Da sud è invasione, ma loro straparlano di “reciprocità”

Frontalieri, due deputati 5 stelle si vantano: “bloccata la ratifica del nuovo accordo”

Cosa deve ancora succedere perché in Consiglio di Stato si trovi finalmente un “ministro” disposto ad unirsi ai due leghisti, così da costituire una maggioranza per bloccare i ristorni? Beltrasereno e Vitta, se ci siete…

Anno nuovo, storie vecchie. Nei primi giorni del 2019 due deputati pentastellati lombardi, tali Niccolò Invidia e Giuseppe Currò (Cip e Ciop?), hanno pensato bene di ribadire ciò che era chiaro non da settimane o da mesi, bensì da anni: ossia che il Belpaese non si sogna di ratificare l’ accordo sulla fiscalità dei frontalieri del 2015, che Currò sulla Provincia di Sondrio ha definito “Accordo-salasso”.

I due “Cip e Ciop” si vantano di aver fatto in modo che la ratifica dell’accordo sia stata cancellata dal programma della Camera dei deputati del Belpaese. Di certo una fatica erculea, visto che da anni si sa che Oltreramina quell’accordo non lo vogliono proprio…

A questo punto la domanda è una sola: cosa aspetta ancora il Consiglio di Stato per decidere di bloccare i ristorni? (Il versamento deve avvenire entro fine giugno, ma la decisione di non effettuarlo può essere presa in qualsiasi momento). Poi vogliamo vedere con quale coraggio i camerieri bernesi dell’UE ci verrebbero a dire che “sa po’ mia”.

Salasso?

Sicché tassare i frontalieri come gli altri cittadini italiani che lavorano in Italia, secondo i due politicanti 5 stelle sarebbe “un salasso”. Ohibò. Come ripetuto più volte, è semmai l’attuale status fiscale dei frontalieri a costituire una situazione di privilegio ingiustificato. E fa specie che tutti gli elettori italici  non frontalieri – che dovrebbero pur essere la maggioranza – non abbiano nulla da dire. Nel Belpaese votano solo i frontalieri?

Nessuna sorpresa

Ovviamente, il “requiem” per l’accordo del 2015  non è una sorpresa per nessuno. Da manuale è tuttavia la presa di posizione al proposito dei due “Cip e Ciop” pentastellati. Costoro hanno voluto a tutti i costi declamare ai quattro venti di non aver capito un tubo della situazione creata in Ticino dalla devastante libera circolazione delle persone. I due parlamentari infatti straparlano di “vantaggi reciproci” per Svizzera ed Italia, nonché dell’esistenza di “un’unica comunità italo-svizzera”. S’immaginano inoltre di poter calare lezioni di rispetto degli accordi internazionali (sic!)  e – ciliegina, anzi ciliegiona sulla torta – pretendono che gli svizzerotti paghino la disoccupazione ai frontalieri come ai residenti.

Quest’ultimo tema, come sappiamo, è sul tavolo dei balivi di Bruxelles. Da dove prima o poi arriverà il consueto Diktat. Ed i camerieri dell’UE in Consiglio federale si affretteranno, more solito, a calare le braghe fin sotto alle caviglie. Le conseguenze sarebbero devastanti: costi per centinaia di milioni di franchi, oltre alla necessità di potenziare gli URC (il che andrebbe a carico dei Cantoni). E, naturalmente, abusi a tutto spiano (chi controlla che il frontaliere disoccupato non lavori in nero nel Belpaese?).

Perfino il Canton Argovia, dove i frontalieri sono solo 12 mila, ha inviato a Berna un’iniziativa cantonale per evitare che i disoccupati con permesso G percepiscano le stesse indennità dei residenti.

Vantaggi reciproci?

E’ evidente che questi politicanti pentastellati, che raccontano storielle su fantomatici vantaggi reciproci dell’invasione da sud e sulla comunità italo-svizzera, del Ticino non sanno una cippa. Anche se vivono a pochi chilometri dal confine.

Di vantaggi “reciproci” la libera circolazione non ne ha portati. Ha avvantaggiato solo una parte: quella italiana. Inoltre, se nelle provincie lombarde un terzo dei lavoratori fosse composto da frontalieri ticinesi, vorremmo proprio vedere se i politici del Belpaese se ne starebbero zitti e buoni a guardare.

Alla faccia della “comunità”

Piaccia o non piaccia ai vicini a sud che credono di poterci infinocchiare all’infinito con  i salamelecchi, non esiste alcuna comunità italo-svizzera. Esiste una comunità svizzera ed esiste una comunità italiana, con una frontiera in mezzo che non è un’opinione (anche se al triciclo piacerebbe tanto che  lo fosse). Gli interessi sono lungi dall’essere sempre convergenti. Di sicuro non lo sono per quel che riguarda il frontalierato. Al proposito, interesse del Ticino è ricondurre il fenomeno entro limiti sostenibili. Del resto il popolo svizzero, come pure quello ticinese, ha votato contingenti e preferenza indigena; i ticinesi a due riprese. E i ticinesi hanno sempre votato contro gli accordi bilaterali. Grazie all’iniziativa contro la libera circolazione delle persone, avranno modo di farlo ancora. Si spera questa volta con esito decisivo.

Non prendiamo lezioni

La famosa Convenzione del 1974, nel contesto di oggi non sta più in piedi. Sicché, va disdetta. Se i vicini a sud pensano di congelare ogni nuovo accordo fiscale sui frontalieri nel mentre che gli svizzerotti (“che tanto sono fessi e non si accorgono di niente”) continuano a pagare puntualmente i ristorni, ormai lievitati ad 84 milioni di franchetti all’anno, forse hanno fatto male i conti. E va poi da sé che, con tutto il rispetto parlando, non prendiamo lezioni di rispetto degli accordi internazionali dai vicini a sud.

 

Lorenzo Quadri

 

Di mercoledì in mercoledì, la melina sui ristorni continua

La partitocrazia in CdS  tira a campare per non decidere. Ma il tempo sta per scadere

Un altro mercoledì, giorno di seduta del Consiglio di Stato,  è trascorso senza che ci sia stata alcuna decisione a proposito dei ristorni dei frontalieri. In molti erano convinti che lo scorso mercoledì sarebbe stato il giorno della decisione. Invece niente. Evidentemente gli esponenti del triciclo continuano a “tirar là”. A non decidere.  In attesa non si sa bene di cosa. Ma l’ultimo termine (fine giugno) si avvicina, e bisognerà per forza venirne ad una.

 Pressioni legittime

A fine marzo, dopo l’incontro con il Consiglio di Stato, il ministro degli esteri KrankenCassis si è espresso in questi termini a proposito del blocco dei ristorni: Qualche volta le pressioni sono utili, servono a smuovere qualcosa. Queste, però, devono essere utilizzate quando ci sono governi in Italia”.Ai tempi a Roma non c’era il governo. Adesso c’è. Di conseguenza, seguendo il ragionamento del consigliere federale liblab, le pressioni sono ora legittime.

Il governo italiano c’è, ma il nuovo accordo sui ristorni dei frontalieri è morto e sepolto. Se non lo voleva l’esecutivo precedente, ancora meno lo vuole questo, in cui il ruolo della Lega (ex Lega lombarda) è determinante. Il motivo del rifiuto è ovvio: i frontalieri sono lombardi e quindi non si vuole scontentare parte del proprio elettorato.

Ci rallegriamo, ma…

Come detto, ci rallegriamo che il governo italiano, a forte componente leghista, abbia visto la luce: il che costituisce tra l’altro l’ennesimo schiaffone alla fallita UE, i cui boriosi funzionarietti hanno fatto di tutto e di più per sabotare gli odiati “populisti”. Ma nei rapporti tra Stati di amici non ce ne sono. Ognuno persegue il proprio interesse. Ed il nostro consiste nel bloccare i ristorni dei frontalieri. La proposta “minimalista” formulata da Claudio Zali, che prevede di bloccare una parte dei ristorni legandola alla realizzazione, da parte italiana, di opere di interesse comune transfrontaliero, con pagamento a  lavori ultimati, è stata formulata in questi termini affinché possa essere accettata almeno da un altro “ministro”, oltre che da Gobbi, diventando così maggioritaria. Questa proposta costituisce, appunto, il “minimo sindacale”.

La mozione PPD approvata dal Gran Consiglio, che chiede di intavolare delle trattative sull’uso dei ristorni, è stata sostenuta anche dalla Lega, perché tutto è meglio dell’improponibile pagamento incondizionato cui abbiamo assistito fino ad oggi. Ma è oggettivamente una belinata. Perché, senza blocco dei pagamenti, dal Belpaese non si otterrà mai un bel niente. Da notare che il versamento incondizionato è invece appoggiato dall’ex partitone in tandem con il P$. Sicché il PLR difende gli interessi del Ticino al pari del P$ (partito degli stranieri): ovvero, non li difende proprio. Prendere nota.

Se so paga si perde

Non c’è alcun motivo plausibile per cui la proposta minimalista di Zali sui ristorni non dovrebbe raggiungere una maggioranza. Un versamento integrale dei ristorni sarebbe, semplicemente, l’ennesima calata di braghe senza alcuna giustificazione: come detto, di nuovi accordi con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri non ne vedremo mai. Qualsiasi eventuale condizione accessoria aggiunta a pagamento effettuato, rientra nel campo dei blabla inutili: non porta a nulla. O si paga o non si paga. Se si paga, si ha perso; se si paga e poi, dopo aver pagato, si introducono delle condizioni accessorie, si ha perso uguale.

Chiusura dei valichi secondari

Sul fronte di competenza federale, quello della chiusura notturna dei valichi secondari, pare che da Berna si prepari l’ennesimo schiaffo al Ticino ed in particolare al Mendrisiotto. Gli uccellini cinguettano che i camerieri dell’UE in Consiglio federale intendano impiparsene della decisione parlamentare e lasciare aperti i valichi secondari 24 ore al giorno. Permettendo così ai frontalieri della rapina di razziare indisturbati il Mendrisiotto (e non solo). Novità al proposito dovrebbero arrivare a breve da Berna. C’è da sospettare che non saranno belle. E la partitocrazia vuole versare i ristorni (anche) per fare contenti i rispettivi ministri nel governicchio federale, che non vogliono gabole con l’Italia? E che poi, per tutto ringraziamento, nemmeno ripristinano la chiusura dei valichi secondari? Ma col piffero!

Lorenzo Quadri

Il Consiglio di Stato ha una fifa blu del voto popolare

“Fake news” a go-go per dire No al referendum finanziario obbligatorio. Ma la realtà…

 

Il Consiglio di Stato si qualifica a pieno titolo per il campionato intergalattico di arrampicate acrobatiche sugli specchi con una prestazione “da incorniciare” (si fa per dire): la presa di posizione contro l’iniziativa popolare per introdurre in Ticino il referendum finanziario obbligatorio. L’iniziativa, che ha raccolto ben 12.300 firme, chiede che le spese cantonali che superano un “tot” vengano obbligatoriamente sottoposte a votazione popolare. La Lega figura tra i promotori.

In 18 Cantoni…

La proposta è così balzana ed astrusa? Certo che no: il referendum finanziario obbligatorio esiste infatti in ben 18 Cantoni. E funziona benissimo. Nessuno di questi Cantoni è andato in rovina. Nessuno è caduto vittima dell’immobilismo. Tutti hanno debiti pro-capite nettamente inferiori a quello ticinese.

Oggi in Ticino vige il referendum facoltativo. Che comporta la raccolta di 7000 firme in 45 giorni. Obbiettivo raggiungibile? Certo. Ma solo da chi è in grado di mettere in piedi la macchina organizzativa necessaria e, soprattutto, può permettersi di pagare i raccoglitori di firme. Oppure, come fanno i sindacati ro$$i, di mandare i propri funzionari (pagati dai lavoratori) a caccia di firme invece che a lavorare. Perché, volenti o nolenti, è così che funzionano le cose. Di conseguenza, non si possono lanciare referendum su tutto. E così, la maggior parte delle volte, la partitocrazia spopola indisturbata.

Fregnacce e “fake news”

La presa di posizione governativa contro il referendum finanziario obbligatorio è un florilegio di fregnacce e fake news. Esempio:

  • “Il referendum finanziario facoltativo con raccolta delle firme non rappresenta un ostacolo istituzionale”. Provate voi a raccogliere 7000 firme in 45 giorni, poi ne riparliamo.
  • Si moltiplicherebbero le votazioni su temi incontestati, si genererebbero costi amministrativi importanti”. Votazioni e costi non si moltiplicano, basta accorpare le chiamate alle urne nelle date già fissate per le consultazioni federali. Semmai si allunga un po’ la scheda di voto, causa l’aggiunta di nuovi oggetti. Il maggior costo in carta ed inchiostro non dovrebbe portare il Cantone alla bancarotta.
  • “Si banalizza il voto popolare”. Qui siamo alla presa per i fondelli “hard”: chiamare i cittadini a decidere sulle spese pubbliche importanti significherebbe “banalizzare”?
  • L’introduzione del referendum finanziario obbligatorio rischia di rallentare la realizzazione degli investimenti”. Infatti nei 18 Cantoni dove esso è in vigore non si investe un centesimo, tutto è bloccato e le infrastrutture sono ferme all’Ottocento. Come no!

Paura del popolo

E’ evidente anche al Gigi di Viganello che gli autoerotismi cerebrali di cui sopra servono solo a nascondere, male, il vero motivo per cui il governo – e la casta che già bocciò in parlamento una proposta analoga nel 2015 – non vuole il referendum finanziario obbligatorio. Perché ha paura del voto popolare. Il nuovo strumento democratico darebbe infatti più potere al popolazzo: quello che “vota sbagliato”. L’establishment, invece, vuole togliere potere al popolo. Inoltre: con lo spauracchio della chiamata alle urne, i politicanti dovrebbero pensarci due volte prima di spendere  e spandere i soldi del contribuente. Esempio concreto: se la Lega non si fosse data la pena di raccogliere le “maledette” 7000 firme e di far votare i ticinesi, il triciclo PLR-PPD-P$ avrebbe sperperato 3.5 milioni dei nostri franchetti per la partecipazione ticinese ad Expo2015: ovvero per un regalo al Belpaese senza ricaduta alcuna per il nostro territorio.

E poi: se il referendum finanziario obbligatorio fosse la ciofeca che il CdS tenta, male, di far credere, non si spiega come mai esso sia in vigore in 18 Cantoni. Nessuno dei quali si sogna di rottamarlo.

Vedremo se il Gran Consiglio, quando dovrà prendere posizione sull’iniziativa Pro-referendum finanziario, si dimostrerà altrettanto pavido dell’Esecutivo.

Ma soprattutto, vedremo cosa decideranno i ticinesi sul tema.

Lorenzo Quadri

Ristorni dei frontalieri: quando scenderemo dal pero?

Il Consiglio di Stato abbia finalmente il coraggio di saltare il fosso

Il nuovo accordo con l’Italia è stato spazzato via dalle elezioni. E quello in vigore da oltre 40 anni non ha più ragione di esistere. Intendiamo continuare a regalare soldi al Belpaese all’infinito? 

Ormai è evidente che il nuovo accordo con il Belpaese sulla fiscalità dei frontalieri non vedrà mai la luce. Malgrado se ne favoleggi da anni e malgrado i ministri svizzerotti, con i relativi tirapiedi, si siano fatti prendere per i fondelli dalla controparte per un lasso di tempo tale da meritare il guinness dei primati.

Dopo le elezioni di due settimane fa, l’Italia ci metterà mesi a formare un nuovo governo – se mai ci riuscirà. E inoltre, visti i rapporti di forza, non ci vuole il Mago Otelma per prevedere che  eventuali governi che verranno formati non avranno certo vita lunga.

E’ evidente che, in una simile situazione di precarietà, la priorità di tutte le forze politiche italiane sarà: non scontentare nessuno! Ed in particolare non scontentare i frontalieri con aggravi fiscali.  Del resto si è già visto che Oltreconfine chiunque faccia un passo verso le richieste elvetiche viene poi esposto al ridicolo come succube degli svizzerotti. Anche Attilio Fontana, neo-governatore della Lombardia, ha dichiarato che bisogna fare tabula rasa del nuovo accordo: e la voce della Lombardia, a Roma conta.

Del fatto che tra frontalieri, padroncini, distaccati ed i loro familiari ci siano a occhio e croce 400mila cittadini lombardi che hanno la pagnotta sul tavolo grazie al Ticino, nessuno al di là del confine si preoccupa. Tanto si sa che gli svizzerotti non osano far valere la propria posizione di forza per paura di venire additati come razzisti dai petulanti politicanti d’oltreconfine.

Resta il fatto che l’attuale accordo sulla fiscalità dei frontalieri, penalizzante per il Ticino, da anni non ha più ragione di essere. Perché, come sappiamo, esso era il prezzo da pagare ai vicini a sud affinché accettassero il segreto bancario. E in ogni caso dal 1974, data della sottoscrizione dell’accordo, ad oggi, è cambiato il mondo. L’accordo va quindi disdetto. Non solo perché i suoi presupposti non sono più dati. Ma anche perché i ristorni non vengono utilizzati in modo conforme dagli italici beneficiari, cosa che i diretti interessati ammettono candidamente. Inoltre, niente dura per sempre, men che meno i trattati internazionali.

E’ il turno del Ticino

La disdetta dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri comporterebbe anche la decadenza della convenzione di doppia imposizione tra Svizzera e Italia? Prima di tutto, questa è un’ipotesi formulata da alcuni. Non una certezza. Ognuno la racconta come vuole. In ogni caso, se anche fosse, la convenzione contro la doppia imposizione è nell’interesse di entrambe le parti e nulla vieta di rinegoziarla.

Il Consiglio federale dovrebbe dunque disdire l’accordo sui frontalieri. E’ chiaro che non lo farà mai, perché l’obiettivo di Berna non è certo farsi valere con il Belpaese, bensì andare d’accordo servendosi dell’unica strategia conosciuta ai camerieri dell’UE: quella della calata di braghe. E allora il Consiglio di stato deve finalmente fare la sua parte e bloccare il versamento dei ristorni. Questa volta gli esponenti della partitocrazia in Consiglio federale non potranno nemmeno tentare il ricattto con la storiella che una simile “azione sconsiderata” (uhhh, che pagüüüraaa!) metterebbe in pericolo l’imminente conclusione dell’accordo con l’Italia, perché questo accordo è stato spazzato via dalle elezioni.

E’ ora di rendersi conto che è il Ticino a fare da valvola di sfogo per la crisi occupazionale lombarda e non certo il contrario. L’invasione è da sud verso nord e non nel senso inverso. E poi: qualcuno  è così pollo da credere che, se fosse l’Italia a dover versare dei ristorni al Ticino, non avrebbe già trovato da un pezzo la scusa per smettere di pagarli? Ecco, allora vediamo finalmente di scendere dal pero. Giugno, termine per il versamento dei ristorni dei frontalieri, si avvicina.

Lorenzo Quadri

Bertoli, Beltraminelli, Vitta: che figura marrone!

Impennata dei delinquenti aspiranti residenti bloccati grazie alla richiesta del casellario 

I numeri riconfermano la necessità del casellario: ma la partitocrazia lo vuole rottamare

Figura marrone per il triciclo PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato. A “sbugiardare” (per usare un’espressione casta) gli esponenti della partitocrazia sono le cifre del casellario giudiziale. Infatti, come si legge sul CdT di giovedì, il numero di permessi B o G rifiutati (in caso di nuove richieste) o non rinnovati, ha conosciuto una vera e propria  impennata tra maggio e luglio. Motivo: dal casellario risultava che il richiedente era una persona pericolosa. Le decisioni negative sono state 43 in neppure tre mesi. In precedenza la media era di 4.8 “No” al mese.

Le strane coincidenze

Sicché l’impennata si è verificata, ma tu guarda i casi della vita, proprio dal momento in cui i consiglieri di Stato Bertoli, Beltraminelli e Vitta hanno deciso di calare le braghe sul casellario, nella  ridicola illusione che ciò avrebbe portato l’Italia a finalmente sottoscrivere il famigerato accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Calata di braghe doppia, in effetti: nei confronti dei vicini a Sud e nei confronti dei camerieri dell’UE in Consiglio federale. Questi ultimi hanno fatto andare  i telefoni per “schiacciare gli ordini” ai ministri ticinesi dei rispettivi partiti. I soldatini hanno obbedito. E hanno preso una decisione crassamente contraria agli interessi del Cantone, oltre che del tutto inutile nell’ottica delle trattative con il Belpaese. Decisione che per fortuna al momento non è in vigore, visto che gli accordi sulla fiscalità dei frontalieri non sono ancora stati sottoscritti (chissà quando lo saranno). Ma le ultime cifre lo confermano: la richiesta del casellario deve restare. Accordo o non accordo sui frontalieri.

Incomprensibile

Lo sa anche il Gigi di Viganello: malgrado l’invereconda calata di braghe e di mutande degli esponenti di PLR-PPD-P$ in Consiglio di Stato, in Italia nulla si è mosso. E qui il problema si sposta sui negoziatori svizzerotti – quelli che vanno a Roma a parlare in inglese e vengono sistematicamente infinocchiati –, sui loro responsabili politici (Consiglio federale) e anche sui ministri ticinesi che hanno rottamato il casellario. Com’è possibile che i negoziatori elvetici, e c’è da sperare che a Roma non siano stati inviati i primi bambela incrociati alla buvette di palazzo federale bensì dei professionisti competenti, non abbiano ancora capito che l’Italia sta semplicemente accampando dei pretesti per non rispettare gli impegni presi? Possibile che non abbiano ancora capito che la storiella del casellario è solo uno di questi pretesti, come lo  è – altro esempio – la chiusura notturna dei valichi secondari? Possibile che non abbiano capito che calando le braghe non si risolve nulla perché, se viene levato un ostacolo, oltreramina ne fabbricano subito un altro? Così è puntualmente successo col casellario e così accade ormai da anni. E come è possibile che questa situazione, di un’evidenza solare, non la comprendano i Consiglieri federali? Ma soprattutto: come è possibile che i tre Consiglieri di Stato rottamatori del casellario, che l’antifona dovrebbero pur averla capita, alle pressioni dei Consiglieri federali dei partiti di riferimento non siano stati capaci di replicare: “guardate che state toppando: dandovi retta non otterremo niente se non un’epica figura di palta”, ma abbiano invece ubbidito come soldatini agli ordini ricevuti, prendendo una decisione platealmente contraria agli interessi del Ticino, alla volontà popolare e anche a quella del Gran Consiglio che ha approvato ben due risoluzioni pro casellario? E se qualcuno pensa che eleggendo KrankenCassis in Consiglio federale la Svizzera riuscirà ad ottenere qualcosa dal Belpaese, forse è meglio che scenda dal mirtillo.

De Watteville sbugiardato

L’impennata di Njet alle richieste di nuovi permessi causa pericolosità del richiedente sbugiarda anche l’ex segretario di Stato Jacques De Watteville, già tirapiedi dell’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf. Costui infatti tentò addirittura – ovviamente senza alcun risultato – di convincere la deputazione ticinese a Berna ad attivarsi sul CdS affinché ritirasse la richiesta del casellario. Raccontò, Monsieur, che da sue fonti (?) sapeva (?) che il casellario non serviva ad un tubo. Adesso arriva la smentita clamorosa. Ecco il livello di certi viscidi personaggi bernesi; e noi dovremmo pure starli a sentire? Senza la richiesta del casellario, in Ticino ci ritroveremmo, in soli tre mesi, con 43 stranieri potenzialmente pericolosi in più che vivono tranquillamente nel  nostro territorio, o ci entrano tutti i giorni, in perfetta regolarità! Senza contare, e lo ripetiamo per l’ennesima volta, i pregiudicati italici che, sapendo della richiesta del casellario, hanno rinunciato a presentare domanda di un permesso B o G. Ed ovviamente a questo proposito non esiste alcuna statistica.

Tolla italica

Le  isteriche proteste contro il casellario da parte dei politicanti italici che strillano al “razzismo” pensando di ottenere visibilità mediatica infamando gli svizzerotti (che tanto sono fessi e si fanno andar bene tutto) non sono solo immotivate. Sono anche ipocrite. Perché di recente, ma tu guarda i casi della vita, il Consolato d’Italia ha pubblicato un bando per l’assunzione di addetti amministrativi. Ebbene, tra i documenti richiesti figura non solo il casellario giudiziale, ma pure il certificato dei carichi pendenti. Ohibò: lo Stato italiano come datore di lavoro esige questi documenti; però starnazza se il Ticino li chiede per rilasciare un permesso di dimora sul proprio territorio? Ma i vicini a sud, chi pensano di prendere per il lato B?

L’invasione

Infine, le cifre pubblicate sul Corriere inducono anche un’altra riflessione. Le domande di rinnovo o di rilascio di permessi B o G esaminate dal 2 aprile 2015 (data di entrata in vigore della richiesta del casellario) al 30 aprile 2017 sono state 47’879. Quasi 50mila richieste in due anni! E poi hanno ancora il coraggio di venirci a dire che non è vero che è in atto un’invasione da sud, che sono tutte balle della Lega populista e razzista? Ma andate a Baggio a suonare l’organo!

Lorenzo Quadri

 

La maggioranza del CdS contro la preferenza indigena

Prima i nostri: il governo trama per un’applicazione farlocca. Un altro tradimento?

 

Il Consiglio di Stato in settimana ha preso posizione  su 10 iniziative parlamentari e 4 mozioni  partorite dalla Commissione speciale per l’applicazione dell’iniziativa popolare “Prima i nostri”. L’iniziativa venne approvata dai ticinesi il 25 settembre del 2016 con quasi il 60% dei consensi.

Gli atti parlamentari servono a tradurre in misure legislative i principi contenuti nella modifica costituzionale votata dai cittadini. O almeno: dovrebbero servire.

Il governo nella sua presa di posizione si esprime  “a favore di tutte le proposte che, al momento dell’assunzione del personale, mirano a prescrivere alle aziende pubbliche e parapubbliche, e agli enti privati legati allo Stato da contratti di prestazione, di dare la precedenza a persone residenti, a parità di qualifiche”. E prosegue precisando che “l’inserimento nella legislazione cantonale di queste norme – che formalizzano una prassi già da tempo adottata dal Cantone – consentirà di sfruttare nel modo più ampio possibile il margine di manovra a disposizione dei Cantoni per adottare norme sulla preferenza dei lavoratori svizzeri o residenti in Svizzera”. «Tale margine – sottolinea il Consiglio di Stato – risulta molto limitato, in base alle regole oggi in vigore».

Il CdS respinge invece la legge d’applicazione della preferenza indigena, quella che contiene una serie di condizioni per il rilascio ed il rinnovo di premessi per stranieri, in quanto sarebbe “in contrasto con il diritto superiore”.

Manca il nucleo

Tüt a posct? Per nulla, perché in realtà manca la parte più succulenta. La chiave sta proprio nell’ affermazione sopra citata: le nuove norme che il CdS è d’accordo di inserire nella legislazione cantonale “formalizzano una prassi già da tempo adottata dal Cantone”.  Questo cosa vuol dire? Vuol dire che di fatto il Consiglio di Stato – o la maggioranza di esso – vuole applicare l’iniziativa “Prima i nostri” nel senso di una codificazione di quello che già si fa.  Quindi all’atto pratico la maggioranza del CdS non vuole cambiare nulla! Siamo, di nuovo, alla NON applicazione della volontà popolare! Come insegna già Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo: “cambiare tutto perché non cambi niente”.

Quello che c’è già?

E’ chiaro che i promotori di Prima i Nostri non hanno lanciato un’iniziativa popolare (con tutti gli sforzi che ciò comporta), ed i cittadini ticinesi non l’hanno votata, semplicemente per  codificare quello che già si fa. Chi ha lanciato, firmato e votato “Prima i nostri” evidentemente vuole che rispetto ad oggi si faccia assai di più per promuovere l’assunzione di ticinesi.  Del resto la situazione del mercato del lavoro di questo sempre meno ridente Cantone impone di fare di più. E non stiamo qui a snocciolare per l’ennesima volta le allarmanti cifre dell’invasione da sud.

No alle prese in giro

L’applicazione corretta e non farlocca di Prima i nostri è tanto più necessaria in considerazione del fatto che il triciclo PLR-PPD-P$ alle Camere federali ha sconciamente rottamato il 9 febbraio.  Quindi il nuovo articolo 121a della Costituzione federale, così come (non) applicato da Berna, non limiterà in alcun modo l’immigrazione e non creerà alcuna preferenza indigena. Il fatto che i balivi di Bruxelles, a partire dal presidente della Commissione UE  “Grappino” Juncker,  abbiano subito applaudito a tale risultato  vale più di mille parole. Prima i nostri è dunque l’ultima àncora di salvezza  per il Ticino (prima dell’iniziativa per disdire la libera circolazione delle persone, s’intende).

Anche il mantra della “non compatibilità con il diritto superiore” della proposta di legge d’applicazione della preferenza indigena puzza di fregnaccia. La preferenza indigena è perfettamente compatibile con l’articolo 121 a della Costituzione. Quindi  la compatibilità con il diritto superiore è senz’altro data. E’ la legge federale ad essere anticostituzionale. Ma la Costituzione prevale sulla legge.

Nuovo tradimento?

E’ evidente che quel 60% di ticinesi che ha votato Prima i nostri si aspetta ben altro che l’iscrizione in qualche cavillo di legge dell’insufficiente prassi attuale. Perché gli effetti concreti di un’operazione del genere, all’insegna dei pantaloni abbassati davanti all’UE ed ai suoi camerieri bernesi, sarebbero pari a  zero. I cittadini si aspettano invece dei cambiamenti tangibili. Per questo hanno votato il 9 febbraio. Per questo hanno votato prima i nostri. Applicare la preferenza indigena come proposto dalla maggioranza del Consiglio di Stato sarebbe dunque la seconda presa per i fondelli dei votanti, dopo la rottamazione bernese del “maledetto voto”.

E’ chiaro che per proporre una vera preferenza indigena ci vuole coraggio. Altrettanto chiaro è che, da una maggioranza governativa che cala le braghe sul casellario giudiziale e che non blocca i ristorni dei frontalieri malgrado i vicini a sud continuino a fregarci davanti e di dietro, non ci si possono attendere grandi guizzi eroici. Avanti, continuate a votare per i partiti cosiddetti storici…

Lorenzo Quadri

Governo, il bluff annunciato della “riforma fiscale”

Promesse della partitocrazia? Come recita il noto slogan: “non siamo mica scemi”

 

Ma guarda un po’, adesso in Consiglio di Stato si parla di riforma fiscale con orizzonte 2018. Chissà perché,  c’è tutta l’impressione che si tratti di una presa per i fondelli. E, più passa il tempo, più l’impressione si rafforza.

Ricordiamo infatti che nella sua ultima seduta (una decina di giorni fa, non secoli  fa…) il Gran Consiglio ha respinto a larga maggioranza l’iniziativa generica presentata nel lontano 2001 dall’allora deputata Iris Canonica e poi ripresa, nel corso delle legislature, da vari altri granconsiglieri, ultimo in ordine di tempo il leghista Michele Guerra. L’atto parlamentare chiedeva una tassazione più equa per le persone sole.

Njet compatto

Come sappiamo, l’iniziativa è stata respinta con voto compatto e pressoché unanime dal triciclo PLR-PPD-P$.  Compresi i rappresentanti delle associazioni economiche. Uno dei quali, il vicedirettore della Camera di commercio Marco Passalia (PPD) ha pensato bene di prendere la parola in aula esprimendosi a titolo personale – ovvero: non aveva nessun obbligo di intervenire, ma ha voluto farlo lo stesso, perdendo un’occasione d’oro per tacere – contro gli sgravi ai single.

Single che, come scritto la scorsa settimana, non sono due gatti bensì quasi 200mila in continuo aumento. La loro discriminazione fiscale è fatto manifesto da decenni.

Essendo l’iniziativa Canonica un’iniziativa generica, che lascia dunque ampio margine nell’applicazione, in presenza della volontà di procedere ad una “riforma fiscale” la si sarebbe dovuta accogliere. Invece il direttore del DFE Christian Vitta in Gran Consiglio ha perorato la causa della reiezione. Però poi ci si viene a raccontare la fanfaluca degli sgravi in arrivo quando non si perde occasione per muoversi nella direzione esattamente contraria? Come recita il noto slogan: “non siamo mica scemi”!

La spesa galoppa

Sul fronte degli sgravi fiscali il Ticino è fermo da 15 anni. Non certo su quello degli aggravi, visto l’incremento continuo di tasse e balzelli. Così le entrate pubbliche crescono alla grande: dai 2.43 miliardi del 2005 ai 3.14 di 10 anni dopo: oltre 700 milioni di franchetti in più, e scusate se sono pochi! Questi soldi non sono spuntati sugli alberi, ma sono stati prelevati dalle tasche dei contribuenti (cittadini ed aziende). Eppure, in barba  a tale manna, le casse cantonali piangono sempre miseria. Malgrado, oltretutto, sempre nuovi compiti e costi vengano ribaltati sul groppone dei Comuni. Perché? Evidentemente, perché il problema non riguarda le entrate, bensì le uscite. Queste da tempo immemore galoppano fuori da ogni controllo. Risultato di un’amministrazione pubblica gonfiata come una rana tramite mercimonio elettorale (posti pubblici ai galoppini ed ai loro familiari in cambio di voti) la quale per giustificare la propria esistenza si inventa il lavoro, generando sempre più costi e sempre più necessità di personale, in un continuo circolo vizioso. Ma risultato anche della campagna elettorale permanente. “Dobbiamo riprenderci il POTERE”, disse un ex presidente PLR. E si sa, per riprendersi il POTERE, ogni voto conta. Quindi l’importante è accontentare ogni richiesta. E pascere gli amici con mandati e commesse. Tanto paga Pantalone.

Chiaramente gli aggravi fiscali sono destinati a continuare nei prossimi anni.

Essendo dunque evidente che il problema delle finanze cantonali non sono entrate bensì le uscite, non si vede perché il conto delle “disfunzioni” (chiamiamole così) debba venire scaricato sul groppone del solito contribuente, mungendolo ben al di là del ragionevole e continuando a peggiorare la situazione invece di migliorarla.

L’ennesima fregatura

Eppure, al di là delle dichiarazioni farlocche, il cambiamento di rotta non si vede.  La sola  parola, “sgravi”, sembra essere diventata tabù. Non è politikamente korretta. Al solo sentirla il populismo di $inistra e la ro$$a macchina del fango si scatenano. Al punto che il triciclo governativo PLR-PPD-PS parla al massimo di “riforma” fiscale. Al proposito, il presidente del CdS kompagno Manuele Bertoli precisa: “Le riforme fiscali contengono degli sgravi ma anche degli aggravi”.

Ah, allegria! La partitocrazia sta quindi scodellando l’ennesima fregatura. Non si vuole affatto lasciare qualche soldo in tasca in più ai cittadini, il che equivarrebbe ad una riduzione delle entrate con conseguente, e necessaria, riduzione dell’esagerata spesa pubblica. Si mira a mantenere costanti le entrate correnti: la cosiddetta “riforma” consiste in realtà nello spalmarle un po’ diversamente con l’ausilio di qualche modello matematico-ingegneristico. Tutto, pur di non dover ridurre gli sprechi col rischio di scontentare qualche lobby portatrice di voti; tutto, pur di non venir meno al sacro dogma che gli svizzerotti fessi mantengono sontuosamente tutti gli immigrati nel nostro Stato sociale!

La storiella del “ben altro”

Se a questo si aggiunge che nell’ex partitone di liberali non ne esistono più – emblematico il fatto che il rapporto contro l’iniziativa Canonica sia stato redatto proprio da un’esponente liblab – è manifesto che l’annunciata “riforma fiscale” si risolverà nell’ennesimo bluff.

Da anni la partitocrazia si oppone a tutte le proposte di sgravi fiscali della Lega strillando indignata che gli sgravi vanno fatti in modo diverso, che ci vuole “ben altro”. Ed infatti il “ben altro” non arriva mai: sono solo fregnacce raccontate in funzione elettorale.

Chissà fino a quanto i contribuenti ticinesi tollereranno di farsi prendere per i fondelli?

Lorenzo Quadri

 

La manovra del Consiglio di Stato penalizza sempre le solite categorie. Alcuni campanelli d’allarme cominciano a squillare

Quasi 100 milioni di maggiori entrate mentre i risparmi ammontano ad una cinquantina di milioni. La manovra del Consiglio di Stato per tornare con i conti cantonali in pareggio non è di certo improntata alla simmetria dei sacrifici.
Particolarmente spiacevole il fatto che le categorie maggiormente chiamate alla cassa sono sempre le medesime. Quelle su cui è facile, fin troppo facile, intervenire: proprietari immobiliari ed automobilisti (spesso e volentieri le due “tipologie” si coprono).

E’ vero che in un passato nemmeno tanto remoto, vale a dire nella scorsa legislatura, per quel che riguarda l’aumento delle stime immobiliari si paventavano scenari ben peggiori. L’ex ministra PLR, quella del “margine di manovra nullo”, sognava addirittura di triplicare i valori di stima. L’aumento adesso annunciato è del 18%. Certo più moderato. Ma non c’è ragione di brindare.

Sotterfugio psicologico
Far balenare uno scenario catastrofico per poi rifilare al contribuente il salasso desiderato spacciandolo per un trattamento di favore: la tattica non è nuova. Peraltro questo sotterfugio psicologico è stato usato non solo con i proprietari di casetta, ma anche con l’altra categoria di mucche da mungere, ossia gli automobilisti. Prima si lascia che sulla stampa e nel paese prendano piede ipotesi di decurtazioni delle deduzioni per le spese di trasferta professionale addirittura al livello di quelle da qualche anno introdotte per l’imposta federale, la quale comporta ormai una deduzione massima di soli 3000 Fr annui. Questa decurtazione, sia detto per inciso, è stata effettuata a Berna all’insegna del solito populismo di $inistra (automobilisti brutti e cattivi da bastonare). La Lega in Consiglio nazionale vi si oppose fattivamente, purtroppo senza riuscire a trovare una maggioranza. Perché, a parte l’Udc, l’area sedicente borghese, ancora una volta, si schierò contro gli automobilisti (prendere nota).

Prima dunque si lascia che l’ipotesi “worst case” si diffonda. Poi si presenta l’aggravio reale, che è più modesto, ma sempre aggravio è, aspettandosi che il contribuente, lieto di essere scampato al peggio, paghi di buon grado.

Spremitura non indolore
Ma la spremitura dei proprietari di casetta, portata dal DFE targato PLR, non è poi così indolore come si vorrebbe far credere. In effetti, il valore totale dell’operazione non è di 32 milioni, che sono comunque tanti, bensì di oltre 60. Già: bisogna tenere conto anche delle imposte comunali.

Agli automobilisti si chiederà invece, tra decurtazioni e riaggiustamenti (?) sugli ecobonus, di sborsare 9 milioni in più.
Questo quando i risparmi all’interno dell’amministrazione cantonale sono assai stitici. A regime 11,8 milioni, che costituiscono lo 0,9% della spesa totale.

Due segnali
Almeno due sono i segnali che i conti non tornano e che la manovra pende dalla parte sbagliata.
Il primo campanello d’allarme è il silenzio tombale dei solitamente logorroici sindacati del pubblico impiego. Chiaro segno che i dipendenti cantonali non sono chiamati ad alcun sacrificio. Il secondo campanello d’allarme è simile al primo: ed è la decisione unanime del governo. Se era d’accordo anche l’esponente P$, vuol dire che di cure dimagranti all’ente pubblico non ne sono previste proprio.

Il problema sono le uscite
Se i conti di questo ridente Cantone non tornano, il problema non sta nelle entrate. Quelle ci sono: e ce ne sarebbero anche di più se si fosse più celeri nell’emissione delle notifiche. Invece la lentezza del sistema permette ai troppi furbetti dell’italico quartierino che ci siamo portati in casa (perché “bisogna aprirsi all’UE”) di farsi, letteralmente, gli affari propri in Ticino, per poi fallire/dileguarsi prima di ricevere le tasse da pagare, lasciando l’erario cantonale con un palmo di naso. E a doverci mettere una pezza sono sempre i soliti.

Il problema, si diceva, non sono le entrate. Sono le uscite fuori controllo. Però nella scorsa legislatura l’ex ministra delle finanze PLR, con il pieno appoggio del suo partito, ha introdotto il moltiplicatore cantonale copiato dal P$, ossia quel giocattolino che, quando i conti non tornano, permette di aumentare allegramente le imposte invece di tagliare la spesa. Bisogna quindi cambiare paradigma. Se la politica non è in grado di controllare le uscite statali, su queste deve decidere il popolo tramite il referendum finanziario obbligatorio. Ma chi è stato ad affossare in parlamento questo strumento democratico? Ancora una volta, l’ex partitone. E poi il PLR dice di non essere un partito delle tasse?
Lorenzo Quadri

Insegnamento della civica: basta con la melina! Chi ha paura del voto popolare?

Sull’iniziativa che chiede l’insegnamento obbligatorio della civica – come materia a se stante e con una propria valutazione – dopo tanta melina da parte del DECS ed in particolare da parte del consigliere di Stato titolare, kompagno Manuele “Bisogna rifare il voto del 9 febbraio” Bertoli, al quale la proposta proprio non piace, nelle scorse settimane è finalmente arrivata qualche notizia positiva. A fornirla è la commissione scolastica del Gran Consiglio.

La prima “buona novella” è che non ci sarà una seconda perizia sulla ricevibilità dell’iniziativa, già accertata da un’expertise dell’avv. Crespi, incaricato dal comitato promotore. La seconda, che il messaggio sulla civica verrà trattato separatamente e non assieme alla questione dell’insegnamento religioso. Quindi, viene affossato il tentativo di Bertoli di mettere in contrapposizione le due materie civica e religione, ben sapendo che i promotori idealmente le sostengono entrambe. La terza, che il relatore commissionale designato è il leghista Michele Guerra.

Naturalmente, dalla scolastica potrebbero anche uscire due rapporti sulla civica: uno favorevole ed uno contrario. Non c’è bisogno del mago Otelma per prevedere che il Consigliere di Stato PS, titolare del DECS, mobiliterà le truppe cammellate per mettere i bastoni tra le ruote all’iniziativa, e per ottenere un njet da parte del parlamento. Alla fine dovrà comunque decidere il popolo ticinese. Ed infatti è proprio il voto popolare ciò che il DECS voleva evitare mettendo in discussione la ricevibilità dell’iniziativa. Visto che infatti a $inistra la volontà popolare viene rispettata solo quando fa comodo, meglio prevenire decisioni sgradite: altrimenti la lista delle votazioni “da rifare” si allunga…

 

“Sa pò mia”?

Perché i vertici del DECS aborrono l’iniziativa sulla civica? La storiella dell’impossibilità di inserire nella griglia oraria due ore al mese (!) d’insegnamento di detta materia non suona molto credibile. Chissà perché, c’è come il vago sospetto che, se si fosse trattato di inserire due ore al mese di (ipotetiche) materie quali “multiculturalismo”, “integrazione”, “istituzioni europee” e via sbrodolando, certe “insormontabili difficoltà” sarebbero state immediatamente sormontate. La civica non piace perché rammenta alcune cosette che a sinistra proprio non piacciono. Ad esempio principi fondanti e specifici della Svizzera quali democrazia diretta, indipendenza, neutralità, federalismo, esercito di milizia, eccetera.

Certamente potrebbe diventare un po’ imbarazzante per il DECS insegnare ai ragazzi che, ad esempio, il voto popolare deve essere rispettato quando il capodipartimento va in giro a dire che bisogna rifare il voto del 9 febbraio perché non piace a lui e al suo partito. Oppure spiegare il concetto di sovranità nazionale quando il partito di riferimento delle gerarchie scolastiche vuole imporre il diritto straniero e vuole pure l’adesione della Svizzera all’UE. Idem per l’esercito di milizia, di cui il P$ vuole l’abolizione.

 

Meglio dimenticare…

E’ insomma evidente che chi i principi fondanti della Svizzera li vuole rottamare perché bisogna diventare uguali a tutti gli altri (visto che confini e dunque nazioni non devono più esistere) non può che opporsi al loro insegnamento a scuola. Se si vuole cancellare qualcosa, è molto più facile farlo prima cadere in dimenticatoio. Insegnarlo è controproducente: non sia mai che la lezione di civica rischi di generare in innocenti virgulti un qualche sentimento patriotico (che orrore il solo pensiero!). La colonizzazione della scuola ad opera del partito delle frontiere spalancate non serviva certo a questo…

 

Anche i contenuti

Visto l’andazzo nella scuola di questo ridente Cantone, nel caso piuttosto verosimile in cui l’iniziativa per l’insegnamento della civica dovesse venire accettata dai votanti, bisognerà anche controllare il contenuto del programma della nuova materia: non sia mai che a qualche furbastro venga in mente di fare (dal suo punto di vista) “di necessità virtù” trasformandola in un corso di filoeuropeismo coatto.

Ma procediamo un passo alla volta.

Lorenzo Quadri