La partitocrazia schierata con gli estremisti islamici

Commissione del Consiglio degli Stati: come da copione, il triciclo rifiuta di agire

 

Con una (scontata) decisione nel segno del multikulti politikamente korretto, la commissione degli affari giuridici del Consiglio degli Stati (CAG-S) nella sua ultima seduta ha respinto cono 10 voti favorevoli, un astenuto e nessun contrario la mozione del deputato leghista Lorenzo Quadri che chiedeva di vietare i finanziamenti esteri a moschee e luoghi di culto islamici. La mozione era stata invece approvata dalla maggioranza del Consiglio nazionale nel settembre del 2017 con 94 Sì, 89 No e 5 astenuti.

Lorenzo Quadri, cosa ne pensa della decisione della Commissione della Camera Alta?

Non mi fa piacere, evidentemente, ma certo non è una sorpresa. Del resto la CAG-S è riuscita ad asfaltare, con 12 voti ad 1, anche l’iniziativa popolare contro i giudici stranieri. Quindi mi sento in ottima compagnia. Si potrebbe quasi dire che, se quella Commissione approva un’iniziativa, popolare o parlamentare che sia, vuol dire che i proponenti hanno sbagliato qualcosa…

Sì, ma fuor di battuta?

Fuor di battuta, alcune considerazioni. Primo: è evidente che qui ci sono dei politicanti che credono di vivere nel paese dei balocchi e di poter combattere il radicalismo islamico a colpi di politicamente corretto e di buonismo-coglionismo. Davanti a simili situazioni, viene proprio da dire: povera Svizzera! Secondo: la Commissione si chiama “degli affari giuridici” ma la decisione presa non è giuridica bensì politica; e all’insegna della solita politica da “pensiero unico”.

La Commissione argomenta il suo njet dicendo che “reputa ci siano altri modi per porre un freno all’attività dei predicatori estremisti e rimanda alla nuova legge sulle attività informative e al piano nazionale per prevenire la radicalizzazione e l’estremismo violento”.

Avanti col “benaltrismo”! Le soluzioni che vengono proposte da una certa parte politica non vanno mai bene. Bisogna sempre fare “ben altro”. E, nel mentre che si aspetta il “ben altro”, non si fa

 assolutamente nulla. Qui abbiamo un esempio da manuale. Anche i paracarri hanno capito che il famoso piano nazionale contro l’estremismo è un esercizio alibi: del tutto inutile. Non per nulla è un “parto” del Dipartimento Sommaruga. Ossia della ministra il cui partito, il P$$, vorrebbe rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera. Tutti gli esperti di radicalismo islamico, a partire dalla premiata attivista per i diritti umani Saïda Keller Messahli, confermano che il modo più efficace per combattere l’estremismo islamico è impedire i finanziamenti esteri alle moschee. A versarli sono infatti enti, persone o organizzazioni che pagano affinché il radicalismo venga diffuso in Svizzera. Ma evidentemente per la partitocrazia la priorità non è la sicurezza del Paese. La priorità è evitare ogni possibile rimprovero di “islamofobia”.

E come la mettiamo con la libertà di religione?

Il divieto di finanziamenti esteri a luoghi di culto islamici non lede in alcun modo la libertà di religione. Inoltre l’Islam non è una religione come le altre, poiché non conosce la separazione tra fede e politica. E’ evidente che, con decisioni come quelle della CAG degli Stati, la casta trasforma la Svizzera nel paese del Bengodi per miliziani dell’Isis ed analoghe organizzazioni terroristiche. Inutile dire che non arriva alcun segnale nemmeno a proposito dell’altro grosso fattore di rischio per il nostro Paese: le prestazioni assistenziali facili a migranti economici islamici, radicalizzatori compresi. I quali possono così continuare indisturbati a svolgere la propria opera, oltretutto stipendiati dal contribuente.

Cosa bisogna aspettarsi ora?

La CAG – S, da quanto si può leggere sul comunicato ufficiale (i verbali  commissionali non sono pubblici) non ha in realtà uno straccio di argomento contro il divieto di finanziamenti esteri alle moschee, che  è già stato approvato dalla maggioranza Nazionale. C’è da sperare che il plenum della Camera dei Cantoni dimostrerà maggior buonsenso della sua Commissione. Ma naturalmente, con la partitocrazia che ci ritroviamo, illudersi sarebbe fuori luogo.

MDD

Dal triciclo ancora pesci in faccia per gli svizzeri

Il Consiglio degli Stati vuole imporci le leggi degli eurobalivi ed i giudici stranieri!

Prosegue a ritmo serrato la rottamazione dei diritti del popolo svizzero ad opera della partitocrazia PLR-PPD-P$$: certo che se gli elettori continuano a votare certe forze politiche che poi li fregano davanti e di dietro…

E ti pareva: il Consiglio degli Stati ha deciso di respingere senza controprogetto per 36 voti contro 6 l’iniziativa “Per l’autodeterminazione” ovvero l’iniziativa popolare che si oppone ai giudici stranieri e soprattutto alle leggi straniere. Non si tratta certo di una sorpresa, visto il voto nella Commissione affari giuridici (CAG) della Camera alta, che ha asfaltato l’iniziativa con 12 No contro un solo Sì. Quando si dice: le decisioni che fanno CAG…

Chi osa contrastare…

Sicché ancora una volta i politicanti del triciclo PLR-PPD-P$, naturalmente con la fattiva collaborazione della ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga, attentano alla democrazia elvetica. La casta spalancatrice di frontiere, rottamatrice della Svizzera e sguattera dell’UE non perde occasione per prendere a pesci in faccia i cittadini che, facendo uso dei propri diritti, osano opporsi ai suoi disegni antisvizzeri. Coloro che osano contrastare la casta vengono dunque, ancora una volta, pitturati come dei delinquenti; dei beceri populisti e razzisti che osano attentare ai diritti umani! Perché durante il dibattito agli Stati si sono pure sentite fregnacce di questo calibro.

CEDU? Ma anche no

Questi camerieri di Bruxelles, non hanno capito da che parte sorge il sole. Tanto per cominciare, la Svizzera non ha alcun bisogno di diktat internazionali e dei giudici stranieri per tutelare i diritti umani in casa propria. Lo ha fatto prima e meglio di tanti altri. Per cui, il tentativo di criminalizzare l’iniziativa per l’autodeterminazione sostenendo che indebolirebbe l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) in Svizzera, fa ridere i polli. Per tutelare i diritti umani, il diritto svizzero ed in particolare la Costituzione bastano. A cosa serve, allora, la tanto slinguazzata CEDU? Serve sostanzialmente ai legulei dei tribunali come pretesto per non espellere delinquenti stranieri, facendosi beffe delle decisioni popolari. A beneficiare della CEDU ci sono anche i terroristi islamici. Che, grazie ad essa, ottengono di rimanere in Svizzera facendo valere che al loro paese potrebbero trovarsi in pericolo. Un argomento che in genere viene portato in tribunale servendosi di avvocati d’ufficio pagati dal solito sfigato contribuente. Quindi, che si abbia la decenza di risparmiarci la panzana che un indebolimento dell’applicazione della CEDU in Svizzera avrebbe chissà quali catastrofiche conseguenze. Perché sono balle di fra’ Luca.

Fregnacce “economiche”

Anche sostenere, come è stato fatto, che sostenere l’iniziativa per l’autodeterminazione – e quindi dare la priorità alla Costituzione svizzera rispetto ai Diktat di Bruxelles – “danneggerebbe la piazza economica svizzera” (uella) equivale a prendere i cittadini per scemi. La precedenza della Costituzione sul diritto internazionale è stata un indiscusso dato di fatto fino a pochi anni fa. Tentare di fare terrorismo di Stato raccontando che il ritorno ad una situazione antecedente che funzionava benissimo sarebbe un pericolo, fa ridere i polli. Oltretutto, sono sempre le solite fregnacce: anche della preferenza indigena, che è stata in vigore dalla notte dei tempi fino al 2004, si è detto peste e corna. Forse che 14 anni fa la Svizzera era immersa nel Medioevo? Ma certo che no!

Inoltre: a starnazzare istericamente al presunto pericolo per l’economia sono le stesse organizzazioni economiche dell’establishment che vogliono le frontiere spalancate per poter assumere stranieri a basso costo lasciando a casa gli svizzeri. E che vogliono pure sabotare i diritti popolari, per impedire ai cittadini di difendersi. Queste associazioni del menga, sempre contro la Svizzera e contro gli svizzeri e a favore della globalizzazione, possono andare a Baggio a suonare l’organo!

Diritti popolari in pericolo

Il colmo è che, mentre i camerieri della partitocrazia si inginocchiano davanti all’UE per permetterle di comandare a casa nostra, trasformandoci così in una colonia a tutti gli effetti, in tutto il resto del mondo avviene proprio il contrario. In Germania le massime autorità giudiziarie hanno stabilito che la Costituzione tedesca ha la priorità sul diritto internazionale. La Gran Bretagna, a seguito della Brexit, si appresta a cestinare le leggi degli eurobalivi: rimarranno in vigore solo quelle esplicitamente approvate dal parlamento inglese.

Invece da noi i calatori di braghe compulsivi rifiutano l’iniziativa per l’autodeterminazione, vogliono lo sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE, la ripresa automatica delle leggi di Bruxelles ed i giudici stranieri. E sabotano la volontà dei cittadini. Gli esempi al proposito si sprecano: 9 febbraio non applicato, Prima i nostri non applicato, delinquenti stranieri non espulsi. Il njet all’iniziativa contro i giudici stranieri è un njet ai diritti popolari, un njet alla democrazia e un  njet alla Svizzera. La partitocrazia del triciclo PLR-PPD-P$$  ancora una volta è schierata compatta contro i cittadini. Ma è possibile essere così mal rappresentati? Alle prossime elezioni, dire a questi signori senatori di andare a chiedere i voti a Bruxelles, a “Grappino” Juncker e compagnia cantante, visto che sono a Berna a fare i loro interessi e non certo quelli della gente svizzera.

Lorenzo Quadri

 

Sul segreto bancario, i senatori tradiscono di nuovo

I Consiglieri agli Stati contro la privacy finanziaria: asfaltiamoli in votazione!

Il Consiglio degli Stati dice Njet sia all’iniziativa “Per la protezione della sfera privata” che al controprogetto

Il Consiglio degli Stati, dove uregiatti e kompagni sono ampiamente sovrarappresentati, l’ha fatta di nuovo fuori dal vaso. Infatti, ha pensato bene di respingere sia l’iniziativa popolare “Per la protezione della sfera privata” che il controprogetto elaborato dal Consiglio nazionale.

L’iniziativa – sostenuta da Udc, Lega e Plr – chiede come noto che nella Costituzione federale venga inserita la tutela del segreto bancario per i residenti in Svizzera. Il nostro paese è infatti costruito sul rapporto di fiducia tra cittadino e Stato. La sfera privata, anche finanziaria, è un valore svizzero. Da notare che i kompagnuzzi opponendosi alla nuova Legge sui sistemo informativi (LSI) strillavano come aquile alla violazione della privacy. La LSI serve a dotare l’ “intelligence” svizzera degli strumenti necessari a combattere il terrorismo islamico (sottolineare: islamico. Ossia, legato a quell’Islam che il P$ vorrebbe però far diventare religione ufficiale nel nostro paese). La “privacy” che la $inistra voleva tutelare era dunque quella dei sospetti terroristi. Capita l’antifona ro$$a? Gli immigrati (magari mantenuti dal nostro stato sociale) sospettati di essere dei miliziani dell’Isis hanno diritto alla privacy. Gli onesti lavoratori che hanno messo da parte qualche spicciolo, invece, no. Di conseguenza, vanno tutti trattati da presunti evasori fiscali. Questa posizione è profondamente antielvetica. Eppure la maggioranza dei senatori la segue giuliva. Ma questo paese è ancora la Svizzera o siamo diventati una repubblica delle banane?

La solita solfa

Quale giustificazione del loro njet all’iniziativa per la tutela della sfera privata, i $ignori senatori scioriano la solita litania della “misura non necessaria” poiché il segreto bancario dei residenti in Svizzera sarebbe “già tutelato”. Questa è l’ennesima presa per i fondelli, dal momento che non è affatto vero che il segreto bancario dei residenti è già tutelato. Infatti c’è chi vi attenta. Sia dall’esterno che dall’interno.  Ricordiamo che  l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, prima ha dichiarato che “il segreto bancario per gli svizzeri non è in discussione”, poi però ha presentato in Consiglio federale un progetto per affossarlo, dimostrando così, al di là di ogni dubbio, di essere una bugiarda. Il progetto in questione è sì dormiente, ma non tolto dal tavolo. Questo significa che potrebbe venire riesumato in qualsiasi momento. Alla faccia del “già tutelato”. Una storiella, quella del “sem già a posct”, che peraltro si sentiva già nel 2009. Si è visto come è andata a finire. La ministra del 5% il segreto bancario l’ha svenduto senza alcuna contropartita. Causando danni incalcolabili. Non solo al settore bancario, ma a tutta l’economia. Ed in particolare a quella ticinese. Se la via Nassa a Lugano è sempre più deserta, se i negozi chiudono uno dopo l’altro, una bella fetta di responsabilità la porta il tracollo della piazza finanziaria.

I rottamatori della Svizzera

A non volere il segreto bancario nella Costituzione sono i soliti rottamatori della Svizzera. Quelli che vogliono cancellare le nostre peculiarità e la nostra sovranità. Quelli che non vogliono inserire il segreto bancario nella Costituzione per non scontentare i padroni di Bruxelles. A questi politicanti, di quel che pensano i cittadini svizzeri non gliene potrebbe fregare di meno.

Per fortuna, trattandosi di iniziativa popolare, l’unica cosa che il parlamento ed il consiglio federale sono chiamati a stabilire è l’indicazione di voto. Ma a decidere sull’oggetto saranno i cittadini. I sondaggi valgono quello che valgono. Però hanno sempre indicato che i cittadini elvetici sono a larga maggioranza favorevoli al segreto bancario. Quindi, c’è motivo di ritenere che, quando si tratterà di votare sull’iniziativa a tutela della sfera privata, i signori senatori verranno asfaltati dalle urne. E con loro i consiglieri federali.

I quali, è bene ricordarlo, respingono schifati l’iniziativa per la privacy bancaria. Però sono vergognosamente disposti ad entrare nel merito della sconcia iniziativa del vicolo cieco, quella che vorrebbe cancellare la votazione del 9 febbraio. Quindi, tutti a votare Sì all’iniziativa “per la protezione della sfera privata”! Difendiamo una tradizione svizzera, alla faccia dei camerieri dell’UE!

Lorenzo Quadri

I signori senatori pro-burqa saranno asfaltati dal popolo

Il Consiglio degli Stati affossa l’iniziativa contro la dissimulazione del viso 

Anche il rappresentante ticinese targato PLR alla Camera dei Cantoni, vota contro la volontà del 65% dei cittadini del suo Cantone

E ti pareva! Il Consiglio degli Stati a larghissima maggioranza – 29 favorevoli, 9 contrari e 4 astenuti – ha respinto un’iniziativa parlamentare (del deputato Udc Walter Wobmann) che chiedeva l’introduzione del divieto di burqa a livello nazionale. Invece la Camera del popolo lo scorso settembre quella stessa iniziativa l’aveva approvata, seppur a maggioranza risicata.

Intanto l’iniziativa popolare contro il velo integrale è in fase di raccolta firme, di modo che con tutta probabilità saranno i cittadini a decidere sul tema.

Il giorno dopo la festa della donna…

I signori senatori e le signore senatrici politikamente korretti/e hanno dunque messo a segno una nuova operazione all’insegna del tafazzismo. Per l’effimera goduria di aver asfaltato l’odiata “destra xenofoba” si sono sparati negli zebedej. Non ci vuole infatti la sfera di cristallo per prevedere che, in votazione popolare, i senatori sostenitori del burqa verranno asfaltati.

Certo che in politica la “coerenza” la fa come sempre da padrona: il giorno prima (8 marzo) tutti a regalare mimose e a sciacquarsi la bocca con i diritti della donna (naturalmente a scopo di campagna elettorale) e le deputate addirittura sferruzzavano orrendi berretti rosa. Invece il 9 marzo, passata la festa gabbato lo santo: pur di non riconoscere che l’odiata “destra xenofoba” ha RAGIONE, tutti a votare per il burqa: quindi per l’oppressione della donna, per l’estremismo islamico, per l’islamizzazione della Svizzera. E che dire delle senatrici che appoggiano il burqa in nome delle aperture e della multikulturalità completamente fallita? Forse a loro stesse non toccherà. Ma quando le loro figlie e nipoti saranno costrette – in Svizzera, non in Pakistan – a girare nascoste sotto uno straccio, sapranno chi ringraziare.

La coerenza della partitocrazia

La Camera alta ha poi fornito una serie di “perle”. Quando si trattava di concedere la garanzia federale (uella) alla modifica costituzionale antiburqa votata dal popolo ticinese, svariati politicanti dei partiti $torici (soprattutto a $inistra) oltre a manifestare la propria schifata contrarietà di principio a qualsiasi iniziativa che affermasse i valori occidentali nei confronti di immigrati in arrivo da paesi lontani (perché bisogna essere aperti, multikulti e calabraghe) blateravano che non aveva senso introdurre il divieto in un Cantone: la dissimulazione del viso avrebbe semmai dovuto essere proibita a livello federale. E adesso che si tratta di votare un divieto federale, qual è il pretesto per non votarlo? Che devono decidere i Cantoni! Apperò!

PLR ancora contro il Ticino

Ciliegiona sulla torta. Tra quanti hanno votato contro il divieto di burqa c’è pure il senatore liblab Fabio Abate. Ancora una volta dunque il rappresentante ticinese PLR alla Camera dei Cantoni vota contro la volontà del 65% dei votanti del suo Cantone, che il divieto di burqa l’hanno plebiscitato. Si ripete dunque quanto accaduto con il 9 febbraio. Altro che rappresentare il Ticino a Berna! Com’era il nuovo slogan? PLR vicino alla gente? Per fortuna! Ancora una volta, l’ex partitone dimostra di essere contro la gente. I ticinesi faranno bene a prenderne nota.

Lorenzo Quadri

Il Consiglio degli Stati asfalta l’iniziativa No Billag

I senatori puntellano l’emittente di regime e non vogliono nemmeno un controprogetto

 

Al Consiglio degli Stati i Senatori hanno asfaltato l’iniziativa No Billag. All’unanimità la Camera dei Cantoni ha bocciato l’iniziativa e non ha nemmeno voluto sentire parlare di un controprogetto.

Insomma, per i senatori a proposito della SSR “tout va bien, Madame la Marquise”. Ecco come legittimare tutti gli andazzi e malandazzi attuali, dando di fatto carta bianca all’emittente (politicamente schierata con i soldi del canone). L’è tüt a posct! Andate pure avanti così!
Deludente, ma forse prevedibile, è soprattutto una cosa: che nessuno alla Camera alta abbia sostenuto che all’iniziativa No Billag si potrebbe quanto meno affiancare un controprogetto. Vedremo se al Nazionale (prima in Commissione, dove il tema approderà in aprile, poi in plenum) la SSR beneficerà della stessa slinguazzante accondiscendenza politikamente korretta. E non è che gli ammonimenti privi di conseguenze servano a qualcosa: il loro tempo è finito.

 Il solito ritornello

Vedremo quanti si riempiranno la bocca con il trito ritornello della “coesione nazionale” e della “promozione dell’italianità”. Trito e bugiardo: perché la nazione esiste da bel un po’ prima della SSR ed esisterà ancora quando la televisione la si guarderà solo nei musei, esposta come reperto. La strategia è decisamente perdente: i giovani la TV non la seguono nemmeno più. Sotto i 24 anni, secondo l’ultimo sondaggio, la guardano in due su dieci. La coesione nazionale la si preserva con un veicolo snobbato dai giovani, quindi dal futuro della nazione? Ma va là…

Quanto alla promozione dell’italianità, se questo fosse l’obiettivo della SSR (e della RSI) vorrebbe dire che ci troviamo davanti ad uno dei più grandi flop della storia nazionale: miliardi spesi, e l’italianità non ha mai contato così poco.

La realtà è molto più prosaica: la partitocrazia difende l’emittente di regime (oltre che lottizzata) che le fa da megafono. Ne inculca le idee e le ideologie nel pubblico pagante: frontiere spalancate, no ai beceri populisti, libera circolazione über alles, “bisogna aprirsi”. Certo, emittente di servizio; ma non di servizio pubblico. C’è una “leggera” differenza.
Il ricattino

Oltretutto, non proporre un controprogetto all’iniziativa No Billag ed arrivare pure a ricattare le minoranze linguistiche (“guardate che se osate votare l’iniziativa poi ci andate di mezzo”) non è nemmeno un atteggiamento particolarmente accorto. Sembra anzi una provocazione. E’ forse il caso di ricordare che, in occasione della votazione sul canone obbligatorio, la RSI venne asfaltata dai votanti ticinesi.

Senza una proposta alternativa meno estrema dell’iniziativa, chi ha una posizione giustamente critica nei confronti della SSR, invece di schierarsi nel campo degli adulatori incondizionati, potrebbe anche votare per il No Billag. Ma forse ci sono politicanti che negli studi radiotelevisivi hanno ormai messo radici. E magari temono che, se adottassero una posizione meno zerbinesca nei confronti dell’azienda, verrebbero invitati meno spesso. E quindi avrebbero meno occasioni di farsi propaganda e di gonfiarsi l’ego in pubblico. Ah, la vanità! Già il Re Sole si armava la marina distribuendo titoli nobiliari.

Non ci vuole il mago Otelma per prevedere che l’iniziativa No Billag non passerà. Ma un risultato importante, soprattutto in Ticino, potrebbe portare tutta una serie di conseguenze difficilmente ponderabili.
Delinquenti?

Naturalmente nel dibattito agli Stati, i sostenitori dell’iniziativa No Billag sono sistematicamente trattati da scriteriati e delinquenti. Ma forse, se esiste un’iniziativa No Billag, una bella fetta di responsabilità la porta proprio la SSR. RSI compresa. E’ quindi comprensibile che l’azienda sia preoccupata: coda di paglia?

Lorenzo Quadri

 

9 febbraio: democrazia calpestata senza vergogna

Come da copione, anche dal Consiglio degli Stati è uscita una ciofeca anticostituzionale

E’ evidente che l’unico obiettivo dei politicanti di PLR-PPDog e P$$ era quello di sabotare il “maledetto voto” per non infastidire i loro padroni di Bruxelles; i quali, infatti, applaudono allo sconcio. I Ticinesi sanno chi ringraziare

Come volevasi dimostrare! Sul 9 febbraio era prevista una ciofeca e la ciofeca puntualmente è arrivata. Stiamo parlando dell’esito del dibattito al Consiglio degli Stati sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. L’esito è quello che ci si aspettava, ossia uno sconcio.

La realtà è evidente ed è sempre la stessa: il triciclo PLR-PPDog-P$$, più partitini di contorno, non ne vuole sapere di applicare la volontà popolare. Quindi l’ha clamorosamente sabotata. In entrambe le camere del parlamento, come ovvio. Mica ci si poteva aspettare che gli stessi partiti spalancatori di frontiere e camerieri dell’UE avrebbero votato al nazionale in un modo e agli Stati all’opposto. L’obiettivo era solo uno: stuprare la volontà popolare e la Costituzione per non infastidire i padroni di Bruxelles. Qui ci sono un bel po’ di politicanti che, la prossima volta, faranno meglio candidarsi nell’UE e non in Svizzera. Il bello è che ogni deputato, al momento dell’insediamento, giura di rispettare le leggi e la Costituzione. Adesso abbiamo visto come.

Un solo modo

Per rispettare la Costituzione, e quindi la volontà popolare e la democrazia, c’è un solo modo: introdurre tetti massimi, contingenti (esistevano fino a 14 anni fa: quindi non c’era mica bisogno di inventarsi l’acqua calda) e preferenza indigena. Solo questa soluzione, e nessun’altra, sarebbe stata accettabile per il Ticino e per quel 70% di ticinesi che ha plebiscitato l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”.

L’applicazione letterale dell’articolo costituzionale 121 a era contemplata dalla proposta del senatore Udc Peter Föhn, che però nessun esponente di altri partiti ha sostenuto. Nemmeno i due ticinesi.

Il resto delle “misure” spazia dalla presa per i fondelli al cerotto sulla gamba di legno. E non poteva essere diversamente, visto che l’unico obiettivo dell’operazione era NON limitare la libera circolazione. Il massimo che si è raggiunto sono le misuricchie di diritto interno che, se del caso, si sarebbero benissimo potute prendere anche senza il nuovo articolo costituzionale sull’immigrazione di massa. Se la maggioranza degli Svizzeri ha votato il 9 febbraio è perché, evidentemente, voleva altro. Tetti e massimi, contingenti ed una vera preferenza indigena, appunto.

Contento Juncker

Il fatto poi che il non astemio presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker abbia dichiarato che con la preferenza indigena extralight ci può convivere, è la più lampante dimostrazione che dalle Camere non potrà che uscire una ciofeca. Se questa (non) soluzione va bene anche a chi ha sempre starnazzato contro ogni limitazione della libera circolazione delle persone, vuol dire che la preferenza indigena extralight non serve assolutamente ad un tubo.

Ulteriore peggioramento

Tanto più che la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale è pure riuscita a peggiorarla ulteriormente.  Secondo la sua versione, in caso di tasso di disoccupazione sopra la media, il datore di lavoro avrebbe solo l’obbligo di annunciare i posti vacanti agli uffici regionali di collocamento e di invitare ad un colloquio i candidati proposti dall’URC, senza nemmeno bisogno di giustificare un rifiuto d’assunzione. Questo vuol dire semplicemente che il disoccupato ticinese verrebbe invitato ad un colloquio del tutto  inutile, visto che il datore di lavoro potrà in ogni caso assumere un frontaliere senza alcuna restrizione. La Bravofly di turno sarà dunque liberissima anche in futuro di procedere a 106 assunzioni di amministrativi tutti frontalieri, venendo a raccontare la fanfaluca che non ha trovato candidati residenti. Se poi aggiungiamo che agli URC si possono iscrivere non solo i frontalieri, ma anche i cittadini UE che arrivano per tre mesi (prolungabili di altri tre) in Svizzera per cercare un impiego, il flop è totale.

Una simile soluzione ciofeca non ha nulla a che vedere con la volontà popolare. Noi vogliamo che vengano assunti cercatori d’impiego ticinesi e non frontalieri. Noi vogliamo che i ticinesi abbiano un lavoro, non colloqui puramente di facciata.

I nemici del Ticino

Se poi si pensa che l’unico indicatore utilizzato per far scattare il modello di preferenza indigena extralight e l’inconcludente circo ad essa legato è il tasso di disoccupazione, siamo a posto. Sappiamo bene che le statistiche sulla disoccupazione sono taroccate. Inoltre, se non si considerano altri elementi come ad esempio il numero di frontalieri specie in quei settori dove soppiantano i lavoratori ticinesi (vedi nel terziario), il numero di casi d’assistenza, il dumping salariale, eccetera, si avrà sempre una scusa per dire che “l’è tüt a posct”. In Consiglio degli Stati tentativi ticinesi (proposte Lombardi) di far inserire anche questi elementi – che avrebbero reso la ciofeca un attimino meno ciofeca – e di dare più margine d’azione ai Cantoni, sono stati spazzati via dal PLR e soprattutto dalla $inistra ro$$overde, la quale ha detto a chiare lettere che dei problemi del nostro sempre meno ridente Cantone se ne frega. Tanto per chiarire chi sono i nemici del Ticino e dei ticinesi. Quelli che vogliono a tutti i costi le frontiere spalancate, la libera circolazione senza alcun limite e l’invasione di frontalieri a scapito dei residenti.  Quelli che sanno benissimo che con le loro scelte fallimentari mettono il Ticino nella palta, però semplicemente se ne impipano. E poi magari tentano di pulirsi ipocritamente la coscienza con statistiche farlocche.

E adesso?

Adesso bisogna vedere quali saranno gli sviluppi dopo il voto parlamentare. Le possibilità sono due. O un referendum contro le decisioni del parlamento, o un’iniziativa contro la libera circolazione delle persone.

Il referendum, se riuscisse e vincesse, porterebbe  il calendario indietro al 9 febbraio 2014. Ci si troverebbe quindi con l’articolo 121 a, e nessuna regola di applicazione. Resterebbe dunque in vigore la devastante libera circolazione delle persone senza alcun limite.

Con l’iniziativa contro la libera circolazione, in caso di successo si risolverebbe invece il problema alla radice. Si spera dunque che il buon Blocher mantenga la promessa di lanciarla.

Lorenzo Quadri

 

 

9 febbraio a Berna: comunque vada, uscirà una ciofeca!

I sabotatori renderanno necessario lanciare l’iniziativa contro la libera circolazione

“Comunque vada, sarà un successo”? No: comunque vada, sarà una ciofeca! Il tema è l’applicazione del “maledetto voto” del 9 febbraio. Come noto, il Consiglio nazionale ha partorito la cosiddetta “preferenza indigena light”, vale a dire una lozza anticostituzionale, in cui nulla figura di quanto previsto nel famoso articolo 121 a della Costituzione federale. Quale artefice dell’obbrobrio, lo ripetiamo per l’ennesima volta (repetita iuvant),  viene accreditato il consigliere nazionale dell’ex partitone Kurt Flury.

Sempre sconcio è

La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha invece partorito la preferenza indigena un po’ meno light; ma sempre di sconcio si tratta. La Commissione in questione aveva sul tavolo tre varianti tra cui scegliere. La prima era quella del senatore Udc Peter Föhn che proponeva una ripresa “copia-incolla” del nuovo (ormai sempre meno nuovo, ma comunque inutilizzato) articolo costituzionale 121 a nella legge. Poi, ben lontane da quanto votato dal popolo, c’erano le proposte dell’uregiatto Gerhard Pfister e quella del liblab Philipp Müller. Con la prima che era leggermente meno annacquata della seconda.

La variante più sciacquetta

Inutile dire che i senatori hanno scelto la variante più sciacquetta di tutte: perché l’obiettivo era evitare ad ogni costo frizioni con l’UE (uhhhh, che pagüüüüüraaaa!). Traduzione: ciò che fortissimamente si voleva era calare le braghe davanti all’UE  impipandosene della volontà popolare.

E la variante più sciacquetta di tutte era, ma guarda un po’, quella del PLR Müller. Ecco dunque che l’ex partitone si riconferma come il partito dell’affossamento della volontà popolare: ricordarsene alla prossime elezioni.

Il bello è che, dopo l’approvazione, da parte del triciclo PLR-PPD-P$$, del compromesso-ciofeca in Consiglio nazionale, i senatori avevano detto che ci avrebbero pensato loro a sistemare le cose. “Ga pensum nümm”! Come no! E infatti adesso siamo venuti al dunque.

Il primo dicembre

Il prossimo primo dicembre si saprà cosa avrà deciso il plenum della Camera dei Cantoni sull’applicazione del “maledetto voto”. Bisognerà poi appianare le divergenze con il Nazionale. Una cosa però è certa: poiché la proposta Föhn non ha alcuna chance di spuntarla – è avversata dal triciclo partitocratico di cui sopra – il risultato sarà o una lozza, o una lozza un po’ meno lozza. Non si tratta nemmeno di scegliere nel segno del meno peggio (cosa frequente in politica), perché qui siamo diversi gradini al di sotto del meno peggio: siamo in pieno schifìo. Questo vuol dire che qualsiasi soluzione uscirà dal parlamento federale sarà comunque inaccettabile per il Ticino. E vogliamo proprio vedere chi, tra i deputati del nostro Cantone, avrà la “lamiera” di dichiararsi soddisfatto.

Il bidone

Tanto più che qualcuno si è accorto che la “preferenza indigena” come la intende la partitocrazia federale è un bidone. Infatti l’intenzione sarebbe quella di favorire nelle assunzioni i disoccupati residenti iscritti all’URC tramite obbligo di annuncio dei posti vacanti. Solo che – ma tu guarda i casi della vita – anche i frontalieri possono iscriversi all’URC. Così come pure i cittadini UE che arrivano in Svizzera per tre mesi (prolungabili fino a sei) alla ricerca di un lavoro.

Morale della favola: l’obbligo di annunciare i posti di lavoro vacanti all’URC non basta nemmeno lontanamente a concretizzare la preferenza indigena e il principio del Prima i nostri. Bisogna invece discriminare tra chi sta in Svizzera e chi sta fuori. Questo è quanto ha deciso il popolo, e questo deve essere fatto. Piaccia o non piaccia ai balivi dell’UE ed ai loro camerieri a Berna.

Iniziativa popolare

Essendo ormai appurato che dalle Camere federali uscirà o una ciofeca massima, o una ciofeca un po’ meno massima, occorrerà fare ciò che il buon Blocher ha annunciato nelle scorse settimane, ossia lanciare un’iniziativa popolare per abolire la devastante libera circolazione delle persone. Un’iniziativa che ha concrete chance di successo in votazione popolare. Perché  il vento è cambiato, come dimostrano il voto sulla Brexit e l’elezione di Trump. L’élite spalancatrice di frontiere non ha più in mano il boccino. Si chieda dunque la partitocrazia  se non era meglio applicare la volontà della maggioranza degli svizzerotti  (“chiusi e xenofobi”) invece di sabotarla, col risultato di provocare l’attacco frontale alla libera circolazione nella sua totalità. Per gli internazionalisti beceri, un vero e proprio autogoal. Come i pifferi di montagna, andarono per suonare e furono suonati.

Lorenzo Quadri

A Berna cominciano ad accorgersi che abbiamo ragione

Primo Sì federale per il casellario. Quadri: “adesso bisogna fare lobbying”

Anche il Consiglio degli Stati, o meglio la sua Commissione delle Istituzioni politiche (la differenza non è, purtroppo, di poco conto) è diventato un po’ leghista. Martedì, infatti, la CIP-S ha approvato, seppur a maggioranza risicata di un solo voto (6 favorevoli e 5 contrari), due risoluzioni cantonali ticinesi a favore della richiesta del casellario giudiziale prima del rilascio o rinnovo di un permesso B (dimora) o G (frontaliere).

Da aprile 2015

La richiesta del casellario giudiziale è stata introdotta in Ticino nell’aprile 2015 per ferma volontà del Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi, che non ha mai ceduto alle pressioni, sia italiane che bernesi, perché si facesse retromarcia.

Per la Lega si tratta di una battaglia che viene da  lontano. Già nel 2008 infatti l’allora deputato leghista in Gran Consiglio Lorenzo Quadri aveva presentato una proposta di iniziativa cantonale all’indirizzo della Confederazione affinché venisse reintrodotta la richiesta sistematica del casellario giudiziale. Approvata dal Gran Consiglio sette anni dopo, la risoluzione è stata spedita a Berna assieme ad un’altra che chiede di introdurre lo stesso obbligo anche per i padroncini.

Il Consiglio nazionale nel maggio del 2015 aveva invece respinto a maggioranza una mozione dello stesso Quadri con il medesimo contenuto dell’iniziativa cantonale.

Un primo passo

“Il Sì della commissione del Consiglio degli Stati non è ancora una vittoria, ma è comunque un primo passo molto positivo – osserva Quadri -. Il governo ticinese,  nel suo scritto alla Commissione, ha tirato le somme. Dalla sua entrata in vigore, la richiesta del casellario ha permesso di emanare 53 decisioni negative su richieste di permessi, di cui 20 negli ultimi sei mesi.  Ciò significa che, grazie alla richiesta del casellario, si è impedito a 53 persone potenzialmente pericolose di stabilirsi nel nostro paese o di entrarci tutti i giorni per lavorare (ricordiamo inoltre che per i frontalieri non vige più l’obbligo del rientro quotidiano al domicilio). A ciò si aggiunge l’effetto deterrente, che non è misurabile. Nel senso che non si sa quanti stranieri con la fedina penale sporca hanno rinunciato a chiedere di stabilirsi in Ticino a seguito della richiesta dell’estratto del casellario giudiziale. La misura è dunque efficace, contrariamente a quanto ha tentato di far credere, raccontando l’ennesima panzana, l’allora negoziatore con l’Italia De Watteville, che pretendeva addirittura che la deputazione ticinese a Berna convincesse il Consiglio di Stato a ritirarla”.

La strada sarebbe a suo avviso aperta perché non solo il Ticino, ma tutti i Cantoni richiedessero il casellario?

Certamente è una prassi da cui tutti trarrebbero vantaggio. Ne va della sicurezza nazionale. E’ inconcepibile che si concedano permessi  B o G alla cieca, senza informarsi sistematicamente su eventuali precedenti penali dei richiedenti. Tanto più che, come ben sappiamo, la richiesta del casellario non ha di per sé nulla di straordinario. Ai residenti viene chiesto di presentarlo in varie occasioni. Quindi in Italia se ne facciano una ragione.

Tuttavia il fatto che la richiesta ticinese sia stata approvata con un solo voto di scarto dimostra che c’è comunque una forte opposizione, come spiegarla?

L’unica spiegazione possibile è una scandalosa sudditanza nei confronti dell’UE.

Adesso quali sono i prossimi passi?

L’obiettivo ovviamente è che il plenum del Consiglio degli Stati segua la maggioranza della sua Commissione delle istituzioni politiche. Il sì della Commissione è infatti solo un primo passo. Per far questo occorre che la Deputazione ticinese a Berna, ed in particolare i senatori, facciano lobbying sui colleghi perché il plenum della Camera alta voti come la maggioranza della sua Commissione. Certo non è scontato, ma nemmeno impossibile.

Se anche il Consiglio degli Stati accettasse le iniziative cantonali ticinesi, resta ancora il Nazionale. Il quale,  nel maggio del 2015, ha già respinto una sua mozione a favore del ritorno alla richiesta sistematica del casellario.

Certo, ma anche il Consiglio nazionale può cambiare idea. Tanto più che nel frattempo non solo è cambiata la legislatura, ma la misura ticinese, che nel maggio dello scorso anno era solo agli esordi, ha dimostrato la propria validità, come attestano i dati del governo. Inoltre un eventuale sì del Consiglio degli Stati avrebbe, ovviamente, altro peso rispetto alla proposta di un deputato. E ancora: più passa il tempo, più dovrebbe crescere la consapevolezza dell’importanza di tutelare la sicurezza interna evitando arrivi indesiderati. Soprattutto coi tempi che corrono.

MDD

PLR: il partito del sabotaggio della volontà popolare

Contro il 9 febbraio, dalla Commissione degli Stati esce un’altra ciofeca dei liblab

 

L’ex partitone si riconferma il partito del sabotaggio della volontà popolare e della calata di braghe davanti alla fallita Unione europea.

Ricordiamo, nel caso qualcuno l’avesse dimenticato, che il comitato PLR si schierò all’ unanimità contro l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, e venne asfaltato dalle urne. Forse che ha imparato la lezione? Nemmeno per sogno! Ed infatti i suoi rappresentanti a Berna ne stanno combinando peggio di Bertoldo per sabotare il maledetto voto del 9 febbraio. Obiettivo: evitare qualsiasi frizione con Bruxelles. Ovvero: mettere il paese in ginocchio davanti ai trombati (definizione dell’industriale radikalchic Carlo De Benedetti) dell’UE!

Come volevasi dimostrare…

In Consiglio nazionale, quale architetto dell’anticostituzionale compromesso-ciofeca contro il 9 febbraio viene accreditato un deputato liblab, il sindaco di Soletta Kurt Fluri. Nella Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, invece, a servire il pateracchio è l’ex presidente del PLR Philipp Müller.

Il bello è che, dopo che il triciclo di camerieri dell’UE PLR-PPD-P$$ aveva approvato il compromesso-ciofeca al Nazionale,  i Consiglieri agli Stati si erano affrettati promettere che avrebbero provveduto loro a sistemare le cose. “Ga pensi mì”! Si trattava, lo avevamo detto subito, di fregnacce. Ed infatti la “preferenza indigena un po’ meno light” uscita dalla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati (CIP-S) è una lozza, come la “preferenza indigena light” della maggioranza del Nazionale. E dire che la CIP-S aveva votato (relativamente) bene sul casellario giudiziale. Sul 9 febbraio invece…

Paragoni umilianti

E’ davvero deprimente vedere che in Inghilterra il governo difende la Brexit con i denti anche mettendosi contro i legulei partiticizzati dell’alta (?)  corte di giustizia (che il Daily mail ha definito “nemici del popolo”). Invece in Svizzera il governo e la maggioranza del parlamento si battono contro la volontà popolare. Il nemico da neutralizzare , per costoro, è il popolo bestia che vota sbagliato! Di questa “classe politica” non possiamo che vergognarci (evidentemente i diretti interessati non sono in grado di vergognarsi da soli).

Far comandare l’UE

Senza alcuna decenza, la ciofeca uscita dalla Commissione degli Stati non prevede né contingenti né tetti massimi. E, come se questo non fosse già abbastanza scandaloso, si aggiunge che qualsiasi misura che dovesse venire decisa dal Consiglio federale per limitare l’immigrazione e tutelare il mercato del lavoro elvetico (campa cavallo…) dovrebbe essere avallata dal comitato misto Svizzera-UE. Traduzione: l’UE avrebbe diritto di veto sulle misure eventualmente decise da Berna. Quindi si autorizza esplicitamente i trombati (De Benedetti dixit) di Bruxelles a comandare in casa nostra!

Non stupisce che sia l’ex partitone a proporre un simile sconcio. In effetti il suo ministro degli esteri, Didier Burkhaltèèèèr, da tempo tenta di sdoganare la “ripresa dinamica”, cioè automatica, del diritto UE. Ciò significa che l’UE ci impone le leggi ed i giudici. Sicché i  conti tornano. Si va sempre nella stessa direzione.

Un’altra “lozza”

Quanto alla “preferenza indigena” proposta dalla maggioranza della Commissione degli Stati, si tratta evidentemente di fumo negli occhi. Altro che “Prima i nostri”. Non si garantisce alcun diritto dei cittadini svizzeri ad avere la precedenza nelle assunzioni. L’unico “diritto” è quello a ricevere una motivazione sul perché invece di un candidato residente è stato assunto un frontaliere. Una presa per i fondelli. Del resto sappiamo bene che il PLR, artefice di questa geniale soluzione, in Ticino era anche in prima linea nel combattere “Prima i nostri” – ed ha così rimediato l’ennesima bastonata dalle urne.

Insomma, a tutti i livelli il PLR si sta arrampicando sugli specchi per sostenere ad oltranza la devastante libera circolazione delle persone senza limiti ed il “diritto” di sostituire i lavoratori residenti con i frontalieri.  E questo malgrado la volontà popolare dica l’esatto contrario.

Chi elabora questi compromessi-ciofeca, che hanno l’unico obiettivo di sabotare la volontà popolare contraria all’UE, dovrebbe ogni tanto ricordarsi che è eletto in Svizzera, rispettivamente in Ticino. Se non gli va bene, che si candidi oltreconfine. O magari direttamente a Bruxelles.

Giocare col fuoco

Ma i sabotatori del “maledetto voto” giocano col fuoco. Se infatti – e di questo non c’è motivo di dubitare – la maggioranza delle Camere federali approverà le loro pastette, partirà l’iniziativa popolare per eliminare tout-court la libera circolazione delle persone. Blocher l’ha promessa. La partitocrazia spalancatrice di frontiere si illude forse che una simile iniziativa non avrebbe chance davanti al popolo? Crede forse di poter ricattare ed insultare il cittadino con minacce, fatwe morali e scenari apocalittici? Immagina forse di fare  affidamento sulla stampa di regime, sulla mobilitazione dell’élite e degli intellettualini da tre e una cicca, per affossare la futura iniziativa contro la libera circolazione?  Forse ha fatto male i conti. Non solo il 9 febbraio, ma anche la Brexit e le elezioni USA dovrebbero insegnare qualcosa. Le gente comune ne ha piene le tasche della casta che ci ha rovinati a suon di “aperture”. Anche in Svizzera.

Lorenzo Quadri

Elettricità e non solo: in arrivo una super-stangata!

Sosteniamo il referendum contro la nuova legge sull’energia approvata a Berna 

In confronto, le “pillole” dei cassamalatari sono carezze

E’ dunque partito nei giorni scorsi il referendum contro la legge sull’energia, approvata dal parlamento federale nella sessione autunnale da poco conclusa. Vista la densità dei temi in agenda – dal compromesso-ciofeca sul 9 febbraio alla revisione dell’AVS, passando per la legge sui padroncini e quella sul lavoro nero – il tema energetico non ha suscitato grandissimo interesse mediatico. A torto. Perché, se le nuove norme entreranno in vigore, i cittadini (e anche le piccole imprese) rischiano di trovarsi con stangate al cui confronto quelle dei cassamalatari sono carezze.

Si calcola infatti che la nuova legge sull’energia potrebbe costare ad una famiglia di quattro persone qualcosa come 3200 Fr all’anno. Non certo noccioline.

Manie da primi della classe

Tutto ha inizio nel lontano, ma nemmeno tanto, 2011. Il populismo ro$$overde, cavalcando l’onda del disastro di Fukushima, ottiene che la Svizzera decida l’uscita dall’energia nucleare (le elezioni federali sono dietro l’angolo, per cui…). Le centrali atomiche esistenti non verranno pertanto sostituite, bensì dismesse.

Peccato che dall’energia nucleare provenga il 40% dell’approvvigionamento del nostro paese: non si tratta quindi di una risorsa di nicchia. Visto che, come sappiamo, in caso di incidente nucleare la contaminazione non si ferma certo ai confini, l’ “exit” elvetico avrebbe un senso se tutti i paesi scegliessero questa strada. Invece, ancora una volta, gli svizzerotti vengono colpiti dalla sindrome dei primi della classe, vanno avanti (quasi) in solitaria e dunque si fanno male da soli. Solo la Germania infatti si è incamminata sulla nostra stessa via. Ma gli altri non si sognano di farlo.

Sempre più ricattabili?

La Svizzera ha deciso di uscire dal nucleare, solo che l’alternativa per sostituire quel 40% di elettricità fornita dall’atomo non c’è. Le politikamente korrettissime fonti rinnovabili non sono in grado, ma neanche lontanamente, di produrre l’energia necessaria ad un prezzo abbordabile.

Il risultato sarà dunque che nel nostro paese si dovrà, tanto per cominciare, importare ancora più elettricità dall’estero. Ad esempio dalle centrali nucleari francesi, o da quelle al carbone tedesche. Geniale: rinunciamo a produrre il nucleare “in casa” per poi andare ad acquistare energia prodotta dalle centrali atomiche in paesi limitrofi, o  addirittura quella generata dal carbone, che è la fonte più inquinante di tutte (vedi la disastrosa esperienza di Lünen). Certamente un grande contributo alla causa ambientale, non c’è che dire.

Inoltre, diventeremo sempre più dipendenti dall’estero per un bene primario come l’energia. Anche questa strategia denota particolare acume: in un momento in cui la Svizzera, se vuole sopravvivere, deve affermare picchiando i pugni sul tavolo la propria sovranità ed indipendenza – ad esempio riprendendosi il diritto di regolare autonomamente l’immigrazione e difendendo la propria democrazia diretta da leggi e giudici stranieri – cosa facciamo? Andiamo a metterci in mani estere per l’approvvigionamento energetico, esponendoci così ad ogni tipo di ricatti. Avanti così!

Costi che esplodono

Parallelamente bisognerà sussidiare in modo spropositato le energie rinnovabili per renderle più performanti – si pensa magari di tappezzare la Svizzera di pannelli solari e di pale eoliche, devastando il paesaggio? Altro contributo alla causa ambientale… – e diminuire in modo importante i consumi. Sappiano bene come si fa in questo Paese a diminuire i consumi: si bastonano i cittadini con nuovi obblighi – sull’efficienza energetica degli edifici, dei veicoli, eccetera –, con nuovi divieti e soprattutto con nuovi balzelli.  Infatti, a seguito della legge sull’energia appena approvata, il diesel e la benzina potrebbero costare fino a 26 centesimi al litro in più, l’olio combustibile fino a 67 centesimi al litro in più. Non solo: la Confederazione si riserva anche la possibilità di vietare tout-court i riscaldamenti a nafta dal 2029. Apperò!

3200 Fr in più all’anno

L’andazzo, dunque, è sempre il solito: più divieti, meno libertà e costi ulteriori. Tanti. Infatti il conto della nuova legge sull’energia lo pagheranno le economie domestiche con  un aumento della bolletta. Ma lo pagheranno anche le imprese. Le quali, ma tu guarda i casi della vita, scaricheranno l’aggravio sui consumatori. La nuova legge sull’energia dunque provocherà un aumento dei prezzi. Gli esperti hanno preso in mano il pallottoliere e sono arrivati a stimare che le regole approvate dal parlamento costeranno ad una famiglia di 4 persone i 3200 Fr all’anno extra citati in apertura.  A cui vanno aggiunte le ulteriori limitazioni della libertà individuale.

Sosteniamo dunque il referendum contro la legge sull’energia sventando così l’ennesima operazione autolesionistica.

Lorenzo Quadri

C’è razzismo in Svizzera? Sì, quello degli immigrati

Facendo entrare tutti, i moralisti a senso unico importano razzisti e antisemiti

 

Alle Camere federali qualcuno, forse non avendo di meglio da fare, si sta inventando i gruppi parlamentari contro il razzismo. Milioni di migranti economici con lo smartphone (tutti giovani uomini) sono in marcia dall’Africa verso l’Occidente, dove non hanno alcuna possibilità di integrarsi. Però i politikamente korretti si preoccupano del “razzismo” degli Svizzeri. Non dell’immigrazione incontrollata e delle sue deleterie conseguenze.

Il bello è che la Svizzera è  il paese dove ci sono più stranieri in assoluto. Il tasso attuale è di circa il 25%; cifre simili non si ritrovano da nessun’altra parte. E questo malgrado si tenti di continuo di abbassarle artificialmente tramite le naturalizzazioni facili.

Naturalmente nella Svizzera “chiusa e xenofoba”, dove secondo alcuni sarebbe necessario inventarsi anche i gruppi parlamentari contro il razzismo, il tasso di popolazione straniera continua ad aumentare: il saldo migratorio è di 80mila persone all’anno provenienti dalla sola Unione europea, a cui vanno aggiunti gli arrivi extra UE – nonché i migranti economici.

Il codice penale

Montando la panna sul fenomeno del presunto razzismo si vuole, è ovvio, ricattare moralmente gli svizzerotti, affinché facciano entrare tutti: solo così potranno essere a posto con la coscienza; solo così potranno evitare di farsi infamare dai moralisti a senso unico e dalle élite spalancatrici di frontiere. Utilizzando il medesimo ricatto morale si è inserito un apposito articolo “contro la discriminazione razziale” nel codice penale: il famoso 261 bis. L’articolo serve, ovviamente, per mettere a tacere posizioni non allineate al buonismo multikulti. Anche se, nella realtà giuridica, il campo d’applicazione della norma penale è circoscritto,  essa viene continuamente agitata a mo’ di spauracchio. La sua sola esistenza si trasforma in un formidabile bavaglio. Sicché, per non rischiare denuncie, la stragrande maggioranza sceglie la via dell’autocensura.

Il razzismo d’importazione

Ma i moralisti a senso unico che hanno creato a tavolino, per i propri scopi (frontiere spalancate) un problema di razzismo in Svizzera – come detto la nazione con più stranieri – e che su questo leitmotiv continuano a montare la panna, non hanno calcolato, non si sa se per dabbenaggine o di proposito, l’altra faccia della medaglia: ossia il razzismo d’importazione. Al proposito, ciò che sta accadendo in Germania è esemplare. La Weltwoche ha di recente pubblicato un interessante articolo sul tema del professor Bassam Tibi, studioso di origine siriana, che per lungo tempo ha insegnato Rapporti internazionali alla Georg-August-Unversität di Göttingen.

Il caso della Germania

Il deleterio appello ad accogliere tutti dell’Anghela Merkel è tra le cause principali del caos asilo che non solo sta provocando sfracelli nell’Europa occidentale, ma sta anche spingendo milioni di migranti economici a rischiare la vita in viaggi verso eldoradi inesistenti.

Questo atteggiamento di scriteriata apertura, secondo molti, nasce dal senso di colpa tedesco per le atrocità commesse dal regime nazista; in particolare lo sterminio degli ebrei. Con l’accoglienza indiscriminata di finti rifugiati si pensa di poter in qualche modo compensare i crimini del passato. Si aspira a dimostrare – a se stessi e agli altri – che quell’innominabile passato non può ritornare. Invece succede proprio l’esatto contrario perché, come osserva il professor Tibi, in Germania sono arrivate e ancora arriveranno centinaia di migliaia di migranti che sono a maggioranza antisemiti.

Da un’inchiesta giornalistica condotta nel 2015, scrive l’accademico sulla Weltwoche, è emerso che il 50% dei siriani intervistati a Berlino ha dichiarato la propria simpatia per Hitler. Naturalmente i politikamente korretti hanno tentato di imboscare l’imbarazzante risultato.

E noi?

La Germania vorrebbe liberarsi del proprio fardello morale, e invece importa antisemitismo. E cosa fa per combattere l’antisemitismo importato? Nulla. Perché l’antisemitismo è per definizione tedesco.

In Svizzera succede la stessa cosa. Si monta la panna sul presunto razzismo dei cittadini svizzeri per costringerli a far entrare tutti. Così arrivano nel nostro paese migliaia di persone a cui il razzismo e l’odio verso gli ebrei sono stati inculcati nell’ambiente di provenienza fin dall’infanzia. Sicché,  paradossalmente ma nemmeno poi tanto, la Svizzera non diventa razzista chiudendo le frontiere: lo diventa spalancandole, perché il razzismo lo importa.

Lorenzo Quadri

Via Sicura: avanti così, che alla fine salta tutto

Il parlamento federale continua a fare melina per non correggere l’immane ciofeca

Legge e giustizia non sono per forza la stessa cosa, ma dovrebbero quanto meno avvicinarsi il più possibile. Quando però la legge contraddice, in vari punti, i più elementari sentimenti di giustizia – come accade manifestamente con Via Sicura – allora intervenire è un obbligo

Ma guarda un po’: come volevasi dimostrare, sul bidone Via Sicura continua la presa per i fondelli. Nei giorni scorsi, la Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale si è espressa su un’iniziativa parlamentare, peraltro l’ennesima, che mira a correggere le aberrazioni del programma “Via Sicura”, ossia quella ciofeca legislativa a seguito della quale un eccesso di velocità senza conseguenze viene sanzionato più duramente di una rapina.

Eh già, perché Via Sicura si sta rivelando una specie di vaso di Pandora. Tra l’altro mette in imbarazzo pure i magistrati inquirenti. Anche loro si trovano in difficoltà nel giustificare all’indagato cosa avrebbe fatto di così grave da meritare le sanzioni a cui rischia di andare incontro. Sanzioni che non toccano solo l’aspetto penale, ma anche quelli finanziari ed assicurativi. Sì, perché la penalizzazione è addirittura tripla. Via Sicura, nella sua foga – tutta ideologica – di criminalizzare l’automobilista, riesce anche a mettere becco nel rapporto privato tra automobilista ed assicuratore. Una richiesta che peraltro nessuno ha avanzato.

Aggiunte balorde

L’iniziativa contro i pirati della strada, da cui ha avuto origine Via Sicura e che è stata poi ritirata a seguito dell’accettazione parlamentare di Via Sicura, non contemplava affatto questioni assicurative. Sono state aggiunte in parlamento da qualche talebano. E, così come sono state aggiunte, si possono togliere. In concreto, la misura in questione riguarda il  regresso dell’assicuratore nei confronti dell’assicurato. In precedenza era un diritto dell’assicuratore esercitarlo; con Via Sicura è diventato un obbligo. L’iniziativa parlamentare che la Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni ha esaminato chiedeva giustamente questo: il “ritorno al passato”.

 Margine d’apprezzamento?

Quindi ancora una volta i politikamente korretti, quelli che strillavano perché, con la “famosa” iniziativa d’attuazione, il giudice non avrebbe avuto margine di apprezzamento in materia di espulsione di delinquenti stranieri, non si fanno problemi ad eleminare ogni margine di apprezzamento quando si tratta di colpire gli automobilisti, togliendo quindi ogni possibilità di considerare attenuanti. In particolare in relazione alla mancanza di precedenti. Alla sanzioni penali ed amministrative si aggiungono, con il regresso assicurativo, quelle finanziarie, che possono portare alla rovina economica l’interessato. Del resto, bastano abbondantemente i primi due tipi di sanzione per mettere nella palta anche chi non ha di fatto danneggiato nessuno, ma solo infranto un limite di velocità: lunghi periodi senza patente possono portare alla perdita del lavoro.

L’assicuratore è sicuramente in grado di stabilire individualmente quando servirsi del diritto di regresso, senza che ci sia un obbligo di legge ad esercitarlo. Obbligo che, come detto, non lascia alcuno spazio alla valutazione da parte degli assicuratori, peraltro assai poco sospetti di fare beneficienza ingiustificata a vantaggio degli automobilisti che si trovano in fallo. Ma guarda un po’: pur di mazzuolare gli automobilisti, i politikamente korretti non si fanno problemi a strumentalizzare perfino gli assicuratori.

Legge contro giustizia

Eppure, ancora una volta, la commissione parlamentare ha deciso a maggioranza di non decidere. Il tutto è stato rinviato alla fantomatica valutazione globale di Via Sicura, così come accaduto per le altre proposte di correttivi puntuali. Avanti così, tiriamo a campare per non dover ammettere di aver toppato. Ed intanto ci sono automobilisti che vanno in galera mentre i rapinatori rimangono fuori e se la ridono a bocca larga.

Legge e giustizia non sono per forza la stessa cosa, ma dovrebbero quanto meno avvicinarsi il più possibile. Quando però la legge contraddice, in vari punti, i più elementari sentimenti di giustizia – come accade manifestamente con Via Sicura – allora bisogna intervenire. Senza fare melina. Senza rinviare alle calende greche.

Del resto, è in corso una raccolta di firme contro Via Sicura. A quanto risulta, la nuova iniziativa popolare non fa fatica a trovare aderenti. E’ quindi evidente che, senza le necessarie correzioni, tutto il pacchetto Via Sicura potrebbe saltare.  Si preferisce gettare tutto a mare pur di non correggere? Per noi va benissimo.

Lorenzo Quadri

11,11 miliardi per l’estero, ma i soldi per l’AVS non ci sono?

Altro che pensionamento a 67 anni con la scusa delle casse vuote!

Ah ecco: come volevasi dimostrare, quando si tratta di regalare miliardi all’estero, non si fa mai fatica a trovarli. Ed infatti la Commissione di politica estera del Consiglio degli Stati ha dato il via libera ad un credito quadro della bellezza di 11,11 miliardi di franchetti per gli anni 2017 – 2020, destinati alla cooperazione internazionale.

Al Nazionale la Commissione omologa aveva approvato la “manna” proposta dal Consiglio federale con maggioranza risicata (12 a 11). La stessa cosa l’aveva fatta il plenum. Contrari, ovviamente, Udc e Lega, ed anche il PLR.  Il Consiglio degli Stati voterà invece in settembre.

I kompagni ne volevano 16,2

E non è ancora finita. Per i kompagni 11,11 miliardi, corrispondente allo 0.48% del PIL, erano ancora troppo pochi. Infatti loro avrebbero voluto spedire all’estero addirittura lo 0.7% del PIL. Vale a dire, facendo due conti, 16.2 miliardi (miliardi!) di franchetti di proprietà del contribuente! Apperò!

Quando si tratta di aiuti all’estero e di immigrazione scriteriata,  non si bada a spese. “Bisogna aprirsi”!

E’ forse il caso di ricordare che i costi dell’asilo sono letteralmente esplosi. Ma va da sé che parlare di quanto costano i finti rifugiati “sa po’ mia”! Non è politikamente korretto! E’ immorale!

Alcune cifre

Un paio di cifre tanto per inquadrare la situazione:

  • La Confederazione ha già annunciato che il preventivo 2017 sforerà di quasi un miliardo (!) di franchi a causa dell’aumento della spesa per l’asilo;
  • Già nel marzo dello scorso anno, sempre Berna indicava che per il 2018 si aspettava, per il settore dell’asilo, una spesa di 2.4 miliardi. Nel 2015 la fattura era di 1.2 mia. Quindi stiamo parlando di un raddoppio. Nel frattempo, però, sono esplose le entrate illegali in Svizzera a seguito della chiusura della via balcanica. Sicché i 2.4 miliardi di cui sopra, poco ma sicuro che sono già superati dagli eventi: la cifra reale sarà assai superiore. E nümm a pagum.
  • Già nei mesi scorsi, il disavanzo provvisorio del Cantone risultava aumentato di 12.3 milioni di Fr a causa di spese extra nel settore dell’asilo. Però il direttore del DECS Manuele Bertoli, che va a Como per perorare la causa delle frontiere spalancate ai finti rifugiati, dice che per motivi di risparmio bisogna chiudere la piscina del Liceo Lugano 1. I soldi per i migranti economici ci sono, quelli per i nostri giovani no.
  • In mancanza di dati ufficiali al proposito si stima che, tra aiuti allo sviluppo e costi complessivi dell’asilo – quindi anche quelli a carico di Cantoni e comuni – si arrivi ad esborsi per qualcosa come 7 miliardi all’anno.

Soluzione facile

Ed intanto, proprio venerdì, la commissione della sicurezza sociale del Consiglio nazionale a maggioranza ha detto che per motivi di finanziamento dell’AVS “bisognerà” andare in pensione a 67 anni. Ciò corrisponde in sostanza alle proposte del dipartimento del kompagno Berset.

Capita l’antifona? I miliardi per gli aiuti allo sviluppo ci sono. I miliardi per i finti rifugiati ci sono, ed anzi i buonisti predicano l’accoglienza indiscriminata di migranti economici con lo smartphone, che non scappano da alcuna guerra, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze sulle casse pubbliche. Però agli svizzerotti che hanno lavorato tutta la vita si dice che per loro i soldi non ci sono, e quindi bisogna andare in pensione più tardi. La domanda è sempre la stessa: chi si crede di prendere per il lato B?

Soluzione facile: frontiere blindate per i migranti economici e travasare qualche miliardino dai conti dell’asilo e della cooperazione allo sviluppo a quelli dell’AVS.

Lorenzo Quadri

Estensione della libera circolazione alla Croazia. Uno sprazzo di lucidità alla Camera alta

Ma guarda un po’! Ma allora è vero che l’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia è una violazione della Costituzione!

Intendiamoci: che applicare la libera circolazione delle persone alla Croazia significasse violare la Costituzione è sempre stato chiarissimo. Del resto lo aveva ammesso anche il Consiglio federale all’indomani del “maledetto voto” del 9 febbraio. Ma il tempo della ragionevolezza e della legalità è durato poco. Al primo ricattino in arrivo degli Eurobalivi, il Consiglio federale ha contraddetto le sue stesse dichiarazioni ed è corso ad inginocchiarsi. Che libera circolazione con la Croazia sia, chissenefrega della Costituzione. E la maggioranza del Consiglio nazionale, contrarie solo Lega ed Udc, subito dietro a ruota ad approvare la calata di braghe governativa. I soldatini dei partiti $torici marciano. Marciano contro la maggioranza dei cittadini svizzeri.
Il fattaccio è avvenuto a fine aprile, a conclusione del dibattito che resterà negli annali parlamentari perché la kompagna Simonetta Sommaruga e tutti i membri del gruppo parlamentare P$ sono stati all’improvviso colpiti da un problema collettivo di vescica durante l’intervento di un esponente UDC. Di conseguenza hanno dovuto lasciare l’aula per recarsi tutti insieme in bagno, mettendo a dura prova le canalizzazioni di Palazzo federale.

Chiesti approfondimenti
Eppure la calata di braghe sulla questione croata un qualche problema di rispetto della Costituzione lo crea. Se ne è accorta perfino la Commissione di politica estera del Consiglio degli Stati (CPE). Il gremio, in un sprazzo di lucidità, ha chiesto ulteriori approfondimenti sulla costituzionalità dell’estensione della libera circolazione al nuovo Stato membro.
Poiché al Consiglio degli Stati non c’è di sicuro una maggioranza di leghisti populisti e razzisti, e nemmeno di UDC; poiché nella Camera alta e nelle sue Commissioni non di rado, pur di essere politikamente korretti, si mettono a segno delle cappellate epiche, vedi il njet al ritiro del passaporto rosso ad i terroristi islamici con doppia nazionalità (perché sarebbe contrario allo Stato di diritto; anche le espropriazioni facili contenute nella riforma dell’asilo sono contrarie allo Stato di diritto, ma lì stranamente i Senatori non trovano nulla da ridire); per questi ed altri motivi si comprende che, se alla Camera dei Cantoni sentono il bisogno di mettere in discussione la costituzionalità dell’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia, vuol dire che la violazione della “Magna Charta” è irrefutabile.
Tradotto in altre parole: allargare la libera circolazione alla Croazia è anticostituzionale e se ne accorgerebbe anche un opossum.

Stranamente però alla partitocrazia, alla stampa di regime, ai moralisti a senso unico, agli spalancatori di frontiere, violare la Costituzione va benissimo, se si tratta di bacchettare la volontà popolare sgradita. Si fosse violato un qualche diritto, o presunto tale, di immigrati nello stato sociale, altro che “alti lai”: si sarebbe sentito starnazzare fin sul pianeta Saturno. Due pesi e due misure.
Lorenzo Quadri

Il 28 febbraio votiamo sì all’iniziativa d’attuazione. Asfaltiamo chi difende i criminali stranieri

Ma guarda un po’! Contro l’iniziativa d’attuazione monta la panna europeista e politikamente korretta.
Sull’iniziativa d’attuazione voteremo il 28 febbraio. Essa chiede l’applicazione corretta del precedente voto sull’espulsione degli stranieri che delinquono o che abusano dello Stato sociale. Un voto che risale all’ormai lontano novembre 2010. Eppure ancora non è realtà. Dopo anni di melina, infatti, il parlamento federale l’ha stravolto, inserendo una clausola di rigore che ha solo l’apparenza della ragionevolezza. In effetti, tramite questa clausola, si fornisce ai giudici l’appiglio per non espellere chi i cittadini hanno deciso che va espulso. Quindi si vanifica, ancora una volta, la volontà popolare. Ed è inutile che adesso i politikamente korretti si mettano a frignare sulle “iniziative destabilizzanti”. Se si volevano evitare iniziative “destabilizzanti” (uuuuh, che pagüüüüraaa!) bisognava pensarci prima. Bisognava applicare la volontà popolare. Invece, ancora una volta, si è pensato di poter uccellare gli svizzerotti (che tanto sono fessi e non si accorgono di niente). Adesso si paga pegno.

Le strane tesi di Swissmen
Tra chi è sceso in campo contro l’iniziativa d’attuazione si segnala Swissmem, ossia l’organizzazione dell’industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica. Cosa c’entri Swissmem con l’espulsione dei criminali stranieri non è molto chiaro. Bislacchi sono pure gli “argomenti contro” utilizzati. Ossia:

1) l’iniziativa indebolisce la certezza giuridica. Balle di fra’ Luca. E’ vero esattamente il contrario. L’iniziativa crea certezza. Infatti, elenca con precisione in quali casi uno straniero deve venire espulso senza se né ma. A creare incertezza sono semmai le scappatoie inventate dalla maggioranza parlamentare.
2) l’iniziativa nuocerebbe all’economia. Se ne deve dedurre che invece, secondo i “padroni delle ferriere”, la presenza di delinquenti stranieri e di approfittatori sociali giova all’economia? Strano: la sicurezza dovrebbe essere una condizione quadro fondamentale anche per lo sviluppo economico. L’economia ha peraltro sempre sostenuto (correttamente) questa tesi. Invece adesso arriva, improvviso, il salto della quaglia. Come spiegarlo? Qui giunge provvidenziale il terzo argomento di Swissmem, ovvero:
3) l’iniziativa mette “a dura prova le relazioni già fragili con l’UE”. Ah ecco, è questo il vero punto. L’iniziativa afferma la sovranità Svizzera. Pertanto, è un ostacolo alla svendita del Paese agli eurobalivi e quindi alla libera circolazione delle persone senza alcun limite, grazie alla quale i padroni del vapore possono assumere stranieri a buon mercato lasciando a casa i cittadini elvetici. Ecco dunque chiarita la contrarietà di taluni ambienti economici, sabotatori del 9 febbraio, all’iniziativa d’attuazione.

Due milioni di delinquenti?
Ma a raccontare fregnacce contro l’iniziativa d’attuazione sono in tanti. Ed infatti all’appello non poteva mancare (non poteva proprio?) il P$ migranti. Cioè la sezione del partito $ocialista che si occupa, per l’appunto, di immigrati. Che la $inistra voglia le naturalizzazioni facili nella speranza di aumentare il proprio elettorato con i neo svizzeri, è ormai chiaro. Si dimentica, però, che ci sono dei naturalizzati che hanno compiuto questo passo perché nel nostro paese ci credono: dunque, non saranno certo loro ad appoggiare i suoi rottamatori.

Ma sentiamo la teoria dei kompagni spalancatori di frontiere: “l’iniziativa d’attuazione minaccia il diritto di soggiorno di due milioni di persone in Svizzera”. Ohibò. Forse, di tanto in tanto, sarebbe consigliabile spararle meno grosse. Da dove saltano fuori quei due milioni? Facile: è il numero totale degli stranieri presenti in Svizzera, ossia il 25% della popolazione residente (nessun altro Stato europeo ha un tasso così elevato). Sicché, nel loro isterismo pro-immigrazione, i kompagni trattano tutti gli stranieri presenti nel nostro paese come dei potenziali criminali e/o abusatori di prestazioni sociali. Il che è una diffamazione evidente. Perdindirindina: $inistra populista e razzista?
Appelli a go-go
La ciliegina sulla torta la mettono 150 professori di diritto delle Università svizzere che, non avendo di meglio da fare, hanno sottoscritto un appello contro l’iniziativa. Ennesimo esempio di specialisti politicizzati che abusano delle proprie credenziali accademiche per spacciare per pareri scientifici quelle che sono, invece, delle prese di posizione politiche. Chissà perché, infatti, questi pareri di presunti luminari vanno sempre in una stessa direzione, ossia quella delle frontiere spalancate, del “dobbiamo aprirci” e della sudditanza nei confronti degli eurofalliti?

E non dimentichiamo, infine, i 40 Consiglieri agli Stati – ovvero la totalità dei senatori, tranne quelli dell’Udc – che hanno firmato un documento contro l’iniziativa d’attuazione. Tra questi 40, fanno brutta mostra di sé i due ticinesi che, ancora una volta, prendono posizione contro il Cantone che dovrebbero rappresentare. Infatti, i Ticinesi l’espulsione degli stranieri che delinquono l’hanno votata. Eppure i loro rappresentanti (?) alla Camera dei Cantoni – un radicale ed un PPD – la vogliono sabotare.

Morale della favola: il 28 febbraio asfaltiamo chi vuole obbligarci a tenere in casa i delinquenti stranieri.
Lorenzo Quadri

E intanto la piazza finanziaria ticinese ha perso almeno una trentina di miliardi. Affossata l’amnistia fiscale

E ti pareva! La scorsa settimana le Camere federali hanno affossato l’amnistia fiscale. L’atto parlamentare sul tema, presentato dal deputato PPD Fabio Regazzi, era stato approvato un po’ a sorpresa in Consiglio nazionale nella scorsa sessione autunnale. Tuttavia dal Consiglio degli Stati è arrivato un njet a cui si è poi accodata anche la Camera del popolo. Motivo: la possibilità introdotta nel 2008 dell’autodenuncia spontanea non punibile sarebbe sufficiente. Si tratta di una posizione alquanto opinabile, ma molto coerente con la linea $inistrorsa e politikamente korretta che criminalizza solo gli automobilisti ed i titolari di un conto in banca. Nessuna agevolazione ulteriore a chi vuole fare emergere il “non dichiarato”: i materia fiscale, si rispettino le regole in tutto il loro rigore! Peccato che, quando si tratta ad esempio di finiti asilanti, o di stranieri che delinquono o che abusano dello Stato sociale, gli stessi paladini della legalità intransigente cambiano completamente campo. I finti rifugiati che violano le leggi sull’asilo vanno glorificati.

45 anni fa
Fatto sta che l’ultima amnistia fiscale in Svizzera risale ad oltre 45 anni fa. Non si può certo parlare di misure che incoraggiano a cumulare gruzzoletti senza dichiararli, visto che, con una simile cadenza, il contribuente di amnistie ne vedrebbe una nella vita. Niente a che vedere, dunque, con gli scudi fiscali seriali italiani dell’ex ministro Giulio Tremonti, ormai sparito nel nulla. In compenso, un’amnistia permetterebbe di immettere liquidità nell’economia (il “nero” riemerso) come pure nelle casse pubbliche.

Il rischio
Non si può tuttavia negare che l’operazione-amnistia comporti anche un rischio. La quasi ex ministra del 4% Widmer Schlumpf, nel dibattito agli Stati, non ha avuto remore nel dirlo: “di amnistia si potrà riparlare quando cadrà il segreto bancario anche per gli svizzeri”. Capita l’antifona? Il pericolo è dunque di dare un ulteriore elemento a chi vuole rottamare il segreto bancario anche per i cittadini svizzeri, malgrado nessun organo internazionale lo pretenda, ma solo perché bisogna (?) adeguarsi agli eurofalliti. Traduzione del Widmer Schlumpf – pensiero: se un domani ci fosse la possibilità dell’amnistia, non ci sarebbero più scuse per non scardinare completamente la privacy bancaria dei cittadini, dando un’ulteriore mazzata alla piazza finanziaria svizzera ed ai suoi posti di lavoro (posti di cui, è chiaro, i politikamente korretti sostenitori della ministra del 4% non si preoccupano affatto).

Partiti 30 miliardi?
Intanto, è notizia degli scorsi giorni, dalla cosiddetta “voluntary disclosure” la vicina ed ex amica Penisola avrebbe incassato circa 60 miliardi di euro. Il 70% dei quali arriverebbero dalla Svizzera. E la maggior parte dei soldi rientrati dalla Svizzera proverrebbero, e non ci voleva il Mago Otelma per prevederlo, dalla piazza finanziaria ticinese. Quest’ultima avrebbe ora una trentina di miliardi in meno da gestire: a quanti posti di lavoro in meno equivalgono per questo sempre meno ridente Cantone? E chi possiamo ringraziare?
Lorenzo Quadri

La Lega non ha un Consigliere agli Stati, però ha un “cavallo di razza” in più. La tremarella dei partiti $torici

Le urne sono chiuse ed il popolo ticinese ha designato i propri Consiglieri agli Stati. Prendiamo atto che il 70% dei ticinesi continua a non essere rappresentato alla Camera dei Cantoni. E’ evidente e confermato da fonti stesse del PS che c’è stato il “soccorso rosso” a sostegno di Fabio Abate.
Nelle elezioni o si è eletti o si è trombati: il resto, come diceva qualcuno, “è poesia”.
Tuttavia il candidato di Lega-Udc Battista Ghiggia, sceso in campo da neofita della politica, ha portato a casa un risultato strepitoso. In effetti, il “colpaccio” è stato mancato davvero di poco. Era scontato? Certamente no. Non basta trovarsi sul carro giusto; specialmente in un’elezione come quella degli Stati, incentrata più sulle persone che sui partiti.

L’unico ad aumentare
Due cose sono degne di nota. La prima: le distanze tra i primi tre classificati il 15 novembre sono veramente esigue. Il tutto si gioca su meno di 2000 voti. La seconda: Ghiggia è stato l’unico candidato ad aver aumentato i propri consensi tra il primo ed il secondo turno. Tutti gli altri hanno perso; soprattutto i due uscenti. Segno che il candidato di Lega-Udc ha saputo farsi apprezzare dai ticinesi, nell’arco di poco tempo. Magari con un paio di settimane di campagna in più l’avrebbe spuntata su Abate?
Domenica la Lega non ha ottenuto un seggio alla Camera alta; però ha “scoperto”, se così si può dire, un nuovo talento politico nella persona di Battista Ghiggia. Se il capitale di un partito sono le sue “risorse umane”, allora il nostro Movimento ha sicuramente vinto anche la scorsa domenica; non solo il 18 ottobre. Altro che “la Lega non ha gli uomini”!

Del resto la preoccupazione (fifa) di liblab e PPDog è palpabile. E si è tradotta nelle avances di Cattaneo agli uregiatti: “collaboriamo più strettamente” sottointeso: “per mantenere le cadreghe”.

In Consiglio federale
La nuova Deputazione ticinese alle Camere federali è al completo e si insedierà ufficialmente il prossimo 30 di novembre. Sappiamo, lo abbiamo detto e scritto a più riprese le scorse settimane, che la prossima legislatura sarà costellata di appuntamenti importanti. Il primo sarà già il prossimo 9 dicembre. Il Ticino ha la grandissima opportunità di tornare in Consiglio federale con Norman Gobbi. E’ chiaro che vogliamo proprio vedere come voterà la deputazione ticinese. Qualcuno, ad esempio un neo-rieletto senatore a caso, dovrà già cominciare a restituire favori ai kompagni?

Libera circolazione
E, naturalmente, c’è il grandissimo nodo dei rapporti con l’UE. Il Consiglio federale ha di recente annunciato che entro marzo formulerà la sua proposta d’attuazione del voto del 9 febbraio. Qui i conti non tornano. Ancora meno tornano i tempi. In marzo saranno già passati più di due anni dal “maledetto voto”. In questi due anni Berna ha fatto melina. Arrivare in marzo con la proposta governativa significa non avere più tempo per seguire un iter parlamentare, e quindi procedere in via d’ordinanza. Si sente puzza di fregatura lontani un miglio.

A dover vigilare, facendo anche “casotto” se necessario, dovrà essere in particolare il Ticino. Il nostro Cantone non può evidentemente accettare che il nuovo articolo costituzionale “contro l’immigrazione di massa” venga aggirato. La Gran Bretagna, con i suoi sacrosanti ultimatum, ha messo il punto finale alla devastante libera circolazione delle persone senza limiti. Hai voglia, adesso, a strillare ai “principi inderogabili”, vero funzionarietti di Bruxelles!
La disunione europea ha completamente fallito nella gestione del caos migranti. La truffa della multikulturalità, cavallo di battaglia degli spalancatori di frontiere, è crollata di schianto a Parigi. Bruxelles non ha frecce al proprio arco. Non sapere cogliere il momento a noi favorevole sarebbe scandaloso.
Lorenzo Quadri

I partiti $torici si slinguazzano a vicenda e senza più alcun freno inibitore. Il festival degli inciuci per salvare le cadreghe

Sicché pure dal buon Gigio Pedrazzini, già Consigliere di Stato uregiatto e attuale presidente della CORSI distintosi per la celebre frase “l’uscita della Lega dalla CORSI non è poi così importante”, è arrivato l’endorsement (uella) ai due senatori uscenti, Abate e Lombardi. Visto che la RSI di endorsement agli uscenti non ne faceva già abbastanza…

Cadreghe über Alles
Ha scritto il Gigio sulle colonne del giornale di servizio LaRegione: “A parer mio la loro (di Lombardi ed Abate) rielezione non è soltanto un riconoscimento dovuto al loro impegno, è soprattutto un investimento politico per fare in modo che il Ticino ottenga a Berna il miglior ascolto possibile”.
Negli ultimi tempi le invereconde slinguazzate incrociate tra PPDog e Liblab si sono moltiplicate all’inverosimile. Ma tra i due partiti $torici nemici del 9 febbraio non è certo improvvisamente scoppiato il folle amore. E nemmeno esiste un progetto politico comune. Molto più prosaicamente, ex partitone e PPD si mobilitano per difendere – con le unghie e con i denti – i valori comuni: ossia i cadreghini (nel caso concreto: cadregoni) dei rispettivi esponenti. E si sa che, quando si tratta di salvare la cadrega, non si retrocede davanti a nulla!

Non rappresentati
In tutto questo andare a manina manca però un elemento fondamentale: che è la volontà dei ticinesi. Il Consiglio degli Stati è infatti la Camera dei Cantoni. Ma oggi, nella Camera dei Cantoni, non c’è nessuno che porti a Berna la voce del 70% dei ticinesi che ha plebiscitato il 9 febbraio. L’ha plebiscitato non per sport, e nemmeno “tanto per vedere l’effetto che fa”. L’ha plebiscitato perché, in questo sempre meno ridente Cantone, il mercato del lavoro è andato a ramengo per colpa della devastante libera circolazione delle persone, che l’ha spalancato (“bisogna aprirsi”) allo sterminato bacino di manodopera lombarda a basso costo e con tassi di disoccupazione da brivido.
Non solo il 70% di ticinesi non è rappresentato alla Camera dei Cantoni, ma la nostra (?) rappresentanza si compone di due esponenti di partiti nemici del 9 febbraio.

Le posizioni del PLR
Degne di nota – e rivelatrici – a questo proposito sono le esternazioni reiterate dall’ex partitone. Il quale si è schierato in massa, e con zelo assai sospetto, dietro lo studio farlocco dell’IRE. Quell’indagine, realizzata da due ricercatori di cui uno è frontaliere, che pretende di venirci a raccontare che non c’è alcuna sostituzione di ticinesi con frontalieri: sono tutte “storielle”, come ha dichiarato boriosamente il direttore dell’IRE Rico Maggi. L’indagine è taroccata: lo ha implicitamente ammesso perfino il presidente dell’USI: Martinoli ha infatti parlato di “scuole di pensiero” che possono portare a risultati contrapposti. La scuola di pensiero che sta dietro allo studio IRE è palese: quella della libera circolazione delle persone senza limiti; quella dell’immigrazione uguale ricchezza; quella delle frontiere spalancate.

Dalla parte dell’IRE
Ebbene il PLR, con la sua difesa ad oltranza dello studio IRE, urla ai quattro venti la propria convinzione che la sostituzione non esiste, che 62’555 frontalieri e decine di migliaia di padroncini e distaccati sono “una ricchezza” e che quindi – logica conseguenza – le decine di migliaia di ticinesi che non hanno un lavoro sono tutti lazzaroni e/o incapaci. Questo pensiero è messo nero su bianco dall’intervento pubblicato la scorsa settimana sul bollettino Opinione liberale dall’imprenditrice PLR Beatrice Fasana. La signora, oltre ai consueti, farneticanti accostamenti a regimi totalitari che sembrano essere ormai diventati la cifra della comunicazione liblab (e questo sarebbe un atteggiamento “liberale”?) dichiara orgogliosa che nell’azienda da lei diretta il 90% dei dipendenti sono frontalieri.

Votiamo Ghiggia
Tra una settimana saremo chiamati a votare per il ballottaggio per il Consiglio degli Stati. E allora, vogliamo proprio mandare a Berna in rappresentanza del Ticino alla Camera dei Cantoni degli esponenti di partiti secondo cui la sostituzione di ticinesi con frontalieri è una “storiella”, gli studi farlocchi dell’IRE sono oro colato, avere il 90% di frontalieri è cosa di cui vantarsi e i ticinesi che non hanno lavoro sono lazzaroni? E’ questo il messaggio che vogliamo portare nella capitale federale a nome del Ticino e dei ticinesi? Se così non è, votiamo Battista Ghiggia per il Consiglio degli Stati!
Lorenzo Quadri

Consiglio degli Stati: la partita è ancora tutta da giocare. La maggioranza dei ticinesi merita un rappresentante!

Il 18 ottobre la Lega, e anche l’Udc, hanno portato a casa un bellissimo risultato, in parte inaspettato. Lega ed Udc assieme totalizzano un terzo dei voti ticinesi. Ma le elezioni non sono certo finite. Manca ancora una tappa. Una tappa importante, però. Quindi, occorre fare ancora uno sforzo affinché quanti si sono mobilitati il 18 ottobre lo facciano anche il 15 novembre. Se le 36’500 schede di Lega/Udc si trasformassero in “crocette” per Ghiggia sarebbe ovviamente un primo passo. Ma non basta.

Spazzare via gli equivoci
Perché la tappa del 15 novembre è importante? Prima di tutto, perché il Consiglio degli Stati è il parlamento più importante della Svizzera. Non solo è importante, ma rappresenta i Cantoni. I suoi membri dovrebbero quindi, per definizione, portare a Berna la voce della maggioranza dei cittadini del Cantone di provenienza. Non quella dei rispettivi partiti, quando le due cose sono in contraddizione.

E’ un dato di fatto che oggi, su temi fondamentali, la maggioranza dei ticinesi non è rappresentata nella Camera alta. Ciò accade perché i partiti $torici sono sempre più lontani dalla gente. Tra questi temi fondamentali per il futuro del Cantone si annoverano certamente i rapporti con l’UE. A partire dalla concretizzazione del 9 febbraio e dal futuro della devastante libera circolazione delle persone senza limiti. Decisioni a questo proposito hanno conseguenze dirette sul mercato del lavoro. Quindi sull’occupazione dei Ticinesi. Che è, giustamente, in cima alla lista delle preoccupazioni, a causa della sciagurata invasione da sud che urge arginare. E questo malgrado lo studio dell’Ire, ideologicamente taroccato – per implicita ammissione dello stesso presidente dell’ USI Piero Martinoli che ha rimandato, in uno suo intervento sul Corrierino, alle diverse “scuole di pensiero” – tenti di far passare la tesi preconcetta che a sud delle Alpi “tout va bien, Madame la Marquise”. Anche a causa della presenza di simili derive è importante sgomberare il campo da equivoci. In tema di libera circolazione della persone, la voce del Ticino a Berna – e a maggior ragione nella Camera dei Cantoni – deve essere il più possibile univoca. I problemi occupazionali non sono “storielle”. E nemmeno sono il frutto di un’allucinazione collettiva. Lo sanno bene i troppi ticinesi che si trovano tagliati fuori da un mercato del lavoro saturato da frontalieri e padroncini. E al proposito non serve essere scienziati: basta guardare i dati dei nuovi impieghi creati e quelli dell’aumento dei frontalieri.

Rapporti istituzionali
Non meno importante è tuttavia la questione dei rapporti istituzionali con l’UE. In particolare quella della ripresa, dinamica o automatica che sia (se non è zuppa è pan bagnato) del diritto comunitario: essa costituirebbe de facto la fine della nostra sovranità. Il voto del 18 ottobre, che premia gli euroscettici (quelli veri, non i fotocopiatori di comodo) è anche una chiara bocciatura del servilismo nei confronti di Bruxelles in auge nelle alte sfere bernesi. In auge perché – a loro dire – bisogna essere “aperti ed eurocompatibili”. Per contro, difendere le prerogative elvetiche dalla rottamazione interessata che vorrebbero farne paesi stranieri ed organizzazioni sovranazionali con le rispettive quinte colonne elvetiche, è roba da “beceri populisti e razzisti”.

Attualità bruciante
E come la mettiamo poi con altre questioni di bruciante attualità, come l’espulsione certa e sistematica degli stranieri che delinquono o che abusano del nostro Stato sociale? Il popolo si è espresso già da molto tempo; ma la politica federale fa melina.
E sul futuro degli accordi di Schengen, voluti 10 anni fa da tutte le forze politiche tranne Udc e Lega, bocciati dal popolo ticinese ed ormai così indifendibili che perfino i loro supporter sono ridotti a ripetere l’invero misero mantra ideologico in base al quale tali accordi sarebbero “una conquista” (?) senza però saper dire cosa si sarebbe conquistato? Forse che la maggioranza di chi vive nel Cantone Porta Sud della Svizzera e geograficamente incuneato nel Belpaese, con tutto quel che ne consegue in campo di asilanti e di sicurezza (frontalierato del crimine), non ha il diritto di avere agli Stati dei rappresentati che portino a Berna la sua voce contraria allo spalancamento delle frontiere?

Cogliamo l’occasione!
Il 70% dei ticinesi, quelli che hanno plebiscitato il 9 febbraio, sono attualmente privi di una rappresentanza alla Camera dei Cantoni. L’eventuale perdurare di questa situazione non potrà che avere conseguenze negative sulla concretizzazione del voto popolare. Il 15 novembre sarà l’occasione per rimediare, sostenendo il candidato di Lega-Udc Battista Ghiggia. La partita è difficile, certo. Ma è ben lungi dall’essere persa in partenza. C’è l’occasione di giocarsela fino in fondo: cogliamola!
Lorenzo Quadri

E poi noi svizzerotti saremmo “chiusi e gretti”? Asilanti: la discriminazione al contrario!

Sul quotidiano italiano “il Giornale” di venerdì, faceva bella mostra di sé in prima pagina il seguente titolone: “La velina del governo – Raccomandazione alle Questure: nascondete i crimini dei profughi” – Necessario “tutelare” i richiedenti l’asilo, anche se delinquono. E’ discriminazione al contrario”.
Nascondere i reati commessi dai sedicenti asilanti non è una priorità solo per il governo italiano del premier non eletto Matteo Renzi (quello che si fa i selfie). Lo è anche per i nostrani spalancatori di frontiere. Dato statistico è infatti che gli asilanti commettono in proporzione molti più reati rispetto alla popolazione residente. Ma come, non arrivava solo brava gente? Tuttavia le statistiche degli asilanti che delinquono provocano travasi di bile tra coloro i quali – kompagni in primis – pretendono che gli svizzerotti accolgano tutti i migranti economici. E, per ottenere frontiere sempre più spalancate, costoro non si vergognano nemmeno di strumentalizzare le foto dei bambini morti.

Escamotage
Ma per tutelare i sedicenti rifugiati si inventano anche ben altri escamotage. Non solo d’immagine e di censura, come quello denunciato dal “Giornale” e che piacerebbe tanto alla kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga. Anche molto pratici e concreti. E, naturalmente, costosi. Chi paga il conto? Ovviamente il contribuente svizzerotto, “chiuso e gretto”, che deve colpevolizzarsi ed auto fustigarsi!

Con l’ultima revisione del settore dell’asilo, infatti, è stato introdotto un nuovo diritto solo per gli asilanti: l’avvocato gratis per tutti! I cittadini svizzeri, per ottenere il gratuito patrocinio non solo devono dimostrare di non potersi pagare il legale, ma deve anche esserci un’altra serie di requisiti. Questo non vale per i migranti economici la cui domanda è stata respinta e che si trovano, dunque, ad avere più diritti dei cittadini elvetici. E’ chiaro: il fatto che gli asilanti ricevano rendite statali più elevate di quelle dei nostri anziani in AVS ancora non era sufficiente! Avanti con la discriminazione al contrario!

Referendum
L’ultima revisione dell’asilo aumenta i diritti dei migranti economici, e di conseguenza la nostra attrattività per i finti rifugiati. Aumenta pure come pure il conto, già stratosferico – due miliardi all’anno! – a carico del contribuente. In compenso, però, decurta quelli dei residenti, le cui possibilità di ricorrere contro l’improvviso insediamento di un centro d’accoglienza di fianco a casa loro, con tutto quel che segue, vengono smantellate alla grande. Del resto, se l’ultima revisione di legge è stata benedetta dai kompagni, un qualche motivo dovrà pur esserci! E’ evidente che essa non comporta alcuna restrizione per i migranti economici, altrimenti la $inistra avrebbe lanciato il referendum, come accaduto in occasione della precedente riforma (i kompagni sono poi stati asfaltati dalle urne).

Adesso invece il referendum l’hanno lanciato Udc e Lega. Il senatore liblab Fabio Abate – tanto per chiarire da che parte pende – in una sua pubblicità lo ha già bollato come irresponsabile. Irresponsabile è semmai l’ostinazione ad aumentare l’attrattività della Svizzera per i sedicenti asilanti, invece di chiudere le frontiere!
I formulari del referendum sono adesso in circolazione anche in italiano: tutti a firmare!
Lorenzo Quadri