sé – e questo lo diceva e scriveva già il Nano svariati anni fa – la Posta non “deve” fare utili, ma deve assicurare il servizio pubblico nei suoi ambiti di competenza.  In altre parole: deve consegnare lettere e pacchi, permettere alla gente di fare i pagamenti e mandare in giro gli autopostali. Deve inoltre essere un datore di lavoro “socialmente responsabile” ed attento alle regioni periferiche.

Allo stato attuale, il quadro che si presenta è tuttavia “un po’” diverso. La Posta fa la banca, ha trasformato gli uffici superstiti in bazar di carabattole, e si autoerotizza cerebralmente con i servizi online, con le app su smartphone, con fantomatici “smart button”, e avanti di questo passo.  Alle accuse di snaturare i suoi compiti di servizio pubblico la dirigenza replica che “sono gli utenti a chiederlo”. Stranamente, è la stessa risposta che danno gli autori della TV spazzatura: “è il pubblico a volerla”. In entrambi i casi, si tratta di assiomi tutti da dimostrare.

Boria personale?

C’è chi, un po’ malignamente, ritiene che in queste sbandate del Gigante giallo giochi un ruolo anche la boria personale dei boss postali. Gestire lettere e pacchi non procura la stessa sublime goduria che dà il riempirsi la bocca con teorie sulle app per telefonini e sull’online, pensando di scimmiottare i manager della silicon valley.

La Confederazione intasca

Se poi la Posta, che dovrebbe svolgere servizio pubblico, fa utili, è corretto che questi utili se li intaschi la Confederella e li usi per i propri scopi, ad esempio foraggiare finti rifugiati? Questi utili non dovrebbero essere usati a vantaggio dell’utenza, ad esempio diminuendo le tariffe? Invece queste non vengono abbassate, e costituiscono così una forma di prelievo fiscale mascherato. Lo stesso discorso si può fare in relazione ai dividendi della Swisscom.

Destino segnato

Gli è che il destino del servizio pubblico postale, dei 600 uffici e di 1200 dipendenti appare segnato. Contro lo smantellamento deciso dalla Posta non ci sarà alcun altolà della politica. I Comuni che si vedranno chiudere gli uffici postali protesteranno; il Gigante giallo – in nome del tanto decantato “dialogo” – prenderà atto; e poi li chiuderà lo stesso perché “è nostra facoltà”.

A Berna si benedirà lo smantellamento del servizio pubblico e la cancellazione di centinaia e centinaia di impieghi in nome dei succulenti utili – di fatto delle “creste” – da impiegare a piacimento.

E al cittadino – specie quello in età “diversamente giovane” che non usa le app per lo smartphone – rimarrà l’amara sensazione di essere stato preso per i fondelli per l’ennesima volta.

Lorenzo Quadri

 

La SSR e il Dipartimento sempre più emuli di Tafazzi

In vista della votazione si moltiplicano gli aiuti involontari all’iniziativa No Billag

E’ cominciata da un po’ la campagna contro l’iniziativa No Billag. La quale, nel frattempo, ci mette del suo nel rendersi sempre più odiosa: vengono infatti segnalate nuove ondate di molestie  e di soprusi nei confronti di anziani che non hanno la radio, rispettivamente la TV.

Interessante notare che l’iniziativa No Billag il Consiglio federale la respinge senza controprogetto, ma con visibile schifo. Orrore! Non si entra nemmeno nel merito! L’emittente di regime non si tocca! Invece, quando si tratta dell’iniziativa che vuole cancellare il 9 febbraio, prendendo a schiaffi la volontà del 70% dei Ticinesi trattati da razzisti e fascisti, di reazioni schifate non c’è traccia.  Anzi, il Consiglio federale – voglioso di sabotare il “maledetto voto” – entra nel merito con malcelata goduria. Evidentemente qualcuno ha perso la capacità di vergognarsi.

Il rapporto e il ricatto

Nei mesi scorsi, il governo  ha pubblicato un rapporto sullo stato del servizio pubblico radiotelevisivo. Nel logorroico documento, il Dipartimento Leuthard riesce a dire che l’è tüt a posct. E questo malgrado nel giugno 2015, quindi non tre secoli fa, metà della popolazione svizzera abbia asfaltato la SSR nella votazione sul canone obbligatorio anche per chi non ha né radio né tv. Ma a Berna si va avanti come se niente “fudesse”.

Oltretutto, dimostrando evidente mancanza di argomenti, per convincere gli svizzerotti a respingere l’iniziativa No Billag il Dipartimento Leuthard si serve, ancora una volta, del ricatto (lo fece già in occasione della votazione sulla vignetta autostradale a 100 Fr, per chi ha presente; sappiamo con quali risultati). Questa volta il ricatto è il seguente: guardate che si vi azzardate a votare l’iniziativa No Billag a farne le spese saranno il Ticino e la Romandia.

Scudi umani

Di fatto, dunque, le minoranze linguistiche vengono utilizzate come scudi umani per parare il fondoschiena alla SSR. Oltretutto raccontando fregnacce. Perché l’obbligo di offrire programmi equivalenti nelle tre regioni linguistiche non dipende dalla Billag e dall’ammontare del canone, bensì dalle disposizioni legali che regolano il servizio pubblico e l’autorizzazione ad esercitare dell’emittente.

Particolarmente grottesco il fatto che dall’interno della stessa amministrazione federale siano giunte veementi critiche contro il rapporto del Dipartimento Leuthard. Per la Commissione della concorrenza e per la SECO, infatti, sul servizio pubblico in campo di radiotelevisione occorre discutere eccome. Certo, la SECO si è ormai del tutto screditata con le statistiche farlocche sull’occupazione. Ma la ComCo no.

Svegliare il can che dorme

Se la SSR crede di trovarsi in una botte di ferro perché la nuova legge che ha trasformato il canone radioTV più caro d’Europa in un’imposta è stata approvata per ben (!) 3000 voti a livello nazionale, e perché il Consiglio federale se ne impipa del malcontento degli utenti e le regge la coda con ottusa acriticità, forse ha fatto male i conti.

Il rapporto sul servizio pubblico infatti, non fornendo alcuna risposta alla metà dei cittadini svizzeri che nel giugno 2015 ha bocciato la SSR, ha dato la stura, a livello parlamentare, a tutta una serie di proposte e di emendamenti. In sostanza, invece di metterla via senza prete, come da intenzione dipartimentale, si è svegliato il can che dorme.

Mangiano pane e volpe?

Sicché adesso la SSR rischia di vedersi mettere in discussione ed in votazione proprio quello su cui non voleva che si discutesse (e ancor meno che si votasse). Prima di tutto il ruolo del servizio pubblico. Si moltiplicano le voci che chiedono di passare ad una stretta sussidiarietà. Traduzione: la SSR si ritiri da quello che possono fare anche i privati. Poi, una volta ridotto drasticamente il campo d’azione dell’emittente di regime, si riduce di conseguenza anche l’ammontare del canone (l’UDC torna alla carica con la proposta di canone a 200 Fr). La SSR, con le sue velleità espansionistiche su internet, butta ulteriore benzina sul fuoco. Pretende infatti – essendo finanziata con il canone – di fare concorrenza sleale ai portali privati, che devono stare in piedi solo con le entrate pubblicitarie.

Certo che questi alti papaveri della TV statale mangiano pane e volpe a colazione! Invece di passare all’acqua bassa,  hanno mire imperialistiche. E si tirano la zappa sui piedi da soli. La Waterloo di De Weck e compagnia cantante è dietro l’angolo.

Deciderà il Parlamento?

Inoltre, la bella pensata di trasformare il canone in un’imposta quando non esiste la necessaria base legale, ha ottenuto il brillante (per la SSR) risultato di mettere il vento in poppa a quanti da tempo chiedono che sia il parlamento a decidere l’ammontare della nuova imposta. E se i grandi scienziati della SSR e del DD (Dipartimento Doris) sono proprio sicuri che non ci siano i numeri per far passare una proposta di questo tipo e per poi decidere, in parlamento, un drastico taglio al canone, con tutte le conseguenze del caso, forse sarebbe il caso che riprendessero in mano il pallottoliere. Quando si dice: andarsele a cercare col lanternino…

Lorenzo Quadri

 

A Berna cominciano ad accorgersi che abbiamo ragione

Primo Sì federale per il casellario. Quadri: “adesso bisogna fare lobbying”

Anche il Consiglio degli Stati, o meglio la sua Commissione delle Istituzioni politiche (la differenza non è, purtroppo, di poco conto) è diventato un po’ leghista. Martedì, infatti, la CIP-S ha approvato, seppur a maggioranza risicata di un solo voto (6 favorevoli e 5 contrari), due risoluzioni cantonali ticinesi a favore della richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio o rinnovo di un permesso B (dimora) o G (frontaliere).

Da aprile 2015

La richiesta del casellario giudiziale è stata introdotta in Ticino nell’aprile 2015 per ferma volontà del Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi, che non ha mai ceduto alle pressioni, sia italiane che bernesi, perché si facesse retromarcia.

Per la Lega si tratta di una battaglia che viene da  lontano. Già nel 2008 infatti l’allora deputato leghista in Gran Consiglio Lorenzo Quadri aveva presentato una proposta di iniziativa cantonale all’indirizzo della Confederazione affinché venisse reintrodotta la richiesta sistematica del casellario giudiziale. Approvata dal Gran Consiglio sette anni dopo, la risoluzione è stata spedita a Berna assieme ad un’altra che chiede di introdurre lo stesso obbligo anche per i padroncini.

Il Consiglio nazionale nel maggio del 2015 aveva invece respinto a maggioranza una mozione dello stesso Quadri con il medesimo contenuto dell’iniziativa cantonale.

Un primo passo

“Il Sì della commissione del Consiglio degli Stati non è ancora una vittoria, ma è comunque un primo passo molto positivo – osserva Quadri -. Il governo ticinese,  nel suo scritto alla Commissione, ha tirato le somme. Dalla sua entrata in vigore, la richiesta del casellario ha permesso di emanare 53 decisioni negative su richieste di permessi, di cui 20 negli ultimi sei mesi.  Ciò significa che, grazie alla richiesta del casellario, si è impedito a 53 persone potenzialmente pericolose di stabilirsi nel nostro paese o di entrarci tutti i giorni per lavorare (ricordiamo inoltre che per i frontalieri non vige più l’obbligo del rientro quotidiano al domicilio). A ciò si aggiunge l’effetto deterrente, che non è misurabile. Nel senso che non si sa quanti stranieri con la fedina penale sporca hanno rinunciato a chiedere di stabilirsi in Ticino a seguito della richiesta dell’estratto del casellario giudiziale. La misura è dunque efficace, contrariamente a quanto ha tentato di far credere, raccontando l’ennesima panzana, l’allora negoziatore con l’Italia De Watteville, che pretendeva addirittura che la deputazione ticinese a Berna convincesse il Consiglio di Stato a ritirarla”.

La strada sarebbe a suo avviso aperta perché non solo il Ticino, ma tutti i Cantoni richiedessero il casellario?

Certamente è una prassi da cui tutti trarrebbero vantaggio. Ne va della sicurezza nazionale. E’ inconcepibile che si concedano permessi  B o G alla cieca, senza informarsi sistematicamente su eventuali precedenti penali dei richiedenti. Tanto più che, come ben sappiamo, la richiesta del casellario non ha di per sé nulla di straordinario. Ai residenti viene chiesto di presentarlo in varie occasioni. Quindi in Italia se ne facciano una ragione.

Tuttavia il fatto che la richiesta ticinese sia stata approvata con un solo voto di scarto dimostra che c’è comunque una forte opposizione, come spiegarla?

L’unica spiegazione possibile è una scandalosa sudditanza nei confronti dell’UE.

Adesso quali sono i prossimi passi?

L’obiettivo ovviamente è che il plenum del Consiglio degli Stati segua la maggioranza della sua Commissione delle istituzioni politiche. Il sì della Commissione è infatti solo un primo passo. Per far questo occorre che la Deputazione ticinese a Berna, ed in particolare i senatori, facciano lobbying sui colleghi perché il plenum della Camera alta voti come la maggioranza della sua Commissione. Certo non è scontato, ma nemmeno impossibile.

Se anche il Consiglio degli Stati accettasse le iniziative cantonali ticinesi, resta ancora il Nazionale. Il quale,  nel maggio del 2015, ha già respinto una sua mozione a favore del ritorno alla richiesta sistematica del casellario.

Certo, ma anche il Consiglio nazionale può cambiare idea. Tanto più che nel frattempo non solo è cambiata la legislatura, ma la misura ticinese, che nel maggio dello scorso anno era solo agli esordi, ha dimostrato la propria validità, come attestano i dati del governo. Inoltre un eventuale sì del Consiglio degli Stati avrebbe, ovviamente, altro peso rispetto alla proposta di un deputato. E ancora: più passa il tempo, più dovrebbe crescere la consapevolezza dell’importanza di tutelare la sicurezza interna evitando arrivi indesiderati. Soprattutto coi tempi che corrono.

MDD