La SSR e il Dipartimento sempre più emuli di Tafazzi

In vista della votazione si moltiplicano gli aiuti involontari all’iniziativa No Billag

E’ cominciata da un po’ la campagna contro l’iniziativa No Billag. La quale, nel frattempo, ci mette del suo nel rendersi sempre più odiosa: vengono infatti segnalate nuove ondate di molestie  e di soprusi nei confronti di anziani che non hanno la radio, rispettivamente la TV.

Interessante notare che l’iniziativa No Billag il Consiglio federale la respinge senza controprogetto, ma con visibile schifo. Orrore! Non si entra nemmeno nel merito! L’emittente di regime non si tocca! Invece, quando si tratta dell’iniziativa che vuole cancellare il 9 febbraio, prendendo a schiaffi la volontà del 70% dei Ticinesi trattati da razzisti e fascisti, di reazioni schifate non c’è traccia.  Anzi, il Consiglio federale – voglioso di sabotare il “maledetto voto” – entra nel merito con malcelata goduria. Evidentemente qualcuno ha perso la capacità di vergognarsi.

Il rapporto e il ricatto

Nei mesi scorsi, il governo  ha pubblicato un rapporto sullo stato del servizio pubblico radiotelevisivo. Nel logorroico documento, il Dipartimento Leuthard riesce a dire che l’è tüt a posct. E questo malgrado nel giugno 2015, quindi non tre secoli fa, metà della popolazione svizzera abbia asfaltato la SSR nella votazione sul canone obbligatorio anche per chi non ha né radio né tv. Ma a Berna si va avanti come se niente “fudesse”.

Oltretutto, dimostrando evidente mancanza di argomenti, per convincere gli svizzerotti a respingere l’iniziativa No Billag il Dipartimento Leuthard si serve, ancora una volta, del ricatto (lo fece già in occasione della votazione sulla vignetta autostradale a 100 Fr, per chi ha presente; sappiamo con quali risultati). Questa volta il ricatto è il seguente: guardate che si vi azzardate a votare l’iniziativa No Billag a farne le spese saranno il Ticino e la Romandia.

Scudi umani

Di fatto, dunque, le minoranze linguistiche vengono utilizzate come scudi umani per parare il fondoschiena alla SSR. Oltretutto raccontando fregnacce. Perché l’obbligo di offrire programmi equivalenti nelle tre regioni linguistiche non dipende dalla Billag e dall’ammontare del canone, bensì dalle disposizioni legali che regolano il servizio pubblico e l’autorizzazione ad esercitare dell’emittente.

Particolarmente grottesco il fatto che dall’interno della stessa amministrazione federale siano giunte veementi critiche contro il rapporto del Dipartimento Leuthard. Per la Commissione della concorrenza e per la SECO, infatti, sul servizio pubblico in campo di radiotelevisione occorre discutere eccome. Certo, la SECO si è ormai del tutto screditata con le statistiche farlocche sull’occupazione. Ma la ComCo no.

Svegliare il can che dorme

Se la SSR crede di trovarsi in una botte di ferro perché la nuova legge che ha trasformato il canone radioTV più caro d’Europa in un’imposta è stata approvata per ben (!) 3000 voti a livello nazionale, e perché il Consiglio federale se ne impipa del malcontento degli utenti e le regge la coda con ottusa acriticità, forse ha fatto male i conti.

Il rapporto sul servizio pubblico infatti, non fornendo alcuna risposta alla metà dei cittadini svizzeri che nel giugno 2015 ha bocciato la SSR, ha dato la stura, a livello parlamentare, a tutta una serie di proposte e di emendamenti. In sostanza, invece di metterla via senza prete, come da intenzione dipartimentale, si è svegliato il can che dorme.

Mangiano pane e volpe?

Sicché adesso la SSR rischia di vedersi mettere in discussione ed in votazione proprio quello su cui non voleva che si discutesse (e ancor meno che si votasse). Prima di tutto il ruolo del servizio pubblico. Si moltiplicano le voci che chiedono di passare ad una stretta sussidiarietà. Traduzione: la SSR si ritiri da quello che possono fare anche i privati. Poi, una volta ridotto drasticamente il campo d’azione dell’emittente di regime, si riduce di conseguenza anche l’ammontare del canone (l’UDC torna alla carica con la proposta di canone a 200 Fr). La SSR, con le sue velleità espansionistiche su internet, butta ulteriore benzina sul fuoco. Pretende infatti – essendo finanziata con il canone – di fare concorrenza sleale ai portali privati, che devono stare in piedi solo con le entrate pubblicitarie.

Certo che questi alti papaveri della TV statale mangiano pane e volpe a colazione! Invece di passare all’acqua bassa,  hanno mire imperialistiche. E si tirano la zappa sui piedi da soli. La Waterloo di De Weck e compagnia cantante è dietro l’angolo.

Deciderà il Parlamento?

Inoltre, la bella pensata di trasformare il canone in un’imposta quando non esiste la necessaria base legale, ha ottenuto il brillante (per la SSR) risultato di mettere il vento in poppa a quanti da tempo chiedono che sia il parlamento a decidere l’ammontare della nuova imposta. E se i grandi scienziati della SSR e del DD (Dipartimento Doris) sono proprio sicuri che non ci siano i numeri per far passare una proposta di questo tipo e per poi decidere, in parlamento, un drastico taglio al canone, con tutte le conseguenze del caso, forse sarebbe il caso che riprendessero in mano il pallottoliere. Quando si dice: andarsele a cercare col lanternino…

Lorenzo Quadri

 

A Berna cominciano ad accorgersi che abbiamo ragione

Primo Sì federale per il casellario. Quadri: “adesso bisogna fare lobbying”

Anche il Consiglio degli Stati, o meglio la sua Commissione delle Istituzioni politiche (la differenza non è, purtroppo, di poco conto) è diventato un po’ leghista. Martedì, infatti, la CIP-S ha approvato, seppur a maggioranza risicata di un solo voto (6 favorevoli e 5 contrari), due risoluzioni cantonali ticinesi a favore della richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio o rinnovo di un permesso B (dimora) o G (frontaliere).

Da aprile 2015

La richiesta del casellario giudiziale è stata introdotta in Ticino nell’aprile 2015 per ferma volontà del Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi, che non ha mai ceduto alle pressioni, sia italiane che bernesi, perché si facesse retromarcia.

Per la Lega si tratta di una battaglia che viene da  lontano. Già nel 2008 infatti l’allora deputato leghista in Gran Consiglio Lorenzo Quadri aveva presentato una proposta di iniziativa cantonale all’indirizzo della Confederazione affinché venisse reintrodotta la richiesta sistematica del casellario giudiziale. Approvata dal Gran Consiglio sette anni dopo, la risoluzione è stata spedita a Berna assieme ad un’altra che chiede di introdurre lo stesso obbligo anche per i padroncini.

Il Consiglio nazionale nel maggio del 2015 aveva invece respinto a maggioranza una mozione dello stesso Quadri con il medesimo contenuto dell’iniziativa cantonale.

Un primo passo

“Il Sì della commissione del Consiglio degli Stati non è ancora una vittoria, ma è comunque un primo passo molto positivo – osserva Quadri -. Il governo ticinese,  nel suo scritto alla Commissione, ha tirato le somme. Dalla sua entrata in vigore, la richiesta del casellario ha permesso di emanare 53 decisioni negative su richieste di permessi, di cui 20 negli ultimi sei mesi.  Ciò significa che, grazie alla richiesta del casellario, si è impedito a 53 persone potenzialmente pericolose di stabilirsi nel nostro paese o di entrarci tutti i giorni per lavorare (ricordiamo inoltre che per i frontalieri non vige più l’obbligo del rientro quotidiano al domicilio). A ciò si aggiunge l’effetto deterrente, che non è misurabile. Nel senso che non si sa quanti stranieri con la fedina penale sporca hanno rinunciato a chiedere di stabilirsi in Ticino a seguito della richiesta dell’estratto del casellario giudiziale. La misura è dunque efficace, contrariamente a quanto ha tentato di far credere, raccontando l’ennesima panzana, l’allora negoziatore con l’Italia De Watteville, che pretendeva addirittura che la deputazione ticinese a Berna convincesse il Consiglio di Stato a ritirarla”.

La strada sarebbe a suo avviso aperta perché non solo il Ticino, ma tutti i Cantoni richiedessero il casellario?

Certamente è una prassi da cui tutti trarrebbero vantaggio. Ne va della sicurezza nazionale. E’ inconcepibile che si concedano permessi  B o G alla cieca, senza informarsi sistematicamente su eventuali precedenti penali dei richiedenti. Tanto più che, come ben sappiamo, la richiesta del casellario non ha di per sé nulla di straordinario. Ai residenti viene chiesto di presentarlo in varie occasioni. Quindi in Italia se ne facciano una ragione.

Tuttavia il fatto che la richiesta ticinese sia stata approvata con un solo voto di scarto dimostra che c’è comunque una forte opposizione, come spiegarla?

L’unica spiegazione possibile è una scandalosa sudditanza nei confronti dell’UE.

Adesso quali sono i prossimi passi?

L’obiettivo ovviamente è che il plenum del Consiglio degli Stati segua la maggioranza della sua Commissione delle istituzioni politiche. Il sì della Commissione è infatti solo un primo passo. Per far questo occorre che la Deputazione ticinese a Berna, ed in particolare i senatori, facciano lobbying sui colleghi perché il plenum della Camera alta voti come la maggioranza della sua Commissione. Certo non è scontato, ma nemmeno impossibile.

Se anche il Consiglio degli Stati accettasse le iniziative cantonali ticinesi, resta ancora il Nazionale. Il quale,  nel maggio del 2015, ha già respinto una sua mozione a favore del ritorno alla richiesta sistematica del casellario.

Certo, ma anche il Consiglio nazionale può cambiare idea. Tanto più che nel frattempo non solo è cambiata la legislatura, ma la misura ticinese, che nel maggio dello scorso anno era solo agli esordi, ha dimostrato la propria validità, come attestano i dati del governo. Inoltre un eventuale sì del Consiglio degli Stati avrebbe, ovviamente, altro peso rispetto alla proposta di un deputato. E ancora: più passa il tempo, più dovrebbe crescere la consapevolezza dell’importanza di tutelare la sicurezza interna evitando arrivi indesiderati. Soprattutto coi tempi che corrono.

MDD

Bruxelles, la credibilità è precipitata sotto zero

DisUnione europea: dopo il “caso Vallonia” i funzionarietti si leccano le ferite

 

E noi svizzerotti vogliamo rimanere gli unici che si fanno comandare da chi è totalmente delegittimato sia all’interno che all’esterno dell’UE?

L’ormai fallita Unione europea cumula figure marroni. La Vallonia è riuscita per lungo tempo a tenerla in scacco, mettendo il veto  alla sottoscrizione dell’accordo CETA con il Canada. Buono o cattivo che sia l’accordo, è significativo ed importante che una piccola regione blocchi l’intero carrozzone europeo, sbugiardandolo a livello internazionale. E mostrando a tutti come sono messi quelli che da Bruxelles pretendono di andare a comandare in casa d’altri.

Ad est…

Del resto, a far fare figure da cioccolatai ai funzionarietti di Bruxelles (che l’industriale radikalchic Carlo De Benedetti ha definito dei trombati) ci pensano anche i paesi dell’Europa dell’est, i quali non hanno la benché minima intenzione di farsi affibbiare finti rifugiati a migliaia per volta. Quei finti rifugiati che alcuni paesi della vecchia UE insistono nel lasciar entrare e poi pretendono di sbolognare agli altri esigendo, non si sa per quale motivo, che la loro ignavia venga premiata con “solidarietà”.

 

Il parolaio

Nell’Europa dell’Est c’è chi si sa difendere da queste prepotenze. Il premier italiano non eletto Matteo Renzi blatera di sanzionare i paesi che non aderiscono ai programmi di ridistribuzione di migranti stabiliti da Bruxelles e che costruiscono muri sul confine. Si dimentica di dire, il parolaio fiorentino, che quei paesi non solo difendono i propri confini – perché fanno, a giusta ragione, gli interessi della loro popolazione – ma anche quelli esterni dell’UE, qualora essi coincidano con le frontiere nazionali. Ossia fanno quello che l’Italia non fa, dal momento che la via mediterranea rimane spalancata ai finti rifugiati; i passatori ringraziano.

Altro che sanzioni: gli Stati che costruiscono muri sul confine andrebbero semmai premiati. Sanzionati devono invece essere quelli che fanno entrare tutti, e poi pretendono che arrivi mamma UE a  toglierli d’impiccio “spalmando” i migranti economici sugli altri.

Servilismo preventivo

Inutile dire che la Svizzera è corsa immediatamente a dare la propria disponibilità ad accogliere anche i finti rifugiati che spettano ad altri. Già nel settembre dell’anno scorso, quando i piani di distribuzione di migranti erano ancora un concetto vago, la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga si è affrettata a dare l’adesione preventiva della Svizzera. Neanche si trattasse di una gara al servilismo in cui chi può vantarsi di essere “arrivato uno” riceve un premio. E non sia mai che Berna neghi alcunché ai padroni di Bruxelles. Intanto la spesa per l’asilo esplode. Ma il conto non lo pagano le casse comunitarie. Lo saldano i borselli degli svizzerotti. E tanto per non farsi mancare nulla, la kompagna Sommaruga vorrebbe accordare agli asilanti ammessi provvisoriamente un nuovo “statuto di protezione”.  Questo tanto per essere sicura che ammissione provvisoria significhi, di fatto, ammissione definitiva. Tra le forze politiche, solo il P$$ ha aderito entusiasta al balordo progetto: questo già basta e avanza per spiegare la natura dell’iniziativa.

Tu quoque Germania

Destabilizzata dalla questione Vallonia, in crisi perché i paesi dell’Europa dell’Est non intendono farsi rifilare ulteriori finti rifugiati e nemmeno accettare l’arrivo di “una forte presenza islamica”, l’Unione europea è in braghe di tela anche per la Brexit. Essa sbugiarda impietosamente il mantra del “senza l’UE è la catastrofe” e chi su questo mantra ci campa; ad esempio i camerieri dell’UE in Consiglio federale.  Anche la locomotiva tedesca ci mette del suo. In prima fila a ripetere “niente mercato comunitario senza libera circolazione delle persone” la Germania ha deciso di discriminare pesantemente gli immigrati comunitari, alla faccia della libera circolazione: gli stranieri non avranno diritto, per i primi 5 anni di permanenza su suolo tedesco, a rendite di disoccupazione o d’assistenza.  Per la serie: “fate quello che dico, non quello che faccio”!

La domanda a questo punto è scontata. Essendo manifesto che l’UE non è in grado di imporre niente a nessuno e che la sua credibilità, specialmente dopo il caso Vallonia, è sotto zero, noi svizzerotti vogliamo proprio essere gli unici che si fanno comandare da Bruxelles?

Lorenzo Quadri

Eritrei in assistenza: dal 2008 al 2014 aumento del 2’272%!

E poi dicono che non è vero che siamo il paese del Bengodi per migranti economici?

 

I costi della socialità svizzera sono andati “allegramente” fuori controllo. Ciò è accaduto con il fattivo contributo dell’immigrazione scriteriata e del caos asilo.

I dati a livello federale parlano chiaro: il numero degli svizzeri in assistenza resta più o meno costante per rapporto alla popolazione, mentre in altre nazionalità si evidenziano delle vere e proprie esplosioni.

“Cambio di prassi”

Per quel che riguarda gli svizzeri in assistenza, occorrerebbe poi verificare quanti di questi svizzeri sono effettivamente tali e quanti sono invece naturalizzati di fresco (lo stesso problema che si presenta quando si leggono le statistiche della criminalità).

Vedi al proposito, in Ticino, il caso eclatante citato di recente come “cambio di prassi” del Consiglio di Stato in materia di espulsione di dimoranti a carico dello Stato sociale. La compagna sudamericana in assistenza di un “cittadino svizzero” (anch’egli in assistenza) potrà rimanere in Ticino a seguito della nuova prassi governativa. Peccato che il compagno in questione il passaporto svizzero ce l’abbia da un paio d’anni.

Eritrea: cifre allucinanti!

Qual è il dato più eclatante (ripreso dalle statistiche federali) sulle nazionalità di riceve l’assistenza in Svizzera? Quello dei cittadini eritrei, che evidentemente sono arrivati da noi come asilanti. Malgrado non scappino da alcuna guerra. Malgrado, come disse il consigliere del presidente eritreo in visita a Berna, si tratti di “giovani formati, sui quali il nostro paese ha investito, e che tornano a casa per le vacanze, a dimostrazione che non sono dei perseguitati”. Ebbene, dicono le statistiche federali che nel 2006 in Svizzera c’erano 276 eritrei in assistenza, mentre nel 2014 ce n’erano 6’547 (oggi, a seguito del caos asilo, saranno di sicuro parecchi di più). Fatto sta che l’aumento di eritrei in assistenza in otto anni è stato di ben il 2’272%! E poi gli spalancatori di frontiere hanno il coraggio di  venirci a dire che non è vero che siamo il paese del Bengodi per migranti economici, che sono tutte balle della Lega populista e razzista?

Immigrazione uguale ricchezza?

Oggi, tra le nazionalità straniere più rappresentate tra i beneficiari di prestazioni sociali  in Svizzera, gli eritrei si collocano al quinto posto. In cima alla classifica troviamo il Portogallo (il 9.22% degli stranieri in assistenza in Svizzera hanno nazionalità portoghese), seguito da Turchia (9.06%), Italia (8.56%), Serbia (5.69%), e, appunto, Eritrea (5.4%).

Ma se il numero di eritrei in assistenza è aumentato del 2’272% (sic!) in 8 anni (e gli ultimi due anni mancano ancora dalle statistiche) anche altre nazionalità hanno raddoppiato, triplicato o quadruplicato la propria presenza percentuale. Comprese quelle UE. Tra il 2006 ed il 2014 i rumeni in assistenza sono aumentati del 168%. I bulgari del 159%. Perfino i tedeschi sono raddoppiati! E non dimentichiamoci che queste cifre non tengono conto delle naturalizzazioni facili.

Cos’è che venivano a raccontarci gli spalancatori di frontiere e camerieri dell’UE? “Immigrazione uguale ricchezza”? “Con la libera circolazione arrivano forze di lavoro specializzate indispensabili per l’economia”?

 Paese del Bengodi

La Svizzera – chiusa e razzista – oltre ad avere il tasso di stranieri più elevato di tutta Europa (con l’unica eccezione del piccolo Lussemburgo) si ritrova con un saldo migratorio dalla sola UE di 80mila persone in più all’anno. Che in cifre assolute aumenti il numero degli stranieri a carico dello stato sociale è la logica conseguenza. Assai meno conseguente è l’aumento percentuale. Per prendere l’esempio dei tedeschi (così magari anche gli amici d’Oltralpe ci fanno una qualche riflessione): tra il 2006 ed il 2014 il loro numero in Svizzera è senz’altro aumentato; però la percentuale di tedeschi in assistenza avrebbe dovuto rimanere costante. Invece è cresciuta alla grande. E questo testimonia della  massiccia immigrazione nello Stato sociale. Altro che balle della Lega populista e razzista!

 

Avanti così…

E come la mettiamo, per chiudere il cerchio, con quell’aumento del 2272% (sic!) degli eritrei in assistenza? Vogliamo continuare a fare entrare e a mantenere tutti? Poi ci chiediamo come mai ci toccherà andare in pensione a 70 anni e farci tartassare sempre di più?

Lorenzo Quadri

Prima sloggiamo tutti i migranti economici, poi…

Carla Del Ponte monta in cattedra: “La ricca Svizzera deve accogliere più siriani!”

 

Certo che l’illuminata opinione dell’ex procuratrice Carla Del Ponte secondo cui la Svizzera deve spalancare le frontiere agli asilanti siriani mancava proprio. “La Svizzera e l’UE sono ricche e possono permettersi di accogliere un numero molto maggiore di siriani in fuga dalla guerra”, sentenzia l’ex procuratrice. Che, tanto per rincarare la dose, garantisce: “dopo la guerra i migranti siriani torneranno tutti in patria”. Ohibò, qui qualcosa non ci torna.

Punto primo: cominciamo ad averne piene le scatole di questi Soloni e “Solonesse” con i piedi bene al caldo che, tronfi come tacchini, montano in cattedra a moraleggiare, rimproverando al “popolino” chiusure e razzismi e tentando di inculcarci sensi di colpa perché “in Svizzera devono entrare tutti”.

Punto secondo: La Svizzera sul fronte dell’asilo, per rapporto al numero di abitanti, fa già molto di più di tanti altri paesi UE. E se cominciasse invece a fare di più per i propri concittadini in difficoltà? Se la smettesse di tartassare il ceto medio per finanziare la spesa della socialità andata fuori controllo anche per colpa dell’immigrazione nello stato sociale (vedi finti asilanti, vedi permessi B a carico dell’ente pubblico, vedi…)?

Punto terzo: la Svizzera sarà anche ricca (?); la Signora Del Ponte lo è di sicuro (tanto meglio per lei); ma la maggior parte dei cittadini elvetici non lo è. Quindi la Signora ex procuratrice ed ex ambasciatrice, oltre a calare sentenze (o meglio ancora: al posto di calare sentenze) può anche attivarsi in prima persona, attingendo dalla propria ampia disponibilità finanziaria.

Punto quarto: gli asilanti ammessi provvisoriamente non rientrano affatto in patria una volta che è tornata la pace, e questo lo sanno anche i paracarri. Al contrario, restano tutti qui. Ammissione provvisoria è diventato sinonimo di ammissione definitiva. La stessa kompagna Simonetta Sommaruga, davanti al parlamento, non lo ha nascosto: “passano gli anni, le persone si sposano (matrimoni di comodo?, ndr), fanno bambini che vanno a scuola qui e si sa come vanno queste cose…”.  Appunto, si sa esattamente come vanno queste cose. Rimangono tutti in Svizzera invece di rientrare nel paese d’origine. E non solo rimangono tutti qui, ma vanno tutti (quasi il 90%) in assistenza. Una situazione che perfino il già consigliere nazionale P$$ Rudolph Strahm, ex Mr Prezzi (quindi non il Mattino populista e razzista) ha definito “esplosiva”.

Punto quinto: invece di correggere la situazione di cui sopra, facendo in modo che le ammissioni provvisorie tornino ad essere effettivamente tali, il Consiglio federale ha appena  partorito un progetto che vuole garantire agli ammessi provvisoriamente la permanenza in Svizzera vita natural durante. Quindi proprio il contrario di quello che dovrebbe fare. Tra tutti i partiti, solo il P$$ ha approvato la proposta: non servono altri commenti.

Punto sesto: i siriani sono una piccola percentuale dei richiedenti l’asilo in Svizzera, attorno 10%. Vogliamo accogliere più siriani? Ci va anche bene. Però di migranti economici in arrivo dall’Eritrea, dal Magreb, eccetera, ossia i giovanotti con smartphone e vestiti alla moda, non ne facciamo più entrare nemmeno uno.

Punto settimo: come si fa a distinguere un vero profugo siriano da un terrorista dell’Isis sotto mentite spoglie? Attenzione inoltre che l’equazione siriani = tutta brava gente non è esattamente scontata. Ad esempio, il super-ricercato di Chemnitz era un siriano; nei giorni scorsi un quindicenne (!) siriano a Liezen (Austria) ha picchiato e violentato una prostituta. Eccetera.

Lorenzo Quadri

 

Svizzera – UE: quando “sa po’ mia” vuol dire “a vörum mia”

Horizon 2020: storia di uno squallido ricatto e di un’immediata calata di braghe

 

La fallita Unione europea, per ricattare la Svizzera su un voto popolare (quello sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa) l’ha arbitrariamente legato alla partecipazione al programma di ricerca Horizon 2020.

I trombati (definizione usata da Carlo De Benedetti) di Bruxelles hanno come noto dichiarato che il nostro Paese sarebbe stato parzialmente escluso dal programma in questione se non avesse accettato di estendere la libera circolazione delle persone alla Croazia. L’estensione comporta tuttavia la flagrante violazione del “nuovo” articolo costituzionale 121 a “Contro l’immigrazione di massa”.

Ma Horizon 2020 non c’entra un tubo con la libera circolazione delle persone: infatti vi partecipano anche paesi non UE (ad esempio Israele).  La “démarche” della DisUnione europea nei confronti della Svizzera altro non è, dunque, che l’ennesimo e squallido ricatto. Al quale, inutile sottolinearlo, la partitocrazia cameriera dell’UE si è immediatamente inchinata. Perché per costoro, e ben lo si è visto con il compromesso-ciofeca contro il 9 febbraio, la volontà popolare non conta un tubo, mentre ogni cip che arriva da Bruxelles…

Un altro “caso Erasmus”?

Davanti al ricatto blu stellato, la casta degli intellettualini spalancatori di frontiere, ben spalleggiata dalla stampa di regime e dai cosiddetti “poteri forti” (quelli che rifiutano ogni limitazione dell’immigrazione perché bramosi di manodopera straniera a basso costo) si è  affrettata a sfoderare il solito arsenale catastrofista.  “Bisogna” (?) violare la Costituzione e calare le braghe davanti a Bruxelles, altrimenti ne andrà di mezzo la nostra ricerca! E chi sarà mai il bifolco che oserà mettere in pericolo una vacca sacra del politicamente korretto come la ricerca? Naturalmente non viene mai detto che la Svizzera partecipa ad Horizon 2020 con la bellezza di 4.4 miliardi di Fr. Quanti ne ricava in finanziamenti ai suoi progetti? Boh! Vuoi vedere che ci troviamo davanti all’ennesima operazione in perdita? Vedi ad esempio il caso analogo dei programmi Erasmus, che costano uno sproposito ma hanno tassi di partecipazione infima. E anche lì, quando – sempre a seguito del “maledetto voto” – la Svizzera venne penalizzata dall’UE, la casta degli intellettualini si mise a strillare, rimediando una figura barbina o marrone che dir si voglia quando vennero rese pubbliche le disastrate cifre di Erasmus.

Parola di ex CEO

A proposito di Horizon 2020, sul numero di ottobre del periodico dell’ASNI (Associazione per una Svizzera neutrale ed indipendente) è pubblicato un interessante contributo del Dott. Pedro Reiser, ex CEO di Novartis Pharma a Tokio. Dunque uno  che di ricerca qualcosa ne dovrebbe capire.

Reiser in sostanza conferma quello che il Mattino, per non saper né leggere né scrivere, ha ribadito in più occasioni.

A parte lo squallore del ricatto europeo nei nostri confronti, che ben ci dà la misura del livello dei trombati (De Benedetti dixit) di Bruxelles, i quali andrebbero sistematicamente mandati “a scopare il mare” ogni volta che formulano una pretesa all’indirizzo della Svizzera, l’ex CEO ribadisce che le eccellenze in ambito di ricerca non si trovano affatto nell’UE, bensì al suo esterno. Oppure in Gran Bretagna, anch’essa in fase di uscita dalla DisUnione. E’ con questi centri d’eccellenza che bisogna collaborare. Non certo con le università rumene o bulgare o italiane.

I principali enti di ricerca in Svizzera, ovvero i due politecnici, si trovano peraltro, nelle classifiche internazionali, ad un livello assai superiore rispetto alle Università UE. Oltretutto, per la serie “ma tu guarda i casi della vita”, dopo il “maledetto voto” del 9 febbraio il ranking delle Università elvetiche è ulteriormente migliorato. Ma come: non ci avevano detto che sarebbe accaduto proprio il contrario?

E la neutralità?

Nel suo scritto, Reiser porta un ulteriore elemento di riflessione. In luglio UE e NATO hanno deciso una stretta cooperazione nell’ambito della ricerca. Però la neutralità della Svizzera non è compatibile con la partecipazione a programmi  in cui la NATO è presente in modo massiccio. Forse che qualcuno a Berna si pone il problema? Macché! I camerieri dell’UE che siedono in Consiglio federale della neutralità se ne impipano; così come della sovranità nazionale e della democrazia diretta.

Grattare la superficie

Che l’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia costituisca una violazione della Costituzione federale, lo ha ammesso perfino Simonetta Sommaruga all’indomani del voto sul 9 febbraio. Ma il triciclo ex partitone – PPDog – P$$, invece di sostenere la volontà popolare, ha assecondato, e con la massima goduria, il ricatto dell’UE sulla ricerca. Ricatto che le élite spalancatrici di frontiere e gli intellettualini della “gauche caviar”, sempre famelici di argomenti con cui minacciare gli svizzerotti per costringerli a far entrare tutti, hanno subito fatto proprio.

Vogliamo davvero continuare a seguire una partitocrazia che ha fatto della calata di braghe davanti  all’UE e dello stupro della democrazia l’abituale “modus operandi”? Basta grattare un po’ la superficie del mantra del “sa po’ mia” che viene sistematicamente opposto a qualsiasi richiesta di ripristino della sovranità nazionale scelleratamente svenduta, per scoprire cosa esso nasconde. Ci si accorge che quel “sa po’ mia” è in realtà un “a vörum mia”!

Lorenzo Quadri

Nekkaz arrestato a Parigi

Finalmente ha trovato pane per i suoi denti!

A Locarno, invece, era stato accolto e riverito dal municipale PLR Salvioni come “un intellettuale (!) che va ascoltato”. A quando il divieto di entrare in Svizzera?

E ben gli sta! Il sedicente imprenditore algerino Rachid Nekkaz è stato arrestato a Parigi a margine, a quanto sembra, di una manifestazione islamica.

Il Nekkaz è quello che arriva in Ticino, assieme alla svizzera convertita all’islam radicale, ad inscenare squallidi teratrini a sostegno della violazione del divieto di burqa – e quindi della legge e della Costituzione votata dal popolo ticinese.

A Parigi Nekkaz ha trovato finalmente pane per i suoi denti. Non così a Locarno, dove  in luglio è stato ricevuto dal municipale PLR Niccolò Salvioni  come “un intellettuale che va ascoltato, una persona moderata ed affabile, con argomenti filosofici interesanti” e avanti con i grotteschi salamelecchi.

Bellissimo: un algerino arriva in Ticino a dire che bisogna violare legge e Costituzione – naturalmente tramite manifestazione non autorizzata, perché costui si crede al di sopra delle regole – e  cosa incontra? Il municipale liblab di turno che lo accoglie e lo riverisce come se si trattasse di un illustre intellettuale in visita di cortesia.

A quando il divieto d’entrata?

Quale sia poi il livello “intellettuale” del Nekkaz lo si è ben visto al momento dell’arresto a Parigi, quando l’ “affabile e moderato” (Salvioni dixit) “signore”, evidentemente fuori dalle pezze, è sbroccato con incredibile arroganza e cafonaggine contro gli agenti con affermazioni del tipo: “Lei è una vergogna per la Polizia francese”.

Chissà cosa ne pensa la kompagna Simonetta Sommaruga della prestazione parigina del Nekkaz?

Adesso aspettiamo che, dopo l’arresto a Parigi, per l’ “imprenditore” algerino arrivi anche il divieto di entrare in Svizzera. Quel divieto che il Consiglio federale ha a più riprese rifiutato di pronunciare poiché il Nekkaz non rappresenterebbe un problema per l’ordine pubblico; peccato che l’arresto parigino indichi altro. Ma il fatto è che al Consiglio federale il divieto di burqa dà fastidio perché “bisogna aprirsi” all’estremismo islamico e all’islamizzazione della Svizzera. E quindi non si sogna di difenderlo. Ad ennesima dimostrazione che, per i camerieri dell’UE, la volontà popolare non conta un tubo.

Lorenzo Quadri

“Prima i nostri” sul lavoro e anche nella socialità!

Sempre più casi d’assistenza in Ticino per colpa della libera circolazione

 

Ma nooo! Ma chi l’avrebbe mai detto! Nel mese di luglio del 2016 il numero di casi d’assistenza in questo sempre meno ridente Cantone è aumentato di ben il 12,6% rispetto al luglio del 2015. Si contano infatti 880 casi in più. Ma come: con la libera circolazione delle persone non andava tutto a meraviglia? Ma come: i problemi occupazionali in Ticino non erano tutta una balla della Lega populista e razzista? Ma come: il gettito fiscale complessivo (mica il procapite…) non era aumentato, per cui l’ è tüt a posct? Ma come: non c’erano le statistiche farlocche della SECO e dell’IRE a raccontarci che…

Adesso aspettiamo di sapere come intendono spiegare l’ennesima impennata dei casi d’assistenza in Ticino quelli che hanno spalancato le frontiere all’invasione da sud e poi hanno ancora la faccia di lamiera di negare che, in questo modo, hanno generato sul mercato del lavoro ticinese fenomeni deleteri quali il soppiantamento ed il dumping. E ci hanno pure messo in casa l’imprenditoria-ciarpame “made in Italy” che con i dipendenti ne fa da vendere e da spendere. Vedi  il caso della Consonni Contract SA, quello dell’Adria costruzioni…

Le politiche di $inistra

Ancora una volta, davanti all’ennesimo aumento dei casi d’assistenza, i kompagni spalancatori di frontiere non sono riusciti a cogliere l’occasione d’oro per passare all’acqua bassa. Ed infatti, hanno pensato bene di diramare un fumoso comunicato in cui si punta il dito contro la presunta politica di destra (?) che sarebbe responsabile dell’attuale situazione.

E’ ovvio che quegli imprenditori che assumono frontalieri e lasciano a casa i ticinesi hanno delle pesanti responsabilità: ma chi, o meglio che cosa, permette a questi “padroni” di praticare il soppiantamento? Risposta: la libera circolazione delle persone. Che i kompagni non solo hanno assolutamente voluto, ma che tuttora difendono con ideologico isterismo. Infatti a $inistra non solo vogliono cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio – il consigliere di Stato Manuele Bertoli lo ha di nuovo ribadito – ma rifiutano categoricamente la preferenza indigena sul mercato del lavoro: non sia mai! In Svizzera “devono entrare tutti”!

Per cui, cari kompagni internazionalisti, come la mettiamo con le responsabilità della $inistra nell’esplosione dei casi d’assistenza?

La spesa sociale esplode

Non è tutto: il P$ prende spunto dall’aumento massiccio dei casi d’assistenza per promuovere i suoi referendum contro i tagli alla socialità. Naturalmente si dimentica di un piccolo particolare.

La spesa sociale ticinese è andata fuori controllo, col risultato che si taglia linearmente, perché qualcuno (in particolare a sinistra) non ne vuol sapere di chiudere i rubinetti all’immigrazione nello stato sociale. Sempre perché “devono entrare tutti”. E dire che all’interno della stessa UE si va in ben altra direzione: vedi le recenti decisioni dei governi di Germania e Gran Bretagna.

Risultato: spesso e volentieri gli ultimi arrivati attingono a piene mani dalle casse del nostro stato sociale e poi la maggioranza corre ai ripari risparmiando su tutti, compresi i ticinesi in difficoltà (che magari hanno pagato decenni di tasse, mentre le “new entry” non hanno versato un centesimo all’erario). Da notare che, per una strana dimenticanza, negli ultimi dati statistici ci si guarda bene dal dire  di quanto è aumentato il numero degli stranieri in assistenza.
Altro che inveire contro le presunte “politiche di destra”, cari compagni: e dove la mettiamo la responsabilità delle politiche di sinistra nell’esplosione dei casi d’assistenza e nei tagli alla socialità?

Cominciamo ad applicare “Prima i nostri”: sia sul mercato del lavoro che sull’accesso allo Stato sociale. Poi ne riparliamo.

Lorenzo Quadri

Frontalieri: rimettere la chiesa al centro del villaggio

Torniamo a bloccare i ristorni. E non ci facciamo minacciare da chi ci deve tutto

 

Si torna a parlare di accordi sulla fiscalità dei frontalieri. Lo ha fatto il Mattino due settimane fa. E lo ha fatto anche il Corriere del Ticino nell’editoriale di lunedì. Ce n’è ben donde. Infatti, anche se la notizia è passata quasi inosservata, i ristorni dei frontalieri italiani ammontano ormai a 77,2 milioni di Fr all’anno. Si tratta della somma totale, quindi comprensiva anche di quei (pochi) frontalieri che lavorano nei Grigioni e nel Vallese.

Del resto l’equazione è semplice: più frontalieri = più ristorni.

Due punti fermi

Sicché, mentre la politica si accapiglia per strapuntini da tre e una cicca come quelli dell’ente LAC, qui ci sono paccate di milioni che transitano inosservate dalle casse pubbliche ticinesi a quelle italiche. Ogni anno; non una tantum.

Occorre dunque partire da un paio di punti fermi.

Il primo: i ristorni nacquero, oltre 40 anni fa, come un pizzo all’Italia. I termini erano questi: noi italiani non vi rompiamo i cosiddetti sul segreto bancario, ma voi in cambio ci passate una quota delle imposte alla fonte dei frontalieri.

Il secondo: i ristorni erano legati al rientro quotidiano dei frontalieri al domicilio. E lo dimostra il fatto che, quando una decina di anni dopo si scoprì che una piccola parte di frontalieri non rientrava tutte le sere al paesello, la percentuale di ristorno venne abbassata: dal 40% al 38.8% attuale.

Accordi decaduti

Oggi nessuna di queste condizioni è più adempiuta. L’Italia come sappiamo ha infranto i patti inserendo la Svizzera, a causa del segreto bancario, su illegali liste nere, grigie, tigrate e chi più ne ha più ne metta; però ha continuato ad incassare il pizzo-ristorno come se “niente fudesse” (scemi noi che continuiamo a pagare). Inoltre, con la libera circolazione delle persone, l’obbligo di rientro quotidiano al domicilio per i frontalieri è venuto a cadere.

Non essendoci più i presupposti che stavano alla base della famigerata Convenzione del 1974, quest’ultima è da considerarsi decaduta. “Null und Nichtig”, come dicono a Berna. E allora la domanda è: di cosa cavolo stiamo discutendo con il Belpaese?  La Convenzione andava unilateralmente denunciata e i ristorni bloccati.

E l’utilizzo?

Oltretutto, visto che nella Penisola non si fanno le cose a metà, anche l’utilizzo concordato per i ristorni viene clamorosamente disatteso. Dovrebbero servire per opere infrastrutturali, ed in particolare per quelle di interesse transfrontaliero. Invece vanno a tappare i buchi di bilancio dei Comuni beneficiari. E le opere transfrontaliere restano impantanate. Vedi la grottesca telenovela del trenino Stabio-Arcisate. Vedi la cacca scaricata direttamente nel Ceresio perché non si fanno gli impianti di depurazione. Eccetera eccetera.

Proposta semplice

Essendo la Convenzione del 1974 di fatto decaduta, il Ticino giustamente si aspetta di incassare la totalità delle imposte alla fonte dei frontalieri, senza quindi doverne ristornare il 38.8% all’Italia. La proposta all’Italia è dunque semplice e lineare: i frontalieri vengono tassati come tutti gli altri cittadini italiani (non si capisce infatti perché dovrebbero continuare ad essere privilegiati nei confronti di coloro che vivono e lavorano in Italia;  ancora meno si capisce come mai, nel Belpaese, nessuno insorga contro questo ingiustificato trattamento di favore, che danneggia pesantemente le casse pubbliche). Dal totale dell’aliquota fiscale italiana, Ticino si prende la sua imposta alla fonte; tutto il resto lo incamera il fisco del Belpaese.

Se per il Ticino questa operazione comporterebbe un aumento del gettito di ca 65 milioni di Fr all’anno – e scusate se sono pochi! – per l’Italia si parla invece di un multiplo di questa cifra (c’è chi ha addirittura ipotizzato 600 milioni, ma è probabilmente un’esagerazione). E’ comunque assodato che l’affare più grosso lo fanno al di là della ramina. Ma ci va anche bene. Noi chiediamo il giusto. Non pretendiamo quello che non ci spetta.

Dove casca l’asino

La Svizzera, dunque, ha teso una mano all’Italia. Avrebbe potuto semplicemente disdire la “vecchia” convenzione sui ristorni e tanti saluti. Invece ha proposto una soluzione che permetterebbe al Belpaese di uscirsene con una paccata di milioni in più nelle casse pubbliche (che di certo ne hanno un grande bisogno). Il problema naturalmente è che la soluzione comporta un aggravio fiscale importante per i frontalieri. E qui casca l’asino. Come abbiamo ben potuto vedere dalle reazioni isteriche che hanno fatto seguito a “Prima i nostri”, sembra che i frontalieri, e le loro lobby a Montecitorio, tengano in scacco il paese.

Cosa ci abbiamo guadagnato?

L’Italia, grazie alle calate di braghe della catastrofica ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, ha ottenuto dalla Svizzera quello che voleva, ossia lo scambio di informazioni bancarie (adesso su richiesta, dal 2018 automatico). Lo ha ottenuto senza dover dare nulla in cambio. Nel frattempo, gli svizzerotti fessi hanno, come detto, teso la mano sulla questione ristorni.

Cosa ci abbiamo guadagnato tendendo la mano? Sputi in faccia. Dalle negoziazioni, “magistralmente” condotte dai tirapiedi di Widmer Schlumpf (quelli che vanno a Roma a parlare in inglese), è uscita l’ennesima ciofeca: il Ticino secondo gli accordi sulla fiscalità dei frontalieri attualmente al vaglio del governo italiano, otterrebbe il 70% dei ristorni: quindi poco più di adesso, e assai meno del 100% che ci spetta. In più salterebbe il moltiplicatore cantonale al 100% per i frontalieri deciso dal Gran Consiglio nel 2014. Quindi l’esercizio finisce addirittura in perdita! In più l’Italia pretende pure che la non applicazione del 9 febbraio. E poi cosa ancora?

Ulteriore e pesante aggravante: la “poco edificante” (eufemismo) cronaca recente. Leggi gli insulti, i ricatti e le minacce giunti da Oltreconfine contro “Prima i nostri”.

Cambiare registro

Abbiamo davvero intenzione di continuare fare da punching ball? I politicanti d’Oltreramina pensano davvero di poterci trattare da beceri razzisti per le nostre decisioni democratiche? Di farneticare di denuncie alla Commissione UE (uhhhhh, che pagüüüüüraaaa!)? E si aspettano che noi tolleriamo tutto senza reagire? Che teniamo le frontiere spalancate? Quando ci sono 62’500 frontalieri e decine di migliaia di padroncini, più le relative famiglie, che portano in tavola la pagnotta solo grazie al Ticino?

Non è così che funziona ed è ora di farlo capire. Primo passo: decidere subito di bloccare i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. CdS, se ci sei…

Lorenzo Quadri

Elettricità e non solo: in arrivo una super-stangata!

Sosteniamo il referendum contro la nuova legge sull’energia approvata a Berna 

In confronto, le “pillole” dei cassamalatari sono carezze

E’ dunque partito nei giorni scorsi il referendum contro la legge sull’energia, approvata dal parlamento federale nella sessione autunnale da poco conclusa. Vista la densità dei temi in agenda – dal compromesso-ciofeca sul 9 febbraio alla revisione dell’AVS, passando per la legge sui padroncini e quella sul lavoro nero – il tema energetico non ha suscitato grandissimo interesse mediatico. A torto. Perché, se le nuove norme entreranno in vigore, i cittadini (e anche le piccole imprese) rischiano di trovarsi con stangate al cui confronto quelle dei cassamalatari sono carezze.

Si calcola infatti che la nuova legge sull’energia potrebbe costare ad una famiglia di quattro persone qualcosa come 3200 Fr all’anno. Non certo noccioline.

Manie da primi della classe

Tutto ha inizio nel lontano, ma nemmeno tanto, 2011. Il populismo ro$$overde, cavalcando l’onda del disastro di Fukushima, ottiene che la Svizzera decida l’uscita dall’energia nucleare (le elezioni federali sono dietro l’angolo, per cui…). Le centrali atomiche esistenti non verranno pertanto sostituite, bensì dismesse.

Peccato che dall’energia nucleare provenga il 40% dell’approvvigionamento del nostro paese: non si tratta quindi di una risorsa di nicchia. Visto che, come sappiamo, in caso di incidente nucleare la contaminazione non si ferma certo ai confini, l’ “exit” elvetico avrebbe un senso se tutti i paesi scegliessero questa strada. Invece, ancora una volta, gli svizzerotti vengono colpiti dalla sindrome dei primi della classe, vanno avanti (quasi) in solitaria e dunque si fanno male da soli. Solo la Germania infatti si è incamminata sulla nostra stessa via. Ma gli altri non si sognano di farlo.

Sempre più ricattabili?

La Svizzera ha deciso di uscire dal nucleare, solo che l’alternativa per sostituire quel 40% di elettricità fornita dall’atomo non c’è. Le politikamente korrettissime fonti rinnovabili non sono in grado, ma neanche lontanamente, di produrre l’energia necessaria ad un prezzo abbordabile.

Il risultato sarà dunque che nel nostro paese si dovrà, tanto per cominciare, importare ancora più elettricità dall’estero. Ad esempio dalle centrali nucleari francesi, o da quelle al carbone tedesche. Geniale: rinunciamo a produrre il nucleare “in casa” per poi andare ad acquistare energia prodotta dalle centrali atomiche in paesi limitrofi, o  addirittura quella generata dal carbone, che è la fonte più inquinante di tutte (vedi la disastrosa esperienza di Lünen). Certamente un grande contributo alla causa ambientale, non c’è che dire.

Inoltre, diventeremo sempre più dipendenti dall’estero per un bene primario come l’energia. Anche questa strategia denota particolare acume: in un momento in cui la Svizzera, se vuole sopravvivere, deve affermare picchiando i pugni sul tavolo la propria sovranità ed indipendenza – ad esempio riprendendosi il diritto di regolare autonomamente l’immigrazione e difendendo la propria democrazia diretta da leggi e giudici stranieri – cosa facciamo? Andiamo a metterci in mani estere per l’approvvigionamento energetico, esponendoci così ad ogni tipo di ricatti. Avanti così!

Costi che esplodono

Parallelamente bisognerà sussidiare in modo spropositato le energie rinnovabili per renderle più performanti – si pensa magari di tappezzare la Svizzera di pannelli solari e di pale eoliche, devastando il paesaggio? Altro contributo alla causa ambientale… – e diminuire in modo importante i consumi. Sappiano bene come si fa in questo Paese a diminuire i consumi: si bastonano i cittadini con nuovi obblighi – sull’efficienza energetica degli edifici, dei veicoli, eccetera –, con nuovi divieti e soprattutto con nuovi balzelli.  Infatti, a seguito della legge sull’energia appena approvata, il diesel e la benzina potrebbero costare fino a 26 centesimi al litro in più, l’olio combustibile fino a 67 centesimi al litro in più. Non solo: la Confederazione si riserva anche la possibilità di vietare tout-court i riscaldamenti a nafta dal 2029. Apperò!

3200 Fr in più all’anno

L’andazzo, dunque, è sempre il solito: più divieti, meno libertà e costi ulteriori. Tanti. Infatti il conto della nuova legge sull’energia lo pagheranno le economie domestiche con  un aumento della bolletta. Ma lo pagheranno anche le imprese. Le quali, ma tu guarda i casi della vita, scaricheranno l’aggravio sui consumatori. La nuova legge sull’energia dunque provocherà un aumento dei prezzi. Gli esperti hanno preso in mano il pallottoliere e sono arrivati a stimare che le regole approvate dal parlamento costeranno ad una famiglia di 4 persone i 3200 Fr all’anno extra citati in apertura.  A cui vanno aggiunte le ulteriori limitazioni della libertà individuale.

Sosteniamo dunque il referendum contro la legge sull’energia sventando così l’ennesima operazione autolesionistica.

Lorenzo Quadri

Siamo il paese del Bengodi per tutti, tranne che per noi

Per asilanti e dimoranti in assistenza i cordoni della borsa si allargano sempre di più 

Mentre la Germania decide di limitare l’immigrazione nello Stato sociale, alle nostre latitudini  sia il governo federale che quello ticinese fanno proprio il contrario. E il conto lo paga il contribuente!

Bene, avanti così! In Germania il governo ha deciso, senza tanti complimenti, di ridurre l’immigrazione nello stato sociale. Anche per i cittadini UE. Nei primi cinque anni  di residenza, gli stranieri non avranno diritto a prestazioni di sorta.

In Ticino per contro la maggioranza del Consiglio di Stato, cedendo alle pressioni ed ai ricatti morali, ha “cambiato prassi” in materia di espulsioni di stranieri in assistenza quando c’è di mezzo un nucleo familiare. Naturalmente ha cambiato in senso largheggiante. Primo risultato: una cittadina sudamericana, in Ticino dal 2011, che ha avuto una figlia con un neosvizzero (naturalizzato da qualche anno e anch’egli in assistenza), potrà rimanere ad oltranza nel nostro Cantone. Ciò malgrado abbia già incassato 59mila Fr di assistenza e 170mila di assegni familiari e di prima infanzia. Questo perché il nucleo familiare non può essere diviso. Ci sta: se il nucleo non può essere diviso, partono tutti (madre, figlia e compagno neosvizzero) per il Sudamerica. Già, perché non l’ha detto nessuno che i ricongiungimenti familiari devono sempre avvenire in Svizzera ed a spese del contribuente. O forse questo accade perché da nessun’altra parte al mondo gli ultimi arrivati possono attaccarsi ad oltranza alla mammella dello Stato sociale del Paese ospite come da noi? Solo noi siamo minchioni al punto da mantenere tutti, ed in più tolleriamo pure di essere infamati come razzisti e fascisti?

Altro che casse vuote!

Visto che la maggioranza del governo ha deciso di diventare ancora più permissiva in materia di immigrazione nello stato sociale, che non venga più a lamentarsi delle casse vuote, e soprattutto che non si azzardi a pretendere aumenti di tasse e balzelli. Se i soldi per mantenere dimoranti in assistenza ci sono, allora ci sono anche per tutto il resto. Perché a farci prendere impunemente per i fondelli non ci stiamo. E ci piacerebbe proprio sapere di quanto farà aumentare la spesa pubblica l’ennesima bella trovata politikamente korretta che avrà, è ovvio, funzione incentivante per chi  intende arrivare da noi da paesi stranieri vicini e lontani per farsi mantenere.

La statistica federale

Quasi in contemporanea con la nuova prassi  del CdS è uscita una statistica della SECO sui disoccupati stranieri. Sappiamo che la SECO non è certo sospetta di portare acqua al mulino della limitazione dell’immigrazione. Si tratta infatti di un organismo propagandistico il cui scopo è quello di magnificare la libera circolazione senza alcun limite. Ebbene, dall’ultima statistica della SECO risulta che il 45% dei senza lavoro nel nostro paese non ha il passaporto rosso. Ma come: immigrazione non era uguale ricchezza? E invece si importano disoccupati!

Asilanti: sempre più diritti

E visto che fare il paese del Bengodi  per dimoranti e disoccupati stranieri ancora non bastava, bisognava “allargare” anche sull’asilo. Ed infatti il Consiglio federale vorrebbe introdurre un nuovo statuto di protezione per dare agli asilanti ammessi provvisoriamente maggiori garanzie di rimanere in Svizzera in via definitiva, naturalmente a carico del contribuente, e di farsi pure raggiungere dai familiari.

E’ il colmo: oggi gli asilanti ammessi provvisoriamente, invece di tornare al loro paese appena possibile come prescrive il loro statuto, restano in Svizzera. E la stragrande maggioranza di loro (quasi il 90%) va in assistenza. La situazione, come ha dichiarato l’ex Mr Prezzi ed ex consigliere nazionale $ocialista Rudolph Strahm (non il Mattino razzista e fascista), è “esplosiva”. Sarebbe dunque urgente fare in modo che l’ammissione provvisoria torni ad essere tale. Invece no: con il nuovo statuto di protezione, che neppure distingue adeguatamente tra veri profughi e rifugiati economici, si istituzionalizza l’abuso. In questo modo, è chiaro, non si fa che aumentare l’attrattività della Svizzera per i migranti economici. E di conseguenza la spesa dell’asilo. Che già esplode perché gli arrivi sono andati del tutto fuori controllo.

Il fatto che, tra tutti i partiti consultati sul nuovo statuto di protenzione, solo i kompagni – quelli  secondo cui “devono entrare tutti” – abbiano aderito entusiasti, la dice lunga!

Abbiamo perso la bussola

La situazione è desolante e scandalosa. Sia a livello federale che a livello cantonale la partitocrazia si impegna (?) per trasformare sempre più la Svizzera ed il Ticino nel Paese del Bengodi per finti rifugiati. Però poi ci si lamenta che i conti pubblici sono in rosso, sicché si taglia sulla socialità (quella per gli svizzeri: vedi aumenti dell’età di pensionamento) e si aumentano le tasse.

Qui qualcuno ha proprio perso la bussola!

Lorenzo Quadri

C’è razzismo in Svizzera? Sì, quello degli immigrati

Facendo entrare tutti, i moralisti a senso unico importano razzisti e antisemiti

 

Alle Camere federali qualcuno, forse non avendo di meglio da fare, si sta inventando i gruppi parlamentari contro il razzismo. Milioni di migranti economici con lo smartphone (tutti giovani uomini) sono in marcia dall’Africa verso l’Occidente, dove non hanno alcuna possibilità di integrarsi. Però i politikamente korretti si preoccupano del “razzismo” degli Svizzeri. Non dell’immigrazione incontrollata e delle sue deleterie conseguenze.

Il bello è che la Svizzera è  il paese dove ci sono più stranieri in assoluto. Il tasso attuale è di circa il 25%; cifre simili non si ritrovano da nessun’altra parte. E questo malgrado si tenti di continuo di abbassarle artificialmente tramite le naturalizzazioni facili.

Naturalmente nella Svizzera “chiusa e xenofoba”, dove secondo alcuni sarebbe necessario inventarsi anche i gruppi parlamentari contro il razzismo, il tasso di popolazione straniera continua ad aumentare: il saldo migratorio è di 80mila persone all’anno provenienti dalla sola Unione europea, a cui vanno aggiunti gli arrivi extra UE – nonché i migranti economici.

Il codice penale

Montando la panna sul fenomeno del presunto razzismo si vuole, è ovvio, ricattare moralmente gli svizzerotti, affinché facciano entrare tutti: solo così potranno essere a posto con la coscienza; solo così potranno evitare di farsi infamare dai moralisti a senso unico e dalle élite spalancatrici di frontiere. Utilizzando il medesimo ricatto morale si è inserito un apposito articolo “contro la discriminazione razziale” nel codice penale: il famoso 261 bis. L’articolo serve, ovviamente, per mettere a tacere posizioni non allineate al buonismo multikulti. Anche se, nella realtà giuridica, il campo d’applicazione della norma penale è circoscritto,  essa viene continuamente agitata a mo’ di spauracchio. La sua sola esistenza si trasforma in un formidabile bavaglio. Sicché, per non rischiare denuncie, la stragrande maggioranza sceglie la via dell’autocensura.

Il razzismo d’importazione

Ma i moralisti a senso unico che hanno creato a tavolino, per i propri scopi (frontiere spalancate) un problema di razzismo in Svizzera – come detto la nazione con più stranieri – e che su questo leitmotiv continuano a montare la panna, non hanno calcolato, non si sa se per dabbenaggine o di proposito, l’altra faccia della medaglia: ossia il razzismo d’importazione. Al proposito, ciò che sta accadendo in Germania è esemplare. La Weltwoche ha di recente pubblicato un interessante articolo sul tema del professor Bassam Tibi, studioso di origine siriana, che per lungo tempo ha insegnato Rapporti internazionali alla Georg-August-Unversität di Göttingen.

Il caso della Germania

Il deleterio appello ad accogliere tutti dell’Anghela Merkel è tra le cause principali del caos asilo che non solo sta provocando sfracelli nell’Europa occidentale, ma sta anche spingendo milioni di migranti economici a rischiare la vita in viaggi verso eldoradi inesistenti.

Questo atteggiamento di scriteriata apertura, secondo molti, nasce dal senso di colpa tedesco per le atrocità commesse dal regime nazista; in particolare lo sterminio degli ebrei. Con l’accoglienza indiscriminata di finti rifugiati si pensa di poter in qualche modo compensare i crimini del passato. Si aspira a dimostrare – a se stessi e agli altri – che quell’innominabile passato non può ritornare. Invece succede proprio l’esatto contrario perché, come osserva il professor Tibi, in Germania sono arrivate e ancora arriveranno centinaia di migliaia di migranti che sono a maggioranza antisemiti.

Da un’inchiesta giornalistica condotta nel 2015, scrive l’accademico sulla Weltwoche, è emerso che il 50% dei siriani intervistati a Berlino ha dichiarato la propria simpatia per Hitler. Naturalmente i politikamente korretti hanno tentato di imboscare l’imbarazzante risultato.

E noi?

La Germania vorrebbe liberarsi del proprio fardello morale, e invece importa antisemitismo. E cosa fa per combattere l’antisemitismo importato? Nulla. Perché l’antisemitismo è per definizione tedesco.

In Svizzera succede la stessa cosa. Si monta la panna sul presunto razzismo dei cittadini svizzeri per costringerli a far entrare tutti. Così arrivano nel nostro paese migliaia di persone a cui il razzismo e l’odio verso gli ebrei sono stati inculcati nell’ambiente di provenienza fin dall’infanzia. Sicché,  paradossalmente ma nemmeno poi tanto, la Svizzera non diventa razzista chiudendo le frontiere: lo diventa spalancandole, perché il razzismo lo importa.

Lorenzo Quadri

Prima spalancano le frontiere e poi si lamentano?

I ro$$overdi hanno consegnato le firme per l’iniziativa contro nuove zone edificabili

 

Ma guarda un po’, i giovani Verdi hanno in questi giorni consegnato un’iniziativa popolare a livello federale. L’iniziativa, intitolata “contro la dispersione degli insediamenti”, ha raccolto 135mila firme ed è sostenuta – e ti pareva – anche dalla gioventù $ocialista.

Obiettivo è quello di impedire che vengano create nuove zone edificabili; bisogna invece “densificare” l’esistente. Gli iniziativisti dichiarano guerra in particolare alle case unifamiliari con giardino, che consumano troppo territorio.

Ohibò, kompagni ro$$overdi spalancatori di frontiere, non vi viene il sospetto che, se in Svizzera servono nuove zone edificabili, la colpa potrebbe essere della politica dell’immigrazione scriteriata da voi sempre voluta e sostenuta? Non si può pretendere di far entrare tutti (e ovviamente anche di mantenerli) facendo finta che questo non abbia delle conseguenze anche a livello di ecologia e di utilizzo del territorio.

80mila in più solo dall’UE

Cari kompagnuzzi, la Svizzera – che voi non perdete un’occasione che sia una per denigrare come “chiusa e gretta” – ha il tasso di stranieri più alto di tutta Europa, con l’unica eccezione del piccolo Lussemburgo. A seguito della libera circolazione senza limiti, ogni anni ci ritroviamo con un saldo migratorio (quindi considerando non solo gli stranieri che immigrano, ma anche gli svizzeri che emigrano) di 80mila persone all’anno. Quindi 80mila abitanti in più ogni anno solo a seguito dell’immigrazione dai paesi UE. A cui vanno ancora aggiunti gli asilanti. Da notare che, prima della votazione sui fallimentare accordi bilaterali, il Consiglio federale aveva dichiarato che, con la libera circolazione delle persone, dalla DisUnione europea sarebbero arrivate in Svizzera circa 10mila persone all’anno. La cifra reale è 8 volte superiore. Ad ennesima dimostrazione delle monumentali balle che la propaganda di regime ha propinato agli svizzerotti.

Da quale parte dovranno andare

Pare ovvio che da qualche parte queste 80mila persone in più che ogni anno arrivano in Svizzera “grazie” all’immigrazione fuori controllo, da qualche parte dovranno anche andare ad abitare. Inoltre avranno anche bisogno di spostarsi (più traffico), consumeranno energia, eccetera.

Per cui, che gli spalancatori di frontiere, quelli che non solo hanno voluto l’immigrazione scriteriata, ma che la difendono ad oltranza vomitando accuse di razzismo e fascismo su chi osa non pensarla come loro, vengano adesso a lamentarsi per il consumo di territorio, pretendendo il divieto di nuove zone edificabili e addirittura puntando il dito, come se fossero la fonte di tutti i mali, sulle case unifamiliari, non sta né in cielo né in terra.

Altro che case unifamiliari: il problema è l’immigrazione scriteriata. Siamo qui in troppi!

Come avete votato su Ecopop?

Cari kompagni ro$$overdi, come avete votato sull’iniziativa Ecopop, che sollevava proprio il problema degli eccessi migratori e dei conseguenti danni ambientali? L’avete forse sostenuta? Giammai! Come al solito, avete strillato al fascismo ed al razzismo. Perché voi volete far entrare tutti. E, pur di concretizzare tale scopo, non vi ponete quesiti di sorta: né sull’impatto sul mercato del lavoro, né su quello sulle casse dello Stato sociale, e men che meno su quello sull’ambiente.

E adesso pretendereste di abolire le case unifamiliari e di densificare, cioè ammucchiare, la popolazione mentre allo stesso tempo continuate a rifiutare con sdegno isterico qualsiasi limitazione dell’immigrazione? Ma chi credete di prendere per i fondelli?

Quando sarete d’accordo di chiudere le frontiere potrete venire a farci le vostre belle teorie sulle case unifamiliari e sugli insediamenti abitativi densificati, diluiti o liofilizzati. Prima…

Lorenzo Quadri

Sempre più Paese del Bengodi per migranti economici!

Sommaruga vuole conferire ulteriori diritti agli asilanti ammessi provvisoriamente 

Invece di diminuire la nostra attrattività per i finti rifugiati la aumentiamo sempre di più. Avanti così, continuiamo a farci male da soli!

Qui sembra proprio che qualcuno abbia perso la trebisonda! Qualcuno o piuttosto qualcuna, e meglio la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga! Sì perché la proposta del Consiglio federale – nel caso concreto: del dipartimento Sommaruga –  di creare un nuovo statuto “di protezione” per asilanti non ci sta bene proprio per niente!

E’ il colmo: i cittadini votano una legge sull’asilo più restrittiva, ma la kompagna Sommaruga se ne impipa e vuole rafforzare le ammissioni provvisorie, nel senso di dare agli ammessi provvisoriamente più diritti per agevolarne la permanenza nel nostro paese! Mentre il “caos asilo” imperversa in Europa ed in Svizzera, l’ineffabile Simonetta cosa fa? Calcando le orme dell’Anghela Merkel vuole rendere il nostro paese ancora più attrattivo per i migranti economici che si spacciano per perseguitati! Ma ci piace così tanto emulare Tafazzi?

Più si spende per l’asilo…

Intanto per l’asilo già spendiamo miliardi di franchetti pubblici, cifra in crescita a velocità supersonica, visto che i migranti economici sono sempre di più. Nei primi nove mesi dell’anno gli arrivi in Svizzera sono stati 35mila: quindi abbiamo già raggiunto il tetto massimo che l’Austria, che ha dimensioni paragonabili alle nostre, si è fissata per tutto l’anno. Naturalmente più soldi si spendono per l’asilo – e stiamo parlando di miliardi di franchi, non di noccioline – meno ce ne sono per i cittadini svizzeri. Però in casa della partitocrazia nessuno sembra preoccuparsi dell’esplosione della spesa per l’asilo: per la serie, chissenefrega, vorrà dire che gli svizzerotti (“chiusi e gretti”) lavoreranno fino a 90 anni per mantenere i migranti economici! Che poi magari ci ringraziano accusandoci di essere razzisti…

Più attrattivi

Appare evidente che bisogna disincentivare l’arrivo di finti rifugiati – a stragrande maggioranza giovanotti con vestiti alla moda e almeno uno smartphone, che non scappano da nessuna guerra – e invece con il nuovo statuto per gli asilanti ammessi provvisoriamente si fa proprio il contrario, in quanto ci si rende più attrattivi.

“Situazione esplosiva”

Cosa significa, oggi, essere un asilante “ammesso provvisoriamente”? Il titolare di questo tipo di ammissione non è singolarmente minacciato, ma non può essere rinviato perché nel suo paese ci sono “disordini”, guerra o epidemie. Ha però l’obbligo di rimpatriare quando la situazione si è normalizzata. Invece questo, ma guarda un po’, non succede. Gli ammessi provvisoriamente restano tutti qua (magari però tornano a casa a trascorrere le vacanze, naturalmente con i nostri soldi). E non solo: sono praticamente tutti (l’84%) a carico del nostro Stato sociale. In questo modo si crea una situazione che l’ex consigliere nazionale $ocialista nonché ex Mr. Prezzi Rudolf Strahm – non un leghista populista e razzista – ha definito “esplosiva”.

Provvisorio significa provvisorio

Bisogna dunque fare in modo che le ammissioni provvisorie tornino ad essere ciò che devono: ossia, appunto, provvisorie. Non definitive come adesso! Ed invece il Consiglio federale cosa fa? Il contrario. Prendendo per l’ennesima volta a pesci in faccia la volontà popolare, vorrebbe scodellare un nuovo tipo di permesso che serve a consolidare lo status attuale –  ossia: ammissione provvisoria uguale definitiva – dando ancora più diritti agli ammessi provvisoriamente!

Questo, è ovvio, vuol dire fomentare l’assalto alla diligenza svizzera da parte di migranti economici. Ed i primi a farne le spese, tramite aumento delle entrate clandestine, saremmo proprio noi ticinesi! Grazie, kompagna Sommaruga!

Ricongiungimenti?

Il nuovo statuto di protezione ideato dal Consiglio federale prevede infatti agevolazioni per i ricongiungimenti familiari, maggiore mobilità all’interno della Svizzera e possibilità di integrarsi nel mondo del lavoro. Qui qualcuno non è bene in chiaro. Gli ammessi provvisoriamente non devono integrarsi in Svizzera; devono partire il prima possibile. La storiella dell’integrazione è una bufala, perché questi asilanti non sono integrabili, e di lavoro non ce n’è nemmeno per gli svizzeri.  E anche le agevolazioni per i ricongiungimenti familiari sono una cappellata, dal momento che gli ammessi provvisoriamente devono sì potersi ricongiungere ai familiari, ma nel paese d’origine: bisogna fare in modo che lascino la Svizzera non appena la situazione d’emergenza nel loro paese è superata, e non costruire ponti d’oro affinché restino da noi, portandosi dietro tutto il parentado (e nümm a pagum) come vorrebbe la $inistra spalancatrice di frontiere all’insegna del “devono entrare tutti”. Ed infatti, ma tu guarda i casi della vita, il P$$ davanti alla proposta governativa è andato in brodo di giuggiole.

Tre cose

Il Consiglio federale, in materia di asilanti ammessi provvisoriamente, deve dunque fare tre cose:

  • far sì che rientrino nel paese d’origine non appena l’emergenza è finita, ciò che adesso non accade;
  • scremare dallo statuto di ammesso provvisoriamente i rifugiati economici, ciò che adesso non accade;
  • Gli svizzeri devono avere accesso al mercato del lavoro elvetico; gli ammessi provvisoriamente devono tornare a casa loro il prima possibile.

La proposta di nuovo “statuto di protezione” (?) va nella direzione esattamente opposta. Avanti così, facciamoci male da soli: diventiamo sempre più il paese del Bengodi per immigrati nello Stato sociale! A quando, invece, uno statuto di protezione dei cittadini svizzeri in casa loro?

Per una volta condividiamo la posizione del PLR, che al proposito della nuova boutade del Consiglio federale ha commentato così: bisognerebbe distribuire dei permessi “S”, ossia che NON conferiscono il diritto ad aiuti sociali, ciò che scoraggerebbe l’immigrazione.

Lorenzo Quadri

Pretendono ancora di comandare in casa nostra!

I trombati dell’UE sbroccano: “sull’immigrazione in Svizzera decidiamo noi!” 

Il Beltra e Vitta, audizionati a Berna nell’ambito dell’applicazione del 9 febbraio, avranno difeso la posizione del 70% dei ticinesi, oppure…?

Qui siamo proprio a livelli da barzelletta! In Consiglio nazionale il triciclo PLR-PPDog-P$$ (con partitini di contorno) ha sabotato alla grande il maledetto voto del 9 febbraio partorendo – grazie (?) all’ “architetto” Kurt Fluri, PLR – un compromesso-ciofeca anticostituzionale.

Il compromesso-ciofeca non ha nulla a che vedere con l’articolo 121 a della Costituzione. Non ci sono né contingenti, né tetti massimi e nemmeno la preferenza indigena, ma solo alcune misuricchie di diritto interno. Trattasi infatti della solita calata di braghe dei camerieri dell’UE.

I “trombati”

Eppure, e qui sta la barzelletta (che a dire il vero non fa neanche tanto ridere): malgrado la maggioranza del Consiglio nazionale sul “maledetto voto” abbia abbassato i calzoni a livello caviglia, anzi a livello talloni, i funzionarietti di Bruxelles non sono ancora contenti! Pretendono ancora di più!

Costoro – in una recente serata a Lugano l’industriale radikal-chic Carlo De Benedetti, esponente dei “poteri forti”, li ha definiti “dei trombati” – pretendono di decidere  loro come la Svizzera applicherà il 9 febbraio.

Discriminare i non residenti

Qui qualcuno non ha capito da che parte sorge il sole. Questi trombati (De Benedetti dixit) pensano di poter stravolgere le decisioni democratiche di uno Stato sovrano che non è membro dell’UE.

Come no: i cittadini elvetici votano per tornare a decidere autonomamente sull’immigrazione, ma a Bruxelles insistono per dettare le regole in casa nostra! Hanno pure il coraggio di venire a dire che “la forza lavoro in Svizzera non deve essere discriminata a seconda della nazionalità o della residenza”. Uhhhh, che pagüüüraaa! E invece è proprio quello che succederà! Se la forza lavoro in Svizzera sarà discriminata a secondo della nazionalità o della residenza, lo decide la Svizzera. Comunque la risposta è sì: ci sarà la preferenza indigena, quindi i non residenti saranno discriminati. I “trombati” (De Benedetti dixit) se ne faranno una ragione. Perché se questi signori non hanno capito che, per dare all’UE una chance di sopravvivenza, occorre assumere posizioni più elastiche in materia di libera circolazione delle persone, nel senso di accettare delle limitazioni, è meglio che cambino mestiere. A meno che la loro aspirazione sia proprio quella di fare i becchini della DisUnione europea.  Specialmente dopo la Brexit, che ha smentito in modo clamoroso i catastrofismi degli spalancatori di frontiere. Ha infatti dimostrato che si può voltare le spalle all’UE e nessuna delle previsioni isterico-apocalittiche dei camerieri di Bruxelles si realizza. Perché sono fregnacce. La libera circolazione delle persone è foffa ideologica internazionalista, ma non è affatto necessaria all’economia: lo ha detto anche l’ex vicepresidente della BNS Jean Claude Danthine.

Accordi-quadro?

Ciliegina sulla torta: i funzionarietti di Bruxelles vengono ancora a remenarla con il demenziale accordo quadro con l’UE. Quello che ci imporrebbe – a noi, che non siamo un paese membro! – di riprendere le leggi comunitarie e di sottostare, in casa nostra, alla giurisdizione di giudici UE. La domanda nasce spontanea: ma costoro ci sono o ci fanno? Davanti a votazioni popolari come il 9 febbraio e Prima i nostri, credono ancora che siamo disposti a farci ridurre a colonia della fallita UE? Naturalmente l’aspetto più squallido di tutta la vicenda è che  il ministro degli Esteri PLR Didier Burkhaltèèèèr è pronto ad accodarsi, e a propinarci la scellerata “ripresa automatica” del diritto UE. Lui la chiama “ripresa dinamica”, ma è esattamente la stessa cosa. Il fatto che il Consigliere federale PLR abbia nominato a Segretaria di Stato,  dopo la partenza dell’Yves “Immigrazione uguale ricchezza” Rossier, un’esponente del P$$, ossia del partito che vuole le frontiere spalancate e l’adesione della Svizzera all’UE, ha un chiaro significato.

Cosa avranno detto?

Intanto il Consiglio degli Stati ha annunciato che interverrà sul compromesso-ciofeca sul 9 febbraio approvato dalla maggioranza del Nazionale rendendolo “più incisivo”. Poiché è un po’ che abbiamo smesso di credere a Gesù Bambino, siamo facili profeti nel prevedere che, al massimo, si andrà a parare sui soliti cerotti sulla gamba di legno.

In quest’ottica, nei giorni scorsi il presidente del Consiglio di Stato Paolo Beltraminelli ed il direttore del DFE Christian Vitta sono stati audizionati a Berna dalla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati. Cosa avranno detto? Avranno difeso la volontà del 70% di ticinesi che hanno plebiscitato l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, o avranno invece sostenuto tesi annacquate – come quelle contenute nel controprogetto-sciacquetta contro “Prima i nostri”, asfaltato in votazione popolare il 25 settembre –  tradendo la volontà dei cittadini?

Comunque, la conclusione è sempre la stessa: o la libera circolazione viene limitata così come deciso dal popolo, oppure ci sarà un’iniziativa popolare per cancellarla una volta per tutte.

Lorenzo Quadri

Prigione o villaggio vacanze?

Altro che “deterrenti”: ecco il trattamento di lusso riservato ai giovani criminali

 

Ma guarda un po’! Nei giorni scorsi il portale Tio, che di certo non ha simpatie leghiste, ha realizzato un servizio sul carcere minorile di Pramont, che dal 2005 ad oggi ha alloggiato sette ragazzi “ticinesi”. Nell’ istituto vallesano arrivano i casi più problematici, vale a dire i giovani (quanti i “non patrizi”?) condannati per i reati più gravi. Ad esempio per omicidio. Peccato che dalla descrizione che compare su Tio la struttura più che un centro di detenzione pare un club per vacanze di lusso.

Leggere per credere (e per rodersi): “Una palestra, campi da calcetto, un mini-maneggio; Playstation in camera, sala da biliardo. Nella falegnameria c’è una barca a vela in costruzione. Nell’autofficina, una Ford Mustang da riparare”. Manca solo il cameriere personale, l’istruttore di tennis e la jacuzzi individuale, e poi c’è tutto!

La fotogallery mostra, inoltre, ameni ed ampi spazi verdeggianti e, sullo sfondo, bucoliche colline. Non basta: come spiega il direttore del centro “ognuno (degli ospiti) è seguito da un team multidisciplinare educativo”. E qui ovviamente viene subito in mente il caso Carlos. Sappiamo benissimo quali costi spropositati abbiano questi “team multidisciplinari”. E il conto, ça va sans dire, viene scaricato sul groppone del contribuente!

Giustizia deterrente?

Ecco la giustizia deterrente di questo paese: giovani criminali che hanno commesso i delitti più gravi in assoluto vengono piazzati in una specie di villaggio vacanze, con lussi e comodità che tanti loro coetanei che si comportano bene e si danno da fare nello studio o sul lavoro si possono solo sognare! E magari a quanto sopra descritto si aggiungono pure le famose crociere “rieducative” (?) in barca a vela? E la chiamano esecuzione della “pena”?

Noi cominciamo ad averne piene le scatole di questo modo di servire e riverire i criminali. Ci piacerebbe sapere se c’è qualcun altro, oltre ai soliti svizzerotti schiavi del politikamente korretto, che s’inventa simili strutture carcerarie extralusso (poi ci chiediamo come mai tutti i delinquenti vogliono venire da noi).

Sanzionare, mai?

I buonisti sentenziano: bisogna “educare”! Ah ecco, i criminali vanno “educati”. E sanzionati mai? Se i minorenni “ospiti” – perché in questo caso si può proprio usare solo la terminologia alberghiera –  di questi villaggi di lusso con palestra e playstation sono abbastanza grandi per commettere omicidi, lo sono anche per stare in una prigione che sia tale, e non una specie di spa munita di sollazzi che tanti giovani onesti si possono solo sognare, e che, di conseguenza, costa uno sproposito!

E nümm a pagum

Inutile dire che ci piacerebbe sapere quanto ha pagato il contribuente di questo sempre meno ridente Cantone per il soggiorno educativo di lusso nel “resort” vallesano dei sette giovani delinquenti che vengono qualificati come “ticinesi”. E, naturalmente, ci piacerebbe anche sapere se questi presunti “ticinesi” sono effettivamente tali o se hanno invece, come dicono i politikamente korretti, un “passato migratorio” (sempre la serie: “immigrazione uguale ricchezza”). Qui c’è spazio per un atto parlamentare al Consiglio di Stato. Ma come, i giovani stranieri che delinquono non erano una becera invenzione della Lega populista e razzista?

Lorenzo Quadri

 

E’ giunto il momento di stabilire delle precedenze

Casse malati: ennesima pillola sui premi, e la spesa sociale prende l’ascensore 

Esigenze di risparmio non devono portare a penalizzare tutti in modo lineare: prima si taglia sugli ultimi arrivati, ossia permessi B ed asilanti

 

Alle Jahre wieder, avrebbe detto il buon Flavio Maspoli. Ed infatti, anche per il 2017 si annuncia l’ennesima stangata sui premi di cassa malati. Questa volta si parla di un +4.4% per il Ticino, su una media nazionale del 6.5%. Siamo sotto la media, ma non per questo siamo privilegiati. Infatti è praticamente da quando esiste la LAMal che gli assicurati ticinesi pagano premi pompati. Il rimborso federale, deciso nel 2014, ci ha restituito le briciole. Che oltretutto alcune casse malati hanno pensato bene di ricaricare in parte sui premi.

Morale: i premi per noi dovrebbero semmai diminuire, ma di certo non continuare a crescere. Come invece fanno.

“Qualità solo media”

Naturalmente ogni anno più o meno in questo periodo, le scuse a giustificazione del reiterato salasso si sprecano. La più comune è la seguente: “paghiamo tanto, ma abbiamo prestazioni di ottima qualità”. Peccato che circa un mese e mezzo fa, in una sua newsletter, Mr Prezzi abbia raccontato una storia ben diversa. E cioè: che in Svizzera, malgrado i costi elevati, la qualità delle cure ospedaliere, in un confronto internazionale, è solo nella media. Nessuna eccellenza dunque. Commento di Mr Prezzi: “nei prossimi anni il rapporto qualità-costo deve migliorare in modo significativo”. Se ciò accadrà è tutto da vedere. Mentre non ci vuole il mago Otelma per indovinare che di sicuro nei prossimi anni ci cuccheremo ancora tanti aumenti di premio.

Paghiamo anche i sussidi

Al proposito va rilevato che, a seguito degli aumenti del premio di cassa malati, il contribuente non si limita a pagare sempre più cara la pillola sfornata mensilmente dagli assicuratori, ma di riflesso sale pure la spesa pubblica per i sussidi di riduzione del premio. E chi finanzia questi sussidi? Sempre il contribuente con le sue imposte. Poi ci si ritrova, nell’ambito delle manovre di rientro del Cantone, con aggravi sui valori di stima. E questi da un lato fanno aumentare il carico fiscale, dall’altro portano alla riduzione, rispettivamente alla perdita, di eventuali sussidi di cui il piccolissimo proprietario immobiliare ancora disponeva.

Un altro elemento

Gli stratosferici premi di cassa malati gravati da aumenti annuali sono uno degli elementi importanti di crescita della spesa sociale del nostro Cantone. Un secondo elemento è  l’esplosione dei casi d’assistenza. E al proposito va rilevato che il 42% delle persone che in Ticino si trovano a carico dell’ente pubblico non sono svizzere. L’immigrazione nello Stato sociale, dunque, non solo è una realtà, ma è una realtà dalle proporzioni monumentali.

Verso l’infinanziabilità

Succede quindi che, a furia di attingervi, la nostra socialità diventa infinanziabile. Il rubinetto non dà più acqua. Per rimediare, ci sono  due possibilità. O si taglia in modo lineare su tutti, oppure si creano delle precedenze. A noi, che siamo notoriamente populisti e razzisti, non sta bene che gli svizzeri – nati e cresciuti qui, che hanno sempre pagato le imposte –  per esigenze di risparmio vengano penalizzati allo stesso modo degli ultimi arrivati, che mai hanno contribuito al finanziamento del nostro stato sociale: hanno solo attinto, ed in vari casi senza dar prova di alcuno scrupolo.

“Prima i nostri”

E’ quindi chiaro che il principio della precedenza indigena – Prima i nostri – deve valere anche per l’accesso allo stato sociale. Si abbia dunque il coraggio di fare quanto necessario per tutelare i ticinesi in difficoltà: tagliare sulle prestazioni sociali agli stranieri. In particolare agli ultimi arrivati: ossia asilanti e permessi B. Perché punto primo è ora di piantarla con la deleteria politica delle frontiere spalancate e punto secondo è proprio il colmo del masochismo che, assieme alle frontiere, si spalanchino anche le borse della socialità, aggiungendo danno al danno. Libertà di movimento non vuole affatto dire libertà di mettersi a carico.

Lorenzo Quadri

 

 

Potenziamento della legittima difesa: la proposta c’è

Modificare il Codice penale per proteggere meglio le vittime di rapine in casa

L’iniziativa parlamentare è stata presentata in Consiglio nazionale nel corso della sessione da poco terminata

Nei paesi a noi vicini, lo riconoscono tutti e lo dicono le statistiche, la delinquenza ha compiuto un “salto di qualità”. Se una volta gli scassinatori aspettavano che le abitazioni fossero vuote per mettere a segno i propri “colpi”, adesso prendono in ostaggio gli inquilini per farsi consegnare con la violenza, non di rado efferata, soldi ed oggetti di valore.

Questi episodi alle nostre latitudini sono ancora, fortunatamente, rari (sempre meno). Lo stesso non si può però dire per i paesi a noi limitrofi. Nel nord Italia, ad esempio, le rapine in casa stanno diventando il pane quotidiano. Idem in Francia. E poiché con la libera circolazione delle persone ancora prima dei lavoratori a basso costo arrivano i criminali, noi ticinesi, che ci troviamo geograficamente incuneati nel Belpaese, non possiamo illuderci di rimanere un’isola felice all’infinito.

Quasi mai la polizia è in grado di sventare un’aggressione in casa. Non perché gli agenti non siano “bravi”. Semplicemente perché le forze dell’ordine non hanno il dono dell’ubiquità, e non riescono ad arrivare in tempo sul luogo del reato. La vittima (o le vittime) di una rapina in casa sono dunque affidate sostanzialmente a se stesse, alla loro prontezza di reazione e alla loro capacità di autodifesa.

Diritto naturale e legale

Difendere se stessi, i propri familiari ed i propri averi, è un diritto naturale ed anche, ovviamente, legale. Il Codice penale svizzero (come tutti gli altri) contempla la legittima difesa. Prevede però anche che essa abbia dei limiti. Nel caso vengano oltrepassati, si parla di eccesso di legittima difesa, che torna ad essere punibile. Accade dunque che, per paura di eccedere, l’aggredito in casa rinunci a difendersi. La vittima si mette dunque in pericolo per paura di finire lei, e non il criminale, sul banco degli imputati. Non può essere che la legge inibisca il diritto dell’onesto cittadino di difendersi da predatori sempre più feroci, facendo così il loro gioco.

Ridefinire i limiti

Si tratta dunque di ridefinire i limiti della legittima difesa. E di farlo a vantaggio delle vittime di aggressioni. Lo impongono le mutate circostanze. Al proposito chi scrive, nella sessione parlamentare appena conclusa, ha presentato in Consiglio nazionale un’iniziativa parlamentare, che contiene una proposta concreta di modifica del codice penale. Questa:

Art. 16 3. Atti leciti e colpa. / Legittima difesa discolpante
Legittima difesa discolpante
1 Se chi respinge un’aggressione eccede i limiti della legittima difesa secondo l’articolo 15, il giudice attenua la pena.
2 Chi eccede i limiti della legittima difesa per scusabile eccitazione o sbigottimento non agisce in modo colpevole.
3 (Nuovo) Se un terzo si introduce senza diritto in un’abitazione, l’eccitazione del proprietario/inquilino è scusabile e il suo sbigottimento presunto.

Qual è il cambiamento proposto?

Allo stato attuale, chi ha commesso un eccesso di legittima difesa è discolpato se “ha ecceduto i limiti per scusabile eccitazione o sbigottimento” (capoverso due). La difficoltà risiede nel fatto che la dimostrazione di aver agito in stato di “scusabile eccitazione o sbigottimento” la deve portare l’accusato. Il nuovo capoverso tre che viene proposto stabilirebbe, per le aggressioni in casa – e solo per quelle – l’inversione dell’onere della prova. L’aggredito nella propria abitazione che eccede nella legittima difesa non deve dimostrare di essere scusabile, ma lo è di principio. A meno che qualcuno – il magistrato che lo vuole mettere in stato d’accusa – riesca a dimostrare il contrario.

Si tratta quindi di una proposta semplice e concreta (per quanto giocoforza  tecnica) che metterebbe il nostro codice penale più al passo con i tempi, che sono cambiati purtroppo in peggio. E la causa  del degrado è, ancora una volta, la libera circolazione, che contribuisce a far arrivare fino alle nostre latitudini la feroce delinquenza dell’Europa dell’Est; per non parlare della criminalità che stiamo importando, e che ancora importeremo, dall’Africa. Altro che “immigrazione uguale ricchezza”!

Sacralità dell’abitazione

La modifica di legge proposta servirebbe inoltre a meglio garantire la sacralità dell’abitazione. Anche a scopo deterrente: il criminale che la infrange sappia che agisce a proprio rischio e pericolo.

Il tempo dei buonismi-coglionismi, che finiscono col tutelare più i criminali delle loro vittime, è finito: serve una scelta di campo. E questo è particolarmente vero nel caso di vittime che non facevano null’altro che starsene tranquillamente a casa propria, quando sono state prese di mira.

Agire ora

E’ vero che, in campo di rapine in casa, in Ticino e in Svizzera al momento non c’è ancora un’emergenza. Ci mancherebbe che ci fosse. Ma il percorso di una modifica legislativa – in particolare se c’è di mezzo il codice penale – dura anni. Dunque bisogna muoversi adesso, prima che sia troppo tardi. E che il tema in Ticino sia sentito, lo dimostra il fatto che l’iniziativa popolare lanciata a livello cantonale dal Guastafeste lo scorso aprile a sostegno della legittima difesa ha raccolto facilmente le 7000 firme necessarie alla sua riuscita.

Lorenzo Quadri

Quelli che “la democrazia e il popolo fanno proprio schifo”

L’élite continua a negare l’evidenza e a bastonare i ticinesi “chiusi e xenofobi”

 

Il Ticino ha plebiscitato l’iniziativa « Prima i nostri »  il 25 settembre. Altri cantoni potrebbero emulare quel voto; ciò che sarebbe ovviamente auspicabile. Ed è un piacere vedere come la $inistra spalancatrice di frontiere – a manina con gli odiati “padroni del vapore” avidi di manodopera straniera a basso costo con cui soppiantare i residenti – continui a rosicare.

Arrampicate sui vetri

Ancora nei giorni scorsi  abbiamo potuto assistere ad una serie di arrampicate sui vetri volte a negare che esista un problema occupazionale e di dumping salariale in Ticino: per la serie, “sono tutte balle della Lega populista e razzista”.

Vedi gli editoriali in cui si pensa di far fessi i lettori citando il gettito fiscale globale del Cantone ma “dimenticandosi” di alcune cosette: come l’aumento della popolazione, l’esplosione del frontalierato e quindi delle imposte alla fonte, nonché dei nuovi balzelli.

Vedi l’industriale che, dall’alto dei suoi milioni, sentenzia che in Ticino la disoccupazione non esiste e minaccia sfracelli economici a seguito della votazione di due settimane fa: gli stessi sfracelli che avrebbero dovuto ridurre la Gran Bretagna a paese del Terzo Mondo dopo la Brexit, ed invece…

Questi isterismi confermano che i Ticinesi hanno fatto benissimo a votare come hanno votato, asfaltando per l’ennesima volta i  partiti $torici camerieri dell’UE. Questi ultimi ormai non sanno più far altro che strillare al “populismo”, alla “xenofobia”, al “voto di pancia”. Ed intanto continuano a perdere tutte le battaglie. Porsi qualche domandina? Ma anche no! Intendiamoci: tanto di guadagnato per noi.

La $inistra urla il proprio schifo

Nel frattempo la $inistra non ha mancato – evidentemente è più forte di lei – di urlare ai quattro venti il proprio odio ed il proprio schifo nei confronti dei voti democratici che, sempre più spesso, le riservano brucianti smacchi. Chi non vota come vorrebbero i  kompagnuzzi, patologicamente convinti di essere i detentori della Verità, del Bene e della Morale, è un povero scemo e/o un delinquente.  E qui l’attenzione si sposta su Berna, intesa sia come capitale federale che come comune.

Capitale federale

Berna come capitale federale: il kompagno Cedric Wermuth, consigliere nazionale, già presidente dei giovani $ocialisti e gradevole come una spinosa pianta grassa infilata nella biancheria intima, sbraita a mezzo stampa la propria ira contro “Prima i nostri”: ma come, dopo pochi giorni che, alla Camera del popolo (visti i precedenti, farebbe meglio a ribattezzarsi “Camera contro il popolo”) il triciclo ex partitone – PPDog – P$ ha sabotato il “maledetto voto” del 9 febbraio, prendendo a pesci in faccia la democrazia e la volontà del 70% dei ticinesi, questi cinkali pezzenti osano disubbidire all’élite e votare Prima i nostri? Inaudito! Scandaloso! Da quando la plebaglia pretende di comandare?

Consiglio comunale

Berna come città: due consiglieri comunali P$ dai nomi impronunciabili ed intrascrivibili, di certo non originari dell’Oberland, se ne escono con la geniale pensata sulle assunzioni di insegnanti:  “Prima i nostri”? Giammai! Prima i docenti stranieri”.

Questi gli argomenti dei due grandi statisti d’importazione: prima di tutto gli immigrati devono essere favoriti per principio (sic!), ed inoltre “gli insegnanti non elvetici potrebbero fungere da modello (?) in classi con allievi sempre più internazionali (leggi: multikulti)”.

Ohibò, ecco un eclatante esempio di quel che succede a naturalizzare stranieri non integrati che odiano la Svizzera e gli svizzeri. Questi – per dimostrare la propria gratitudine al Paese che li ha accolti – si mettono in politica, naturalmente per il P$, e poi pretendono di cambiare le regole per discriminare, penalizzare e marginalizzare gli svizzerotti. Ma stranamente qui nessun moralista a senso unico strilla al razzismo e alla discriminazione. Gli svizzeri, “chiusi e xenofobi”, devono “aprirsi”; ossia permettere agli immigrati di comandare in casa loro.

E da noi…

Ora, senza voler troppo generalizzare, se si pensa che in Ticino il DECS , e quindi la scuola pubblica, è in mano ad un esponente dello stesso partito dei due neo-svizzeri di cui sopra, una qualche domandina potrebbe anche nascere spontanea. Ah già, ma per ora il buon Bertoli è impegnato ad escogitare modi per conferire al governo – in barba alla Costituzione: ma si sa che a $inistra la legalità vale a geometria variabile – il potere di aumentare le tasse a go-go senza nemmeno passare per il parlamento.

Lorenzo Quadri

Seelisberg: vincono i cittadini, perde l’immigrazione illegale

Gli abitanti si difendono e la spuntano: il nuovo centro asilanti viene rottamato

 

Sicché la popolazione di Seelisberg l’ha spuntata. Al piccolo comune urano di 700 abitanti non verrà imposto un centro asilanti con 60 letti, che il Cantone avrebbe voluto piazzare in un ex albergo. Il progetto è infatti stato abbandonato.

60 persone sono pressoché il 10% della popolazione comunale: i conflitti sarebbero stati scontati. Ovvio quindi che gli abitanti di Seelisberg siano insorti. Non perché siano razzisti e fascisti, ma semplicemente perché i migranti del “caos asilo” non scappano da alcuna guerra e non sono vittime di persecuzioni, pulizie etniche o genocidi di sorta: sono dei semplici rifugiati economici.

La lezione del politico eritreo

Al proposito, la recente intervista del consigliere del presidente eritreo, tra l’altro rilasciata a Berna, è illuminante. Il politico rilevava come i suoi giovani connazionali che arrivano in Occidente sono in realtà persone sulla cui formazione lo Stato ha investito; e quindi la loro partenza è “una perdita” per l’Eritrea. Non sono dei perseguitati, come dimostra il fatto che ogni estate tornano “a casa” a trascorrere le vacanze; affermano soltanto di esserlo, e quindi descrivono il proprio paese come luogo di soprusi, altrimenti verrebbero mandati subito indietro. E, se tanti migranti con lo smartphone arrivano in Svizzera, è perché – così il consigliere del presidente eritreo – siamo “troppo attrattivi” per i finti rifugiati. Prendere su e portare a casa.

Ricatti offensivi

Sicché il tentativo di indurre gli svizzerotti ad aprire le frontiere paragonando gli attuali migranti economici  agli ebrei perseguitati dai nazisti, va respinto al mittente per quello che è: uno squallido ricatto morale che offende chi ha subito sul serio delle persecuzioni. E i giovanotti dai vestiti alla moda e dal palpeggio facile (vedi casi Colonia), con le vittime dei nazisti non hanno proprio nulla a che vedere. La popolazione svizzera lo sa. Sicché, così come è sempre stata aperta ai veri rifugiati, è giustamente chiusa a chi abusa del diritto d’asilo – e quindi della tradizione umanitaria svizzera – per immigrare illegalmente nel nostro paese e nel nostro Stato sociale. Allo stesso modo occorre opporsi a chi promuove e fiancheggia l’immigrazione clandestina. A proposito: a che punto è il procedimento penale nei confronti della deputata P$ accusata di favoreggiamento all’entrata illegale? Non sarà che qualcuno sta pensando di metter via la vicenda a tarallucci e vino, vero?

Chi paga?

Sappiamo inoltre che quasi la metà dei presunti rifugiati sparisce nel corso della procedura, e questo dimostra con tutta evidenza che si tratta di finti profughi: un vero perseguitato, una volta giunto in Svizzera, non avrebbe alcuna ragione per darsi alla macchia.

A ciò si aggiunge il tema finanziario. I costi dell’asilo esplodono e tolgono quindi soldi allo Stato sociale. Così vengono a mancare risorse per la nostra popolazione. Però la $inistra vuole sempre più finti rifugiati, a dimostrazione che degli svizzeri in difficoltà se ne impipa (però organizza le trasferte a Como a sostegno dei migranti economici).

Italia “spazzolata”

Gli svizzeri devono dunque difendersi contro la creazione a go-go di centri asilanti che – oltre a creare ovvi problemi di convivenza con la popolazione locale – servono a sdoganare l’immigrazione illegale come qualcosa che occorre accettare. Magari perché “bisogna aprirsi”. O perché comunque è la conseguenza di situazioni geopolitiche contro le quali “sa po’ fa nagott”.

E’ chiaro che i primi a dover cambiare marcia sono i nostri vicini a sud. Quelli che adesso strillano contro “Prima i nostri”.  Il Belpaese, invece di inveire contro dei voti democratici illudendosi di poter comandare in casa d’altri, farebbe meglio a chiudere i cancelli all’immigrazione clandestina: un “invito” che di recente è stato rivolto alla Penisola anche dalla leader di Alternative für Deutschland Frauke Petry, la quale si è espressa in questi termini:  “ i confini devono essere chiusi per migranti illegali e, in parallelo, dobbiamo eliminare gli stimoli economici. L’esame di chi è realmente un profugo deve avvenire fuori dall’Europa”. Ed ha aggiunto: “no all’immigrazione di chi si comporta in modo aggressivo e vuole imporre i suoi costumi”.

Lorenzo Quadri