Consiglio nazionale, iniziativa “contro i giudici stranieri”: il sabotaggio del triciclo. Il dibattito a notte fonda

La partitocrazia non ne vuole sapere dell’iniziativa per l’autodeterminazione, detta “contro i giudici stranieri”. L’iniziativa chiede che la Costituzione svizzera abbia la precedenza su accordi internazionali del piffero. Una  prospettiva che ha provocato isteria diffusa nella casta. Chiaro: gli accordi internazionali servono a rottamare le votazioni popolari sgradite. Figuriamoci quindi se la casta intende privarsi di questo “asso nella manica”, utilissimo per mettere a tacere i cittadini e mantenere così il POTERE.

Isterismi

In Consiglio nazionale il dibattito sull’iniziativa d’attuazione è cominciato negli scorsi giorni. Terminerà lunedì. Già nella prima fase la partitocrazia si è lasciata andare ai consueti isterismi antidemocratici. Conditi di insulti ai cittadini. “La democrazia non ha sempre ragione!” ha ad esempio farneticato una kompagna. Traduzione: “il popolazzo becero vota sbagliato e quindi, quando le sue decisioni non piacciano all’establishment multikulti, spalancatore di frontiere ed eurolecchino, è giusto che vengano azzerate”. Complimenti, questo è il livello della gauche caviar.

L’ossessione della CEDU

Nel dibattito sul Diktat UE sulle armi, la partitocrazia continuava a strillare come un’ossessa alla necessità di “preservare gli accordi di Schengen”. Malgrado non sussista alcun automatismo tra rifiuto della direttiva disarmista e disdetta di Schengen.

Nel caso del dibattito sull’iniziativa “contro i giudici stranieri” – e ricordiamo che il patto del Grütli del 1291 nasce proprio contro i giudici stranieri – l’ossessione è un’altra: quella della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. La situazione è simile: non è affatto detto che la CEDU verrebbe disdetta in caso di approvazione popolare dell’iniziativa contro i giudici stranieri. Si tratta di un semplice spauracchio politikamente korrettissimo. Tanto più che, per garantire i diritti umani, la Svizzera non ha alcun bisogno della CEDU: essi sono già inclusi nella Costituzione. Ma la partitocrazia parte dal presupposto che il popolazzo becero, quello che vota sbagliato, non aspetti altro che l’iniziativa per l’autodeterminazione e la conseguente disdetta (fake news! Non c’è alcun automatismo!) della CEDU per cancellare i diritti umani dalla Costituzione! Il che non è solo una boiata. E’ anche un’offesa

Chiaro: secondo i politicanti della casta il popolo elvetico è razzista, chiuso e gretto. Quindi va tenuto sotto stretta sorveglianza dell’élite. Altrimenti fa disastri.

Iniziativa fondamentale

L’iniziativa “per l’autodeterminazione” è un’iniziativa fondamentale per il futuro della Svizzera.

Stato autonomo, sovrano, con cittadini che decidono in casa loro? Oppure semplice marionetta dell’UE, colonia che si fa schiacciare gli ordini da funzionarietti non eletti da nessuno?

Non stiamo dunque parlando di una questione secondaria, ma di un tema centrale per il nostro paese ed i suoi abitanti. Ma su di essa si è abbattuta la censura dell’Ufficio presidenziale del Consiglio nazionale. Infatti tale Ufficio, dominato dal triciclo (che strano eh?), ha voluto assolutamente che l’iniziativa “per l’autodeterminazione” venisse trattata nella sessione estiva del Parlamento che terminerà venerdì. Questo perché rimandare il dibattito avrebbe avuto una conseguenza assai sgradevole per la casta: il rinvio della votazione popolare. E naturalmente la partitocrazia non vuole che si parli di autodeterminazione e di giudici stranieri in prossimità delle elezioni federali (autunno 2019). Perché sa benissimo come andrebbe a finire.

Tenere a mente

Morale: per prendere a pesci in faccia l’iniziativa ed i suoi sostenitori, l’ufficio presidenziale del Consiglio nazionale ha deciso di infognare il dibattito lunedì in seduta notturna(dalle 19 via). Sperando così di ridurre il numero degli interventi. Neanche si trattasse di discutere sull’ultima delle quisquilie.

Ecco il rispetto del triciclo per i cittadini, per i diritti popolari e per il futuro del paese. In vista delle prossime elezioni, ricordarsi anche di questo.

Lorenzo Quadri

Il “triciclo” PLR-PPD-P$ fa un altro regalo agli islamisti

In Consiglio nazionale la partitocrazia approva i finanziamenti esteri alle moschee

Ennesima cappellata del triciclo PLR-PPD-P$$ che nell’ultima sessione del Consiglio nazionale è riuscito a respingere di misura, per 95 voti a 91 e 7 astensioni, una mozione (del deputato Udc vallesano Jean-Luc Addor) che chiedeva di vietare alle moschee di ricevere finanziamenti da Stati sospettati di appoggiare il terrorismo e/o che non garantiscono i diritti umani.

Tutti gli esperti di islamismo concordano sul fatto che una misura efficace – forse la più efficace – per combatterlo consiste nel chiudere i rubinetti dei finanziamenti stranieri a moschee e centri culturali islamici. Tali finanziamenti provengono infatti da Stati o organizzazioni che pagano per promuovere la diffusione dell’estremismo e della jihad nel nostro Paese. Però la maggioranza della partitocrazia non ne vuole sapere di intervenire: l’è tüt a posct!

Altro che cianciare di “non discriminazione”

Ancora meno ne vuole sapere, ça va sans dire, la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga. La quale continua a cianciare di “non discriminazione”. Brava kompagna Simonetta, avanti così. Continua a trattare gli islamisti come se fossero gente pacifica intenzionata ad integrarsi, mentre è proprio il contrario. Quando anche la Svizzera comincerà ad essere insanguinata dagli attentati dei terroristi islamici – ed è solo questione di tempo – ai parenti delle vittime, a orfani/e, vedove/i, ai genitori che hanno perso i figli, eccetera, andrai a raccontare che non hai fatto un tubo per combattere l’islamismo perché la priorità non è la sicurezza della Svizzera e di chi ci vive (svizzeri o stranieri che siano)! No! La priorità è “non discriminare” gli estremisti islamici! Perché “bisogna aprirsi”!

Tra l’altro, spesso e volentieri le vittime dei terroristi islamici sono proprio i musulmani moderati o non osservanti e desiderosi di integrarsi e di vivere come occidentali, a cui i jihadisti vogliono far scontare il “tradimento”.

La ministra del “devono entrare tutti” ed il suo partito spalancatore di frontiere ed islamofilo non hanno ancora capito, o forse non sono in grado di capire, che la sicurezza del paese non riguarda solo i beceri populisti e razzisti. Riguarda tutte le persone che ci vivono onestamente, indipendentemente dalla nazionalità.

Assistenza facile

Inutile dire che la kompagna Sommaruga e gli isterici ed intolleranti soldatini del fallimentare multikulti fremono d’orrore alla sola idea di dare un giro di vite all’ “assistenza facile” ai migranti economici. Quella che permette agli islamisti di vivere con i soldi del solito sfigato contribuente. Così da avere, grazie a questo “reddito di cittadinanza”, tutto il proprio tempo a disposizione per radicalizzare seguaci. Un esempio tra i tanti: il famoso imam (?) predicatore d’odio di Bienne. Quello che invocava la distruzione di ebrei, cristiani, induisti, russi e sciiti. Per la cronaca, costui nel corso degli anni è riuscito a stuccare allo stato sociale svizzerotto ben 600mila franchetti, e scusate se sono pochi. Quanti anni deve lavorare un ticinese medio per guadagnarli?

Non fanno un tubo

La triste realtà è che i camerieri di bernesi di Bruxelles non stanno facendo nulla per combattere il dilagare dell’islamismo in Svizzera. Come da collaudata tradizione, si limitano a riempirsi la bocca con gli “stiamo facendo”, pensando così di far fesso il popolazzo. Il tanto decantato piano anti-radicalizzazione è il consueto, stucchevole esercizio-alibi che consiste nello scaricare compiti sui Comuni e sui Cantoni, nell’illusione di lavarsi la coscienza. Il tutto, naturalmente senza metterci un ghello. Perché i soldi servono a mantenere i finti rifugiati. Tra i quali, ma guarda un po’, abbondano gli estremisti islamici. Non a caso è notizia recente che si sono moltiplicati i dossier di migranti economici esaminati dai servizi d’informazione, e sono triplicati gli asilanti che l’ “intelligence” ha raccomandato di non accogliere in quanto pericolosi.

A proposito di soldi: gli oltre tre miliardi di entrate “extra” che la Confederella si è ritrovata nei forzieri nell’anno di grazia 2017, come si pensa di utilizzarli? Regali all’UE? Prestazioni a migranti economici? Costi di Schengen?

Anche il Gigi di Viganello è in grado di rendersi conto che non è bocciando tutte le misure che sarebbero efficaci per combattere l’islamismo e difendendo istericamente la sciagurata politica delle frontiere spalancate che si mette la Svizzera al riparto dai jihadisti. E men che meno con piani farlocchi contro la radicalizzazione, che fanno ridere i polli.

Rimane sul tavolo

In ogni caso, la questione dei finanziamenti esteri alle moschee ed ai centri culturali islamici è tutt’altro che chiusa, in barba alla deleteria decisione presa dalla maggioranza del Nazionale (grazie partitocrazia per esserti di nuovo schierata contro gli svizzeri!). Infatti, nei mesi scorsi lo stesso Consiglio nazionale ha deciso proprio il contrario, approvando una mia mozione con contenuto analogo a quella appena respinta.

Il tema dei finanziamenti alle moschee quindi rimane sul tavolo della politica; assieme a quello della totale inaffidabilità della partitocrazia quando si tratta di difendere gli interessi fondamentali del Paese (e non i propri affarucci di cadrega; perché, quando si tratta di quelli, l’impegno del triciclo è massimo).

Lorenzo Quadri

 

Segreto bancario nella Costituzione: la Lega aveva ragione

 Peccato che nel frattempo la maggior parte dei buoi sia ormai uscita dalla stalla

 

La scorsa settimana il Consiglio nazionale ha ribadito, a maggioranza, il proprio sostegno all’iniziativa ”Per la protezione della sfera privata”, e quindi all’inserimento del segreto bancario degli svizzeri nella Costituzione. La Camera del Popolo ha infatti detto “Sì” sia all’iniziativa che al controprogetto, che va nella stessa direzione, con 81 voti favorevoli, 39 contrari e 68 astenuti. Il Consiglio degli Stati aveva invece respinto entrambi.

Già otto anni fa…

La decisione del Nazionale è senz’altro positiva. Prendendola, i deputati hanno di fatto ammesso che la Lega aveva ragione. Eh già: nel 2009 la Lega lanciò un’iniziativa popolare per l’inserimento del segreto bancario in generale nella Costituzione, ritenendo insufficiente la tutela nella sola legge. Questo perché già allora si sospettava che il Consiglio federale, confrontato con le pressioni degli eurofalliti, avrebbe calato le braghe. Con danno enorme per la piazza finanziaria svizzera in generale e ticinese in particolare. La realtà si è poi dimostrata peggiore delle più pessimistiche previsioni. Per questo possiamo evidentemente ringraziare l’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf, marionetta dei kompagni (atteggiamento mantenuto anche dopo l’uscita dal governo) che ha svenduto il segreto bancario dei clienti esteri senza alcuna contropartita. E come noto ha tentato di smantellare pure quello degli svizzeri: i padroni UE, abituati a comandare in casa nostra perché i loro camerieri in Consiglio federale glielo lasciano fare, potrebbero infatti avere qualcosa da dire anche a tal proposito. Il proditorio tentativo dell’ex ministra è andato a vuoto. Ma è chiaro che ne seguiranno altri. Ed infatti c’è già chi tenta di sdoganare la fine del segreto bancario anche per i residenti blaterando di “standard internazionali”.

Sfera privata

E’ bene ribadire che la tutela della sfera privata, di cui fa parte anche la sfera privata finanziaria, è una delle grandi conquiste della democrazia. La privacy finanziaria sancisce il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato. E’ un valore tipicamente elvetico. Niente di strano, dunque, che a volerlo spazzare via siano i soliti rottamatori della Svizzera (quelli che “la Svizzera non esiste”). Sta di fatto che nel nostro paese il tasso di evasione fiscale è nettamente più basso che nell’UE. Per contro, lo “Stato ficcanaso” stimola gli evasori.

Iniziativa – Xerox

La maggioranza del Nazionale, stabilendo che il segreto bancario dei residenti deve essere inserito nella Costituzione, ha dunque dato ragione alla Lega, che sosteneva questa posizione già otto anni fa.  Meglio tardi che mai. Magra consolazione, però. Se le maggioranze odierne fossero scese dal pero in tempo utile, magari la piazza finanziaria sarebbe messa meglio; soprattutto in Ticino. Invece, nel 2009 c’erano anche i partiti cosiddetti borghesi a sfottere l’iniziativa leghista.  A dire che il segreto bancario era già “sufficientemente garantito”. Evidentemente perché l’iniziativa veniva dalla parte sbagliata. Poi, la giravolta: contrordine compagni! Serve la tutela costituzionale! Ed ecco servita l’iniziativa-Xerox, fotocopiata dalle proposte dell’odiato Movimento. Peccato che nel frattempo i buoi siano scappati dalla stalla al gran galoppo.

Fregature italiche

Nel frattempo, si avvicina a grandi passi il 2018. Data in cui, a seguito della fine del segreto bancario per i clienti esteri, le banche elvetiche saranno tenute a fornire informazioni a go-go alle autorità fiscali di un gran numero di paesi. In prima linea proprio l’Italia. La quale però, ma tu guarda i casi della vita, non si sogna, nemmeno lontanamente, di fare la propria parte a proposito dell’accesso degli operatori finanziari svizzeri alla piazza finanziaria tricolore. Accesso previsto dalla road map, Ma a Roma se ne impipano; tanto gli svizzerotti si fanno sempre fregare, come ha ben dimostrato “Leider” Ammann durante l’ultima gita enogastronomica a Roma, riuscendo nella titanica impresa di farsi infinocchiare addirittura da tale ministro Carlo Calenda (Calenda chi?).

Fatto sta che il governo italiano ha stabilito tramite decreto governativo che se le banche svizzere vogliono lavorare oltreramina devono aprire una succursale in loco. Il che significa: spostare anche il personale nel Belpaese. Le conseguenze sono evidenti: ulteriore perdita massiccia di impieghi in Ticino e creazione di nuovi posti di lavoro in Italia, ovviamente a vantaggio di cittadini italici. Come se il mercato del lavoro di questo sempre meno ridente Cantone non fosse già sufficientemente devastato dall’invasione da sud. Ma per il consiglio federale, naturalmente, l’è tüt a posct.

E in queste condizioni noi versiamo ristorni dei frontalieri e ci apprestiamo a consegnare dati bancari? Forse siamo davvero affetti dalla sindrome di Tafazzi. Solo che, invece di martellarci i gioielli di famiglia con una bottiglia, utilizziamo una mazza chiodata medievale.

Lorenzo Quadri

Tra una pippa mentale e l’altra, l’immigrazione esplode

Giustamente asfaltata al Nazionale l’iniziativa del Vicolo cieco. Ma il problema resta

 

Il Consiglio nazionale, come c’era da sperare (ma non si sa mai…) ha asfaltato la famigerata iniziativa del vicolo cieco, detta anche RASA. Si tratta dell’iniziativa lanciata all’indomani del “maledetto voto” del 9 febbraio con l’intenzione di cancellarlo. Un’iniziativa scandalosa ed antisvizzera che non ha (per fortuna) precedenti (e speriamo che non avrà neppure emuli). Un’iniziativa della casta e degli intellettualini di regime: basta vedere la composizione del comitato promotore. Un’iniziativa finanziata da un miliardario residente negli USA; che evidentemente con i problemi della Svizzera (e del Ticino che ha plebiscitato il “maledetto voto”) in regime di devastante libera circolazione non ha nulla a che vedere. In nessun modo li vive sulla propria pelle.  Un’iniziativa dell’élite spalancatrice di frontiere contro il popolo becero che osa votare “sbagliato”. Un’iniziativa dell’establishment, che aborre i diritti popolari ma non ha remore nello sfruttarli in modo perverso, per cancellare l’esito delle votazioni sgradite.

Un comitato a sostegno di questa iniziativa è stato creato anche in Ticino, capeggiato da un certo avvocato luganese; quello che si è fatto beccare con le mani nella marmellata mentre distribuiva nottetempo falsi giornali; quello dei Consiglieri di Stato che sarebbero dei “pagliacci”; eccetera eccetera.

Inutile dire che il numero di firme raccolto nel nostro Cantone è stato ridicolo.

Non servono le firme

L’iniziativa è stata respinta dal Consiglio nazionale a larga maggioranza. Ci sarebbe mancato altro, visto che essa è diventata inutile. Infatti  in quel venerdì nero della democrazia in Svizzera, ossia il 16 dicembre 2016, il triciclo PLR-PPD-P$$ alle Camere federali ha rottamato il maledetto voto del 9 febbraio. Si è così scoperto che per prendere a schiaffi i cittadini non c’è bisogno di raccogliere le firme: basta la partitocrazia iscariota. Stupisce quindi che i promotori dell’iniziativa del vicolo cieco non l’abbiano ritirata. Avrebbero fatto meglio a farlo. Se infatti l’iniziativa, come c’è da sperare, verrà asfaltata in votazione popolare, ciò equivarrà ad una riconferma del 9 febbraio.  Quindi, ad una bocciatura popolare del compromesso-ciofeca ufficialmente denominato, con un’epica faccia di tolla, “preferenza indigena light”. Malgrado con la preferenza indigena non abbia nulla a che vedere.

Controprogetti?

Vale anche la pena ricordare che il Consiglio federale inizialmente pensava di proporre un controprogetto diretto all’iniziativa RASA. Ma bravi, standing ovation per i camerieri dell’UE: invece di respingere al mittente un’iniziativa sconcia, erano disposti ad inventarsi i controprogetti pur di tenerla buona. Per l’iniziativa per salvare il segreto bancario degli svizzeri, invece, di controprogetti i sette scienziati non ne volevano: quello esistente lo ha elaborato  il parlamento. Idem per No Billag.

Controprogetti di matrice ro$$overde a RASA sono stati però presentati in Consiglio nazionale. Obiettivo: inserire di straforo nella Costituzione a) la libera circolazione (vergogna!) e b) la preminenza del diritto internazionale su quello costituzionale svizzero (doppia vergogna!). Queste proposte aberranti sono per fortuna state spazzate via dalla maggioranza dei deputati.

Il problema resta

Intanto però che i politicanti si fanno le pippe mentali sull’iniziava della casta, il problema dell’immigrazione incontrollata resta di prepotente e drammatica attualità.

I camerieri dell’UE continuano a reiterare la fregnaccia che senza la libera circolazione incontrollata la Svizzera non disporrebbe della forza lavoro di cui ha bisogno. Balle solenni! La libera circolazione senza limiti è in vigore dal 2004. Forse che prima l’economia elvetica non disponeva delle risorse estere che le servivano? Non prendiamo la gente per scema. Semplicemente, prima dei bilaterali il nostro paese poteva scegliere di far entrare gli immigrati di cui aveva bisogno. Adesso invece “devono entrare tutti”.

Esigenze dell’economia?

Ed inoltre, alla faccia delle “esigenze dell’economia”, la metà degli 800mila stranieri arrivati nel nostro Paese a seguito  della libera circolazione mica lavora! In compenso, provoca costi infrastrutturali, consuma servizi, intasa le strade, fa salire i prezzi degli alloggi, eccetera. Senza contare che nel 2015 gli immigrati hanno versato nelle casse della disoccupazione il 20% in meno di quanto hanno attinto. Da notare che questo dato figura sul rapporto del Consiglio federale sui 15 anni di Bilaterali. Che è un documento di propaganda pro-frontiere spalancate. Sullo stesso rapporto si dice pure che il 70% dei migranti proviene da paesi dove le paghe sono ben inferiori alle nostre. Quindi, si tratta di manodopera estera a basso costo, che mette sotto pressione i salari in Svizzera. E ancora: il  tasso di disoccupazione degli europei del sud presenti in Svizzera è del 9%; quello degli europei dell’est, del 12.4%. Contro una media nazionale del 3.7%.

E non stiamo a tirar fuori per l’ennesima volta l’invasione di frontalieri in Ticino con conseguente soppiantamento e dumping salariale.

Ma di tutto questo, è chiaro, l’élite spalancatrice di frontiere, i professorini, gli intellettualini  ed i miliardari residenti negli USA che stanno dietro l’iniziativa del vicolo cieco mica si preoccupano. Loro vogliono solo spalancare le frontiere e distruggere quel poco che resta della Svizzera: “devono entrare tutti!”.

Lorenzo Quadri

 

 

Iniziativa del Vicolo Cieco: è ora di asfaltarla

Il Consiglio nazionale ne discuterà la prossima settimana: se ne sentiranno delle belle

La prossima settimana il Consiglio nazionale si esprimerà sull’iniziativa del Vicolo cieco. Trattasi dell’iniziativa lanciata praticamente il giorno dopo il “maledetto voto” del 9 febbraio (2014) con l’obiettivo di cancellarlo.

A promuovere una simile sconcezza sono, come noto, esponenti dell’élite spalancatrice di frontiere con i piedi bene al caldo. Gauche caviar, intellettualini, artistucoli. Le stesse cerchie, ma guarda un po’, che si oppongono istericamente all’insegnamento della civica nelle scuole. Chissà come mai? Forse perché il loro senso civico consiste nel rifiutare con stizza l’esito delle votazioni popolari che non condividono, tentando di far rifare le consultazioni?

La maggioranza della Commissione delle istituzioni politiche del CN, che ha esaminato l’iniziativa del vicolo cieco, propone di respingerla senza controprogetto. E ci mancherebbe altro. Tanto più che all’atto pratico è diventata del tutto inutile. A rottamare il “maledetto voto” ha già provveduto la partitocrazia PLR-PPD-P$. Il triciclo “iscariota” nel dicembre del 2016 ha stuprato la Costituzione federale e la volontà popolare. Ha trasformato un articolo costituzionale che prevede la preferenza indigena ed i contingenti all’immigrazione in un compromesso-ciofeca sull’annuncio agli URC dei posti di lavoro vacanti. Una sciocchezzuola che non limiterà per nulla l’immigrazione; e che, invece di sostenere l’occupazione dei residenti, finirà col favorire i frontalieri. Questo perché i senza lavoro ticinesi di lunga durata, che sono caduti in assistenza, spesso non sono più iscritti agli Uffici regionali di collocamento. Mentre i frontalieri potranno iscriversi in massa. Perfino il Consiglio di Stato ticinese si è accorto che il compromesso-ciofeca non vale una sverza. L’ha anche comunicato pubblicamente.

A proposito: non si sono più avute informazioni sul tentativo degli eurobalivi di scaricare i costi della disoccupazione dal paese di domicilio (situazione attuale) a quello in cui lavorano. Le conseguenze per la Svizzera e per il Ticino si possono facilmente immaginare.

Che senso ha?

Essendo stato il maledetto voto già stato rottamato dalla partitocrazia, c’è da chiedersi che senso abbia mettersi ancora a discutere sulla sconcia iniziativa del vicolo cieco. Va premesso che anche in questo caso, come già accaduto con l’iniziativa No Billag, il parlamento decide solo la raccomandazione di voto all’indirizzo dei cittadini. Di conseguenza, quanto decide conta come il due di briscola.

Nessun partito è così sconsiderato da dire sì all’iniziativa. Pretendere di cancellare le votazioni popolari praticamente all’indomani della chiusura delle urne è quanto di più assurdamente antisvizzero si possa immaginare. Però la cricca ro$$overde spalancatrice di frontiere, quella con l’adesione all’UE nel programma politico, propone un controprogetto. Anzi, ne propone due. Con quale obiettivo? Inserire nella Costituzione gli accordi internazionali – segnatamente la devastante libera circolazione delle persone. Una vera bestialità. In questo modo si statuirebbe anche la preminenza del diritto internazionale su quello costituzionale. Il sogno dei camerieri dell’UE!

L’unico controprogetto sensato

E’ dunque evidente che non solo l’iniziativa del vicolo cieco va spazzata via come merita, ma anche queste controproposte. E’ il colmo: il popolo sovrano vota per la limitazione dell’immigrazione ed invece si trova la libera circolazione senza limiti nella Costituzione?

Oltre a quella ro$$overde c’è però anche un’altra proposta di controprogetto, che viene dall’UDC. Essa chiede di applicare in modo credibile l’articolo 121 a. Quindi proprio il contrario di quel che vuole l’iniziativa del Vicolo Cieco.

Ora, in genere un controprogetto ad un’iniziativa popolare va nel senso dell’iniziativa. Questo va invece proprio della direzione opposta. Una provocazione, una presa in giro? Forse. E allora? Chi lancia iniziative del genere – che costituiscono un insulto alla maggioranza degli svizzeri e al 70% dei ticinesi – non merita altro.

Lorenzo Quadri

La tassa per frontalieri al vaglio del Consiglio nazionale

Settimana prossima la Camera bassa dovrebbe esprimersi sulla mozione di Lorenzo Quadri

 

La prossima settimana, all’ordine del giorno del Consiglio nazionale ci sarà la mozione del deputato leghista Lorenzo Quadri che chiede al Consiglio federale l’introduzione di una tassa d’entrata per i frontalieri.

Quadri, di cosa si tratta?

La mozione, come suggerisce il titolo, propone di introdurre una nuova tassa apposita per i frontalieri. L’idea è stata lanciata dal professor Reiner Eichenberger, dell’Università di Friburgo. Il quale ritiene che questa tassa sia fattibile e giustificata. Con l’obiettivo di tutelare il mercato del lavoro indigeno e compensare i costi generati dai frontalieri. Ora, se un docente universitario, che ha una reputazione accademica da difendere, sostiene che introdurre questo genere di tassa “sa pò”, c’è ragione di credere che sia così e che non si tratti di una semplice boutade.

Cosa ne pensa il Consiglio federale della sua mozione, e quindi della proposta Eichenberger?

Naturalmente è contrario. Peraltro senza fornire alcuna spiegazione. Si limita a ripetere il solito stantìo ritornello della “disparità di trattamento”. Sembra però che questo problema ce lo poniamo solo noi svizzerotti. Una delle concause dell’invasione di frontalieri è il differenziale tra il costo della vita in Ticino ed in Italia. Lo sappiamo tutti: un frontaliere può permettersi di vivere bene con una paga che nel nostro Cantone non basta nemmeno lontanamente ad arrivare a fine mese. Per usare i termini del politikamente korretto: le pari opportunità non sono per nulla date. I ticinesi sono discriminati in casa propria. E la partitocrazia cameriera dell’UE rifiuta di rimediare tramite preferenza indigena. La tassa d’accesso per frontalieri potrebbe calmierare parzialmente questa discriminazione dei residenti. E comunque: si trattasse anche solo di 500 Fr all’anno per frontaliere, avremmo un’entrata di 33 milioni di Fr annui, da investire per promuovere l’occupazione dei ticinesi.

Il Consiglio federale come risponde a queste osservazioni?

Non risponde proprio. Anzi, per l’ennesima volta dimostra un’inquietante ignoranza della situazione ticinese. Nella sua presa di posizione sulla mia mozione, non solo torna a remenarla con l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri con l’Italia, che non verrà mai concluso, ma addirittura tenta di spacciare per soluzione la modifica di legge che consentirà ai frontalieri di far valere le stesse deduzioni fiscali dei residenti. Un’autentica bestialità: una riforma del genere  va nel senso esattamente opposto alla mozione. Infatti provocherà al Ticino una perdita di gettito fiscale ed un aumento importante delle spese amministrative. Più costi per meno entrate! E questa per il Consiglio federale sarebbe una soluzione? Ma ci sono o ci fanno?

La particolare situazione del Ticino non merita delle soluzioni “personalizzate”?

In questi giorni abbiamo sentito parlare fino alla nausea delle particolarità regionali. A proposito dell’iniziativa No Billag, ad esempio, invocando il fatto che il Ticino riceve una quota superiore di canone rispetto a quella che paga. Oppure sulla questione della presunta necessità di eleggere un ticinese  in Consiglio federale. Ma solo uno del partito “giusto” e con le idee “giuste”. Che non sono quelle della maggioranza dei ticinesi. Tuttavia le specificità regionali vengono invocate solo quando fa comodo. Se infatti si tratta di tenerne conto in questioni che sono ben più importanti della SSR, ad esempio lo sfascio del mercato del lavoro ticinese a causa della libera circolazione delle persone, ecco che improvvisamente di “solidarietà regionale” e di soluzioni ad hoc non si parla più. Chiaro: la priorità è ubbidire ai padroni di Bruxelles.

Qual è la sua previsione sull’esito della votazione in Consiglio nazionale sulla sua mozione?

Non mi faccio evidentemente illusioni. La mozione verrà respinta. Tuttavia, alcuni colleghi non ticinesi e non appartenenti al “mio” gruppo, mi hanno manifestato il loro interesse per il tema, suggerendo di presentare un postulato. Ovvero un atto parlamentare che chiede al Consiglio federale di presentare un rapporto su un determinato argomento, in questo caso sull’introduzione della tassa per i frontalieri. Un suggerimento che penso di seguire. Tanto più che il CF ha respinto la mozione senza manifestamente svolgere alcun approfondimento.

MDD

Nuovo regalo ai finti rifugiati: “devono restare tutti”!

Consiglio nazionale, nuova cappellata della partitocrazia: ecco la “persona protetta”

Da quale guerra scappano i 4000 rifugiati europei (sic!) che si trovano in Svizzera con lo statuto di “ammessi provvisoriamente”?

E ti pareva! La partitocrazia multikulti e spalancatrice di frontiere ha pensato bene di aumentare ulteriormente l’attrattività della Svizzera per i finti rifugiati.

Ecco l’ultima geniale pensata bernese del triciclo PLR-PPD-P$$ (quello che in Ticino elimina il casellario giudiziale, per intenderci): inventarsi un nuovo statuto per i rifugiati di lunga durata: quello di “persona protetta” con diritto di rimanere in Svizzera senza limiti di tempo. Il Consiglio nazionale ha infatti approvato nella sua ultima sessione una mozione in questo senso con 113 voti favorevoli, 63 contrari (sostanzialmente Udc e Lega) e 8 astenuti.

Qui qualcuno è fuori come un terrazzino.

 “Come vanno le cose”

Il punto di partenza per l’ennesima cappellata federale è la questione degli asilanti ammessi provvisoriamente. Chi arriva in Svizzera in quanto non “minacciato individualmente” ma non può essere rimandato indietro perché il suo paese è in guerra o per altri motivi (?), riceve lo statuto di ammesso provvisoriamente. Ma quell’avverbio, “provvisoriamente”, è una presa per i fondelli.

Come ha riconosciuto a più riprese perfino la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, l’ammissione provvisoria, alla faccia della definizione, è in realtà – spesso e volentieri – permanente: “gli asilanti magari si sposano in Svizzera, fondano una famiglia, e si sa come vanno queste cose”. Certo, si sa benissimo come vanno queste cose: restano tutti qui, mantenuti dal contribuente, dal momento che l’80% dei sedicenti profughi è a carico dell’assistenza.

4000 rifugiati europei

Dalle cifre delle persone ammesse provvisoriamente emerge inoltre un “problemino”: su un totale di 37mila i siriani (che perlomeno scappano da una guerra) sono circa 6000. Gli eritrei, per contro, sono 8000. In più ci sono – udite udite – 4000 europei. Ora, ci piacerebbe proprio sapere da quale guerra scappano gli 8000 eritrei ed i 4000 europei ammessi provvisoriamente come profughi! E ci piacerebbe anche sapere quanti di questi 8000 eritrei, e dei 4000 asilanti europei (!), tornano a trascorrere le ferie al paesello perché “lì è più bello”.

Ah già: è impossibile saperlo: in effetti, basta che vadano in treno fino al primo aeroporto estero e si imbarchino da lì, e gli svizzerotti non si accorgono di niente. Ma sa pò?

Rimpatrio, altro che integrazione!

E’ palese che l’ammissione provvisoria deve tornare ad essere tale. Ovvero: una volta finita la guerra nei paesi di provenienza, gli ammessi provvisoriamente devono tornare a casa loro. Invece, la partitocrazia in Consiglio nazionale fa proprio il contrario. Invece di correggere le distorsioni, le istituzionalizza inventandosi un nuovo statuto: quello della “persona protetta” senza limite di tempo. E visto che queste persone protette sono nella stragrande maggioranza dei casi (80%) in assistenza (vedi sopra), ecco che ci si inventa che esse vanno sostenute nella ricerca di un impiego.

Geniale! Gli svizzeri – ed i ticinesi in particolare – non hanno lavoro “grazie” alla fallimentare libera circolazione; ed adesso bisognerebbe “integrare” nel mercato del lavoro i finti rifugiati? “Prima gli asilanti”? Eh no $ignori, non ci si siamo proprio! Nel mercato del lavoro elvetico si integrano gli svizzeri (Prima i nostri!). Gli asilanti invece non vanno integrati; vanno rimpatriati.

Persona protetta

La maggioranza PLR-PPD-P$$ e partitucoli di contorno, creando un nuovo “diritto a restare” per presunti profughi, evidentemente accresce l’attrattività della Svizzera per i finti rifugiati con lo Smartphone. E’ infatti chiaro che si alimenterà in essi la speranza (nel caso in cui gli Stati dovessero seguire il Nazionale) di poter accedere al nuovo bislacco statuto. E quindi di rimanere in Svizzera come “persona protetta” senza limite di tempo. Non solo “devono entrare tutti”, ma devono anche restare tutti!

Promesse al Belpaese

Il giorno prima della decisione del Nazionale, la kompagna Simonetta era nel Belpaese. A pretendere la firma degli accordi sulla fiscalità dei frontalieri dopo la calata di braghe della maggioranza del CdS sul casellario? No: a slinguazzare la Penisola per gli sforzi fatti nell’ambito dei finti rifugiati “che vengono tutti (?) registrati ed alloggiati”. E, soprattutto, a  promettere al ministro degli Interni italico, Domenico Luca detto Marco (sic!) Minniti (triplo nome e triplo pelo sullo stomaco) che gli svizzerotti si faranno carico di sempre più rifugiati che, in base agli accordi internazionali vigenti, spettano al Belpaese. Naturalmente il tutto su base volontaria.

Ohibò, e chi  paga il conto? Oltretutto, tali promesse vengono fatte quando le inchieste in corso a Como confermano il legame tra immigrazione clandestina ed Isis. Contemporaneamente, in consiglio nazionale, gli spalancatori di frontiere si inventano i nuovi statuti per far rimanere definitivamente in Svizzera i migranti ammessi in via provvisoria. E per promuoverne l’inserimento nel mondo del lavoro a scapito dei cittadini elvetici.

Grazie partitocrazia! Svizzera sempre più paese del Bengodi per migranti economici! Il tutto a spese della nostra sicurezza e delle nostre casse pubbliche.

Lorenzo Quadri

Smantellamenti postali: nessun motivo di soddisfazione

Altro che “mezzo successo”, la resa dei conti sull’altra metà è solo rinviata

 

In Ticino a proposito di smantellamenti di uffici postali c’è poco da stare allegri! Altro che successo a metà perché la sopravvivenza di 48 uffici postali è “da verificare” (traduzione: verranno chiusi) mentre 61 sarebbero “garantiti”. Gli uffici in questione sono infatti “garantiti” solo fino al 2020. E il 2020, nel caso qualcuno non se ne fosse accorto, non si situa in un indefinito futuro. E’ dietro l’angolo. Sicché, ha ragione il sindacato Transfair quando dice che, dopo il 2020, ossia tra meno di tre anni, ricomincerà tutta l’attuale trafila; e addio uffici garantiti.

Il gioco delle tre carte

Del resto, la dirigenza postale è solita prodursi nel gioco delle tre carte. A trattare con i Cantoni non ci va la mega direttrice Susanne Ruoff pagata un milione all’anno. La signora manda dei quadri intermedi. I quali possono comunque sempre chiamarsi fuori, dicendo che le decisioni sono prese da altri. Un giochetto che è molto gettonato anche a livello di consiglio di amministrazione della Posta: “sum mia mì che decidi, a podi fa nagott”. Chi decide non va a trattare e a trattare (per finta) manda chi non decide. Questo tanto per chiarire cosa intende la Posta per “dialogo” con Cantoni e Comuni.

La Doris sta con Ruoff

Nella sessione delle Camere federali appena conclusa, il Consiglio nazionale ha approvato una mozione che mira ad ostacolare gli smantellamenti di uffici postali, ponendo regole più severe per quel che riguarda il criterio della raggiungibilità da parte dell’utenza. L’approvazione è avvenuta contro il parere della ministra dei trasporti, la Doris uregiatta, che si è sempre schierata a difesa delle scelte del gigante giallo. Argomento principe utilizzato in parlamento dalla Doris: “il servizio postale della Svizzera è il migliore d’Europa, a sentire la discussione odierna si direbbe che sia il peggiore”.

A parte che bisognerebbe vedere come vengono svolti certi confronti (tramite qualche statistica farlocca in  stile SECO?), essere il miglior servizio postale d’Europa non è poi motivo di gran vanto, visto come funzionano le poste nei paesi a noi vicini. Inoltre: adesso il servizio postale svizzero sarà forse il migliore d’Europa. Come si posizionerà dopo gli smantellamenti stabiliti dalla Posta – se questi verranno messi a segno secondo gli intendimenti del “magic duo” Ruoff&Doris – è ancora da vedere.

Argomenti evanescenti

Altro argomento Leuthardesco per lasciar fare i propri comodi all’ex gigante giallo: se si impedisce alla Posta di chiudere tutti gli uffici che vuole chiudere, ciò genererebbe un “aumento dei costi”. Ohibò: risulta che la Posta (comunicato ufficiale di qualche settimana fa) nel primo semestre del 2017 abbia conseguito un utile del gruppo pari a 267 milioni di franchi, ossia 75 milioni in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Quindi i soldi ci sono; c’è poco da piangere miseria.

Ci si lamenta quando una ditta privata licenzia per salvare il salvabile. Qui abbiamo invece un’azienda pubblica, interamente di proprietà della Confederella, che taglia alla grande – a scapito in prima linea delle solite regioni periferiche tra cui il Ticino – mentre gli utili aumentano. E la Doris uregiatta tenta di opporsi agli interventi parlamentari mirati a frenare gli smantellamenti postali menandola con i “costi”? Ciò non fa che corroborare quanto già scritto su queste colonne, ossia che il Consiglio federale approva le scellerate iniziative della Susanna “un milione all’anno” Ruoff perché vuole la mucca gialla da mungere. In altre parole, grazie agli utili della Posta ogni anno il governo si incassa un bel po’ di soldoni da spendere a piacimento, senza chiedere niente a nessuno.

Alquanto evanescenti anche altre argomentazioni del tipo “la Posta non chiude uffici senza offrire alternative”. Peccato che nel caso concreto l’alternativa sia più o meno l’equivalente di: vi ritiriamo le automobili e in cambio vi diamo dei cavalli.

Posti di lavoro

Gli smantellamenti postali pongono ovviamente anche dei problemi occupazionali non di poco conto. Infatti i posti di lavoro destinati alla sparizione sono remunerati dignitosamente, e spesso sono occupati da svizzeri (che magari lavorano da decenni per la Posta). Queste opportunità d’impiego verranno a mancare non solo per il presente, ma anche per il futuro. E nelle agenzie postali la musica (ovvero le condizioni di lavoro) sono ben diverse.

Forse la signora megadirettrice postale da un milione all’anno non si rende conto che non sta tagliando “solo” un servizio pubblico e tanti posti di posti di lavoro, ma sta smantellando quello che una volta era un simbolo e una ragione d’orgoglio per la Svizzera.

Lorenzo Quadri

 

 

Berna: il Mobility Pricing avviato alla rottamazione?

Martedì la Commissione dei trasporti del Nazione potrebbe decretarne l’affossamento

In ogni caso: in Ticino di questi “esperimenti” non vogliamo nemmeno sentire parlare

Il Mobility Pricing arranca. Per Mobility Pricing si indica quel progetto che vorrebbe penalizzare, andando ad incidere come al solito sul portafoglio, chi si sposta negli orari di punta. Nel mirino ci sono in prima linea i soliti sfigati automobilisti, tartassati e criminalizzati. O, per essere più precisi, criminalizzati per avere la giustificazione morale (?) ai salassi. Ma poi potrebbe anche essere il turno degli utenti dei mezzi pubblici.

Nessun volontario

L’obiettivo del progetto di  Mobility Pricing – parto bernese del Dipartimento Leuthard (PPD) – sarebbe quello di fluidificare il traffico. Tuttavia, per l’ennesima boiata prodotta dai burocrati federali, le prospettive si fanno fosche. Il tema sarà trattato dalla Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale il 22  marzo. Gli uccellini bernesi cinguettano che in quell’occasione arriverà in Commissione una proposta che chiede l’interruzione immediata dell’esperimento. Esperimento che, peraltro, è già fallito.

In effetti, il Dipartimento Doris non ha trovato nessuna regione pronta a mettersi a disposizione come cavia per il Mobility Pricing. Perfino le agglomerazioni a maggioranza ro$$overde di Berna e Zurigo hanno risposto picche. Il che dovrebbe già chiarire a Leuthard ed ai suoi portaborse che il progetto non è in grado di ottenere un grado di accettanza minimamente decente. E quindi va cestinato.

Sulle auto elettriche?

Eppure c’è chi si arrampica sui vetri per attuarlo comunque. Swisscleantech, ad esempio, ha proposto di testare il mobility pricing sulle auto elettriche. La ricompensa sarebbe l’esenzione delle “cavie” dalla nuova tassa annuale che i titolari di veicoli elettrici dovranno sborsare a partire dal 2020: il balzello in media ammonterà a 370 Fr a vettura. Solo che le auto elettriche sono troppo poche per un test del genere, visto che sono attualmente circa 11mila in tutta la Svizzera. Sicché l’idea di utilizzarle per sperimentare è, come direbbe Fantozzi, una  c_gata pazzesca.

Ma questi goffi tentativi di salvataggio in corner ben dimostrano le finalità del Mobility Pricing. Non certo fluidificare il traffico ma, ancora una volta, penalizzare gli automobilisti. E’ significativo che politicamente sia sostenuto soltanto dai ro$$overdi e oltretutto – come ben dimostra la defezione di Berna e Zurigo – solo a patto che venga introdotto in casa d’altri.

Grande fratello?

E’ evidente che, per quel che ci riguarda, in Ticino di mobility pricing non vogliamo nemmeno sentire parlare, e questo per una serie di motivi.

Tanto per cominciare, come si fa a sapere se un’automobilista entra nell’agglomerato nell’ora di punta o in altro orario? Evidentemente le automobili verrebbero dotate di speciali vignette che rilevano gli spostamenti con i relativi orari. Ohibò, peggio del Grande Fratello! Alla faccia della privacy! E poi magari un domani nemmeno tanto lontano si farà  in modo che i dispositivi rilevino anche la velocità dei veicoli, così il solito sfigato automobilista avrà di fatto un radar sempre appicciato addosso, pronto a registrare e a segnalare alla polizia ogni minima infrazione dei limiti consentiti?

Alcune considerazioni

E poi: se il traffico non è fluido, la colpa è degli automobilisti residenti o va cercata altrove? Alcune semplici considerazioni al proposito si impongono.

  • Proliferano i fallimentari piani viari (vedi il PVP di Lugano) che vengono concepiti appositamente contro le auto. Perché è politikamente korretto mazzuolare la mobilità privata. L’obiettivo è chiaro: esasperare gli automobilisti costringendoli ad utilizzare i mezzi pubblici “per sfinimento”. Ma l’efficienza del trasporto pubblico lascia alquanto a desiderare, specie per chi vive appena fuori dall’agglomerato. Le automobili aumentano, eppure le strade vengono chiuse o ristrette, e gli assi di transito non vengono sviluppati. Per precisa scelta politica. Ai mezzi pubblici si dà la possibilità di “chiamare il verde” agli incroci e tale possibilità (del resto era scontato) viene abusata. Poi ci si meraviglia se le colonne non scorrono. La fluidità del traffico viene sabotata di proposito.
  • Se nelle ore di punta si sostituissero i semafori nei punti più caldi con i “securini”, di certo si formerebbero meno colonne. Ma non si vuole nemmeno tentare. L’operazione infatti avrebbe un costo. E per gli automobilisti non si deve spendere: al contrario, bisogna (?) mungerli per fare cassetta! Altrimenti i politikamente korretti insorgono.
  • Le automobili aumentano, ovviamente a seguito dell’aumento della popolazione. La quale cresce a causa dell’immigrazione incontrollata. E nel nostro sempre meno ridente Cantone, ma tu guarda i casi della vita, il grosso degli immigrati viene proprio da paesi in cui l’auto è considerata uno status symbol, vedi i Balcani e la vicina Penisola. Il Ticino ha il più alto tasso di automobili immatricolate. Non c’è alcun nesso con il fatto che abbia anche quasi un terzo di popolazione straniera, e che le comunità straniere più rappresentate siano quelle indicate sopra? Da notare che quanti rifiutano istericamente qualsiasi limitazione all’immigrazione (“bisogna aprirsi!”) sono poi gli stessi che vogliono il Mobility Pricing.  La rete viaria attuale non è più in grado di reggere ad un’immigrazione andata del tutto fuori controllo (saldo migratorio dalla sola UE di 80mila persone all’anno! Quando prima della votazione sui fallimentari accordi bilaterali, il Consiglio federale parlava di 10mila persone in più all’anno!).
  • Ogni giorno in Ticino entrano 65mila frontalieri uno per macchina, più svariate migliaia di padroncini. Ecco come mai le nostre strade sono infesciate e i valori delle polveri fini schizzano verso l’alto. E qui si torna al punto precedente: a volere il Mobility Pricing sono gli stessi ambienti spalancatori di frontiere che rifiutano istericamente ogni limitazione del frontalierato. E no kompagnuzzi, non ci siamo proprio! Prima si provoca l’invasione di targhe azzurre e poi si pensa di penalizzare tutti indiscriminatamente con il Mobility Pricing? Ma col piffero! Prima si screma, ma alla grande, il numero di veicoli di frontalieri presenti sul territorio. Poi semmai se ne riparla.
  • Gli orari di inizio lavoro non sono “à la carte”. Chi ha bisogno dell’auto per andare a lavorare non può scegliere di spostarsi negli orari in cui le strade sono più libere. Anche perché, se così fosse, non aspetterebbe l’imposizione dall’alto del Dipartimento Leuthard (PPD) che gli mette le mani in tasca per costringerlo a spostarsi come e quando vorrebbero la Doris ed i suoi burocrati. Uella, in tutti i palazzi governativi di ogni ordine e grado ci si sciacqua la bocca con la storiella dell’ “amministrazione al servizio del cittadino” ed invece si assiste ad un’allarmante deriva nel senso contrario: il cittadino è sempre più al servizio delle paturnie ideologiche dell’amministrazione.
  • In Ticino, ma questo lo sanno anche i paracarri, la conformazione del territorio è tale che utilizzare l’auto per recarsi al lavoro è una necessità di moltissimi.

Morale della favola: la Doris uregiatta faccia una bella cosa e “termovalorizzi” definitivamente il progetto del Mobility Pricing.

Lorenzo Quadri

SSR: le tre scimmiette sbarcano in Consiglio nazionale

Emittente di regime criticata solo a parole, ma quando si tratta di votare…

Tanto tuonò che non piovve. Alla fine il Consiglio nazionale non ha apportato  modifiche sostanziali al mandato di servizio pubblico della SSR. Una mozione di commissione che chiedeva di introdurre la competenza duale nel rilascio nella concessione  alla SSR (concessione quadro decisa dal parlamento, concessione di dettaglio definita dal Consiglio federale) è stata respinta di misura con 99 voti contrari 87 favorevoli e 4 astensioni. Un’altra mozione, che chiedeva che la competenza passasse tout-court al parlamento, è stata parimenti bocciata. E’ stata per contro approvata una mozione per l’istituzione  di un’autorità di sorveglianza indipendente, che adesso non c’è.

La SSR raccoglie una “vittoria”. E’ infatti chiaro che, se il parlamento ottenesse la competenza di fissare l’ammontare delle risorse a disposizione dell’azienda, e di conseguenza il canone, esso si dimostrerebbe meno accomodante del dipartimento Leuthard, che con l’azienda va a manina. Ciò significa che il canone verrebbe decurtato.

I contrari all’ipotesi della concessione decisa dal parlamento hanno strillato allo scandalo, al controllo della epolitica sull’azienda. Il che fa piuttosto ridere dal momento che l’azienda è già lottizzata adesso. A suscitare lo scandalo dei benpensanti non è tanto il fatto che la politica possa avere da dire nell’emittente. Lo scandalo è semmai che la parte politica che si vuole tagliare fuori, e specialmente l’odiata “destra populista”, potrebbe avere qualcosa da dire.

Chi si loda…

Fa poi piuttosto specie che il direttore della RSI kompagno Maurizio Canetta abbia dovuto scrivere un’opinione sul Corriere del Ticino per spiegare ai lettori quanto brava e bella e vicina al territorio (?) sia l’emittente da lui diretta, ciò alla luce delle risultanze di un sondaggio. Un detto dialettale recita: “chi g’ha miga vatandur, i sa vanta da par lur” (nb: non essendo torinese non posso garantire sulla correttezza  dell’ortografia in dialetto). Ma i sondaggi non sempre ci azzeccano. Anzi, ultimamente non ci azzeccano quasi mai. A contare sono i voti. E l’ultima votazione sulla RSI è quella del giugno 2015 sulla nuova legge sulla radiotelevisione. La legge è stata approvata a livello federale per una manciata di schede, mentre in Ticino è stata sonoramente bocciata. Metà della popolazione svizzera è scontenta della SSR. E a questa metà il Consiglio federale nel suo rapporto dice che “l’è tüt a posct”, il direttore della RSI si autoincensa sui giornali e la maggioranza del parlamento come dice il nome parla; ma quando si tratta di schiacciare il bottoncino di voto si allinea al coro di “Tout va bien, Madame la Marquise” (qualche politicante teme forse di non venire più invitato nei salotti televisivi?).

Alta tensione

Che in casa SSR ci sia preoccupazione per l’esito sull’iniziativa No Billag è evidente. Mai si è visto, ad esempio, che il presidente della CORSI sconfessasse pubblicamente l’emittente. Invece è proprio quello che ha fatto il Gigio Pedrazzini a proposito dell’ospitata (reiterata) del terrorista di Prima linea alla RSI. E la scelta della ministra uregiatta Doris Leuthard di disdire il mandato all’impopolarissima Billag è evidentemente un modo per migliorare l’immagine della SSR.

Argomenti fetecchia

Fa poi specie che, nella foga di magnificare l’emittente di regime, la maggioranza parlamentare e Leuthard, oltre a riempirsi la bocca con il solito ritornello della SSR che garantisce la coesione nazionale (come se la coesione nazionale fosse nata nel 1931 con la TV svizzera, quando invece esisteva già da parecchi secoli ed esisterà ancora quando la televisione non ci sarà più) abbia addirittura sostenuto che la SSR è indispensabile alla pluralità dell’informazione. Uella, è vero proprio il contrario! La SSR praticando tariffe pubblicitarie dumping – e oltretutto vuole pure crearsi la holding apposta con gli amichetti di Swisscom e Ringier – danneggia la stampa scritta, che vive di inserzioni. Quindi nuoce alla pluralità dell’informazione. Grottesco poi che si sia arrivati a giustificare 1,2 miliardi di canone estorto dalle tasche di tutti i cittadini con la libertà di stampa. Tanto per cominciare, la libertà di stampa serve a garantire, appunto, la libertà degli organi di informazioni privati – specie se non allineati! – dal controllo dello Stato. Qui invece la si usa per giustificare il processo esattamente inverso: ossia gonfiare come una rana l’emittente di regime.  Visto poi che tutti i cittadini, compresi quelli che non vogliono  o non possono guardare la televisione, sono costretti dalla nuova legge a pagare il canone, sciacquarsi la bocca con la “libertà” vuol dire prendere la gente per i fondelli.

Non serve la maggioranza

Come già scritto, le possibilità di riuscita dell’iniziativa No Billag sono esigue, per non dire nulle: ma, nel caso di un’iniziativa così estrema, a mettere nella palta la SSR basta un consenso significativo. Non c’è bisogno che sia maggioritario.

Lorenzo Quadri

 

Segreto bancario nella Costituzione: il Sì del Consiglio nazionale all’iniziativa. Almeno una decisione sensata sono riusciti a prenderla

Ohibò: la maggioranza del Consiglio nazionale almeno una decisione decente l’ha presa. Quella sull’iniziativa “per la protezione della sfera privata”. Ossia per l’inserimento del segreto bancario degli svizzeri nella Costituzione federale. La Camera del popolo ha infatti deciso di appoggiare sia l’iniziativa che il controprogetto. Controprogetto che è farina del sacco commissionale (gli scienziati del Consiglio federale proponevano di semplicemente respingere la proposta).

Gli antefatti sono noti. L’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf ha smantellato senza contropartita il segreto bancario dei clienti esteri della piazza finanziaria elvetica. In questo modo ha arrecato un danno incalcolabile all’economia ed all’occupazione in Svizzera; Ticino ovviamente compreso. Per non parlare del crollo del gettito fiscale. Ecco chi svuota le casse pubbliche: Widmer Schlumpf ed i suoi reggicoda, a partire dai kompagni. Ovviamente i paesi che attaccavano la Svizzera per il segreto bancario si sono ben guardati dal mettersi in regola: i loro “paradisi” se li tengono ben stretti. Ed anzi ci sono piazze finanziarie USA che, con una tolla senza pari, si propagandano come “la nuova Svizzera”.

A rischio

Sappiamo anche che l’ex ministra del 5%, dopo aver dichiarato che il segreto bancario per gli svizzeri “non è in discussione”, ha poi tentato di farne passare l’abolizione in Consiglio federale. L’operazione finora non è riuscita. Ma verrà senz’altro ritentata. Il tutto chiaramente nell’ottica della servile sottomissione a norme ed organismi internazionali.

A ciò si aggiunge che, proprio nella sessione appena trascorsa, il Consiglio degli Stati ha affossato la proposta di lasciare ai Cantoni l’autonomia di introdurre delle amnistie fiscali una tantum: quindi non uno scudo fiscale sul modello italiano, ma un’operazione che il contribuente vede, di fatto, una volta nella vita. Il rischio concreto è quindi quello che il segreto bancario cada senza nemmeno la possibilità di mettersi in regola. Questo per chi ha qualcosa di non dichiarato.

La criminalizzazione

Per tutti, invece, la fine della privacy finanziaria costituisce l’introduzione della cultura (o piuttosto dell’incultura) della sfiducia, del sospetto e della criminalizzazione nei rapporti tra stato e cittadino. Chi ha un conto in banca è di principio un bieco evasore fiscale, fino a prova del contrario. Un’incultura che è estranea alla tradizione elvetica: viene mutuata da realtà a noi vicine. Da notare che i kompagni, sempre in prima fila quando c’è da criminalizzare ad oltranza chi ha qualche spicciolo non dichiarato, poi difendono gli stranieri che abusano dello Stato sociale e gli immigrati clandestini. Perché questi non danneggiano le casse pubbliche, nevvero? Oppure le casse pubbliche devono essere piene proprio per poter mantenere tutti i “furbi” in arrivo dai quattro angoli del globo, perché “devono entrare tutti”?

Primo appoggio

Quello compiuto dal Consiglio nazionale è, all’atto pratico, un piccolo passo. Nel senso che 1) l’oggetto deve ancora essere discusso dal Consiglio degli Stati e 2) comunque la decisione spetta al popolo. Tuttavia è un segnale importante: il primo appoggio istituzionale al salvataggio dei rimasugli del segreto bancario tramite inserimento nella Costituzione.

Certo che “magari” ci si poteva anche svegliare un po’ prima. Perché – ad esempio – i liblab che adesso sostengono l’iniziativa “per la protezione della sfera privata”, non si sono certo stracciati le vesti per fermare i disastri di Widmer Schlumpf. Anzi, li hanno assecondati.

Xerox

Va infine ricordato che nel 2009, grazie alla lungimiranza del Nano, la Lega lanciò un’iniziativa popolare per inserire il segreto bancario nella Costituzione, che però fallì perché nessun partito nazionale fu disposto ad appoggiarla: l’allora presidente del PLR Fulvio Pelli (quello che “grazie alla libera circolazione delle persone i nostri giovani potranno lavorare a Milano”), ad esempio, sentenziava che il segreto bancario era già “sufficientemente garantito” dalle leggi. Abbiamo visto.

Adesso il popolo potrà decidere su un’iniziativa che è una brutta copia (politica Xerox) di quella della Lega, con l’obiettivo di salvare il salvabile. Non è molto, ma è meglio di un calcio nelle gengive.

Lorenzo Quadri

Salviamo almeno il segreto bancario degli svizzeri

Dopo la vergognosa calata di braghe su uno dei motori della nostra economia

La prossima settimana il Consiglio nazionale dibatterà sull’iniziativa “Sì alla protezione sfera privata”. L’iniziativa, riuscita nel 2014 con oltre 117 mila firme, chiede di inserire nella Costituzione la tutela del segreto bancario almeno per i residenti in Svizzera, tramite modifica dell’articolo 13 (protezione della sfera privata).

“Grazie” a Widmer Schlumpf

Grazie all’ex ministra del 5% Widmer Schlumpf – una marionetta della $inistra spalancatrice di frontiere – la Svizzera, attaccata a livello internazionale per il segreto bancario, ha calato immediatamente le braghe, cedendo su tutta la linea e senza ottenere nulla, o ben poco, in cambio. La maggioranza parlamentare naturalmente ha seguito, gettando scriteriatamente a mare uno dei motori economici del paese. Al punto che ancora in questa sessione parlamentare si voteranno accordi sullo scambio di informazioni bancarie con stati campioni di corruzione come il Brasile. Perché sicuramente ci sono tanti svizzeri che hanno dei conti in banca in Brasile, nevvero? Di certo l’erario elvetico incasserà milioni da questo accordo, come no…

Gli altri non si adeguano

Intanto, come sappiamo, mentre gli svizzerotti sono corsi ad adeguarsi alle nuove pretese in materia di scambi di informazioni bancarie, altri si sono ben guardati dal farlo. A partire dagli accusatori del nostro paese. Addirittura ci sono piazze finanziarie USA che, con incredibile faccia di tolla, si pubblicizzano come “la nuova Svizzera”. La quale ha raschiato il fondo del barile accettando, sempre grazie all’ex ministra del 5%, il Diktat Fatca, con cui gli Stati Uniti sono venuti a dettar legge in casa nostra.

In tempo di record si è così distrutto un sistema che garantiva benessere al paese e a decine di migliaia di famiglie svizzere. E senza alcuna contropartita. Le conseguenze saranno pesantissime anche per il Ticino, in termini di occupazione, di potere d’acquisto, di gettito fiscale.

Il prossimo passo

Spazzato via il segreto bancario per i clienti esteri della piazza finanziaria, il prossimo passo è quello di cancellarlo anche per i residenti. Si ricorderà che Widmer Schlumpf aveva assicurato che il segreto bancario “degli svizzeri” non era in discussione. Poi, nel giro di poche settimane, ha portato in Consiglio federale un progetto per cancellarlo. Ma, almeno in quell’occasione, una maggioranza di colleghi ha avuto il buonsenso di asfaltarla. L’accaduto fa comunque ulteriore chiarezza sul personaggio che il duo P$-PPDog ha messo abusivamente in Consiglio federale per 8 anni di disastri che non potranno mai essere riparati.

Decretare l’altolà

E’ ovvio che i tentativi di smantellare il segreto bancario per gli svizzeri, anche sotto la pressione dei Cantoni, continueranno. Perché, secondo il “nuovo corso” internazional-$inistrorso il risparmiatore (come l’automobilista) è un delinquente. Il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato, uno dei cardini della Svizzera, deve dunque essere spazzato via e sostituito da una criminalizzazione in stile fallita UE. Bisogna “aprirsi”, “adeguarsi”, diventare uguali a tutti gli altri!

E’ quindi necessario decretare subito l’altolà ai rottamatori delle specificità svizzere, inserendo quel che resta della protezione della sfera privata finanziaria nella Costituzione.

La privacy

A battersi contro la tutela della privacy finanziaria è la $inistra. Il che di per sé non sarebbe strano, dal momento che i kompagni hanno sempre voluto la fine del segreto bancario, e dei posti di lavoro ad esso legati (però ci sono parlamentari P$$ che si sono fatti eleggere con i voti degli impiegati di banca, spacciandosi per loro sindacalisti). Non fosse che però, per contrastare la nuova legge sui sistemi informativi – quella che serve a dotare l’intelligence svizzera degli strumenti necessari a combattere il terrorismo islamico – la $inistra è pure riuscita a tirare in ballo la tutela della privacy. Sicché, secondo i kompagnuzzi, i risparmiatori svizzeri non hanno diritto alla privacy, ma i sospetti terroristi islamici sì.

Figura marrone

E, anche a proposito di tutela del segreto bancario per i residenti, il Consiglio federale si produce nell’ennesima figura di palta. Infatti, respinge l’iniziativa “Sì alla protezione della sfera privata” senza nemmeno un controprogetto. Perché l’iniziativa potrebbe configurare un ostacolo a livello di rapporti internazionali. I camerieri dell’UE non si fanno ormai alcuno scrupolo nello svendere il paese. Però il controprogetto alla vergognosa iniziativa del “vicolo cieco”, quella che vuole cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio, i sette scienziati l’hanno partorito. Invece di respingerla seccamente al mittente come la schifezza che è. Il controprogetto diretto, che riprende il nucleo della richiesta dell’iniziativa (informazioni bancarie sono possibili solo se c’è un fondato sospetto di frode fiscale o di grave evasione) è infatti  farina del sacco del parlamento.

 Politica Xerox

Va pure ricordato che la Lega, grazie alla lungimiranza del Nano, già nel 2009 lanciò l’iniziativa per inserire il segreto bancario nella Costituzione federale, visto l’aria che tirava. Ma l’iniziativa non riuscì a raccogliere le firme necessarie alla sua riuscita, poiché i partiti nazionali che dicono di sostenere l’economia se ne impiparono. “Inserire il segreto bancario nella Costituzione non serve, è già abbastanza protetto dalla legge” sentenziava ad esempio l’allora presidente del PLR Fulvio Pelli. Abbiamo visto come è andata a finire. E adesso quegli stessi partiti – in nome della politica-Xerox – corrono ai ripari con una brutta copia della proposta della Lega.

L’iniziativa per la protezione della sfera privata è indispensabile per salvare il segreto bancario almeno per i residenti in Svizzera, e va dunque sostenuta.

Lorenzo Quadri

9 febbraio: democrazia calpestata senza vergogna

Come da copione, anche dal Consiglio degli Stati è uscita una ciofeca anticostituzionale

E’ evidente che l’unico obiettivo dei politicanti di PLR-PPDog e P$$ era quello di sabotare il “maledetto voto” per non infastidire i loro padroni di Bruxelles; i quali, infatti, applaudono allo sconcio. I Ticinesi sanno chi ringraziare

Come volevasi dimostrare! Sul 9 febbraio era prevista una ciofeca e la ciofeca puntualmente è arrivata. Stiamo parlando dell’esito del dibattito al Consiglio degli Stati sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. L’esito è quello che ci si aspettava, ossia uno sconcio.

La realtà è evidente ed è sempre la stessa: il triciclo PLR-PPDog-P$$, più partitini di contorno, non ne vuole sapere di applicare la volontà popolare. Quindi l’ha clamorosamente sabotata. In entrambe le camere del parlamento, come ovvio. Mica ci si poteva aspettare che gli stessi partiti spalancatori di frontiere e camerieri dell’UE avrebbero votato al nazionale in un modo e agli Stati all’opposto. L’obiettivo era solo uno: stuprare la volontà popolare e la Costituzione per non infastidire i padroni di Bruxelles. Qui ci sono un bel po’ di politicanti che, la prossima volta, faranno meglio candidarsi nell’UE e non in Svizzera. Il bello è che ogni deputato, al momento dell’insediamento, giura di rispettare le leggi e la Costituzione. Adesso abbiamo visto come.

Un solo modo

Per rispettare la Costituzione, e quindi la volontà popolare e la democrazia, c’è un solo modo: introdurre tetti massimi, contingenti (esistevano fino a 14 anni fa: quindi non c’era mica bisogno di inventarsi l’acqua calda) e preferenza indigena. Solo questa soluzione, e nessun’altra, sarebbe stata accettabile per il Ticino e per quel 70% di ticinesi che ha plebiscitato l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”.

L’applicazione letterale dell’articolo costituzionale 121 a era contemplata dalla proposta del senatore Udc Peter Föhn, che però nessun esponente di altri partiti ha sostenuto. Nemmeno i due ticinesi.

Il resto delle “misure” spazia dalla presa per i fondelli al cerotto sulla gamba di legno. E non poteva essere diversamente, visto che l’unico obiettivo dell’operazione era NON limitare la libera circolazione. Il massimo che si è raggiunto sono le misuricchie di diritto interno che, se del caso, si sarebbero benissimo potute prendere anche senza il nuovo articolo costituzionale sull’immigrazione di massa. Se la maggioranza degli Svizzeri ha votato il 9 febbraio è perché, evidentemente, voleva altro. Tetti e massimi, contingenti ed una vera preferenza indigena, appunto.

Contento Juncker

Il fatto poi che il non astemio presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker abbia dichiarato che con la preferenza indigena extralight ci può convivere, è la più lampante dimostrazione che dalle Camere non potrà che uscire una ciofeca. Se questa (non) soluzione va bene anche a chi ha sempre starnazzato contro ogni limitazione della libera circolazione delle persone, vuol dire che la preferenza indigena extralight non serve assolutamente ad un tubo.

Ulteriore peggioramento

Tanto più che la Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale è pure riuscita a peggiorarla ulteriormente.  Secondo la sua versione, in caso di tasso di disoccupazione sopra la media, il datore di lavoro avrebbe solo l’obbligo di annunciare i posti vacanti agli uffici regionali di collocamento e di invitare ad un colloquio i candidati proposti dall’URC, senza nemmeno bisogno di giustificare un rifiuto d’assunzione. Questo vuol dire semplicemente che il disoccupato ticinese verrebbe invitato ad un colloquio del tutto  inutile, visto che il datore di lavoro potrà in ogni caso assumere un frontaliere senza alcuna restrizione. La Bravofly di turno sarà dunque liberissima anche in futuro di procedere a 106 assunzioni di amministrativi tutti frontalieri, venendo a raccontare la fanfaluca che non ha trovato candidati residenti. Se poi aggiungiamo che agli URC si possono iscrivere non solo i frontalieri, ma anche i cittadini UE che arrivano per tre mesi (prolungabili di altri tre) in Svizzera per cercare un impiego, il flop è totale.

Una simile soluzione ciofeca non ha nulla a che vedere con la volontà popolare. Noi vogliamo che vengano assunti cercatori d’impiego ticinesi e non frontalieri. Noi vogliamo che i ticinesi abbiano un lavoro, non colloqui puramente di facciata.

I nemici del Ticino

Se poi si pensa che l’unico indicatore utilizzato per far scattare il modello di preferenza indigena extralight e l’inconcludente circo ad essa legato è il tasso di disoccupazione, siamo a posto. Sappiamo bene che le statistiche sulla disoccupazione sono taroccate. Inoltre, se non si considerano altri elementi come ad esempio il numero di frontalieri specie in quei settori dove soppiantano i lavoratori ticinesi (vedi nel terziario), il numero di casi d’assistenza, il dumping salariale, eccetera, si avrà sempre una scusa per dire che “l’è tüt a posct”. In Consiglio degli Stati tentativi ticinesi (proposte Lombardi) di far inserire anche questi elementi – che avrebbero reso la ciofeca un attimino meno ciofeca – e di dare più margine d’azione ai Cantoni, sono stati spazzati via dal PLR e soprattutto dalla $inistra ro$$overde, la quale ha detto a chiare lettere che dei problemi del nostro sempre meno ridente Cantone se ne frega. Tanto per chiarire chi sono i nemici del Ticino e dei ticinesi. Quelli che vogliono a tutti i costi le frontiere spalancate, la libera circolazione senza alcun limite e l’invasione di frontalieri a scapito dei residenti.  Quelli che sanno benissimo che con le loro scelte fallimentari mettono il Ticino nella palta, però semplicemente se ne impipano. E poi magari tentano di pulirsi ipocritamente la coscienza con statistiche farlocche.

E adesso?

Adesso bisogna vedere quali saranno gli sviluppi dopo il voto parlamentare. Le possibilità sono due. O un referendum contro le decisioni del parlamento, o un’iniziativa contro la libera circolazione delle persone.

Il referendum, se riuscisse e vincesse, porterebbe  il calendario indietro al 9 febbraio 2014. Ci si troverebbe quindi con l’articolo 121 a, e nessuna regola di applicazione. Resterebbe dunque in vigore la devastante libera circolazione delle persone senza alcun limite.

Con l’iniziativa contro la libera circolazione, in caso di successo si risolverebbe invece il problema alla radice. Si spera dunque che il buon Blocher mantenga la promessa di lanciarla.

Lorenzo Quadri

 

 

9 febbraio a Berna: comunque vada, uscirà una ciofeca!

I sabotatori renderanno necessario lanciare l’iniziativa contro la libera circolazione

“Comunque vada, sarà un successo”? No: comunque vada, sarà una ciofeca! Il tema è l’applicazione del “maledetto voto” del 9 febbraio. Come noto, il Consiglio nazionale ha partorito la cosiddetta “preferenza indigena light”, vale a dire una lozza anticostituzionale, in cui nulla figura di quanto previsto nel famoso articolo 121 a della Costituzione federale. Quale artefice dell’obbrobrio, lo ripetiamo per l’ennesima volta (repetita iuvant),  viene accreditato il consigliere nazionale dell’ex partitone Kurt Flury.

Sempre sconcio è

La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha invece partorito la preferenza indigena un po’ meno light; ma sempre di sconcio si tratta. La Commissione in questione aveva sul tavolo tre varianti tra cui scegliere. La prima era quella del senatore Udc Peter Föhn che proponeva una ripresa “copia-incolla” del nuovo (ormai sempre meno nuovo, ma comunque inutilizzato) articolo costituzionale 121 a nella legge. Poi, ben lontane da quanto votato dal popolo, c’erano le proposte dell’uregiatto Gerhard Pfister e quella del liblab Philipp Müller. Con la prima che era leggermente meno annacquata della seconda.

La variante più sciacquetta

Inutile dire che i senatori hanno scelto la variante più sciacquetta di tutte: perché l’obiettivo era evitare ad ogni costo frizioni con l’UE (uhhhh, che pagüüüüüraaaa!). Traduzione: ciò che fortissimamente si voleva era calare le braghe davanti all’UE  impipandosene della volontà popolare.

E la variante più sciacquetta di tutte era, ma guarda un po’, quella del PLR Müller. Ecco dunque che l’ex partitone si riconferma come il partito dell’affossamento della volontà popolare: ricordarsene alla prossime elezioni.

Il bello è che, dopo l’approvazione, da parte del triciclo PLR-PPD-P$$, del compromesso-ciofeca in Consiglio nazionale, i senatori avevano detto che ci avrebbero pensato loro a sistemare le cose. “Ga pensum nümm”! Come no! E infatti adesso siamo venuti al dunque.

Il primo dicembre

Il prossimo primo dicembre si saprà cosa avrà deciso il plenum della Camera dei Cantoni sull’applicazione del “maledetto voto”. Bisognerà poi appianare le divergenze con il Nazionale. Una cosa però è certa: poiché la proposta Föhn non ha alcuna chance di spuntarla – è avversata dal triciclo partitocratico di cui sopra – il risultato sarà o una lozza, o una lozza un po’ meno lozza. Non si tratta nemmeno di scegliere nel segno del meno peggio (cosa frequente in politica), perché qui siamo diversi gradini al di sotto del meno peggio: siamo in pieno schifìo. Questo vuol dire che qualsiasi soluzione uscirà dal parlamento federale sarà comunque inaccettabile per il Ticino. E vogliamo proprio vedere chi, tra i deputati del nostro Cantone, avrà la “lamiera” di dichiararsi soddisfatto.

Il bidone

Tanto più che qualcuno si è accorto che la “preferenza indigena” come la intende la partitocrazia federale è un bidone. Infatti l’intenzione sarebbe quella di favorire nelle assunzioni i disoccupati residenti iscritti all’URC tramite obbligo di annuncio dei posti vacanti. Solo che – ma tu guarda i casi della vita – anche i frontalieri possono iscriversi all’URC. Così come pure i cittadini UE che arrivano in Svizzera per tre mesi (prolungabili fino a sei) alla ricerca di un lavoro.

Morale della favola: l’obbligo di annunciare i posti di lavoro vacanti all’URC non basta nemmeno lontanamente a concretizzare la preferenza indigena e il principio del Prima i nostri. Bisogna invece discriminare tra chi sta in Svizzera e chi sta fuori. Questo è quanto ha deciso il popolo, e questo deve essere fatto. Piaccia o non piaccia ai balivi dell’UE ed ai loro camerieri a Berna.

Iniziativa popolare

Essendo ormai appurato che dalle Camere federali uscirà o una ciofeca massima, o una ciofeca un po’ meno massima, occorrerà fare ciò che il buon Blocher ha annunciato nelle scorse settimane, ossia lanciare un’iniziativa popolare per abolire la devastante libera circolazione delle persone. Un’iniziativa che ha concrete chance di successo in votazione popolare. Perché  il vento è cambiato, come dimostrano il voto sulla Brexit e l’elezione di Trump. L’élite spalancatrice di frontiere non ha più in mano il boccino. Si chieda dunque la partitocrazia  se non era meglio applicare la volontà della maggioranza degli svizzerotti  (“chiusi e xenofobi”) invece di sabotarla, col risultato di provocare l’attacco frontale alla libera circolazione nella sua totalità. Per gli internazionalisti beceri, un vero e proprio autogoal. Come i pifferi di montagna, andarono per suonare e furono suonati.

Lorenzo Quadri

Elettricità e non solo: in arrivo una super-stangata!

Sosteniamo il referendum contro la nuova legge sull’energia approvata a Berna 

In confronto, le “pillole” dei cassamalatari sono carezze

E’ dunque partito nei giorni scorsi il referendum contro la legge sull’energia, approvata dal parlamento federale nella sessione autunnale da poco conclusa. Vista la densità dei temi in agenda – dal compromesso-ciofeca sul 9 febbraio alla revisione dell’AVS, passando per la legge sui padroncini e quella sul lavoro nero – il tema energetico non ha suscitato grandissimo interesse mediatico. A torto. Perché, se le nuove norme entreranno in vigore, i cittadini (e anche le piccole imprese) rischiano di trovarsi con stangate al cui confronto quelle dei cassamalatari sono carezze.

Si calcola infatti che la nuova legge sull’energia potrebbe costare ad una famiglia di quattro persone qualcosa come 3200 Fr all’anno. Non certo noccioline.

Manie da primi della classe

Tutto ha inizio nel lontano, ma nemmeno tanto, 2011. Il populismo ro$$overde, cavalcando l’onda del disastro di Fukushima, ottiene che la Svizzera decida l’uscita dall’energia nucleare (le elezioni federali sono dietro l’angolo, per cui…). Le centrali atomiche esistenti non verranno pertanto sostituite, bensì dismesse.

Peccato che dall’energia nucleare provenga il 40% dell’approvvigionamento del nostro paese: non si tratta quindi di una risorsa di nicchia. Visto che, come sappiamo, in caso di incidente nucleare la contaminazione non si ferma certo ai confini, l’ “exit” elvetico avrebbe un senso se tutti i paesi scegliessero questa strada. Invece, ancora una volta, gli svizzerotti vengono colpiti dalla sindrome dei primi della classe, vanno avanti (quasi) in solitaria e dunque si fanno male da soli. Solo la Germania infatti si è incamminata sulla nostra stessa via. Ma gli altri non si sognano di farlo.

Sempre più ricattabili?

La Svizzera ha deciso di uscire dal nucleare, solo che l’alternativa per sostituire quel 40% di elettricità fornita dall’atomo non c’è. Le politikamente korrettissime fonti rinnovabili non sono in grado, ma neanche lontanamente, di produrre l’energia necessaria ad un prezzo abbordabile.

Il risultato sarà dunque che nel nostro paese si dovrà, tanto per cominciare, importare ancora più elettricità dall’estero. Ad esempio dalle centrali nucleari francesi, o da quelle al carbone tedesche. Geniale: rinunciamo a produrre il nucleare “in casa” per poi andare ad acquistare energia prodotta dalle centrali atomiche in paesi limitrofi, o  addirittura quella generata dal carbone, che è la fonte più inquinante di tutte (vedi la disastrosa esperienza di Lünen). Certamente un grande contributo alla causa ambientale, non c’è che dire.

Inoltre, diventeremo sempre più dipendenti dall’estero per un bene primario come l’energia. Anche questa strategia denota particolare acume: in un momento in cui la Svizzera, se vuole sopravvivere, deve affermare picchiando i pugni sul tavolo la propria sovranità ed indipendenza – ad esempio riprendendosi il diritto di regolare autonomamente l’immigrazione e difendendo la propria democrazia diretta da leggi e giudici stranieri – cosa facciamo? Andiamo a metterci in mani estere per l’approvvigionamento energetico, esponendoci così ad ogni tipo di ricatti. Avanti così!

Costi che esplodono

Parallelamente bisognerà sussidiare in modo spropositato le energie rinnovabili per renderle più performanti – si pensa magari di tappezzare la Svizzera di pannelli solari e di pale eoliche, devastando il paesaggio? Altro contributo alla causa ambientale… – e diminuire in modo importante i consumi. Sappiano bene come si fa in questo Paese a diminuire i consumi: si bastonano i cittadini con nuovi obblighi – sull’efficienza energetica degli edifici, dei veicoli, eccetera –, con nuovi divieti e soprattutto con nuovi balzelli.  Infatti, a seguito della legge sull’energia appena approvata, il diesel e la benzina potrebbero costare fino a 26 centesimi al litro in più, l’olio combustibile fino a 67 centesimi al litro in più. Non solo: la Confederazione si riserva anche la possibilità di vietare tout-court i riscaldamenti a nafta dal 2029. Apperò!

3200 Fr in più all’anno

L’andazzo, dunque, è sempre il solito: più divieti, meno libertà e costi ulteriori. Tanti. Infatti il conto della nuova legge sull’energia lo pagheranno le economie domestiche con  un aumento della bolletta. Ma lo pagheranno anche le imprese. Le quali, ma tu guarda i casi della vita, scaricheranno l’aggravio sui consumatori. La nuova legge sull’energia dunque provocherà un aumento dei prezzi. Gli esperti hanno preso in mano il pallottoliere e sono arrivati a stimare che le regole approvate dal parlamento costeranno ad una famiglia di 4 persone i 3200 Fr all’anno extra citati in apertura.  A cui vanno aggiunte le ulteriori limitazioni della libertà individuale.

Sosteniamo dunque il referendum contro la legge sull’energia sventando così l’ennesima operazione autolesionistica.

Lorenzo Quadri

C’è razzismo in Svizzera? Sì, quello degli immigrati

Facendo entrare tutti, i moralisti a senso unico importano razzisti e antisemiti

 

Alle Camere federali qualcuno, forse non avendo di meglio da fare, si sta inventando i gruppi parlamentari contro il razzismo. Milioni di migranti economici con lo smartphone (tutti giovani uomini) sono in marcia dall’Africa verso l’Occidente, dove non hanno alcuna possibilità di integrarsi. Però i politikamente korretti si preoccupano del “razzismo” degli Svizzeri. Non dell’immigrazione incontrollata e delle sue deleterie conseguenze.

Il bello è che la Svizzera è  il paese dove ci sono più stranieri in assoluto. Il tasso attuale è di circa il 25%; cifre simili non si ritrovano da nessun’altra parte. E questo malgrado si tenti di continuo di abbassarle artificialmente tramite le naturalizzazioni facili.

Naturalmente nella Svizzera “chiusa e xenofoba”, dove secondo alcuni sarebbe necessario inventarsi anche i gruppi parlamentari contro il razzismo, il tasso di popolazione straniera continua ad aumentare: il saldo migratorio è di 80mila persone all’anno provenienti dalla sola Unione europea, a cui vanno aggiunti gli arrivi extra UE – nonché i migranti economici.

Il codice penale

Montando la panna sul fenomeno del presunto razzismo si vuole, è ovvio, ricattare moralmente gli svizzerotti, affinché facciano entrare tutti: solo così potranno essere a posto con la coscienza; solo così potranno evitare di farsi infamare dai moralisti a senso unico e dalle élite spalancatrici di frontiere. Utilizzando il medesimo ricatto morale si è inserito un apposito articolo “contro la discriminazione razziale” nel codice penale: il famoso 261 bis. L’articolo serve, ovviamente, per mettere a tacere posizioni non allineate al buonismo multikulti. Anche se, nella realtà giuridica, il campo d’applicazione della norma penale è circoscritto,  essa viene continuamente agitata a mo’ di spauracchio. La sua sola esistenza si trasforma in un formidabile bavaglio. Sicché, per non rischiare denuncie, la stragrande maggioranza sceglie la via dell’autocensura.

Il razzismo d’importazione

Ma i moralisti a senso unico che hanno creato a tavolino, per i propri scopi (frontiere spalancate) un problema di razzismo in Svizzera – come detto la nazione con più stranieri – e che su questo leitmotiv continuano a montare la panna, non hanno calcolato, non si sa se per dabbenaggine o di proposito, l’altra faccia della medaglia: ossia il razzismo d’importazione. Al proposito, ciò che sta accadendo in Germania è esemplare. La Weltwoche ha di recente pubblicato un interessante articolo sul tema del professor Bassam Tibi, studioso di origine siriana, che per lungo tempo ha insegnato Rapporti internazionali alla Georg-August-Unversität di Göttingen.

Il caso della Germania

Il deleterio appello ad accogliere tutti dell’Anghela Merkel è tra le cause principali del caos asilo che non solo sta provocando sfracelli nell’Europa occidentale, ma sta anche spingendo milioni di migranti economici a rischiare la vita in viaggi verso eldoradi inesistenti.

Questo atteggiamento di scriteriata apertura, secondo molti, nasce dal senso di colpa tedesco per le atrocità commesse dal regime nazista; in particolare lo sterminio degli ebrei. Con l’accoglienza indiscriminata di finti rifugiati si pensa di poter in qualche modo compensare i crimini del passato. Si aspira a dimostrare – a se stessi e agli altri – che quell’innominabile passato non può ritornare. Invece succede proprio l’esatto contrario perché, come osserva il professor Tibi, in Germania sono arrivate e ancora arriveranno centinaia di migliaia di migranti che sono a maggioranza antisemiti.

Da un’inchiesta giornalistica condotta nel 2015, scrive l’accademico sulla Weltwoche, è emerso che il 50% dei siriani intervistati a Berlino ha dichiarato la propria simpatia per Hitler. Naturalmente i politikamente korretti hanno tentato di imboscare l’imbarazzante risultato.

E noi?

La Germania vorrebbe liberarsi del proprio fardello morale, e invece importa antisemitismo. E cosa fa per combattere l’antisemitismo importato? Nulla. Perché l’antisemitismo è per definizione tedesco.

In Svizzera succede la stessa cosa. Si monta la panna sul presunto razzismo dei cittadini svizzeri per costringerli a far entrare tutti. Così arrivano nel nostro paese migliaia di persone a cui il razzismo e l’odio verso gli ebrei sono stati inculcati nell’ambiente di provenienza fin dall’infanzia. Sicché,  paradossalmente ma nemmeno poi tanto, la Svizzera non diventa razzista chiudendo le frontiere: lo diventa spalancandole, perché il razzismo lo importa.

Lorenzo Quadri

Il Consiglio nazionale ha compiuto un passo importante. L’amnistia fiscale ticinese risorge?

 

Con la decisione di giovedì del Consiglio nazionale, che ha approvato una mozione della sua Commissione dell’economia e dei tributi, potrebbe rientrare dalla finestra l’amnistia fiscale cantonale. Quella decisa dal Gran Consiglio ticinese venne cassata dal Tribunale federale nel 2015, perché ai Cantoni mancava la base legale per varare questo tipo di provvedimenti.

La base legale verrebbe creata ora, sempre che la proposta del Nazionale passi lo scoglio degli Stati. Si parla, è bene precisarlo, non di scudi fiscali reiterati e compulsivi come quelli che il Belpaese applicava ad anni alterni nell’era Tremonti, ma di amnistie “uniche e limitate nel tempo”. Del resto in Svizzera l’ultima amnistia fiscale risale a quasi mezzo secolo fa, e meglio al 1969. Il contribuente di amnistia ne vedrebbe dunque una nella vita.

A favore delle casse pubbliche

La Lega sostenne l’amnistia fiscale ticinese quando venne votata in Gran Consiglio nell’aprile 2014. Quindi approva anche la creazione della base legale necessaria, a livello federale, affinché un’iniziativa di questo tipo possa vedere la luce senza venire cassata dal Tribunale federale.

Non si tratta di fare regali agli evasori, bensì di permettere a chi ha dei soldi non dichiarati di farli  prima emergere, anche  a beneficio delle casse pubbliche, pagando una “tassa d’amnistia” che sia sensata (altrimenti il “nero” rimane tale), e poi di immetterli nel circuito economico. Impedire la regolarizzazione del “sommerso” significa rinunciare ad interessanti entrate per l’erario cantonale. E questo mentre, per far quadrare i conti, si mettono le mani nelle tasche dei cittadini e si va a tagliare sugli aiuti ai bisognosi.

La morale a senso unico

E’ interessante notare che proprio la $inistra si oppone istericamente all’arrivo di importanti risorse nelle casse statali.

La morale a senso unico colpisce ancora: i finti rifugiati devono poter entrare in Svizzera e farsi mantenere; i delinquenti stranieri (compresi i fiancheggiatori dell’Isis) devono rimanere in Svizzera alla faccia della volontà popolare;  la deputata-passatrice è una “Madre Teresa”; però il cittadino svizzero che ha qualche soldo non dichiarato è uno schifoso evasore da criminalizzare ad oltranza. Anche a scapito dell’interesse pubblico.

In effetti, l’aspetto più grottesco del dibattito parlamentare sulla mozione  sulle amnistie fiscali è stato lo scomposto agitarsi della $inistra. Dopo la votazione a favore della proposta, una parlamentare P$$  ha cominciato ad aggirarsi  per i banchi strillando come una pescivendola (con tutto il rispetto per tale professione) alla “violazione della Costituzione” (?) (senza peraltro spiegare, ma era troppo pretendere, per quale motivo la decisione appena presa dalla maggioranza sarebbe “anticostituzionale”).

Peccato che solo la sera prima proprio la $inistra, assieme al PLR, al PPD ed ai partitini di contorno, abbia calpestato senza vergogna alcuna la Costituzione nel dibattito sul 9 febbraio. E’ proprio vero che al ridicolo non c’è limite.

Lorenzo Quadri

Via Sicura: avanti così, che alla fine salta tutto

Il parlamento federale continua a fare melina per non correggere l’immane ciofeca

Legge e giustizia non sono per forza la stessa cosa, ma dovrebbero quanto meno avvicinarsi il più possibile. Quando però la legge contraddice, in vari punti, i più elementari sentimenti di giustizia – come accade manifestamente con Via Sicura – allora intervenire è un obbligo

Ma guarda un po’: come volevasi dimostrare, sul bidone Via Sicura continua la presa per i fondelli. Nei giorni scorsi, la Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale si è espressa su un’iniziativa parlamentare, peraltro l’ennesima, che mira a correggere le aberrazioni del programma “Via Sicura”, ossia quella ciofeca legislativa a seguito della quale un eccesso di velocità senza conseguenze viene sanzionato più duramente di una rapina.

Eh già, perché Via Sicura si sta rivelando una specie di vaso di Pandora. Tra l’altro mette in imbarazzo pure i magistrati inquirenti. Anche loro si trovano in difficoltà nel giustificare all’indagato cosa avrebbe fatto di così grave da meritare le sanzioni a cui rischia di andare incontro. Sanzioni che non toccano solo l’aspetto penale, ma anche quelli finanziari ed assicurativi. Sì, perché la penalizzazione è addirittura tripla. Via Sicura, nella sua foga – tutta ideologica – di criminalizzare l’automobilista, riesce anche a mettere becco nel rapporto privato tra automobilista ed assicuratore. Una richiesta che peraltro nessuno ha avanzato.

Aggiunte balorde

L’iniziativa contro i pirati della strada, da cui ha avuto origine Via Sicura e che è stata poi ritirata a seguito dell’accettazione parlamentare di Via Sicura, non contemplava affatto questioni assicurative. Sono state aggiunte in parlamento da qualche talebano. E, così come sono state aggiunte, si possono togliere. In concreto, la misura in questione riguarda il  regresso dell’assicuratore nei confronti dell’assicurato. In precedenza era un diritto dell’assicuratore esercitarlo; con Via Sicura è diventato un obbligo. L’iniziativa parlamentare che la Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni ha esaminato chiedeva giustamente questo: il “ritorno al passato”.

 Margine d’apprezzamento?

Quindi ancora una volta i politikamente korretti, quelli che strillavano perché, con la “famosa” iniziativa d’attuazione, il giudice non avrebbe avuto margine di apprezzamento in materia di espulsione di delinquenti stranieri, non si fanno problemi ad eleminare ogni margine di apprezzamento quando si tratta di colpire gli automobilisti, togliendo quindi ogni possibilità di considerare attenuanti. In particolare in relazione alla mancanza di precedenti. Alla sanzioni penali ed amministrative si aggiungono, con il regresso assicurativo, quelle finanziarie, che possono portare alla rovina economica l’interessato. Del resto, bastano abbondantemente i primi due tipi di sanzione per mettere nella palta anche chi non ha di fatto danneggiato nessuno, ma solo infranto un limite di velocità: lunghi periodi senza patente possono portare alla perdita del lavoro.

L’assicuratore è sicuramente in grado di stabilire individualmente quando servirsi del diritto di regresso, senza che ci sia un obbligo di legge ad esercitarlo. Obbligo che, come detto, non lascia alcuno spazio alla valutazione da parte degli assicuratori, peraltro assai poco sospetti di fare beneficienza ingiustificata a vantaggio degli automobilisti che si trovano in fallo. Ma guarda un po’: pur di mazzuolare gli automobilisti, i politikamente korretti non si fanno problemi a strumentalizzare perfino gli assicuratori.

Legge contro giustizia

Eppure, ancora una volta, la commissione parlamentare ha deciso a maggioranza di non decidere. Il tutto è stato rinviato alla fantomatica valutazione globale di Via Sicura, così come accaduto per le altre proposte di correttivi puntuali. Avanti così, tiriamo a campare per non dover ammettere di aver toppato. Ed intanto ci sono automobilisti che vanno in galera mentre i rapinatori rimangono fuori e se la ridono a bocca larga.

Legge e giustizia non sono per forza la stessa cosa, ma dovrebbero quanto meno avvicinarsi il più possibile. Quando però la legge contraddice, in vari punti, i più elementari sentimenti di giustizia – come accade manifestamente con Via Sicura – allora bisogna intervenire. Senza fare melina. Senza rinviare alle calende greche.

Del resto, è in corso una raccolta di firme contro Via Sicura. A quanto risulta, la nuova iniziativa popolare non fa fatica a trovare aderenti. E’ quindi evidente che, senza le necessarie correzioni, tutto il pacchetto Via Sicura potrebbe saltare.  Si preferisce gettare tutto a mare pur di non correggere? Per noi va benissimo.

Lorenzo Quadri

Terrorismo: stiamo ronfando!

Per fortuna la maggioranza del Consiglio nazionale ha preso almeno una decisione giusta

Rischiamo di essere l’unico paese che, davanti alla minaccia dei miliziani dell’ISIS, rimane ancorato al buonismo-coglionismo come una cozza allo scoglio

 

Beh, tanto per una volta la maggioranza del Consiglio nazionale ci ha azzeccato: infatti ha approvato per 108 voti contro 79 e 6 astenuti una mozione del deputato PPD Marco Romano che chiedeva la revoca sistematica del passaporto svizzero ai jihadisti con doppia nazionalità che sono partiti per la “guerra santa”. E che, come sono partiti, potrebbero anche rientrare nel nostro paese.

Queste persone non devono più poter mettere piede in Svizzera dove, evidentemente, costituirebbero un pericolo per la sicurezza. Il colmo è che il Consiglio federale era contrario anche ad un provvedimento di una tale, disarmante, ovvietà. Il che la dice purtroppo lunga sulla volontà, inesistente, di difendere la sicurezza del paese e dei suoi abitanti dai pericoli del terrorismo islamico. Non sia mai! Prevale il politikamente korretto, il buonismo-coglionismo, la fobia di venire etichettati come populisti e xenofobi!

Alcune questioncelle

La posizione del Consiglio federale, segnatamente della ministra “competente” ovvero la kompagna Simonetta “dobbiamo aiutare l’Italia” Sommaruga, in materia di ritiro del passaporto rosso ai jihadisti naturalizzati, solleva allarmanti interrogativi.

  • La stessa Sommaruga ha da poco presentato il piano anti terrorismo, naturalmente evitando di specificare che trattasi di terrorismo islamico. Si può immaginare quanto possano essere “incisivi” i provvedimenti proposti se non si vuole nemmeno ritirare il passaporto rosso ai neosvizzeri partiti per la jihad, per impedire loro di tornare in Svizzera a piazzare bombe nelle stazioni o nei grandi magazzini. Ucci ucci, si sente puzza di foffa politikamente korretta.
  • I jihadisti partiti dalla Svizzera secondo l’ultimo censimento risultano essere 76. Non sappiamo invece quanti sono quelli ancora presenti sul nostro territorio. Evidentemente questi 76 qualcuno li ha naturalizzati. Quindi le naturalizzazioni facili di stranieri NON integrati – addirittura pericolosi! – sono una realtà, non una balla della Lega razzista e fascista. Soluzione: diventare più restrittivi nella concessione della cittadinanza elvetica. Ma evidentemente la buona Simonetta e compagnia cantante non si sognano… addirittura nel suo partito c’è chi sostiene che già la richiesta del passaporto rosso dimostra che il candidato è sufficientemente integrato. E a questo proposito non servono ulteriori commenti.
  • Un Consiglio federale che rifiuta di ritirare il passaporto svizzero ai Jihadisti – non ai ladri di galline! – naturalizzati, fa una pessima figura di fronte ai cittadini (alla faccia della “credibilità delle istituzioni”) e lancia segnali pericolosissimi. Ai seguaci dell’ISIS si dice a chiare lettere che in Svizzera la priorità non l’ha la lotta al terrorismo, bensì il buonismo-coglionismo. Oltretutto questo messaggio si aggiunge a quello lanciato da quei giudici che infliggono condanne-barzelletta ai fiancheggiatori dell’ISIS (vedi pene sospese condizionalmente, mentre gli automobilisti vengono mandati in galera) e che magari nemmeno li espellono dalla Svizzera. E questo malgrado il popolo elvetico già sei anni fa abbia stabilito che i delinquenti stranieri vanno buttati fuori.
  • Mentre tutti gli altri paesi prendono disposizioni ad hoc contro il nuovo ed allarmante fenomeno del terrorismo islamico, noi – e solo noi – rimaniamo ancorati al buonismo multikulti come cozze allo scoglio? Vogliamo davvero diventare un polo d’attrazione per jihadisti?
  • Per limitare i rischi di foreign fighters svizzeri dobbiamo cominciare ad evitare che ne vengano formati. Il che significa controllo stretto sulle moschee, a partire dal divieto di finanziamenti stranieri e dall’obbligo di predicare nella lingua locale. Ma anche a questo proposito, a Berna si preferisce fare orecchie da mercante.

Lorenzo Quadri

11,11 miliardi per l’estero, ma i soldi per l’AVS non ci sono?

Altro che pensionamento a 67 anni con la scusa delle casse vuote!

Ah ecco: come volevasi dimostrare, quando si tratta di regalare miliardi all’estero, non si fa mai fatica a trovarli. Ed infatti la Commissione di politica estera del Consiglio degli Stati ha dato il via libera ad un credito quadro della bellezza di 11,11 miliardi di franchetti per gli anni 2017 – 2020, destinati alla cooperazione internazionale.

Al Nazionale la Commissione omologa aveva approvato la “manna” proposta dal Consiglio federale con maggioranza risicata (12 a 11). La stessa cosa l’aveva fatta il plenum. Contrari, ovviamente, Udc e Lega, ed anche il PLR.  Il Consiglio degli Stati voterà invece in settembre.

I kompagni ne volevano 16,2

E non è ancora finita. Per i kompagni 11,11 miliardi, corrispondente allo 0.48% del PIL, erano ancora troppo pochi. Infatti loro avrebbero voluto spedire all’estero addirittura lo 0.7% del PIL. Vale a dire, facendo due conti, 16.2 miliardi (miliardi!) di franchetti di proprietà del contribuente! Apperò!

Quando si tratta di aiuti all’estero e di immigrazione scriteriata,  non si bada a spese. “Bisogna aprirsi”!

E’ forse il caso di ricordare che i costi dell’asilo sono letteralmente esplosi. Ma va da sé che parlare di quanto costano i finti rifugiati “sa po’ mia”! Non è politikamente korretto! E’ immorale!

Alcune cifre

Un paio di cifre tanto per inquadrare la situazione:

  • La Confederazione ha già annunciato che il preventivo 2017 sforerà di quasi un miliardo (!) di franchi a causa dell’aumento della spesa per l’asilo;
  • Già nel marzo dello scorso anno, sempre Berna indicava che per il 2018 si aspettava, per il settore dell’asilo, una spesa di 2.4 miliardi. Nel 2015 la fattura era di 1.2 mia. Quindi stiamo parlando di un raddoppio. Nel frattempo, però, sono esplose le entrate illegali in Svizzera a seguito della chiusura della via balcanica. Sicché i 2.4 miliardi di cui sopra, poco ma sicuro che sono già superati dagli eventi: la cifra reale sarà assai superiore. E nümm a pagum.
  • Già nei mesi scorsi, il disavanzo provvisorio del Cantone risultava aumentato di 12.3 milioni di Fr a causa di spese extra nel settore dell’asilo. Però il direttore del DECS Manuele Bertoli, che va a Como per perorare la causa delle frontiere spalancate ai finti rifugiati, dice che per motivi di risparmio bisogna chiudere la piscina del Liceo Lugano 1. I soldi per i migranti economici ci sono, quelli per i nostri giovani no.
  • In mancanza di dati ufficiali al proposito si stima che, tra aiuti allo sviluppo e costi complessivi dell’asilo – quindi anche quelli a carico di Cantoni e comuni – si arrivi ad esborsi per qualcosa come 7 miliardi all’anno.

Soluzione facile

Ed intanto, proprio venerdì, la commissione della sicurezza sociale del Consiglio nazionale a maggioranza ha detto che per motivi di finanziamento dell’AVS “bisognerà” andare in pensione a 67 anni. Ciò corrisponde in sostanza alle proposte del dipartimento del kompagno Berset.

Capita l’antifona? I miliardi per gli aiuti allo sviluppo ci sono. I miliardi per i finti rifugiati ci sono, ed anzi i buonisti predicano l’accoglienza indiscriminata di migranti economici con lo smartphone, che non scappano da alcuna guerra, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze sulle casse pubbliche. Però agli svizzerotti che hanno lavorato tutta la vita si dice che per loro i soldi non ci sono, e quindi bisogna andare in pensione più tardi. La domanda è sempre la stessa: chi si crede di prendere per il lato B?

Soluzione facile: frontiere blindate per i migranti economici e travasare qualche miliardino dai conti dell’asilo e della cooperazione allo sviluppo a quelli dell’AVS.

Lorenzo Quadri