Festival dei diritti umani: le patetiche risposte del DECS

Tante panzane per giustificare il sostegno statale alla propaganda degli amichetti

 

Qui si raschia davvero il fondo del barile! Nei giorni scorsi il CdS – nel concreto: il DECS del kompagno Bertoli – ha risposto all’interrogazione del deputato leghista Massimiliano Robbiani sul sostegno cantonale al Festival dei diritti umani, manifestazione in cui si è fatta propaganda di votazione contro l’iniziativa “Per l’autodeterminazione” (c’è tempo fino a mezzogiorno per votare SI’!) e si sono pure raccolte firme per concedere la bandiera svizzera alla nave Aquarius (taxi per finti rifugiati con lo smartphone). Il sedicente Festival dei diritti umani, come noto, gode di sponsorizzazioni pubbliche: Confederella, Cantone, città di Lugano, che l’atto parlamentare di cui sopra metteva in discussione.

Tante fregnacce

La risposta del governicchio – cioè del DECS – è un concentrato di fregnacce politikamente korrette.

In sostanza, il CdS dice che il Festival dei diritti umani non è finanziato con “soldi pubblici” ma tramite  il Fondo Swisslos; che pensare di impedire (?) ai partecipanti di dire qualsiasi cosa gli passi per la testa sarebbe contrario alla libertà d’espressione e quindi anticostituzionale (accipicchia!); e comunque a decidere il sostegno è la Commissione consultiva del Consiglio di Stato in ambito kulturale (per la serie: io non c’ero e se c’ero dormivo).

Questa risposta governativa è semplicemente penosa.

Alcuni punti

1) Burocrati del DECS, chi ha mai detto che bisogna “impedire” lo svolgimento del Festival? Un conto è impedire, un conto è non sponsorizzare. Ma i galoppini del ro$$o Dipartimento lo sanno cos’è la libertà d’espressione? La libertà d’espressione è la facoltà di esprimere le proprie posizioni senza interferenze dello Stato. Quindi un obbligo di non-intervento dello Stato. Non il diritto di ottenere finanziamenti pubblici per i propri eventi! Il che sarebbe un obbligo di intervento dello Stato; ovvero proprio il contrario! Classico esempio della deleteria mentalità $inistrata che perverte le libertà costituzionali dei cittadini in presunti diritti di attaccarsi alla mammella pubblica.

2) Il Fondo Swisslos da cui si attinge per finanziare il Festival non è il pozzo di San Patrizio. Se si foraggia questa manifestazione di propaganda politica, poi i soldi mancano ad altri eventi, “magari” più meritevoli. E di questi ce ne sono a iosa.

2) I diritti umani sono senz’altro importanti. La loro strumentalizzazione per altri fini, invece, non è accettabile. L’immigrazione clandestina, sostenuta dal Festival, non è un diritto; men che meno è un diritto umano.

3) Il CdS – cioè il DECS del compagno Bertoli – non sembra nemmeno rendersi conto (forse è troppo abituato a fare propaganda di regime…) che c’è una bella differenza tra la libertà di espressione e la propaganda pre-votazione. Lo Stato dovrebbe promuovere la libertà d’espressione. Ma non lo fa. O meglio, lo fa a geometria variabile (sostiene solo la libertà di espressione degli amichetti della casta, vedi la Doris uregiatta che vorrebbe chiudere i giornali gratuiti perché le danno fastidio). La propaganda di votazione, invece, non può essere sostenuta dallo Stato. Eppure lo è. Naturalmente solo quando si tratta di puntellare le posizioni dell’establishment. Ad esempio l’opposizione all’iniziativa per l’autodeterminazione, come nel caso del Festival dei diritti umani.

4) Se fosse stato organizzato un evento dove si “dibatteva” (ovvero: ci si parlava addosso a senso unico) e si faceva propaganda di votazione a sostegno dell’autodeterminazione, di sicuro non sarebbero arrivati né contributi dal Fondo Swisslos, né loghi di Confederella, Cantone e città di Lugano.

5) Nella sua risposta, il CdS ha perfino la faccia di tolla di sciacquarsi la bocca con “l’anticostituzionalità”. Ma per cortesia. Anticostituzionale è non applicare la preferenza indigena malgrado sia stata votata dal popolo. Anticostituzionale è ignorare l’esito delle votazioni popolari (ad esempio tentando di far rientrare dalla finestra la scuola ro$$a, vero kompagno Manuele “La scuola che NON verrà” Bertoli?). Pretendere che lo Stato non appoggila propaganda di votazione sarebbe anticostituzionale? Qui qualcuno è fuori come un balcone.

6) Esilarante il riferimento (scarica-barile) alla Commissione consultiva del CdS in ambito kulturale. Per scoprire chi compone questa pomposa Commissione basta digitarne il nome in Google e si trova subito un simpatico documento in pdf. Il lettore ci scuserà se non lo ricopiamo; ma, tra Commissione e sottocommissioni, i membri sono la metà di mille. Con una caratteristica comune: A parte un paio di eccezioni, sono tutti esponenti della peggio gauche-caviar-radikal-chic. Con tanto di ex direttori di periodici P$-UNIA e residuati bellici dell’informazione ro$$a della Pravda di Comano. C’è perfino un inquisito. E poi ci si chiede come mai una commissione del genere preavvisa favorevolmente il sostegno ad un “Festival” pro immigrazione clandestina e contro l’autodeterminazione? Qui ormai siamo a livelli da barzelletta.

7) Governicchio e DECS bocciati. Rifare il compito!

 Lorenzo Quadri

 

“Scuola che verrà”: Bertoli sbugiardato dall’interpellanza

Nel Cantone degli inciuci, la casta si mobilita a sostegno della scuola rossa 

Il capo del DECS ha sempre negato di essersi ispirato a fallimentari modelli della $inistra francese. Ma il confronto dice altro. E spunta anche una misteriosa trasferta canadese…

La casta si sta mobilitando in grande stile a sostegno della scuola rossa in votazione il prossimo 23 settembre. Da settimane in vari istituti scolastici cantonticinesi imperversano circolari e bollettini di vario genere, con cui le truppe cammellate del capodipartimento, compagno Manuele Bertoli, mettono sotto pressione i docenti  “renitenti”. E dalle colonne del Corriere del Ticino di venerdì il Gigio Pedrazzini, presidente dell’inutile CORSI, regge la coda alla scuola socialista. Chiaro: i $inistrati hanno combattuto a suon di insulti, bufale, attacchi personali, denigrazioni e campagne d’odio la “criminale” iniziativa No Billag; adesso il presidente della CORSI si sdebita, puntellando il consigliere di Stato del P$. Che  nella votazione sulla scuola rossa si gioca il futuro politico. Così, dopo docenti e genitori, sotto pressione finiscono anche i dipendenti della RSI. Dimostrazione lampante di come gli inciuci della casta siano il pane quotidiano in questo sfigatissimo Cantone.

Nuova bordata

Intanto una nuova bordata alla scuola socialista è arrivata nei giorni scorsi dall’interpellanza presentata da Paolo Pamini (LaDestra) e sottoscritta da vari deputati leghisti. L’atto parlamentare sbugiarda il direttore del DECS. Bertoli ha sempre negato ad oltranza che la sua riforma fosse “ispirata” a fallimentari modelli scolastici concepiti dal governo socialista francese (Jospin) negli anni Ottanta. Il 5 settembre il deputato PLR Andrea Giudici – unico granconsigliere PLR ad aver votato contro la Scuola che verrà (SCV) disattendendo all’ordine di scuderia del partito – ha invece pubblicato su LaRegione un interessante articolo, da cui emergono le “spiccate analogie” (quasi a livello di copia-incolla) tra la riforma francese di trent’anni fa e la Scuola che verrà. Nell’atto parlamentare di Pamini si ipotizza che si tratti di plagio; e naturalmente il kompagno capodipartimento ha immediatamente replicato (ormai sembra faccia solo quello) con bile e stizza,  parlando di “tristi denigrazioni”. Il tentativo di girare la frittata è manifesto. Il problema non è sapere se tecnicamente, nell’allestimento della riforma scolastica del P$,  sia stato commesso un plagio oppure no. Il problema è che il DECS, per la SCV, ha scopiazzato elementi fondanti dal fallimentare modello della gauche-caviar francese. E questo malgrado il capodipartimento abbia negato ad oltranza di averlo fatto. Poi però secondo il compagno Consigliere di Stato quelli che diffondono bufale e fake news sarebbero i contrari alla “scuola rossa”?

Trasferta canadese?

Ma l’interpellanza Pamini e cofirmatari porta alla luce anche un altro gustoso episodio. Sembra infatti che il Dipartimento abbia mandato degli specialisti in Canada per studiare il modello scolastico locale, simile a quello francese. Naturalmente si è trattato di passeggiata scolastica finanziata dal contribuente. Pare però che, dal momento che l’esito degli approfondimenti non avrebbe  fornito il responso (favorevole) voluto, ma piuttosto il contrario, il rapporto sia stato imboscato. Ed infatti nella copiosa documentazione relativa alla SCV non ce n’è traccia. Per chi ha presente la faccenda: un po’ come l’assessment sui candidati al posto di Procuratore generale, chiesto dal PLR e poi rottamato dal medesimo in quanto sfavorevole all’ aspirante PG dell’ex partitone.

Certo è che se la documentazione che ha portato alla nascita della Scuola (socialista) che (speriamo non) verrà è taroccata, immaginiamoci come sarà il rapporto sulla sperimentazione della medesima – nel caso in cui dovesse partire. Per questo diciamo che approvare la sperimentazione equivale ad approvare la riforma. La strada è senza ritorno.

Sicché, per essere sicuri di non sbagliare, il prossimo 23 settembre tutti a votare NO alla Scuola che verrà.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Scuola ro$$a e referendum: sono davvero tutte frottole?

Bertoli sbrocca contro il “Mattino bugiardo”. Ma è lui che non la racconta giusta…

 

Al direttore del DECS compagno Manuele “Bisogna rifare la votazione del 9 febbraio” Bertoli, non è piaciuto l’ultimo articolo che il sottoscritto ha osato pubblicare sul Mattino a proposito della riforma “La scuola che (speriamo non) verrà”. Niente di strano, trattandosi di uno scritto contro la riforma medesima ed a sostegno del referendum. Il fatto che il Consigliere di Stato si produca in lunghi botta e risposta sulla “scuola rossa” – lo ha fatto anche con interlocutori come il Prof. Zambelloni, peraltro assai più qualificato del sottoscritto in materia di scuola e pedagogia – denota un certo nervosismo. Forse che l’asfaltatura rimediata in autunno con la votazione sull’insegnamento della civica ha insegnato che in Ticino la scuola pubblica non è appannaggio di una determinata area politica, che può fare e disfare a piacimento senza che nessuno abbia a metterci il becco?

Tutte balle di fra’ Luca?

Secondo il direttore del DECS, sono frottole che la “scuola rossa” non è sostenuta dai docenti, sono frottole che la riforma è ideologica, sono frottole che il tandem PLR-PPD si è fatto infinocchiare, sono frottole che il rapporto che verrà stilato dopo i tre anni di sperimentazione sarà “compiacente” (eufemismo). Insomma: tutte balle di fra’ Luca! La scuola rossa è una figata pazzesca e qualsiasi argomento contrario non può che essere una perfida menzogna partorita da “menti contorte”!

Vediamo di rimettere il campanile – o il minareto, per rimanere su un edificio più gradito al partito del ministro socialista – centro del villaggio.

Risulta infatti che:
– l’86% di docenti non ha risposto al sondaggio sulla “scuola rossa”, evidentemente in segno di dissenso (perché se gli insegnanti fossero stati d’accordo con la proposta del capodipartimento l’avrebbero senz’altro comunicato; e dire di no ad un sondaggio online significa farsi sgamare subito);
– l’89% di quelli che hanno risposto alle 103 domande (perché non 1030 già che c’eravamo?) hanno detto di essere contrari alla sperimentazione nella loro sede.
– Alla consultazione scritta hanno partecipato 10 sedi di scuola media su 35.
Davanti a queste cifre, è un po’ avventuroso parlare di riforma sostenuta dai docenti. Consenso, per me, è un’altra cosa. Ma probabilmente, in quanto membro del comitato referendario, ho la “mente contorta” (ringrazio il direttore del DECS per la calzante definizione).

La logica della siepe

Che la riforma-Bertoli sia improntata all’egualitarismo ideologico (stessi risultati per tutti) di sinistra, non è l’ennesima fantasia dei soliti populisti e razzisti con la mente contorta. A parte che lo hanno ribadito specialisti del calibro del già citato prof. Zambelloni intervistato dal portale Ticinolive (intervista che vale la pena leggere), l’andazzo emerge dai documenti ufficiali sulla “scuola che (speriamo non) verrà”. Lì – tra un mare di incredibili contorsionismi – si legge che la differenziazione pedagogica serve proprio a “promuovere il passaggio da una democrazia delle possibilità verso una democrazia della riuscita”. Se questo non è egualitarismo e conseguente livellamento verso il basso (la logica della siepe: per portare tutti gli arbusti alla stessa altezza, la siepe si abbassa sempre di più)…

Studi farlocchi

Quanto alle verifiche taroccate, per farsi dire quello che si vuole sentire, il CdS Bertoli ci scuserà, ma non siamo proprio nati ieri: le statistiche farlocche della SECO e dell’IRE su disoccupazione ed effetti del frontalierato in Ticino sono un esempio illuminante di come funziona il meccanismo. Basta attribuire al verificatore il mandato “giusto”, con gli indicatori “giusti”, ed il gioco è fatto. Se poi il verificatore dovesse per disgrazia anche essere legato a filo doppio con il Dipartimento…
Si ribadisce anche che i partiti cosiddetti borghesi – a cominciare dal PLR che ha retto il DECS per oltre un secolo ed ora si trova ridotto al ruolo di ancella – si sono fatti, platealmente, infinocchiare. Questo è un merito del capodipartimento. Il PLR ha proposto un modello alternativo destinato ad ingloriosa asfaltatura, ciò che non farà che rafforzare la “scuola rossa” proposta da Bertoli e dai vertici, parimenti ro$$i, del DECS.
Senza dimenticare che la “scuola che (speriamo non) verrà” costerà 35 milioni all’anno (come la riforma fisco-sociale la quale però, secondo la maggioranza del partito di Bertoli, provocherebbe apocalissi finanziarie nei conti pubblici, mentre per la scuola rossa i soldi ci sono). La sperimentazione triennale, dal canto suo, di milioni ne costerebbe 6.7.

Visto che il referendum contro la riforma-Bertoli pare essere riuscito – manca ancora la conferma ufficiale, ma il numero di firme raccolto dovrebbe mettere al riparo i promotori da sgradite sorprese – il popolo ticinese avrà la possibilità di dire la sua su un tema di grande importanza, sia politica che finanziaria.

Lorenzo Quadri

 

Meglio contorti che boccaloni

La scuola che (non) verrà, Bertoli sbrocca contro i referendisti: “menti contorte”

 

Al direttore del DECS kompagno Manuele Bertoli non è andata giù che “menti contorte” (definizione sua) di Udc-LaDestra e Lega (e anche qualche Plr) abbiano lanciato il referendum contro la “sua” riforma del sistema scolastico ticiense, ovvero la famigerata “La scuola (rossa) che verrà”. Quella che vuole sostituire la parità di partenza degli allievi con la parità di arrivo. Evidentemente per qualcuno le politikamente korrettissime “pari opportunità” (parità di partenza, appunto) ancora non bastano. E’ giunto il momento del passo successivo: la parità di risultato. Il che giocoforza significa: livellamento verso il basso.

Due osservazioni

Si può poi anche sostenere, come ha fatto Bertoli, che i referendisti hanno la mente contorta. Non siamo così suscettibili da offenderci per questo. Ma due osservazioni ci stanno tutte:

  • meglio contorti che boccaloni, come hanno invece dimostrato di essere PLR e PPD. Perché per credere
  1. che i vertici del DECS abbiano davvero la volontà di valutare oggettivamente delle alternative alla scuola (rossa) che verrà; e
  2. che far partire la sperimentazione (su cavie umane!) non significhi dare il via alla riforma tout-court (ed ovviamente nella versione Bertoli)

bisogna aver vinto il campionato europeo di credulità.

  • Difficile trovare qualcosa di più “contorto” delle pippe mentali con cui il Dipartimento motiva “La scuola che verrà”, di cui riportiamo un estratto sotto.

Anche sostenere, come fa il direttore del DECS, che solo perché la riforma rossa è costosa, essa comporterà automaticamente un miglioramento della scuola ticinese, è assai poco convincente.

Democrazia a senso unico?

Vista la posta in gioco – ossia tanti (ma tanti) soldi pubblici e la preparazione con cui i nostri giovani si affacceranno al mercato del lavoro ticinese sfasciato dalla libera circolazione (grazie partitocrazia!) – ci mancherebbe anche che non fosse legittimo lanciare il referendum affinché siano i cittadini a votare.

Intanto però i soldatini del P$ hanno già cominciato ad agitarsi: se il referendum riuscirà, a decidere sulla riforma scolastica  rossa sarà – orrore (ovvove)! – il popolazzo “che vota sbagliato” e non gli specialisti gauche-caviar di ingegneria pedagogica.

Ma complimenti! Hai capito i kompagni? Il popolo non deve decidere. Decide la casta. Gli unici referendum legittimi sono quelli dei sinistrati. Allora lì va bene a che ad esprimersi non siano degli esperti. Ecco perché i $ocialisti non volevano l’insegnamento della civica: loro sono per la democrazia a senso unico (come la morale, come la legalità, come…).

Va poi ricordato che nel caso concreto i professionisti della scuola sono tutt’altro che compatti dietro la riforma-Bertoli. Perché se qualcuno immagina che essa sia sostenuta dalla maggioranza dei docenti e dei direttori di istituto, forse ha sbagliato i conti. L’86% degli insegnanti non si è nemmeno espresso, tanto per dirne una.

Egualitarismo

Che l’egualitarismo spinto di stampo rosso di cui è imbevuta la riforma sia un bene per la scuola ticinese (e quindi per la società) è tutto da dimostrare. Se la società è selettiva, la scuola non può essere tutto il contrario. La selezione è necessaria anche nelle aule. Non si può incanalare tutti gli alunni verso gli studi superiori, magari per gonfiare l’ego dei genitori. Perché il risultato è: licei usati come parcheggio con curricula che poi sfociano  o in “dispersioni formative” (cioè giovani che abbandonano gli studi e sono in giro a sbalzo) o in lauree “facili” senza sbocchi. Senza sbocchi anche perché la partitocrazia, P$ in primis, ha voluto e vuole l’invasione di frontalieri. Grazie alla devastante libera circolazione delle persone, i frontalieri stanno colonizzando a ritmo serrato gli uffici del terziario dove dovrebbero lavorare i ticinesi. Se la libera circolazione non salta, sarà sempre peggio.

Sarebbe invece opportuno puntare di più sull’apprendistato, che non è una formazione di serie B, ma un percorso formativo ammirato a livello internazionale, come ama ripetere il ministro dell’Economia Johann “Leider” Ammann (quindi non un becero leghista populista e razzista). Come del resto accade in Svizzera tedesca. Del resto, assomigliare sempre più alla Svizzera tedesca è il nostro destino visto che per trovare lavoro i giovani ticinesi dovranno giocoforza emigrare oltralpe a causa dell’invasione da sud. Di nuovo: grazie, partitocrazia!

Il precedente

Comprensibile il fastidio di Bertoli nei confronti del referendum contro la scuola (rossa) che verrà. La  votazione sull’insegnamento della civica, da cui il direttore del DECS ed i suoi giannizzeri sono usciti asfaltati, ha segnato un precedente. La scuola ticinese non è proprietà esclusiva della $inistra. Anche un comitato etichettato come “di destra” può riuscire a far valere le proprie ragioni in una votazione popolare.

Lorenzo Quadri

 

 

 

Il livellamento verso il basso nella scuola ro$$a

 

Dal documento “La scuola che verrà” – e poi ad avere la “mente contorta” sarebbero i promotori del referendum??

 

Da pagina 23

Qualità dell’insegnamento e risultati ottenuti dagli allievi restano punti fermi, ai quali nessuno intende rinunciare. Bisogna tuttavia raggiungere una “giusta eguaglianza” nella distribuzione del bene finale, applicando una “giusta diseguaglianza” nell’impiego dei mezzi strumentali. Tradotto nei termini delle proposte formulate dal progetto di riforma, la diversificazione delle strategie d’insegnamento, dell’approccio e delle pratiche didattiche è funzionale all’ottenimento di un’eguaglianza dei risultati (dove per eguaglianza si intendono i migliori risultati possibili per ognuno), il che equivale a produrre equità. In altre parole si potrebbe pensare che la Scuola che verrà tollera, anzi promuove delle diseguaglianze di trattamento in quanto pienamente compatibili con la promozione di una scuola equa: attraverso la differenziazione si intende perseguire una giusta eguaglianza nella distribuzione del bene finale (i risultati scolastici) che si combina con una giusta diseguaglianza nella distribuzione dei beni strumentali messi in campo (ottenuta attraverso la differenziazione).

 

Pagina 24

La pedagogia differenziata cerca di adattare metodi e percorsi alla realtà degli allievi. Essenziale diventa la rilevazione e l’osservazione di questa realtà e dei vari processi che sono messi in gioco, per poi cercare di adattare le situazioni di insegnamento o apprendimento. I termini “differenziazione” o “pedagogia differenziata” sono di fatto riferiti a una diversificazione delle pratiche didattiche che inizia con una prassi di osservazione diagnostica e prosegue con un adeguamento delle forme di insegnamento. Differenziare implica quindi per definizione di non accordare a tutti la stessa attenzione, lo stesso tempo o la stessa energia. In questo modo è possibile promuovere il passaggio da una “democrazia delle possibilità” verso una “democrazia della riuscita”.

 

 

 

Pur di ricattare moralmente i ticinesotti si sfida anche il ridicolo. Bertoli e l’apartheid: alle boiate non ci sono limiti

Al kompagno Manuele “bisogna rifare il voto del 9 febbraio” Bertoli, le provocazioni, evidentemente, piacciano molto. Specie quelle contro gli svizzeri. Vedi, appunto, la storiella della votazione sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” che andrebbe rifatta perché non gli va a genio.

Ma l’ultima sortita del Consigliere di Stato socialista in materia di stranieri nel nostro paese, pubblicata dal Corriere del Ticino nello spazio destinato alle opinioni, non rientra più nel campo delle provocazioni. Rientra invece a pieno titolo in quello delle boiate. Del resto lo stesso quotidiano, forse in un sussulto di pudore, non ha pubblicato lo scritto di Bertoli nelle prime pagine, come sarebbe stato logico trattandosi del contributo di un ministro, bensì l’ha relegato a fondo giornale, in zona “poveri morti”.

Un terzo di stranieri
Il consigliere di Stato P$, nella sua opinione, arriva a paragonare la Svizzera, segnatamente il Ticino, al Sudafrica dell’Apartheid. Perché? Ma perché ogni tanto qualche straniero da lungo tempo in assistenza viene rimandato nel paese d’origine.

Come si possano azzardare accostamenti come quello di cui sopra in un Cantone dove il 30% della popolazione è straniera, (naturalmente senza contare la pletora di naturalizzati di fresco), rimane un mistero. Ma certamente non è un caso isolato: si tratta del solito insipido ritornello, condito di ricatti morali, che sentiamo recitare ad ogni dibattito televisivo in cui si parli di immigrazione. E visto che le redazioni televisive le gestiscono i kompagni di partito di Bertoli, la rappresentatività degli ospiti è in genere 5 spalancatori di frontiere contro uno, alla faccia dell’equidistanza e del servizio pubblico.

E’ questa l’etica?
Ora, se di tanto in tanto qualche straniero in assistenza viene invitato, tramite decisione governativa o giudiziaria, a lasciare il paese, ciò avviene in base a precise leggi e giurisprudenza. Leggi e giurisprudenza cui il consigliere di Stato Bertoli candidamente dichiara di opporsi. Ecco quindi che gli alti esponenti P$, quelli che – Bertoli per primo! – amano ribadire fino allo sfinimento il principio della legalità (ma evidentemente solo quando fa comodo) perorano il non rispetto della legge. Che i ticinesotti “chiusi e gretti” non osino espellere nessuno straniero. Né mantenuto, né delinquente. Il diktat è chiaro: i ticinesi non solo  dovrebbero permettere a tutti di arrivare qui, ma allo stesso modo dovrebbero pure mantenere chiunque. Senza limiti di tempo né di importo. E se non lo fanno,  vengono infamati da un loro Consigliere di Stato. E’ questa la tanto decantata etica della $inistruccia cantonticinese? E’ normale e tollerabile che un ministro  si vanti di opporsi all’applicazione della legge solo perché quest’ultima non è conforme alle sue ideologie spalancatrici di frontiere? Oppure le leggi valgono solo per chi ha il passaporto rosso?

Boiata doppia
Il paragone ad effetto con l’apartheid in cui Bertoli incautamente si lancia è una boiata per due motivi.
Primo: se davvero vigesse da noi un regime razzista e discriminatorio come quello evocato, non avremmo percentuali stratosferiche di cittadini stranieri che vivono da noi, e soprattutto non avremmo un fenomeno d’immigrazione completamente fuori controllo: perché mai tutti vorrebbero venire a stare in un paese che umilia e maltratta gli stranieri? Forse perché la realtà  è alquanto diversa?

Secondo: con l’improvvido parallelismo con l’apartheid, il direttore del DECS raggiunge il risultato esattamente opposto a quello sperato. Cos’era, infatti, l’apartheid? La marginalizzazione e la discriminazione, in casa propria, di popolazioni autoctone ad opera di colonizzatori stranieri. In questo senso sì, potremmo dire che in Ticino c’è l’apartheid, ma grazie alla politica delle frontiere spalancate e della rottamazione della Svizzera condotta da Bertoli e dal suo partito. Infine, se in Ticino, come dice il ministro P$, si costruiscono muri (dove?) se siamo paragonabili al Sudafrica degli anni più bui, Bertoli è in ogni momento libero di trasferirsi in un paese dove gli stranieri vengono trattati meglio. Sempre che ne trovi, ovviamente.
Lorenzo Quadri

Insegnamento della civica: basta con la melina! Chi ha paura del voto popolare?

Sull’iniziativa che chiede l’insegnamento obbligatorio della civica – come materia a se stante e con una propria valutazione – dopo tanta melina da parte del DECS ed in particolare da parte del consigliere di Stato titolare, kompagno Manuele “Bisogna rifare il voto del 9 febbraio” Bertoli, al quale la proposta proprio non piace, nelle scorse settimane è finalmente arrivata qualche notizia positiva. A fornirla è la commissione scolastica del Gran Consiglio.

La prima “buona novella” è che non ci sarà una seconda perizia sulla ricevibilità dell’iniziativa, già accertata da un’expertise dell’avv. Crespi, incaricato dal comitato promotore. La seconda, che il messaggio sulla civica verrà trattato separatamente e non assieme alla questione dell’insegnamento religioso. Quindi, viene affossato il tentativo di Bertoli di mettere in contrapposizione le due materie civica e religione, ben sapendo che i promotori idealmente le sostengono entrambe. La terza, che il relatore commissionale designato è il leghista Michele Guerra.

Naturalmente, dalla scolastica potrebbero anche uscire due rapporti sulla civica: uno favorevole ed uno contrario. Non c’è bisogno del mago Otelma per prevedere che il Consigliere di Stato PS, titolare del DECS, mobiliterà le truppe cammellate per mettere i bastoni tra le ruote all’iniziativa, e per ottenere un njet da parte del parlamento. Alla fine dovrà comunque decidere il popolo ticinese. Ed infatti è proprio il voto popolare ciò che il DECS voleva evitare mettendo in discussione la ricevibilità dell’iniziativa. Visto che infatti a $inistra la volontà popolare viene rispettata solo quando fa comodo, meglio prevenire decisioni sgradite: altrimenti la lista delle votazioni “da rifare” si allunga…

 

“Sa pò mia”?

Perché i vertici del DECS aborrono l’iniziativa sulla civica? La storiella dell’impossibilità di inserire nella griglia oraria due ore al mese (!) d’insegnamento di detta materia non suona molto credibile. Chissà perché, c’è come il vago sospetto che, se si fosse trattato di inserire due ore al mese di (ipotetiche) materie quali “multiculturalismo”, “integrazione”, “istituzioni europee” e via sbrodolando, certe “insormontabili difficoltà” sarebbero state immediatamente sormontate. La civica non piace perché rammenta alcune cosette che a sinistra proprio non piacciono. Ad esempio principi fondanti e specifici della Svizzera quali democrazia diretta, indipendenza, neutralità, federalismo, esercito di milizia, eccetera.

Certamente potrebbe diventare un po’ imbarazzante per il DECS insegnare ai ragazzi che, ad esempio, il voto popolare deve essere rispettato quando il capodipartimento va in giro a dire che bisogna rifare il voto del 9 febbraio perché non piace a lui e al suo partito. Oppure spiegare il concetto di sovranità nazionale quando il partito di riferimento delle gerarchie scolastiche vuole imporre il diritto straniero e vuole pure l’adesione della Svizzera all’UE. Idem per l’esercito di milizia, di cui il P$ vuole l’abolizione.

 

Meglio dimenticare…

E’ insomma evidente che chi i principi fondanti della Svizzera li vuole rottamare perché bisogna diventare uguali a tutti gli altri (visto che confini e dunque nazioni non devono più esistere) non può che opporsi al loro insegnamento a scuola. Se si vuole cancellare qualcosa, è molto più facile farlo prima cadere in dimenticatoio. Insegnarlo è controproducente: non sia mai che la lezione di civica rischi di generare in innocenti virgulti un qualche sentimento patriotico (che orrore il solo pensiero!). La colonizzazione della scuola ad opera del partito delle frontiere spalancate non serviva certo a questo…

 

Anche i contenuti

Visto l’andazzo nella scuola di questo ridente Cantone, nel caso piuttosto verosimile in cui l’iniziativa per l’insegnamento della civica dovesse venire accettata dai votanti, bisognerà anche controllare il contenuto del programma della nuova materia: non sia mai che a qualche furbastro venga in mente di fare (dal suo punto di vista) “di necessità virtù” trasformandola in un corso di filoeuropeismo coatto.

Ma procediamo un passo alla volta.

Lorenzo Quadri