Divieto di burqa: Nekkaz via dalla Svizzera! Föö di ball!

Il pagliaccio islamista algerino torna a metter fuori la faccia nel Canton San Gallo

 

Il sedicente “imprenditore”, che viene in Svizzera a promuovere la violazione della nostra Costituzione, deve essere dichiarato persona non grata

Ah beh, questa ci mancava! Il presunto imprenditore (?) algerino Rachid Nekkaz torna a metter fuori la faccia alle nostre latitudini. Lo fa a sostegno del burqa, e contro la volontà dei cittadini svizzeri.

Come noto infatti il 23 settembre scorso – data in cui in Ticino il popolo asfaltava la scuola ro$$a di Bertoli,ed il triciclo che la sosteneva – a San Gallo i cittadini hanno plebiscitato il divieto di burqa con circa il 70% dei voti. Alla faccia dell’élite multikulti che per l’ennesima volta esce annientata dalle consultazioni popolari (ecco perché la casta vuole abolire la democrazia diretta).

Segnale positivo

Il voto del Canton San Gallo è sicuramente un segnale positivo in vista della votazione sul divieto federale di dissimulazione del volto. L’iniziativa popolare che lo chiede è infatti riuscita. Ricordiamo che in Svizzera sia i camerieri dell’UE in governo  (a partire ovviamente dalla Consigliera federale “competente”, ossia la ministra del “devono entrare tutti” kompagna Simonetta Sommaruga), come pure il triciclo PLR-PPD-P$$ in parlamento, si sono sempre espressi CONTRO il divieto di burqa. Perché “bisogna aprirsi” agli islamisti; perché bisogna essere multikulti; perché il sogno proibito dei tapini politikamente korretti, CF compreso, è rendere l’islam religione ufficiale in Svizzera. Chiaro che con una simile classe politica lo sfacelo è programmato.

In altri paesi invece i divieti di burqa sono stati introdotti per via parlamentare. A volte  perfino con l’appoggio dei socialdemocratici. Ma da noi i bolliti residui del femminismo ro$$o, imbesuiti dal multikulti,  non difendono le donne, ma la loro oppressione.

L’occasione…

Nel Canton San Gallo il popolo ha dunque plebiscitato il divieto di burqa, e l’occasione è stata grata al pagliaccio islamista algerino Rachid Nekkad, sedicente “imprenditore” (?), per prodursi in un’altra delle sue penose sceneggiate. Costui si è presentato nel Canton San Gallo accompagnato da una donna in niqab (si tratterà mica di Nora Illi, la moglie dell’estremista Qaasim Illi, quello che non paga né tasse né premi di cassa malati: non può permettersi di aumentare la percentuale lavorativa perché sennò non avrebbe più tempo per la propaganda islamista, e noi svizzerotti fessi lo manteniamo?) annunciando in pompa magna, e naturalmente con al seguito la grancassa dell’emittente di regime, che pagherà lui le future multe per violazione del divieto di portare il velo integrale.

Dichiarare persona non grata

Noi che siamo notoriamente populisti e razzisti,  di questo individuo algerino che arriva in casa nostra ad invocare la violazione delle nostre leggi e addirittura della nostra Costituzione (carta fondamentale dello Stato) ne abbiamo piene le scuffie. Già una volta chi scrive ha presentato una mozione al Consiglio federale chiedendo che il Nekkaz venisse dichiarato persona non grata in Svizzera. Costui non può peraltro nemmeno beneficiare della devastante libera circolazione delle persone. Infatti ha rinunciato alla cittadinanza francese.

Naturalmente e come al solito, il Consiglio federale ha risposto njet. “Sa po’ mia”! Misura sproporzionata (uella)! “Devono entrare tutti”!

E’ evidente che sul tema si tornerà alla carica. Nekkaz, föö di ball dalla Svizzera!

A proposito: nei giorni scorsi il rapinatore ed assassino Rédoine Faïd, evaso di prigione nel 2013, uno dei latitanti più ricercati di Francia, è stato trovato… nascosto sotto un burqa. E c’è ancora chi ha il coraggio di difendere questa obbrobriosa palandrana?

Lorenzo Quadri

Il Ticino fa scuola: anche l’Austria vieta il burqa

E Vienna ha anche detto basta ai programmi di ricollocamento dei finti rifugiati

 

Ma guarda un po’, questi austriaci cominciano a starci proprio simpatici. Vienna ha infatti varato una serie di misure per promuovere l’integrazione, tra cui il divieto di burqa. E l’Austria ha deciso di proibire anche la distribuzione pubblica del Corano.  Non si è a conoscenza di proteste di piazza $inistrorse contro tali provvedimenti.

Non era un “non problema”?

Ma come: il burqa non era un “non problema”? Ma come: il divieto di velo integrale non era solo la deplorevole fissazione di uno sparuto gruppuscolo di beceri populisti e razzisti? Ma come: proibire il burqa non avrebbe dovuto far crollare il turismo?

Ed invece, ecco che tale divieto prende sempre più piede in Europa, con governi che lo adottano spontaneamente. Solo a Berna la partitocrazia buonista-coglionista e multikulti non ne vuole sapere: i suoi rappresentanti hanno concesso (uella!) la garanzia costituzionale al divieto ticinese solo perché costretti da una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (assai poco sospetta di filoleghismo); ma hanno rifiutato schifati di estendere a livello nazionale il divieto votato dai ticinesi, bocciando nei mesi scorsi un’iniziativa parlamentare in questo senso (ma tanto sul tema voterà il popolo, visto che è in corso una raccolta di firme, e poco ma sicuro che i politikamente korretti multikulti verranno di nuovo asfaltati dalle urne).

“Prima” ticinese

Già, il divieto ticinese: grazie all’iniziativa lanciata dal Guastafeste, che la Lega ha subito appoggiato,  siamo stati i primi ad introdurre un divieto di burqa tramite votazione popolare. I promotori, denigrati dalle élite spalancatrici di frontiere e dalla stampa di regime come dei beceri razzisti, alla fine l’hanno spuntata alla grande. Mentre a Berna le parlamentari della $inistra che lo scorso 8 marzo durante la sessione delle Camere federali sferruzzavano orridi berretti rosa in nome dei diritti della donna, sono poi le prime a scagliarsi istericamente contro il divieto di burqa: perché va bene i diritti della donna, ma prima, molto prima, vengono quelli degli immigrati di farsi i propri comodi in casa nostra. E se questi comodi contemplano l’oppressione della donna, allora ai bolliti residui del femminismo va bene anche l’oppressione della donna. Perché “bisogna aprirsi”.

Del resto, per una misteriosa coincidenza, i contrari al divieto di burqa sono poi gli stessi che vogliono promuovere l’islamizzazione della Svizzera rendendo l’islam religione ufficiale. Tutto torna.

Ricollocamenti

Ecco dunque che, vietando il burqa, anche l’Austria diventa un po’ ticinese. E dai giorni scorsi gli austriaci ci stanno più simpatici anche per un secondo motivo: Vienna si è chiamata fuori dai piani di ricollocamento UE dei finti rifugiati, andando dunque ad unirsi ai paesi del blocco Visegrad. I funzionarietti di Bruxelles hanno protestato, ma naturalmente non è successo nulla.

Invece la Svizzera, “grazie” alla  kompagna Simonetta Sommaruga, aderisce ai piani di ricollocamento di migranti economici senza avere alcun obbligo in questo senso. E la ministra del partito del “devono entrare tutti” va in giro per l’Europa a promettere che l’andazzo continuerà ad oltranza anche in futuro. Per l’alloggio dei finti rifugiati, non c’è problema: basta riempire il Ticino di centri asilanti. Cosa che la kompagna Simonetta si sta impegnando a fare. E la nuova legge sull’asilo, da lei voluta e difesa dagli spalancatori di frontiere, glielo permette. Avanti così!

Lorenzo Quadri

Il divieto di girare in burqa ha avuto effetto preventivo

La nuova norma, plebiscitata dal popolo ticinese, è efficace. E sta facendo scuola

 

E’ stato divulgato in questa settimana il bilancio dei primi sei mesi d’applicazione della legge antiburqa in Ticino. Risulta che le sanzioni sono state poche: sei multe e dieci ammonimenti. I multikulti – quelli che sognano di sdoganare minareti e velo integrale e di rendere l’Islam religione ufficiale in Svizzera – ne hanno approfittato per sottolineare che si tratta di cifre piccole e quindi, a loro dire, sul pastrano integrale si farebbe “tanto rumore per nulla”.

Cifre piccole

Sulle cifre piccole: embè? Nel caso qualcuno non l’avesse capito, l’obiettivo del divieto di burqa non è mai stato quello di riempire le casse pubbliche con le contravvenzioni, bensì di chiudere le porte del nostro paese all’estremismo islamico ed ai suoi simboli, incompatibili con i valori occidentali.

L’introduzione del divieto di Burqa è stata accompagnata da un’accurata azione informativa. Evidentemente è successo proprio il contrario di quello che paventavano gli spalancatori di frontiere multikulti, i quali tentavano di colpevolizzare i sostenitori del divieto di dissimulazione del viso (“beceri razzisti islamofobi”) farneticando dei laceranti conflitti interiori (?) che esso avrebbe provocato alle donne in arrivo da paesi dove sono costrette a girare integralmente velate. Cosa è accaduto invece? E’ accaduto che le turiste arabe si sono tolte il burqa. Senza tante storie.

Nessuna defezione di turisti

Smentiti anche gli ambienti turistici i quali, preoccupati per la propria saccoccia, paventavano la diserzione dei turisti arabi. Invece i turisti dei paesi del Golfo sono arrivati tranquillamente, senza burqa. Anzi, ne sono arrivati più di prima.  Forse perché il divieto di burqa non è cosa poi così scandalosa nel mondo musulmano, essendo in vigore anche alla Mecca? Ma questo i multikulti si sono ben guardati dal dirlo. Il loro unico obiettivo era infatti denigrare e delegittimare i promotori del divieto.

Un divieto, plebiscitato dal popolo ticinese, che sta facendo scuola. Ed infatti sempre più paesi lo stanno introducendo o pensano di farlo (ultima in ordine di tempo, l’Austria). Tutti scemi, i governanti di questi Stati? Tutti razzisti e xenofobi? Tutti ad autoerotizzarsi cerebralmente con “non problemi”? Oppure, per l’ennesima volta, ad essere “fuori a sbalzo” sono i multikulti? Quelli che vogliono rottamare la nostra identità ed i nostri valori per promuovere l’islamizzazione della Svizzera?

Un successo

Il divieto di burqa votato dai ticinesi è quindi un successo. Ha avuto esito preventivo (poche le sanzioni comminate), ha chiarito che in Ticino non c’è spazio per usanze incompatibili con i valori occidentali, non ha provocato né crollo del turismo dai paesi del Golfo né psicodrammi individuali. Ed ha fatto da apripista.

A rosicare è rimasta la svizzera (?) convertita all’Islam radicale Nora Illi (quella che un ex deputato verde austriaco ha definito “una marionetta insignificante a cui è stato fatto il lavaggio del cervello”) ed il di lei sodale Rachid Nekkaz, sedicente imprenditore algerino.

In effetti tra le sei donne multate in Ticino perché giravano in burqa c’è anche la Illi, che è stata sanzionata in quel di Lugano. Unico neo: la multa è stata di soli 250 Fr. Essendo la signora plurirecidiva e provocatrice, si sarebbe dovuti passare direttamente alla sanzione massima, ossia 10mila franchetti.

Lorenzo Quadri

La squallida morale a senso unico del Consiglio federale

Starnazzavano sul divieto di burqa, ma sulle iniziative contro la democrazia…

Il governo a manina con gli iniziativisti del vicolo cieco per cancellare le limitazioni all’immigrazione decise dal popolo: devono entrare tutti, e gli svizzerotti devono mantenerli

 

Il Consiglio federale è riuscito, come noto, ad annunciare il controprogetto all’oscena iniziativa RASA, detta anche del “vicolo cieco”, quella che vuole cancellare il “maledetto voto” del 9 febbraio. La decisione del Consiglio federale costituisce l’ennesimo schiaffone alla volontà popolare. Un’iniziativa del genere andava infatti bocciata senza compromessi. Per il semplice motivo che il popolo ha già deciso.

Il governo dice, a parole, di voler respingere l’iniziativa del vicolo cieco. Nei fatti, invece, fa proprio il contrario. Perché anche i sette scienziati (o quantomeno, la maggioranza di loro) vogliono cancellare il “maledetto voto”. Proprio come gli iniziativisti RASA.

“Buttom up”? Nel water

L’annunciato controprogetto, poco ma sicuro, proporrà di ridurre il “nuovo” articolo costituzionale 121 a ad una semplice dichiarazione priva d’effetto. In ossequio alla volontà dei trombati (definizione dell’industriale radikalchic Carlo De Benedetti) di Bruxelles, l’unica che conti qualcosa agli occhi del Consiglio federale,  si proporrà di trasformare quanto votato dal popolo quasi tre anni fa in disposizioni che non limiteranno in nulla la libera circolazione delle persone ed i suoi effetti devastanti. Non ci saranno quindi, e non ci vuole il mago Otelma per prevederlo, né contingenti, né tetti massimi, e nemmeno preferenza indigena. Non ci sarà neppure il tanto decantato modello “bottom up”, con cui l’ex partitone in Ticino si è sciacquato la bocca ad oltranza. Questo modello, infatti, è stato spazzato via anche dal compromesso-ciofeca sul 9 febbraio votato dalla maggioranza del Consiglio nazionale. E chi è l’ “architetto” della ciofeca? Si tratta, ma tu guarda i casi della vita, di un parlamentare liblab! Tanto per chiarire l’affidabilità dei soldatini del PLR, che non perdono occasione per fregare il Ticino ed i ticinesi. E poi hanno ancora la tolla di fare la morale agli altri.

“Approfondite analisi”

E’ quindi evidente che il controprogetto del Consiglio federale alla sciagurata iniziativa del vicolo cieco sarà qualcosa di molti simile a quello partorito in Ticino dal triciclo pro-libera circolazione delle persone senza limiti composto da PLR, PPD e P$ su “Prima i nostri”. Abbiamo visto come è andata a finire nelle urne. Ma naturalmente i partiti dell’ammucchiata antileghista, pur venendo sistematicamente asfaltati nelle votazioni popolari, non si pongono una qualche domandina sulla loro rappresentatività (o piuttosto: non rappresentatività). Ma non sia mai. Le loro “approfondite analisi” si limitano all’invettiva isterica contro la Lega populista e razzista.

 Iniziativa scandalosa

Altra cosa da segnalare. Il Consiglio federale, sempre pronto a moraleggiare in nome del politikamente korretto, non ha nulla da dire sul fatto, vergognoso, che l’iniziativa del vicolo cieco sia stata lanciata praticamente all’indomani del 9 febbraio 2014. Promotori sono, come noto, gli esponenti dell’élite spalancatrice di frontiere. “Ben” spalleggiati dagli intellettualini rossi da tre e una cicca. Quelli a cui la democrazia fa proprio schifo. Che il becero popolino non si sogni nemmeno di comandare!

Lanciare un’iniziativa contro l’esito di un voto popolare il giorno successivo la chiusura delle urne è un fatto inaudito. Mai si è vista una tale dimostrazione di disprezzo nei confronti dei processi democratici. Ma il Consiglio federale “stranamente” non ha nulla da dire al proposito.

 Moraleggiavano pro-burqa…

Ma guarda un po’. Quando si trattava di concedere (uella) la garanzia federale al divieto di burqa votato dal popolo ticinese, il Consiglio federale moraleggiava alla grande, deplorando i divieti xenofobi (“bisogna aprirsi” agli estremisti islamici e alla violazione delle nostre regole fondamentali!)  e via farneticando.

Invece, sul vergognoso tentativo di stuprare la volontà popolare lanciando un’iniziativa per cancellare un voto che non piace alle élite, silenzio tombale. Citus mutus. I camerieri dell’UE non ci trovano nulla di riprovevole. Vietare il burqa è disdicevole ed i ticinesotti “chiusi e gretti” si meritano una reprimenda. Prendere a schiaffi la democrazia, invece, non pone alcun problema “morale”.

Eh già, perché per gli svizzeri il CF mica si mobilita. Lo si fa solo per gli stranieri e per il  multikulti. Il diritto (?) di portare (o di obbligare a portare) il burqa conta di più della sovranità popolare.

Asfaltare anche il controprogetto

Del resto, la mancata reazione da parte del Consiglio federale la si comprende bene dal momento che il sabotaggio del maledetto voto è anche il suo obiettivo. In Gran Bretegna, Theresa May ha sempre ribadito che Brexit vuol dire Brexit. Invece, i nostri camerieri dell’UE per lungo tempo hanno raccontato la fregnaccia del “voto da rifare”. Quindi, vanno a manina con i promotori  dell’iniziativa del vicolo cieco, proponendo un controprogetto. In altre parole: invece di respingere l’iniziativa senza se né ma, come sarebbe stato suo preciso dovere, il governo salta sul carro. Ciò significa che, in votazione popolare, bisognerà asfaltare (ovviamente) l’immonda iniziativa RASA, ma anche il controprogetto. Che non sarà affatto più presentabile. Entrambi vogliono infatti la stessa cosa: sabotaggio del 9 febbraio, rifiuto di limitare l’immigrazione.

Lorenzo Quadri

Divieto di burqa in tutta la Svizzera: il Ticino fa scuola

Consiglio nazionale: il PLR non è più liberale? Il P$$ fa il salto della quaglia

Ennesima legnata per i politikamente korretti sostenitori dell’islamizzazione della Svizzera (quelli che vorrebbero rendere l’Islam religione ufficiale nel nostro paese).

Il Consiglio nazionale ha approvato un’iniziativa parlamentare del deputato Udc di Soletta Walter Wobmann che chiede di generalizzare a livello nazionale il divieto di burqa in vigore in Ticino dallo scorso luglio. Certo, la votazione è stata tiratissima: 88 voti contro 87, con 10 astensioni. Solo un voto di scarto. Da notare che la neo-presidente del PLR nazionale Petra Gössi si è astenuta. La presidente (donna) del partito liberale, dunque, non sostiene un valore fondamentale della nostra società liberale (non in senso partitico): ossia che in Svizzera si gira a volto scoperto. Il PLR non è più liberale? E sempre la presidente (donna) dell’ex partitone non si esprime contro una regola di vestiario che opprime le donne, costrette a girare con la faccia nascosta da uno straccio nero. Qui qualcosa non torna.

Sconfitta la maggioranza pro-burqa

Da notare che la commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale a maggioranza si era espressa contro l’estensione del divieto di Burqa a livello nazionale. La deputata leghista Roberta Pantani ha sostenuto la minoranza favorevole all’iniziativa Wobmann, che alla fine l’ha spuntata, seppure per un soffio, nel voto plenario. Chi era il co-relatore di maggioranza (in Consiglio nazionale ci sono sempre due relatori commissionali, uno di lingua tedesca ed uno di lingua francese, che dicono le stesse cose) contrario a vietare il burqa in tutta la Svizzera? Ma ancora una volta un liblab: nel concreto il buon Kurt Fluri. Esatto, proprio lui: l’architetto del compromesso-ciofeca contro il 9 febbraio, quello che prende a calci sulle gengive la volontà popolare! Nuova performance del PLR che si oppone alla difesa dei nostri valori.

Il salto della quaglia

La co-relatrice di lingua francese era invece, a non averne dubbio, una kompagna. Inutile dire che la $inistra ha votato compatta contro il divieto di burqa (dove sono finite le femministe? Tutte rincitrullite dal politikamente korretto e dal fallimentare multikulti? “Dobbiamo aprirci” all’estremismo islamico e all’oppressione della donna?).

Particolarmente interessanti, si fa per dire, le motivazioni addotte dai ro$$overdi per opporsi al divieto di burqa. Quando si trattava, a Berna, di concedere la garanzia costituzionale al divieto di burqa votato dal 65% dei ticinesi, i kompagni, oltre naturalmente ad opporsi per motivi ideologici (perché gli immigrati devono poter fare tutti i propri comodi, e noi zitti e muti altrimenti siamo razzisti e fascisti) sostenevano che non aveva senso un divieto di burqa in un solo cantone: un divieto avrebbe dovuto semmai essere stabilito a livello nazionale. Si trattava naturalmente del consueto tatticismo da tre e una cicca: visto che siamo contrari, diciamo che se proprio si vuole introdurre il divieto allora va fatto a livello federale, tanto – questo il presupposto da cui partivano i kompagni – non ci saranno mai i numeri per vietare il burqa in tutta la Svizzera. Nel frattempo però la musica è cambiata. Dagli ultimi sondaggi è emerso che il 70% dei cittadini elvetici è favorevole a proibire il burqa ed il niqab. E quale diventa allora la versione della $inistra? Contrordine kompagni:  contrariamente a quello che vi abbiamo detto in precedenza, non solo i divieti di burqa cantonali non sono una belinata, ma sono la via da seguire: sono dunque i Cantoni a dover decidere. Completa inversione di rotta e coerenza sotto zero.

Il Ticino fa scuola

Per non far mancare niente alla fiera delle castronerie, il buon Fluri  (PLR) è riuscito pure a dire che il divieto di burqa nuoce al turismo. Peccato che dove il divieto c’è, accade invece proprio il contrario: in Ticino dopo l’introduzione della nuova legge sull’ordine pubblico i turisti dei paesi arabi sono aumentati. Quando glielo si è fatto notare, il buon Fluri non sapeva cosa replicare.

Fatto sta che alla fine, ancora una volta, il nostro Cantone – con il contributo concreto della Lega – ha fatto scuola, almeno in Consiglio nazionale. Poi, l’iter parlamentare dell’iniziativa Wobmann è ancora lungo. Ma intanto un passo nella direzione giusta è stato fatto. Ed inoltre, per introdurre il divieto di burqa in tutta la Svizzera, è in fase di raccolta di sottoscrizioni anche un’iniziativa popolare. Per cui, se non l’avete ancora fatto, firmate tutti.

Lorenzo Quadri

Divieto di burqa: quelli che tentano di saltare sul carro

Ma intanto il sedicente Consiglio centrale islamico invita a violare la legge ticinese

Ma come, il divieto di burqa non doveva essere una proibizione razzista e xenofoba? Non avrebbe dovuto, oltretutto, provocare un crollo dei pernottamenti turistici in Ticino? Il velo integrale non doveva costituire, per  sovrapprezzo, un “non problema”?

Ed invece, ma tu guarda i casi della vita, adesso tutti (o quasi) salgono sul tanto denigrato carro antiburqa ticinese. Non solo nelle scorse settimane la SonntagsZeitung  ha elogiato il divieto votato nel nostro Cantone, dicendo che l’Europa – ma, aggiungiamo noi, prima ancora la Svizzera – dovrebbe prendere esempio. Anche altri hanno fatto lo stesso. Dalla Germania sono arrivate dimostrazioni di interesse. E addirittura, colmo dei colmi, il kompagno Consigliere di Stato zurighese Mario Fehr ha dichiarato che il velo integrale è contrario ai nostri valori (come il rifiuto della stretta di mano). Ohibò. Il buon Mario potrebbe cominciare a spiegare questo semplice concetto ai suoi compagni di partito. Quelli che a Berna hanno tentato di azzerare la volontà del 65% dei ticinesi favorevoli al divieto di burqa blaterando di violazione della libertà di religione – libertà che nulla ha a che vedere con il burqa – nel vano tentativo di opporsi alla concessione della garanzia federale alla modifica costituzionale ticinese. Si sarà notato che la $inistruccia elvetica utilizza gli stessi argomenti dei sostenitori dell’islam politico: chi fotocopia da chi?

E a fare eco ai kompagnuzzi pro-burqa non poteva mancare il solito Consiglio federale. Il governo, pur preavvisando favorevolmente la concessione della garanzia federale alla norma ticinese contro la dissimulazione del viso (a fronte di una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che approvava il divieto di burqa non poteva fare diversamente) moraleggiava a senso unico contro il “divieto xenofobo”. Prendere nota:  il Consiglio federale è contrario alla difesa dei valori svizzeri.

Bastonare la volontà popolare

Naturalmente il sabotaggio del divieto di burqa perseguiva – e persegue – anche un altro fine. Quello di prendere a legnate la volontà popolare sgradita all’élite politikamente korretta e spalancatrice di frontiere. Si tratta quindi di svilire i diritti popolari e la sovranità dei cittadini, creando il maggior numero possibile di precedenti in tal senso.

La $inistra multikulti ed i poteri forti (fautori delle frontiere spalancate perché vogliono manodopera straniera a basso costo con cui sostituire i lavoratori elvetici) perseguono questo sordido progetto antisvizzero tenendosi a manina. Ricordiamo che non molto tempo fa il sedicente “serbatoio di pensiero” (think tank) dell’economia, Avenir Suisse, proponeva di limitare i diritti popolari. E stranamente nessun politikamente korretto è insorto: perché da quella parte ci si fa sentire solo per strillare al presunto “razzismo”. Sennò, silenzio. Citus mutus.

Emblematico notare al proposito che i kompagnuzzi, compresi quelli ticinesi, si mobilitano per i finti rifugiati a Como, pretendendo che la Svizzera gli spalanchi le frontiere. Capita l’antifona? Per i ticinesi in difficoltà – magari perché lasciati a casa e sostituiti da frontalieri grazie alla devastante libera circolazione delle persone – la $inistra non muove paglia. Al contrario: aziona la consueta macchina del fango su chiusura, grettezza, razzismo, e fregnacce assortite. Quando invece si tratta di sostenere i migranti economici, i $ocialisti vanno pure in trasferta oltreconfine. Intanto  si moltiplicano in Europa le notizie di asilanti arrestati perché coinvolti in atti terroristici (o nella loro pianificazione). Cosa ci vuole ancora perché si capisca che bisogna blindare le frontiere?

Istigano a violare la legge

Da una parte, dunque, si moltiplicano le prese di posizione a favore del divieto di burqa. Perfino, con azzardate giravolte carpiate, da parte di kompagni ed esponenti del turismo. C’è quindi da sperare che ciò si traduca in un massiccio sostegno all’iniziativa per introdurre tale divieto in tutta la Svizzera, attualmente in fase di raccolta di firme (per cui, se qualcuno non ha ancora sottoscritto…).

Dall’altra, c’è chi continua ad istigare alla violazione della nuova legge ticinese contro la dissimulazione del viso. Tale Abdel Azziz Qaasim Illi, responsabile delle pubbliche relazioni del sedicente Consiglio centrale islamico svizzero (?), ha infatti di recente invitato le donne musulmane ad andare in Ticino in burqa, con l’obiettivo preciso di infrangere la legge che, secondo costui, sarebbe “islamofoba ed immotivata”. Sì, islamofoba come la Mecca, dal momento che anche lì è proibito girare a volto coperto. Da notare che il signore in questione è il marito di Nora Illi, ovvero la donna in niqab che accompagnava lo pseudo imprenditore algerino Rachid Nekkaz nelle sue pagliacciate locarnesi.

La SSR dà spazio

Ecco dunque una nuova dimostrazione che questo sedicente consiglio centrale islamico (e non aggiungiamo “svizzero”, perché di svizzero non ha nulla) non diffonde l’integrazione, ma proprio il contrario. Istiga addirittura a violare la legge. Intanto però la televisione di presunto servizio pubblico, ossia la SSR, continua (in Svizzera interna) ad invitare gli esponenti di questa organizzazione ai suoi talk show. Perché li invita? Ovvio: perché costoro dicono che gli svizzerotti sono “xenofobi e razzisti”. Ed è esattamente quello che i kompagni della SSR bramano sentire. Soprattutto, è esattamente ciò che vogliono inculcare nel proprio pubblico. In questo modo, la SSR dà visibilità e legittimità ai fondamentalisti islamici insediati in casa nostra. E’ di certo per questo nobile scopo di pubblica utilità, nevvero, che paghiamo il canone radioTV più caro d’Europa…

Un paio di domandine

E’ chiaro, comunque, che a proposito di questo sedicente consiglio centrale islamico arriveranno anche alcune domandine (interpellanza) all’indirizzo del Consiglio federale, ed in particolare al Dipartimento federale di giustizia della kompagna Sommaruga.

Prima fra tutte: è intenzione del Consiglio federale intervenire nei confronti di simili organizzazioni che diffondono l’Islam politico e predicano la violazione di norme elvetiche addirittura di rango costituzionale?
Seconda domandina: da dove provengono i finanziamenti che permettono al consiglio centrale islamico di organizzare i propri numerosi eventi? Arrivano forse dall’estero? Da quali paesi? E se è così: perché il Consiglio federale si ostina a rifiutare, con pretesti risibili, di proibire i finanziamenti esteri per moschee ed organizzazioni musulmane?

Lorenzo Quadri

 

 

Asfaltati gli spalancatori di frontiere ed i buonisti

Islam: le dichiarazioni dell’attivista per i diritti umani  sembrano riprese dal Mattino

 

Che legnata per i kompagnuzzi della morale a senso unico e delle frontiere spalancate! Che asfaltata per quelli che, al mantra “svizzerotti chiusi e gretti, dovete aprirvi” arrivano a difendere perfino il burqa! E, oltre al burqa, difendono anche le condanne-barzelletta ai jihadisti, che vengono sanzionati meno duramente degli automobilisti!

Nelle scorse settimane, il Corriere del Ticino ha intervistato Saïda Keller Messhali, fondatrice e presidente del Forum per un Islam progressista in Svizzera.  Keller Messahli è stata insignita del premio svizzero per i diritti umani nel 2016.

Copia-incolla dal Mattino?

Ebbene, sull’intervista all’attivista svizzero-tunisina vale la pena tornare. Perché è sorprendente. O meglio: non lo è per noi. Ma lo è senz’altro per i kompagnuzzi spalancatori di frontiere e moralisti a senso unico. Perché le loro “tesi” vengono letteralmente tritate dalla signora. Le dichiarazioni dell’attivista per i diritti umani sembrano il risultato di un copia-incolla dagli articoli del Mattino della domenica. Ohibò. Abbiamo forse a che fare con una bieca razzista? La società internazionale per i diritti umani avrebbe conferito un importante premio ad una spregevole xenofoba e populista? Oppure è l’ideologia delle frontiere spalancate e del buonismo-coglionismo ad aver toppato alla grande, provocando un disastro?

Veli e foulard

Nell’intervista pubblicata sul Corriere del Ticino, Saïda Keller Messahli si esprime su vari temi caldi.

A cominciare dal divieto di burqa: l’attivista non solo sostiene il divieto ticinese, ma si dice favorevole alla sua estensione a livello nazionale. E va anche più in là: “la donna non deve essere obbligata a coprire la testa: non ci sono basi nel testo coranico per imporre l’uso nel foulard”. E a Berna il Consiglio federale nonché i kompagnuzzi ro$$overdi starnazzavano e moraleggiavano per non concedere la garanzia federale al divieto di burqa plebiscitato dal popolo ticinese!

Finanziamenti alle moschee

Keller Messahli lancia inoltre l’allarme sulle moschee in Svizzera. “La situazione è drammatica. Mi sento sconvolta dal modo in cui il wahhbismo (posizione estremista che viene dall’Arabia saudita) è arrivato ad impiantarsi nelle moschee del nostro paese. Abbiamo anche sedicenti centri culturali finanziati dall’Arabia saudita. La grande moschea di Zurigo è finanziata dagli Emirati arabi uniti. (…) Gira un’enorme quantità di denaro che proviene dal Qatar, dall’Arabia saudita e dalla Turchia che sostengono un discorso islamico radicale, un discorso di odio che lavora contro l’integrazione culturale degli stranieri in Svizzera”. Conclusione: “bisogna occuparsi delle nostre moschee”.

Parole pesanti come macigni, che asfaltano i nostri politicanti spalancatori di frontiere e la loro pochezza.

Il sottoscritto ha presentato nei mesi scorsi una mozione a Berna che chiedeva di vietare i finanziamenti stranieri alle moschee e ai centri culturali islamici in Svizzera, proprio per il motivo indicato sopra. Risposta stizzita dei sette scienziati bernesi: “Sa pò mia! Sarebbe una massiccia (sic!) limitazione della libertà religiosa”. Come se la libertà di professare la propria fede c’entrasse qualcosa con i finanziamenti esteri alle moschee.

Stampa di regime

Arriva anche la stoccata nei confronti della stampa di regime, a cominciare dalla radioTV di sedicente servizio pubblico finanziata con il canone più caro d’Europa. Keller Messahli: “bisogna finirla di fare la corte a queste organizzazioni islamiche. Le moschee rappresentano al massimo il 12% dei musulmani in Svizzera. Non bisogna considerarle l’unico interlocutore. Ci sono molti musulmani che la pensano come me. Occorre aiutarli ad avere maggiore legittimità rispetto alle moschee”.

E invece cosa fa la televisione di sedicente servizio pubblico, sempre al soldo  della politica dell’immigrazione scriteriata? Regala tempo d’antenna, visibilità e quindi legittimazione, ai soliti imam che raccontano sempre le stesse storielle: siamo discriminati, siamo vittime di xenofobia, le frontiere devono rimanere spalancate, e avanti di questo passo. Perché vengono intervistati questi interlocutori? Facile. Perché dicono proprio quello che i kompagni della SSR vogliono sentirsi dire – e che vogliono dire agli svizzerotti “chiusi e gretti”, che devono essere rieducati. Il giochetto è fin troppo evidente.

Sentenze-barzelletta

E per combattere la radicalizzazione dei musulmani in Svizzera?  Keller Messahli: “occorrono giudizi (sentenze) molto chiari e duri. Bisogna mostrare che siamo capaci a difenderci, che non accettiamo persone simili. Occorre anche vigilare sulla migrazione”. Altro che condanne-barzelletta  ai jihadisti, con pene sospese con la condizionale!

Gli spalancatori di frontiere ed i moralisti a senso unico sono dunque sbugiardati (il termine più adeguato sarebbe un meno casto: sputtanati) su tutta la linea.

Le dichiarazioni dell’attivista dei diritti umani confermano inoltre la totale inadeguatezza della maggioranza dei nostri politicanti, Consiglio federale in prima linea. Costoro, con le fettone di mortadella sugli occhi, continuano a perorare le frontiere spalancate, il multikulti e il buonismo-coglionismo. Quindi, o questi signori invertono la rotta o, se non sono in grado di farlo, che si dimettano. Altrimenti il disastro è garantito.

Lorenzo Quadri

 

 

Quadri: “La sinistra difende l’islamizzazione”

Il consigliere nazionale leghista sulla crociata dei kompagni a favore del burkini

 

Anche la Germania si prepara a vietare il velo islamico integrale. I ministri regionali degli interni della CSU/CDU (il partito dell’Anghela Merkel) sono favorevoli ad imporre l’obbligo di mostrarsi nei luoghi pubblici a viso scoperto.

Cosa pensa di questa evoluzione il consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, membro  molto attivo del comitato promotore del divieto di burqa lanciato dal Guastafeste Giorgio Ghiringhelli?

E’ di certo una bella soddisfazione. Per anni il divieto di burqa è stato denigrato come populista, razzista, xenofobo, islamofobo. E, più subdolamente, è stato etichettato come un “non problema” da quelli che questo divieto non lo vogliono. E chi si oppone lo fa per un solo motivo: perché rifiuta, per principio, di difendere ed imporre i nostri valori agli immigrati in arrivo da “altre culture”, incompatibili con la nostra.

Però adesso anche a sinistra si levano voci contro il burqa.

Alle Camere federali la sinistra si è battuta contro la concessione della garanzia federale al divieto di burqa, inserito della Costituzione ticinese per volontà del 65% dei votanti. Adesso arriva la giravolta: a sinistra dicono di essere contrari al burqa, ma anche a vietarlo. Evidentemente perché a sostenere il divieto è la parte politica sbagliata. Quella “populista e razzista” a cui non bisogna mai dare ragione. Ma è chiaro che i cittadini sanno riconoscere simili uregiatade.

Adesso si parla anche del divieto di burkini, che i giovani leghisti hanno chiesto per lidi e piscine di tutto il Cantone.

Sono chiaramente d’accordo con le mozioni leghiste. Il burkini,  come ha detto il primo ministro francese Manuel Valls (che fa parte di un governo di sinistra), è l’ “espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna” e quindi “incompatibile con i valori occidentali”. Inoltre immagino che entrare vestiti in piscina comporti anche dei problemi igienici.

Il PS (giovani e donne) si oppongono fermamente al divieto di burikini.

Fa piacere apprendere che le grandi battaglie della sinistra ticinese sono diventate le crociate a favore del burqa, del burkini e dei finti rifugiati. A dimostrazione che si tratta di un partito contro la Svizzera e contro gli svizzeri. Comunque, vadano pure avanti così. Contento loro…

I socialisti dicono che ognuno può vestirsi come vuole.

Non mi risulta che si possa entrare in piscina con i jeans o con le scarpe. E nemmeno che le donne possano stare al lido in topless.  I kompagni, e non è la prima volta, usano la libertà individuale come una foglia di fico. In realtà ciò che vogliono è opporsi alla difesa dei valori occidentali e aprire le porte all’islamizzazione della Svizzera. Usano la libertà individuale come uno specchietto per le allodole. Un fumogeno per camuffare il vero obiettivo, che è la difesa ad oltranza della multikulturalità completamente fallita e, di conseguenza, dell’immigrazione illimitata. Del resto a sinistra sono i primi a voler imporre sempre nuove regole e divieti. E’ chiaro che, quando esponenti di quell’area invocano la libertà individuale, non sono credibili; se ne servono per altri scopi.

MDD

Ma guarda che sorpresa: le turiste si levano il burqa

Firmiamo l’iniziativa federale antiburqa e la petizione per far dichiarare Nekkaz persona non grata

Sbugiardati quelli che pretendevano di farci bere la panzana che chiedere ad una donna islamica di togliere il velo integrale equivalesse ad un gesto di barbara violenza

Il divieto di Burqa dopo lunga attesa è entrato in vigore ad inizio luglio. Non si  tratta di una legge su una questione di lana caprina. Questa tesi farlocca è stata ed è tuttora utilizzata sostanzialmente da due categorie. Da un lato i multikulturali spalancatori di frontiere, quelli secondo cui i nostri valori e le nostre regole non vanno assolutamente difesi né men che meno imposti agli immigrati. Anzi, il solo pensare di farlo è disgustoso razzismo. Dall’altro, quelli che hanno l’intenzione di importare, naturalmente con la tattica del salame (una fettina alla volta) il fondamentalismo islamico in Svizzera. Cosa volete che sia il burqa, dicono costoro, ed intanto tentano di sdoganarlo come non problema. Così l’Occidente si abitua ai segni esteriori del fondamentalismo islamico. E gradatamente accetterà ogni sua nuova pretesa. Perché una tira l’altra, come le ciliegie, se non si ha il coraggio di porre  dei chiari limiti prima che sia troppo tardi.

I diritti delle donne

La messa in esercizio della legge antiburqa ha portato, come noto, alla squallida sceneggiata locarnese del fondamentalista algerino Rachid Nekkaz: quello che arriva in Svizzera ad incitare a violare le nostre regole. Pensando che i ticinesotti siano tutti scemi, l’algerino viene a raccontare che vuole proteggere le donne islamiche angariate dalla legge antiburqa. E’ il colmo. Se a questo signore gliene importasse qualcosa dei diritti delle donne musulmane, interverrebbe semmai proprio nei paesi dove queste sono costrette a portare il velo integrale e a subire tutto quel che ne consegue. Invece costui crede di poter venire in una democrazia liberale quale è la nostra a colpevolizzarci come spregevoli razzisti nonché calpestatori di diritti umani. Evidentemente ha motivo di credere che basta ricattare moralmente gli svizzerotti con fantasiose accuse di xenofobia che questi subito calano le braghe. Chissà come mai gli sono venute queste strane idee? Forse a seguito di quel che succede a Palazzo federale?
Firmate l’iniziativa e la petizione

Al proposito, come altri hanno già giustamente rilevato da queste colonne, i media di regime non hanno mancato di dare ampia copertura all’iniziativa del Nekkaz, contribuendo così a gonfiarne l’ego (è evidente che all’algerino mettersi in mostra piace assai). Meglio avrebbero fatto ad attirare l’attenzione su altre questioni (ma si guardano bene dal farlo). Ad esempio, sul fatto che è possibile firmare online la petizione che chiede di dichiarare il sedicente imprenditore algerino persona non grata: basta digitare in Google “petizione Nekkaz persona non grata” e si trova facilmente il sito dove sottoscrivere.

Fatto ancora più importante: è in fase di raccolta firme l’iniziativa per vietare il burqa in tutta la Svizzera, sul modello ticinese. Il formulario si trova in questo giornale, o può essere scaricato dal sito www.ilguastafeste.ch.

La “sorpresa”

A Locarno il Nekkaz, accompagnato da una donna svizzera convertita all’islam radicale – comodo fare l’estremista islamica nel nostro paese godendone tutte le libertà, nevvero gentile signora? Perché non va a sfoggiare il suo burqa in Pakistan? – ha messo in piedi il proprio teatrino, ampiamente autocelebrativo, lasciando ad intendere che il divieto avrebbe causato chissà quali reazioni tra le donne islamiche, ed in particolare tra le turiste. L’ometto è stato platealmente smentito dai fatti.

Il primo intervento di polizia antiburqa a Lugano si è infatti svolto come segue. Gli agenti hanno visto una donna in burqa e le hanno mostrato il volantino che spiega che tale indumento è vietato in Ticino da inizio luglio. Forse che la signora è rimasta scioccata dalla notizia? Ha avuto bisogno di sostegno psicologico? No di certo. Semplicemente si è scusata dicendo di non essere a conoscenza della legge e si è subito tolta il burqa.

Ecco qui la “sorpresa”: il velo integrale si può togliere senza alcun trauma! Sono dunque sbugiardati, ma alla grande, tutti i politikamente korretti, nonché gli sdoganatori del fondamentalismo islamico in Ticino, che andavano in giro a dire che chiedere ad una donna musulmana di levarsi il burqa equivale ad un atto di barbara violenza. Prendano nota anche quegli operatori turistici che per mesi hanno fatto catastrofismo contro la nuova legge temendo di perdere qualche pernottamento (come se la difesa delle regole fondamentali del nostro vivere insieme non avesse alcun valore).

Il caso luganese dimostra che le turiste il burqa lo lasciano a casa senza problemi. Come è giusto che sia: anche noi ci adeguiamo alle regole dei paesi che visitiamo.

Lorenzo Quadri

Locarno: lo squallido teatrino dell’estremista algerino

Nekkaz e la sua “valletta” in Piazza Grande ad incitare a violare le nostre leggi

 

Perché questo figuro, che arriva in Svizzera apposta per commettere reati ed incitare a commetterne, non viene fermato in dogana?

Venerdì primo luglio, giorno d’entrata in vigore del famoso divieto di burqa, l’imprenditore (?) algerino Rachid Nekkaz era di nuovo in Piazza Grande a Locarno per incitare alla violazione della nuova legge contro la dissimulazione del viso. E come poteva non tornare? In occasione della sua prima visita, lo scorso dicembre, era stato accolto dall’autorità comunale come un ospite di riguardo, e definito addirittura “un intellettuale moderato che va ascoltato” (citazione dal capodicastero polizia PLR Niccolò Salvioni)…

Certo che ci vuole già una bella fantasia per definire come un intellettuale (?) moderato uno che arriva per commettere reati ed istigare a commetterne. E perché, poi, il Nekkaz sarebbe un intellettuale? Forse per il semplice fatto che sabota una legge voluta dal 65% dei ticinesi “chiusi e gretti”, notoriamente invisa ai radikalchic?

Arroganza in dosi industriali

A detta di chi era presente, lo spettacolino offerto dal Nekkaz e dalla sua accompagnatrice velata è stato assai squallido. E l’algerino non ha mancato di fare sfoggio di quantitativi industriali di arroganza. Del resto il risalto mediatico che si è voluto dare alla sua performance non fa che gonfiargli ulteriormente l’ego, che già dev’essere a mongolfiera. Non ci fosse stato nessun giornalista ad accoglierlo, poco ma sicuro che il signore algerino ci sarebbe rimasto di melma e si sarebbe sgonfiato come un palloncino.

Moderato… chi?

Tanto per sottolineare di essere un cittadino straniero che arriva apposta in Svizzera per violare le nostre leggi, il Nekkaz sfoggiava pure una sciarpina con la bandiera dell’Algeria. E naturalmente il figuro si è prodotto in una serie di farneticanti dichiarazioni. Ad esempio, ha sostenuto che la scelta della data dell’entrata in vigore del divieto di burqa, coincidente con il ramadan, sarebbe una provocazione politica intenzionale (?) nei confronti dell’islam moderato. L’algerino vuole prendere i ticinesi per scemi. Punto primo, il burqa con l’islam moderato non c’entra una fava; ma forse citandolo in ogni occasione si crede di fare colpo sui presunti sempliciotti e di convincerli di essere degli spregevoli razzisti e islamofobi. Punto secondo, ci mancherebbe che adesso il Ticino dovesse tenere conto del Ramadan nelle proprie decisioni politiche. Qui qualcuno si è bevuto il cervello.

La “convertita”

Altrettanto degna di nota la prestazione della figurante in burqa che accompagnava l’algerino, una donna svizzera convertita all’estremismo islamico che aveva la faccia tosta di  sventolare il passaporto rosso. E’ un po’ troppo facile giocare a fare l’estremista islamica in Svizzera, mentre nel contempo si beneficia dei diritti e delle garanzie forniti dal paese di cui si contestano le leggi.  Un po’ come il padre islamico in assistenza che, nel Canton San Gallo, impediva alle figlie di frequentare le lezioni di nuoto. Quindi, le leggi elvetiche vanno infrante perché sono quelle degli “infedeli”: altro che integrarsi! Nel contempo, però, si attinge a piene mani ai soldi dello Stato sociale. E quelli, invece, piacciono assai. Anche se sono finanziati dagli infedeli. Ci interesserebbe dunque sapere se anche la valletta del Nekkaz beneficia di prestazioni sociali. Prestazioni che, ma guarda un po’, fanno parte di quell’ordinamento giuridico che lei rifiuta ostentando il burqa. Ma quando si tratta di incassare, non c’è impedimento pseudo religioso che tenga, nevvero? Oppure la signora in questione è stipendiata dal Nekkaz? E perché questa signora continua ad abitare in Svizzera, dove dei populisti e razzisti vietano il burqa, invece di trasferirsi nei paesi dove comandano gli estremisti islamici?

Domanda da un milione

Comunque, la domanda da un milione è sempre la stessa: perché l’algerino Nekkaz, uno straniero che arriva in Svizzera apposta per commettere un reato – anche istigare alla violazione del divieto di burqa è reato, ed infatti il Nekkaz è stato multato – non viene fermato in dogana? Perché non viene dichiarato persona non grata? E fateci il favore di non tornare a raccontare la solita fregnaccia della “non discriminazione” e dell’islamofobia. O gli svizzerotti devono proprio calare le braghe davanti a tutti? Ci rendiamo conto o no che con questo atteggiamento succube spalanchiamo le porte a chi vuole distruggere il nostro stato di diritto? O il lavaggio del cervello multikulti e politikamente korretto ci ha completamente rincretiniti?

Lorenzo Quadri

 

L’algerino arriva in casa nostra a sabotare le nostre leggi

Rachid Nekkaz annuncia un nuovo teatrino pro burqa a Locarno per il primo luglio

Ma il Consiglio federale non vuole dichiararlo “persona non grata”

Rachid Nekkaz, giustamente sconosciuto ai più, è un imprenditore (dice lui) algerino che da quattro anni paga le contravvenzioni alle donne che, in Francia, girano col burqa contravvenendo alla legge. Piccola ma significativa puntualizzazione: il Nekkaz non è franco-algerino, come in genere si sente dire, bensì algerino e basta: ha infatti rinunciato alla cittadinanza francese.

Il Nekkaz lo scorso 10 dicembre ha indetto in quel di Locarno, va da sé senza chiedere il necessario permesso, una sorta di conferenza all’aperto per contestare il divieto di burqa, votato dal 65% dei ticinesi,  e per annunciare che si sarebbe fatto carico lui delle multe. Abbiamo quindi a che fare con un cittadino straniero, non residente in Svizzera, che arriva in casa nostra ed invita a violare le nostre leggi. Ma naturalmente gli svizzerotti devono farsi andar bene questo ed altro: mica vorremo passare per “chiusi e xenofobi”!

“Intellettuale moderato”?

Inutile dire che in dicembre l’algerino venne accolto a Locarno con il tappeto rosso (o quasi). Il municipale PLR Niccolò Salvioni ebbe a dichiarare che il Nekkaz è persona “intellettuale e moderata” e quindi è giusto dialogare con lui. Non è chiaro in che misura l’imprenditore (?) algerino sarebbe un “intellettuale”. In talune cerchie radikalchic, l’asticella per potersi fregiare di questa qualifica è molto bassa.  O magari il signore algerino è un intellettuale perché racconta la fregnaccia di voler difendere le donne islamiche nell’ Occidente liberale dall’intollerabile – e “xenofobo”! – divieto di girare interamente sepolte sotto un pesante pastrano integrale, mentre allo stesso tempo se ne impipa delle donne musulmane oppresse nei loro paesi?

Inoltre c’è come il sospetto che se il Nekkaz, invece di invitare a violare il divieto di burqa, invitasse, ad esempio,  a violare la norma penale contro il razzismo (il famoso articolo 261 bis) certamente non verrebbe definito dal municipale liblab di turno un “intellettuale ed un moderato”.

Sarebbe poi interessante sapere cosa succederebbe se un ticinese andasse in Algeria a contestarne le leggi: verrebbe accolto come un ospite di riguardo, oppure…?

Adesso il reato c’è

Adesso l’algerino pro-burqa ci riprova. Ha annunciato che il primo luglio, giorno d’entrata in vigore del divieto di burqa, tornerà ancora a Locarno (vista l’accoglienza trionfale riservatagli dal municipio tramite il suo esponente, come dargli torto?) per istigare alla violazione della nuova legge. Rispetto a sette mesi fa, c’è una differenza sostanziale. In dicembre il divieto di dissimulazione del viso non era ancora in vigore, per cui il Nekkaz poteva al massimo istigare a commettere un reato futuro. Il primo luglio, invece, il divieto sarà già effettivo.  La legislazione antiburqa dichiara punibile anche la complicità o l’istigazione. Sarebbe quindi sorprendente – ma è noto che il mondo è pieno di sorprese – se una persona che dichiara di venire appositamente in Ticino per commettere un reato venisse di nuovo accolta come un ospite di riguardo, un ammirevole intellettuale moderato (Salvioni dixit) con le carte in regola per venire a calare la morale ai ticinesotti “chiusi e xenofobi”. Magari la polizia sarà presente; ma non già per impedire al Nekkaz di tenere il suo squallido teatrino, bensì per permettergli di farlo senza venire disturbato da qualche ticinesotto a cui non sta bene che l’algerino di turno  venga in casa sua a sabotare le sue leggi.

Persona non grata

Si ricorderà che la prestazione invernale del Nekkaz era arrivata fino al Consiglio federale. Nel senso che chi scrive aveva chiesto al governo, tramite atto parlamentare, di dichiarare l’algerino persona non grata. Va da sé che la risposta è stata picche. Del resto, il Consiglio federale ha sempre avversato il divieto di burqa ticinese, fino a quando non si è dovuto piegare alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo che tutelava il divieto francese. Per cui, figuriamoci se avrebbe preso posizione in difesa della volontà popolare sgradita! Non sia mai! Anche qui c’è il sospetto che, se invece di istigare a violare la norma antiburqa, il Nekkaz istigasse alla violazione di quella antirazzismo,  il Consiglio federale avrebbe assunto una posizione ben diversa.

E la recidiva?

L’annunciata performance del Nekkaz evidenzia però un problema, che era già stato sollevato, ma senza successo, dal promotore dell’iniziativa contro il velo integrale, il “Guastafeste” Giorgio Ghiringhelli. Se il danaroso imprenditore (?) algerino dovesse pagare tutte le multe, chi continua a girare in burqa non sborserebbe nulla di tasca propria. Quindi potrebbe andare avanti ad infrangere la legge per “farla” ai ticinesotti che si illudono di essere ancora un po’ padroni in casa loro. Per questo motivo, il Guastafeste suggeriva che nella legge d’applicazione antiburqa si prevedesse anche la possibilità, in caso di violazione recidiva, di condannare il (la) colpevole a svolgere lavori di pubblica utilità. La Commissione della Legislazione del Gran Consiglio non ha però ritenuto di dare seguito a questo saggio consiglio. Si è limitata a rimandare uregiatescamente ad un imprecisato futuro la valutazione su eventuali misure alternative alla multa. Beh, forse l’imprecisato futuro è già arrivato.

Lorenzo Quadri

Divieto di burqa: il ricorso-foffa perso in partenza

E ti pareva se a $inistra potevano accettare l’applicazione di un voto popolare sgradito!

La $inistra spalancatrice di frontiere e rottamatrice della Svizzera ci regala l’ennesima perla. Si vede che a questi signori farsi male da soli piace proprio tanto. Sicché qualcuno dei loro esponenti – in particolare uno che a quanto ci consta lavora e vive a Roma – ha avuto la brillante pensata di presentare un ricorso al tribunale federale contro la legge cantonale “antiburqa” che entrerà in vigore il prossimo primo luglio.

E’ forse il caso di ricordare che questa legge cantonale serve a mettere finalmente in atto il divieto di dissimulazione del viso, che è stato votato nel settembre 2013 (quindi quasi tre anni fa) dal 65% dei ticinesi.

Volontà popolare calpestata
Come di consueto la volontà popolare a $inistra viene tollerata solo quando fa comodo ai kompagni (ciò che, chissà come mai, accade sempre più di rado). Quando così non è, la $inistruccia cerca di farla annullare dai tribunali. In contemporanea, lavora per portare la Svizzera nella fallita UE (obiettivo del P$$). In questo modo i Diktat ci arriveranno direttamente da Bruxelles; e va da sé che saranno all’insegna delle frontiere spalancate e del multikulti. Così il popolo svizzero non avrà più nulla da dire.

Operazione assurda
Presentare un ricorso contro la legge antiburqa, che concretizza la volontà popolare, è un’operazione assurda.
Prima di tutto perché non ha alcuna chance di riuscita. A Berna i politikamente korretti, a partire dal Consiglio federale, hanno fatto di tutto e di più per non concedere la garanzia federale all’articolo costituzionale “contro la dissimulazione del viso” votato dal popolo ticinese. Non ce l’hanno fatta, poiché la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito, statuendo sul divieto francese, che nascondere il volto è contrario alle regole basilari del vivere insieme in una società occidentale. Ci fosse stato anche solo un piccolo appiglio per negare all’articolo “antiburqa” ticinese il “placet” federale, possiamo essere sicuri che la maggioranza politica l’avrebbe utilizzato.

Quale diritto si difende?
In secondo luogo, perché il ricorso è una boiata. Quale “diritto” si vorrebbe difendere?

Le possibilità non sono molte.

1) I ricorrenti vogliono tutelare il diritto di importare in Svizzera usanze che opprimono le donne (complimenti, kompagni!) e che sono incompatibili con lo stile di vita occidentale. Il messaggio che si pretende di far passare è chiaro: guai a pretendere dall’immigrato che si adegui! Conseguenza: tutti gli estremisti islamici arriveranno da noi, dove si può fare di tutto e di più: gli svizzerotti fessi autorizzano. Quale sarà la prossima genuflessione davanti agli estremisti islamici? Vietare la bandiera rossocrociata? Bandire i simboli religiosi cristiani? Introdurre la Sharia?

2) I ricorrenti vogliono tutelare il diritto di hooligan, vandali, “casseurs” e facinorosi assortiti di girare mascherati per commettere reati penali.

3) I ricorrenti vogliono agevolare rapinatori e terroristi “nell’esercizio delle proprie funzioni”.

Facile immaginare che l’ipotesi corretta è la prima. E’ anche la meno peggio. Non sia mai che gli svizzeri possano pretendere dai migranti il rispetto dei valori occidentali. Vade retro! Bisogna farsi imporre le regole dagli immigrati! Chi non ci sta è un razzista e un fascista!

La barzelletta
Vale la pena attirare l’attenzione su quel che i kompagni scrivono con grottesca prosopopea: “Talvolta il vivere insieme è un’alchimia complessa e gli apprendisti stregoni ticinesi non lo hanno minimamente preso in considerazione, banalizzando il concetto stesso di relazione sociale”. Ohibò, credevamo che fosse Pentecoste, invece ci accorgiamo che è ancora carnevale. Kompagnuzzi, giò dò dida! La questione del vivere insieme è farina del sacco della Corte europea dei diritti dell’uomo, non dei Ticinesi “chiusi e gretti”. Ma naturalmente gli spalancatori di frontiere pretendono di saperne di più anche del loro tribunale preferito, che questa volta ha osato tradirli.

Morale della favola. Di nuovo la $inistra si conferma ermeticamente chiusa e ferocemente intollerante nei confronti delle posizioni diverse dalle sue (altro che autoerotizzarsi cerebralmente con concetti altisonanti quali “il valore della diversità”!). E si dimostra pure incapace di accettare le regole democratiche. Adesso per colpa sua il Tribunale federale dovrà perdere tempo con l’ennesimo ricorso-foffa, le cui chances di riuscita sono pari allo zero.
Lorenzo Quadri

10 “senatori” su 11 difendono il burqa e quel che rappresenta. L’autolesionismo non conosce limiti

La miopia di politikamente korretta sembra proprio non conoscere limiti. La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati ha infatti respinto, per 10 voti ad 1 (!) un’iniziativa parlamentare che chiede di inserire nella Costituzione federale il divieto di burqa. In sostanza, si tratta di estendere a livello nazionale quando votato dal popolo ticinese (e a cui è stata finalmente data una legge d’applicazione).
Questa posizione all’insegna del multikulti (completamente fallito) non stupisce da parte della Camera alta. Basti pensare che 40 senatori su 46, quindi tutti tranne gli esponenti Udc, hanno sottoscritto un appello contro l’iniziativa d’attuazione per l’espulsione dei delinquenti stranieri, su cui voteremo il prossimo 28 febbraio.

Un non-problema?
Secondo 10 senatori su 11, dunque, il velo integrale “non è un problema”. Evidentemente non si sono ancora accorti che burqa e niqab non sono solo dei pezzi di stoffa. Dietro al divieto di portare un simile abbigliamento, che contravviene – lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’Uomo, quindi non un gremio di leghisti populisti e razzisti – alle più basilari regole di convivenza occidentali, c’è una precisa scelta. Che è poi una necessità: imporre agli immigrati provenienti da altre culture il rispetto delle regole di vita occidentali. Altrimenti saranno loro ad imporre le proprie, in casa nostra. Del resto è proprio quello che sta accadendo, grazie all’applicazione di un fallimentare concetto di multiculturalismo.

Il Prof. Sartori
Ecco cosa dice al proposito il professor Giovanni Sartori in un’intervista recentemente pubblicata sul quotidiano italiano “Il Giornale”. “Cos’è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l’Islam, fa discorsi da ignoranti (…) La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti (…)”. Il professor Sartori non è un “becero leghista”. E’ uno dei massimi esperti di scienze politiche a livello internazionale. Uno studioso che ha insegnato nelle più importanti università. I nostrani intellettualini rossi da tre e una cicca – quelli che pensano di poter imporre la politica delle frontiere spalancate al popolino impressionandolo a suon di ricatti morali (o sei con noi, o sei un razzista e un fascista), quelli che la radioTV di Stato, finanziata col canone più caro d’Europa, slinguazza senza ritegno – non reggono minimamente il paragono.

Stizza isterica
Allucinante è che la politica svizzera, anche ai livelli più alti (in senso gerarchico, non certo qualitativo) rifiuta di vedere l’evidenza. L’evidenza è l’arrivo in massa, grazie ai paladini dell’immigrazione illegale, di finti rifugiati: giovani uomini soli che non scappano da alcun paese in guerra e che non si sognano di rispettare le regole dei paesi in cui pretendono di installarsi. Non rispettano le regole e nemmeno, come si è ben visto a Colonia, le donne occidentali. Ma, in nome dell’accoglienza masochista e del multikulti – quegli stessi principi in base ai quali si rifiuta scandalizzati il divieto di burqa – invece di chiudere i confini, si stendono tappeti rossi. Anche solo pensare di limitare la libertà di movimento di questi immigrati illegali è tabù. La stizza isterica con cui alcune parlamentari della $inistruccia cantonticinese hanno respinto la proposta del Guastafeste Ghiringhelli di obbligare i giovani finti asilanti maschi a rimanere nei centri d’accoglienza il venerdì ed il sabato sera, questo per evitare che molestino le donne nei luoghi pubblici, la dice lunga. Purtroppo per noi.

Se fossero europei…
Se ci fossero in giro dei gruppi di giovinastri europei che aggrediscono le richiedenti l’asilo, le signore della $inistra multikulti e spalancatrice di frontiere sarebbero già in piazza a pretendere a gran voce sanzioni esemplari. Visto che invece sono degli asilanti ad aggredire le donne europee, allora ecco che le signore in questione inveiscono non già contro i molestatori, ma contro chi vuole impedire le molestie, e lanciano accuse di “vergognosa strumentalizzazione”. Siamo proprio messi male!

Delle due, l’una
Eh già. Difendere il nostro modello di società è strumentale (oltre che razzista e fascista). Vietare il burqa è strumentale. Combattere l’immigrazione scriteriata di molestatori seriali è strumentale. Intanto il Giappone, ma guarda un po’, nel 2015 ha respinto il 99% delle richieste d’asilo: in totale ha accolto 27 asilanti in un anno. Sicché, delle due l’una. O ci diamo una mossa e cominciamo a difenderci, oppure ci lasciamo invadere (prima) e sottomettere (poi) in nome del politikamente korretto. Ma se la via scelta è la seconda, si abbia almeno la decenza di dirlo chiaramente. Di dire pane al pane e vino al vino. Non si tenti di imbellettare la semplice vigliaccheria con definizioni “à la page” che non ingannano più nessuno. Perché nella storia non si è mai vista una migrazione di popoli che fosse pacifica, e nemmeno una società libera che spalanca le porte all’invasione e denigra chi vuole difendersi.
Lorenzo Quadri

Polemiche pre-natalizie: tanto per chiarire… I presepi non si toccano

Sia chiaro che non si rinuncia ai nostri simboli per “non turbare” (?) immigrati provenienti da “altre culture”. Chi è turbato da un presepe non è al suo posto in Svizzera

Si avvicina il Natale (le vetrine sono già addobbate da un pezzo…) e con esso le polemiche stagionali. Con tanto di fetecchiate multikulti. Nessuna sorpresa: se in una scuola d’Oltregottardo qualcuno aveva pensato addirittura di vietare la camicia con gli Edelweiss dei contadini svizzeri, figuriamoci quando c’è di mezzo la più importante festività cristiana.
Ed infatti, a quanto si è appreso dai giornali, il comune di Neuchâtel è riuscito a far spostare il presepe da sotto l’albero principale allestito dalla città per evitare che quest’ultimo venisse associato a simboli religiosi. Naturalmente anche altre amministrazioni comunali sono riuscite a prodursi in sortite del genere. Non solo in Svizzera. Vicino a Milano, ad esempio, quindi non molto lontano da noi, una scuola ha deciso di annullare qualsiasi celebrazioni legata al Natale “per non turbare gli allievi di altre religioni”. Apperò. Il rettore dell’Istituto – non si fatica ad immaginare di quale corrente politica – davanti all’ondata di proteste ha dovuto rassegnare le dimissioni. Ma si è affrettato a precisare che rifarebbe tutto esattamente come prima.

Un “non problema”?
Il tema presepi e simboli religiosi è destinato ad assumere una risonanza sempre maggiore. Naturalmente non mancheranno quelli che suoneranno il vecchio ritornello del “non problema”. E già: si smantellano la nostra identità, le nostre tradizioni e le nostre radici cristiane e si cerca di minimizzare l’operazione di rottamazione sostenendo che in fondo si tratta di “non problemi”. Del resto anche il divieto di burqa avrebbe dovuto essere un “non problema”. Fin quando il popolo, ed anche il parlamento, non hanno dato torto ai multikulti che volevano tollerare (“dobbiamo aprirci”) alle nostre latitudini perfino il velo integrale, e magari un domani pure la sharia. Allora, improvvisamente, il burqa è diventato “un problema”; e la stampa di servizio ha tentato di aizzare gli ambienti turistici contro la norma. Ma come: se il burqa è un “non problema”, lo è sia che sia vietato, sia che sia autorizzato. O vuoi vedere che tra i politikamente korretti anche i problemi sono a senso unico?

Non è così che funziona
E’ evidente che non si rinuncia ai simboli del Natale, siano essi abeti, presepi o altro, per non turbare immigrati provenienti “da altre culture”. Chi propone aberrazioni del genere dovrebbe vergognarsi: ma come, si predica l’integrazione e poi si fa di tutto e di più per adeguarsi all’immigrato che la rifiuta? Secondo i noti – e certo non disinteressati – circoli (l’immigrazione è un business per certa industria sociale) l’immigrato va santificato e lo svizzerotto – chiuso e gretto – bastonato. E’ lo svizzerotto che deve integrarsi e rinunciare alle sue tradizioni.
Ma non è così che funziona. Gli attentati dei terroristi islamici ben dimostrano a cosa porta l’immigrazione scriteriata abbinata all’assenza dell’obbligo di integrarsi. Chi si sente offeso e turbato dalle nostre tradizioni non è al suo posto in Svizzera. Cominciamo a rendercene conto e a comportarci di conseguenza. Nel senso della “promozione attiva dei valori occidentali”, è senz’altro da salutare positivamente l’iniziativa parlamentare interpartitica depositata nei giorni scorsi dei granconsiglieri Gianmaria Frapolli (Lega) e Alessandra Gianella (PLR) che chiede, in vista della naturalizzazione, l’introduzione di un corso obbligatorio di cittadinanza, finanziato dal candidato medesimo. Le nozioni da sole, però, non bastano. L’integrazione va vissuta nel quotidiano, come doveroso passo dell’immigrato nei confronti del paese che lo ospita e che, magari, lo mantiene pure.
Lorenzo Quadri

Il Gran Consiglio approva il divieto di burqa. Non si cede alle minacce

Dopo oltre due anni il divieto di burqa in Ticino è dunque diventato una realtà. La votazione popolare si è infatti tenuta nel settembre del 2013. Si è tenuta sotto l’attacco del solito (vano) ricatto morale del populismo e del razzismo. E, naturalmente, all’insegna del mantra del “falso problema”. Peccato che chi, vedi certi organi di stampa, invocava il “falso problema” poi, a votazione avvenuta, ha versato fiumi d’inchiostro nel tentativo di sabotare, ancora una volta, la volontà popolare sgradita: vero, stampa di servizio?
Delle due l’una: o il burqa è un falso problema (e allora perché parlarne?), oppure è un problema vero, e a non andar bene è stata la risposta data dai ticinesi. Ossia, l’affermazione della necessità di difendere i nostri valori e i principi basilari del vivere civile in Occidente, peraltro sanciti anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha approvato il divieto francese.

Snobbare i cittadini?
Da tempo la popolazione ticinese si domandava come mai il divieto votato non fosse in vigore: questo genere di situazione è, ovviamente, deleteria per la fiducia del cittadino nei confronti delle istituzioni. Snobbare un voto popolare è proprio il miglior modo per confermare la tesi del “tanto i politici fanno sempre quello che vogliono”. Poi serve a poco lamentarsi che i cittadini disertano le urne, malgrado tutte le facilitazioni introdotte (vedi voto per corrispondenza). La decisione del Gran Consiglio che sancisce il divieto di dissimulazione del viso, almeno in questo, rimette la chiesa al centro del villaggio.

Segnale importante
Che il dibattito parlamentare si sia tenuto, ed il divieto sia stato approvato a larga maggioranza, proprio in questi giorni, è un segnale importante. Non ci può essere alcuna concessione al terrorismo islamico. Agli estremisti musulmani non va lasciato nemmeno un centimetro di terreno. Se per paura di “urtare” qualche immigrato in arrivo da “altre culture” rinunciamo anche ad una sola infinitesimale frazione delle nostre libertà, siano esse grandi o piccole, si tratti della libertà d’espressione o della minigonna, abbiamo già perso, e il terrorismo islamico ha vinto. Non ci può essere alcuna concessione sui nostri valori, sul nostro stile di vita e sulle nostre regole: la fallimentare illusione della multikulturalità è finita, il buonismo pure. I migranti in arrivo da “altre culture” devono adeguarsi alla nostra società; oppure, se non lo vogliono o non lo possono fare, tornare nei rispettivi paesi d’origine.

Chi si loda…
In Gran Consiglio il divieto di burqa è stato accettato a larga maggioranza: questo fa evidentemente piacere visto che, ai tempi della votazione popolare, le posizioni dei partiti storici erano ben diverse. Fa tuttavia leggermente sorridere la posizione dell’ex partitone, che ha divulgato uno sbrodolante comunicato stampa per complimentarsi con la relatrice Natalia Ferrara Micocci (se le cantano e se le suonano tra loro): grazie a lei, dicono i grandi comunicatori liblab, la volontà popolare diventa realtà. Peccato che il PLR il divieto di burqa non l’abbia mai sostenuto: suoi illustri esponenti hanno partecipato a dibattiti televisivi a difesa della posizione contraria all’iniziativa del Guastafeste. Considerare poi una notizia, e degna addirittura di un comunicato stampa dai toni estatici, il fatto che un relatore commissionale rediga un rapporto – ovvero che faccia semplicemente il proprio lavoro – è quanto meno bizzarro. Cosa ne pensano tutti gli altri deputati PLR che di rapporti ne hanno allestiti di ben più impegnativi, e meno gratificanti dal profilo della visibilità, di quello sulla legge antiburqa, e che mai hanno avuto diritto ad una slinguazzata ufficiale “ad hoc”? Forse è il caso di ricordare che per il suo lavoro commissionale la relatrice è stata remunerata sia finanziariamente (i rapporti vengono indennizzati in base alle ore lavorative necessarie all’allestimento dichiarate dal relatore) che mediaticamente.

Disparità di trattamento?
Durante il dibattito, il kompagno ex procuratore Ducry ha contestato la scelta di incaricare dell’applicazione del divieto di velo integrale le polizie comunali. Questo perché, secondo lui, nei comuni ci potrebbero essere delle differenti sensibilità sul tema del velo integrale, che porterebbero giocoforza a delle disparità di trattamento. Di conseguenza, per garantire uniformità su tutto il Cantone, il compito di comminare le sanzioni andrebbe conferito al Ministero pubblico. La posizione di Ducry costituisce un processo alle intenzioni ed una immeritata mozione di sfiducia all’indirizzo delle polizie comunali. In quest’ottica bisognerebbe allora affidare al Ministero pubblico anche le multe di parcheggio, poiché pure in quest’ambito i comuni potrebbero avere “diverse sensibilità”. Del resto, le multe antiburqa alle turiste possono essere prevenute con una corretta informazione, che certamente le strutture alberghiere non mancheranno di fornire alle ospiti con velo integrale.
Con il divieto di dissimulazione del viso il Ticino fa dunque da apripista in Svizzera. Ci sono adesso tutte le condizioni affinché la norma venga estesa a livello nazionale.
Lorenzo Quadri

Il Ticino ha fatto da apripista. Divieto di Burqa: parte l’iniziativa federale

Ma c’è sempre chi tenta di buggerare la volontà popolare

 

Martedì mattina a Berna si terrà la conferenza stampa per il lancio dell’iniziativa antiburqa a livello federale. L’iniziativa, promossa dal comitato di Egerkingen (che è poi l’ideatore del divieto di minareti), si rifà a quella ticinese, approvata dal popolo nel settembre 2013 con il 65% dei voti. Approvata, ma non ancora in vigore.

Come noto, il divieto di dissimulazione del viso inserito dai cittadini nella Costituzione del nostro Cantone ha ottenuto la garanzia federale lo scorso maggio. Del resto di scuse per rifiutarla non ce n’erano. Specie dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo che ha approvato il divieto francese, cui si ispirava a sua volta l’iniziativa ticinese, lanciata dal Guastafeste.

 

Pur di cancellare le nostre radici…

Non tutti però, sotto le cupole federali, hanno dimostrato di rispettare la volontà popolare. I Rosso-verdi, infatti, non hanno perso l’occasione per uscirsene con dichiarazioni allucinanti contro il divieto votato dai ticinesotti (chiusi e razzisti) arrivando ad inneggiare al velo integrale come “simbolo di libertà”. Strano però: nel 2010 circolava una presa di posizione dei kompagni contro il burqa. Poi però deve essere arrivato il cambio d’orientamento. Per cancellare le radici e l’identità svizzera, per annientare qualsiasi sentimento patriottico, tutto fa brodo. Sicché si arriva a sostenere anche i veli totali e la sottomissione della donna. Tutto ciò che è multikulti è giusto per definizione: bisogna aprirsi!

 

Ma come, non era un “non problema”?

Il Ticino con il divieto di burqa ha fatto scuola. Il comitato che promuove il divieto a livello nazionale può partire da una solida base. Interessante, però: nel dibattito pre-votazione sul divieto di burqa, i contrari ripetevano ad oltranza che il burqa era un non-problema. Ohibò, se era un non problema perché adesso tutti ne parlano? Vuoi vedere che non era poi così un “non problema”?

Il lancio di un’iniziativa a livello federale è senz’altro positivo. Importante è anche che i promotori non parlino solo di sicurezza. Essa è certamente uno degli aspetti. Ma solo uno, e neppure quello fondamentale. Giusto impedire che giri gente completamente nascosta sotto un panno nero, perché potrebbe approfittarne per commettere reati e non farsi riconoscere. Ma ancora più importante è affermare che guardarsi in faccia è un presupposto fondamentale del nostro vivere insieme. Lo ha peraltro ribadito anche la Corte di Strasburgo, poco sospetta di essere un gremio di leghisti populisti e razzisti. Non si può dunque ridurre il divieto di burqa ad una semplice faccenda di polizia, da relegare in una leggina ad hoc che poi può essere spazzata via da un semplice voto parlamentare in un raptus di politikamente korretto. Nossignori: il posto è la Costituzione e la decisione spetta al popolo.

 

Nella Costituzione

Giusto quindi che il divieto di burqa si trovi nella Costituzione, e giusto che sia introdotto a livello nazionale. Il tema non riguarda solo il Ticino. E nemmeno riguarda solo la Svizzera. Concerne, invece, tutto l’Occidente. Sarebbe dunque bello se tutti i paesi europei decidessero (autonomamente) di vietare il Burqa. Alcuni di loro l’hanno già fatto. Sarebbe un segnale forte di quel risveglio che si fa sempre più necessario ed urgente. O si preferisce farsi invadere e sottomettere in nome del politikamente korretto?

 

NO alla melina

In quest’ottica non si può dunque accettare la melina che i relatori commissionali sulla legge d’applicazione del divieto ticinese di burqa sembrano voler fare. Oltretutto in presenza di un verdetto popolare inequivocabile e di un divieto che altrove, ad esempio in Francia, già esiste: quindi non bisogna neppure essere particolarmente creativi, basta copiare. Altro che farsi le pippe mentali sulla definizione di “volto” per poi passare in TV. Qui c’è il sospetto che qualcuno si stia arrampicando sugli specchi per non applicare il voto popolare sgradito (vedi 9 febbraio). Sta però alla Commissione dei diritti politici del Gran Consiglio imporre ai relatori di fare i compiti, e di farli in tempi brevi. Oppure destituire i relatori inadempienti e nominarne di nuovi. Anche uno solo nuovo. Perché il tandem serve solo a raddoppiare i costi.

Lorenzo Quadri