Ci fregano un’altra volta!

Disoccupazione dei frontalieri: arriva un nuovo Diktat UE, dovrà pagarla la Svizzera

Come c’era da aspettarsi, le istituzioni della fallita Unione europea avrebbero trovato un compromesso (?) sull’annosa questione delle indennità di disoccupazione dei frontalieri.

Il compromesso, ma tu guarda i casi della vita, comporta che gli svizzerotti verranno infinocchiati per l’ennesima volta.Infatti, esso prevede che a pagare la disoccupazione dei frontalieri non sarà più il paese di domicilio, come ora, bensì quello dove il frontaliere lavora(va). L’accordo raggiunto viene giudicato “fragile” dagli esperti; il Parlamento europeo e gli Stati membri lo devono ancora approvare; ma, per non saper né leggere né scrivere, noi crediamo che diventerà realtà.

Conseguenze pesanti

Per la Svizzera, le conseguenze di una simile regolamentazione sarebbero deleterie. Si stimano costi di svariate decine di milioni di franchetti annui a carico della Confederella: e scusate se sono pochi. Ma anche i Cantoni con molti – leggi: troppi – frontalieri pagherebbero un pesante scotto; a partire ovviamente dal nostro (sfigatissimo). Infatti:

  • I costi per il potenziamento degli Uffici regionali di collocamento (URC), necessario a far fronte all’iscrizione in massa di frontalieri, sarebbero a carico dei Cantoni. Attualmente solo pochi frontalieri si iscrivono agli URC. Con il nuovo regime, si iscriveranno tutti.
  • La partitocrazia cameriera dell’UE nel dicembre 2016 rottamò la preferenza indigena votata dal popolo (9 febbraio 2014) trasformandola in quella ciofeca denominata “preferenza indigena light”. Essa prevede di “avvantaggiare” (?), tramite obbligo di annuncio agli URC dei posti di lavoro vacanti, i disoccupati di alcuni rami professionali: quelli dove il tasso di disoccupazione a livello nazionale (!) – calcolato secondo i criteri farlocchi della SECO! – supera l’8%. Ma se tutti i frontalieri saranno iscritti agli URC, esattamente come gli svizzeri, spieghino i camerieri bernesi di Bruxelles in che modo i cittadini elvetici sarebbero avvantaggiati dall’obbligo di annuncio! Al proposito, chi scrive ha presentato un’interpellanza al Consiglio federale. Vedremo in quale nuova arrampicata sui vetri si produrrà detto gremio per raccontare che “l’è tüt a posct”.
  • Come potrebbero gli svizzerotti impedire abusi oltreconfine? Ad esempio: frontalieri ufficialmente disoccupati che percipiscono la rendita elvetica ma lavorano in nero in patria?

Verso la calata di braghe

Ora, la Svizzera non sarebbe di per sé obbligata ad adeguarsi al nuovo Diktat UE sulla disoccupazione dei frontalieri (ammesso che venga confermato). Ma è chiaro che i balivi di Bruxelles pretenderanno che lo faccia. Ovviamente accompagnando la pretesa con i consueti ricatti e le solite minacce: uhhh, che pagüüüraaa!

E poco ma sicuro che i burocrati bernesi prima, e la partitocrazia poi, caleranno le braghe. Del resto, la casta spalancatrice di frontiere – in primis PLR e P$$ – brama di sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale, che trasformerebbe la Svizzera in una colonia dell’UE a tutti gli effetti. Per cui, figuriamoci se si sognerebbe di opporsi ad una qualsiasi richiesta dei suoi padroni di Bruxelles! Ma nemmeno in mille anni!

Ecco il risultato

Solo lunedì, il triciclo PLR-PPD-P$$ ha votato giulivo il regalo dal 1.3 miliardi all’UE. Una marchetta che, come noto, viene versata senza alcun obbligo né contropartita, ma solo  “per oliare”. Ebbene: ecco i primi risultati concreti di cotanta “lubrificazione”: i soliti calci nelle gengive! Complimenti alla partitocrazia che ci SVENDE! E, alle elezioni, ricordiamoci di tanta benemerenza…

 

Lorenzo Quadri

Basta prese per i fondelli!

VaffanSECO! Ancora statistiche farlocche sulla disoccupazione per farci credere che…

 

L’invasione di frontalieri provocata dalla devastante libera circolazione delle persone voluta dal triciclo PLR-PPD-P$continua a fare disastri!

Per la partitocrazia spalancatrice di frontiere, nell’imminenza delle elezioni cantonali, le cose si mettono male: sarebbe infatti il colmo se i cittadini non le chiedessero di rendere conto dello sfacelo sul mercato del lavoro ticinese.

Ma il tema è scottante anche a livello federale. Giustamente, l’avversione degli svizzeri nei confronti di un’UE fallita ed arrogante cresce sempre più.

Quindi, i burocrati della SECO, Segreteria di Stato dell’economia, si agitano per fare il lavaggio del cervello al popolazzo, nel tentativo di far credere che in Ticino con la devastante libera circolazione vada tutto bene.  Eccoli dunque tornare alla carica con le loro statistiche farlocche sulla disoccupazione nel nostro Cantone. Statistiche che diventano sempre più grottesche! Vabbè che Carnevale si avvicina, ma…

Ticino: sempre più disoccupati!

Ed infatti questi burocrati bernesi, che il Ticino l’hanno visto al massimo in cartolina, pretendono di farci credere che alle nostre latitudini la disoccupazione sarebbe in calo. A loro dire, il tasso di disoccupazione in Ticino sarebbe addirittura sceso (!) dal 3.7% di fine 2017 al 3.3% di fine 2018. Sì certo, come no! E gli asini volano!

Ma questi funzionarietti chi credono di prendere per il lato B? Purtroppo per loro, lo sp-ttanamento è dietro l’angolo. Arriva dall’ILO, che è poi l’indicatore usato internazionalmente per rilevare la disoccupazione. Ed esso ci racconta una storia diametralmente opposta. Ci dice infatti che, in questo sfigatissimo Cantone, il tasso di senza lavoroè passato dal 5.9% dell’ultimo trimestre del 2017 al 6.8% dello stesso periodo del 2018! Quindi, altro che disoccupazione in calo!Crescita esponenziale!

E non solo: se pensiamo che il tasso di disoccupazione ILO della Lombardia è del 5.4%, quindi di parecchio inferiore a quello ticinese, ci rendiamo ben conto di quanto ci troviamo immersi nella palta “grazie” alla libera circolazione delle persone voluta dalla partitocrazia!

Perfino la RSI, assai poco sospetta di opposizione alle frontiere spalancate, si è accorta della clamorosa discrepanza tra le barzellette propinate dalla SECO – quella che ci costa 100 milioni all’anno! – ed i dati più credibili dell’indicatore ILO. Sul tema è andato in onda nei giorni scorsi un servizio del Quotidiano.

Trucchetto svelato

Del resto, il giochetto è presto smascherato: le statistiche farlocche della SECO non registrano i senza lavoro, bensì le persone iscritte agli Uffici regionali di collocamento (URC)! Non è affatto la stessa cosa, anzi! Sempre più senza lavoro non sono iscrittialla disoccupazione. Ma non certo perché hanno trovato un impiego, bensì perché sono finiti in assistenza, o in AI, oppure non percepiscono più nessuna rendita e quindi sono spariti da tutte le statistiche! Poi però ci chiediamo come mai i “tavolini magici” si moltiplicano!

L’ha capito anche il Gigi di Viganello: agli Uffici regionali di collocamento, restano iscritti solo quei disoccupati che hanno diritto alle indennità di disoccupazione, e questi diventano una parte sempre più piccola di quanti non hanno un impiego! Sicché, cari burocrati della SECO, è ora di piantarla di prendere per i fondelli la gente – evidentemente con finalità politiche – con statistiche basate su indicatori che non vogliono più dire un tubo!

Mercato saturo

La crescita dei disoccupati di lunga durata (assistenza) dimostra inoltre che, per chi perde il posto, rientrare nel “circuito” diventa sempre più difficile! E perché accade questo? Elementare Watson! Perché il mercato del lavoro ticinese è stato saturatocon frontalieri, permessi B più o meno farlocchi, padroncini e compagnia bella! E quindi per chi è nato e cresciuto qui non c’è più posto!

Per questo sfacelo, ringraziamo la devastante la libera circolazione delle persone e quelli che l’hanno voluta!

Com’era già la storiella che andava in giro a raccontare l’allora presidente del PLR Fulvio Pelli prima della votazione sugli accordi bilaterali? “Con la libera circolazione delle persone, i nostri giovani potranno andare a lavorare a Milano”?Certo, come no! Esempio da manuale della lungimiranza dell’ex partitone!

Lorenzo Quadri

 

Pagare la disoccupazione ai frontalieri? Col piffero!

La Lega presenta l’iniziativa cantonale. Attendiamo al varco il triciclo PLR-PPD-P$

E intanto nel Canton Argovia, dove i frontalieri sono “solo” 12mila…

Ma tu guarda questi argoviesi, che ci sorprendono in positivo.

Malgrado infatti il numero dei frontalieri nel ridente Cantone della Doris sia irrisorio (ca 12 mila), il Gran Consiglio locale ha deciso nei giorni scorsi, con 77 voti contro 50, di sottoporre alle Camere federali un’iniziativa cantonale che chiede alla Confederella di non versare le indennità di disoccupazione ai frontalieri.

Sulla disoccupazione dei  frontalieri infatti i ministri degli affari sociali della fallita UE hanno deciso un “cambiamento di paradigma” che, se applicato, sarebbe una catastrofe per gli svizzerotti. Secondo lorsignori ministri la disoccupazione dei frontalieri non la dovrebbe più pagare lo Stato di residenza come ora, bensì l’ultimo paese dove i frontalieri hanno lavorato.

E questi sarebbero gli “amici” europei con cui, a dar retta al triciclo spalancatore di frontiere, dovremmo assolutamente concludere sempre più accordi? Quelli che, sempre secondo la partitocrazia, dovrebbero comandare in casa nostra? Ma andate affan…!

“Bisogna oliare”

La nuova disposizione deve ancora venire esaminata dal parlamento europeo. Si può solo sperare nella sua proverbiale lentezza.

Ma una cosa è certa: se, come è probabile (per non dire garantito) l’europarlamento seguirà la proposta dei ministri, è evidente che i camerieri dell’UE in Consiglio federale caleranno le braghe nel giro di un nanosecondo. Perché, come ha ben spiegato il tamdem PLR-PPD Caprara-Lombardi, a Bruxelles si deve sempre dire di sì; “Bisogna oliare”.

E allora gli argoviesi hanno pensato bene di mettere le mani in avanti. Hanno presentato la loro iniziativa cantonale che chiede di non conformarsi al diktat UE, nel caso in cui arrivasse.

Problema di tutta la Svizzera

Il Canton Argovia ha un problema di frontalieri? No. Le cifre, come abbiamo visto, sono piccole. Però la nuova imposizione europea graverebbe sulle casse dell’assicurazione contro la disoccupazione (AD) elvetica per centinaia di milioni di Fr. L’ha detto la SECO (quella delle statistiche taroccate pro-libera circolazione delle persone). E, se la SECO ammette che la situazione è disastrosa, le si può ben credere.

Le centinaia di milioni che uscirebbero dalle casse della nostra AD per pagare le rendite anche ai frontalieri sono un problema di tutta la Svizzera. Ricordiamo che nel 2012 vennero effettuati importanti tagli alle rendite dei senza lavoro svizzeri (la Lega era contraria) per motivi di risparmio. Però le centinaia di milioni per pagare la disoccupazione ai frontalieri ci sono? Quando i balivi di Bruxelles comandano, le esigenze di risparmio si dissolvono come neve al sole?

Danno doppio

Il Ticino, con 65mila frontalieri, si troverebbe inoltre costretto a potenziare gli uffici regionali di collocamento (URC) per far fronte alle iscrizioni di permessi G. Il conto di questa operazione lo pagherebbe per intero il solito sfigato contribuente ticinese; non la Confederazione. Quindi  per noi sarebbe danno doppio. Danno doppio a cui si aggiunge la beffa.  Se i frontalieri si iscrivono agli URC, questi devono occuparsi di collocare anche loro. E questo può avvenire solo a danno dei ticinesi.

Inoltre: è evidente che l’AD svizzera non avrà nessuna possibilità di verificare se i frontalieri che percepiscono la disoccupazione elvetica lavorano in nero Oltreramina.

La Lega si muove

Il fatto che Argovia abbia presentato un’iniziativa cantonale dimostra che le conseguenze catastrofiche del “cambiamento di paradigma” dell’UE a proposito della disoccupazione dei frontalieri non sono una balla della Lega populista e razzista.

La quale Lega, chiaramente, non è rimasta con le mani in mano ed ha presentato un’iniziativa parlamentare analoga a quella argoviese. E’ evidente che attendiamo la partitocrazia al varco. Ed è altrettanto evidente che anche i rappresentanti leghisti a Berna torneranno a battere il chiodo.

Socialità: casse svuotate

Intanto il Consiglio federale ha ammesso che – malgrado i soldatini della partitocrazia raccontino il contrario, mentendo – il settore delle assicurazioni sociali rientra eccome nello sconcio accordo quadro istituzionale. Credere che i camerieri di Bruxelles in Consiglio federale riusciranno ad escluderlo, è come credere a Babbo Natale.

La conseguenza di questa situazione è facile da immaginare. Il nostro stato sociale, a seguito di accordi internazionali del menga, finirebbe alla mercé di tutti i cittadini UE. Proprio come rischia di accadere ora con la disoccupazione. E – colmo dei colmi – a decidere sul saccheggio dei nostri soldi sarebbero dei giudici stranieri.

Ecco i bei regali della partitocrazia PLR-PPD-P$$ e della sua politica della calata di braghe compulsiva davanti a Bruxelles.

Ce n’è più che abbastanza per votare sì all’iniziativa   “per l’autodeterminazione”! Forza, c’è tempo fino a domenica prossima!

Lorenzo Quadri

 

Disoccupazione dei frontalieri sta arrivando la maxisupposta!

Costo stimato: centinaia di milioni di Fr all’anno. Ticinesi cornuti e mazziati

 

Il Consiglio federale annuncia: se l’UE ci chiede di modificare l’allegato all’accordo sulla sacra libera circolazione delle persone…

Ohibò: i camerieri dell’UE in Consiglio federale, dopo lungo cogitare, si sono accorti che pagare la disoccupazione ai frontalieri costerebbe centinaia di milioni di franchetti ogni anno. L’agghiacciante scenario potrebbe diventare realtà nel caso in cui la DisUnione europea decidesse di “cambiare paradigma” (uella), stabilendo che il versamentodelle rendite ai disoccupati frontalieri tocca all’ultimo Stato in cui il frontaliere ha lavorato e non più a quello di residenza, come invece accade ora.

Il campanello d’allarme in effetti è già suonato a fine giugno. Allora il cambiamento di regime veniva dato per imminente. Nel frattempo la questione – come tante altre che riguardano i rapporti tra Svizzera ed UE: ad esempio il regalo di 1.3 miliardi di contributo di coesione agli eurofalliti – è sparita dai radar. Ma guai a fidarsi troppo di queste sparizioni. Perché poi… “all’improvviso ritornano”.

“Ci adoperiamo perché…”

Pallottoliere alla mano, le ancelle bernesi di Bruxelles si sono rese conto che il tiro mancino dell’UE sui frontalieri disoccupati potrebbe avere un prezzo assai salato. Con conseguente ennesimo danno reputazionale per quelli che non riusciranno a sventare la rapina. Ovvero loro medesimi. E quindi tentano di rassicurare il popolazzo malfidente. Giurano che si stanno adoperando affinché il tema delle assicurazioni sociali venga escluso dallo sconcio accordo quadro istituzionale e dai relativi sviluppi.

Tüt a posct, dunque? Stiamo tranquilli? Ma col fischio!

E chi ci crede?

Punto primo, e lo ripeteremo fino allo sfinimento: di sottoscrivere lo sconcio accordo quadro istituzionale non se ne parla proprio. Si tratterebbe infatti dell’ennesimo accordo-capestro  che ci imporrebbe i diktat dell’ UE ed i giudici stranieri in settori gravidi di conseguenze. Tra cui proprio quello della devastante libera circolazione delle persone.

Punto secondo:anche il Gigi di Viganello ha ormai imparato che, per calare le braghe ad altezza caviglia davanti all’UE, i camerieri di Bruxelles non hanno bisogno di accordi quadro istituzionali. Quindi le rassicurazioni fornite sull’estromissione del tema delle assicurazioni sociali dall’accordo quadro non ingannano nessuno.

La richiesta

Ed infatti, nel caso in cui a Bruxelles si decidesse che a pagare la disoccupazione ai frontalieri deve essere lo Stato di lavoro e non quello di residenza, “alla Svizzera verrà verosimilmente chiesto di modificare in tal senso l’allegato II dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone”(Consiglio federale dixit).

E se la richiesta dovesse arrivare, cosa accadrà a Berna? Elementare, Watson: calzoni abbassati fin sotto i talloni e piegamento a 90 gradi! Il copione è già scritto. E’ la stessa desolante sceneggiata a cui abbiamo assistito con il Diktat disarmista dell’UE. Quello che, con la scusa di combattere il terrorismo, vuole disarmare i cittadini onesti.  E che il terrorismo sia una scusa, l’hanno capito anche i paracarri. Il Diktat in questione non impedirà un solo atto terroristico. I terroristi islamici (sottolineare: islamici) non si servono di armi da fuoco per compiere le loro stragi; figuriamoci di armi da fuoco legalmente dichiarate.

Copione già scritto

Pur sapendo che la direttiva disarmista dell’UE è perfettamente inutile, di fatto una smaccata presa per fondelli; pur sapendo che lede le nostre leggi, le nostre tradizioni, la nostra volontà popolare, i soldatini della partitocrazia sotto le cupole federali l’hanno votata lo stesso. Perché? Ma perché il Diktat comunitario farlocco è uno sviluppo dei fallimentari accordi di Schengen – nota bene: questo malgrado al momento della sottoscrizione di detti accordi ci fosse stato assicurato che il diritto elvetico delle armi non sarebbe stato toccato; ma come al solito: svizzerotti cornuti e mazziati, “tanto sono fessi e non si accorgono di niente” – e quindi ecco che il triciclo PLR-PPD-P$$ si lancia senza pudore nel ricatto: se non ci conformiamo all’ordine dell’UE, salta Schengen! “Bisogna salvare Schengen”! E giù le braghe! Da notare che non l’ha detto nessuno che ad un njet elvetico al Diktat contro le armi dei cittadini onesti farebbe seguito l’espulsione (uhhh, che pagüüüraaa!) della Svizzera dallo spazio Schengen. Ma tant’è…

 

Muuuhhh!

E’ evidente che con la disoccupazione dei frontalieri, essendo legata all’accordo sulla devastante libera circolazione delle persone, accadrebbe esattamente la stessa cosa. Al grido isterico di “bisogna salvare la libera circolazione!” la partitocrazia eurolecchina accetterebbe senza un cip di pagare la disoccupazione ai frontalieri, bruciando così ogni anno centinaia di milioni di Fr della Confederella, a cui vanno aggiunti i costi per il potenziamento degli Uffici regionali di collocamento, questi a carico dei Cantoni; ed in particolare, per ovvi motivi, del nostro. Nei mesi scorsi i soliti tamberla della SECO sono già riusciti a dichiarare di essere favorevoli a che la Svizzera paghi la disoccupazione ai frontalieri. Del resto, la paga anche ai dipendenti del casinò di Campione che mai hanno versato i contributi, ragion per cui… Avanti così! Facciamoci mungere da tutti! Siamo o non siamo la mucca Milka di mezzo mondo? Muuuhhh!

Lorenzo Quadri

 

 

Per la Simonetta, gli asilanti vengono prima degli svizzeri

Dei disoccupati elvetici se ne impipa, ma vuole foraggiare chi assume finti rifugiati

 

I colpi di genio dei burocrati bernesi con i piedi al caldo ed il posto statale garantito a vita non finiscono mai! L’ultima bella pensata, annunciata nei giorni scorsi (anche se non si tratta di una novità) è l’intenzione della SEM, ovvero della Segreteria di Stato per la migrazione (Dipartimento Simonetta) di sussidiare i datori di lavoro disposti ad assumere finti rifugiati.

Di questa “ca_ata pazzesca” (Cit. Fantozzi) se ne era sentito parlare già negli scorsi mesi. Con la ministra del “devono entrare tutti”, kompagna Simonetta Sommaruga, che dichiarava giuliva di voler spendere 130 milioni all’anno per inserire professionalmente (?) i finti rifugiati. Adesso il tema viene rilanciato.

Sostenere chi assume svizzeri

Qui a qualcuno è dato di volta il cervello. Altro che incentivare l’assunzione di finti rifugiati! Bisogna sostenere, e con urgenza, chi assume svizzeri!Ed è vergognoso che il Consiglio federale, che ha dimostrato a più riprese di impiparsene dei ticinesi finiti in disoccupazione ed in assistenza per colpa della devastante libera circolazione, adesso si trasformi in ufficio di collocamento per finti rifugiati!

Si vede che per la Simonetta&Co i migranti economici con lo smartphone vengono prima dei cittadini elvetici senza lavoro! Questi ultimi, tanto per aggiungere la beffa al danno, vengono pure sfottuti dai tamberla della SECO (Dipartimento “Leider” Ammann) con le statistiche taroccate su disoccupazione e frontalierato!

Tutti in assistenza

Ma perché la kompagna Simonetta e le sue truppe cammellate si mettono in testa di discriminare i cittadini svizzeri per foraggiare  a suon di milionate – soldi nostri! – i datori di lavoro disposti ad assumere finti rifugiati? Tanto più che l’operazione è destinata a finire a schifìo, poiché questi signori non sono di certo integrabili nel mondo del lavoro?

Evidentemente perché si sono accorti che i migranti economici, senza farsi problema di sorta, si sono tutti attaccati alle generose mammelle dello stato sociale finanziato dagli svizzerotti “chiusi e gretti”!

La media di sedicenti profughi con permesso B a carico dell’assistenza è del 75% a livello nazionale;  in Ticino siamo addirittura all’85%! Senza dimenticare che, nel giro di soli otto anni, il numero dei finti rifugiati eritrei mantenuti dall’assistenza è aumentato del 2282%! Apperò! E nümm a pagum!

Rimandare a casa loro

Ed allora la kompagna Simonetta, pur di non rimandare questi giovanotti africani a casa loro, vuole sperperare i soldi pubblici nel tentativo di trovargli un lavoro. Così da farli restare in Svizzera vita natural durante, a tutto beneficio del business ro$$o dell’asilo!

Ma non se ne parla proprio!

  • Con il denaro pubblico sosteniamo chi assume cittadini svizzeri;
  • I migranti economici in assistenza non vanno fatti lavorare a scapito dei residenti. Vanno rimpatriati. A partire dalla nazionalità maggiormente rappresentata in Svizzera: gli eritrei, che sono tutti finti rifugiati.

E’ chiaro il messaggio, o ci vuole un disegno?

Lorenzo Quadri

Il PLR insiste: ticinesi in assistenza? “Incollocabili!”

Invece di rimediare all’invasione da sud, l’ex partitone se la prende con i disoccupati

Certo che in casa liblab ce la stanno mettendo proprio tutta per reggere la coda alla devastante libera circolazione delle persone. Per tentare di far credere che l’immigrazione scriteriata non abbia fatto disastri su disastri; ma quando mai!

In una sola settimana si sono cumulate due iniziative in tal senso.

Il “libro bianco” dei galoppini

La prima, a livello federale: il cosiddetto “libro bianco” (ci ricorda qualcosa…) di Avenir Suisse sui rapporti tra la Svizzera e la fallita UE. Avenir Suisse è un “Think Tank” (serbatoio di pensiero) di area liblab. Missione: galoppinare la casta spalancatrice di frontiere. Nel recente passato, questo gremio di aspiranti Nobel  si è segnalato per la “geniale” proposta di rendere più difficile l’esercizio dei diritti popolari. Chiaro: il popolazzo becero “vota sbagliato” e mette i bastoni tra le ruote agli intrallazzi dell’élite. Quindi va ridotto al silenzio. Hai capito i soldatini di Avenir Suisse? Altro che “serbatoio di pensiero”: serbatoio di fregnacce!

Dunque i soldatini di Avenir Suisse nei giorni scorsi hanno presentato il loro “libro bianco” sui rapporti con l’UE. Basato su studi farlocchi, su clamorose balle di fra Luca al limite dell’oltraggioso (ad esempio questa, epocale: “la libera circolazione è particolarmente vantaggiosa per la Svizzera”)e su imbarazzanti silenzi, il “libro bianco” è un maldestro tentativo di propaganda a sostegno delle frontiere spalancate e dello sconcio accordo quadro istituzionale con l’UE. Un accordo, quest’ultimo, fortissimamente voluto dai politicanti liblab e P$, che costituirebbe la pietra tombale della nostra sovranità e dei nostri diritti popolari.

Fingono di non sapere

Naturalmente i galoppini di Avenir Suisse si sciacquano la bocca con l’importanza degli accordi commerciali con l’UE. Ma fingono di non sapere che per concludere accordi commerciali vantaggiosi non c’è affatto bisogno di spalancare le frontiere. La stessa UE ha sottoscritto trattati commerciali con gli USA, con la Cina, col Canada: e in questi accordi di libera circolazione proprio non se ne parla.

Chiaro che il “libro bianco” dei soldatini liblab di Avenir Suisse dimostra che la libera circolazione ciurla nel manico (gli uccellini cinguettano infatti che la raccolta firme per l’iniziativa popolare che ne chiede l’abolizione stia andando bene). Di conseguenza alla casta comincia, come si suol dire, a diventar fredda la camicia. Avanti così!

In Ticino

Seconda iniziativa, questa in Ticino, guarda caso sulle colonne del bollettino dell’ex partitone Opinione liberale (più redattori che lettori). Ancora una volta il PLR tenta di far credere che l’invasione da sud sia una figata pazzesca e che sul mercato del lavoro ticinese vada tutto a meraviglia. Come no!

Il presidente della Camera di commercio (CCIA-Ti)  Luca Albertoni (che ci sta pure simpatico) scrive sull’esplosione dell’assistenza in Ticino, che a suo parere non avrebbe relazione con le “problematiche vere o presunte del mercato del lavoro”. Ohibò. Come dire: non è vero che il mercato del lavoro di questo sfigatissimo Cantone è andato in palta a causa dell’invasione da sud, sono tutte balle populiste!

Ed infatti, prosegue il direttore della CCIA-Ti, “le cifre della disoccupazione sono in costante calo”. Certo: le cifre taroccate della disoccupazione pubblicate dalla SECO per reggere la coda alle politiche della partitocrazia sono in calo. Il che non vuole affatto dire che la disoccupazione in quanto tale sia in calo. Come ben testimonia l’aumento dei numeri dell’assistenza.

Tutti casi psichiatrici?

A ciò si aggiunge la storiella, citata sempre da Albertoni, secondo cui su 8077 persone in assistenza quelle effettivamente collocabili sarebbero solo un migliaio. Questa è un’altra mistificazione.  Tanto per cominciare, le sentenze sulla collocabilità o meno vengono calate esaminando solo le scartoffie e non la persona. Ma soprattutto: l’assistenza non è l’AI. Chi è andato in assistenza passando dalla disoccupazione, prima lavorava.  Quindi era “collocabile” eccome. Se poi qualcuno è diventato incollocabile a seguito del lungo periodo di inattività e della sterminata serie di porte prese in faccia, è un altro discorso.

Inoltre, l’invasione da sud provocata dalla partitocrazia taglia fuori in partenza chi magari in ambito professionale è più “debole” – vuoi per formazione, vuoi per caratteristiche personali – ma che prima della libera circolazione un lavoro (magari “di manovalanza”; ma mica tutti devono fare i manager) l’avrebbe trovato eccome, e l’avrebbe anche svolto dignitosamente.  Adesso rimane escluso e magari viene pure bollato come  incollocabile. Ma questo accade perché 350mila ticinesi sono stati mandati allo sbaraglio. Messi in concorrenza con 10 milioni di abitanti della Lombardia. Dove ci sono dottorati disposti a venire in Ticino a fare fotocopie, pur di avere la pagnotta sul tavolo, visto come butta dalle loro parti.

Era evidente che una simile scelleratezza avrebbe provocato un disastro. Chi, da presunto esperto del mercato del lavoro, non ha previsto cosa sarebbe successo o addirittura lo ha negato, sì che è “incollocabile”.

PLR contro i disoccupati

La storiella che su 8077 persone in assistenza ci sarebbero non qualche centinaio o anche un paio di migliaia, ma addirittura oltre settemila – quindi una grandissima maggioranza! – di incollocabili “veri”, quindi casi sociali e/o psichiatrici, è un’offesa ai disoccupati di lunga durata, e la raccontate a qualcun altro. Anche perché, se così fosse, queste persone sarebbero in invalidità e non in assistenza.

Anche quando viene infiocchettato, il pensiero del PLR è sempre lo stesso: chi, ticinese, non ha un lavoro, è un lazzarone e non vale una sverza. Oppure è un caso sociale o psichiatrico. O un tossicomane. “Incollocabile”. Tenere a mente.

La SECO fa un altro regalo ai frontalieri: chiudiamola!

Disoccupazione: i balivi tagliano le indennità agli svizzeri, mentre ai permessi G…

I balivi della SECO (Segreteria di Stato per l’economia) ne hanno combinata un’altra. Chiaro: limitarsi a taroccare le statistiche sulla disoccupazione e sul frontalierato per fare il lavaggio del cervello agli svizzerotti, con l’intento di convincerli che con la devastante libera circolazione delle persone va tutto a meraviglia, non basta.  Fare l’organo di propaganda politica pro-frontiere spalancate è riduttivo per dei burocrati che costano al contribuente la bellezza di 100 milioni all’anno!

Così ecco arrivare l’ultima geniale trovata, di cui ha dato notizia il sindacato OCST. La SECO, annuncia il sindacato, ha comunicato di voler estendere anche ai frontalieri il diritto al “guadagno intermedio”, ossia “una delle principali prestazioni garantite ai lavoratori residenti in Svizzera dalla Legge sull’Assicurazione Disoccupazione (LADI)”.

“Il guadagno intermedio –spiega il sindacato – è un ammortizzatore sociale all’avanguardia che garantisce al lavoratore una sicurezza economica e contrattuale molto importante. I lavoratori svizzeri (e residenti in genere) lo conoscono bene, mentre tra i frontalieri fino ad oggi era un perfetto ignoto”.

“In sintesi –prosegue l’OCST – i lavoratori frontalieri che subiranno una riduzione della percentuale di lavoro presso la stessa azienda avranno diritto ad un’indennità (con il computo del “guadagno intermedio” appunto) che andrà a colmare in parte il salario perduto”.

Regalo immotivato

Al di là dei tecnicismi, il quadro è chiaro. I tamberla della SECO intendono fare l’ennesimo regalo ai frontalieri. Senza uno straccio di motivo plausibile. E a danno delle casse della disoccupazione svizzera. Ricordiamo che i balivi bernesi in tempi recenti di regalo ingiustificato ai frontalieri ne hanno già fatto uno, e bello grosso.  Ovvero la possibilità di beneficiare delle deduzioni fiscali di cui dispongono i residenti. Adesso, con il guadagno intermedio, ne arriva un altro. Che schifezza.

A Berna bisogna fare pulizia con la ramazza! A casa subito, e senza guadagno intermedio, i burocrati ed i politicanti svenduti che invece degli interessi degli svizzeri  fanno quelli dei frontalieri!

A sud ridono

Intanto,  al di là della ramina, se la ridono a bocca larga. Il Belpaese continua a prenderci per i fondelli alla grande. In particolare proprio sulla questione del frontalierato: vedi il famoso nuovo accordo fiscale, ormai morto e defunto. E gli svizzerotti, fessi come non mai, non solo non reagiscono tramite blocco ristorni (Consiglio di Stato) o disdetta della Convenzione del 1974 (Consiglio federale). Ma addirittura si inventano nuovi regali ai frontalieri! Grazie SECO! Ma è possibile fare peggio di così? E noi ci aspettiamo – la nostra partitocrazia si aspetta – che i tamberla bernesi, schiavi delle “aperture”, prendano decisioni nell’interesse del Ticino? Ma significa essere caduti dal seggiolone da piccoli!

Iniziative indecenti

I regali ai frontalieri in ambito della disoccupazione sono particolarmente indecenti se si pensa che, con l’ultima modifica della legge federale, che la Lega ha combattuto, dal 2012 sono stati introdotti pesanti tagli alle indennità dei residenti. Lo scopo dell’esercizio era, ovviamente, quello di risparmiare sulla pelle dei disoccupati svizzeri. Però i soldi per i regali ai  frontalieri ci sono? SECO, vergogna!

Oltretutto la novità si presterà ad ogni sorta di raggiri. Vedi diminuzioni simulate dell’orario di lavoro – magari ad opera di imprenditori italici – per far poi compensare lo stipendio dalla disoccupazione. Ma figuriamoci se a Berna ci arrivano. Questi pensano di vivere nel Paese del Mulino Bianco. Non hanno la più pallida idea di cosa voglia dire avere a che fare con l’Italia.

Grazie PLR!

Visto che la SECO è inquadrata nel Dipartimento del PLR Johann “Leider” Ammann, ringraziamo, ancora una volta,  l’ex partitone ed i suoi politicantiche continuano ad avvantaggiare i frontalieri a scapito degli svizzeri.Ma avanti così, continuate a votare liblab…

E’ evidente che sull’ultima alzata d’ingegno della SECO verrà presentato un atto parlamentare a Berna (domani comincia la sessione delle Camere federali).

 

 

Per i ticinesi: un tubo!

E cosa fa invece la SECO targata liblab, quella che fa i regali ai frontalieri, per sostenere i disoccupati ticinesi? Un tubo! Anzi: sabota qualsiasi tentativo di arginare l’invasione da sud, perché “bisogna aprirsi”! E giù fregnacce sul presunto “diritto superiore”!

E’ ora di darci un taglio a queste sconce prese per i fondelli. Via la libera circolazione (tutti a firmare l’iniziativa!) e CHIUDIAMO LA SECO.Così il contribuente  risparmia 100 milioni di Fr all’anno da reinvestire per promuovere l’occupazione degli SVIZZERI.

Lorenzo Quadri

 

 

 

 

Efficienza degli URC: Ticino in fondo alla classifica!

Uffici regionali di collocamento, la classifica della SECO inguaia il DFE

 

Che in Ticino, malgrado gli studi farlocchi della SECO, ci sia un grave problema occupazionale è evidente a tutti. Un problema che è causato, non ci stancheremo mai di ripeterlo, dalla devastante libera circolazione delle persone. Dalla libera circolazione e, ovviamente, da chi l’ha voluta. Vero partiti $torici? Vero sindacati e padronato?

Come se non bastasse, non solo chi ha voluto la libera circolazione, facendo il disastro, rifiuta di rimediare, ma boicotta pure i tentativi altrui di cambiare le cose. Vedi la rottamazione del “maledetto voto” del 9 febbraio. Vedi il sabotaggio di “prima i nostri”. Frontiere spalancate über Alles! L’importante è ubbidire all’UE! E chissenefrega:

  • dei disoccupati
  • del soppiantamento di lavoratori residenti con frontalieri
  • del dumping (in “granconsigliese”: dömping) salariale
  • della forchetta tra le paghe nel settore privato oltregottardo ed in Ticino, che si allarga sempre di più a causa dell’invasione da sud, mentre i costi della vita no, e questo ci rende i più poveri della Svizzera
  • dell’esplosione dei casi d’assistenza, siamo ormai oltre gli 8200
  • del raddoppio della sottoccupazione in 10 anni
  • eccetera eccetera.

Le lamentele

Ovvio che in questa situazione il ruolo degli URC, uffici regionali di collocamento, diventa sempre più importante. In Ticino al proposito non mancano certo le lamentele. In effetti l’attività degli URC sembra ridursi sempre più a quella dei gendarmi che controllano se il disoccupato ha svolto tutte le ricerche di lavoro che è tenuto a svolgere. Che controllano e che sanzionano. Quella del mancato sostegno concreto al collocamento è  infatti una protesta frequente: bacchettate al posto di aiuto. Il fatto che ormai all’URC rimanga iscritto solo chi ha delle prestazioni da percepire è un segnale chiaro di sfiducia. Chi non ha lavoro non crede che gli Uffici di collocamento possano effettivamente collocarlo.

La classifica della SECO

Ebbene la SECO ha pubblicato una graduatoria dell’efficienza degli URC nei vari Cantoni, ripresa nei giorni scorsi dal TagesAnzeiger. La valutazione si basa su quattro indicatori: da quanto tempo le persone seguite sono senza lavoro? Quante sono disoccupate da oltre un anno? Quante esauriscono le prestazioni senza trovare un impiego? E quante si ri-annunciano a meno di 12 mesi dall’ultimo periodo di disoccupazione?

Il risultato del Ticino non è certo rallegrante. Infatti, ancora una volta, il nostro Cantone si ritrova a fare da fanalino di coda della Svizzera. Gli URC ticinesi si trovano al quartultimo posto della classifica. Solo Neuchâtel, Ginevra e Appenzello interno (sic) fanno peggio. I “primi della classe” sono invece Uri, Vallese e Svitto.

Ci piacerebbe proprio sapere cosa ne pensano al DFE di questa classifica non propriamente rallegrante! Oppure l’è tüt a posct? “Siamo fiduciosi”?

Occorre agire

Certamente, si può obiettare che gli studi della SECO non sono per forza oro colato, come ben sappiamo. Si può allo stesso modo obiettare che, con un mercato del lavoro andato in malora causa invasione da sud, nemmeno dei supermen riuscirebbero a collocare più di oggi. Ma qui sta probabilmente il nocciolo della questione. Gli URC sono inadeguati alla realtà ticinese disastrata dalla libera circolazione voluta dalla partitocrazia. Come direbbero oltregottardo, qui c’è Handlungsbedarf: occorre agire.

Lorenzo Quadri

 

Perché l’IRE non studia la tassa per i frontalieri?

Altro che indagini farlocche per puntellare la fallimentare libera circolazione!

 

Sono solo “percezioni”! Ormai, pur di fare propaganda di regime pro-libera circolazione, i camerieri dell’UE non arretrano nemmeno davanti alle più acrobatiche arrampicate sugli specchi. L’Istituto ricerche economiche (IRE) è riuscito ad auto-commissionarsi (con i soldi del solito sfigato contribuente) un nuovo studio per dimostrare che in Ticino la fallimentare libera circolazione delle persone è una figata pazzesca. Solo che i ticinesotti, essendo beceri, la “percepiscono” in modo sbagliato. I problemi sul mercato del lavoro? L’invasione di frontalieri e padroncini? Tutte balle della Lega populista e razzista!

Sicché l’istituto diretto dal buon Rico Maggi, invece di volteggiare tra le vette dell’eccellenza scientifica, s’impegola nel tentativo di dimostrare ciofeche del seguente tenore (tratta pari-pari dalle conclusioni dello studio): “coloro che leggono il Mattino, 20Minuti o seguono Ticinonline e Ticinonews (quindi testate, a parte ovviamente la prima, che certamente NON sono di orientamento leghista, ndr), hanno una maggiore probabilità di condividere affermazioni negative (sulla presenza dei frontalieri). Lo stesso vale per coloro che consultano un numero maggiore di media. Al contrario, coloro che leggono il Caffè hanno una minor probabilità di condividere affermazioni negative”.

Dove sia andato l’IRE a trovare degli interlocutori che leggono solo il Caffè è un mistero: si tratterà di frontalieri? Comunque tale risultato serve semmai a confermare che il Caffè è un settimanale contro il Ticino.

“Percezioni”

Non stiamo qui a ripetere di nuovo le cifre, nude e crude e soprattutto ufficiali, dell’invasione da sud in Ticino. Cifre che non sono “percezioni”. Cifre che descrivono un mercato del lavoro allo sfascio e  un’immigrazione andata interamente fuori controllo. Parlare, a tal proposito, di “percezioni” significa essere davvero all’ultima spiaggia. L’ultima spiaggia della propaganda di regime che è ormai giunta a negare l’evidenza.

Chiudere baracca

Fa “piacere” vedere l’IRE, ovvero un istituto universitario riccamente foraggiato con i soldi del contribuente, che invece di ricercare delle soluzioni per migliorare il mercato del lavoro ticinese sfasciato dalla libera circolazione, utilizza le proprie risorse  – ed i nostri franchetti – per fare propaganda POLITICA a sostegno della medesima.

Ma un centro di competenze (uella) quale l’IRE, è stato voluto per dare un contributo alla soluzione dei problemi di questo sempre meno ridente Cantone o per negarli, oltretutto utilizzando la solita trita fregnaccia della balla populista e razzista?

Come abbiamo già avuto modo di dire: se l’IRE, come del resto la SECO, serve a fare propaganda di regime a sostegno della libera circolazione delle persone, chiudiamo baracca che così si risparmia!

Qualcosa di concreto

Invece di arrampicarsi sui vetri per reggere la coda alla libera circolazione, l’IRE si potrebbe dedicare ad attività ben più costruttive. Ad esempio: il prof Reiner Eichenberger dell’Università di Friburgo ha pubblicamente dichiarato che introdurre una tassa d’entrata per frontalieri “sa pò”. Eichenberger, come docente universitario, ha una reputazione accademica da difendere e quindi, se dice che una tassa per frontalieri è fattibile, ci sono buoni motivi per ritenere che sia proprio così.

Ebbene, l’IRE potrebbe impegnarsi in uno studio che formuli delle proposte concrete  per realizzare la tassa per frontalieri ipotizzata dall’economista friburghese. Perché il Consiglio di Stato non gli dà questo mandato, così magari  Rico Maggi & Co produrranno finalmente qualcosa di utile? Oppure all’IRE farebbero obiezione di coscienza davanti ad una richiesta del genere, poiché ben riforniti di collaboratori con domicilio nel Belpaese?

Aggravante

Il problema degli studi farlocchi di Maggi & Co a sostegno delle frontiere spalancate non è solo l’utilizzo improprio di fondi pubblici per trattare i ticinesi (per lo meno quel 70% che ha plebiscitato il 9 febbraio) da psicolabili con percezioni alterate. Un problema ulteriore e anche più grave è il danno che arrecano al Cantone. Perché serve a tanto che i rappresentanti del Ticino a Berna (almeno alcuni) si sforzino di sensibilizzare la capitale federale sui disastri fatti in Ticino dalla libera circolazione delle persone e sulla necessità di porvi rimedio prima che salti per aria tutto, se poi arriva non già la solita SECO al soldo del ministro  PLR “Leider” Ammann – quello che, assieme al suo collega di partito e di governo Burkhaltèèèèr vorrebbe pagare senza un cip un ulteriore miliardo di coesione agli eurofalliti – ma l’IRE, con il crisma di istituto universitario ticinese a sostenere che sono tutte balle populiste e razziste e che in realtà l “l’è tüt a posct”. Ovvio che, ai camerieri bernesi di Bruxelles  alla ricerca spasmodica di pretesti per sbattersene dei problemi del Ticino, gli studi-fetecchia dell’IRE servonno un assist che vale oro. E il contribuente ticinese dovrebbe continuare a pagare per questo genere di prestazioni?

Lorenzo Quadri

La Posta: il marketing che fa ridere i polli

Il Gigante giallo smantella gli sportelli, ma intanto straparla di prossimità?

Sembra proprio che i grandi manager (?) della Posta abbiano perso la bussola. Completamente. Costoro infatti, invece di preoccuparsi di svolgere il proprio lavoro, che dovrebbe essere quello di consegnare lettere, pacchi e giornali, e di permettere ai cittadini di effettuare i pagamenti, preferiscono titillarsi con le operazioni di marketing più strampalate. Dicono che tali balordaggini servono a migliorare la prossimità  all’utenza. Come no. L’ultima trovata è la seguente. In Svizzera interna una ventina di uffici postali cambieranno l’insegna. Al posto della scritta gialla La Posta, si metterà, udite udite, il nome del gerente della filiale. Ma bisogna essersi proprio bevuti il cervello. E purtroppo, non si tratta di un pesce d’aprile.

A parte che la raffinata (?) iniziativa (potremmo più grezzamente parlare di pippe mentali) non la capirà nessuno: non si vede come si possa aumentare la prossimità al cittadino piazzando insegne  grazie alle quali quest’ultimo non capirà nemmeno più di trovarsi davanti ad un ufficio postale. Invece di rendersi identificabili, ci si rende irriconoscibili! E poi, se per caso il gerente dell’agenzia si chiama Adolf, lo si scrive sull’insegna?

Presa per i fondelli

Ma soprattutto,  qui la puzza di presa per i fondelli si sente lontano un miglio. Per mantenere la prossimità, la Posta deve appunto continuare a fornire un servizio di prossimità. Quindi deve conservare la rete di uffici postali presente sul territorio, che è tra l’altro il suo punto di forza. Ma l’ex gigante giallo questa rete la sta, invece, smantellando. In grande stile. Come noto, da qui al 2020 è prevista la chiusura  di 600 uffici postali in tutta la Svizzera. Con le ovvie conseguenze occupazionali. Ma così si butta la  tanto decantata (e politikamente korretta) prossimità nella “chaise percée”. Non c’è bisogno di aver studiato marketing per rendersene conto. Lo capisce anche il Gigi di Viganello.

Prossimità farlocca

E adesso i grandi manager postali, mentre stanno demolendo la prossimità vera, credono di metterne in mostra una fittizia, farlocca, tramite ridicole operazioni di marketing? Che, tra l’altro, di certo non sono gratis: gli esperti di comunicazione (?) che partoriscono immani boiate quali le insegne degli uffici postali col nome del gerente, le loro prestazioni le fatturano eccome.

Inoltre, il marketing lo fa un’azienda alla ricerca di clientela. La Posta la clientela non la sta ricercando; fa di tutto per allontanarla.  E mica solo i cittadini, che si vedono smantellare sportelli e aumentare le tariffe delle caselle se non ricevono un tot di invii settimanali. Anche i principali fruitori di servizi postali, che sono poi i giornali, vengono trattati a pesci in faccia, con condizioni sempre più assurde. Eh già, cari lettori: è colpa della Posta  se il Mattino da quest’anno ha abolito l’abbonamento del lunedì. Perché lorsignori gialli ponevano condizioni assurde (avvolgere il giornale nel cellophane?), tariffe fuori di zucca, e tempi di consegna indegni (il domenicale sarebbe giunto nelle bucalettere non prima di martedì).

Nulla da dire?

E adesso la Posta si immagina da un lato di rottamare arrogantemente gli uffici postali senza che nessuno possa fare un cip (perché delle opposizioni di Cantoni, Comuni e cittadini i manager dell’ex regia federale se impipano alla grande: fanno quello che vogliono); dall’altro, vaneggia di riconquistare la simpatia dell’utenza, così malamente sprecata, con operazioni di marketing che fanno ridere i polli.

Ma la politica federale – l’unica che a questo punto potrebbe smuovere qualcosa – non ha niente da dire? Per la Consigliera federale di riferimento, ossia la Doris uregiatta, va tutto bene?

Lorenzo Quadri

Macelleria postale: lo smantellamento prosegue

La mannaia si abbatte anche sulle caselle, mentre il CdS si illude che sarà ascoltato

 

Il Consiglio di Stato ticinese ha di recente incontrato una delegazione della dirigenza della Posta. Tema della riunione, le nuove strategie del cosiddetto Gigante giallo, che come sappiamo intende chiudere 600 uffici postali da qui al 2020, in un’operazione che interesserà anche 1200 collaboratori. Questo malgrado la Posta realizzi 700 milioni di utili all’anno: quindi non si trova affatto nella necessità di tagliare per pareggiare i conti (e men che meno per sopravvivere).

Dal momento che la Posta in questo sempre meno ridente Cantone occupa oltre 1400 persone, è  chiaro che anche il Ticino sarà pesantemente toccato dalle iniziative dei “grandi strateghi” gialli.

Da notare, ma tu guarda i casi della vita, che se al momento dell’annuncio della riforma i manager postali “non escludevano” licenziamenti, adesso li danno per certi (tipica tattica del salame).

Ci sono le app

E’ chiaro che ad essere penalizzate dalla chiusura di uffici postali saranno in particolare le regioni periferiche. Ma per gli adrenalici manager gialli non c’è problema: tanto ci sono le app per telefonino. Come no. Peccato che, diversamente dai finti rifugiati, mica tutti gli svizzeri hanno lo smartphone ultimo modello. E mica tutti sono d’accordo di farsi monitorare in qualsiasi cosa facciano, pagamenti compresi, dal “grande fratello” della rete; ciò in barba alla famosa privacy che sta sempre più diventando un vago ricordo.

Vago ricordo

Come un vago ricordo rischia di diventare l’importante ruolo di datore di lavoro  delle ex regie federali, che sta andando allegramente a farsi benedire. Il che è particolarmente problematico in Ticino, dove anche sulla piazza finanziaria è in atto un’emorragia di impieghi. Vedi svendita del segreto bancario, vedi sfacelo della BSI e conseguenti licenziamenti (in entrambi i casi i responsabili ci sono e sono noti. Vero ex ministra del 5%? Vero Sir Alfred?).

Nuova sorpresa

Nei giorni scorsi è arrivata l’ultima sorpresa targata gigante giallo: la Posta intende penalizzare con una sanzione mensile di 20 franchi i titolari di una casella postale che non ricevono almeno tre lettere al giorno. Questa misura va a colpire chi il servizio postale a domicilio non ce l’ha – magari perché vive in una zona discosta – o chi ce l’ha ma è “poco funzionale” perché la corrispondenza viene recapitata dopo mezzogiorno. Non per tutti la casella postale è un capriccio. Ovviamente i grandi strateghi del Gigante giallo sosterranno che ci sono le email…

Lo smantellamento del servizio pubblico è in atto, ma qualcuno manca all’appello: il  Consiglio federale ed in particolare la ministra dei trasporti e delle telecomunicazioni Doris Leuthard, PPD, da cui non viene un cip. Letargo? Oppure l’è tüt a posct?

Pie illusioni

Il Consiglio di Stato ha dunque senz’altro fatto bene ad incontrare i vertici della Posta per esprimere le proprie preoccupazioni. Peccato che si tratti di parole al vento, visto che il CdS non ha voce in capitolo. Il copione è quello già visto “x volte” in occasione delle chiusure di uffici postali nei comuni. Il municipio interessato protesta, la Posta prende atto e poi chiude lo stesso perché “ne ha facoltà”. Così andrà anche con i Cantoni. Gli appelli del governo ticinese  cadranno nel vuoto. La Posta li ascolta solo pro forma, poi fa quello che vuole. Se non si muove la proprietà, ossia la Confederazione, la linea dei manager postali non cambierà di una virgola. E Berna si muoverà? C’è da dubitarne. I  partiti, almeno finora, non hanno fatto una piega davanti alla macelleria annunciata. Inoltre e soprattutto: gli utili della Posta, che sono una forma di tassazione indiretta, tornano molti comodi al Consiglio federale, il quale può poi servirsene come gli torna più comodo. Ad esempio per finanziare finti asilanti o per versare aiuti all’estero.

Lorenzo Quadri

La propaganda farlocca si sgonfia come un palloncino

Su libera circolazione, sudditanza agli eurobalivi e frontiere spalancate

In Gran Bretagna dopo il Brexit il tasso di disoccupazione è il più basso dal 2005. E le università svizzere, che avrebbero dovuto essere a rischio a causa del voto “chiuso e xenofobo” del 9 febbraio, guadagnano posizioni

Ohibò: i camerieri dell’UE hanno incassato una nuova legnata. Ad assestargliela, i dati sulla disoccupazione in Gran Bretagna. Oltremanica, il tasso di senza lavoro continua a scendere. Malgrado la Brexit.

L’ultimo rilevamento indica un 4.9%: il più basso dal 2005.

E’ opportuno (uella) ricordare che da noi, in questo sempre meno ridente Cantone, il tasso di disoccupazione ILO (che è l’indicatore usato internazionalmente) è superiore al 7%. La SECO con le sue statistiche farlocche pretende di farci credere che sia del 3%. In realtà è ben più del doppio. A ciò si aggiunge l’esplosione dei casi d’assistenza: hanno superato quota 9000, quando nel 2010 erano 6000.

La SECO ci prende per fessi

Perché la SECO tarocca le cifre? Facile: perché, avendo negato che l’invasione di frontalieri dovuta alla libera circolazione delle persone provoca sostituzione e dumping salariale, deve giocoforza negare anche l’esistenza in Ticino di un problema occupazionale. Sicché, avanti col  mantra del “Tout va bien, Madame la Marquise”!

Lo abbiamo già scritto. La statistica è come lo scarafone: è bella a mamma sua. E chi è la “mamma” delle statistiche della SECO? Il Consiglio federale cameriere dell’UE. Quello che – assieme alla partitocrazia, ai poteri forti, alla stampa di regime – ha imposto la fallimentare libera circolazione delle persone. E adesso si arrabatta per nasconderne i danni. Urta, in particolare, la supponenza con cui i burocrati bernesi pensano di far fessi i ticinesi. Come se bastasse presentare due indicatori truccati per convincere chi vive sulla propria pelle (o su quella dei propri familiari) il dramma della disoccupazione causa invasione di “targhe azzurre” di essere un visionario. Non è così che funziona.

GB: sempre meno disoccupati

Il tasso di senza lavoro nella Gran Bretagna post-Brexit è dunque chiaramente inferiore a quello ticinese. Questa sì che è una notizia. Eppure ci pare di ricordare che, prima del fatidico 23 giugno, gli internazionalisti spalancatori di frontiere pro saccoccia andassero dipingendo scenari catastrofici in caso di Sì al Brexit. Il ricatto all’indirizzo del popolo inglese era chiarissimo: se osate ribellarvi alla fallita UE, se osate riprendervi la vostra sovranità nazionale, la Gran Bretagna verrà catapultata nel Terzo Mondo.  Invece niente di tutto questo sta accadendo. Succede semmai proprio il contrario. La squallida propaganda di regime pro-UE, pro-frontiere spalancate e contro la sovranità nazionale è stata sbugiardata (anche se il termine corretto sarebbe un meno casto “sputtanata”)  su tutta la linea.

Ineluttabile?

La stessa cosa capita anche alle nostre latitudini. Dove si tenta di spacciare la devastante libera circolazione delle persone per ineluttabile e vantaggiosa, quando in realtà non è né l’una, né l’altra cosa. Un disegno in cui inseriscono le statistiche della SECO, che sono semplice propaganda politica. Il direttore dell’IRE Rico Maggi ha dichiarato: in Ticino le cifre sull’occupazione vengono forzate per fare politica. Appunto: vengono forzate dalla SECO e dall’IRE per fare il lavaggio del cervello ai cittadini a sostegno dell’immigrazione scriteriata.

La casta dei professori

Si ricorderà cosa starnazzava, dopo la votazione del 9 febbraio, la casta dei professori universitari. A seguito delle deplorevoli (sic) chiusure xenofobe, gli atenei elvetici non avrebbero più potuto reclutare all’estero i migliori luminari. Come no. Proprio credibile, vista anche la differenza di stipendio tra le università svizzere e quelle europee. Ed infatti, dagli ultimi rilevamenti è emerso che non ci sono mai stati così tanti professori stranieri nelle università elvetiche come ora. Altro che “ridotti all’autarchia e al declino”. C’è anzi il fondato sospetto che, negli ambienti accademici come altrove, si assumano stranieri anche per posti che potrebbero benissimo essere occupati da “local”. Questo accade perché i professori esteri si portano dietro dal paese d’origine tutto l’harem di assistenti, portaborse, segretari, nani e ballerine.

Le università svizzere…

C’è di più. Nei giorni scorsi sui quotidiani ticinesi (notizia pubblicata in formato francobollo) si è letto  che nelle top cento delle università mondiali ci sono quattro atenei svizzeri: il politecnico di Zurigo al 19° posto (l’anno scorso era al ventesimo), l’università di Ginevra al 53° (cinque posizioni guadagnate rispetto al 2015), quella di Zurigo al 54° (come l’anno scorso) e, new entry, il politecnico di Losanna al 92°. Non solo: le prime dieci posizioni se le spartiscono istituti statunitensi e britannici. Quindi di paesi extra UE – o quasi ex UE!

Per cui:

  • dopo il 9 febbraio le università svizzere non solo non sono andate a ramengo, ma hanno migliorato i propri piazzamenti nelle graduatorie internazionali; e
  • gli atenei con cui è proficuo collaborare sono fuori dall’UE, quindi la sudditanza nei confronti degli eurofunzionarietti predicata dalla casta dei professori universitari non ha alcuna ragione concreta: è solo ideologia internazionalista.

Sbugiardati!

Calo della disoccupazione in Gran Bretagna dopo il Brexit, università svizzere meglio posizionate nelle classifiche internazionali dopo il 9 febbraio: sono solo due delle plateali smentite incassate dalla propaganda di regime pro-UE e pro-frontiere spalancate.

Propaganda che, alla prova dei fatti, si sgonfia miseramente, come un palloncino bucato. Sempre.

Lorenzo Quadri

La disoccupazione dei frontalieri costa il doppio del previsto. La SECO ha toppato di nuovo

Intanto migliaia di pseudofrontalieri svernano nel paese d’origine con la disoccupazione elvetica

Ecco servita una nuova performance della SECO, Segreteria di Stato per l’Economia.

Il tema è la disoccupazione dei lavoratori non residenti. Su un argomento tanto ghiotto, la SECO non poteva che prodursi nell’ennesima fetecchiata. La SECO è peraltro quella che sforna con bella regolarità studi farlocchi in cui tenta di dare a bere la fandonia che in Ticino, con la devastante libera circolazione delle persone, andrebbe tutto bene. Che l’invasione di frontalieri non genererebbe né sostituzione né dumping salariale. Ma quando mai! Sono tutte balle della Lega populista e razzista! E’ evidente che simili “rapporti” costituiscono un tentativo politico di reggere la coda alla libera circolazione e a chi l’ha voluta. Se la SECO serve per questo, ribadiamo quanto già scritto le scorse settimane: ossia che è meglio CHIUDERLA, così si risparmiano 100 milioni di franchetti all’anno.

Se non è zuppa…

Per tornare all’ultima performance. La SECO è giustamente finita nell’occhio del ciclone dopo che si è scoperto che la Svizzera nel 2012 ha ripreso alla chetichella l’ordinanza UE sulla disoccupazione dei frontalieri, “grazie” alla quale gli svizzerotti versano 200 milioni all’estero. La decisione è stata presa dal Comitato misto Svizzera-UE senza passare per l’approvazione politica. Ed è stata difesa a spada tratta dal solito Boris Zürcher della SECO. Avanti, continuiamo a genufletterci a tutte le pretese dell’UE!

Il buon Zürcher tenta di rendere più digeribile la faccenda dicendo che ad incassare i soldi in arrivo dalla Svizzera non sono i disoccupati frontalieri, bensì i loro paesi d’origine. Ah beh, questo sì che cambia tutto! O Zürcher, ma chi pensiamo di prendere in giro? Se non è zuppa, è pan bagnato! Sempre di milioni versati all’estero si tratta!

A beneficiarne, spiegava il Corriere del Ticino nei giorni scorsi, sono 27mila frontalieri (il dato è riferito ai frontalieri presenti a livello nazionale, non solo a quelli in Ticino). O presunti tali. Poiché quasi 2000 di questi “frontalieri” in realtà non lo sono affatto. Non provengono da nazioni confinanti, ma da altri Stati UE: Polonia, Portogallo, Spagna, Belgio, e così via.

Con i soldi svizzeri

E cosa accade a questi ultimi, che vengono conteggiati come frontalieri pur senza esserlo? Che lavorano alcuni mesi da noi, poi tornano a svernare nel paese d’origine, beneficiando però della disoccupazione in arrivo dalla Svizzera fino alla prossima stagione di lavoro nel nostro paese. Ma guarda un po’! E la SECO si giustifica dicendo che queste persone vanno trattate come frontalieri per evitare un’eccessiva burocrazia.

Ma la parte più gustosa (si fa per dire) è la seguente, ed è sempre il CdT ad evidenziarla: la SECO ha sbagliato i calcoli. Infatti la nuova regolamentazione sulla disoccupazione dei frontalieri, secondo le sue stime, avrebbe dovuto costare alla Svizzera 100 milioni all’anno. Invece la fattura ammonta al doppio.

Quindi alla SECO non sanno fare i conti. E pretendono di essere credibili quando pubblicano i risultati farlocchi sulle conseguenze del frontalierato in Ticino?

Lorenzo Quadri

“Prima i nostri”: la partitocrazia sabota la preferenza indigena. Ma i cittadini ticinesi non si faranno uccellare

Sicché la partitocrazia in Gran Consiglio vuole azzoppare l’iniziativa “prima i nostri”, lanciata dall’Udc Ticino, tramite un controprogetto farlocco. Perché farlocco? Perché trasforma la precedenza indigena da obbligo ad auspicio.

La formulazione votata dai partiti $torici è infatti questa: “Il Cantone provvede affinché sia promossa l’occupazione nel rispetto del principio di preferenza ai residenti”. Suona bene, però non vuol dire niente. Si rimane al livello delle dichiarazioni d’intenti.

Versione inefficace

La priorità dei ticinesi sul mercato del lavoro è, ovviamente, una questione molto sentita. Per ovvi motivi: la situazione occupazionale la conosciamo, come conosciamo l’invasione da sud. Quindi ecco che PLR-PPD-P$ propongono il contentino di facciata, sapendo però che nella sostanza, se il popolo si farà abbindolare dalla loro proposta, non cambierà nulla. Questi partiti hanno fatto campagna dura contro il 9 febbraio. I loro rappresentanti a Berna ne sabotano l’applicazione. Le lobby delle frontiere spalancate sono colonizzate “dai loro”. Idem per i $indakati ro$$i: quelli che non vogliono la priorità indigena perché “suscita risentimento”. Qualcuno pensa davvero che questi partiti possano essere disposti ad applicare una vera clausola di preferenza indigena? E’ come credere a Gesù bambino. La versione annacquata ed inefficace viene scodellata nella speranza che l’elettore si faccia uccellare.

Sa po’ mia?

Come si giustifica l’operazione? Con il buon vecchio adagio del “sa po’ mia”, con cui qualcuno crede di poter far fessi i cittadini in eterno! Applicare la richiesta originale dell’iniziativa? “Sa po’ mia”! Ci sono i trattati internazionali, ci sono i funzionarietti di Bruxelles… avanti così: mentre i cittadini inglesi si riprendono il proprio paese, i ticinesotti sono pronti a lasciarsi proibire perfino una cosa naturale come la priorità ai “loro” sul mercato del lavoro cantonale.

Come il Consiglio federale

La versione annacquata dell’iniziativa “prima i nostri” ricorda da vicino la clausola con cui il Consiglio federale vorrebbe applicare (?) il “maledetto voto” del 9 febbraio. Si finge di fare i compiti senza farli. Cosa vuol dire in concreto che il “Cantone provvede affinché sia promossa l’occupazione nel rispetto del principio di preferenza ai residenti”? Vuol forse dire che il datore di lavoro sarà autorizzato ad assumere oltreconfine solo dopo aver dimostrato di non aver trovato un candidato residente? Certo che no.

Decidono i cittadini

Va pur detto che l’iniziativa “prima i nostri” è un’iniziativa popolare. Su di essa dovrà quindi votare il popolo. In questo senso, quello che propone il gran consiglio conta poco. Forse i partiti $torici si illudono di riuscire a convincere i ticinesi a votare il loro  specchietto  per le allodole invece dell’iniziativa vera. O più probabilmente, ben sapendo che chi si oppone all’iniziativa “prima i nostri” verrà asfaltato dalle urne, tentano di  far credere di essere anche loro dalla parte della (probabile) maggioranza: la differenza è solo questione di sfumature. Così all’indomani del voto potranno negare di essere stati impallinati per l’ennesima volta. Un po’ come dopo le ultime elezioni comunali, con i PLR, PPD e P$ che ripetevano ad oltranza di non aver perso. Per la serie: l’importante è salvare la faccia.

Lorenzo Quadri

Architetto d’oltreconfine pagato 500 franchi al mese sotto la copertura dello stage? Vietare l’assunzione di stagisti frontalieri

Ma chi l’avrebbe mai detto! Adesso “ci si” accorge degli stages farlocchi che sono in realtà una modalità per assumere laureati frontalieri e pagarli un tozzo di pane, invece di assumere ticinesi ad una giusta retribuzione. Come si diceva una volta? “Dopo averne mangiate 10 fette scoprì che era polenta”?

Scoperta epocale (?)
Fa un po’ specie che la scoperta epocale (?) di cui sopra l’abbia fatta un sindacato, segnatamente il sindacato OCST, che pure si è distinto in più occasioni (non sempre) per concretezza e realismo.
La segnalazione sindacale riguarda uno studio di architettura, di cui non viene fornito il nome, che avrebbe assunto un giovane laureato frontaliere dietro il paravento dello “stage” ad una paga di 500 Fr al mese, retribuzione portata dopo svariati mesi a “ben” 1000 Fr mensili (troppa grazia, Sant’Antonio!).

Sotterfugi
Non c’era di sicuro bisogno di essere dei grandi esperti del mercato del lavoro per prevedere dove sarebbe andato a finire questo sempre meno ridente Cantone “grazie” alla libera circolazione delle persone senza limiti. E gli stages farlocchi, come quello denunciato dall’ OCST, ci sono in tutti gli ambiti professionali, mica solo negli studi di architettura. E naturalmente pullulano le pratiche analoghe: come le assunzioni e lo stipendio al 50% quando il tempo lavorativo reale è del 100% o più.

Pratiche prevedibili
Ovviamente, in considerazione della catastrofe occupazionale italiana – nella vicina Lombardia ci sono infatti tassi di disoccupazione giovanile superiori al 40% – queste pratiche, scandalose quanto prevedibili, trovano da noi terreno fertile. Ce le siamo messe in casa con la libera circolazione delle persone.
La libera circolazione sta tagliando fuori i ticinesi dal mercato del lavoro perché troppo cari in confronto ai frontalieri. I nostri giovani si troveranno ben presto terra bruciata attorno. Dovranno scegliere tra la disoccupazione e l’emigrazione oltralpe.

I responsabili
Per questo ci sono dei precisi responsabili.
Non solo i partiti $torici: ricordiamo che l’ex presidente PLR Fulvio Pelli prometteva: “con la libera circolazione delle persone, i giovani ticinesi potranno andare a lavorare a Milano” (sic!).
Non solo il padronato, interessato ad attingere ad un bacino praticamente sterminato di manodopera estera a basso costo e alta flessibilità. Ma anche i sindacati. Perché più frontalieri uguale più affiliati paganti. E poi, se sul mercato del lavoro tutto fila liscio o quasi, a finire in disoccupazione sono i sindacalisti. Per cui…

Niente stagisti frontalieri
Tornando al caso concreto del frontaliere laureato in architettura assunto a 500 Fr al mese sotto la copertura di uno stage. E’ il caso di ricordare qual è la funzione di uno stage: quella di introdurre un giovane che ha terminato la formazione nel mondo del lavoro. Ma poiché chi vive in Italia va introdotto nel mondo del lavoro italiano e non in quello ticinese, la soluzione non è poi così difficile da trovare. Non servono tanti arzigogoli burocratici. Basta proibire l’assunzione di stagisti frontalieri. Così si evita anche la piaga delle assunzioni-dumping di frontalieri travestite da stage.
Lorenzo Quadri

“Frontalieri discriminati”? Basta con le panzane! Ad essere discriminati sono i ticinesi!

Ma guarda un po’, tra venerdì e ieri è andata in scena la protesta dei frontalieri: il secondo Frontierday. Venerdì a Malnate si sono riuniti in 600, ieri a Lavena Ponte Tresa in 200. Non propriamente folle oceaniche, se si pensa che i frontalieri sono oltre 62’500.
A fomentare queste manifestazioni, e come poteva essere diversamente, sono i $indakati della $inistra italica. I quali si muovono non nell’interesse dei lavoratori, ma per reggere la coda ai politicanti rossi. Niente di nuovo sotto il sole: vediamo lo stesso fenomeno alle nostre latitudini.

I soliti slogan
Gli slogan scanditi erano sempre i soliti: i frontalieri sarebbero “discriminati, precari e tassati”. Ohibò. Se stessero così male, come si spiega che ce ne sono quasi 65mila in continuo aumento? Ed aumentano, in particolare, nel settore terziario. Ossia proprio in quegli ambiti professionali dove il personale d’oltreconfine lavora a scapito degli svizzeri.
La storiella dei frontalieri discriminati fa ridere i polli. I frontalieri sono avvantaggiati nei confronti dei lavoratori italiani che vivono in Italia, visto che pagano molte meno tasse! Ad essere discriminati, in casa loro, sono semmai i lavoratori italiani non frontalieri. Una discriminazione manifesta, che dura da più di quarant’anni. Ma stranamente a questo proposito nessuno che faccia un cip! Chissà come mai? E sì che ce ne sarebbe abbastanza per lanciare uno sciopero fiscale.
Ma i frontalieri sono avvantaggiati anche rispetto ai lavoratori ticinesi. Infatti, grazie all’ex ministra del 4% Widmer Schlumpf e ai soldatini del Belpaese in Consiglio nazionale, essi in futuro beneficeranno delle stesse deduzioni fiscali dei residenti. Deduzioni che sono però pensate per i costi della vita in Svizzera. Costi che i frontalieri non devono evidentemente affrontare (pensiamo solo ai premi di cassa malati). Non dimentichiamo nemmeno che i frontalieri beneficiano pure degli assegni familiari svizzeri – che sono un multiplo di quelli italiani – malgrado i loro figli risiedano in Italia!

Non è un obbligo…
Comunque, questa agitazione della $inistruccia del Belpaese a difesa dei privilegi dei frontalieri, ben dimostra che l’aumento del loro carico fiscale, contenuto negli accordi con la Svizzera, non si farà mai. Questo aumento è di grande importanza per il Ticino. La sua attuazione, però, è interamente in mani italiche. E allora, come pensate che andrà a finire?
Morale della favola: se i frontalieri si sentono così “discriminati, precari e tassati”; se tra loro c’è chi arriva a sfogare il proprio astio contro il Ticino, che gli paga la pagnotta, con graffiti “CH=Merda” come quello fotografato appena fuori dal confine di Gandria e pubblicato la scorsa domenica, ebbene costoro sappiano che mica sono obbligati a lavorare in Svizzera. Possono sempre licenziarsi. I ticinesi contenti di occupare i posti di lavoro così liberati non si farà certo fatica a trovarli.
Lorenzo Quadri

Il collocamento dei senza lavoro è una priorità politica

Disoccupazione: non ci possiamo permettere un “esercito” di persone in assistenza

In Ticino si è purtroppo raggiunto un nuovo record di casi d’assistenza. Quasi 9000 persone si trovano infatti in questa condizione. Un terzo di esse ha meno di 26 anni. Certamente, come in tutte le assicurazioni sociali, c’è chi fa il furbo. Al proposito è interessante notare come proprio la RSI ha di recente realizzato una puntata di Falò a proposito dei finti invalidi. Il servizio contiene l’intervista ad un investigatore privato incaricato di indagare su casi sospetti. Il  professionista rilascia dichiarazioni degne di nota. Ad esempio, che l’80% dei truffatori non sono svizzeri. Ma guarda un po’! Ma come, gli stranieri che abusano dell’AI non erano tutta una balla della Lega populista e razzista?
A questo punto è anche lecito immaginare che, per un ovvio parallelismo, la maggioranza di chi percepisce l’assistenza ma nel frattempo lavora in nero (o beneficia di altre entrate “nascoste”) non abbia il passaporto rosso.

Cosa conta di più?
Facendo astrazione dai truffatori, è però innegabile che, per chi si trova in assistenza contro la sua volontà, perché non ha altra alternativa, la situazione sia deprimente ed umiliante. Ma uscire dall’assistenza diventa sempre più difficile, perché il mercato del lavoro ticinese è saturato da frontalieri e padroncini. La colpa, ormai l’hanno capito anche i paracarri, è della libera circolazione delle persone senza limiti. E soprattutto della colpevole e scandalosa rinuncia dei partiti storici a difendere il mercato del lavoro di questo Cantone. Come se lo sciagurato mantra del “dobbiamo aprirci” contasse più della dignità e della sussistenza dei ticinesi.

Non adagiarsi
Naturalmente la situazione difficile non giustifica che l’ente pubblico si adagi su un’inerzia di comodo, all’insegna del “sa po’ fa nagott”. Ancora peggio sarebbe virare su soluzioni squinternate come il reddito di cittadinanza (iniziativa in votazione il prossimo giugno), che invece di sostenere chi vuole uscire dall’assistenza, regolarizza la situazione di quelli che  scelgono scientemente di trascorrere la vita in panciolle: tanto qualcuno (chi?) provvederà a mantenerli. Un po’ come dire che, dal momento che molti rubano, allora bisogna depenalizzare il furto.

Programmi di lavoro
L’ente pubblico è dunque chiamato a dotarsi di strumenti per far uscire il maggior numero possibile di persone dall’assistenza.  Si tratta dunque di far sì che i datori di lavoro assumano disoccupati ticinesi invece di frontalieri. Per raggiungere lo scopo, occorre potenziare gli aiuti al collocamento. La città di Lugano, grazie soprattutto al Nano, negli scorsi anni ha potuto disporre di un numero importante di programmi di lavoro. Essi da un lato occupavano temporaneamente dei disoccupati (con priorità ai giovani) nei servizi della città, e permettevano così a questi ultimi di  accumulare esperienze professionali. Dall’altro comprendevano la creazione di una fitta rete di contatti con le aziende, così da poter fornire a queste ultime, pescando tra i cercatori d’impiego seguiti, dei profili idonei.
Fondamentale è creare quel rapporto di fiducia che fa sì che l’impresa in cerca di dipendenti vada a chiederli prima all’ente pubblico di riferimento. Oggi a Lugano le assunzioni temporanee non ci sono più (il credito che le finanziava è esaurito) mentre è rimasta la rete di sostegno. Quest’ultima, alla luce della continua ed inquietante crescita delle cifre dell’assistenza, andrebbe però potenziata.

Le risorse ci sono
Certamente il sostegno attivo e capillare al collocamento dei disoccupati necessita di energie e di risorse adeguate. Ma l’investimento è  pagante, anche in termini economici. Per ogni persona che esce dall’assistenza e trova un lavoro, l’ente pubblico risparmia, e parecchio. Sia in franchi del contribuente che in problemi sociali, i quali comportano a loro volta dei costi.
Dove trovare le risorse necessarie? A Lugano, ad esempio, si potrebbe – senza andare a cercare molto lontano – spendere un po’ meno nella cultura “esclusiva” e più nel collocamento dei senza lavoro. Perché non è mica tanto normale che per la cultura ci siano milioni a vagonate e per l’inserimento professionale a malapena le briciole. Becero populismo? Forse meno di quello che vorrebbe far credere certa élite politikamente korretta con i piedi al caldo.
Lorenzo Quadri

Quasi 9000 persone in assistenza: è emergenza lavoro!

Eccola qui la “ricchezza” che i bilaterali hanno portato a questo sempre meno ridente Cantone
Quasi 9000 persone in assistenza: è emergenza lavoro!

Ma come, non dovevano essere tutte balle della Lega populista e razzista? Ed invece, ecco che si scopre, vedi quanto pubblicato mercoledì sul GdP, che il numero delle persone in assistenza in questo sempre meno ridente Cantone ha infranto l’ennesimo triste record: siamo infatti a quota 8720. Quindi, quasi 9000 persone sono in assistenza. Nel 2010 erano 6000. In cinque anni, l’aumento è stato del 44%.
Se queste non sono cifre da emergenza – per non parlare dei costi, per Cantone e comuni, che comporta l’esplosione dei casi d’assistenza – allora si dica cosa deve ancora succedere perché il problema venga finalmente preso sul serio e non messo via con il solito “sa po’ fa nagott”.

Esplode il frontalierato
E soprattutto, davanti a questa vera e propria emergenza lavoro, che si abbia almeno la decenza di non venirci a dire che la devastante libera circolazione delle persone non c’entra. Se sempre più persone sono escluse dal mercato del lavoro ticinese è perché quest’ultimo è invaso da frontalieri e da padroncini, che soppiantano i residenti. L’esplosione dell’assistenza va di pari passo con quella del frontalierato, specie nel terziario.

Si ricorderà che, sempre nell’ottica del lavaggio del cervello pro-bilaterali ai ticinesotti, nelle scorse settimane la stampa di regime se ne è uscita con la fregnaccia dei “frontalieri in calo” nell’ultimo trimestre.
A parte che si tratta di un calo di poche unità su un totale di quasi 63mila, i frontalieri sono calati nell’edilizia, ossia dove ci sono sempre stati perché effettivamente non c’era manodopera locale sufficiente. Sono calati perché al loro posto lavorano i residenti? No di certo. Sono calati perché l’edilizia rallenta.

Per contro, prosegue l’esplosione dei frontalieri nel terziario: sono quadruplicati (sic!) nel giro di pochi anni. Erano infatti 10’327 nel quarto semestre del 1999; adesso sono 38mila. E continuano a crescere. Questo malgrado anche il settore terziario rallenti, mica solo l’edilizia. Specie per quel che riguarda la piazza finanziaria, svenduta senza ritegno dall’ex ministra del 4% Widmer Schlumpf.

Poiché l’esplosione dei casi d’assistenza va di pari passo con quella del frontalierato, è evidente l’urgenza di intervenire a questo proposito, con contingenti e preferenza indigena.

Chi entra e chi resta
Il numero delle persone in assistenza aumenta per due motivi: perché sempre più persone entrano in assistenza, ma anche perché sempre meno ne escono. Se le uscite dall’assistenza diventano sempre più difficili, è perché il mercato del lavoro è saturato da frontalieri. “Grazie” alle frontiere spalancate, sempre più ticinesi sono costretti o a stare in assistenza, senza prospettive concrete di poterne uscire in tempi dignitosi; oppure ad emigrare. Quindi non ci si venga a raccontare storielle sulla “ricchezza” portata dalla libera circolazione delle persone senza limiti, voluta e tutt’ora sostenuta dai partiti $torici.

Giovani sovrarappresentati
Particolarmente preoccupante è la sovrarappresentazione dei giovani: un terzo dei ticinesi in assistenza ha, infatti, meno di 26 anni. Se tra questi ci sarà anche qualcuno che fa il furbo, il significato complessivo del dato è che i giovani non riescono nemmeno ad entrare nel mondo del lavoro. Col rischio di trasformarsi in casi sociali “a vita”. Con tutte le conseguenze del caso.

Questo significa due cose.
Primo: che sul mercato del lavoro ticinese i residenti devono avere la priorità.
Secondo: che l’occupazione dei ticinesi, ed in particolare dei giovani, deve essere promossa con interventi mirati.
La città di Lugano, grazie al Nano, per vari anni ha potuto disporre di un credito quadro anticrisi, che proponeva sia delle assunzioni (programmi di lavoro) a tempo determinato presso alcuni servizi della città che una rete di sostegno per l’inserimento nell’economia privata. Per motivi di risparmio il credito per le assunzioni non è stato rinnovato, sono rimasti invece (sotto il nome di “Lugano Network”) gli strumenti d’inserimento. Queste misure andranno potenziate ed affinate. C’è però da chiedersi se, alla luce del continuo degrado delle cifre dell’assistenza, non sia il caso di tornare ad avere comunque anche una quota di assunzioni temporanee, chiaramente definite e finalizzate.

Entrambi i fronti
Il fatto di avere quasi 9000 persone in assistenza in Ticino non solo ci dice, ma ci urla che l’inserimento professionale dei residenti è in cima alla lista delle priorità politiche. Questo vale per tutti gli enti pubblici ticinesi. Non solo per il Cantone ma anche per i Comuni. E l’esercizio deve passare sia dalle misure attive che dalla limitazione della devastante libera circolazione delle persone. Su una cosa bisogna essere in chiaro: senza l’applicazione sera del 9 febbraio, le cifre dell’assistenza continueranno ad esplodere. O vogliamo stare a guardare quando si “festeggerà” il decimillesimo caso?
Lorenzo Quadri

Le misure accompagnatorie alla libera circolazione delle persone sono a rischio. Lavoro: ticinesi per l’ennesima volta cornuti e mazziati

Come al solito i ticinesi restano cornuti e mazziati. Le misure antidumping (per quel che contano) sono a rischio, visto che a Berna i partner sociali, sindacato e padronati, non si mettono d’accordo sulla proroga dei contratti collettivi di lavoro.
Si ricorderà che, del famoso pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie alla devastante libera circolazione delle persone, che il Consiglio federale aveva concordato anche col Ticino (unico Cantone coinvolto) era rimasto in piedi solo l’inasprimento delle sanzioni per chi viola le condizioni salariali e lavorative minime dei lavoratori distaccati. Il resto era stato “congelato”, ossia gettato nel water, dal ministro dell’economia targato PLR, Johann Schneider Ammann. Colui che il Blick ha soprannominato “Leider Ammann”, ossia “Purtroppo Ammann”, per sottolinearne l’atteggiamento passivo davanti al degrado del mercato del lavoro svizzero. Leider suona infatti come il “sa po’ fa nagott”, segno distintivo di un’altra ministra del PLR: l’ex direttrice del DFE.
Leider Ammann ha bloccato il pacchetto di potenziamento delle misure accompagnatorie con scuse del piffero.

La prima fola
Una era: “finché le bocce non sono ferme sull’applicazione del 9 febbraio, non ha senso varare altre misure”. Balle di fra’ Luca. E oggi ancora più di quando l’infelice affermazione è stata proferita. Infatti la devastante libera circolazione delle persone è, a due anni di distanza dal “maledetto voto”, in vigore esattamente come prima del 9 febbraio 2014. Invasione da sud, soppiantamento dei ticinesi, dumping salariale, padroncini e distaccati in nero, concorrenza sleale, svaccamento del mercato del lavoro, e via elencando, affliggono questo sempre meno ridente Cantone allo stesso modo, anzi peggio – perché più passa il tempo, più la situazione peggiora – di due anni fa. Berna non ha fatto un tubo a tutela del Ticino. Peggio: gli ha dato contro quando quest’ultimo, su impulso dei Consiglieri di Stato leghisti, ha fatto qualche passetto per difendersi da solo: vedi la questione dei casellari giudiziali e, più di recente, l’albo antipadroncini. Visto che al momento attuale di limitazioni alla libera circolazione delle persone non ce ne sono, l’urgenza di trovare dei correttivi, indipendentemente dal processo di concretizzazione del 9 febbraio, rimane.

La seconda fola
L’altra era: “con il franco forte non vogliamo porre ulteriori limitazioni…”. Ma bravo Leider Ammann, qui ci vuole un premio Nobel per l’economia. Il franco forte non fa che acuire il dumping salariale, infatti permette ai frontalieri di accettare paghe ancora più basse, rifacendosi poi sul cambio, di modo che il loro potere d’acquisto nel Belpaese rimane immutato. Quindi il franco forte dovrebbe semmai essere un motivo per potenziare ulteriormente il pacchetto di misure accompagnatorie, non certo per sabotarlo.

Logica del meno peggio
Sulla reale utilità delle misure accompagnatorie, naturalmente, si può discutere a lungo. Certo non risolvono granché. Vanno sostenute in una logica di meno peggio: per poco che servano, sono sempre meglio di niente. Una delle poche cose giuste dette da Leider Ammann è la seguente: “per sostenere il mercato del lavoro serve una serie di misure, che magari prese singolarmente possono anche avere portata modesta, ma che messe assieme sono efficaci”. Peccato che poi di questa “serie di misure” il ministro dell’economia PLR non ne prenda nemmeno mezza. E visto che, davanti all’incapacità dei partner sociali di trovare un accordo sulla questione del rafforzamento dei contratti collettivi, a dover decidere (?) sarà ancora Schneider Ammann, c’è poco da stare allegri.
Lorenzo Quadri

Il Belpaese si prepara ad affossare l’accordo-ciofeca sulla fiscalità dei frontalieri. I kompagnuzzi dell’italico PD sbroccano contro il Ticino

Per dindirindina! Il PD della vicina Penisola crede di poter ricattare i ticinesotti. Non solo: i kompagnuzzi d’oltreconfine pretendono addirittura, udite udite, che il governo di Roma chieda “un chiarimento formale alla Confederazione elvetica in merito alle decisioni discriminatorie assunte dal Canton Ticino in contrasto (?) con gli accordi di libera circolazione delle persone”. Non ancora contenti, i vicini a sud pretendono addirittura di ricattare i ticinesi sul “maledetto voto” del 9 febbraio 2014. Uhhhh, che pagüüüüraaaa!

La mozione logorroica
Ma procediamo con ordine. Il 9 febbraio giorno di martedì grasso – coincidenza quanto mai appropriata – e secondo compleanno del “maledetto voto” (coincidenza meno appropriata), alla pittoresca Camera dei Deputati della Penisola verrà discussa, tra le altre cose, una mozione del PD mirata ad impallinare, mettendone in discussioni vari punti, il famigerato accordo tra Svizzera ed Italia sulla fiscalità dei frontalieri. Trattasi dell’accordo-ciofeca negoziato (?) da Jacques De Watteville. Ovvero dal braccio destro dell’ex ministra del 4% Widmer Schlumpf. Il burocrate che va (andava) a Roma a parlare in inglese. E che, anche dopo l’ormai prossimo pensionamento, continuerà a negoziare con l’UE l’applicazione del “maledetto voto” del 9 febbraio (che il buon De Watteville è il primo a voler affossare): ci immaginiamo con quali risultati.

Alcune perle
Ebbene nel logorroico testo della mozione dei kompagnuzzi dell’italico PD (ma sono pagati a riga?) si leggono, oltre alle “perle” indicate in apertura, una serie di considerazioni contro il Ticino. Fregnacce che sembrano fatte apposta per convincere che la costruzione di un bel muro sul confine col Balpaese è cosa buona e giusta.
A lato citiamo solo alcuni passaggi, perché c’è davvero l’imbarazzo della scelta.

Il ricatto
In cima alla liste delle esternazioni improponibili si trova, evidentemente, il tentativo di ricatto sull’applicazione dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”. Ricatto scandaloso; ma non immeritato. Già, perché quando si ci ritrova con autorità federali che, nei confronti degli eurofalliti, mettono in atto la politica delle “quattro S” – succubi, supini, scodinzolanti e slinguazzanti – svendendo la sovranità nazionale, non c’è poi da meravigliarsi se perfino i kompagnuzzi del PD d’Oltreconfine pensano di poter venire a comandare in casa nostra.

Violazioni unilaterali?
Nemmeno il periodo carnevalesco può però giustificare che rappresentanti del Belpaese si permettano di ipocritamente strillare alla presunta violazione, da parte della Svizzera e/o del Ticino (oltreramina non hanno ben chiaro i livelli istituzionali elvetici), della libera circolazione delle persone.
Proprio la vicina Penisola che, per tutelare in modo protezionistico il proprio mercato del lavoro, non applica gli accordi bilaterali; che non rispetta gli accordi di Dublino; che nei nostri confronti è inadempiente su tutto (e non stiamo a ripetere la lista, ormai lunga come l’elenco del telefono, delle cose non fatte, che va dalla débâcle della Stabio Arcisate alla cacca scaricata direttamente nel Ceresio perché il Belpaese non costruiscono depuratori), adesso pensa di poter montare in cattedra a calare lezioni agli svizzerotti? Neanche fosse, il Belpaese, un fulgido esempio di rispetto degli obblighi internazionali? Ci scuseranno i vicini a sud, ma certe panzane non siamo disposti a farle passare nemmeno a Carnevale.

Avanti così
Degno di nota anche il passaggio della logorroica mozione PD contro la nuova legge sulle imprese artigiane, ossia il famoso albo dei padroncini voluto dal ministro Zali, che ben dimostra come il Consigliere di Stato leghista abbia colpito nel segno. Dall’atto parlamentare emerge in modo chiaro ancorché involontario: in Italia il Ticino è considerato terra di conquista per frontalieri, padroncini e ditte “della Valle d’Aosta, del Piemonte, della Lombardia e della Provincia autonoma di Bolzano”.
La richiesta dell’estratto del casellario giudiziale e l’albo antipadrocini, entrambi – ma guarda un po’ – promossi dai ministri leghisti, sono dei buoni inizi. Dei primi passi sui quali bisogna continuare a lavorare. Le stizzite reazioni in arrivo da oltrefrontiera dimostrano che siamo sulla strada giusta. Sicché, non si retrocede di un millimetro. E che a Berna nessuno si sogni di fare come d’abitudine: ossia di farsi abbindolare dai blabla italici e schierarsi contro il Ticino!
Lorenzo Quadri

Alcuni estratti della mozione PD contro il Ticino
– (….) viste le prese di posizione dei massimi responsabili istituzionali del Canton Ticino, e all’assunzione di specifiche iniziative unilaterali lesive dei principi di libera circolazione delle persone, di libertà della concorrenza e di intrapresa (s’intendeva impresa?, ndr) e di uguaglianza di fronte alla legge;
– (In Ticino ) nei confronti dei lavoratori frontalieri si è assistito negli ultimi mesi, complice anche la campagna elettorale in territorio elvetico, ad un continuo ed ingiustificato attacco di natura discriminatoria e xenofoba;
– In particolare ha destato scalpore, a questo riguardo, la decisione del Canton Ticino tesa ad obbligare ogni cittadino italiano in via di occupazione in Svizzera a presentare il certificato dei carichi pendenti in allegato alla richiesta di assunzione;
– A ciò si aggiunga il fatto che Il 24 marzo 2015, con provvedimento n. 24/2015, il Gran Consiglio della Repubblica e Cantone Ticino ha approvato la Legge sulle imprese artigianali per l’esercizio della professione di imprenditore nel settore artigianale, introducendo elementi che vanno nella direzione di ostacolare la libera circolazione delle imprese estere in Canton Ticino;

Si chiede che il governo (italiano) si impegni:
– A richiedere un chiarimento formale alla Confederazione elvetica in merito alle decisioni discriminatorie assunte dal Canton Ticino in contrasto con gli accordi di libera circolazione delle persone (uhhhh, che pagüüüüraaaaa!, ndr)
– (A impedire) l’applicazione di qualsivoglia iniziativa discriminatoria e lesiva dell’accordo di libera circolazione delle persone intercorrente tra Unione europea e Confederazione elvetica nei confronti di cittadini italiani occupati o occupabili in Svizzera e di aziende italiane potenzialmente interessate al mercato elvetico, nonché alla rimozione di ogni forma di discriminazione sin qui messa in campo, ivi compresa l’individuazione da parte della Svizzera di una soluzione euro-compatibile di adeguamento della propria legislazione al risultato del voto popolare sull’iniziativa del 9 febbraio 2014.